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2019-06-13
«Fermare le gravidanze riduce i crimini»
Getty Images
Altro che certezza della pena, regole severe e aiuti alle forze di polizia. Se davvero si vuole contrastare il crimine, bisogna far altro: promuovere l'aborto. Non impiegano termini così espliciti, eppure è questa la ricetta che John J. Donohue e Steven D. Levitt, due economisti, formulano in uno studio da poco pubblicato con il titolo The impact of legalized abortion on crime over the last two Decades. In buona sostanza, la loro tesi è che la legalizzazione dell'aborto abbia comportato una diminuzione del tasso di criminalità pari al 20% tra il 1997 ed il 1994, calo che arriverebbe circa al 45% se si estende l'osservazione temporale ai primi anni Novanta del secolo scorso.
Tutto questo perché, secondo i due studiosi, il diffondersi dell'aborto impedisce prevalentemente la nascita di bambini che, per i contesti sociali svantaggiati ove si troverebbero a crescere, sarebbero destinati a delinquere. Ma se costoro proprio non nascono, ragionano Donohue e Levitt, non potranno mai contribuire ad alimentare la malavita; e infatti è a partire dagli anni Novanta, quando cioè diversi giovani adulti che in seguito alla legalizzazione dell'aborto, avvenuta negli Usa nel 1973, sono risultati assenti all'appello, che i tassi di criminalità hanno preso a scendere in modo consistente. La tesi dei due economisti quindi convince? Si può cioè ritenere l'aborto un antidoto alla delinquenza? Per quanto bizzarra, è un'ipotesi che a prima vista pare reggere.
Basta però un minimo di riflessione per cogliere in essa due enormi punti deboli, uno di metodo ed uno di merito. Il primo concerne l'indebita confusione tra criminali e criminalità. Donohue e Levitt infatti indicano l'aborto legale come rimedio al crimine perché, a loro dire, previene la venuta al mondo di soggetti ad esso probabili candidati; ma è un ragionamento che non tiene conto che il compito di uno Stato è avversare l'illegalità e perseguirla, non certo sterminare futuri possibili soggetti devianti. Altrimenti dovremmo concludere che il modo migliore per combattere il furto è sopprimere i figli di borseggiatori e rapinatori, proposito evidentemente folle.
Ad ogni modo, nella tesi dei due economisti c'è anche, anzi soprattutto, un errore di sostanza. Per comprenderlo bisogna partire ab origine, ricordando come essi proposero la loro tesi già nel 2001, in uno studio del tutto simile pubblicato sul Quarterly Journal of Economics. Con quella ricerca essenzialmente si affermava quanto si diceva poc'anzi, e cioè che il calo americano del crimine registrato negli anni Novanta sarebbe per lo più dovuto all'aborto legalizzato due decenni prima. Il punto è che tale associazione non ha fondamento.
Lo ha dimostrato Brian Clowes di Human Life International il quale, numeri alla mano, ha messo in luce che, se negli Stati Uniti il tasso di criminalità è diminuito tra i poveri dopo il 1973, non è grazie all'aborto, bensì per il miglioramento delle tecniche investigative e di polizia e soprattutto per la flessione di traffico e consumo di sostanze stupefacenti, in particolare di crack; tanto è vero che le fluttuazioni più significative del crimine, evidenzia Clowes, si sono avute nelle grandi città e tra la popolazione maschile di colore, seguendo quelle della circolazione di tale sostanza illegale.
Curioso, inoltre, che tra il 1984 e il 1993 i tassi di omicidi tra neri siano lievitati di oltre il 500% nonostante le donne di colore avessero fatto registrare tassi di abortività superiori di quasi tre volte rispetto alle donne bianche.
A fare ulteriormente a pezzi la tesi di Donohue e Levitt ci sono poi le osservazioni dello statistico David Murray, il quale conferma che effettivamente a commettere la maggior parte di crimini sono i giovani maschi di età compresa tra i 17 e i 25 anni; peccato che quasi il 60% del declino degli omicidi verificatisi negli Usa dal 1990 si sia verificato nel mondo adulto, superiore ai 25 anni, mentre il contributo criminale ad opera dei delinquenti più giovani, quelli che dovrebbero esser stati decimati dall'aborto legale, è rimasto pressoché invariato.
C'è infine un'altra considerazione di Clowes che polverizza il ragionamento che i due economisti hanno effettuato 18 anni fa per poi replicarlo in queste settimane.
La considerazione è molto semplice e concerne il fatto che, se davvero la pratica abortiva abbassa il crimine, allora ciò deve concretizzarsi non solo in America ma ovunque.
L'esperienza internazionale però dice tutt'altro. La Gran Bretagna, per esempio, ha legalizzato l'aborto nel 1968 con il crimine violento aumentato vertiginosamente intorno al 1985, vale a dire proprio quando - a sentire Donohue e Levitt - avrebbe dovuto diminuire.
Anche la Russia ha registrato un'ondata enorme di crimine violento in seguito allo scioglimento dell'Urss: e pensare che poteva vantare il più alto tasso abortivo del pianeta. L'utilità sociale dell'aborto, tanto più come argine alla criminalità, rimane pertanto avvolta nel mistero. Molto probabile si tratti dunque di una clamorosa fake news, anche se nessun giornalone si premurerà di smentirla.
Giuliano Guzzo
Al capo della Consulta sono gradite solamente le leggi che fanno morire
Vi fidate poco delle toghe? Allora speriamo non abbiate letto, sulla Stampa di ieri, l'intervista al presidente della Corte costituzionale, Giorgio Lattanzi.
Ecco, ad esempio, come ha replicato alle accuse di protagonismo alla Consulta: «Nessun protagonismo. La Corte è sempre stata naturalmente protagonista». Esiste, dunque, un principio «naturale» (un comando divino, una legge fisica) in virtù del quale la Corte costituzionale debba dirigere «l'evoluzione del nostro Paese»? È pacifico come che il tempo scorre in avanti, che il compito della Consulta sia non solamente di «inverare la Costituzione», ma «talvolta» di scoprirne «significati nuovi»? Questi «significati nuovi», curiosamente, spesso ribaltano interi segmenti dell'ordinamento italiano. Prendiamo il caso Marco Cappato, con il rinvio fino a ottobre 2019 del pronunciamento della Consulta sulla costituzionalità del reato di aiuto al suicidio, accompagnato dall'invito al Parlamento a legiferare sul fine vita.
Evidentemente, Lattanzi e i suoi devono aver scoperto un nuovo significato nella Costituzione italiana: la benedizione del «buon cuore» di chi prende i malati e li porta in una clinica a uccidersi. Meno male che, almeno, Lattanzi non si è spinto tanto in là quanto il suo ex collega, Sabino Cassese, che qualche settimana fa, sul Corriere, evocava un «organo di equilibrio e correzione» con cui stemperare gli estremismi del governo sovranista. Al cronista della Stampa, che lo incalzava sul «controllo costituzionale preventivo delle leggi», in pratica una supervisione costante delle Camere da parte della Corte costituzionale, Lattanzi ha ammesso che il «bollino di costituzionalità» preventivo «può disorientare». D'altra parte, giusto perché la Consulta non soffre di protagonismo, il suo presidente ci ha tenuto anche a far trapelare la propria opinione sul decreto Sicurezza: le statistiche ci dicono che «i reati sono in costante diminuzione, il che mi fa pensare che gli interventi legislativi non servano». Certo: una legge per autorizzare i suicidi serve, una legge per la sicurezza di chi è ancora vivo e vorrebbe restarlo, no. Nel mese in cui sono attese dai giudici costituzionali le audizioni degli amministratori che avevano fatto ricorso contro il primo decreto Sicurezza, la sortita di Lattanzi lascia intendere come potrebbe orientarsi la Corte e quale sia il livello delle frizioni istituzionali, ora che al governo c'è il «barbaro» Matteo Salvini. Si sa: la Corte costituzionale è «naturalmente protagonista».
Alessandro Rico
La femminista francese contro gli obiettori
Mentre la Francia, come del resto l'Italia e un po' tutta l'Europa, soffre da anni del gran male della denatalità, della decadenza demografica e del crollo delle nascite, ecco che venerdì scorso - in un Senato francese mezzo vuoto - si è proposto di allungare i tempi per il diritto di abortire.
I senatori presenti stavano discutendo alcuni articoli della futura Legge sanitaria, quando l'ex ministro francese della sanità, Laurence Rossignol, nota per le sue aperture ad eutanasia e fecondazione artificiale, ha fatto inserire nel dibattito, il passaggio dalle 12 alle 14 settimane dal concepimento per poter abortire (legalmente). Abortire si badi bene non nei cosiddetti casi pietosi (stupro o rischio della vita della madre), ma anche senza alcuna motivazione, di nessun genere e specie. Il voto, malgrado il parere contrario dell'attuale ministra della salute Agnès Buzyn e del presidente della Commissione affari sociali Alain Milon, è stato comunque approvato e recepito dall'aula. Nei prossimi giorni quindi si vedrà se i nuovi tempi dell'aborto libero (e gratuito) resteranno quelli attuali o si allungheranno ancora.
Non paga di questo eventuale avanzamento, madame Rossignol ha anche richiesto la «soppressione della clausola di coscienza di cui possono servirsi i medici per rifiutarsi di praticare una interruzione di gravidanza». E qui si sfocia nel totalitarismo puro e semplice, ammantato di pietà e altruismo. Oggi possediamo una incredibili mezzi tecnici e scientifici i quali ci mostrano concretamente la vita e la vitalità del feto umano all'interno del grembo materno. Ed è noto il fatto che l'aborto, a partire almeno dal terzo mese di gravidanza, spegne un cuore che batte: si è giunti perfino ad ascoltare e registrare il pianto dei nascituri, quando il chirurgo, infedele al giuramento di Ippocrate, seziona il bambino in vista dell'espulsione.
Proprio queste ragioni squisitamente materiali hanno convinto moltissimi medici, in qualunque parte del mondo, a non praticare più alcun aborto. Dietro la diffusione dell'obiezione di coscienza infatti non c'è nessun complotto cattolico mondiale, in cui savi anziani tengono le fila da dietro le alte mura del Vaticano. C'è solo la coscienza che si desta, davanti alle immagini che arrivano sullo schermo.
Anche per questo molti Stati dell'apripista America (in fatto d'aborto) stanno pacatamente e convintamente tornano indietro.
Indiana, Georgia, Alabama, Dakota, Kansas, Louisiana e altri stati confederati, non senza il sostegno di fondo di Donald Trump e Mike Pompeo, hanno aperto la via e mostrato che non è vero il presunto dogma secondo cui «indietro non si torna». Il male infatti non è mai strettamente necessario, misteriosamente fatale e iscritto nelle cose. Dipende in larghissima parte dalla volontà umana.
In ogni caso, le attuali femministe francesi come la Rossignol, che costantemente si richiamano alla militante socialista Simone Veil (1927-2017), dimenticano o fanno finta di dimenticare che la Veil era per un aborto minimo ed eccezionale, ed era altresì avversa sia ad ogni libertà assoluta di abortire senza cause sia all'obbligo di praticare aborti da parte del medico contrario. Negli ultimi anni si pentì delle conseguenze della legge di cui porta il nome, ma il latte era versato.
La contraccezione di massa poi, così la raccontavano i progressisti al tempo, avrebbe avuto come conseguenza storica, oltre al superamento della sessuofobia tradizionale, anche quella di contrastare e ridurre l'aborto (clandestino e non). Ma con oltre 200.000 aborti ufficiali in Francia ogni anno, molto spesso praticati (e ripetuti) da ragazze minorenni, si è ottenuto un cortocircuito che ha fatto male a tutti e bene a nessuno.
C'è da augurarsi che nei prossimi giorni la coscienza francese prenda esempio dagli Stati Uniti, oltre che dai medici più coscienziosi, e la difesa della vita umana innocente, anche ma non solo per ragioni demografiche ed economiche, torni ad essere una priorità del governo di Emmanuel Macron. Governo che finora è rimasto completamente sordo alle istanze etiche più autentiche.
Fabrizio Cannone
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Gli scienziati americani John Donohue e Steven D. Levitt, già ampiamente smentiti nel 2001, ora ci riprovano pubblicando una nuova versione del loro allucinante studio. In cui spiegano che eliminare i figli indesiderati fa diminuire la delinquenza.Giorgio Lattanzi bolla il decreto Sicurezza come inutile, ma impone la norma sul fine vita.L'ex ministro Laurence Rossignol propone una legge liberticida. E vuole allungare i tempi per la Ivg.Lo speciale contiene tre articoliAltro che certezza della pena, regole severe e aiuti alle forze di polizia. Se davvero si vuole contrastare il crimine, bisogna far altro: promuovere l'aborto. Non impiegano termini così espliciti, eppure è questa la ricetta che John J. Donohue e Steven D. Levitt, due economisti, formulano in uno studio da poco pubblicato con il titolo The impact of legalized abortion on crime over the last two Decades. In buona sostanza, la loro tesi è che la legalizzazione dell'aborto abbia comportato una diminuzione del tasso di criminalità pari al 20% tra il 1997 ed il 1994, calo che arriverebbe circa al 45% se si estende l'osservazione temporale ai primi anni Novanta del secolo scorso. Tutto questo perché, secondo i due studiosi, il diffondersi dell'aborto impedisce prevalentemente la nascita di bambini che, per i contesti sociali svantaggiati ove si troverebbero a crescere, sarebbero destinati a delinquere. Ma se costoro proprio non nascono, ragionano Donohue e Levitt, non potranno mai contribuire ad alimentare la malavita; e infatti è a partire dagli anni Novanta, quando cioè diversi giovani adulti che in seguito alla legalizzazione dell'aborto, avvenuta negli Usa nel 1973, sono risultati assenti all'appello, che i tassi di criminalità hanno preso a scendere in modo consistente. La tesi dei due economisti quindi convince? Si può cioè ritenere l'aborto un antidoto alla delinquenza? Per quanto bizzarra, è un'ipotesi che a prima vista pare reggere.Basta però un minimo di riflessione per cogliere in essa due enormi punti deboli, uno di metodo ed uno di merito. Il primo concerne l'indebita confusione tra criminali e criminalità. Donohue e Levitt infatti indicano l'aborto legale come rimedio al crimine perché, a loro dire, previene la venuta al mondo di soggetti ad esso probabili candidati; ma è un ragionamento che non tiene conto che il compito di uno Stato è avversare l'illegalità e perseguirla, non certo sterminare futuri possibili soggetti devianti. Altrimenti dovremmo concludere che il modo migliore per combattere il furto è sopprimere i figli di borseggiatori e rapinatori, proposito evidentemente folle.Ad ogni modo, nella tesi dei due economisti c'è anche, anzi soprattutto, un errore di sostanza. Per comprenderlo bisogna partire ab origine, ricordando come essi proposero la loro tesi già nel 2001, in uno studio del tutto simile pubblicato sul Quarterly Journal of Economics. Con quella ricerca essenzialmente si affermava quanto si diceva poc'anzi, e cioè che il calo americano del crimine registrato negli anni Novanta sarebbe per lo più dovuto all'aborto legalizzato due decenni prima. Il punto è che tale associazione non ha fondamento.Lo ha dimostrato Brian Clowes di Human Life International il quale, numeri alla mano, ha messo in luce che, se negli Stati Uniti il tasso di criminalità è diminuito tra i poveri dopo il 1973, non è grazie all'aborto, bensì per il miglioramento delle tecniche investigative e di polizia e soprattutto per la flessione di traffico e consumo di sostanze stupefacenti, in particolare di crack; tanto è vero che le fluttuazioni più significative del crimine, evidenzia Clowes, si sono avute nelle grandi città e tra la popolazione maschile di colore, seguendo quelle della circolazione di tale sostanza illegale. Curioso, inoltre, che tra il 1984 e il 1993 i tassi di omicidi tra neri siano lievitati di oltre il 500% nonostante le donne di colore avessero fatto registrare tassi di abortività superiori di quasi tre volte rispetto alle donne bianche.A fare ulteriormente a pezzi la tesi di Donohue e Levitt ci sono poi le osservazioni dello statistico David Murray, il quale conferma che effettivamente a commettere la maggior parte di crimini sono i giovani maschi di età compresa tra i 17 e i 25 anni; peccato che quasi il 60% del declino degli omicidi verificatisi negli Usa dal 1990 si sia verificato nel mondo adulto, superiore ai 25 anni, mentre il contributo criminale ad opera dei delinquenti più giovani, quelli che dovrebbero esser stati decimati dall'aborto legale, è rimasto pressoché invariato.C'è infine un'altra considerazione di Clowes che polverizza il ragionamento che i due economisti hanno effettuato 18 anni fa per poi replicarlo in queste settimane. La considerazione è molto semplice e concerne il fatto che, se davvero la pratica abortiva abbassa il crimine, allora ciò deve concretizzarsi non solo in America ma ovunque. L'esperienza internazionale però dice tutt'altro. La Gran Bretagna, per esempio, ha legalizzato l'aborto nel 1968 con il crimine violento aumentato vertiginosamente intorno al 1985, vale a dire proprio quando - a sentire Donohue e Levitt - avrebbe dovuto diminuire.Anche la Russia ha registrato un'ondata enorme di crimine violento in seguito allo scioglimento dell'Urss: e pensare che poteva vantare il più alto tasso abortivo del pianeta. L'utilità sociale dell'aborto, tanto più come argine alla criminalità, rimane pertanto avvolta nel mistero. Molto probabile si tratti dunque di una clamorosa fake news, anche se nessun giornalone si premurerà di smentirla. Giuliano Guzzo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fermare-le-gravidanze-riduce-i-crimini-2638792715.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="al-capo-della-consulta-sono-gradite-solamente-le-leggi-che-fanno-morire" data-post-id="2638792715" data-published-at="1779906304" data-use-pagination="False"> Al capo della Consulta sono gradite solamente le leggi che fanno morire Vi fidate poco delle toghe? Allora speriamo non abbiate letto, sulla Stampa di ieri, l'intervista al presidente della Corte costituzionale, Giorgio Lattanzi. Ecco, ad esempio, come ha replicato alle accuse di protagonismo alla Consulta: «Nessun protagonismo. La Corte è sempre stata naturalmente protagonista». Esiste, dunque, un principio «naturale» (un comando divino, una legge fisica) in virtù del quale la Corte costituzionale debba dirigere «l'evoluzione del nostro Paese»? È pacifico come che il tempo scorre in avanti, che il compito della Consulta sia non solamente di «inverare la Costituzione», ma «talvolta» di scoprirne «significati nuovi»? Questi «significati nuovi», curiosamente, spesso ribaltano interi segmenti dell'ordinamento italiano. Prendiamo il caso Marco Cappato, con il rinvio fino a ottobre 2019 del pronunciamento della Consulta sulla costituzionalità del reato di aiuto al suicidio, accompagnato dall'invito al Parlamento a legiferare sul fine vita. Evidentemente, Lattanzi e i suoi devono aver scoperto un nuovo significato nella Costituzione italiana: la benedizione del «buon cuore» di chi prende i malati e li porta in una clinica a uccidersi. Meno male che, almeno, Lattanzi non si è spinto tanto in là quanto il suo ex collega, Sabino Cassese, che qualche settimana fa, sul Corriere, evocava un «organo di equilibrio e correzione» con cui stemperare gli estremismi del governo sovranista. Al cronista della Stampa, che lo incalzava sul «controllo costituzionale preventivo delle leggi», in pratica una supervisione costante delle Camere da parte della Corte costituzionale, Lattanzi ha ammesso che il «bollino di costituzionalità» preventivo «può disorientare». D'altra parte, giusto perché la Consulta non soffre di protagonismo, il suo presidente ci ha tenuto anche a far trapelare la propria opinione sul decreto Sicurezza: le statistiche ci dicono che «i reati sono in costante diminuzione, il che mi fa pensare che gli interventi legislativi non servano». Certo: una legge per autorizzare i suicidi serve, una legge per la sicurezza di chi è ancora vivo e vorrebbe restarlo, no. Nel mese in cui sono attese dai giudici costituzionali le audizioni degli amministratori che avevano fatto ricorso contro il primo decreto Sicurezza, la sortita di Lattanzi lascia intendere come potrebbe orientarsi la Corte e quale sia il livello delle frizioni istituzionali, ora che al governo c'è il «barbaro» Matteo Salvini. Si sa: la Corte costituzionale è «naturalmente protagonista». Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fermare-le-gravidanze-riduce-i-crimini-2638792715.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-femminista-francese-contro-gli-obiettori" data-post-id="2638792715" data-published-at="1779906304" data-use-pagination="False"> La femminista francese contro gli obiettori Mentre la Francia, come del resto l'Italia e un po' tutta l'Europa, soffre da anni del gran male della denatalità, della decadenza demografica e del crollo delle nascite, ecco che venerdì scorso - in un Senato francese mezzo vuoto - si è proposto di allungare i tempi per il diritto di abortire. I senatori presenti stavano discutendo alcuni articoli della futura Legge sanitaria, quando l'ex ministro francese della sanità, Laurence Rossignol, nota per le sue aperture ad eutanasia e fecondazione artificiale, ha fatto inserire nel dibattito, il passaggio dalle 12 alle 14 settimane dal concepimento per poter abortire (legalmente). Abortire si badi bene non nei cosiddetti casi pietosi (stupro o rischio della vita della madre), ma anche senza alcuna motivazione, di nessun genere e specie. Il voto, malgrado il parere contrario dell'attuale ministra della salute Agnès Buzyn e del presidente della Commissione affari sociali Alain Milon, è stato comunque approvato e recepito dall'aula. Nei prossimi giorni quindi si vedrà se i nuovi tempi dell'aborto libero (e gratuito) resteranno quelli attuali o si allungheranno ancora. Non paga di questo eventuale avanzamento, madame Rossignol ha anche richiesto la «soppressione della clausola di coscienza di cui possono servirsi i medici per rifiutarsi di praticare una interruzione di gravidanza». E qui si sfocia nel totalitarismo puro e semplice, ammantato di pietà e altruismo. Oggi possediamo una incredibili mezzi tecnici e scientifici i quali ci mostrano concretamente la vita e la vitalità del feto umano all'interno del grembo materno. Ed è noto il fatto che l'aborto, a partire almeno dal terzo mese di gravidanza, spegne un cuore che batte: si è giunti perfino ad ascoltare e registrare il pianto dei nascituri, quando il chirurgo, infedele al giuramento di Ippocrate, seziona il bambino in vista dell'espulsione. Proprio queste ragioni squisitamente materiali hanno convinto moltissimi medici, in qualunque parte del mondo, a non praticare più alcun aborto. Dietro la diffusione dell'obiezione di coscienza infatti non c'è nessun complotto cattolico mondiale, in cui savi anziani tengono le fila da dietro le alte mura del Vaticano. C'è solo la coscienza che si desta, davanti alle immagini che arrivano sullo schermo. Anche per questo molti Stati dell'apripista America (in fatto d'aborto) stanno pacatamente e convintamente tornano indietro. Indiana, Georgia, Alabama, Dakota, Kansas, Louisiana e altri stati confederati, non senza il sostegno di fondo di Donald Trump e Mike Pompeo, hanno aperto la via e mostrato che non è vero il presunto dogma secondo cui «indietro non si torna». Il male infatti non è mai strettamente necessario, misteriosamente fatale e iscritto nelle cose. Dipende in larghissima parte dalla volontà umana. In ogni caso, le attuali femministe francesi come la Rossignol, che costantemente si richiamano alla militante socialista Simone Veil (1927-2017), dimenticano o fanno finta di dimenticare che la Veil era per un aborto minimo ed eccezionale, ed era altresì avversa sia ad ogni libertà assoluta di abortire senza cause sia all'obbligo di praticare aborti da parte del medico contrario. Negli ultimi anni si pentì delle conseguenze della legge di cui porta il nome, ma il latte era versato. La contraccezione di massa poi, così la raccontavano i progressisti al tempo, avrebbe avuto come conseguenza storica, oltre al superamento della sessuofobia tradizionale, anche quella di contrastare e ridurre l'aborto (clandestino e non). Ma con oltre 200.000 aborti ufficiali in Francia ogni anno, molto spesso praticati (e ripetuti) da ragazze minorenni, si è ottenuto un cortocircuito che ha fatto male a tutti e bene a nessuno. C'è da augurarsi che nei prossimi giorni la coscienza francese prenda esempio dagli Stati Uniti, oltre che dai medici più coscienziosi, e la difesa della vita umana innocente, anche ma non solo per ragioni demografiche ed economiche, torni ad essere una priorità del governo di Emmanuel Macron. Governo che finora è rimasto completamente sordo alle istanze etiche più autentiche. Fabrizio Cannone
Gabriele D'Annunzio (Getty Images)
Innanzitutto va notata una cosa: D’Annunzio ebbe un vasto popolo di seguaci, imitatori, anche maldestri, tra letterati, dandy e borghesi e tra militari e arditi, ma gli scrittori e intellettuali che vengono a torto o ragione intruppati nella definizione di cultura di destra in larga parte non lo sopportavano. In fondo per D’Annunzio accadde la stessa cosa che avvenne sul piano filosofico con Gentile: un regime autoritario, con tratti totalitari, riconobbe nel primo il Poeta soldato per antonomasia e nel secondo il Filosofo istituzionale del regime. Ma D’Annunzio e Gentile ebbero in ambito letterario e filosofico più nemici che amici, più critici, avversari e perfino denigratori che ammiratori e seguaci.
Nel caso di D’Annunzio la rassegna che fa Parlato è vasta e impietosa. A parte il controverso rapporto con il duce e con il fascismo, che personalmente risolvo in questo modo: D’Annunzio non fu fascista ma il fascismo fu dannunziano, si ispirò a lui. Con Mussolini ebbe poi un rapporto di consonanza, contrasto e competizione.
Ma la parte più interessante è la critica e il sarcasmo che raccolse in quel mondo che pure sembrava cresciuto all’ombra del suo mito. Da l’Italiano di Longanesi al Selvaggio di Mino Maccari, da l’Universale di Berto Ricci agli strali di Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Giuseppe Prezzolini; persino il dannunziano sui generis Curzio Malaparte, che studiò a Prato nello stesso liceo di D’Annunzio, il famoso Cicognini. Anche Luigi Pirandello lo detestava. Che don Benedetto Croce avesse in antipatia D’Annunzio è comprensibile, era il suo esatto contrario, nella vita, nella prosa, nell’interventismo. E poi, come nota Parlato, Croce attaccava D’Annunzio «tutto falso e commediante» non potendo attaccare Mussolini e il regime. Ma che fossero antidannunziani tanti autori in vario modo portatori di idee, militanze e visioni vicine alle sue, quello sì, sorprende. Il problema è che D’Annunzio è troppo ingombrante, occupa intera la scena, oscura gli altri, ha quell’Ego sconfinato, quella prosa ridondante e quella poesia «ampollosa» pur nella grandezza dei versi, da suscitare reazioni di fastidio, ironia e rivolta. Anche chi gli era in apparenza più vicino lo criticava ed era a sua volta da lui criticato: come Marinetti, con cui volarono definizioni come «cretino fosforescente» e «cretino con lampi d’imbecillità». Sulla scia di Marinetti, anche il giovane pittore dadaista Julius Evola definì D’Annunzio «un grande imbecille». E più tardi precisò la sua critica verso il suo culto estetizzante degli eroi e dei geni, il suo esibizionismo, la smania d’originalità e la vanità del suo io.
D’Annunzio influenzò la gioventù della belle époque e quella che fece la Prima guerra mondiale e poi il fascismo; ma la generazione che si formò sotto il fascismo, come notava Augusto del Noce, non lo considerava un riferimento «ideale», lo riteneva al più un precursore ottocentesco, più vicino ai Carducci e ai Pascoli che all’epoca del fascismo e del comunismo. Lo stroncò pure il Dizionario di politica del Partito fascista, con una nota del critico letterario Giovanni Macchia. Perfino l’Omaggio a d’Annunzio, pubblicato in pieno regime dalla rivista Letteratura a un anno dalla sua morte con l’intento di celebrarlo, a cura di Giuseppe de Robertis ed Enrico Falqui, ebbe la metà degli interventi, tra una sessantina in tutto, critici verso di lui. Fu riscoperto in extremis al tempo della Repubblica sociale, ripubblicando i suoi discorsi ai soldati d’Italia e nella passione dannunziana di militari come il principe Junio Valerio Borghese che costituì nella Decima Mas, definizione coniata dal poeta - Memento audere semper - la «Compagnia D’Annunzio». Nel dopoguerra sorse la questione del Vittoriale finito in mani antidannunziane, che sollevò Giovannino Guareschi sul Candido, poi ripresa dall’esponente missino Ezio Maria Gray sul Nazionale. Ma D’Annunzio non fu molto presente nel Msi, se non come icona del combattentismo.
Oggi si insiste molto sul D’Annunzio rivoluzionario, sull’impresa fiumana, sul suo spirito trasgressivo, radicale e antiborghese; ma si deve riconoscere che l’impronta più forte che lasciò D’Annunzio fu quella di poeta-soldato, nazionalista, comandante, aristocratico e superuomo, passione letteraria dei borghesi di provincia, con alcuni imitatori che raggiungevano fasce più umili (come Guido da Verona, definito il «D’Annunzio delle sartine»). Furono rari tra i neofascisti coloro che come Diano Brocchi videro nell’impresa fiumana un annuncio della rivoluzione corporativa e sociale.
Parlato segue il solco di due storici che si erano occupati del D’Annunzio politico: Gioacchino Volpe che ne scrisse un libro-profilo sull’italiano, il politico, il combattente, e Renzo De Felice, di cui Parlato fu allievo. Con la storicizzazione che ne fece De Felice si cominciò a scoprire il D’Annunzio rivoluzionario, a partire da quando in Parlamento lasciò i banchi della destra per andare a sinistra («vado verso la vita», disse, ma non andò verso la sua rielezione). Nota giustamente Parlato: «Mancò alla destra e al neofascismo una riflessione complessiva» su D’Annunzio. Restò il mito dell’eroe e delle sue imprese di guerra, il poeta della Grande Italia e della parola alata, di cui fu fervente apostolo Giorgio Almirante, che non aveva cultura politica ma letteraria e citava Dante e D’Annunzio più che la «cultura di destra». E a sinistra? Prevalse l’anatema politico-ideologico, come - ad esempio - il Processo a D’Annunzio imbastito dall’Espresso con Moravia, Pasolini, Sapegno, e la scontata condanna senza appello. Restò indigesto D’Annunzio, fin nelle scuole, nel tempo della Repubblica italiana.
Tra i pochi, a destra, che cercarono di andare oltre i santini ci fu Adriano Romualdi che lesse D’Annunzio in relazione con Nietzsche, criticando il generico patriottismo dannunziano. Nelle letture critiche più recenti Parlato si riferisce ad alcuni scritti di Giano Accame e miei, a proposito della «rivoluzione conservatrice» e al manifesto per un nuovo comunitarismo che lanciai sulla rivista Pagine Libere. A tenere viva la memoria dannunziana è oggi soprattutto Giordano Bruno Guerri che guida da anni il Vittoriale dannunziano. D’Annunzio restò a cavallo tra passato e futuro, aristocrazia e popoli, rivoluzione e tradizione, come la sua vita si divise come un centauro per metà nell’Ottocento e metà nel Novecento.
Alla fine, Parlato conclude che non è facile rispondere alla domanda se D’Annunzio fu effettivamente un mito per la cultura di destra oppure no. Condivido la sua perplessità al proposito e non imprigionerei il Vate in quella casella. Ammesso poi che si possa parlare della cultura di destra come un’entità reale e coesa. Ma questa è un’altra storia.
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Giovanni Rezza (Imagoeconomica)
Un’audizione interessante, quella di Rezza, perché, nonostante gli strenui tentativi delle opposizioni che allora governavano (Pd e M5S, con in testa l’onorevole Alfonso Colucci, «difensore d’ufficio» dell’allora premier Giuseppe Conte), l’ex dg ha involontariamente confermato che le misure adottate all’epoca - vaccinazioni di massa dei giovani, obblighi vaccinali e green pass - non poggiavano su evidenze scientifiche certe e non erano state indicate dagli scienziati: «Ha deciso la politica, il Cts ha dato soltanto pareri». Colucci si è buttato a pesce sulla presunta logica del green pass e per ben tre volte ha chiesto a Rezza se con la vaccinazione venisse trasmessa una carica virale inferiore, «quindi si induceva una malattia meno severa». Rezza, per altrettante volte, non ha dato conferma, anzi: «Ci sarebbe stato bisogno di maggiori evidenze. Non possiamo escludere il fatto che una persona vaccinata si ammalasse, su questo bisogna essere intellettualmente onesti». Non solo: «Quando è arrivata Omicron (a dicembre 2021, ossia proprio quando il governo di Mario Draghi intensificò la stretta contro chi non si vaccinava con il super green pass, ndr) la protezione della vaccinazione nei confronti di Omicron è diventata più bassa rispetto alle varianti precedenti», ha spiegato. Smentendo il famoso mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire»: «L’effetto del lockdown», ha dichiarato l’infettivologo, «non era di evitare il numero totale di casi, ma di distribuire nel tempo i casi di infezione, così da curare non solo i malati Covid ma anche gli altri pazienti». Era un problema di salute pubblica, insomma, con buona pace dei cittadini che sono corsi a vaccinarsi per evitare di ammalarsi.
Il docente ha anche parlato degli effetti collaterali. Il problema, ha osservato, risiedeva nell’incidenza dei casi: «Se va al di sotto di una certa soglia nelle persone più giovani, dato che i vaccini possono causare degli effetti collaterali, allora lì bisogna bilanciare i rischi e benefici. Quando l’incidenza cala, gli effetti collaterali dei vaccini prendono il sopravvento e questo è il motivo per cui noi a un certo punto non abbiamo più vaccinato le persone giovani», ha dichiarato. Senza però spiegare quando esattamente il governo avrebbe smesso di vaccinare le persone più giovani: ancora nel 2022, l’esecutivo Draghi e il ministero della Salute di Speranza stringevano le maglie soprattutto sulla fascia di popolazione da 0 a 20 anni.
«Durante la pandemia, l’allora governo italiano attuò una campagna vaccinale di massa senza conoscere quante persone avevano sviluppato un’immunità naturale. L’assenza della banca dati dei guariti è stata confermata dal professor Rezza. Abbiamo la conferma che le politiche in termini vaccinali hanno ignorato il principio di precauzione e il rapporto tra rischi e benefici», ha commentato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Se davvero i governi Conte e Draghi hanno commesso così tanti imperdonabili errori sulla pelle dei cittadini in pandemia, resta da capire per quale motivo scienziati come Rezza scelsero il silenzio anziché la protesta. E c’è sempre chi, come Giuseppe Ippolito (ex direttore scientifico dello Spallanzani di Roma e membro del Cts), non rinuncia a buttarla in politica: «L’epidemia di Ebola in Congo e Uganda risente del limitato supporto dato dagli Stati Uniti. L’uscita degli Usa dall’Oms, decisa da Trump, ha fatto sì che ci sia meno personale sul terreno». La colpa, insomma, è sempre del presidente Usa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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