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2019-06-13
«Fermare le gravidanze riduce i crimini»
Getty Images
Altro che certezza della pena, regole severe e aiuti alle forze di polizia. Se davvero si vuole contrastare il crimine, bisogna far altro: promuovere l'aborto. Non impiegano termini così espliciti, eppure è questa la ricetta che John J. Donohue e Steven D. Levitt, due economisti, formulano in uno studio da poco pubblicato con il titolo The impact of legalized abortion on crime over the last two Decades. In buona sostanza, la loro tesi è che la legalizzazione dell'aborto abbia comportato una diminuzione del tasso di criminalità pari al 20% tra il 1997 ed il 1994, calo che arriverebbe circa al 45% se si estende l'osservazione temporale ai primi anni Novanta del secolo scorso.
Tutto questo perché, secondo i due studiosi, il diffondersi dell'aborto impedisce prevalentemente la nascita di bambini che, per i contesti sociali svantaggiati ove si troverebbero a crescere, sarebbero destinati a delinquere. Ma se costoro proprio non nascono, ragionano Donohue e Levitt, non potranno mai contribuire ad alimentare la malavita; e infatti è a partire dagli anni Novanta, quando cioè diversi giovani adulti che in seguito alla legalizzazione dell'aborto, avvenuta negli Usa nel 1973, sono risultati assenti all'appello, che i tassi di criminalità hanno preso a scendere in modo consistente. La tesi dei due economisti quindi convince? Si può cioè ritenere l'aborto un antidoto alla delinquenza? Per quanto bizzarra, è un'ipotesi che a prima vista pare reggere.
Basta però un minimo di riflessione per cogliere in essa due enormi punti deboli, uno di metodo ed uno di merito. Il primo concerne l'indebita confusione tra criminali e criminalità. Donohue e Levitt infatti indicano l'aborto legale come rimedio al crimine perché, a loro dire, previene la venuta al mondo di soggetti ad esso probabili candidati; ma è un ragionamento che non tiene conto che il compito di uno Stato è avversare l'illegalità e perseguirla, non certo sterminare futuri possibili soggetti devianti. Altrimenti dovremmo concludere che il modo migliore per combattere il furto è sopprimere i figli di borseggiatori e rapinatori, proposito evidentemente folle.
Ad ogni modo, nella tesi dei due economisti c'è anche, anzi soprattutto, un errore di sostanza. Per comprenderlo bisogna partire ab origine, ricordando come essi proposero la loro tesi già nel 2001, in uno studio del tutto simile pubblicato sul Quarterly Journal of Economics. Con quella ricerca essenzialmente si affermava quanto si diceva poc'anzi, e cioè che il calo americano del crimine registrato negli anni Novanta sarebbe per lo più dovuto all'aborto legalizzato due decenni prima. Il punto è che tale associazione non ha fondamento.
Lo ha dimostrato Brian Clowes di Human Life International il quale, numeri alla mano, ha messo in luce che, se negli Stati Uniti il tasso di criminalità è diminuito tra i poveri dopo il 1973, non è grazie all'aborto, bensì per il miglioramento delle tecniche investigative e di polizia e soprattutto per la flessione di traffico e consumo di sostanze stupefacenti, in particolare di crack; tanto è vero che le fluttuazioni più significative del crimine, evidenzia Clowes, si sono avute nelle grandi città e tra la popolazione maschile di colore, seguendo quelle della circolazione di tale sostanza illegale.
Curioso, inoltre, che tra il 1984 e il 1993 i tassi di omicidi tra neri siano lievitati di oltre il 500% nonostante le donne di colore avessero fatto registrare tassi di abortività superiori di quasi tre volte rispetto alle donne bianche.
A fare ulteriormente a pezzi la tesi di Donohue e Levitt ci sono poi le osservazioni dello statistico David Murray, il quale conferma che effettivamente a commettere la maggior parte di crimini sono i giovani maschi di età compresa tra i 17 e i 25 anni; peccato che quasi il 60% del declino degli omicidi verificatisi negli Usa dal 1990 si sia verificato nel mondo adulto, superiore ai 25 anni, mentre il contributo criminale ad opera dei delinquenti più giovani, quelli che dovrebbero esser stati decimati dall'aborto legale, è rimasto pressoché invariato.
C'è infine un'altra considerazione di Clowes che polverizza il ragionamento che i due economisti hanno effettuato 18 anni fa per poi replicarlo in queste settimane.
La considerazione è molto semplice e concerne il fatto che, se davvero la pratica abortiva abbassa il crimine, allora ciò deve concretizzarsi non solo in America ma ovunque.
L'esperienza internazionale però dice tutt'altro. La Gran Bretagna, per esempio, ha legalizzato l'aborto nel 1968 con il crimine violento aumentato vertiginosamente intorno al 1985, vale a dire proprio quando - a sentire Donohue e Levitt - avrebbe dovuto diminuire.
Anche la Russia ha registrato un'ondata enorme di crimine violento in seguito allo scioglimento dell'Urss: e pensare che poteva vantare il più alto tasso abortivo del pianeta. L'utilità sociale dell'aborto, tanto più come argine alla criminalità, rimane pertanto avvolta nel mistero. Molto probabile si tratti dunque di una clamorosa fake news, anche se nessun giornalone si premurerà di smentirla.
Giuliano Guzzo
Al capo della Consulta sono gradite solamente le leggi che fanno morire
Vi fidate poco delle toghe? Allora speriamo non abbiate letto, sulla Stampa di ieri, l'intervista al presidente della Corte costituzionale, Giorgio Lattanzi.
Ecco, ad esempio, come ha replicato alle accuse di protagonismo alla Consulta: «Nessun protagonismo. La Corte è sempre stata naturalmente protagonista». Esiste, dunque, un principio «naturale» (un comando divino, una legge fisica) in virtù del quale la Corte costituzionale debba dirigere «l'evoluzione del nostro Paese»? È pacifico come che il tempo scorre in avanti, che il compito della Consulta sia non solamente di «inverare la Costituzione», ma «talvolta» di scoprirne «significati nuovi»? Questi «significati nuovi», curiosamente, spesso ribaltano interi segmenti dell'ordinamento italiano. Prendiamo il caso Marco Cappato, con il rinvio fino a ottobre 2019 del pronunciamento della Consulta sulla costituzionalità del reato di aiuto al suicidio, accompagnato dall'invito al Parlamento a legiferare sul fine vita.
Evidentemente, Lattanzi e i suoi devono aver scoperto un nuovo significato nella Costituzione italiana: la benedizione del «buon cuore» di chi prende i malati e li porta in una clinica a uccidersi. Meno male che, almeno, Lattanzi non si è spinto tanto in là quanto il suo ex collega, Sabino Cassese, che qualche settimana fa, sul Corriere, evocava un «organo di equilibrio e correzione» con cui stemperare gli estremismi del governo sovranista. Al cronista della Stampa, che lo incalzava sul «controllo costituzionale preventivo delle leggi», in pratica una supervisione costante delle Camere da parte della Corte costituzionale, Lattanzi ha ammesso che il «bollino di costituzionalità» preventivo «può disorientare». D'altra parte, giusto perché la Consulta non soffre di protagonismo, il suo presidente ci ha tenuto anche a far trapelare la propria opinione sul decreto Sicurezza: le statistiche ci dicono che «i reati sono in costante diminuzione, il che mi fa pensare che gli interventi legislativi non servano». Certo: una legge per autorizzare i suicidi serve, una legge per la sicurezza di chi è ancora vivo e vorrebbe restarlo, no. Nel mese in cui sono attese dai giudici costituzionali le audizioni degli amministratori che avevano fatto ricorso contro il primo decreto Sicurezza, la sortita di Lattanzi lascia intendere come potrebbe orientarsi la Corte e quale sia il livello delle frizioni istituzionali, ora che al governo c'è il «barbaro» Matteo Salvini. Si sa: la Corte costituzionale è «naturalmente protagonista».
Alessandro Rico
La femminista francese contro gli obiettori
Mentre la Francia, come del resto l'Italia e un po' tutta l'Europa, soffre da anni del gran male della denatalità, della decadenza demografica e del crollo delle nascite, ecco che venerdì scorso - in un Senato francese mezzo vuoto - si è proposto di allungare i tempi per il diritto di abortire.
I senatori presenti stavano discutendo alcuni articoli della futura Legge sanitaria, quando l'ex ministro francese della sanità, Laurence Rossignol, nota per le sue aperture ad eutanasia e fecondazione artificiale, ha fatto inserire nel dibattito, il passaggio dalle 12 alle 14 settimane dal concepimento per poter abortire (legalmente). Abortire si badi bene non nei cosiddetti casi pietosi (stupro o rischio della vita della madre), ma anche senza alcuna motivazione, di nessun genere e specie. Il voto, malgrado il parere contrario dell'attuale ministra della salute Agnès Buzyn e del presidente della Commissione affari sociali Alain Milon, è stato comunque approvato e recepito dall'aula. Nei prossimi giorni quindi si vedrà se i nuovi tempi dell'aborto libero (e gratuito) resteranno quelli attuali o si allungheranno ancora.
Non paga di questo eventuale avanzamento, madame Rossignol ha anche richiesto la «soppressione della clausola di coscienza di cui possono servirsi i medici per rifiutarsi di praticare una interruzione di gravidanza». E qui si sfocia nel totalitarismo puro e semplice, ammantato di pietà e altruismo. Oggi possediamo una incredibili mezzi tecnici e scientifici i quali ci mostrano concretamente la vita e la vitalità del feto umano all'interno del grembo materno. Ed è noto il fatto che l'aborto, a partire almeno dal terzo mese di gravidanza, spegne un cuore che batte: si è giunti perfino ad ascoltare e registrare il pianto dei nascituri, quando il chirurgo, infedele al giuramento di Ippocrate, seziona il bambino in vista dell'espulsione.
Proprio queste ragioni squisitamente materiali hanno convinto moltissimi medici, in qualunque parte del mondo, a non praticare più alcun aborto. Dietro la diffusione dell'obiezione di coscienza infatti non c'è nessun complotto cattolico mondiale, in cui savi anziani tengono le fila da dietro le alte mura del Vaticano. C'è solo la coscienza che si desta, davanti alle immagini che arrivano sullo schermo.
Anche per questo molti Stati dell'apripista America (in fatto d'aborto) stanno pacatamente e convintamente tornano indietro.
Indiana, Georgia, Alabama, Dakota, Kansas, Louisiana e altri stati confederati, non senza il sostegno di fondo di Donald Trump e Mike Pompeo, hanno aperto la via e mostrato che non è vero il presunto dogma secondo cui «indietro non si torna». Il male infatti non è mai strettamente necessario, misteriosamente fatale e iscritto nelle cose. Dipende in larghissima parte dalla volontà umana.
In ogni caso, le attuali femministe francesi come la Rossignol, che costantemente si richiamano alla militante socialista Simone Veil (1927-2017), dimenticano o fanno finta di dimenticare che la Veil era per un aborto minimo ed eccezionale, ed era altresì avversa sia ad ogni libertà assoluta di abortire senza cause sia all'obbligo di praticare aborti da parte del medico contrario. Negli ultimi anni si pentì delle conseguenze della legge di cui porta il nome, ma il latte era versato.
La contraccezione di massa poi, così la raccontavano i progressisti al tempo, avrebbe avuto come conseguenza storica, oltre al superamento della sessuofobia tradizionale, anche quella di contrastare e ridurre l'aborto (clandestino e non). Ma con oltre 200.000 aborti ufficiali in Francia ogni anno, molto spesso praticati (e ripetuti) da ragazze minorenni, si è ottenuto un cortocircuito che ha fatto male a tutti e bene a nessuno.
C'è da augurarsi che nei prossimi giorni la coscienza francese prenda esempio dagli Stati Uniti, oltre che dai medici più coscienziosi, e la difesa della vita umana innocente, anche ma non solo per ragioni demografiche ed economiche, torni ad essere una priorità del governo di Emmanuel Macron. Governo che finora è rimasto completamente sordo alle istanze etiche più autentiche.
Fabrizio Cannone
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Gli scienziati americani John Donohue e Steven D. Levitt, già ampiamente smentiti nel 2001, ora ci riprovano pubblicando una nuova versione del loro allucinante studio. In cui spiegano che eliminare i figli indesiderati fa diminuire la delinquenza.Giorgio Lattanzi bolla il decreto Sicurezza come inutile, ma impone la norma sul fine vita.L'ex ministro Laurence Rossignol propone una legge liberticida. E vuole allungare i tempi per la Ivg.Lo speciale contiene tre articoliAltro che certezza della pena, regole severe e aiuti alle forze di polizia. Se davvero si vuole contrastare il crimine, bisogna far altro: promuovere l'aborto. Non impiegano termini così espliciti, eppure è questa la ricetta che John J. Donohue e Steven D. Levitt, due economisti, formulano in uno studio da poco pubblicato con il titolo The impact of legalized abortion on crime over the last two Decades. In buona sostanza, la loro tesi è che la legalizzazione dell'aborto abbia comportato una diminuzione del tasso di criminalità pari al 20% tra il 1997 ed il 1994, calo che arriverebbe circa al 45% se si estende l'osservazione temporale ai primi anni Novanta del secolo scorso. Tutto questo perché, secondo i due studiosi, il diffondersi dell'aborto impedisce prevalentemente la nascita di bambini che, per i contesti sociali svantaggiati ove si troverebbero a crescere, sarebbero destinati a delinquere. Ma se costoro proprio non nascono, ragionano Donohue e Levitt, non potranno mai contribuire ad alimentare la malavita; e infatti è a partire dagli anni Novanta, quando cioè diversi giovani adulti che in seguito alla legalizzazione dell'aborto, avvenuta negli Usa nel 1973, sono risultati assenti all'appello, che i tassi di criminalità hanno preso a scendere in modo consistente. La tesi dei due economisti quindi convince? Si può cioè ritenere l'aborto un antidoto alla delinquenza? Per quanto bizzarra, è un'ipotesi che a prima vista pare reggere.Basta però un minimo di riflessione per cogliere in essa due enormi punti deboli, uno di metodo ed uno di merito. Il primo concerne l'indebita confusione tra criminali e criminalità. Donohue e Levitt infatti indicano l'aborto legale come rimedio al crimine perché, a loro dire, previene la venuta al mondo di soggetti ad esso probabili candidati; ma è un ragionamento che non tiene conto che il compito di uno Stato è avversare l'illegalità e perseguirla, non certo sterminare futuri possibili soggetti devianti. Altrimenti dovremmo concludere che il modo migliore per combattere il furto è sopprimere i figli di borseggiatori e rapinatori, proposito evidentemente folle.Ad ogni modo, nella tesi dei due economisti c'è anche, anzi soprattutto, un errore di sostanza. Per comprenderlo bisogna partire ab origine, ricordando come essi proposero la loro tesi già nel 2001, in uno studio del tutto simile pubblicato sul Quarterly Journal of Economics. Con quella ricerca essenzialmente si affermava quanto si diceva poc'anzi, e cioè che il calo americano del crimine registrato negli anni Novanta sarebbe per lo più dovuto all'aborto legalizzato due decenni prima. Il punto è che tale associazione non ha fondamento.Lo ha dimostrato Brian Clowes di Human Life International il quale, numeri alla mano, ha messo in luce che, se negli Stati Uniti il tasso di criminalità è diminuito tra i poveri dopo il 1973, non è grazie all'aborto, bensì per il miglioramento delle tecniche investigative e di polizia e soprattutto per la flessione di traffico e consumo di sostanze stupefacenti, in particolare di crack; tanto è vero che le fluttuazioni più significative del crimine, evidenzia Clowes, si sono avute nelle grandi città e tra la popolazione maschile di colore, seguendo quelle della circolazione di tale sostanza illegale. Curioso, inoltre, che tra il 1984 e il 1993 i tassi di omicidi tra neri siano lievitati di oltre il 500% nonostante le donne di colore avessero fatto registrare tassi di abortività superiori di quasi tre volte rispetto alle donne bianche.A fare ulteriormente a pezzi la tesi di Donohue e Levitt ci sono poi le osservazioni dello statistico David Murray, il quale conferma che effettivamente a commettere la maggior parte di crimini sono i giovani maschi di età compresa tra i 17 e i 25 anni; peccato che quasi il 60% del declino degli omicidi verificatisi negli Usa dal 1990 si sia verificato nel mondo adulto, superiore ai 25 anni, mentre il contributo criminale ad opera dei delinquenti più giovani, quelli che dovrebbero esser stati decimati dall'aborto legale, è rimasto pressoché invariato.C'è infine un'altra considerazione di Clowes che polverizza il ragionamento che i due economisti hanno effettuato 18 anni fa per poi replicarlo in queste settimane. La considerazione è molto semplice e concerne il fatto che, se davvero la pratica abortiva abbassa il crimine, allora ciò deve concretizzarsi non solo in America ma ovunque. L'esperienza internazionale però dice tutt'altro. La Gran Bretagna, per esempio, ha legalizzato l'aborto nel 1968 con il crimine violento aumentato vertiginosamente intorno al 1985, vale a dire proprio quando - a sentire Donohue e Levitt - avrebbe dovuto diminuire.Anche la Russia ha registrato un'ondata enorme di crimine violento in seguito allo scioglimento dell'Urss: e pensare che poteva vantare il più alto tasso abortivo del pianeta. L'utilità sociale dell'aborto, tanto più come argine alla criminalità, rimane pertanto avvolta nel mistero. Molto probabile si tratti dunque di una clamorosa fake news, anche se nessun giornalone si premurerà di smentirla. Giuliano Guzzo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fermare-le-gravidanze-riduce-i-crimini-2638792715.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="al-capo-della-consulta-sono-gradite-solamente-le-leggi-che-fanno-morire" data-post-id="2638792715" data-published-at="1781719396" data-use-pagination="False"> Al capo della Consulta sono gradite solamente le leggi che fanno morire Vi fidate poco delle toghe? Allora speriamo non abbiate letto, sulla Stampa di ieri, l'intervista al presidente della Corte costituzionale, Giorgio Lattanzi. Ecco, ad esempio, come ha replicato alle accuse di protagonismo alla Consulta: «Nessun protagonismo. La Corte è sempre stata naturalmente protagonista». Esiste, dunque, un principio «naturale» (un comando divino, una legge fisica) in virtù del quale la Corte costituzionale debba dirigere «l'evoluzione del nostro Paese»? È pacifico come che il tempo scorre in avanti, che il compito della Consulta sia non solamente di «inverare la Costituzione», ma «talvolta» di scoprirne «significati nuovi»? Questi «significati nuovi», curiosamente, spesso ribaltano interi segmenti dell'ordinamento italiano. Prendiamo il caso Marco Cappato, con il rinvio fino a ottobre 2019 del pronunciamento della Consulta sulla costituzionalità del reato di aiuto al suicidio, accompagnato dall'invito al Parlamento a legiferare sul fine vita. Evidentemente, Lattanzi e i suoi devono aver scoperto un nuovo significato nella Costituzione italiana: la benedizione del «buon cuore» di chi prende i malati e li porta in una clinica a uccidersi. Meno male che, almeno, Lattanzi non si è spinto tanto in là quanto il suo ex collega, Sabino Cassese, che qualche settimana fa, sul Corriere, evocava un «organo di equilibrio e correzione» con cui stemperare gli estremismi del governo sovranista. Al cronista della Stampa, che lo incalzava sul «controllo costituzionale preventivo delle leggi», in pratica una supervisione costante delle Camere da parte della Corte costituzionale, Lattanzi ha ammesso che il «bollino di costituzionalità» preventivo «può disorientare». D'altra parte, giusto perché la Consulta non soffre di protagonismo, il suo presidente ci ha tenuto anche a far trapelare la propria opinione sul decreto Sicurezza: le statistiche ci dicono che «i reati sono in costante diminuzione, il che mi fa pensare che gli interventi legislativi non servano». Certo: una legge per autorizzare i suicidi serve, una legge per la sicurezza di chi è ancora vivo e vorrebbe restarlo, no. Nel mese in cui sono attese dai giudici costituzionali le audizioni degli amministratori che avevano fatto ricorso contro il primo decreto Sicurezza, la sortita di Lattanzi lascia intendere come potrebbe orientarsi la Corte e quale sia il livello delle frizioni istituzionali, ora che al governo c'è il «barbaro» Matteo Salvini. Si sa: la Corte costituzionale è «naturalmente protagonista». Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fermare-le-gravidanze-riduce-i-crimini-2638792715.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-femminista-francese-contro-gli-obiettori" data-post-id="2638792715" data-published-at="1781719396" data-use-pagination="False"> La femminista francese contro gli obiettori Mentre la Francia, come del resto l'Italia e un po' tutta l'Europa, soffre da anni del gran male della denatalità, della decadenza demografica e del crollo delle nascite, ecco che venerdì scorso - in un Senato francese mezzo vuoto - si è proposto di allungare i tempi per il diritto di abortire. I senatori presenti stavano discutendo alcuni articoli della futura Legge sanitaria, quando l'ex ministro francese della sanità, Laurence Rossignol, nota per le sue aperture ad eutanasia e fecondazione artificiale, ha fatto inserire nel dibattito, il passaggio dalle 12 alle 14 settimane dal concepimento per poter abortire (legalmente). Abortire si badi bene non nei cosiddetti casi pietosi (stupro o rischio della vita della madre), ma anche senza alcuna motivazione, di nessun genere e specie. Il voto, malgrado il parere contrario dell'attuale ministra della salute Agnès Buzyn e del presidente della Commissione affari sociali Alain Milon, è stato comunque approvato e recepito dall'aula. Nei prossimi giorni quindi si vedrà se i nuovi tempi dell'aborto libero (e gratuito) resteranno quelli attuali o si allungheranno ancora. Non paga di questo eventuale avanzamento, madame Rossignol ha anche richiesto la «soppressione della clausola di coscienza di cui possono servirsi i medici per rifiutarsi di praticare una interruzione di gravidanza». E qui si sfocia nel totalitarismo puro e semplice, ammantato di pietà e altruismo. Oggi possediamo una incredibili mezzi tecnici e scientifici i quali ci mostrano concretamente la vita e la vitalità del feto umano all'interno del grembo materno. Ed è noto il fatto che l'aborto, a partire almeno dal terzo mese di gravidanza, spegne un cuore che batte: si è giunti perfino ad ascoltare e registrare il pianto dei nascituri, quando il chirurgo, infedele al giuramento di Ippocrate, seziona il bambino in vista dell'espulsione. Proprio queste ragioni squisitamente materiali hanno convinto moltissimi medici, in qualunque parte del mondo, a non praticare più alcun aborto. Dietro la diffusione dell'obiezione di coscienza infatti non c'è nessun complotto cattolico mondiale, in cui savi anziani tengono le fila da dietro le alte mura del Vaticano. C'è solo la coscienza che si desta, davanti alle immagini che arrivano sullo schermo. Anche per questo molti Stati dell'apripista America (in fatto d'aborto) stanno pacatamente e convintamente tornano indietro. Indiana, Georgia, Alabama, Dakota, Kansas, Louisiana e altri stati confederati, non senza il sostegno di fondo di Donald Trump e Mike Pompeo, hanno aperto la via e mostrato che non è vero il presunto dogma secondo cui «indietro non si torna». Il male infatti non è mai strettamente necessario, misteriosamente fatale e iscritto nelle cose. Dipende in larghissima parte dalla volontà umana. In ogni caso, le attuali femministe francesi come la Rossignol, che costantemente si richiamano alla militante socialista Simone Veil (1927-2017), dimenticano o fanno finta di dimenticare che la Veil era per un aborto minimo ed eccezionale, ed era altresì avversa sia ad ogni libertà assoluta di abortire senza cause sia all'obbligo di praticare aborti da parte del medico contrario. Negli ultimi anni si pentì delle conseguenze della legge di cui porta il nome, ma il latte era versato. La contraccezione di massa poi, così la raccontavano i progressisti al tempo, avrebbe avuto come conseguenza storica, oltre al superamento della sessuofobia tradizionale, anche quella di contrastare e ridurre l'aborto (clandestino e non). Ma con oltre 200.000 aborti ufficiali in Francia ogni anno, molto spesso praticati (e ripetuti) da ragazze minorenni, si è ottenuto un cortocircuito che ha fatto male a tutti e bene a nessuno. C'è da augurarsi che nei prossimi giorni la coscienza francese prenda esempio dagli Stati Uniti, oltre che dai medici più coscienziosi, e la difesa della vita umana innocente, anche ma non solo per ragioni demografiche ed economiche, torni ad essere una priorità del governo di Emmanuel Macron. Governo che finora è rimasto completamente sordo alle istanze etiche più autentiche. Fabrizio Cannone
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.
Accordo Usa-Iran, petrolio in calo, Fed più silenziosa, deepfake elettorali, caso Platner, Newsom sotto indagine e nuovi dubbi democratici su gas e petrolio.