- Gli scienziati americani John Donohue e Steven D. Levitt, già ampiamente smentiti nel 2001, ora ci riprovano pubblicando una nuova versione del loro allucinante studio. In cui spiegano che eliminare i figli indesiderati fa diminuire la delinquenza.
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Altro che certezza della pena, regole severe e aiuti alle forze di polizia. Se davvero si vuole contrastare il crimine, bisogna far altro: promuovere l’aborto. Non impiegano termini così espliciti, eppure è questa la ricetta che John J. Donohue e Steven D. Levitt, due economisti, formulano in uno studio da poco pubblicato con il titolo The impact of legalized abortion on crime over the last two Decades. In buona sostanza, la loro tesi è che la legalizzazione dell’aborto abbia comportato una diminuzione del tasso di criminalità pari al 20% tra il 1997 ed il 1994, calo che arriverebbe circa al 45% se si estende l’osservazione temporale ai primi anni Novanta del secolo scorso.
Tutto questo perché, secondo i due studiosi, il diffondersi dell’aborto impedisce prevalentemente la nascita di bambini che, per i contesti sociali svantaggiati ove si troverebbero a crescere, sarebbero destinati a delinquere. Ma se costoro proprio non nascono, ragionano Donohue e Levitt, non potranno mai contribuire ad alimentare la malavita; e infatti è a partire dagli anni Novanta, quando cioè diversi giovani adulti che in seguito alla legalizzazione dell’aborto, avvenuta negli Usa nel 1973, sono risultati assenti all’appello, che i tassi di criminalità hanno preso a scendere in modo consistente. La tesi dei due economisti quindi convince? Si può cioè ritenere l’aborto un antidoto alla delinquenza? Per quanto bizzarra, è un’ipotesi che a prima vista pare reggere.
Basta però un minimo di riflessione per cogliere in essa due enormi punti deboli, uno di metodo ed uno di merito. Il primo concerne l’indebita confusione tra criminali e criminalità. Donohue e Levitt infatti indicano l’aborto legale come rimedio al crimine perché, a loro dire, previene la venuta al mondo di soggetti ad esso probabili candidati; ma è un ragionamento che non tiene conto che il compito di uno Stato è avversare l’illegalità e perseguirla, non certo sterminare futuri possibili soggetti devianti. Altrimenti dovremmo concludere che il modo migliore per combattere il furto è sopprimere i figli di borseggiatori e rapinatori, proposito evidentemente folle.
Ad ogni modo, nella tesi dei due economisti c’è anche, anzi soprattutto, un errore di sostanza. Per comprenderlo bisogna partire ab origine, ricordando come essi proposero la loro tesi già nel 2001, in uno studio del tutto simile pubblicato sul Quarterly Journal of Economics. Con quella ricerca essenzialmente si affermava quanto si diceva poc’anzi, e cioè che il calo americano del crimine registrato negli anni Novanta sarebbe per lo più dovuto all’aborto legalizzato due decenni prima. Il punto è che tale associazione non ha fondamento.
Lo ha dimostrato Brian Clowes di Human Life International il quale, numeri alla mano, ha messo in luce che, se negli Stati Uniti il tasso di criminalità è diminuito tra i poveri dopo il 1973, non è grazie all’aborto, bensì per il miglioramento delle tecniche investigative e di polizia e soprattutto per la flessione di traffico e consumo di sostanze stupefacenti, in particolare di crack; tanto è vero che le fluttuazioni più significative del crimine, evidenzia Clowes, si sono avute nelle grandi città e tra la popolazione maschile di colore, seguendo quelle della circolazione di tale sostanza illegale.
Curioso, inoltre, che tra il 1984 e il 1993 i tassi di omicidi tra neri siano lievitati di oltre il 500% nonostante le donne di colore avessero fatto registrare tassi di abortività superiori di quasi tre volte rispetto alle donne bianche.
A fare ulteriormente a pezzi la tesi di Donohue e Levitt ci sono poi le osservazioni dello statistico David Murray, il quale conferma che effettivamente a commettere la maggior parte di crimini sono i giovani maschi di età compresa tra i 17 e i 25 anni; peccato che quasi il 60% del declino degli omicidi verificatisi negli Usa dal 1990 si sia verificato nel mondo adulto, superiore ai 25 anni, mentre il contributo criminale ad opera dei delinquenti più giovani, quelli che dovrebbero esser stati decimati dall’aborto legale, è rimasto pressoché invariato.
C’è infine un’altra considerazione di Clowes che polverizza il ragionamento che i due economisti hanno effettuato 18 anni fa per poi replicarlo in queste settimane.
La considerazione è molto semplice e concerne il fatto che, se davvero la pratica abortiva abbassa il crimine, allora ciò deve concretizzarsi non solo in America ma ovunque.
L’esperienza internazionale però dice tutt’altro. La Gran Bretagna, per esempio, ha legalizzato l’aborto nel 1968 con il crimine violento aumentato vertiginosamente intorno al 1985, vale a dire proprio quando – a sentire Donohue e Levitt – avrebbe dovuto diminuire.
Anche la Russia ha registrato un’ondata enorme di crimine violento in seguito allo scioglimento dell’Urss: e pensare che poteva vantare il più alto tasso abortivo del pianeta. L’utilità sociale dell’aborto, tanto più come argine alla criminalità, rimane pertanto avvolta nel mistero. Molto probabile si tratti dunque di una clamorosa fake news, anche se nessun giornalone si premurerà di smentirla.
Giuliano Guzzo
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