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2019-06-13
«Fermare le gravidanze riduce i crimini»
Getty Images
Altro che certezza della pena, regole severe e aiuti alle forze di polizia. Se davvero si vuole contrastare il crimine, bisogna far altro: promuovere l'aborto. Non impiegano termini così espliciti, eppure è questa la ricetta che John J. Donohue e Steven D. Levitt, due economisti, formulano in uno studio da poco pubblicato con il titolo The impact of legalized abortion on crime over the last two Decades. In buona sostanza, la loro tesi è che la legalizzazione dell'aborto abbia comportato una diminuzione del tasso di criminalità pari al 20% tra il 1997 ed il 1994, calo che arriverebbe circa al 45% se si estende l'osservazione temporale ai primi anni Novanta del secolo scorso.
Tutto questo perché, secondo i due studiosi, il diffondersi dell'aborto impedisce prevalentemente la nascita di bambini che, per i contesti sociali svantaggiati ove si troverebbero a crescere, sarebbero destinati a delinquere. Ma se costoro proprio non nascono, ragionano Donohue e Levitt, non potranno mai contribuire ad alimentare la malavita; e infatti è a partire dagli anni Novanta, quando cioè diversi giovani adulti che in seguito alla legalizzazione dell'aborto, avvenuta negli Usa nel 1973, sono risultati assenti all'appello, che i tassi di criminalità hanno preso a scendere in modo consistente. La tesi dei due economisti quindi convince? Si può cioè ritenere l'aborto un antidoto alla delinquenza? Per quanto bizzarra, è un'ipotesi che a prima vista pare reggere.
Basta però un minimo di riflessione per cogliere in essa due enormi punti deboli, uno di metodo ed uno di merito. Il primo concerne l'indebita confusione tra criminali e criminalità. Donohue e Levitt infatti indicano l'aborto legale come rimedio al crimine perché, a loro dire, previene la venuta al mondo di soggetti ad esso probabili candidati; ma è un ragionamento che non tiene conto che il compito di uno Stato è avversare l'illegalità e perseguirla, non certo sterminare futuri possibili soggetti devianti. Altrimenti dovremmo concludere che il modo migliore per combattere il furto è sopprimere i figli di borseggiatori e rapinatori, proposito evidentemente folle.
Ad ogni modo, nella tesi dei due economisti c'è anche, anzi soprattutto, un errore di sostanza. Per comprenderlo bisogna partire ab origine, ricordando come essi proposero la loro tesi già nel 2001, in uno studio del tutto simile pubblicato sul Quarterly Journal of Economics. Con quella ricerca essenzialmente si affermava quanto si diceva poc'anzi, e cioè che il calo americano del crimine registrato negli anni Novanta sarebbe per lo più dovuto all'aborto legalizzato due decenni prima. Il punto è che tale associazione non ha fondamento.
Lo ha dimostrato Brian Clowes di Human Life International il quale, numeri alla mano, ha messo in luce che, se negli Stati Uniti il tasso di criminalità è diminuito tra i poveri dopo il 1973, non è grazie all'aborto, bensì per il miglioramento delle tecniche investigative e di polizia e soprattutto per la flessione di traffico e consumo di sostanze stupefacenti, in particolare di crack; tanto è vero che le fluttuazioni più significative del crimine, evidenzia Clowes, si sono avute nelle grandi città e tra la popolazione maschile di colore, seguendo quelle della circolazione di tale sostanza illegale.
Curioso, inoltre, che tra il 1984 e il 1993 i tassi di omicidi tra neri siano lievitati di oltre il 500% nonostante le donne di colore avessero fatto registrare tassi di abortività superiori di quasi tre volte rispetto alle donne bianche.
A fare ulteriormente a pezzi la tesi di Donohue e Levitt ci sono poi le osservazioni dello statistico David Murray, il quale conferma che effettivamente a commettere la maggior parte di crimini sono i giovani maschi di età compresa tra i 17 e i 25 anni; peccato che quasi il 60% del declino degli omicidi verificatisi negli Usa dal 1990 si sia verificato nel mondo adulto, superiore ai 25 anni, mentre il contributo criminale ad opera dei delinquenti più giovani, quelli che dovrebbero esser stati decimati dall'aborto legale, è rimasto pressoché invariato.
C'è infine un'altra considerazione di Clowes che polverizza il ragionamento che i due economisti hanno effettuato 18 anni fa per poi replicarlo in queste settimane.
La considerazione è molto semplice e concerne il fatto che, se davvero la pratica abortiva abbassa il crimine, allora ciò deve concretizzarsi non solo in America ma ovunque.
L'esperienza internazionale però dice tutt'altro. La Gran Bretagna, per esempio, ha legalizzato l'aborto nel 1968 con il crimine violento aumentato vertiginosamente intorno al 1985, vale a dire proprio quando - a sentire Donohue e Levitt - avrebbe dovuto diminuire.
Anche la Russia ha registrato un'ondata enorme di crimine violento in seguito allo scioglimento dell'Urss: e pensare che poteva vantare il più alto tasso abortivo del pianeta. L'utilità sociale dell'aborto, tanto più come argine alla criminalità, rimane pertanto avvolta nel mistero. Molto probabile si tratti dunque di una clamorosa fake news, anche se nessun giornalone si premurerà di smentirla.
Giuliano Guzzo
Al capo della Consulta sono gradite solamente le leggi che fanno morire
Vi fidate poco delle toghe? Allora speriamo non abbiate letto, sulla Stampa di ieri, l'intervista al presidente della Corte costituzionale, Giorgio Lattanzi.
Ecco, ad esempio, come ha replicato alle accuse di protagonismo alla Consulta: «Nessun protagonismo. La Corte è sempre stata naturalmente protagonista». Esiste, dunque, un principio «naturale» (un comando divino, una legge fisica) in virtù del quale la Corte costituzionale debba dirigere «l'evoluzione del nostro Paese»? È pacifico come che il tempo scorre in avanti, che il compito della Consulta sia non solamente di «inverare la Costituzione», ma «talvolta» di scoprirne «significati nuovi»? Questi «significati nuovi», curiosamente, spesso ribaltano interi segmenti dell'ordinamento italiano. Prendiamo il caso Marco Cappato, con il rinvio fino a ottobre 2019 del pronunciamento della Consulta sulla costituzionalità del reato di aiuto al suicidio, accompagnato dall'invito al Parlamento a legiferare sul fine vita.
Evidentemente, Lattanzi e i suoi devono aver scoperto un nuovo significato nella Costituzione italiana: la benedizione del «buon cuore» di chi prende i malati e li porta in una clinica a uccidersi. Meno male che, almeno, Lattanzi non si è spinto tanto in là quanto il suo ex collega, Sabino Cassese, che qualche settimana fa, sul Corriere, evocava un «organo di equilibrio e correzione» con cui stemperare gli estremismi del governo sovranista. Al cronista della Stampa, che lo incalzava sul «controllo costituzionale preventivo delle leggi», in pratica una supervisione costante delle Camere da parte della Corte costituzionale, Lattanzi ha ammesso che il «bollino di costituzionalità» preventivo «può disorientare». D'altra parte, giusto perché la Consulta non soffre di protagonismo, il suo presidente ci ha tenuto anche a far trapelare la propria opinione sul decreto Sicurezza: le statistiche ci dicono che «i reati sono in costante diminuzione, il che mi fa pensare che gli interventi legislativi non servano». Certo: una legge per autorizzare i suicidi serve, una legge per la sicurezza di chi è ancora vivo e vorrebbe restarlo, no. Nel mese in cui sono attese dai giudici costituzionali le audizioni degli amministratori che avevano fatto ricorso contro il primo decreto Sicurezza, la sortita di Lattanzi lascia intendere come potrebbe orientarsi la Corte e quale sia il livello delle frizioni istituzionali, ora che al governo c'è il «barbaro» Matteo Salvini. Si sa: la Corte costituzionale è «naturalmente protagonista».
Alessandro Rico
La femminista francese contro gli obiettori
Mentre la Francia, come del resto l'Italia e un po' tutta l'Europa, soffre da anni del gran male della denatalità, della decadenza demografica e del crollo delle nascite, ecco che venerdì scorso - in un Senato francese mezzo vuoto - si è proposto di allungare i tempi per il diritto di abortire.
I senatori presenti stavano discutendo alcuni articoli della futura Legge sanitaria, quando l'ex ministro francese della sanità, Laurence Rossignol, nota per le sue aperture ad eutanasia e fecondazione artificiale, ha fatto inserire nel dibattito, il passaggio dalle 12 alle 14 settimane dal concepimento per poter abortire (legalmente). Abortire si badi bene non nei cosiddetti casi pietosi (stupro o rischio della vita della madre), ma anche senza alcuna motivazione, di nessun genere e specie. Il voto, malgrado il parere contrario dell'attuale ministra della salute Agnès Buzyn e del presidente della Commissione affari sociali Alain Milon, è stato comunque approvato e recepito dall'aula. Nei prossimi giorni quindi si vedrà se i nuovi tempi dell'aborto libero (e gratuito) resteranno quelli attuali o si allungheranno ancora.
Non paga di questo eventuale avanzamento, madame Rossignol ha anche richiesto la «soppressione della clausola di coscienza di cui possono servirsi i medici per rifiutarsi di praticare una interruzione di gravidanza». E qui si sfocia nel totalitarismo puro e semplice, ammantato di pietà e altruismo. Oggi possediamo una incredibili mezzi tecnici e scientifici i quali ci mostrano concretamente la vita e la vitalità del feto umano all'interno del grembo materno. Ed è noto il fatto che l'aborto, a partire almeno dal terzo mese di gravidanza, spegne un cuore che batte: si è giunti perfino ad ascoltare e registrare il pianto dei nascituri, quando il chirurgo, infedele al giuramento di Ippocrate, seziona il bambino in vista dell'espulsione.
Proprio queste ragioni squisitamente materiali hanno convinto moltissimi medici, in qualunque parte del mondo, a non praticare più alcun aborto. Dietro la diffusione dell'obiezione di coscienza infatti non c'è nessun complotto cattolico mondiale, in cui savi anziani tengono le fila da dietro le alte mura del Vaticano. C'è solo la coscienza che si desta, davanti alle immagini che arrivano sullo schermo.
Anche per questo molti Stati dell'apripista America (in fatto d'aborto) stanno pacatamente e convintamente tornano indietro.
Indiana, Georgia, Alabama, Dakota, Kansas, Louisiana e altri stati confederati, non senza il sostegno di fondo di Donald Trump e Mike Pompeo, hanno aperto la via e mostrato che non è vero il presunto dogma secondo cui «indietro non si torna». Il male infatti non è mai strettamente necessario, misteriosamente fatale e iscritto nelle cose. Dipende in larghissima parte dalla volontà umana.
In ogni caso, le attuali femministe francesi come la Rossignol, che costantemente si richiamano alla militante socialista Simone Veil (1927-2017), dimenticano o fanno finta di dimenticare che la Veil era per un aborto minimo ed eccezionale, ed era altresì avversa sia ad ogni libertà assoluta di abortire senza cause sia all'obbligo di praticare aborti da parte del medico contrario. Negli ultimi anni si pentì delle conseguenze della legge di cui porta il nome, ma il latte era versato.
La contraccezione di massa poi, così la raccontavano i progressisti al tempo, avrebbe avuto come conseguenza storica, oltre al superamento della sessuofobia tradizionale, anche quella di contrastare e ridurre l'aborto (clandestino e non). Ma con oltre 200.000 aborti ufficiali in Francia ogni anno, molto spesso praticati (e ripetuti) da ragazze minorenni, si è ottenuto un cortocircuito che ha fatto male a tutti e bene a nessuno.
C'è da augurarsi che nei prossimi giorni la coscienza francese prenda esempio dagli Stati Uniti, oltre che dai medici più coscienziosi, e la difesa della vita umana innocente, anche ma non solo per ragioni demografiche ed economiche, torni ad essere una priorità del governo di Emmanuel Macron. Governo che finora è rimasto completamente sordo alle istanze etiche più autentiche.
Fabrizio Cannone
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Gli scienziati americani John Donohue e Steven D. Levitt, già ampiamente smentiti nel 2001, ora ci riprovano pubblicando una nuova versione del loro allucinante studio. In cui spiegano che eliminare i figli indesiderati fa diminuire la delinquenza.Giorgio Lattanzi bolla il decreto Sicurezza come inutile, ma impone la norma sul fine vita.L'ex ministro Laurence Rossignol propone una legge liberticida. E vuole allungare i tempi per la Ivg.Lo speciale contiene tre articoliAltro che certezza della pena, regole severe e aiuti alle forze di polizia. Se davvero si vuole contrastare il crimine, bisogna far altro: promuovere l'aborto. Non impiegano termini così espliciti, eppure è questa la ricetta che John J. Donohue e Steven D. Levitt, due economisti, formulano in uno studio da poco pubblicato con il titolo The impact of legalized abortion on crime over the last two Decades. In buona sostanza, la loro tesi è che la legalizzazione dell'aborto abbia comportato una diminuzione del tasso di criminalità pari al 20% tra il 1997 ed il 1994, calo che arriverebbe circa al 45% se si estende l'osservazione temporale ai primi anni Novanta del secolo scorso. Tutto questo perché, secondo i due studiosi, il diffondersi dell'aborto impedisce prevalentemente la nascita di bambini che, per i contesti sociali svantaggiati ove si troverebbero a crescere, sarebbero destinati a delinquere. Ma se costoro proprio non nascono, ragionano Donohue e Levitt, non potranno mai contribuire ad alimentare la malavita; e infatti è a partire dagli anni Novanta, quando cioè diversi giovani adulti che in seguito alla legalizzazione dell'aborto, avvenuta negli Usa nel 1973, sono risultati assenti all'appello, che i tassi di criminalità hanno preso a scendere in modo consistente. La tesi dei due economisti quindi convince? Si può cioè ritenere l'aborto un antidoto alla delinquenza? Per quanto bizzarra, è un'ipotesi che a prima vista pare reggere.Basta però un minimo di riflessione per cogliere in essa due enormi punti deboli, uno di metodo ed uno di merito. Il primo concerne l'indebita confusione tra criminali e criminalità. Donohue e Levitt infatti indicano l'aborto legale come rimedio al crimine perché, a loro dire, previene la venuta al mondo di soggetti ad esso probabili candidati; ma è un ragionamento che non tiene conto che il compito di uno Stato è avversare l'illegalità e perseguirla, non certo sterminare futuri possibili soggetti devianti. Altrimenti dovremmo concludere che il modo migliore per combattere il furto è sopprimere i figli di borseggiatori e rapinatori, proposito evidentemente folle.Ad ogni modo, nella tesi dei due economisti c'è anche, anzi soprattutto, un errore di sostanza. Per comprenderlo bisogna partire ab origine, ricordando come essi proposero la loro tesi già nel 2001, in uno studio del tutto simile pubblicato sul Quarterly Journal of Economics. Con quella ricerca essenzialmente si affermava quanto si diceva poc'anzi, e cioè che il calo americano del crimine registrato negli anni Novanta sarebbe per lo più dovuto all'aborto legalizzato due decenni prima. Il punto è che tale associazione non ha fondamento.Lo ha dimostrato Brian Clowes di Human Life International il quale, numeri alla mano, ha messo in luce che, se negli Stati Uniti il tasso di criminalità è diminuito tra i poveri dopo il 1973, non è grazie all'aborto, bensì per il miglioramento delle tecniche investigative e di polizia e soprattutto per la flessione di traffico e consumo di sostanze stupefacenti, in particolare di crack; tanto è vero che le fluttuazioni più significative del crimine, evidenzia Clowes, si sono avute nelle grandi città e tra la popolazione maschile di colore, seguendo quelle della circolazione di tale sostanza illegale. Curioso, inoltre, che tra il 1984 e il 1993 i tassi di omicidi tra neri siano lievitati di oltre il 500% nonostante le donne di colore avessero fatto registrare tassi di abortività superiori di quasi tre volte rispetto alle donne bianche.A fare ulteriormente a pezzi la tesi di Donohue e Levitt ci sono poi le osservazioni dello statistico David Murray, il quale conferma che effettivamente a commettere la maggior parte di crimini sono i giovani maschi di età compresa tra i 17 e i 25 anni; peccato che quasi il 60% del declino degli omicidi verificatisi negli Usa dal 1990 si sia verificato nel mondo adulto, superiore ai 25 anni, mentre il contributo criminale ad opera dei delinquenti più giovani, quelli che dovrebbero esser stati decimati dall'aborto legale, è rimasto pressoché invariato.C'è infine un'altra considerazione di Clowes che polverizza il ragionamento che i due economisti hanno effettuato 18 anni fa per poi replicarlo in queste settimane. La considerazione è molto semplice e concerne il fatto che, se davvero la pratica abortiva abbassa il crimine, allora ciò deve concretizzarsi non solo in America ma ovunque. L'esperienza internazionale però dice tutt'altro. La Gran Bretagna, per esempio, ha legalizzato l'aborto nel 1968 con il crimine violento aumentato vertiginosamente intorno al 1985, vale a dire proprio quando - a sentire Donohue e Levitt - avrebbe dovuto diminuire.Anche la Russia ha registrato un'ondata enorme di crimine violento in seguito allo scioglimento dell'Urss: e pensare che poteva vantare il più alto tasso abortivo del pianeta. L'utilità sociale dell'aborto, tanto più come argine alla criminalità, rimane pertanto avvolta nel mistero. Molto probabile si tratti dunque di una clamorosa fake news, anche se nessun giornalone si premurerà di smentirla. Giuliano Guzzo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fermare-le-gravidanze-riduce-i-crimini-2638792715.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="al-capo-della-consulta-sono-gradite-solamente-le-leggi-che-fanno-morire" data-post-id="2638792715" data-published-at="1769150280" data-use-pagination="False"> Al capo della Consulta sono gradite solamente le leggi che fanno morire Vi fidate poco delle toghe? Allora speriamo non abbiate letto, sulla Stampa di ieri, l'intervista al presidente della Corte costituzionale, Giorgio Lattanzi. Ecco, ad esempio, come ha replicato alle accuse di protagonismo alla Consulta: «Nessun protagonismo. La Corte è sempre stata naturalmente protagonista». Esiste, dunque, un principio «naturale» (un comando divino, una legge fisica) in virtù del quale la Corte costituzionale debba dirigere «l'evoluzione del nostro Paese»? È pacifico come che il tempo scorre in avanti, che il compito della Consulta sia non solamente di «inverare la Costituzione», ma «talvolta» di scoprirne «significati nuovi»? Questi «significati nuovi», curiosamente, spesso ribaltano interi segmenti dell'ordinamento italiano. Prendiamo il caso Marco Cappato, con il rinvio fino a ottobre 2019 del pronunciamento della Consulta sulla costituzionalità del reato di aiuto al suicidio, accompagnato dall'invito al Parlamento a legiferare sul fine vita. Evidentemente, Lattanzi e i suoi devono aver scoperto un nuovo significato nella Costituzione italiana: la benedizione del «buon cuore» di chi prende i malati e li porta in una clinica a uccidersi. Meno male che, almeno, Lattanzi non si è spinto tanto in là quanto il suo ex collega, Sabino Cassese, che qualche settimana fa, sul Corriere, evocava un «organo di equilibrio e correzione» con cui stemperare gli estremismi del governo sovranista. Al cronista della Stampa, che lo incalzava sul «controllo costituzionale preventivo delle leggi», in pratica una supervisione costante delle Camere da parte della Corte costituzionale, Lattanzi ha ammesso che il «bollino di costituzionalità» preventivo «può disorientare». D'altra parte, giusto perché la Consulta non soffre di protagonismo, il suo presidente ci ha tenuto anche a far trapelare la propria opinione sul decreto Sicurezza: le statistiche ci dicono che «i reati sono in costante diminuzione, il che mi fa pensare che gli interventi legislativi non servano». Certo: una legge per autorizzare i suicidi serve, una legge per la sicurezza di chi è ancora vivo e vorrebbe restarlo, no. Nel mese in cui sono attese dai giudici costituzionali le audizioni degli amministratori che avevano fatto ricorso contro il primo decreto Sicurezza, la sortita di Lattanzi lascia intendere come potrebbe orientarsi la Corte e quale sia il livello delle frizioni istituzionali, ora che al governo c'è il «barbaro» Matteo Salvini. Si sa: la Corte costituzionale è «naturalmente protagonista». Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fermare-le-gravidanze-riduce-i-crimini-2638792715.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-femminista-francese-contro-gli-obiettori" data-post-id="2638792715" data-published-at="1769150280" data-use-pagination="False"> La femminista francese contro gli obiettori Mentre la Francia, come del resto l'Italia e un po' tutta l'Europa, soffre da anni del gran male della denatalità, della decadenza demografica e del crollo delle nascite, ecco che venerdì scorso - in un Senato francese mezzo vuoto - si è proposto di allungare i tempi per il diritto di abortire. I senatori presenti stavano discutendo alcuni articoli della futura Legge sanitaria, quando l'ex ministro francese della sanità, Laurence Rossignol, nota per le sue aperture ad eutanasia e fecondazione artificiale, ha fatto inserire nel dibattito, il passaggio dalle 12 alle 14 settimane dal concepimento per poter abortire (legalmente). Abortire si badi bene non nei cosiddetti casi pietosi (stupro o rischio della vita della madre), ma anche senza alcuna motivazione, di nessun genere e specie. Il voto, malgrado il parere contrario dell'attuale ministra della salute Agnès Buzyn e del presidente della Commissione affari sociali Alain Milon, è stato comunque approvato e recepito dall'aula. Nei prossimi giorni quindi si vedrà se i nuovi tempi dell'aborto libero (e gratuito) resteranno quelli attuali o si allungheranno ancora. Non paga di questo eventuale avanzamento, madame Rossignol ha anche richiesto la «soppressione della clausola di coscienza di cui possono servirsi i medici per rifiutarsi di praticare una interruzione di gravidanza». E qui si sfocia nel totalitarismo puro e semplice, ammantato di pietà e altruismo. Oggi possediamo una incredibili mezzi tecnici e scientifici i quali ci mostrano concretamente la vita e la vitalità del feto umano all'interno del grembo materno. Ed è noto il fatto che l'aborto, a partire almeno dal terzo mese di gravidanza, spegne un cuore che batte: si è giunti perfino ad ascoltare e registrare il pianto dei nascituri, quando il chirurgo, infedele al giuramento di Ippocrate, seziona il bambino in vista dell'espulsione. Proprio queste ragioni squisitamente materiali hanno convinto moltissimi medici, in qualunque parte del mondo, a non praticare più alcun aborto. Dietro la diffusione dell'obiezione di coscienza infatti non c'è nessun complotto cattolico mondiale, in cui savi anziani tengono le fila da dietro le alte mura del Vaticano. C'è solo la coscienza che si desta, davanti alle immagini che arrivano sullo schermo. Anche per questo molti Stati dell'apripista America (in fatto d'aborto) stanno pacatamente e convintamente tornano indietro. Indiana, Georgia, Alabama, Dakota, Kansas, Louisiana e altri stati confederati, non senza il sostegno di fondo di Donald Trump e Mike Pompeo, hanno aperto la via e mostrato che non è vero il presunto dogma secondo cui «indietro non si torna». Il male infatti non è mai strettamente necessario, misteriosamente fatale e iscritto nelle cose. Dipende in larghissima parte dalla volontà umana. In ogni caso, le attuali femministe francesi come la Rossignol, che costantemente si richiamano alla militante socialista Simone Veil (1927-2017), dimenticano o fanno finta di dimenticare che la Veil era per un aborto minimo ed eccezionale, ed era altresì avversa sia ad ogni libertà assoluta di abortire senza cause sia all'obbligo di praticare aborti da parte del medico contrario. Negli ultimi anni si pentì delle conseguenze della legge di cui porta il nome, ma il latte era versato. La contraccezione di massa poi, così la raccontavano i progressisti al tempo, avrebbe avuto come conseguenza storica, oltre al superamento della sessuofobia tradizionale, anche quella di contrastare e ridurre l'aborto (clandestino e non). Ma con oltre 200.000 aborti ufficiali in Francia ogni anno, molto spesso praticati (e ripetuti) da ragazze minorenni, si è ottenuto un cortocircuito che ha fatto male a tutti e bene a nessuno. C'è da augurarsi che nei prossimi giorni la coscienza francese prenda esempio dagli Stati Uniti, oltre che dai medici più coscienziosi, e la difesa della vita umana innocente, anche ma non solo per ragioni demografiche ed economiche, torni ad essere una priorità del governo di Emmanuel Macron. Governo che finora è rimasto completamente sordo alle istanze etiche più autentiche. Fabrizio Cannone
Guido Gallese (Ansa)
Pare che monsignor Guido Gallese, vescovo di Alessandria dal 2012, da un po’ di tempo faccia chiacchierare la città e i suoi fedeli. Sono state inviate diverse segnalazioni. E il Vaticano le ha prese sul serio a tal punto da inviare un ispettore, il cardinale Giuseppe Bertello, presidente emerito del Governatorato del Vaticano e della Pontificia commissione per lo Stato del Vaticano, uno dei pezzi grossi della Santa Sede. Toccherà a lui indagare per cercare di capire se monsignor Gallese ha scelto Tesla o croce. La passione di Gesù o quella per il lusso. Ma non solo: il vescovo di Alessandria è molto chiacchierato anche per il suo amore per il surf, in particolare kitesurf, che praticherebbe soprattutto sulle spiagge sudamericane (Ipanema? Copacabana? Con o senza contorno di samba?), oltre che per certe operazioni immobiliari che in città non sono mai piaciute. «La nostra gestione non ha paura della luce», assicurano in Curia dove però di luce non se ne vede molta. Anzi, sono rimasti al buio. Che, per rispettare Laudato Si’, si siano affidati, oltre che alla Tesla, anche al fotovoltaico?
Scrive infatti La Stampa che in città molti lamentano la mancata pubblicazione dei bilanci da parte della diocesi. Poi si chiacchiera anche sul nuovo Collegio Santa Chiara, proprietà della Chiesa alessandrina, dove una camera tripla costa 370 euro al mese a ogni studente, oltre a 30 euro di parcheggio, 2 euro per i gettoni della lavanderia e 5-10 euro per le card fotocopiatrici. E fa discutere l’immenso convento dei frati cappuccini: loro se ne sono andati in silenzio qualche anno fa (qualcuno dice «sfrattati») e ora lo storico edificio è stato adibito ad alloggio proprio del vescovo. Tutto normale? In diocesi non temono gli ispettori. «Il controllo sarà un’occasione per confermare la bontà del cammino intrapreso», assicura il portavoce. E se poi ogni tanto un pezzo del cammino il vescovo lo fa in Tesla, che male c’è?
Genovese, 64 anni, scout da sempre, laureato in teologia, filosofia e matematica, amante dei Matia Bazar («C’è tutto un mondo intorno» la sua canzone preferita) e di Tchaikovsky, sportivo (oltre al kitesurf ha praticato anche basket, pattinaggio, snowboard e sci), appassionato di Moto Gp, libro preferito: Il fu Mattia Pascal, numero preferito: P greco, monsignor Guido Gallese è ovviamente, come ogni sacerdote, molto attento al tema della povertà. Almeno a parole. Lo scorso 16 dicembre, per esempio, nel fare gli auguri di Natale alla città sottolineava che il problema più importante in Alessandria è proprio «quello della povertà: persone che faticano a sbarcare il lunario, che lavorano e non guadagnano abbastanza». E diceva: «Per questo Dio non è nato ricco in un palazzo. Non aveva nemmeno una culla». In effetti: non aveva una culla. E nemmeno una Tesla, a dirla tutta.
Invece il vescovo che parla di povertà la Tesla ce l’ha, eccome, parcheggiata sotto l’ufficio. E si giustifica proprio come fece Nicola Fratoianni (ricordate?), altro difensore dei poveri beccato con l’auto super lusso. Le parole sono più o meno simili: «Il vescovo percorre migliaia di chilometri ogni anno per i suoi impegni: scegliere un’auto elettrica è stato un investimento consapevole sulla sostenibilità», dicono infatti in curia. Ma si capisce: è un «investimento consapevole», una scelta che punta alla «sostenibilità» e anche «all’efficienza», un modo per adeguarsi all’enciclica Laudato Si’ e far trionfare la chiesa verde, se non al verde, un inno alla catechesi gretina ed ecochic. Ora sarà l’ispettore del Vaticano a dire se queste spiegazioni sono sufficienti e se il vescovo simil Fratoianni può continuare a guidare la Chiesa di Alessandria. Nel frattempo, però, anche monsignor Gallese non può fare a meno di ammettere, tramite il suo portavoce, che può «fare impressione vedere un vescovo su un mezzo simile, spesso associato al lusso». In effetti: può fare impressione, soprattutto se il mezzo simile «spesso associato al lusso» lo si parcheggia, a mo’ di sfregio, davanti alla mensa dei poveri. Non è roba da vescovi. È roba da fuori di Tesla.
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Ansa
La fotografia dell’incredibile situazione è contenuta nella relazione sull’amministrazione della giustizia nel 2025. Due volumi di quasi mille pagine ciascuna, presentati mercoledì mattina dal ministro Carlo Nordio in Parlamento. Fra le tante anomalie che quotidianamente si registrano nei tribunali italiani, il Guardasigilli ha segnalato il raddoppio negli ultimi dieci anni delle spese del cosiddetto gratuito patrocinio. Nel 2015, per difendere chi non aveva la possibilità di nominare un avvocato di fiducia, lo Stato spendeva 215 milioni. Oggi la somma sfiora il mezzo miliardo. In pratica, più o meno quel che destiniamo al Fondo per le disabilità. Naturalmente, come recita l’articolo 24 della Costituzione, la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Dunque, primo, secondo e terzo grado di giudizio. E chi non può permettersi di ingaggiare un avvocato che lo difenda? La carta su cui si fonda la nostra Repubblica, chiarisce che «sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti a ogni giurisdizione».
Ovviamente gli immigrati sono considerati sempre e senza troppi approfondimenti persone che non hanno la possibilità di pagarsi un legale. Perciò paga Pantalone, cioè i contribuenti. Il problema è che gli extracomunitari giunti in Italia magari non avranno un soldo per ingaggiare un legale, però hanno tutte le informazioni che servono per nominarlo a spese dello Stato. In qualche caso, appena sbarcati, in tasca hanno già il numero di telefono dell’avvocato a cui appellarsi in caso di fermo, di diniego del permesso di soggiorno e perfino qualora venga loro consegnato un decreto di espulsione.
Forse non conoscono le nostre leggi e infatti molti si guardano bene dal rispettarle, tuttavia, conoscono a menadito i loro diritti e li fanno valere senza alcuna esitazione. Il conto di tutto ciò vale quasi 500 milioni, perché in gran parte sono gli stranieri a beneficiare del gratuito patrocinio. Una voce che pesa e non poco sul bilancio della giustizia, impedendo che questi fondi siano dirottati per consentire un migliore funzionamento dei tribunali.
Ma come si è arrivati a questa situazione? Semplice, la crescente immigrazione si è trasformata in un business per alcuni piccoli studi legali. I quali magari facevano fatica a campare con l’attività ordinaria, ma poi hanno scoperto la miniera d’oro dei ricorsi contro il diniego del permesso di soggiorno e i decreti di espulsione. Un affare, appunto, da mezzo miliardo. È vero che le parcelle sono al minimo, sulla base dei parametri forensi fissati dalle tabelle dell’ordine di categoria. Ma anche se basso, quando il compenso è esteso a una platea molto vasta, come quella degli immigrati, alla fine il fatturato è garantito e per di più dallo Stato.
In pratica, vista la difficoltà nell’accertare se lo straniero abbia o meno un reddito che gli consenta di pagarsi l’avvocato, della parcella si fa carico il ministero. Risultato, noi paghiamo un esercito di avvocati per impedire che chi non ha diritto di restare in Italia venga espulso. Vi sembra un paradosso? A me pare una follia. Non solo abbiamo dei giudici che si oppongono ai rimpatri, ma dobbiamo pure sobbarcarci della difesa di chi non vogliamo. E poi ci offendiamo se Trump o Vance dicono che l’Europa si avvia al suicidio.
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