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2019-06-13
«Fermare le gravidanze riduce i crimini»
Getty Images
Altro che certezza della pena, regole severe e aiuti alle forze di polizia. Se davvero si vuole contrastare il crimine, bisogna far altro: promuovere l'aborto. Non impiegano termini così espliciti, eppure è questa la ricetta che John J. Donohue e Steven D. Levitt, due economisti, formulano in uno studio da poco pubblicato con il titolo The impact of legalized abortion on crime over the last two Decades. In buona sostanza, la loro tesi è che la legalizzazione dell'aborto abbia comportato una diminuzione del tasso di criminalità pari al 20% tra il 1997 ed il 1994, calo che arriverebbe circa al 45% se si estende l'osservazione temporale ai primi anni Novanta del secolo scorso.
Tutto questo perché, secondo i due studiosi, il diffondersi dell'aborto impedisce prevalentemente la nascita di bambini che, per i contesti sociali svantaggiati ove si troverebbero a crescere, sarebbero destinati a delinquere. Ma se costoro proprio non nascono, ragionano Donohue e Levitt, non potranno mai contribuire ad alimentare la malavita; e infatti è a partire dagli anni Novanta, quando cioè diversi giovani adulti che in seguito alla legalizzazione dell'aborto, avvenuta negli Usa nel 1973, sono risultati assenti all'appello, che i tassi di criminalità hanno preso a scendere in modo consistente. La tesi dei due economisti quindi convince? Si può cioè ritenere l'aborto un antidoto alla delinquenza? Per quanto bizzarra, è un'ipotesi che a prima vista pare reggere.
Basta però un minimo di riflessione per cogliere in essa due enormi punti deboli, uno di metodo ed uno di merito. Il primo concerne l'indebita confusione tra criminali e criminalità. Donohue e Levitt infatti indicano l'aborto legale come rimedio al crimine perché, a loro dire, previene la venuta al mondo di soggetti ad esso probabili candidati; ma è un ragionamento che non tiene conto che il compito di uno Stato è avversare l'illegalità e perseguirla, non certo sterminare futuri possibili soggetti devianti. Altrimenti dovremmo concludere che il modo migliore per combattere il furto è sopprimere i figli di borseggiatori e rapinatori, proposito evidentemente folle.
Ad ogni modo, nella tesi dei due economisti c'è anche, anzi soprattutto, un errore di sostanza. Per comprenderlo bisogna partire ab origine, ricordando come essi proposero la loro tesi già nel 2001, in uno studio del tutto simile pubblicato sul Quarterly Journal of Economics. Con quella ricerca essenzialmente si affermava quanto si diceva poc'anzi, e cioè che il calo americano del crimine registrato negli anni Novanta sarebbe per lo più dovuto all'aborto legalizzato due decenni prima. Il punto è che tale associazione non ha fondamento.
Lo ha dimostrato Brian Clowes di Human Life International il quale, numeri alla mano, ha messo in luce che, se negli Stati Uniti il tasso di criminalità è diminuito tra i poveri dopo il 1973, non è grazie all'aborto, bensì per il miglioramento delle tecniche investigative e di polizia e soprattutto per la flessione di traffico e consumo di sostanze stupefacenti, in particolare di crack; tanto è vero che le fluttuazioni più significative del crimine, evidenzia Clowes, si sono avute nelle grandi città e tra la popolazione maschile di colore, seguendo quelle della circolazione di tale sostanza illegale.
Curioso, inoltre, che tra il 1984 e il 1993 i tassi di omicidi tra neri siano lievitati di oltre il 500% nonostante le donne di colore avessero fatto registrare tassi di abortività superiori di quasi tre volte rispetto alle donne bianche.
A fare ulteriormente a pezzi la tesi di Donohue e Levitt ci sono poi le osservazioni dello statistico David Murray, il quale conferma che effettivamente a commettere la maggior parte di crimini sono i giovani maschi di età compresa tra i 17 e i 25 anni; peccato che quasi il 60% del declino degli omicidi verificatisi negli Usa dal 1990 si sia verificato nel mondo adulto, superiore ai 25 anni, mentre il contributo criminale ad opera dei delinquenti più giovani, quelli che dovrebbero esser stati decimati dall'aborto legale, è rimasto pressoché invariato.
C'è infine un'altra considerazione di Clowes che polverizza il ragionamento che i due economisti hanno effettuato 18 anni fa per poi replicarlo in queste settimane.
La considerazione è molto semplice e concerne il fatto che, se davvero la pratica abortiva abbassa il crimine, allora ciò deve concretizzarsi non solo in America ma ovunque.
L'esperienza internazionale però dice tutt'altro. La Gran Bretagna, per esempio, ha legalizzato l'aborto nel 1968 con il crimine violento aumentato vertiginosamente intorno al 1985, vale a dire proprio quando - a sentire Donohue e Levitt - avrebbe dovuto diminuire.
Anche la Russia ha registrato un'ondata enorme di crimine violento in seguito allo scioglimento dell'Urss: e pensare che poteva vantare il più alto tasso abortivo del pianeta. L'utilità sociale dell'aborto, tanto più come argine alla criminalità, rimane pertanto avvolta nel mistero. Molto probabile si tratti dunque di una clamorosa fake news, anche se nessun giornalone si premurerà di smentirla.
Giuliano Guzzo
Al capo della Consulta sono gradite solamente le leggi che fanno morire
Vi fidate poco delle toghe? Allora speriamo non abbiate letto, sulla Stampa di ieri, l'intervista al presidente della Corte costituzionale, Giorgio Lattanzi.
Ecco, ad esempio, come ha replicato alle accuse di protagonismo alla Consulta: «Nessun protagonismo. La Corte è sempre stata naturalmente protagonista». Esiste, dunque, un principio «naturale» (un comando divino, una legge fisica) in virtù del quale la Corte costituzionale debba dirigere «l'evoluzione del nostro Paese»? È pacifico come che il tempo scorre in avanti, che il compito della Consulta sia non solamente di «inverare la Costituzione», ma «talvolta» di scoprirne «significati nuovi»? Questi «significati nuovi», curiosamente, spesso ribaltano interi segmenti dell'ordinamento italiano. Prendiamo il caso Marco Cappato, con il rinvio fino a ottobre 2019 del pronunciamento della Consulta sulla costituzionalità del reato di aiuto al suicidio, accompagnato dall'invito al Parlamento a legiferare sul fine vita.
Evidentemente, Lattanzi e i suoi devono aver scoperto un nuovo significato nella Costituzione italiana: la benedizione del «buon cuore» di chi prende i malati e li porta in una clinica a uccidersi. Meno male che, almeno, Lattanzi non si è spinto tanto in là quanto il suo ex collega, Sabino Cassese, che qualche settimana fa, sul Corriere, evocava un «organo di equilibrio e correzione» con cui stemperare gli estremismi del governo sovranista. Al cronista della Stampa, che lo incalzava sul «controllo costituzionale preventivo delle leggi», in pratica una supervisione costante delle Camere da parte della Corte costituzionale, Lattanzi ha ammesso che il «bollino di costituzionalità» preventivo «può disorientare». D'altra parte, giusto perché la Consulta non soffre di protagonismo, il suo presidente ci ha tenuto anche a far trapelare la propria opinione sul decreto Sicurezza: le statistiche ci dicono che «i reati sono in costante diminuzione, il che mi fa pensare che gli interventi legislativi non servano». Certo: una legge per autorizzare i suicidi serve, una legge per la sicurezza di chi è ancora vivo e vorrebbe restarlo, no. Nel mese in cui sono attese dai giudici costituzionali le audizioni degli amministratori che avevano fatto ricorso contro il primo decreto Sicurezza, la sortita di Lattanzi lascia intendere come potrebbe orientarsi la Corte e quale sia il livello delle frizioni istituzionali, ora che al governo c'è il «barbaro» Matteo Salvini. Si sa: la Corte costituzionale è «naturalmente protagonista».
Alessandro Rico
La femminista francese contro gli obiettori
Mentre la Francia, come del resto l'Italia e un po' tutta l'Europa, soffre da anni del gran male della denatalità, della decadenza demografica e del crollo delle nascite, ecco che venerdì scorso - in un Senato francese mezzo vuoto - si è proposto di allungare i tempi per il diritto di abortire.
I senatori presenti stavano discutendo alcuni articoli della futura Legge sanitaria, quando l'ex ministro francese della sanità, Laurence Rossignol, nota per le sue aperture ad eutanasia e fecondazione artificiale, ha fatto inserire nel dibattito, il passaggio dalle 12 alle 14 settimane dal concepimento per poter abortire (legalmente). Abortire si badi bene non nei cosiddetti casi pietosi (stupro o rischio della vita della madre), ma anche senza alcuna motivazione, di nessun genere e specie. Il voto, malgrado il parere contrario dell'attuale ministra della salute Agnès Buzyn e del presidente della Commissione affari sociali Alain Milon, è stato comunque approvato e recepito dall'aula. Nei prossimi giorni quindi si vedrà se i nuovi tempi dell'aborto libero (e gratuito) resteranno quelli attuali o si allungheranno ancora.
Non paga di questo eventuale avanzamento, madame Rossignol ha anche richiesto la «soppressione della clausola di coscienza di cui possono servirsi i medici per rifiutarsi di praticare una interruzione di gravidanza». E qui si sfocia nel totalitarismo puro e semplice, ammantato di pietà e altruismo. Oggi possediamo una incredibili mezzi tecnici e scientifici i quali ci mostrano concretamente la vita e la vitalità del feto umano all'interno del grembo materno. Ed è noto il fatto che l'aborto, a partire almeno dal terzo mese di gravidanza, spegne un cuore che batte: si è giunti perfino ad ascoltare e registrare il pianto dei nascituri, quando il chirurgo, infedele al giuramento di Ippocrate, seziona il bambino in vista dell'espulsione.
Proprio queste ragioni squisitamente materiali hanno convinto moltissimi medici, in qualunque parte del mondo, a non praticare più alcun aborto. Dietro la diffusione dell'obiezione di coscienza infatti non c'è nessun complotto cattolico mondiale, in cui savi anziani tengono le fila da dietro le alte mura del Vaticano. C'è solo la coscienza che si desta, davanti alle immagini che arrivano sullo schermo.
Anche per questo molti Stati dell'apripista America (in fatto d'aborto) stanno pacatamente e convintamente tornano indietro.
Indiana, Georgia, Alabama, Dakota, Kansas, Louisiana e altri stati confederati, non senza il sostegno di fondo di Donald Trump e Mike Pompeo, hanno aperto la via e mostrato che non è vero il presunto dogma secondo cui «indietro non si torna». Il male infatti non è mai strettamente necessario, misteriosamente fatale e iscritto nelle cose. Dipende in larghissima parte dalla volontà umana.
In ogni caso, le attuali femministe francesi come la Rossignol, che costantemente si richiamano alla militante socialista Simone Veil (1927-2017), dimenticano o fanno finta di dimenticare che la Veil era per un aborto minimo ed eccezionale, ed era altresì avversa sia ad ogni libertà assoluta di abortire senza cause sia all'obbligo di praticare aborti da parte del medico contrario. Negli ultimi anni si pentì delle conseguenze della legge di cui porta il nome, ma il latte era versato.
La contraccezione di massa poi, così la raccontavano i progressisti al tempo, avrebbe avuto come conseguenza storica, oltre al superamento della sessuofobia tradizionale, anche quella di contrastare e ridurre l'aborto (clandestino e non). Ma con oltre 200.000 aborti ufficiali in Francia ogni anno, molto spesso praticati (e ripetuti) da ragazze minorenni, si è ottenuto un cortocircuito che ha fatto male a tutti e bene a nessuno.
C'è da augurarsi che nei prossimi giorni la coscienza francese prenda esempio dagli Stati Uniti, oltre che dai medici più coscienziosi, e la difesa della vita umana innocente, anche ma non solo per ragioni demografiche ed economiche, torni ad essere una priorità del governo di Emmanuel Macron. Governo che finora è rimasto completamente sordo alle istanze etiche più autentiche.
Fabrizio Cannone
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Gli scienziati americani John Donohue e Steven D. Levitt, già ampiamente smentiti nel 2001, ora ci riprovano pubblicando una nuova versione del loro allucinante studio. In cui spiegano che eliminare i figli indesiderati fa diminuire la delinquenza.Giorgio Lattanzi bolla il decreto Sicurezza come inutile, ma impone la norma sul fine vita.L'ex ministro Laurence Rossignol propone una legge liberticida. E vuole allungare i tempi per la Ivg.Lo speciale contiene tre articoliAltro che certezza della pena, regole severe e aiuti alle forze di polizia. Se davvero si vuole contrastare il crimine, bisogna far altro: promuovere l'aborto. Non impiegano termini così espliciti, eppure è questa la ricetta che John J. Donohue e Steven D. Levitt, due economisti, formulano in uno studio da poco pubblicato con il titolo The impact of legalized abortion on crime over the last two Decades. In buona sostanza, la loro tesi è che la legalizzazione dell'aborto abbia comportato una diminuzione del tasso di criminalità pari al 20% tra il 1997 ed il 1994, calo che arriverebbe circa al 45% se si estende l'osservazione temporale ai primi anni Novanta del secolo scorso. Tutto questo perché, secondo i due studiosi, il diffondersi dell'aborto impedisce prevalentemente la nascita di bambini che, per i contesti sociali svantaggiati ove si troverebbero a crescere, sarebbero destinati a delinquere. Ma se costoro proprio non nascono, ragionano Donohue e Levitt, non potranno mai contribuire ad alimentare la malavita; e infatti è a partire dagli anni Novanta, quando cioè diversi giovani adulti che in seguito alla legalizzazione dell'aborto, avvenuta negli Usa nel 1973, sono risultati assenti all'appello, che i tassi di criminalità hanno preso a scendere in modo consistente. La tesi dei due economisti quindi convince? Si può cioè ritenere l'aborto un antidoto alla delinquenza? Per quanto bizzarra, è un'ipotesi che a prima vista pare reggere.Basta però un minimo di riflessione per cogliere in essa due enormi punti deboli, uno di metodo ed uno di merito. Il primo concerne l'indebita confusione tra criminali e criminalità. Donohue e Levitt infatti indicano l'aborto legale come rimedio al crimine perché, a loro dire, previene la venuta al mondo di soggetti ad esso probabili candidati; ma è un ragionamento che non tiene conto che il compito di uno Stato è avversare l'illegalità e perseguirla, non certo sterminare futuri possibili soggetti devianti. Altrimenti dovremmo concludere che il modo migliore per combattere il furto è sopprimere i figli di borseggiatori e rapinatori, proposito evidentemente folle.Ad ogni modo, nella tesi dei due economisti c'è anche, anzi soprattutto, un errore di sostanza. Per comprenderlo bisogna partire ab origine, ricordando come essi proposero la loro tesi già nel 2001, in uno studio del tutto simile pubblicato sul Quarterly Journal of Economics. Con quella ricerca essenzialmente si affermava quanto si diceva poc'anzi, e cioè che il calo americano del crimine registrato negli anni Novanta sarebbe per lo più dovuto all'aborto legalizzato due decenni prima. Il punto è che tale associazione non ha fondamento.Lo ha dimostrato Brian Clowes di Human Life International il quale, numeri alla mano, ha messo in luce che, se negli Stati Uniti il tasso di criminalità è diminuito tra i poveri dopo il 1973, non è grazie all'aborto, bensì per il miglioramento delle tecniche investigative e di polizia e soprattutto per la flessione di traffico e consumo di sostanze stupefacenti, in particolare di crack; tanto è vero che le fluttuazioni più significative del crimine, evidenzia Clowes, si sono avute nelle grandi città e tra la popolazione maschile di colore, seguendo quelle della circolazione di tale sostanza illegale. Curioso, inoltre, che tra il 1984 e il 1993 i tassi di omicidi tra neri siano lievitati di oltre il 500% nonostante le donne di colore avessero fatto registrare tassi di abortività superiori di quasi tre volte rispetto alle donne bianche.A fare ulteriormente a pezzi la tesi di Donohue e Levitt ci sono poi le osservazioni dello statistico David Murray, il quale conferma che effettivamente a commettere la maggior parte di crimini sono i giovani maschi di età compresa tra i 17 e i 25 anni; peccato che quasi il 60% del declino degli omicidi verificatisi negli Usa dal 1990 si sia verificato nel mondo adulto, superiore ai 25 anni, mentre il contributo criminale ad opera dei delinquenti più giovani, quelli che dovrebbero esser stati decimati dall'aborto legale, è rimasto pressoché invariato.C'è infine un'altra considerazione di Clowes che polverizza il ragionamento che i due economisti hanno effettuato 18 anni fa per poi replicarlo in queste settimane. La considerazione è molto semplice e concerne il fatto che, se davvero la pratica abortiva abbassa il crimine, allora ciò deve concretizzarsi non solo in America ma ovunque. L'esperienza internazionale però dice tutt'altro. La Gran Bretagna, per esempio, ha legalizzato l'aborto nel 1968 con il crimine violento aumentato vertiginosamente intorno al 1985, vale a dire proprio quando - a sentire Donohue e Levitt - avrebbe dovuto diminuire.Anche la Russia ha registrato un'ondata enorme di crimine violento in seguito allo scioglimento dell'Urss: e pensare che poteva vantare il più alto tasso abortivo del pianeta. L'utilità sociale dell'aborto, tanto più come argine alla criminalità, rimane pertanto avvolta nel mistero. Molto probabile si tratti dunque di una clamorosa fake news, anche se nessun giornalone si premurerà di smentirla. Giuliano Guzzo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fermare-le-gravidanze-riduce-i-crimini-2638792715.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="al-capo-della-consulta-sono-gradite-solamente-le-leggi-che-fanno-morire" data-post-id="2638792715" data-published-at="1772872965" data-use-pagination="False"> Al capo della Consulta sono gradite solamente le leggi che fanno morire Vi fidate poco delle toghe? Allora speriamo non abbiate letto, sulla Stampa di ieri, l'intervista al presidente della Corte costituzionale, Giorgio Lattanzi. Ecco, ad esempio, come ha replicato alle accuse di protagonismo alla Consulta: «Nessun protagonismo. La Corte è sempre stata naturalmente protagonista». Esiste, dunque, un principio «naturale» (un comando divino, una legge fisica) in virtù del quale la Corte costituzionale debba dirigere «l'evoluzione del nostro Paese»? È pacifico come che il tempo scorre in avanti, che il compito della Consulta sia non solamente di «inverare la Costituzione», ma «talvolta» di scoprirne «significati nuovi»? Questi «significati nuovi», curiosamente, spesso ribaltano interi segmenti dell'ordinamento italiano. Prendiamo il caso Marco Cappato, con il rinvio fino a ottobre 2019 del pronunciamento della Consulta sulla costituzionalità del reato di aiuto al suicidio, accompagnato dall'invito al Parlamento a legiferare sul fine vita. Evidentemente, Lattanzi e i suoi devono aver scoperto un nuovo significato nella Costituzione italiana: la benedizione del «buon cuore» di chi prende i malati e li porta in una clinica a uccidersi. Meno male che, almeno, Lattanzi non si è spinto tanto in là quanto il suo ex collega, Sabino Cassese, che qualche settimana fa, sul Corriere, evocava un «organo di equilibrio e correzione» con cui stemperare gli estremismi del governo sovranista. Al cronista della Stampa, che lo incalzava sul «controllo costituzionale preventivo delle leggi», in pratica una supervisione costante delle Camere da parte della Corte costituzionale, Lattanzi ha ammesso che il «bollino di costituzionalità» preventivo «può disorientare». D'altra parte, giusto perché la Consulta non soffre di protagonismo, il suo presidente ci ha tenuto anche a far trapelare la propria opinione sul decreto Sicurezza: le statistiche ci dicono che «i reati sono in costante diminuzione, il che mi fa pensare che gli interventi legislativi non servano». Certo: una legge per autorizzare i suicidi serve, una legge per la sicurezza di chi è ancora vivo e vorrebbe restarlo, no. Nel mese in cui sono attese dai giudici costituzionali le audizioni degli amministratori che avevano fatto ricorso contro il primo decreto Sicurezza, la sortita di Lattanzi lascia intendere come potrebbe orientarsi la Corte e quale sia il livello delle frizioni istituzionali, ora che al governo c'è il «barbaro» Matteo Salvini. Si sa: la Corte costituzionale è «naturalmente protagonista». Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fermare-le-gravidanze-riduce-i-crimini-2638792715.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-femminista-francese-contro-gli-obiettori" data-post-id="2638792715" data-published-at="1772872965" data-use-pagination="False"> La femminista francese contro gli obiettori Mentre la Francia, come del resto l'Italia e un po' tutta l'Europa, soffre da anni del gran male della denatalità, della decadenza demografica e del crollo delle nascite, ecco che venerdì scorso - in un Senato francese mezzo vuoto - si è proposto di allungare i tempi per il diritto di abortire. I senatori presenti stavano discutendo alcuni articoli della futura Legge sanitaria, quando l'ex ministro francese della sanità, Laurence Rossignol, nota per le sue aperture ad eutanasia e fecondazione artificiale, ha fatto inserire nel dibattito, il passaggio dalle 12 alle 14 settimane dal concepimento per poter abortire (legalmente). Abortire si badi bene non nei cosiddetti casi pietosi (stupro o rischio della vita della madre), ma anche senza alcuna motivazione, di nessun genere e specie. Il voto, malgrado il parere contrario dell'attuale ministra della salute Agnès Buzyn e del presidente della Commissione affari sociali Alain Milon, è stato comunque approvato e recepito dall'aula. Nei prossimi giorni quindi si vedrà se i nuovi tempi dell'aborto libero (e gratuito) resteranno quelli attuali o si allungheranno ancora. Non paga di questo eventuale avanzamento, madame Rossignol ha anche richiesto la «soppressione della clausola di coscienza di cui possono servirsi i medici per rifiutarsi di praticare una interruzione di gravidanza». E qui si sfocia nel totalitarismo puro e semplice, ammantato di pietà e altruismo. Oggi possediamo una incredibili mezzi tecnici e scientifici i quali ci mostrano concretamente la vita e la vitalità del feto umano all'interno del grembo materno. Ed è noto il fatto che l'aborto, a partire almeno dal terzo mese di gravidanza, spegne un cuore che batte: si è giunti perfino ad ascoltare e registrare il pianto dei nascituri, quando il chirurgo, infedele al giuramento di Ippocrate, seziona il bambino in vista dell'espulsione. Proprio queste ragioni squisitamente materiali hanno convinto moltissimi medici, in qualunque parte del mondo, a non praticare più alcun aborto. Dietro la diffusione dell'obiezione di coscienza infatti non c'è nessun complotto cattolico mondiale, in cui savi anziani tengono le fila da dietro le alte mura del Vaticano. C'è solo la coscienza che si desta, davanti alle immagini che arrivano sullo schermo. Anche per questo molti Stati dell'apripista America (in fatto d'aborto) stanno pacatamente e convintamente tornano indietro. Indiana, Georgia, Alabama, Dakota, Kansas, Louisiana e altri stati confederati, non senza il sostegno di fondo di Donald Trump e Mike Pompeo, hanno aperto la via e mostrato che non è vero il presunto dogma secondo cui «indietro non si torna». Il male infatti non è mai strettamente necessario, misteriosamente fatale e iscritto nelle cose. Dipende in larghissima parte dalla volontà umana. In ogni caso, le attuali femministe francesi come la Rossignol, che costantemente si richiamano alla militante socialista Simone Veil (1927-2017), dimenticano o fanno finta di dimenticare che la Veil era per un aborto minimo ed eccezionale, ed era altresì avversa sia ad ogni libertà assoluta di abortire senza cause sia all'obbligo di praticare aborti da parte del medico contrario. Negli ultimi anni si pentì delle conseguenze della legge di cui porta il nome, ma il latte era versato. La contraccezione di massa poi, così la raccontavano i progressisti al tempo, avrebbe avuto come conseguenza storica, oltre al superamento della sessuofobia tradizionale, anche quella di contrastare e ridurre l'aborto (clandestino e non). Ma con oltre 200.000 aborti ufficiali in Francia ogni anno, molto spesso praticati (e ripetuti) da ragazze minorenni, si è ottenuto un cortocircuito che ha fatto male a tutti e bene a nessuno. C'è da augurarsi che nei prossimi giorni la coscienza francese prenda esempio dagli Stati Uniti, oltre che dai medici più coscienziosi, e la difesa della vita umana innocente, anche ma non solo per ragioni demografiche ed economiche, torni ad essere una priorità del governo di Emmanuel Macron. Governo che finora è rimasto completamente sordo alle istanze etiche più autentiche. Fabrizio Cannone
Pedro, Pedro, Pedro. Come avrebbe detto Raffaella Carrà, sembrava tanto perbenino… E invece è un bel filone. Il premier spagnolo, il mito di Elly Schlein e della sinistra radicale italiana, continua a sbandierare la sua presunta autonomia strategica dall’America di Donald Trump. Negare l’uso delle basi in territorio iberico, ha ribadito ieri Sánchez, «è un nostro diritto in quanto Paese sovrano». È il nazionalismo che piace ai progressisti che piacciono. Ma se si gratta sotto la superficie barricadera, ecco che viene fuori la realtà che già il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, aveva indicato durante le sue comunicazioni alla Camera di giovedì: le regole sull’utilizzo delle piattaforme statunitensi sono le stesse in Italia e in Spagna, «perché il trattato è identico». E ciò che abbiamo dovuto concedere noi - il loro impiego per operazioni «non cinetiche», che non riguardano la mobilitazione di mezzi direttamente coinvolti nel conflitto in Iran - «è lo stesso uso che sta concedendo Sánchez». Madrid, anzi, potrebbe essersi spinta persino un po’ più in là.
«scalo a sigonella»
Lo ha scritto la testata El Español: «Almeno due navi e una decina di aerei sono partiti da Rota», in Andalusia, dove sorge l’hub Usa, «in direzione dell’Iran, da quando Sánchez ha posto il veto all’uso delle basi». Il quotidiano ha fornito dettagli molto precisi: l’altro ieri, «due Lockheed Martin KC-130J Super Hercules, noti per la loro capacità di rifornire sia velivoli ad ala fissa che ad ala rotante, sono partiti per il Mediterraneo orientale, una posizione strategica per sostenere l’operazione e rafforzare le difese di Israele contro una potenziale risposta iraniana. Mercoledì 4 marzo, alle 21.00, un aereo da trasporto pesante statunitense C-17° Globemaster III è partito dalla base navale di Rota. La sua destinazione? La base Nato di Sigonella, in Italia. Ha fatto scalo lì e poi ha proseguito per Camp Lemonnier a Gibuti, un piccolo paese costiero di fronte allo Yemen». Se è così, vanno riqualificate pure le affermazioni del nostro governo: ad esempio, secondo il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, le basi presenti nel nostro Paese non sono coinvolte neppure in operazioni logistiche. Ma soprattutto, la ricostruzione dell’Español smonta la prosopopea del primo ministro socialista.
È persino più imbarazzante la testimonianza del Mundo: dal 27 febbraio al 5 marzo, ha rivelato il giornale, da Rota e Morón ci sono stati «non meno di 40» voli. E almeno 24 apparecchi, dopo uno scalo in Germania o in Italia, sarebbero andati ad attaccare l’Iran, «mentre Sánchez si vantava nel “No alla guerra”».
Che i fatti siano diversi da come li racconta il prezzemolino di Pd, Avs e M5s, lo ha confermato ieri anche il sindaco di Rota, José Javier Ruiz Arana, compagno di partito del premier. In un’intervista a Canal Sur Radio, il primo cittadino ha sostenuto che nella struttura si registrano «movimenti quotidiani di aerei e navi». Egli non è in grado di affermare se il traffico sia legato alla missione in Medio Oriente, perché «non ci informano mai e tanto meno vengono informati i Comuni». Gli americani agiscono nella riservatezza e le autorità non si sognano di disturbarli. «Continuiamo a vedere ogni giorno il movimento di aerei e navi», ha riferito Arana, «ma non chiediamo mai dove vanno né da dove vengono». Il sindaco, peraltro, è uno che alla base Usa ci tiene, visto il suo «enorme impatto» sull’«economia locale»: circa 3.000 posti di lavoro.
Può darsi che fosse a questa situazione cui si riferiva la Casa Bianca, quando ha assicurato che Madrid, archiviate le iniziali titubanze, si era messa a collaborare. Il governo spagnolo aveva subito smentito, suscitando l’ira di Trump, che ha minacciato un embargo totale sull’export iberico. Non sarebbe una perdita irreparabile: solo il 5% dei prodotti della Spagna viaggia Oltreoceano, contro l’11% di quelli italiani e il 10% di quelli tedeschi.
la fregata colón
Nonostante sia stato colto con le mani nella marmellata, Sánchez ha proseguito a impartire lezioni di moralità: ieri, pur confermando un «enorme rispetto per la presidenza Usa», ha rivendicato un «atlantismo su base paritaria», ben sapendo che si tratta di una pia illusione, indipendentemente da chi si trovi nello Studio ovale. E ha ribadito che per lui - e per l’omologo portoghese, Luís Montenegro - questa guerra è «uno straordinario errore che pagheremo. E difatti stiamo già pagando con l’aumento del prezzo del petrolio, del prezzo del gas, senza dimenticare il numero di vittime». Tutto vero. Peccato che nessuno se ne sia preoccupato quando un altro presidente americano, Joe Biden, aveva preteso di partecipare a un conflitto per procura contro la Russia a due passi da casa nostra, in Ucraina. Obbligandoci a corrergli dietro e scaricando su noi europei le conseguenze economiche. Sarà che, nel 2022, Sánchez aveva potuto tenere la mente sgombra: in virtù della cosiddetta «eccezione iberica», l’Ue permise a Madrid e Lisbona di disapplicare le regole del mercato comunitario e di introdurre un tetto al costo dell’energia.
Intanto, sull’invio della fregata Colón a Cipro, Sánchez agisce d’imperio, suscitando le proteste del leader dei popolari, Alberto Núñex Feijóo: in nome della legge sulla Difesa nazionale, non vuole chiedere un voto al Parlamento. Pedro, Pedro, Pedro: altro che perbenino…
L’ok del governo serve per i raid. Ma non per sganciare l’atomica
Dieci, nove, sette. Nessuno sa con precisione quante siano le basi statunitensi in Italia. Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, dove Washington tiene parte della sua aeronautica e alcune armi atomiche. Sigonella in Sicilia, Gaeta nel Lazio. E poi Camp Darby in Toscana. Camp Ederle a Vicenza ospita la 173ª Brigata paracadutisti di pronto impiego per il fronte Sud (Africa), mentre la Caserma Del Din, sempre in Veneto, è base di truppe terrestri. Non tutte le sedi però sono note perché alcune di loro si mischiano ospitando personale italiano, statunitense e Nato. Dovrebbe essere composto invece da circa 30.000 unità, tra reclute e ufficiali, l’esercito statunitense di stanza in Italia: 13.000 militari americani nelle basi, altri 21.000 fanno parte invece della VI flotta della Us Navy, dove ci sono 40 navi e 175 aerei di combattimento e di trasporto. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, dopo che lo aveva già fatto Giorgia Meloni, ha assicurato che «i trattati internazionali prevedono soltanto motivi logistici, non sono basi per far partire azioni di bombardamento».
Concetto ribadito anche da Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia: «La concessione di basi militari italiane può riguardare solo atti non cinetici, cioè non di guerra, ma solo per supporto tecnico e logistico». Così come «l’invio di truppe di cui si parla in realtà non sussiste, sussiste la votazione che si è svolta lo scorso anno di una scheda parlamentare votata da tutti con cui si chiede di mettere in sicurezza gli italiani militari e civili già presenti sul territorio». Eppure nonostante le ripetute rassicurazioni del governo, arrivano le intimidazioni di Mohammad Reza Sabouri, ambasciatore iraniano in Italia: «Qualsiasi cooperazione o sostegno di terze parti agli attacchi sarà considerata come un atto di assistenza e ostilità e riceverà una risposta proporzionata». Reza ha poi aggiunto: «Non è una minaccia, è soltanto un monito, la capacità missilistica della Repubblica Islamica è stata sviluppata esclusivamente come legittima difesa. L’Iran ha sempre considerato l’Italia un Paese amico e un ponte di dialogo, diplomazia e pace in Europa. Allo stesso tempo, l’Iran è preparato a tutti i possibili scenari e, qualora si trovi di fronte a qualsiasi minaccia, difenderà con decisione se stesso». Nelle basi, di norma, valgono le leggi italiane, anche se nella prassi nelle aree militari le leggi civili possono essere ignorate nel caso sia in ballo la sicurezza nazionale. Di fatto, quindi, è come se si trattasse di un territorio franco.
I primi patti che regolamentano l’utilizzo delle basi sono stati siglati dopo la Seconda guerra mondiale. Il Nato Sofa del 1951, conosciuto come Convenzione di Londra, e poi il Bilateral infrastructure agreement (Bia), stipulato tra Italia e Stati Uniti il 20 ottobre 1954.
Tra gli addetti ai lavori lo chiamano Accordo Ombrello e il suo contenuto non si conosce. Accordo che poi è stato aggiornato nel 1973 e attualizzato con il Memorandum d’intesa Italia-Usa del 1995. Normalmente si parla di «bilateralizzazione» dell’art. 3 del Trattato Nato che impegna le parti a sviluppare le loro capacità di difesa, individualmente e congiuntamente, e a prestarsi reciproca assistenza per sviluppare le loro capacità di legittima difesa individuale e collettiva. Siti militari Usa in Italia sono già stati utilizzati nei conflitti diverse volte. Nel 1999, con Massimo D’Alema premier, l’Italia ha concesso le basi per i bombardamenti in Kosovo nell’operazione Allied force della Nato a cui prese anche parte direttamente, senza passare per il Parlamento.
Governo e Parlamento nel 2003 (Berlusconi II) durante la seconda Guerra del Golfo condotta dagli Usa approvarono l’invio verso Erbil, in Iraq, dei paracadutisti della diciassettesima Brigata da Camp Ederle. Era una missione non Nato.
Adesso sono in molti a chiedersi cosa succederà. Per quanto riguarda l’uso delle armi atomiche presenti in Italia va ricordato che essendo la Nato un’alleanza difensiva, possono essere usate solo se un Paese alleato fosse attaccato. Un paese Nato, non necessariamente l’Italia. E se la Nato dovesse decidere di usare la bomba atomica che si trova ad Aviano non dovrebbe chiedere il permesso di farlo al governo italiano, ma al Consiglio dell’Alleanza Atlantica. Se questo dovesse dare parere favorevole, allora nulla potrebbe impedire l’uso di quell’arma. Invece nel caso in cui gli Stati Uniti intendano utilizzare una loro postazione come trampolino di lancio per scopi bellici, come gli attacchi a Teheran, serve l’ok del governo italiano.
Nello scalo militare di Sigonella in Sicilia si è intensificato il traffico di droni e aerei americani, ma solo per rifornimento, logistica e sorveglianza aerea mentre una dozzina di F-16 sarebbero già stati trasferiti ad Aviano. Ma mentre le opposizioni si preoccupano di eventuali attacchi all’Iran dall’Italia, il governo si concentra su una minaccia reale: la presenza di infrastrutture statunitensi militari è un elemento sensibile rispetto ad eventuali minacce terroristiche in Italia, tanto che in queste ore il Dipartimento della Pubblica sicurezza ha inviato a prefetti e questori una circolare per il rafforzamento della vigilanza sulle stesse basi e sui siti sensibili riconducibili alla filiera di produzione a interesse militare americano.
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Invece il ministro dello Sviluppo economico, Adolfo Urso, si è intortato (come spesso gli succede, regalando a Maurizio Crozza deliziosi spunti comici) con un fiume di parole: «Allo stato attuale, il prezzo medio dei carburanti è al di sotto dei 2 euro al litro, valori ben lontani dai picchi registrati nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina: ulteriori aumenti dipenderanno dall’evoluzione e dalla durata delle tensioni internazionali. Per questo abbiamo rafforzato il monitoraggio di mister Prezzi su tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione, per impedire che le tensioni in Medio Oriente diventino un pretesto per speculazioni o rincari ingiustificati, e predisposto con il ministro Giancarlo Giorgetti un immediato piano operativo di intervento della Guardia di Finanza».
Ma quali tensioni internazionali? Davvero pensate che stiamo ancora con l’anello al naso? Ma quale piano operativo con Giorgetti? E che monitoraggio rafforzato di mister Prezzi, una specie di Supereroe dell’aria fritta degno di Chi l’ha visto? Gli italiani, sul versante benzina e gasolio, ne hanno le scatole piene delle promesse e dei vedremo: sono anni che speriamo che il famoso taglio delle accise - sempre sulla bocca di chi sta all’opposizione - si concretizzi; al momento le accise sono tutte ancora lì.
Che però ora ci dobbiamo pure beccare quest’altro sciacallaggio legalizzato dove ogni guerra diventa l’occasione per alzare la cresta, allora no, non ci stiamo proprio. E non guardiamo in faccia a nessuno. Si chiami Urso o Pichetto o Vattelappesca. Governo, fai immediatamente qualcosa e non unirti ai furbi che incassano dal nostro pieno.
I fatti sono di facile comprensione: alla pompa di benzina si stanno verificando aumenti… da rapina. Il ministro Urso dice che «allo stato il prezzo dei carburanti è sotto i 2 euro. C’è stato un incremento di qualche centesimo, ma siamo ben lontani da quello che si verificò dopo l’invasione russa dell’Ucraina, quando i prezzi balzarono a 2,25 euro»? Bene, allora non avrà problemi a mandare mister Prezzi e le Fiamme gialle a fare un po’ di controlli. Anzi, gli regaliamo una idea facile facile: se siete troppo impegnati a stare nel Palazzo, aprite una casella mail e invitate i cittadini a fare le fotografie dei distributori di benzina che fanno i banditi. Urso, siccome i nostri lettori ce ne stano mandando, gliele giriamo volentieri: non ci sentiremo affatto in colpa di fare la spia.
Lo diciamo anche agli amici della Lega, il cui ministro Giorgetti è titolare dell’Economia e delle Finanza, e il cui segretario è anche ministro dei Trasporti. «Il partito è al lavoro su un “pacchetto energia” a favore di famiglie e imprese con una serie di emendamenti al decreto già in discussione», è scritto in una nota diramata da via Bellerio. «Inoltre la Lega ritiene assolutamente prioritario creare una task force per individuare e colpire gli speculatori, che approfittando dei conflitti internazionali potrebbero decidere un incremento dei prezzi ingiustificato. Salvini intende convocare anche le compagnie petrolifere per chiedere informazioni ufficiali e avere rassicurazioni viste le potenziali ricadute sui trasporti, con conseguenze economiche per cittadini e imprese. Sempre in quest’ottica c’è l’intenzione anche di aprire un dialogo con l’Antitrust finalizzato a un doveroso monitoraggio costante».
La diciamo come l’avrebbe detta Umberto Bossi negli anni d’oro: attaccatevi al tram. Non ci interessa sapere cosa farete domani e se - come abbiamo sentito dire da «fonti governative» - poi saranno multati i furbi, il problema della gente comune è o-g-g-i, perché è oggi che facciamo il pieno di benzina e oggi lo paghiamo alla cassa. E quindi al governo diamo le accise che dovevano essere tagliate e alle compagnie il «di più» preso con la scusa delle tensioni internazionali. Insomma paga sempre il cittadino. Ecco, la panzana delle tensioni internazionali che farebbero già schizzare alle stelle i prezzi del carburante non la beviamo. E vogliamo che il governo intervenga subito. Inviando immediatamente la Guardia di Finanza in tutta Italia e invitando il Tg1 a fare vedere le immagini delle multe: assicuriamo il direttore (e amico) Gian Marco Chiocci che preferiremmo questo bel servizio rispetto al tutorial (che tristezza) di Sal Da Vinci sul balletto della sua canzonetta.
Per chiudere, caro Urso, caro Giorgetti, caro governo: fate immediatamente qualcosa per evitate che il rin-caro non diventi un altro problema a carico delle famiglie e delle imprese. Passi (per modo di dire…) il mancato taglio delle accise, non passerà l’ennesimo furto alla pompa di benzina.
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Donald Trump (Ansa)
Poco dopo, il presidente americano ha parlato con la Cnn, aprendo alla possibilità che il prossimo leader iraniano sia un religioso e che l’assetto istituzionale del Paese possa non essere democratico. «Non mi danno fastidio i leader religiosi», ha dichiarato, tornando inoltre a evocare uno scenario di tipo venezuelano. La Casa Bianca ha poi specificato che per «resa incondizionata» si intende che l’Iran cessi di essere una minaccia per gli Usa.
Trump, che l’altro ieri aveva pregato con alcuni leader evangelici nello studio ovale per ottenere la benedizione delle forze armate americane, sembrerebbe quindi attualmente poco propenso a un regime change alla Bush jr. L’obiettivo del presidente americano parrebbe infatti essere quello di scegliere come interlocutore qualche esponente del vecchio sistema di potere, dopo averlo adeguatamente addomesticato, per portare Teheran nell’orbita di Washington. L’idea è, in sostanza, quella di trovare una Delcy Rodriguez in salsa iraniana. Secondo Axios, lo stesso segretario di Stato americano Marco Rubio, in una telefonata con gli omologhi arabi l’altro ieri, avrebbe detto che l’obiettivo finale di Washington non sarebbe un regime change, pur ammettendo la necessità di «persone diverse» al potere e che l’operazione bellica potrebbe andare avanti per alcune settimane.
Certo, non è al momento chiaro come la soluzione venezuelana possa sposarsi con il fatto che, secondo varie indiscrezioni, la Cia potrebbe armare i curdi per organizzare un’offensiva di terra e suscitare una rivolta contro il regime khomeinista. Una soluzione, questa, che, caldeggiata da Benjamin Netanyahu, punterebbe sia a un regime change completo sia a creare un Iran dall’assetto istituzionale decentralizzato (se non addirittura con venature separatiste).
È quindi ipotizzabile che, dietro le quinte, il rapporto tra Trump e Netanyahu sia meno compatto di quanto i due vogliano dare a intendere. Del resto, secondo Axios, il premier israeliano avrebbe chiesto conto alla Casa Bianca di alcuni presunti contatti segreti che l’amministrazione americana avrebbe avuto con gli iraniani dopo l’inizio della guerra. Al contempo, non va trascurato il fatto che, sulla questione iraniana, si registra una dialettica sotterranea tra le alte sfere di Washington. JD Vance era scettico su un intervento bellico in grande stile, mentre più propenso si era mostrato Rubio. Si può quindi ipotizzare che tali dinamiche abbiano spinto Trump, negli scorsi giorni, a oscillare tra soluzioni divergenti. Tutto questo, senza trascurare che, secondo il Washington Post, l’esercito americano avrebbe annullato un’esercitazione di paracadutisti d’élite, alimentando l’ipotesi che quei soldati possano essere inviati in Medio Oriente per delle operazioni di guerra.
Al momento, quel che è certo è che Washington punta a rendere l’Iran inoffensivo sotto il profilo nucleare e missilistico, oltre a impedirgli di continuare a foraggiare i suoi proxy regionali. È anche in questo quadro che Trump sta cercando di rendere sempre più isolato il regime khomeinista. Non a caso, ieri il presidente è tornato a mettere sotto pressione uno dei suoi principali alleati latinoamericani: Cuba. «Cuba cadrà molto presto», ha affermato, sottolineando che la leadership castrista vuole «raggiungere un accordo». Mosca, dal canto suo, è preoccupata per la propria influenza in America Latina e in Medio Oriente: in tal senso, secondo gli 007 statunitensi, starebbe fornendo informazioni d’intelligence a Teheran sullo spostamento delle navi e delle truppe di Washington.
Frattanto, il direttore del National Economic Council della Casa Bianca, Kevin Hassett, ha reso noto che l’esercito statunitense sta studiando delle modalità per consentire alle navi di riprendere a passare nello Stretto di Hormuz. Ricordiamo che nell’area viene trasportato circa il 20% del petrolio a livello mondiale. Ora, negli ultimi giorni, il costo dell’energia è salito significativamente negli Usa: un campanello d’allarme inquietante per il Partito repubblicano in vista delle elezioni di Midterm. «Va tutto bene. Sarà un periodo breve. Scenderà molto rapidamente», ha dichiarato ieri Trump alla Cnn, riferendosi al prezzo della benzina. L’Iran sa che la Casa Bianca è politicamente vulnerabile su Hormuz. E per questo il presidente americano si prepara a usare la potenza militare in loco.
Nel frattempo, due funzionari americani hanno fatto sapere a Reuters che, secondo gli investigatori militari di Washington, le forze statunitensi potrebbero essere le responsabili del bombardamento di una scuola femminile iraniana, in cui, sabato scorso, sono morte svariate decine di studentesse. Gli inquirenti «non hanno ancora raggiunto una conclusione definitiva né completato le indagini».
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Ansa
Dopo che Hezbollah ha trascinato il Libano nello scontro mediorientale all’inizio di questa settimana, unendosi alla rappresaglia del regime iraniano, si contano già quasi mezzo milione di sfollati.
A renderlo noto è il Jerusalem post: dal Sud del Libano sono scappati 420.000 civili dopo aver ricevuto ordini di evacuazione, mentre dai sobborghi meridionali di Beirut sono in fuga decine di migliaia di persone.
Se per il primo ministro libanese, Nawaf Salam, si rischia «una catastrofe umanitaria» con il Libano che è «trascinato sempre più verso l’abisso» in una guerra che non ha «né cercato, né scelto», dall’altra parte il portavoce delle Idf, Effie Defrin, ha messo in chiaro la visione israeliana. «Il governo libanese deve disfarsi di Hezbollah e dei Guardiani della rivoluzione che operano dal Libano altrimenti noi li perseguiteremo e attaccheremo».
Dall’inizio dell’operazione in territorio libanese, le Forze di difesa israeliane hanno sottolineato di aver «colpito 500 obiettivi», tra cui i lanciarazzi, i depositi di armi e gli alti comandanti del gruppo di Hezbollah. A tal proposito Defrin ha annunciato che sono stati eliminati oltre 70 militanti del gruppo terroristico.
Restringendo il campo alla sola giornata di ieri, la nuova ondata di raid israeliani ha preso di nuovo di mira Beirut, in particolare il quartiere Sud di Dahiyeh, roccaforte di Hezbollah, dove sono stati distrutti dieci edifici utilizzati dai terroristi. «Tra gli obiettivi», hanno scritto su X le Idf, «c’erano il centro di comando di un consiglio esecutivo e una struttura che ospitava droni utilizzati per attacchi contro Israele». Ed è stato colpito anche il quartier generale delle Guardie rivoluzionarie iraniane, situato sempre nella periferia Sud della capitale. A darsi alla macchia, stando a quanto riferito da Axios, sono decine di pasdaran presenti a Beirut come consiglieri militari di Hezbollah. Nel mirino di Gerusalemme è rientrato pure l’ufficio del capo della divisione per la raccolta fondi di Hamas. Ad annunciarlo sono state le Idf e lo Shin Bet: la sede lavorava per ricevere «centinaia di milioni di dollari in tutto il mondo per l’organizzazione terroristica».
Ma a essere bombardati sono stati anche un appartamento nella città costiera di Sidone, dove si contano cinque morti, e la città di Tiro. Sempre nel Sud del Paese, nel distretto di Marjayoun, si sono registrati scontri a fuoco tra Hezbollah e l’esercito israeliano, mentre altri ordini di evacuazione sono arrivati per i residenti della Valle della Beqa. Il conflitto non ha lasciato esclusa nemmeno la postazione di Unifil nel Libano meridionale: nell’attacco sono stati feriti tre peacekeeper ghanesi e non è ancora chiaro chi sia il responsabile.
Intanto sale il bilancio delle vittime: secondo il ministero della Salute libanese, negli attacchi israeliani sono state uccise 217 persone, mentre i feriti sono 798.
Dall’altra parte della barricata, Israele deve far fronte contemporaneamente ai raid di Hezbollah e del regime iraniano. Come ha spiegato uno dei portavoce delle Idf, Nadav Shoshani, si sono verificati lanci «simultanei e coordinati» con lo scopo di sovraccaricare la difesa aerea israeliana. In meno di 24 ore, Hezbollah ha lanciato 70 razzi contro il territorio israeliano. Tra i bersagli una colonia in Alta Galilea e le postazioni delle Idf lungo la linea di confine. Su quest’ultimo raid, Hezbollah ha comunicato: «I combattenti della Resistenza islamica hanno lanciato un attacco con salve di razzi e fuoco d’artiglieria». E anche il figlio del ministro delle finanze israeliano, Bezalel Smotrich, risulta ferito dopo «un’attività militare al confine». Parallelamente, sin dalle prime ore della mattina, il Comando del fronte interno israeliano ha rilevato il lancio di missili iraniani. Ancora una volta, le sirene sono suonate per almeno tre volte a Tel Aviv e nel centro del Paese, mentre le difese aeree israeliane intercettavano i missili. L’agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna ha aggiunto che «nella raffica di missili» sono inclusi anche i «Kheibar» creati per colpire gli obiettivi strategici nella città israeliana.
La rappresaglia iraniana prosegue a tappeto anche nei Paesi del Golfo. In Arabia Saudita, il ministero della Difesa ha dichiarato che è stato distrutto un missile da crociera vicino alla zona di Al-Kharj. Già nelle prime ore della mattina, Riad aveva abbattuto tre droni diretti alla base aerea Prince Sultan. In Kuwait, l’esercito iraniano ha preso per la seconda volta di mira la base di Ali al Salem, oltre a una petroliera statunitense. Nel Kurdistan iracheno sono state sentite diverse esplosioni vicino all’aeroporto di Erbil. Ma droni iraniani sono stati sganciati anche contro i giacimenti petroliferi di Bassora, in Iraq, con TotalEnergies ed Eni che hanno iniziato a evacuare il personale. Altri vettori sono stati puntati sul Qatar e sugli Emirati Arabi Uniti: Doha ha intercettato un raid contro la base americana di Al Udeid e Abu Dhabi ha abbattuto nove missili e 109 droni. In Bahrein, a Manama, sono stati invece colpiti edifici residenziali e un hotel.
Smart working per il post Khamenei
L’Iran continua a essere scosso da una serie di attacchi militari e da una crisi politica che ruota attorno alla successione di Ali Khamenei. Mentre i bombardamenti proseguono in diverse aree del Paese, la leadership è impegnata nel delicato processo che dovrà portare all’elezione della nuova guida. La televisione di Stato ha riferito che il consiglio direttivo incaricato di organizzare la riunione dell’Assemblea degli esperti si è riunito in modalità virtuale dopo che il complesso di Qom, destinato a ospitare l’incontro, è stato distrutto dai raid aerei israeliani. L’organo ha il compito di definire le modalità con cui l’assemblea dei religiosi dovrà riunirsi per scegliere il futuro leader del Paese. Alla riunione hanno partecipato il presidente Masoud Pezeshkian, il capo della magistratura Gholam Hossein Mohseni Ejehi e l’ayatollah Ali Reza Arafi. Nel comunicato diffuso dai media iraniani non vengono indicati né i tempi della votazione né se la riunione dell’Assemblea degli esperti si terrà in presenza o a distanza.
Sul tavolo resta il nome di Mojtaba Khamenei, figlio della Guida suprema uccisa nei primi giorni del conflitto. Tuttavia, secondo diverse ricostruzioni, il tentativo dei pasdaran di accelerarne la nomina sarebbe fallito. La leadership iraniana appare divisa e sotto pressione anche per le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha definito Mojtaba «un peso piuma», sostenendo che la sua eventuale designazione sarebbe «inaccettabile».
Nel frattempo, l’offensiva israeliana e americana continua a colpire obiettivi sensibili in tutto il territorio iraniano, coste comprese. Le Idf hanno dichiarato di aver bombardato con circa 50 caccia il bunker sotterraneo utilizzato da Ali Khamenei a Teheran, e sganciato circa 100 bombe contro la struttura situata sotto il complesso dirigenziale della capitale. Nelle stesse ore un altro attacco ha colpito il cuore dell’apparato politico iraniano. Asghar Hijazi, capo ad interim dell’ufficio della Guida suprema dopo l’uccisione di Khamenei, sarebbe rimasto ucciso in un raid aereo israeliano a Teheran. La notizia è stata riferita da una fonte israeliana all’emittente Sky News Arabia, mentre l’esercito israeliano ha confermato di aver preso di mira «un alto comandante del regime».
La guerra sta producendo effetti anche sulla vita quotidiana del Paese. Le autorità iraniane hanno disposto la chiusura delle università fino a nuove disposizioni, sospendendo tutte le attività accademiche. Esplosioni sono state segnalate anche nella città portuale di Bandar Abbas, sul Golfo Persico, dove diversi attacchi avrebbero colpito infrastrutture e obiettivi militari. Le tensioni si estendono anche alle aree di confine. L’Azerbaigian ha annunciato l’evacuazione del proprio personale diplomatico dall’Iran dopo l’attacco di giovedì con droni (che ha colpito un aeroporto) e quello di ieri a una scuola in una regione di frontiera. I media azeri sostengono che le Guardie rivoluzionarie iraniane e reti a loro collegate stessero anche preparando una serie di attentati a obiettivi come l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, l’ambasciata israeliana e la sinagoga di Baku.
Nel Nord-ovest dell’Iran, la città di Mahabad, nella provincia dell’Azerbaigian occidentale a maggioranza curda, è stata colpita da intensi bombardamenti che hanno preso di mira installazioni di sicurezza e sedi governative. Secondo fonti citate dall’emittente curda Rudaw, tra gli obiettivi figurano stazioni di polizia e strutture delle forze di sicurezza. Contemporaneamente le autorità del Kurdistan iracheno hanno annunciato lo stop della produzione nel giacimento petrolifero di Sarsang, gestito dalla società americana Hkn Energy, dopo un attacco con droni alle infrastrutture. Teheran ha reagito con nuove minacce. In un documento citato dall’agenzia Mehr, il Consiglio di difesa ha avvertito che tutte le strutture della regione autonoma del Kurdistan iracheno potrebbero diventare bersaglio se venisse consentito il passaggio di militanti verso il territorio iraniano. Ma i missili a disposizione per Teheran sono sempre meno.
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