Flop atteso di Transizione 5.0: accesso ai crediti da incubo. Si destano pure gli industriali
Sono passati circa sei mesi da quando, il 15 aprile scorso, come al solito in splendida solitudine, titolavamo in prima pagina: «La burocrazia della Ue intralcia persino i propri obiettivi green. Quasi impossibile accedere ai 6,3 miliardi di crediti di imposta per transizione 5.0».
Ieri - dopo alcune settimane in cui da viale dell’Astronomia non erano mancati i primi timidi segnali di allarme - è finalmente arrivata la voce del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, peraltro in un’occasione ufficiale come il convegno dei Giovani imprenditori a Capri.
Sono parole pesanti come macigni perché pongono in discussione l’intero impianto dello strumento agevolativo, zavorrato da un eccezionale carico burocratico da un lato e dall’altro dall’assurdo delirio ideologico del «green», che rende semplicemente quasi irrealizzabili gli investimenti da parte delle imprese.
Davanti a poche decine di milioni di investimenti prenotati dalle imprese, a fronte di crediti di imposta per 6,3 miliardi da attribuire per investimenti da eseguirsi entro il 31 dicembre 2025, Orsini non ha usato mezze misure, sostenendo che «Transizione 5.0 per le imprese è fondamentale, abbiamo bisogno di semplificarla perché la verità è che le nostre imprese stanno facendo fatica, perché le regolamentazioni richieste dall’Europa mettono in difficoltà soprattutto sulla parte energetica». Orsini si riferisce ai 16 (sedici!) passaggi burocratici necessari - tra ministero delle Imprese (Mimit), Gse e Agenzie delle Entrate - dalla prenotazione, all’esecuzione, alla rendicontazione dell’investimento. Ma la burocrazia è solo il male minore, essendo tutti i passaggi da eseguirsi su portali on line. L’ostacolo più importante è quello sostanziale e riguarda gli obiettivi di risparmio energetico a cui, non a caso, si riferisce Orsini. Infatti sono agevolabili solo gli investimenti in quei beni a elevato contenuto digitale (gli stessi di industria 4.0, per intenderci), che però facciano conseguire una riduzione di consumi energetici almeno pari al 3% a livello di struttura produttiva o al 5% a livello di processo. In questo caso si beneficia del 35% di credito d’imposta, percentuale che sale fino al 45% qualora la percentuale di riduzione dei consumi sia superiore, come dettagliato in tabella.
In questo caso, la difficoltà da parte dei tecnici è quella di attestare una situazione di consumi ex- nte rispetto alla quale misurare la riduzione di consumi in conseguenza dell’entrata in funzione del bene agevolato. Una prova diabolica. Perché tale misurazione deve avvenire «al netto delle variazioni dei volumi produttivi e delle condizioni esterne che influiscono sul consumo energetico».
In parole povere, se ad esempio un’impresa decidesse di sostituire un macchinario per la produzione di profili di alluminio vecchio di 20 anni e energivoro, acquistando un nuovo macchinario altamente digitalizzato che avrà verosimilmente una capacità produttiva superiore, il risparmio energetico dovrà essere ovviamente misurato a livello unitario, di singolo pezzo prodotto. Ma che senso ha - ai fini del tanto decantato risparmio di fonti energetiche di origine fossile - dimostrare che si è ridotto del 10% il consumo di energia per ogni pezzo prodotto, quando poi il nuovo macchinario ne produrrà verosimilmente di più e quindi i consumi di energia totali aumenteranno? Misteri e contraddizioni dell’ideologia green.
Perché non bisogna dimenticare che quei 6 miliardi di agevolazioni arrivano da una costola del PNRR e precisamente dal programma RepowerUE varato in fretta e furia per nel 2023 per affrancarsi dalla dipendenza energetica dalla Russia. E quei paletti così stringenti, ma contraddittori, arrivano direttamente da Bruxelles. Poi ci sono voluti almeno 6 mesi di complessa gestazione per arrivare al decreto legge di marzo e solo tra luglio e settembre sono stati pubblicati decreti direttoriali e la circolare, necessari per consentire alle imprese di presentare le domande. Ma ormai resta poco più di un anno a disposizione. E a poco è servito includere gli investimenti eseguiti dal 1 gennaio 2024 perché è improbabile che le imprese abbiano avuto la sfera di cristallo per pianificare investimenti le cui condizioni di agevolabilità sono state poi rese note a marzo.
Da qui l’intervento di Orsini per salvare il salvabile con «la proposta che noi facciamo al ministro Urso è che per chi ha dato l’acconto nel 2023 come Industria 4.0 e non ha ancora cominciato gli impianti, possa usufruire di 5.0 magari modificando l’impianto, stando attenti ai requisiti ambientali di Transizione 5.0. Pensiamo che con questa modifica possa esserci una accelerazione che aiuti le imprese, anche perché stiamo notando che purtroppo che gli impianti di un importo dai 2 milioni di euro in su hanno una necessità di tempo per essere costruiti che rischia di superare un anno».
Proposta ragionevole su cui però non mancheranno le perplessità dei burocrati di Bruxelles, perché potrebbe vacillare il loro dogma del risparmio energetico. Alla luce di tali difficoltà, bisognerebbe chiedere a Mario Draghi come riuscirà a mobilitare gli ingenti investimenti privati in nuove tecnologie, di cui ha diffusamente parlato nel suo ultimo report. Infatti, Draghi ha attribuito un ruolo decisivo ai sussidi pubblici come strumento di stimolo per incentivare gli investimenti privati. Ma se Transizione 5.0 - punta di diamante dei sussidi agli investimenti - langue in questo modo, allora ha avuto proprio ragione a parlare di «lenta agonia», con la Ue nel ruolo di Conte Ugolino e Transizione 5.0 nei panni degli sfortunati figli.






