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2023-12-20
Le uova rotte dei Ferragnez
Chiara Ferragni e Fedez (Ansa)
«Abbiate Fedez». Con interventi social più messianici che documentati, il rapper di successo da un paio di giorni è impegnato in una guerra di Natale contro chiunque metta in dubbio le sue sparate a salve. Forte dei 14,7 milioni di follower su Instagram, lui si mette davanti a uno smartphone e parla, percependosi un Gesù che cammina sulle uova invece che sulle acque. Dopo aver tentato di difendere la moglie Chiara Ferragni sullo scandalo del pandoro Balocco, Federico Lucia è riuscito ad aprire fronti di polemica con Regione Lombardia e con il ministero della Cultura di tre governi.
Punto sul vivo in quanto titolare a metà dell’azienda Ferragnez, è apparso ai discepoli per ricordare al volgo quanto la coppia sia stata sensibile nel donare durante la pandemia. Fedez ha sottolineato che «abbiamo fatto una raccolta fondi di 4 milioni e abbiamo costruito una terapia intensiva da 150 posti letto in dieci giorni che ha permesso di salvare centinaia di vite. Al governo e alla Regione Lombardia sono serviti dieci milioni per costruirne una dopo mesi». Poiché nella società talk-talk non contano i fatti ma la narrazione, il rapper pensava di chiuderla lì e di passare oltre, a polemizzare con Morgan, a tirare ortaggi alla moglie, a sproloquiare contro la Rai.
Regione Lombardia ha invece tenuto a precisare che «i posti letto di terapia intensiva ricavati nella struttura realizzata grazie alle donazioni raccolte da Fedez e Ferragni erano 14 e non 150. All’ospedale in Fiera, grazie alle donazioni di oltre 6.000 privati, anche semplici cittadini, si è potuto realizzare un vero reparto di terapia intensiva con 157 posti letto che ha potuto ricoverare e curare 538 pazienti. Questo episodio di generosità non deve rischiare di essere svalutato da dichiarazioni imprecise e fuorvianti».
La Regione è stata anche costretta a puntualizzare sui tempi: «Dal primo paziente ricoverato nella tensostruttura del San Raffaele, il 23 marzo 2020, a quello ricoverato in Fiera, il 6 aprile 2020, sono trascorsi solo 14 giorni. Meritevoli e utili sono state tutte le raccolte di donazioni, come quella da loro realizzata». Messo alle strette, Fedez ha dovuto ammettere con stridore di unghie laccate sui vetri: «Preso dalla frenesia, ho sbagliato più dati. Intendevo dire che abbiamo curato più di 150 persone. Sono contento che la regione abbia salvato più vite perché non è una gara». Quella che lui in modo infantile aveva tentato di allestire.
Seconda passeggiata nel fango contro il ministero della Cultura. Della serie: abbiamo salvato il cinema e il teatro. «Durante la pandemia i lavoratori dello spettacolo erano stati abbandonati dallo Stato», ha tuonato il cantante. «Il Mibact aveva raccolto in un anno mezzo milione di euro; io da solo, chiuso dieci giorni in casa, ne ho raccolti tre milioni, in un anno sette». Anche qui, immediata smentita dal ministero: «Nel triennio pandemico sono stati erogati a favore del settore 95 milioni direttamente ai lavoratori e più di 260 alle imprese, per un totale di 355 milioni».
Poiché Fedez non sembra ferrato sui numeri degli altri, diventa interessante guardare i suoi. Anche perché sulla beneficenza sembra avere la pelle sottile. Lo ha fatto in modo approfondito Stefano Feltri nel suo blog Appunti. L’ex direttore di Domani ha messo il dito nella piaga, scoprendo che «l’attività della sua fondazione non è così strepitosa come la racconta lui». Per cominciare, i 3 e 7 milioni raccolti durante la pandemia sono somme arrivate con Go Fund Me che pochi mesi dopo è stata messa sotto accusa dall’Antitrust per aver imposto ai donatori «mance surrettizie» alla piattaforma. Nessuna colpa per i Ferragnez, solo sfortuna.
La Fondazione Fedez Ets (che sta per ente del terzo settore) ha cifre infinitamente più basse: l’anno scorso ha raccolto 342.000 euro, ma 180.000 li ha versati lo stesso Fedez. Da bilancio, la raccolta esterna è di 150.000 euro da privati e quasi 13.000 da aziende. Questo denaro è stato dedicato a tre progetti: quello della fondazione Tog di Carlo De Benedetti che aiuta bambini con patologie neurologiche, quello della Croce Rossa per trasportare medicinali in Ucraina e la realizzazione di uno skate-park a Rozzano, periferia milanese. Il principale collettore di foundraising sarebbe il concerto LoveMi, organizzato dalla società Fedez Doom Entertainment, che nel 2022 avrebbe raccolto 152.000 euro. Commenta Feltri: «Nel complesso, l’attività benefica della Fondazione Fedez è di 500.000 euro in due anni. Sono tanti? Sono pochi? Ognuno può farsi la sua idea. Di certo non sono cifre enormi per Fedez: la sua società Zedef nel 2022 ha registrato un utile di 3,9 milioni e nel 2021 di 2,3 milioni».
Perché Fedez ha creato una fondazione che raccoglie solo 160.000 euro e rotti in più rispetto a quelli che lui dona personalmente? Un particolare colpisce: la donazione di 180.000 euro alla Fondazione Fedez è stata fatta proprio da lui e non dalla sua company. Si sa che donare come individuo offre dei vantaggi fiscali. Secondo l’art. 38 del Codice del Terzo Settore chi lo fa «può effettuare una detrazione di importo pari al 30% degli oneri sostenuti per le erogazioni liberali a favore degli Ets». L’importo complessivo della detrazione non può essere superiore a 30.000 euro, ma è pur sempre un risparmio non banale. Poi c’è il vantaggio indiscusso del ritorno d’immagine. Come chiosa perfidamente l’Antitrust: «Per un influencer associare il proprio brand a iniziative caritatevoli può essere un ottimo affare».
La Ferragni trova guai nelle uova di Pasqua
Ha impiegato quindici anni per edificare il proprio culto di fashion influencer, con 29 milioni di seguaci su Instagram e le meglio griffe del pianeta che si contendono quella televendita digitale permanente effettiva che è la sua vita, la sua unica vita, e ora la Sacerdotessa di Cremona va a cadere sulla beneficenza farlocca ai bambini malati. Chiara Ferragni sembrava tutta esposta, marito e figli compresi, come le piastrelle del suo bagno, e invece forse non lo è. Nei giorni scorsi è inciampata sui pandori della Balocco e ieri è scivolata sulle uova di Pasqua della Dolci Preziosi. Pare che anche qui i ricavati delle vendite dei prodotti da lei propagandati non siano andati all’infanzia bisognosa, ma che l’azienda si sia limitata a qualche piccola donazione. Se davvero le cose sono andate in questo modo, saremmo oltre il già fastidioso stereotipo del vip che comunica le sue opere di bene a mezzo ufficio stampa. Quelle, almeno, di solito sono vere e dichiarate al fisco per le opportune esenzioni. A scoprire un altro altarino della Sacerdotessa di Cremona è stato il Fatto Quotidiano, che ieri ha ricostruito due campagne del febbraio 2021 e della primavera 2022 in cui sono state pubblicizzate uova di Pasqua «benefiche» della Dolci Preziosi, controllata dall’imprenditore pugliese Franco Cannillo. I soldi avrebbero dovuto andare ai «Bambini delle Fate», una spa sociale che aiuta i ragazzi con problemi di autismo e ha sede in Veneto. Ma alla società guidata da Franco Antonello sono arrivati solo 36.000 euro in due anni, sotto forma di donazioni della Preziosi. Invece Ferragni ha incassato due assegni da 500.000 euro (nel 2021) e da 700.000 euro (nel 2022) e non risulta che abbia avuto alcun rapporto con i bambini strumento della propaganda. Il problema che può avere ricadute legali è che le uova di cioccolato sono state vendute raccontando ai consumatori che le vendite «sostengono i Bambini delle Fate», facendo così pensare che vi fosse una correlazione diretta tra ogni singolo pezzo venduto e l’ammontare della beneficenza effettiva. Ieri la signora Fedez è stata prontamente scaricata dagli altri protagonisti di questa vicenda poco edificante. Cannillo ha spiegato al Fatto che l’anno scorso Madame «ha chiesto una cifra esorbitante» per proseguire la campagna. E poi ha chiarito la natura del suo ingaggio: «Assolutamente non c’è stata correlazione tra le vendite delle uova e la donazione a I Bambini delle Fate […], lei è stata pagata per aver ceduto la sua immagine. Noi abbiamo fatto una donazione, per lei non era da contratto». Antonello si è limitato a precisare di aver preteso che Dolci Preziosi nella sua campagna pubblicitaria non legasse la donazione alle vendite e di aver permesso solo la frase «Sosteniamo i Bambini delle Fate». Che però è una frase decisamente ambigua. A rovinare il Natale a casa Ferragnez si sono messe anche le associazioni dei consumatori.
Un esposto del Codacons-Assourt, che parla di presunta truffa sui prodotti Balocco, è finito sul tavolo del procuratore capo di Milano, Marcello Viola, che nei prossimi giorni valuterà che fascicolo aprire sul pandori-gate. Potenzialmente, anche la storia delle uova di Pasqua potrebbe finire in Procura. Anche perché sono state vendute a 9 euro l’una, ovvero al doppio delle altre uova non griffate Ferragni. E il Codacons ha annunciato un nuovo esposto per pubblicità ingannevole all’Antitrust, che ha già punito Ferragni e Balocco con la multa da un milione. Al di là degli eventuali profili penali, questa beneficenza solo strass e glitter consente di aggiornare la fenomenologia degli influencer e di chi li ha pompati, scegliendo di spostare milioni di pubblicità da televisioni e giornali a singoli personaggi. Un giochetto, come si vede, un po’ pericoloso. Specie se questi personaggi prima o poi cadono e si dimostrano dei semplici personaggetti, come direbbe Vincenzo De Luca. Basta un rapido giro sui social della Sacerdotessa di Cremona per vedere che in questi giorni sta piazzando prodotti di marchi come Calzedonia, Falconeri, Alpro, Chanel, Pantene, Louis Vuitton, MaxMara, Prada, Yepoda e Bmw Italia. Brava lei, non c’è che dire. Alla faccia degli invidiosi da tastiera, che ovviamente da due giorni la stanno insultando per la storia dei pandori e delle uova, nel 2022 Ferragni ha fatturato circa 30 milioni di euro, raddoppiando in un solo anno i ricavi. Di immagine ha vissuto e di immagine, ora, rischia di cadere per questa beneficenza sbandierata e presunta. Tutto questo accade a pochi giorni dal Natale e sembra confermare una lucidissima analisi di Byung Chul Han, contenuta nel saggio Le nostre vite manipolate dalla rete (Einaudi, 2023). Il filosofo coreano-tedesco scrive: «I follower partecipano alla loro vita come discepoli comprando i prodotti che gli influencer ingiungono di consumare nella messa in scena della loro quotidianità. Così i follower prendono parte a un’eucarestia digitale. I social somigliano a una chiesa: il like è il loro amen. Lo sharing è la comunione. Il consumo è la salvezza». Il pandoro di Cuneo, almeno, speriamo che fosse buono.
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Dopo i pandori, Chiara Ferragni fa il bis con i dolci di Pasqua: «Ricavi da 1,2 milioni, appena 36.000 euro andati in beneficenza». Sbugiardato anche il marito Fedez. Si era vantato di aver donato 150 terapie intensive: sono 14. E il ministero lo bacchetta sugli aiuti agli artisti in epoca Covid. Ecco i numeri della sua fondazione.Lo speciale contiene due articoli.«Abbiate Fedez». Con interventi social più messianici che documentati, il rapper di successo da un paio di giorni è impegnato in una guerra di Natale contro chiunque metta in dubbio le sue sparate a salve. Forte dei 14,7 milioni di follower su Instagram, lui si mette davanti a uno smartphone e parla, percependosi un Gesù che cammina sulle uova invece che sulle acque. Dopo aver tentato di difendere la moglie Chiara Ferragni sullo scandalo del pandoro Balocco, Federico Lucia è riuscito ad aprire fronti di polemica con Regione Lombardia e con il ministero della Cultura di tre governi.Punto sul vivo in quanto titolare a metà dell’azienda Ferragnez, è apparso ai discepoli per ricordare al volgo quanto la coppia sia stata sensibile nel donare durante la pandemia. Fedez ha sottolineato che «abbiamo fatto una raccolta fondi di 4 milioni e abbiamo costruito una terapia intensiva da 150 posti letto in dieci giorni che ha permesso di salvare centinaia di vite. Al governo e alla Regione Lombardia sono serviti dieci milioni per costruirne una dopo mesi». Poiché nella società talk-talk non contano i fatti ma la narrazione, il rapper pensava di chiuderla lì e di passare oltre, a polemizzare con Morgan, a tirare ortaggi alla moglie, a sproloquiare contro la Rai.Regione Lombardia ha invece tenuto a precisare che «i posti letto di terapia intensiva ricavati nella struttura realizzata grazie alle donazioni raccolte da Fedez e Ferragni erano 14 e non 150. All’ospedale in Fiera, grazie alle donazioni di oltre 6.000 privati, anche semplici cittadini, si è potuto realizzare un vero reparto di terapia intensiva con 157 posti letto che ha potuto ricoverare e curare 538 pazienti. Questo episodio di generosità non deve rischiare di essere svalutato da dichiarazioni imprecise e fuorvianti».La Regione è stata anche costretta a puntualizzare sui tempi: «Dal primo paziente ricoverato nella tensostruttura del San Raffaele, il 23 marzo 2020, a quello ricoverato in Fiera, il 6 aprile 2020, sono trascorsi solo 14 giorni. Meritevoli e utili sono state tutte le raccolte di donazioni, come quella da loro realizzata». Messo alle strette, Fedez ha dovuto ammettere con stridore di unghie laccate sui vetri: «Preso dalla frenesia, ho sbagliato più dati. Intendevo dire che abbiamo curato più di 150 persone. Sono contento che la regione abbia salvato più vite perché non è una gara». Quella che lui in modo infantile aveva tentato di allestire.Seconda passeggiata nel fango contro il ministero della Cultura. Della serie: abbiamo salvato il cinema e il teatro. «Durante la pandemia i lavoratori dello spettacolo erano stati abbandonati dallo Stato», ha tuonato il cantante. «Il Mibact aveva raccolto in un anno mezzo milione di euro; io da solo, chiuso dieci giorni in casa, ne ho raccolti tre milioni, in un anno sette». Anche qui, immediata smentita dal ministero: «Nel triennio pandemico sono stati erogati a favore del settore 95 milioni direttamente ai lavoratori e più di 260 alle imprese, per un totale di 355 milioni».Poiché Fedez non sembra ferrato sui numeri degli altri, diventa interessante guardare i suoi. Anche perché sulla beneficenza sembra avere la pelle sottile. Lo ha fatto in modo approfondito Stefano Feltri nel suo blog Appunti. L’ex direttore di Domani ha messo il dito nella piaga, scoprendo che «l’attività della sua fondazione non è così strepitosa come la racconta lui». Per cominciare, i 3 e 7 milioni raccolti durante la pandemia sono somme arrivate con Go Fund Me che pochi mesi dopo è stata messa sotto accusa dall’Antitrust per aver imposto ai donatori «mance surrettizie» alla piattaforma. Nessuna colpa per i Ferragnez, solo sfortuna. La Fondazione Fedez Ets (che sta per ente del terzo settore) ha cifre infinitamente più basse: l’anno scorso ha raccolto 342.000 euro, ma 180.000 li ha versati lo stesso Fedez. Da bilancio, la raccolta esterna è di 150.000 euro da privati e quasi 13.000 da aziende. Questo denaro è stato dedicato a tre progetti: quello della fondazione Tog di Carlo De Benedetti che aiuta bambini con patologie neurologiche, quello della Croce Rossa per trasportare medicinali in Ucraina e la realizzazione di uno skate-park a Rozzano, periferia milanese. Il principale collettore di foundraising sarebbe il concerto LoveMi, organizzato dalla società Fedez Doom Entertainment, che nel 2022 avrebbe raccolto 152.000 euro. Commenta Feltri: «Nel complesso, l’attività benefica della Fondazione Fedez è di 500.000 euro in due anni. Sono tanti? Sono pochi? Ognuno può farsi la sua idea. Di certo non sono cifre enormi per Fedez: la sua società Zedef nel 2022 ha registrato un utile di 3,9 milioni e nel 2021 di 2,3 milioni».Perché Fedez ha creato una fondazione che raccoglie solo 160.000 euro e rotti in più rispetto a quelli che lui dona personalmente? Un particolare colpisce: la donazione di 180.000 euro alla Fondazione Fedez è stata fatta proprio da lui e non dalla sua company. Si sa che donare come individuo offre dei vantaggi fiscali. Secondo l’art. 38 del Codice del Terzo Settore chi lo fa «può effettuare una detrazione di importo pari al 30% degli oneri sostenuti per le erogazioni liberali a favore degli Ets». L’importo complessivo della detrazione non può essere superiore a 30.000 euro, ma è pur sempre un risparmio non banale. Poi c’è il vantaggio indiscusso del ritorno d’immagine. Come chiosa perfidamente l’Antitrust: «Per un influencer associare il proprio brand a iniziative caritatevoli può essere un ottimo affare».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fedez-ferragni-truffa-2666673368.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-ferragni-trova-guai-nelle-uova-di-pasqua" data-post-id="2666673368" data-published-at="1703022363" data-use-pagination="False"> La Ferragni trova guai nelle uova di Pasqua Ha impiegato quindici anni per edificare il proprio culto di fashion influencer, con 29 milioni di seguaci su Instagram e le meglio griffe del pianeta che si contendono quella televendita digitale permanente effettiva che è la sua vita, la sua unica vita, e ora la Sacerdotessa di Cremona va a cadere sulla beneficenza farlocca ai bambini malati. Chiara Ferragni sembrava tutta esposta, marito e figli compresi, come le piastrelle del suo bagno, e invece forse non lo è. Nei giorni scorsi è inciampata sui pandori della Balocco e ieri è scivolata sulle uova di Pasqua della Dolci Preziosi. Pare che anche qui i ricavati delle vendite dei prodotti da lei propagandati non siano andati all’infanzia bisognosa, ma che l’azienda si sia limitata a qualche piccola donazione. Se davvero le cose sono andate in questo modo, saremmo oltre il già fastidioso stereotipo del vip che comunica le sue opere di bene a mezzo ufficio stampa. Quelle, almeno, di solito sono vere e dichiarate al fisco per le opportune esenzioni. A scoprire un altro altarino della Sacerdotessa di Cremona è stato il Fatto Quotidiano, che ieri ha ricostruito due campagne del febbraio 2021 e della primavera 2022 in cui sono state pubblicizzate uova di Pasqua «benefiche» della Dolci Preziosi, controllata dall’imprenditore pugliese Franco Cannillo. I soldi avrebbero dovuto andare ai «Bambini delle Fate», una spa sociale che aiuta i ragazzi con problemi di autismo e ha sede in Veneto. Ma alla società guidata da Franco Antonello sono arrivati solo 36.000 euro in due anni, sotto forma di donazioni della Preziosi. Invece Ferragni ha incassato due assegni da 500.000 euro (nel 2021) e da 700.000 euro (nel 2022) e non risulta che abbia avuto alcun rapporto con i bambini strumento della propaganda. Il problema che può avere ricadute legali è che le uova di cioccolato sono state vendute raccontando ai consumatori che le vendite «sostengono i Bambini delle Fate», facendo così pensare che vi fosse una correlazione diretta tra ogni singolo pezzo venduto e l’ammontare della beneficenza effettiva. Ieri la signora Fedez è stata prontamente scaricata dagli altri protagonisti di questa vicenda poco edificante. Cannillo ha spiegato al Fatto che l’anno scorso Madame «ha chiesto una cifra esorbitante» per proseguire la campagna. E poi ha chiarito la natura del suo ingaggio: «Assolutamente non c’è stata correlazione tra le vendite delle uova e la donazione a I Bambini delle Fate […], lei è stata pagata per aver ceduto la sua immagine. Noi abbiamo fatto una donazione, per lei non era da contratto». Antonello si è limitato a precisare di aver preteso che Dolci Preziosi nella sua campagna pubblicitaria non legasse la donazione alle vendite e di aver permesso solo la frase «Sosteniamo i Bambini delle Fate». Che però è una frase decisamente ambigua. A rovinare il Natale a casa Ferragnez si sono messe anche le associazioni dei consumatori. Un esposto del Codacons-Assourt, che parla di presunta truffa sui prodotti Balocco, è finito sul tavolo del procuratore capo di Milano, Marcello Viola, che nei prossimi giorni valuterà che fascicolo aprire sul pandori-gate. Potenzialmente, anche la storia delle uova di Pasqua potrebbe finire in Procura. Anche perché sono state vendute a 9 euro l’una, ovvero al doppio delle altre uova non griffate Ferragni. E il Codacons ha annunciato un nuovo esposto per pubblicità ingannevole all’Antitrust, che ha già punito Ferragni e Balocco con la multa da un milione. Al di là degli eventuali profili penali, questa beneficenza solo strass e glitter consente di aggiornare la fenomenologia degli influencer e di chi li ha pompati, scegliendo di spostare milioni di pubblicità da televisioni e giornali a singoli personaggi. Un giochetto, come si vede, un po’ pericoloso. Specie se questi personaggi prima o poi cadono e si dimostrano dei semplici personaggetti, come direbbe Vincenzo De Luca. Basta un rapido giro sui social della Sacerdotessa di Cremona per vedere che in questi giorni sta piazzando prodotti di marchi come Calzedonia, Falconeri, Alpro, Chanel, Pantene, Louis Vuitton, MaxMara, Prada, Yepoda e Bmw Italia. Brava lei, non c’è che dire. Alla faccia degli invidiosi da tastiera, che ovviamente da due giorni la stanno insultando per la storia dei pandori e delle uova, nel 2022 Ferragni ha fatturato circa 30 milioni di euro, raddoppiando in un solo anno i ricavi. Di immagine ha vissuto e di immagine, ora, rischia di cadere per questa beneficenza sbandierata e presunta. Tutto questo accade a pochi giorni dal Natale e sembra confermare una lucidissima analisi di Byung Chul Han, contenuta nel saggio Le nostre vite manipolate dalla rete (Einaudi, 2023). Il filosofo coreano-tedesco scrive: «I follower partecipano alla loro vita come discepoli comprando i prodotti che gli influencer ingiungono di consumare nella messa in scena della loro quotidianità. Così i follower prendono parte a un’eucarestia digitale. I social somigliano a una chiesa: il like è il loro amen. Lo sharing è la comunione. Il consumo è la salvezza». Il pandoro di Cuneo, almeno, speriamo che fosse buono.
Da sinistra: Bruno Migale, Ezio Simonelli, Vittorio Pisani, Luigi De Siervo, Diego Parente e Maurizio Improta
Questa mattina la Lega Serie A ha ricevuto il capo della Polizia, prefetto Vittorio Pisani, insieme ad altri vertici della Polizia, per un incontro dedicato alla sicurezza negli stadi e alla gestione dell’ordine pubblico. Obiettivo comune: sviluppare strumenti e iniziative per un calcio più sicuro, inclusivo e rispettoso.
Oggi, negli uffici milanesi della Lega Calcio Serie A, il mondo del calcio professionistico ha ospitato le istituzioni di pubblica sicurezza per un confronto diretto e costruttivo.
Il capo della Polizia, prefetto Vittorio Pisani, accompagnato da alcune delle figure chiave del dipartimento - il questore di Milano Bruno Migale, il dirigente generale di P.S. prefetto Diego Parente e il presidente dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive Maurizio Improta - ha incontrato i vertici della Lega, guidati dal presidente Ezio Simonelli, dall’amministratore delegato Luigi De Siervo e dall’head of competitions Andrea Butti.
Al centro dell’incontro, durato circa un’ora, temi di grande rilevanza per il calcio italiano: la sicurezza negli stadi e la gestione dell’ordine pubblico durante le partite di Serie A. Secondo quanto emerso, si è trattato di un momento di dialogo concreto, volto a rafforzare la collaborazione tra istituzioni e club, con l’obiettivo di rendere le competizioni sportive sempre più sicure per tifosi, giocatori e operatori.
Il confronto ha permesso di condividere esperienze, criticità e prospettive future, aprendo la strada a un percorso comune per sviluppare strumenti e iniziative capaci di garantire un ambiente rispettoso e inclusivo. La volontà di entrambe le parti è chiara: non solo prevenire episodi di violenza o disordine, ma anche favorire la cultura del rispetto, elemento indispensabile per la crescita del calcio italiano e per la tutela dei tifosi.
«L’incontro di oggi rappresenta un passo importante nella collaborazione tra Lega e Forze dell’Ordine», si sottolinea nella nota ufficiale diffusa al termine della visita dalla Lega Serie A. L’intenzione condivisa è quella di creare un dialogo costante, capace di tradursi in azioni concrete, procedure aggiornate e interventi mirati negli stadi di tutta Italia.
In un contesto sportivo sempre più complesso, dove la passione dei tifosi può trasformarsi rapidamente in tensione, il dialogo tra Lega e Polizia appare strategico. La sfida, spiegano i partecipanti, è costruire una rete di sicurezza che sia preventiva, reattiva e sostenibile, tutelando chi partecipa agli eventi senza compromettere l’atmosfera che caratterizza il calcio italiano.
L’appuntamento di Milano conferma come la sicurezza negli stadi non sia solo un tema operativo, ma un valore condiviso: la Serie A e le forze dell’ordine intendono camminare insieme, passo dopo passo, verso un calcio sempre più sicuro, inclusivo e rispettoso.
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Due bambini svaniti nel nulla. Mamma e papà non hanno potuto fargli neppure gli auguri di compleanno, qualche giorno fa, quando i due fratellini hanno compiuto 5 e 9 anni in comunità. Eppure una telefonata non si nega neanche al peggior delinquente. Dunque perché a questi genitori viene negato il diritto di vedere e sentire i loro figli? Qual è la grave colpa che avrebbero commesso visto che i bimbi stavano bene?
Un allontanamento che oggi mostra troppi lati oscuri. A partire dal modo in cui quel 16 ottobre i bimbi sono stati portati via con la forza, tra le urla strazianti. Alle ore 11.10, come denunciano le telecamere di sorveglianza della casa, i genitori vengono attirati fuori al cancello da due carabinieri. Alle 11.29 spuntano dal bosco una decina di agenti, armati di tutto punto e col giubbotto antiproiettile. E mentre gridano «Pigliali, pigliali tutti!» fanno irruzione nella casa, dove si trovano, da soli, i bambini. I due fratellini vengono portati fuori dagli agenti, il più piccolo messo a sedere, sulle scale, col pigiamino e senza scarpe. E solo quindici minuti dopo, alle 11,43, come registrano le telecamere, arrivano le assistenti sociali che portano via i bambini tra le urla disperate.
Una procedura al di fuori di ogni regola. Che però ottiene l’appoggio della giudice Nadia Todeschini, del Tribunale dei minori di Firenze. Come riferisce un ispettore ripreso dalle telecamere di sorveglianza della casa: «Ho telefonato alla giudice e le ho detto: “Dottoressa, l’operazione è andata bene. I bambini sono con i carabinieri. E adesso sono arrivati gli assistenti sociali”. E la giudice ha risposto: “Non so come ringraziarvi!”».
Dunque, chi ha dato l’ordine di agire in questo modo? E che trauma è stato inferto a questi bambini? Giriamo la domanda a Marina Terragni, Garante per l’infanzia e l’adolescenza. «Per la nostra Costituzione un bambino non può essere prelevato con la forza», conferma, «per di più se non è in borghese. Ci sono delle sentenze della Cassazione. Queste modalità non sono conformi allo Stato di diritto. Se il bambino non vuole andare, i servizi sociali si debbono fermare. Purtroppo ci stiamo abituando a qualcosa che è fuori legge».
Proviamo a chiedere spiegazioni ai servizi sociali dell’unione Montana dei comuni Valtiberina, ma l’accoglienza non è delle migliori. Prima minacciano di chiamare i carabinieri. Poi, la più giovane ci chiude la porta in faccia con un calcio. È Veronica Savignani, che quella mattina, come mostrano le telecamere, afferra il bimbo come un pacco. E mentre lui scalcia e grida disperato - «Aiuto! Lasciatemi andare» - lei lo rimprovera: «Ma perché urli?». Dopo un po’ i toni cambiano. Esce a parlarci Sara Spaterna. C’era anche lei quel giorno, con la collega Roberta Agostini, per portare via i bambini. Ma l’unica cosa di cui si preoccupa è che «è stata rovinata la sua immagine». E alle nostre domande ripete come una cantilena: «Non posso rispondere». Anche la responsabile dei servizi, Francesca Meazzini, contattata al telefono, si trincera dietro un «non posso dirle nulla».
Al Tribunale dei Minoridi Firenze, invece, parte lo scarica barile. La presidente, Silvia Chiarantini, dice che «l’allontanamento è avvenuto secondo le regole di legge». E ci conferma che i genitori possono vedere i figli in incontri protetti. E allora perché da due mesi a mamma e papà non è stata concessa neppure una telefonata? E chi pagherà per il trauma fatto a questi bambini?
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Il premier: «Il governo ci ha creduto fin dall’inizio, impulso decisivo per nuovi traguardi».
«Il governo ha creduto fin dall’inizio in questa sfida e ha fatto la sua parte per raggiungere questo traguardo. Ringrazio i ministri Lollobrigida e Giuli che hanno seguito il dossier, ma è stata una partita che non abbiamo giocato da soli: abbiamo vinto questa sfida insieme al popolo italiano. Questo riconoscimento imprimerà al sistema Italia un impulso decisivo per raggiungere nuovi traguardi».
Lo ha detto la premier Giorgia Meloni in un videomessaggio celebrando l’entrata della cucina italiana nei patrimoni culturali immateriali dell’umanità. È la prima cucina al mondo a essere riconosciuta nella sua interezza. A deliberarlo, all’unanimità, è stato il Comitato intergovernativo dell’Unesco, riunito a New Delhi, in India.
Ansa
I vaccini a Rna messaggero contro il Covid favoriscono e velocizzano, se a dosi ripetute, la crescita di piccoli tumori già presenti nell’organismo e velocizzano la crescita di metastasi. È quanto emerge dalla letteratura scientifica e, in particolare, dagli esperimenti fatti in vitro sulle cellule e quelli sui topi, così come viene esposto nello studio pubblicato lo scorso 2 dicembre sulla rivista Mdpi da Ciro Isidoro, biologo, medico, patologo e oncologo sperimentale, nonché professore ordinario di patologia generale all’Università del Piemonte orientale di Novara. Lo studio è una review, ovvero una sintesi critica dei lavori scientifici pubblicati finora sull’argomento, e le conclusioni a cui arriva sono assai preoccupanti. Dai dati scientifici emerge che sia il vaccino a mRna contro il Covid sia lo stesso virus possono favorire la crescita di tumori e metastasi già esistenti. Inoltre, alla luce dei dati clinici a disposizione, emerge sempre più chiaramente che a questo rischio di tumori e metastasi «accelerati» appaiono più esposti i vaccinati con più dosi. Fa notare Isidoro: «Proprio a causa delle ripetute vaccinazioni i vaccinati sono più soggetti a contagiarsi e dunque - sebbene sia vero che il vaccino li protegge, ma temporaneamente, dal Covid grave - queste persone si ritrovano nella condizione di poter subire contemporaneamente i rischi oncologici provocati da vaccino e virus naturale messi insieme».
Sono diversi i meccanismi cellulari attraverso cui il vaccino può velocizzare l’andamento del cancro analizzati negli studi citati nella review di Isidoro, intitolata «Sars-Cov2 e vaccini anti-Covid-19 a mRna: Esiste un plausibile legame meccanicistico con il cancro?». Tra questi studi, alcuni rilevano che, in conseguenza della vaccinazione anti-Covid a mRna - e anche in conseguenza del Covid -, «si riduce Ace 2», enzima convertitore di una molecola chiamata angiotensina II, favorendo il permanere di questa molecola che favorisce a sua volta la proliferazione dei tumori. Altri dati analizzati nella review dimostrano inoltre che sia il virus che i vaccini di nuova generazione portano ad attivazione di geni e dunque all’attivazione di cellule tumorali. Altri dati ancora mostrano come sia il virus che il vaccino inibiscano l’espressione di proteine che proteggono dalle mutazioni del Dna.
Insomma, il vaccino anti-Covid, così come il virus, interferisce nei meccanismi cellulari di protezione dal cancro esponendo a maggiori rischi chi ha già una predisposizione genetica alla formazione di cellule tumorali e i malati oncologici con tumori dormienti, spiega Isidoro, facendo notare come i vaccinati con tre o più dosi si sono rivelati più esposti al contagio «perché il sistema immunitario in qualche modo viene ingannato e si adatta alla spike e dunque rende queste persone più suscettibili ad infettarsi».
Nella review anche alcune conferme agli esperimenti in vitro che arrivano dal mondo reale, come uno studio retrospettivo basato su un’ampia coorte di individui non vaccinati (595.007) e vaccinati (2.380.028) a Seul, che ha rilevato un’associazione tra vaccinazione e aumento del rischio di cancro alla tiroide, allo stomaco, al colon-retto, al polmone, al seno e alla prostata. «Questi dati se considerati nel loro insieme», spiega Isidoro, «convergono alla stessa conclusione: dovrebbero suscitare sospetti e stimolare una discussione nella comunità scientifica».
D’altra parte, anche Katalin Karikó, la biochimica vincitrice nel 2023 del Nobel per la Medicina proprio in virtù dei suoi studi sull’Rna applicati ai vaccini anti Covid, aveva parlato di questi possibili effetti collaterali di «acceleratore di tumori già esistenti». In particolare, in un’intervista rilasciata a Die Welt lo scorso gennaio, la ricercatrice ungherese aveva riferito della conversazione con una donna sulla quale, due giorni dopo l’inoculazione, era comparso «un grosso nodulo al seno». La signora aveva attribuito l’insorgenza del cancro al vaccino, mentre la scienziata lo escludeva ma tuttavia forniva una spiegazione del fenomeno: «Il cancro c’era già», spiegava Karikó, «e la vaccinazione ha dato una spinta in più al sistema immunitario, così che le cellule di difesa immunitaria si sono precipitate in gran numero sul nemico», sostenendo, infine, che il vaccino avrebbe consentito alla malcapitata di «scoprire più velocemente il cancro», affermazione che ha lasciato e ancor di più oggi lascia - alla luce di questo studio di Isidoro - irrisolti tanti interrogativi, soprattutto di fronte all’incremento in numero dei cosiddetti turbo-cancri e alla riattivazione di metastasi in malati oncologici, tutti eventi che si sono manifestati post vaccinazione anti- Covid e non hanno trovato altro tipo di plausibilità biologica diversa da una possibile correlazione con i preparati a mRna.
«Marginale il gabinetto di Speranza»
Mentre eravamo chiusi in casa durante il lockdown, il più lungo di tutti i Paesi occidentali, ognuno di noi era certo in cuor suo che i decisori che apparecchiavano ogni giorno alle 18 il tragico rito della lettura dei contagi e dei decessi sapessero ciò che stavano facendo. In realtà, al netto di un accettabile margine di impreparazione vista l’emergenza del tutto nuova, nelle tante stanze dei bottoni che il governo Pd-M5S di allora, guidato da Giuseppe Conte, aveva istituito, andavano tutti in ordine sparso. E l’audizione in commissione Covid del proctologo del San Raffaele Pierpaolo Sileri, allora viceministro alla Salute in quota 5 stelle, ha reso ancor più tangibile il livello d’improvvisazione e sciatteria di chi allora prese le decisioni e oggi è impegnato in tripli salti carpiati pur di rinnegarne la paternità. È il caso, ad esempio, del senatore Francesco Boccia del Pd, che ieri è intervenuto con zelante sollecitudine rivolgendo a Sileri alcune domande che son suonate più come ingannevoli asseverazioni. Una per tutte: «Io penso che il gabinetto del ministero della salute (guidato da Roberto Speranza, ndr) fosse assolutamente marginale, decidevano Protezione civile e coordinamento dei ministri». Il senso dell’intervento di Boccia non è difficile da cogliere: minimizzare le responsabilità del primo imputato della malagestione pandemica, Speranza, collega di partito di Boccia, e rovesciare gli oneri ora sul Cts, ora sulla Protezione civile, eventualmente sul governo ma in senso collegiale. «Puoi chiarire questi aspetti così li mettiamo a verbale?», ha chiesto Boccia a Sileri. L’ex sottosegretario alla salute, però, non ha dato la risposta desiderata: «Il mio ruolo era marginale», ha dichiarato Sileri, impegnato a sua volta a liberarsi del peso degli errori e delle omissioni in nome di un malcelato «io non c’ero, e se c’ero dormivo», «il Cts faceva la valutazione scientifica e la dava alla politica. Era il governo che poi decideva». Quello stesso governo dove Speranza, per forza di cose, allora era il componente più rilevante. Sileri ha dichiarato di essere stato isolato dai funzionari del ministero: «Alle riunioni non credo aver preso parte se non una volta» e «i Dpcm li ricevevo direttamente in aula, non ne avevo nemmeno una copia». Che questo racconto sia funzionale all’obiettivo di scaricare le responsabilità su altri, è un dato di fatto, ma l’immagine che ne esce è quella di decisori «inadeguati e tragicomici», come ebbe già ad ammettere l’altro sottosegretario Sandra Zampa (Pd).Anche sull’adozione dell’antiscientifica «terapia» a base di paracetamolo (Tachipirina) e vigile attesa, Sileri ha dichiarato di essere totalmente estraneo alla decisione: «Non so chi ha redatto la circolare del 30 novembre 2020 che dava agli antinfiammatori un ruolo marginale, ne ho scoperto l’esistenza soltanto dopo che era già uscita». Certo, ha ammesso, a novembre poteva essere dato maggiore spazio ai Fans perché «da marzo avevamo capito che non erano poi così malvagi». Bontà sua. Per Alice Buonguerrieri (Fdi) «è la conferma che la gestione del Covid affogasse nella confusione più assoluta». Boccia è tornato all’attacco anche sul piano pandemico: «Alcuni virologi hanno ribadito che era scientificamente impossibile averlo su Sars Cov-2, confermi?». «L'impatto era inatteso, ma ovviamente avere un piano pandemico aggiornato avrebbe fatto grosse differenze», ha replicato Sileri, che nel corso dell’audizione ha anche preso le distanze dalle misure suggerite dall’Oms che «aveva un grosso peso politico da parte dalla Cina». «I burocrati nominati da Speranza sono stati lasciati spadroneggiare per coprire le scelte errate dei vertici politici», è il commento di Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia, alla «chicca» emersa in commissione: un messaggio di fuoco che l’allora capo di gabinetto del ministero Goffredo Zaccardi indirizzò a Sileri («Stai buono o tiro fuori i dossier che ho nel cassetto», avrebbe scritto).In che mani siamo stati.
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