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2025-07-01
Sulla filmopoli del Pd ora si indaga per truffa
Rexal Ford alias Francis Kaufmann e la locandina del suo film «Stelle della Notte»
La Filmopoli si allarga. I riflettori della Procura romana sono puntati sul caso di Francis Kaufmann. Il sedicente regista è finito sotto la lente della giustizia perché accusato del duplice omicidio della compagna Anastasia Trofimova e della figlia di 11 mesi Andromeda, trovate morte a Villa Pamphili, a Roma. Ma non solo. Infatti, i pm capitolini, dopo aver acquisito dal Mic i documenti relativi ai fondi pari a 863.000 euro in forma di tax credit per la realizzazione del film Stelle della notte, mai distribuito, vogliono compiere ulteriori accertamenti per capire se il denaro sia stato solo deliberato o anche elargito. Se dovesse essere accertata questa seconda ipotesi, i magistrati vogliono sapere a chi è effettivamente arrivata tale somma. Si tratta, quindi, di un eventuale nuovo filone di indagine che potrebbe portare all’apertura di un altro fascicolo, in cui Kaufmann potrebbe anche comparire come parte lesa di una truffa o di tentata truffa ai danni dello Stato. Il ministero della Cultura ha trasmesso agli inquirenti tutta la documentazione relativa proprio alla richiesta di tax credit, che era stata presentata nel 2020 dalla società Coevolutions. E quella richiesta era stata firmata da un tale Rexal Ford che si scoprirà poi essere il nome d’arte usato da Kaufmann che non poteva comparire con la sua vera identità avendo precedenti penali negli Stati Uniti. Stelle della notte era stato accreditato come una coproduzione internazionale con la Titangel Films (che aveva sede a Malta), ma in realtà si tratta di una pellicolache non risulta essere mai stata girata: non c’è mai stato un set e non ci sono attori scritturati per questa produzione cinematografica. Questa complessa vicenda ha preso il via da un esposto presentato dall’avvocato Michele Lo Foco, specializzato in diritto d’autore e componente del Consiglio superiore della cinematografia e dell’audiovisivo del ministero della Cultura. E poi si è intersecata con la terribile storia del ritrovamento di due cadaveri a Villa Pamphili, a Roma, che vede protagonista il quarantaseienne americano che per un suo lungometraggio aveva ottenuto ben 863.000 euro di tax credit per un film mai realizzato.
In questo nuovo filone di indagini, coordinato dal procuratore aggiunto di Roma Giuseppe Cascini e dal sostituto Antonio Verdi, i magistrati vogliono seguire i flussi di denaro e capire dove sono finiti. Gli inquirenti stanno esaminando con attenzione tutta la documentazione in possesso della Direzione generale cinema. La storia dei soldi elargiti per film mai realizzati e i riflettori puntati su un regista americano che ora si trova pure indagato per duplice omicidio potrebbe diventare anche più grave del previsto se i magistrati dovessero trovare riscontro alle loro ipotesi.
Per tale motivo, già nei giorni scorsi il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, è intervenuto su Filmopoli e sul caso Kaufmann esprimendo disappunto e rabbia sul sistema di finanziamenti per il cinema: «Il fatto che Francis Kaufmann, indagato per il terribile omicidio di una donna e di una bambina di 11 mesi, tramite una società su cui sono in corso accertamenti, abbia beneficiato indirettamente di 863.000 euro di tax credit (per il titolo Stelle della notte nel 2020), raddoppia lo sgomento e la rabbia di fronte a un sistema di finanziamenti al cinema che ha consentito in passato leggerezze e sprechi. Non permetteremo più che questo accada. Si tratta di distrazioni imperdonabili, un’eredità che i governi precedenti ci hanno lasciato rispetto al tax credit».
Per il ministro della Cultura quel finanziamento di quasi novecento mila euro per il film (inesistente) Stelle della notte è qualcosa di intollerabile e inspiegabile. Il governo Meloni ha cercato, in qualche modo, di mettere una pezza al buco con la riforma del tax credit introducendo, tra le altre cose, anche l’obbligo di trasparenza nelle spese di produzione. «Siamo già intervenuti», aveva ribadito lo stesso ministro Giuli, «e stiamo intervenendo con maggiore decisione per riformare una normativa nelle cui pieghe si sono arricchiti truffatori e forse persone addirittura peggiori. Tutto ciò a danno dei contribuenti italiani e dei numerosi operatori dello spettacolo che lavorano in piena legittimità. Non permetteremo più che questo accada, accerteremo ogni responsabilità e ci comporteremo di conseguenza: con rigore e discernimento, per tutelare l’onorabilità del cinema italiano e debellare ogni sacca di parassitismo. Investigheremo sui casi pregressi sospetti. Chi non rispetta le nuove regole non soltanto perderà il beneficio fiscale, ma sarà escluso per cinque anni da qualsiasi agevolazione e, nei casi più gravi, può essere denunciato per truffa».
Ieri, il ministro ha così commentato l’apertura del nuovo fascicolo: «Se sono preoccupato sull’inchiesta della Procura sul caso Kaufmann? No, perché ogni volta che si muove la Procura è molto rassicurante. Significa da una parte che il nostro sistema di controlli funziona, lo abbiamo inasprito e saremo ancora più rigorosi nelle sanzioni, e dall’altra è sempre confortante sapere che c’è la magistratura che verifica, controlla, segnala e interviene di conseguenza».
Alla luce degli ultimi sviluppi investigativi sul caso «Filmopoli» sembra ancora più evidente che, oltre agli accertamenti dei magistrati romani, sia necessaria una Commissione d’inchiesta sul sistema del tax credit. Il Parlamento, come ha sostenuto il direttore della Verità Maurizio Belpietro nel suoultimo editoriale, adesso deve contribuire a fare chiarezza su tutti questi soldi pubblici elargiti per produzioni fantasma.
«Skincare» e le pellicole fantasma
Il produttore Andrea Iervolino non ci sta. Parlando con La Verità, il produttore si definisce «offeso e arrabbiato» per l’inserimento della pellicola Skincare nell’elenco dei «film fantasma» citati nella tabella uscita sul nostro giornale di domenica, nell’ambito dell’inchiesta su Filmopoli. «Come si fa a definire Skincare un film fantasma, quando è uscito negli Stati Uniti con uno dei distributori indipendenti di film di qualità di maggior successo del Paese, di proprietà di Amc, una delle più grandi società americane di entertainment? Il suo solo teaser di distribuzione del canale ufficiale ha 1,7 milioni di visualizzazioni. La protagonista è una delle star più importanti del momento, Elizabeth Banks. E questo sarebbe un film fantasma?».
È vero, Skincare è un film autentico: è uscito al cinema e ha avuto le sue recensioni. Secondo la pagina della pellicola su Wikipedia in inglese, negli Stati Uniti e in Canada, il film ha incassato 323.856 dollari da 760 sale nel weekend di apertura. Sull’aggregatore di recensioni Rotten Tomatoes, il 69% delle 83 recensioni dei critici sono positive. Quanto alla Banks, parliamo di un attrice protagonista di Hunger Games e di Spiderman.
Davvero nulla a che spartire con i film farlocchi di Francis Kaufmann, con le loro locandine dozzinali e i loro titoli pretenziosi, che però al cinema non sono mai arrivati e probabilmente non hanno mai visto nemmeno il primo ciack.
C’è però un equivoco: la definizione di «film fantasma» non ha a che fare con l’effettiva esistenza della pellicola. E, soprattutto, non è farina del sacco della Verità.
Come ben spiegava Davide Perego nell’articolo uscito domenica, «con questo termine, “fantasma”, vengono definite le 12 opere cinematografiche straniere ammesse due anni fa nelle graduatorie ministeriali per il tax credit ma di cui non c’è alcuna “tracciabilità pubblica” nel nostro Paese, secondo un report di verifica di cui è venuta in possesso La Verità».
L’espressione, che capiamo possa dare adito a fraintendimenti, non è quindi della Verità, ma è stata utilizzata in ambienti ministeriali e dalle strutture collegate che si occupano di controllare dove finiscono i fondi pubblici. La «fantasmaticità» delle pellicole in oggetto non riguardava, in ogni caso, la loro esistenza materiale, bensì l’assenza di spese rendicontate.
Nel 2023, anno preso in esame dall’articolo, i progetti stranieri ammessi al sussidio erano stati 55, per un totale di oltre 356 milioni di euro stanziati. Di questi film, 12 erano per l’appunto totalmente privi di tracciabilità pubblica. Giova ricordare che il sistema esistente ha consentito l’erogazione del tax credit prima della distribuzione per tutte le produzioni esecutive estere, a differenza delle opere italiane che richiedono verifica ex post. Un vero paese della cuccagna, quindi. Anche per i film esteri. Anche per quelli con star hollywoodiane e che, grazie al cielo, per lo meno nelle sale ci sono finiti.
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Al «regista» Kaufmann, sotto inchiesta per la morte di figlia e compagna, il sistema congegnato da Franceschini per accontentare i compagni artisti ha regalato 863.000 euro. Nel solo 2023 altri 12 casi analoghi con stranieri.Il produttore Andrea Iervolino protesta: «Il film con la Banks è uscito nelle sale». Ma quella definizione (non nostra) riguardava l’assenza di tracciabilità pubblica.Lo speciale contiene due articoli. La Filmopoli si allarga. I riflettori della Procura romana sono puntati sul caso di Francis Kaufmann. Il sedicente regista è finito sotto la lente della giustizia perché accusato del duplice omicidio della compagna Anastasia Trofimova e della figlia di 11 mesi Andromeda, trovate morte a Villa Pamphili, a Roma. Ma non solo. Infatti, i pm capitolini, dopo aver acquisito dal Mic i documenti relativi ai fondi pari a 863.000 euro in forma di tax credit per la realizzazione del film Stelle della notte, mai distribuito, vogliono compiere ulteriori accertamenti per capire se il denaro sia stato solo deliberato o anche elargito. Se dovesse essere accertata questa seconda ipotesi, i magistrati vogliono sapere a chi è effettivamente arrivata tale somma. Si tratta, quindi, di un eventuale nuovo filone di indagine che potrebbe portare all’apertura di un altro fascicolo, in cui Kaufmann potrebbe anche comparire come parte lesa di una truffa o di tentata truffa ai danni dello Stato. Il ministero della Cultura ha trasmesso agli inquirenti tutta la documentazione relativa proprio alla richiesta di tax credit, che era stata presentata nel 2020 dalla società Coevolutions. E quella richiesta era stata firmata da un tale Rexal Ford che si scoprirà poi essere il nome d’arte usato da Kaufmann che non poteva comparire con la sua vera identità avendo precedenti penali negli Stati Uniti. Stelle della notte era stato accreditato come una coproduzione internazionale con la Titangel Films (che aveva sede a Malta), ma in realtà si tratta di una pellicolache non risulta essere mai stata girata: non c’è mai stato un set e non ci sono attori scritturati per questa produzione cinematografica. Questa complessa vicenda ha preso il via da un esposto presentato dall’avvocato Michele Lo Foco, specializzato in diritto d’autore e componente del Consiglio superiore della cinematografia e dell’audiovisivo del ministero della Cultura. E poi si è intersecata con la terribile storia del ritrovamento di due cadaveri a Villa Pamphili, a Roma, che vede protagonista il quarantaseienne americano che per un suo lungometraggio aveva ottenuto ben 863.000 euro di tax credit per un film mai realizzato. In questo nuovo filone di indagini, coordinato dal procuratore aggiunto di Roma Giuseppe Cascini e dal sostituto Antonio Verdi, i magistrati vogliono seguire i flussi di denaro e capire dove sono finiti. Gli inquirenti stanno esaminando con attenzione tutta la documentazione in possesso della Direzione generale cinema. La storia dei soldi elargiti per film mai realizzati e i riflettori puntati su un regista americano che ora si trova pure indagato per duplice omicidio potrebbe diventare anche più grave del previsto se i magistrati dovessero trovare riscontro alle loro ipotesi. Per tale motivo, già nei giorni scorsi il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, è intervenuto su Filmopoli e sul caso Kaufmann esprimendo disappunto e rabbia sul sistema di finanziamenti per il cinema: «Il fatto che Francis Kaufmann, indagato per il terribile omicidio di una donna e di una bambina di 11 mesi, tramite una società su cui sono in corso accertamenti, abbia beneficiato indirettamente di 863.000 euro di tax credit (per il titolo Stelle della notte nel 2020), raddoppia lo sgomento e la rabbia di fronte a un sistema di finanziamenti al cinema che ha consentito in passato leggerezze e sprechi. Non permetteremo più che questo accada. Si tratta di distrazioni imperdonabili, un’eredità che i governi precedenti ci hanno lasciato rispetto al tax credit». Per il ministro della Cultura quel finanziamento di quasi novecento mila euro per il film (inesistente) Stelle della notte è qualcosa di intollerabile e inspiegabile. Il governo Meloni ha cercato, in qualche modo, di mettere una pezza al buco con la riforma del tax credit introducendo, tra le altre cose, anche l’obbligo di trasparenza nelle spese di produzione. «Siamo già intervenuti», aveva ribadito lo stesso ministro Giuli, «e stiamo intervenendo con maggiore decisione per riformare una normativa nelle cui pieghe si sono arricchiti truffatori e forse persone addirittura peggiori. Tutto ciò a danno dei contribuenti italiani e dei numerosi operatori dello spettacolo che lavorano in piena legittimità. Non permetteremo più che questo accada, accerteremo ogni responsabilità e ci comporteremo di conseguenza: con rigore e discernimento, per tutelare l’onorabilità del cinema italiano e debellare ogni sacca di parassitismo. Investigheremo sui casi pregressi sospetti. Chi non rispetta le nuove regole non soltanto perderà il beneficio fiscale, ma sarà escluso per cinque anni da qualsiasi agevolazione e, nei casi più gravi, può essere denunciato per truffa».Ieri, il ministro ha così commentato l’apertura del nuovo fascicolo: «Se sono preoccupato sull’inchiesta della Procura sul caso Kaufmann? No, perché ogni volta che si muove la Procura è molto rassicurante. Significa da una parte che il nostro sistema di controlli funziona, lo abbiamo inasprito e saremo ancora più rigorosi nelle sanzioni, e dall’altra è sempre confortante sapere che c’è la magistratura che verifica, controlla, segnala e interviene di conseguenza». Alla luce degli ultimi sviluppi investigativi sul caso «Filmopoli» sembra ancora più evidente che, oltre agli accertamenti dei magistrati romani, sia necessaria una Commissione d’inchiesta sul sistema del tax credit. Il Parlamento, come ha sostenuto il direttore della Verità Maurizio Belpietro nel suoultimo editoriale, adesso deve contribuire a fare chiarezza su tutti questi soldi pubblici elargiti per produzioni fantasma.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/filmopoli-kaufmann-pd-2672502862.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="skincare-e-le-pellicole-fantasma" data-post-id="2672502862" data-published-at="1751313134" data-use-pagination="False"> «Skincare» e le pellicole fantasma Il produttore Andrea Iervolino non ci sta. Parlando con La Verità, il produttore si definisce «offeso e arrabbiato» per l’inserimento della pellicola Skincare nell’elenco dei «film fantasma» citati nella tabella uscita sul nostro giornale di domenica, nell’ambito dell’inchiesta su Filmopoli. «Come si fa a definire Skincare un film fantasma, quando è uscito negli Stati Uniti con uno dei distributori indipendenti di film di qualità di maggior successo del Paese, di proprietà di Amc, una delle più grandi società americane di entertainment? Il suo solo teaser di distribuzione del canale ufficiale ha 1,7 milioni di visualizzazioni. La protagonista è una delle star più importanti del momento, Elizabeth Banks. E questo sarebbe un film fantasma?».È vero, Skincare è un film autentico: è uscito al cinema e ha avuto le sue recensioni. Secondo la pagina della pellicola su Wikipedia in inglese, negli Stati Uniti e in Canada, il film ha incassato 323.856 dollari da 760 sale nel weekend di apertura. Sull’aggregatore di recensioni Rotten Tomatoes, il 69% delle 83 recensioni dei critici sono positive. Quanto alla Banks, parliamo di un attrice protagonista di Hunger Games e di Spiderman.Davvero nulla a che spartire con i film farlocchi di Francis Kaufmann, con le loro locandine dozzinali e i loro titoli pretenziosi, che però al cinema non sono mai arrivati e probabilmente non hanno mai visto nemmeno il primo ciack. C’è però un equivoco: la definizione di «film fantasma» non ha a che fare con l’effettiva esistenza della pellicola. E, soprattutto, non è farina del sacco della Verità.Come ben spiegava Davide Perego nell’articolo uscito domenica, «con questo termine, “fantasma”, vengono definite le 12 opere cinematografiche straniere ammesse due anni fa nelle graduatorie ministeriali per il tax credit ma di cui non c’è alcuna “tracciabilità pubblica” nel nostro Paese, secondo un report di verifica di cui è venuta in possesso La Verità».L’espressione, che capiamo possa dare adito a fraintendimenti, non è quindi della Verità, ma è stata utilizzata in ambienti ministeriali e dalle strutture collegate che si occupano di controllare dove finiscono i fondi pubblici. La «fantasmaticità» delle pellicole in oggetto non riguardava, in ogni caso, la loro esistenza materiale, bensì l’assenza di spese rendicontate.Nel 2023, anno preso in esame dall’articolo, i progetti stranieri ammessi al sussidio erano stati 55, per un totale di oltre 356 milioni di euro stanziati. Di questi film, 12 erano per l’appunto totalmente privi di tracciabilità pubblica. Giova ricordare che il sistema esistente ha consentito l’erogazione del tax credit prima della distribuzione per tutte le produzioni esecutive estere, a differenza delle opere italiane che richiedono verifica ex post. Un vero paese della cuccagna, quindi. Anche per i film esteri. Anche per quelli con star hollywoodiane e che, grazie al cielo, per lo meno nelle sale ci sono finiti.
Ditonellapiaga e Tony Pitony si esibiscono sul palco del teatro Ariston (Ansa)
La serata delle cover, con i duetti tra concorrenti e ospiti, è la più attesa del Festival. A incuriosire sono gli abbinamenti e la scelta dei brani. L’Ariston risponde con entusiasmo: tra omaggi, energia e qualche azzardo, ecco le pagelle della serata.
Elettra Lamborghini con Las Ketchup 6,5 Aserejé, tormentone primi Duemila, è perfetta per tenere vivo il clima di festa creato dal medley di Laura Pausini. L’Ariston ha voglia di divertirsi. Fasciate in uno sgargiante abito lungo trasmettono spensieratezza. Frizzanti.
Alessandro Siani 6,5 Arriva da Napoli, come cinque dei cantanti in gara e chissà se c’entra la caccia all’audience. Il ping-pong con Carlo Conti sui motivi, istituzionali e giocosi, perché Sanremo è Sanremo è una bella idea, ma è appena abbozzata. Timido.
Bianca Balti 8 Un anno dopo, con i capelli, elegante e sorridente. «Sono qua per godermela, non solo per me, ma per tutte le persone che hanno sofferto come me». E «sono innamoratissima». Entusiasta.
Malika Ayane con Claudio Santamaria 4,5 Quando si sceglie Mi sei scoppiato dentro il cuore di Mina bisogna pensarci 10 volte. Inevitabile balzi all’orecchio ciò che manca. E lo scoppio floppa. Temerari.
Bambole di pezza con Cristina D’Avena 6 per l’impegno Sembrano copiare i Maneskin senza riuscirci e questo la dice tutta. Infatti, il meglio lo danno quando citano Whole lotta love dei Led Zeppelin. Ma perché non hanno proposto quella? Confuse.
Tommaso Paradiso con Stadio 7,5 Una sferzata di rock visionario e apocalittico atterra all’Ariston con L’ultima luna di Lucio Dalla. Gaetano Curreri non ha la voce giusta, Tommaso sì. Di culto.
Michele Bravi con Fiorella Mannoia 5 Per la scelta di Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni vale quanto detto per il brano di Mina: si sente il vuoto. Non c’è il carisma, non c’è la drammaticità, non c’è la voce piena dell’interprete originale. Pazienza.
Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & The Band 8,5 Il figlio d’arte cresce e si muove meglio ogni sera. Figurarsi se spunta papà Gianni che Vita la cantava con Lucio Dalla. Chissenefregadeimoralisti.
Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas 8 la voce di Colombre si avvicina a quella di Jimmy Fontana di Il mondo e il confronto con una delle più belle canzoni della musica italiana non è penalizzante. Plausibili.
Fulminacci con Francesca Fagnani 6,5 Qui è più teatro che musica, ma citare Mina e Alberto Lupo di Parole parole dà i brividi. Si può accettare solo in un copione scanzonato e autoironico. Coraggiosi.
LDA e Aka 7even con Tullio De Piscopo 7,5 A 80 anni l’energia e il feeling di De Piscopo sono intatti. E fa tutta la differenza cantare la cover con il suo inventore. L’Ariston continua a fare festa. Andamento veloce.
J-Ax con Ligera County Fam 8 All star de Milan: Cochi Ponzoni (senza Renato Pozzetto) Paolo Rossi, Paolo Jannacci, Ale & Franz accompagnano il rapper. Felicemente sgangherati.
Ditonellapiaga con Tony Pitony 8,5 Parrucca rosa e maschera di plastica. Cabaret anni Quaranta, jazz americano, Broadway, Quartetto Cetra. Con The Lady is a tramp un’altra scarica di energia. E si balla.
Caterina Caselli 9 Emozionata. Ancora con la sua voce metallica e contundente. Non smette di ringraziare le persone dalle quali ha imparato. Interprete, scopritrice di talenti, produttrice discografica, artista completa. Magnetica.
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I veicoli dei talebani controllano la sicurezza a un posto di blocco vicino al confine tra Pakistan e Afghanistan a Nangarhar (Ansa)
L’aviazione pachistana la settimana scorsa aveva condotto una serie di attacchi aerei in Afghanistan, colpendo alcuni campi di addestramento per terroristi. Il bilancio era stato di 18 morti e 7 feriti secondo il governo talebano, che aveva convocato l'ambasciatore del Pakistan a Kabul. Era così iniziata quella che in gergo si definisce come una guerra a bassa intensità con continue «scaramucce» sul confine che avvevano comunque provocato morti e feriti. Il governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha deciso per un attacco in grande stile con missili terra-aria su uffici, caserme e centri di addestramento del regime talebano che non ha una contraerea in grado di difendere il territorio. Gli studenti coranici avevano «ereditato» dagli americani, al loro abbandono dell’Afghanistan, una serie di aerei ed elicotteri, molti dei quali danneggiati e ormai inservibili. Sul confine si sono moltiplicate le battaglie fra le truppe di terra, ma le cifre di morti e feriti divergono sensibilmente. Islamabad ha dichiarato di aver colpito 22 obiettivi militari e che sono stati uccisi 274 funzionari e militanti talebani. Stando a quanto dichiarato dal portavoce delle forze armate pachistane sarebbero stati solamente 12 i militari caduti negli scontri. Il ministro della Difesa dei talebani ha detto che l’aeronautica militare del ministero della Difesa nazionale ha condotto attacchi aerei coordinati contro un accampamento militare vicino a Faizabad, a Islamabad, una base militare a Nowshera, posizioni militari a Jamrud, mentre Zabihullah Mujahid, portavoce del governo talebano, ha subito indetto una conferenza stampa per annunciare che 55 soldati pachistani erano stati uccisi e 19 postazioni conquistate, mentre 8 combattenti talebani erano caduti. Numeri ovviamente incontrollabili, ma appare difficile credere che la cadente aviazione dell’Afghanistan possa aver ottenuto questi risultati. Zabihullah Mujahid, ha aggiunto di voler subito ricorrere al dialogo per risolvere il conflitto con il vicino Pakistan, sottolineando la necessità di una soluzione pacifica e continuando a sperare che il problema venga risolto senza altra violenza. Il portavoce talebano ha respinto le accuse di Islamabad di essere coinvolti negli attacchi terroristici, rispondendo che sono invece loro che sostengono lo Stato islamico che combatte, sotto il nome di Isis K, per abbattere l’emirato dei talebani. Se proseguisse, lo scontro militare sembrerebbe avere un esito certo, perché le forze armate pachistane dispongono di oltre mezzo milione di uomini e di una forza aerea efficiente, oltre ad un arsenale atomico. L’Afghanistan dichiara di avere 150.000 combattenti, ma non si tratta di un vero e proprio esercito, bensì di milizie abituate soltanto alla guerriglia irregolare. Il fronte però è più ampio di quello che potrebbe sembrare perché il ministro della Difesa di Islamabad ha accusato l’India di avere influenza politica sui talebani. Nuova Delhi ha respinto le accuse, denunciando un piano pachistano per destabilizzare il subcontinente indiano. La Cina e la Russia, unica nazione che ha ufficialmente riconosciuto l’emirato dell’Afghanistan, sono al lavoro per una soluzione diplomatica di un conflitto che potrebbe destabilizzare l’intera Asia centrale.
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Matteo Del Fante (Ansa)
L’amministratore delegato sorride tra numeri e strategie, mentre la stima per il 2026 promette ulteriori crescite: «Abbiamo rafforzato la nostra politica dei dividendi», dice, e non è un dettaglio da poco: la cedola proposta sale del 16%, arrivando a 1,25 euro per azione, a testimonianza di un’azienda che non vuole solo correre, ma premiare chi le ha dato fiducia. A dare contenuto a questo risultati soprattutto la finanza e la logistica, con il primato nella consegna dei pacchi.
Il futuro, però, non sono solo conti e percentuali: è anche digitale, innovativo e strategico. Del Fante non si limita a parlare di numeri, ma racconta un percorso di trasformazione che intreccia Poste con Tim, «una partnership che non è mirata a un guadagno immediato ma alla creazione di valore durevole e sostenibile per entrambi i gruppi». Il filo conduttore? Sinergie, integrazione e visione a lungo termine. E per dare concretezza alle parole, la riorganizzazione di gruppo in corso prevede un hub finanziario integrato, dove PostePay e BancoPosta dialogheranno fianco a fianco attraverso la fusione delle rispettive attività. Business come energia e telecomunicazioni saranno distribuiti dalla rete degli sportelli Poste. E non si tratta di semplice fantasia digitale: la nuova super-app di Poste, fiore all’occhiello del 2025, è diventata un fenomeno nazionale, con oltre quattro milioni di utenti giornalieri, la più utilizzata tra gli algoritmi proposti da un’azienda italiana. L’Intelligenza artificiale non è un concetto fumoso: Del Fante la indica come «un acceleratore di crescita chiave» del piano strategico pluriennale che verrà presentato entro il 2026, pronto a inaugurare una nuova stagione dopo nove anni di evoluzioni continue.
I numeri del bilancio restano sotto i riflettori: i ricavi di gruppo hanno raggiunto 13,1 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2024. Il margine operativo tocca i 3,2 miliardi, con un balzo del 10%, e l’utile netto segna 2,2 miliardi, anche questo con un +10%, in anticipo sui target del piano 2024-28. Dalle parole di Del Fante emerge che Poste non solo cresce, ma lo fa stabilmente, costruendo le basi per guardare oltre, fino al 2026: i ricavi sono previsti a 13,5 miliardi, il margine operativo superiore a 3,3 miliardi e l’utile netto (esclusa la partecipazione in Tim) a 2,3 miliardi. Anche i dividendi resteranno generosi, con una percentuale di assegnazione ai soci superiore al 70% degli utili. Da aggiungere un piccolo extra legato all’arrivo del dividendo Tim stimato in cento milioni di euro a partire dal 2027.
Proprio dal gruppo telefonico arriva una novità nella governance. Adrian Calaza, ex direttore finanziario di Tim, è il nuovo presidente di Tim Brasil dove già ricopriva il ruolo di consigliere. Prende il posto di Nicandro Durante. In consiglio entra anche Camillo Greco, direttore finanziario di Poste Italiane. Nell’illustrazione dei conti da parte di Matteo Del Fante manca, naturalmente, il capitolo «grandi manovre»: tra le priorità c’è l’acquisizione del 20% del Polo strategico nazionale da Cdp, un investimento contenuto ma strategico per supportare Tim nella migrazione della pubblica amministrazione italiana verso il cloud. Insomma, tra numeri da record e strategie a lungo termine, Poste italiane si conferma un gigante in movimento: non solo un’azienda di servizi postali e finanziari, ma un ecosistema digitale in piena espansione, pronto a cavalcare la tecnologia, l’Intelligenza artificiale e le sinergie industriali. Matteo Del Fante lo annuncia a tutta la comunità finanziaria che l’ascolta durante la conference call: il 2025 è stato eccezionale, ma l’avventura è appena all’inizio.
Il riflesso dell’uso dell’Ia si vedrà anche sul fronte dei dipendenti: le assunzioni annuali nei centri aziendali nel 2026 si stimano in calo del 15% rispetto alla media degli ultimi quattro anni. Con Tim, di cui è primo socio, Poste ha aperto vari tavoli. I risparmi attesi si aggirano sui cento milioni.
A inizio del prossimo anno, Poste attende, inoltre, completare la riorganizzazione con la creazione di un hub finanziario e la fusione di BancoPosta con PostePay. «A seguito di questa fusione deterremo il business energia e tlc a livello di capogruppo», ha detto l’ad, spiegando il progetto di creazione dell’hub finanziario. L’Intelligenza artificiale sarà cruciale nello sviluppo previsto. Nel servizio clienti ha permesso la riduzione dei costi del 30%. Sono attesi altri 30 milioni entro i prossimi quattro anni. Inoltre, sono stimati fino a circa 100 milioni di euro di risparmio annuo sui costi It.
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