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2023-04-22
Fare figli è più facile se si lasciano aperti i piccoli punti nascita
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Tra i disincentivi alla natalità da eliminare, di cui parla il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, dovrebbero esserci anche gli obblighi di 500 parti l’anno per tenere aperto un punto nascita. Altrimenti vengono chiusi, come è capitato e sta accadendo in diverse Regioni italiane, costringendo le future mamme compiere lunghi tragitti per dare alla luce il loro piccolo all’interno di una struttura ospedaliera.
A Sant’Anna di Castelnovo Monti, l’unico ospedale presente in tutto il comprensorio dell’Appennino reggiano, il punto nascita è chiuso dal 2017. Eppure, nel 2020, durante la campagna elettorale regionale, il governatore Stefano Bonaccini promise che l’avrebbe riaperto; a marzo 2021 definì «un errore» chiuderlo, ma il centro aprirà (forse) non prima del 2026.
Un mese fa, addirittura, la direttrice dell’Ausl di Reggio, Cristina Marchesi, ha sostenuto che i servizi «andrebbero ristrutturati in base alle esigenze attuali e del futuro, non a quelle di ieri. Quindi, investire in ottica di una popolazione sempre più anziana e non per i neonati che non ci sono». Parole che hanno sorpreso e fatto indignare il sindaco di Castelnovo Monti, Enrico Bini. «Deve essere la presenza e il mantenimento dei servizi a incidere sul calo dei residenti in montagna, sulla necessità di avere famiglie che scelgano di vivere qui e le conseguenze di crescita sugli indici di natalità del territorio», è stato il suo commento. «Se ci abbandonassimo al ragionamento inverso, dovremmo mantenere sul territorio solo case di riposo e strutture per anziani, non più scuole, strutture sportive e servizi per i giovani».
Intanto, da quando il punto nascita è stato chiuso, non poche mamme sono state costrette a partorire in ambulanza durante il viaggio dall’Appennino a Reggio. E non si può far nascere il proprio figlio ad Alto Reno Terme (Bologna), Pavullo nel Frignano (Modena), Castelnuovo ne’ Monti (Reggio Emilia), Borgo Val di Taro (Parma), perché i centri sono stati chiusi nel 2017.
La Campania, ha chiesto l’apertura in deroga dei punti nascita negli ospedali di Polla, Sapri, Piedimonte Matese e Sessa Aurunca ma secondo il presidente della Regione, Vincenzo De Luca, il governo continua a dare parere negativo. «Non è vero che ha presentato una richiesta di deroga ben motivata», ha obiettato il senatore di Fdi Antonio Iannone, imputando al governatore scarsa attenzione per la questione. Il gruppo Cittadini attivi provincia di Salerno, già a novembre 2018, aveva scritto al governatore De Luca e all’allora ministro della Salute, Giulia Grillo, facendo presente che, chiudendo questi centri, «il tempo di percorrenza medio dal Vallo di Diano verso il più vicino punto nascita di Battipaglia, in condizioni ottimali, è di oltre 70 minuti, mentre verso il punto nascita del Dea di riferimento di Vallo della Lucania è di oltre 90, senza considerare i problemi legati alla viabilità, al traffico ed alle avverse condizioni climatiche».
Anche per gli altri, si andava dai 70 ai 90 minuti di tragitto senza contare, sottolineavano, che «la chiusura del punto nascita di Polla è in contraddizione con l’individuazione del Vallo di Diano quale “Area pilota per la strategia delle aree interne”, al fine di riorganizzare i servizi offerti ai cittadini, a partire dai servizi per la salute, attraverso modelli di gestione efficaci e coerenti con le esigenze del territorio». Sempre in Campania, dall’1 gennaio 2016 rimane chiusa l’unità di ginecologia e ostetricia presso l’ospedale Santa Maria dell’Olmo.
Tra la fine del 2017 e il 2018 l’assessorato alla Sanità della Lombardia ha detto stop ai punti nascita dell’Istituto clinico Beato Matteo di Pavia e dell’Istituto clinico Città di Brescia, di Oglio Po, Piario, Chiavenna e Angera. In Toscana, dallo scorso giugno non è più attivo il reparto maternità dell’ospedale Cosma e Damiano di Pescia, la principale struttura sanitaria della Valdinievole. Pensate, si erano registrate 459 nascite, appena 41 in meno rispetto alla soglia di 500 che per legge sono la quota minima a giustificare l’esistenza di un punto nascita.
Nel 2014, i punti nascita in Italia erano 513; 467 nel 2016, calati poi a 397 nel 2018; nel 2021 erano 364. Diminuiscono le nascite, ma le necessità delle partorienti non cambiano come ha evidenziato Imma Vietri di Fdi, prima firmataria della proposta presentata in commissione Affari sociali della Camera e approvata nei giorni scorsi all’unanimità. Una risoluzione che chiede di aumentare e tutelare la distribuzione dei punti nascita, anche nelle strutture ospedaliere dove si effettuano meno di 500 parti l’anno, «dato totalmente inappropriato, soprattutto alla luce della crisi demografica in Italia», ha sottolineato il deputato, così da non mettere a rischio la salute e la vita di partorienti e figli.
Una scelta possibile, basta «valutare nuovi protocolli di sicurezza volti a garantire elevati standard operativi, tecnologici e di sicurezza», chiede la risoluzione approvata. Ora tocca al governo, aggiornare gli standard. «I punti nascita devono restare aperti. Sono importantissimi per accogliere e valutare le donne che aspettano un bambino e avviare il percorso individuale più idoneo per loro e i figli che aspettano, sia durante la gravidanza sia al momento del parto», ha detto di recente Roberto Zagni, già primario al San Leopoldo Mandic di Merate, sostenendo che «i parametri sul numero minimo di parti in un anno per tenere aperto un punto nascita vanno rivisti».
Curiosamente, invece, a marzo gli esperti delle associazioni di ginecologia e anestesia in audizione alla Camera, hanno ribadito che, per garantire standard di sicurezza a madre e bambino, «i punti nascita devono essere di almeno 1.000 parti all’anno e mai meno di 500». Forse, invece, servono solo buone strutture funzionanti, con personale formato e motivato. Si contano i parti, per valutare l’idoneità di un punto nascita e poi si reputa un ospedale di comunità con dieci posti letto più importante di una scuola con 90 bambini. Accade a Napoli, dove i piccoli dovranno fare fagotto dopo che sono stati appena spesi 300.000 euro per ammodernare edificio e palestra.
Che pena le femministe che occupano il salone dove si parla soltanto di vita
Mobilitazione e proteste abortiste dovevano essere e mobilitazione e proteste abortiste sono state. Tanto che la prima delle due giornate di «Maternità in-attesa: preservare la salute della donna in gravidanza» - in programma, ieri presso la biblioteca statale che si trova nella facoltà di Filosofia, in via Garibaldi 20, a Macerata, non si è potuta tenere; non secondo la scaletta prevista, almeno. A farlo sapere, con una nota diffusa ieri pomeriggio, è stata Francesca Romana Poleggi, membro del direttivo di Pro vita & famiglia, associazione promotrice dell’evento insieme alla Regione Marche, al Centro di aiuto alla vita di Loreto, alla Federazione consultori familiari di ispirazione cristiana regione Marche e all’Opa - Osservatorio permanente sull’aborto.
«Decine di femministe hanno occupato la biblioteca», ha spiegato Poleggi, «hanno urlato a chiunque si avvicinasse al tavolo dei relatori per parlare ai microfoni. In più, hanno affisso volantini e striscioni contro il convegno e con espliciti riferimenti sessuali e occupato quasi tutte le sedie della sala». Il collettivo studentesco Depangher ha così rivendicato la protesta sulla sua pagina Facebook, «x» compresa: «All’arrivo dei Pro vita in università l’aula era già piena di studentx, ed era stata trasformata in uno spazio femminista. Una contestazione partecipata, colorata e durata circa un’ora che ha costretto i relatori a ritardare l’incontro, tra fischi, cori, coriandoli e slogan che rivendicavano il diritto ad un aborto libero e sicuro».
Nella biblioteca sono effettivamente comparsi, come provano numerose foto, striscioni con scritte come «Sul mio corpo decido io» e «Nella nostra università nessun credito». Queste ultime parole rispecchiano la rabbia per il fatto che la partecipazione all’evento - ieri, è il caso di dirlo, quasi abortito -, prevedesse la possibilità, di cui ha scritto anche su L’Espresso Simone Alliva in un pezzo eloquente fin dal titolo («Lo strano caso degli antiabortisti che regalano crediti ai medici nelle Marche») di raccogliere crediti formativi per infermieri, farmacisti, medici, ostetriche e psicologi. Depangher aveva, inoltre, fatto sapere come, diversamente da quanto programmato, fossero stati negati alla due giorni sia una sala sia il patrocinio dell’università.
L’Università di Macerata ha, però, inviato una nota di rettifica, per spiegare da una parte come, in realtà, non avesse «mai concesso il patrocinio all’iniziativa» e, dall’altra, che «non è stato mai contemplato il rilascio di crediti formativi». Peccato che nonostante ciò - e benché i lavori della giornata di ieri fossero stati previsti, per citare ancora l’ateneo marchigiano, «non negli spazi dell’ateneo, ma in quelli della biblioteca statale, istituzione indipendente» - essi non si siano potuti tenere nei termini previsti, a causa delle dure proteste organizzate. E pensare che la giornata non aveva alcuna finalità di critica alla facoltà di abortire per la donna.
«Il nostro scopo è difendere il diritto alla salute delle donne e il loro diritto anche a non abortire», ha sottolineato sempre Poleggi,aggiungendo: «Ma loro lo volevano impedire. È questa la libertà che professano? Sono questi i diritti e la democrazia di cui si ergono a paladine? Soltanto l’intervento della Digos ha permesso, seppur in estremo ritardo, l’avvio del convegno». Che, quindi, ha avuto svolgimento anche se non prima che le femministe rovesciassero sulle sedie coriandoli e volantini e che alcuni partecipanti all’evento, comprensibilmente spaventati, decidessero di andarsene. Una esemplare lezione di buona educazione e di democrazia, dunque, quella dei collettivi e delle femministe.
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Avanza l’idea di rivedere la soglia di 500 parti l’anno, al di sotto della quale una struttura va chiusa. Ma alcuni medici dicono no.A Macerata, insieme ai collettivi di sinistra, le femministe hanno fatto slittare il convegno pro life.Lo speciale contiene due articoli.Tra i disincentivi alla natalità da eliminare, di cui parla il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, dovrebbero esserci anche gli obblighi di 500 parti l’anno per tenere aperto un punto nascita. Altrimenti vengono chiusi, come è capitato e sta accadendo in diverse Regioni italiane, costringendo le future mamme compiere lunghi tragitti per dare alla luce il loro piccolo all’interno di una struttura ospedaliera.A Sant’Anna di Castelnovo Monti, l’unico ospedale presente in tutto il comprensorio dell’Appennino reggiano, il punto nascita è chiuso dal 2017. Eppure, nel 2020, durante la campagna elettorale regionale, il governatore Stefano Bonaccini promise che l’avrebbe riaperto; a marzo 2021 definì «un errore» chiuderlo, ma il centro aprirà (forse) non prima del 2026.Un mese fa, addirittura, la direttrice dell’Ausl di Reggio, Cristina Marchesi, ha sostenuto che i servizi «andrebbero ristrutturati in base alle esigenze attuali e del futuro, non a quelle di ieri. Quindi, investire in ottica di una popolazione sempre più anziana e non per i neonati che non ci sono». Parole che hanno sorpreso e fatto indignare il sindaco di Castelnovo Monti, Enrico Bini. «Deve essere la presenza e il mantenimento dei servizi a incidere sul calo dei residenti in montagna, sulla necessità di avere famiglie che scelgano di vivere qui e le conseguenze di crescita sugli indici di natalità del territorio», è stato il suo commento. «Se ci abbandonassimo al ragionamento inverso, dovremmo mantenere sul territorio solo case di riposo e strutture per anziani, non più scuole, strutture sportive e servizi per i giovani».Intanto, da quando il punto nascita è stato chiuso, non poche mamme sono state costrette a partorire in ambulanza durante il viaggio dall’Appennino a Reggio. E non si può far nascere il proprio figlio ad Alto Reno Terme (Bologna), Pavullo nel Frignano (Modena), Castelnuovo ne’ Monti (Reggio Emilia), Borgo Val di Taro (Parma), perché i centri sono stati chiusi nel 2017.La Campania, ha chiesto l’apertura in deroga dei punti nascita negli ospedali di Polla, Sapri, Piedimonte Matese e Sessa Aurunca ma secondo il presidente della Regione, Vincenzo De Luca, il governo continua a dare parere negativo. «Non è vero che ha presentato una richiesta di deroga ben motivata», ha obiettato il senatore di Fdi Antonio Iannone, imputando al governatore scarsa attenzione per la questione. Il gruppo Cittadini attivi provincia di Salerno, già a novembre 2018, aveva scritto al governatore De Luca e all’allora ministro della Salute, Giulia Grillo, facendo presente che, chiudendo questi centri, «il tempo di percorrenza medio dal Vallo di Diano verso il più vicino punto nascita di Battipaglia, in condizioni ottimali, è di oltre 70 minuti, mentre verso il punto nascita del Dea di riferimento di Vallo della Lucania è di oltre 90, senza considerare i problemi legati alla viabilità, al traffico ed alle avverse condizioni climatiche».Anche per gli altri, si andava dai 70 ai 90 minuti di tragitto senza contare, sottolineavano, che «la chiusura del punto nascita di Polla è in contraddizione con l’individuazione del Vallo di Diano quale “Area pilota per la strategia delle aree interne”, al fine di riorganizzare i servizi offerti ai cittadini, a partire dai servizi per la salute, attraverso modelli di gestione efficaci e coerenti con le esigenze del territorio». Sempre in Campania, dall’1 gennaio 2016 rimane chiusa l’unità di ginecologia e ostetricia presso l’ospedale Santa Maria dell’Olmo.Tra la fine del 2017 e il 2018 l’assessorato alla Sanità della Lombardia ha detto stop ai punti nascita dell’Istituto clinico Beato Matteo di Pavia e dell’Istituto clinico Città di Brescia, di Oglio Po, Piario, Chiavenna e Angera. In Toscana, dallo scorso giugno non è più attivo il reparto maternità dell’ospedale Cosma e Damiano di Pescia, la principale struttura sanitaria della Valdinievole. Pensate, si erano registrate 459 nascite, appena 41 in meno rispetto alla soglia di 500 che per legge sono la quota minima a giustificare l’esistenza di un punto nascita.Nel 2014, i punti nascita in Italia erano 513; 467 nel 2016, calati poi a 397 nel 2018; nel 2021 erano 364. Diminuiscono le nascite, ma le necessità delle partorienti non cambiano come ha evidenziato Imma Vietri di Fdi, prima firmataria della proposta presentata in commissione Affari sociali della Camera e approvata nei giorni scorsi all’unanimità. Una risoluzione che chiede di aumentare e tutelare la distribuzione dei punti nascita, anche nelle strutture ospedaliere dove si effettuano meno di 500 parti l’anno, «dato totalmente inappropriato, soprattutto alla luce della crisi demografica in Italia», ha sottolineato il deputato, così da non mettere a rischio la salute e la vita di partorienti e figli.Una scelta possibile, basta «valutare nuovi protocolli di sicurezza volti a garantire elevati standard operativi, tecnologici e di sicurezza», chiede la risoluzione approvata. Ora tocca al governo, aggiornare gli standard. «I punti nascita devono restare aperti. Sono importantissimi per accogliere e valutare le donne che aspettano un bambino e avviare il percorso individuale più idoneo per loro e i figli che aspettano, sia durante la gravidanza sia al momento del parto», ha detto di recente Roberto Zagni, già primario al San Leopoldo Mandic di Merate, sostenendo che «i parametri sul numero minimo di parti in un anno per tenere aperto un punto nascita vanno rivisti».Curiosamente, invece, a marzo gli esperti delle associazioni di ginecologia e anestesia in audizione alla Camera, hanno ribadito che, per garantire standard di sicurezza a madre e bambino, «i punti nascita devono essere di almeno 1.000 parti all’anno e mai meno di 500». Forse, invece, servono solo buone strutture funzionanti, con personale formato e motivato. Si contano i parti, per valutare l’idoneità di un punto nascita e poi si reputa un ospedale di comunità con dieci posti letto più importante di una scuola con 90 bambini. 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Il collettivo studentesco Depangher ha così rivendicato la protesta sulla sua pagina Facebook, «x» compresa: «All’arrivo dei Pro vita in università l’aula era già piena di studentx, ed era stata trasformata in uno spazio femminista. Una contestazione partecipata, colorata e durata circa un’ora che ha costretto i relatori a ritardare l’incontro, tra fischi, cori, coriandoli e slogan che rivendicavano il diritto ad un aborto libero e sicuro». Nella biblioteca sono effettivamente comparsi, come provano numerose foto, striscioni con scritte come «Sul mio corpo decido io» e «Nella nostra università nessun credito». Queste ultime parole rispecchiano la rabbia per il fatto che la partecipazione all’evento - ieri, è il caso di dirlo, quasi abortito -, prevedesse la possibilità, di cui ha scritto anche su L’Espresso Simone Alliva in un pezzo eloquente fin dal titolo («Lo strano caso degli antiabortisti che regalano crediti ai medici nelle Marche») di raccogliere crediti formativi per infermieri, farmacisti, medici, ostetriche e psicologi. Depangher aveva, inoltre, fatto sapere come, diversamente da quanto programmato, fossero stati negati alla due giorni sia una sala sia il patrocinio dell’università. L’Università di Macerata ha, però, inviato una nota di rettifica, per spiegare da una parte come, in realtà, non avesse «mai concesso il patrocinio all’iniziativa» e, dall’altra, che «non è stato mai contemplato il rilascio di crediti formativi». Peccato che nonostante ciò - e benché i lavori della giornata di ieri fossero stati previsti, per citare ancora l’ateneo marchigiano, «non negli spazi dell’ateneo, ma in quelli della biblioteca statale, istituzione indipendente» - essi non si siano potuti tenere nei termini previsti, a causa delle dure proteste organizzate. E pensare che la giornata non aveva alcuna finalità di critica alla facoltà di abortire per la donna. «Il nostro scopo è difendere il diritto alla salute delle donne e il loro diritto anche a non abortire», ha sottolineato sempre Poleggi,aggiungendo: «Ma loro lo volevano impedire. È questa la libertà che professano? Sono questi i diritti e la democrazia di cui si ergono a paladine? Soltanto l’intervento della Digos ha permesso, seppur in estremo ritardo, l’avvio del convegno». Che, quindi, ha avuto svolgimento anche se non prima che le femministe rovesciassero sulle sedie coriandoli e volantini e che alcuni partecipanti all’evento, comprensibilmente spaventati, decidessero di andarsene. Una esemplare lezione di buona educazione e di democrazia, dunque, quella dei collettivi e delle femministe.
Come spiega il ministero della Salute, il monossido di carbonio è tra i più rilevanti inquinanti prodotti dalla combustione. Si tratta di un gas. Un gas incolore, inodore, insapore, non irritante e, soprattutto, tossico. Si capisce che se non ha colore, non ha odore, non ha sapore e non irrita può diventare difficile accorgersi di starne inalando oltre la soglia di tolleranza. Altro elemento negativo è che senza ventilazione adeguata il monossido di carbonio può raggiungere concentrazioni elevate negli ambienti in cui si trova. Per le sue caratteristiche già viste, il monossido di carbonio può quindi essere inalato in modo subdolo, impercettibile, fino a raggiungere nell’organismo concentrazioni letali.
Il monossido di carbonio presente nell’aria degli ambienti confinati proviene principalmente dal fumo di tabacco e da fonti di combustione non dotate di idonea aspirazione, come radiatori portatili a kerosene e a gas, caldaie, scaldabagni, stufe a gas, caminetti e stufe a legna. Una delle più comuni cause di intossicazione da monossido di carbonio, infatti, dipende dalle vecchie stufe a gas liquido tenute in ambienti dove non si area a sufficienza. Nel caso di combustione incompleta di qualsiasi materiale organico contenente carbonio, in presenza di scarso contenuto di ossigeno nell’ambiente, il monossido di carbonio si può accumulare.
Il monossido di carbonio, però, non esiste solo negli ambienti confinati: esso può anche provenire dall’esterno, in primo luogo, per esempio, quando il locale si trova annesso ad un garage o ad un’autofficina o in prossimità di strade con intenso traffico veicolare. Le fonti antropiche (cioè non naturali, causate dall’uomo) esterne di monossido di carbonio sono costituite principalmente dagli scarichi degli autoveicoli, dagli impianti di combustione non industriali e in quantità minore dagli altri settori come l’industria e altri trasporti, per esempio treni e aerei. Non ci pensiamo mai, ma più che love is in the air dovremmo dire che il carbonio is in the air cioè è nell’aria. La concentrazione di monossido di carbonio nell’atmosfera è variabile ed ha anche una funzione positiva, contribuendo a formare l’ozono a livello del suolo. Fonti naturali di monossido di carbonio sono i vulcani, oppure reazioni fotochimiche nella troposfera. E poi viene prodotto dall'uomo, come già detto, anche accidentalmente. Ma come avviene?
Si crea monossido di carbonio in seguito a reazioni di combustione in, spiega Wikipedia, «difetto di aria». Significa che l’ossigeno presente nell’aria non basta per convertire tutto il carbonio in anidride carbonica, anche detta biossido di carbonio e, di conseguenza, una parte si converte in monossido di carbonio, il gas tossico. Succede anche all’esterno, negli incendi boschivi, per esempio: nei punti più interni dell’incendio ci sarà più monossido di carbonio. All’esterno, quindi, il monossido di carbonio è pericoloso in caso di incendi, esplosioni e qualunque altro evento che lo concentri (poi, naturalmente, si disperderà, diminuendo la sua concentrazione per metro d’aria). Al chiuso, per ovvie ragioni, in presenza di monossido di carbonio ad alta percentuale per metro d’aria si è più in pericolo.
In Italia le statistiche ufficiali più recenti riportano 500-600 morti l’anno, di cui circa i 2/3 per intossicazione volontaria. Tali cifre sicuramente sottostimano la vera entità del fenomeno poiché molti casi di intossicazione, soprattutto quelli accidentali o i casi non mortali, non vengono correttamente diagnosticati e registrati. Si stimano circa 6.000 ricoveri per intossicazione non letale, anche queste cifre sarebbero sottostimate perché non tutti i casi di intossicazione sono correttamente diagnosticati. Insomma, ci troviamo di fronte ad un pericolo da conoscere meglio per combatterlo, in primo luogo prevenendolo.
Quando il monossido di carbonio in casa inizia ad essere pericoloso?
In Italia, il limite di legge per il monossido di carbonio (CO) nell’aria ambiente, finalizzato alla protezione della salute umana, è stabilito dal D. Lgs. 155/2010 in 10 mg per metro cubo. Si tratta della media massima giornaliera su otto ore. Il limite di 10 mg/m³ corrisponde a circa 8,6 ppm (parti per milione). Per ambienti indoor (abitazioni), i livelli normali sono tra 1 e 4 ppm, mentre situazioni di pericolo si raggiungono a concentrazioni molto più alte (es. 520 ppm o 1000 ppm). In presenza di processi di combustione, quali sistemi di riscaldamento e di cottura o di fumo di tabacco, e inadeguata ventilazione, le concentrazioni interne possono superare quelle esterne.
Durante l’inverno nelle abitazioni possono verificarsi concentrazioni superiori a quelle esterne e livelli elevati si riscontrano più frequentemente in edifici vecchi. Da 10 a 30 ppm è una bassa concentrazione, ma comunque restarci esposti a lungo può causare sintomi lievi come mal di testa, affaticamento, vertigini, nausea, confusione. Il monossido di carbonio inalato si lega con l’emoglobina, una proteina presente a livello dei globuli rossi e deputata al trasporto dell’ossigeno, formando la carbossiemoglobina (COHb). Giunto nel sangue, attraverso gli alveoli polmonari, il monossido di carbonio entra in competizione con l’ossigeno per il legame con l’emoglobina e lo vince. Il legame tra monossido di carbonio ed emoglobina è molto più stabile di quello che quest’ultima ha con l’ossigeno, pensate, circa 200, 300 volte in più. Il monossido di carbonio si appropria dello spazio altrimenti riservato all’ossigeno e impedisce il normale trasporto dell’ossigeno ai tessuti periferici. Questo meccanismo si chiama ipossia e determina effetti tossicologici di diversa entità. Il monossido di carbonio intossica in questa maniera. Il livello di carbossiemoglobina può aumentare, appunto, in caso di esposizione a fumi di combustione, all’inquinamento atmosferico e anche al fumo di sigaretta, che sempre combustione è. I valori normali di carbossiemoglobina nei non fumatori sono dallo 0 all’1,5%. Nei fumatori possono essere dal 5 al 10%. Per concentrazioni ambientali di CO inferiori a 5 mg/metro cubo, corrispondenti a concentrazioni di COHb inferiori al 3%, non si hanno effetti apprezzabili sulla salute, negli individui sani, mentre in pazienti con affezioni cardiache, anche basse concentrazioni possono provocare una crisi anginosa. A concentrazioni maggiori, dal 10 al 25% di carbossiemoglobina, intossicazione di grado dal moderato al severo, si verificano cefalea, confusione, disorientamento, capogiri, visione alterata, nausea e vomito. Livelli di carbossiemoglobina superiori al 30% in genere provocano dispnea da sforzo, dolore toracico (nei pazienti con coronaropatia) e confusione. Livelli più alti possono causare sincope, convulsioni e obnubilamento del sensorio. In genere, quando i livelli sono > 60% si manifestano ipotensione, coma, insufficienza respiratoria e decesso. La severità delle manifestazioni cliniche da intossicazione da CO dipende dalla sua concentrazione nell’aria inspirata, dalla durata dell’esposizione e dalle condizioni di salute delle persone coinvolte. Particolarmente suscettibili sono gli anziani, le persone con affezioni dell’apparato cardiovascolare e respiratorio, le donne in stato di gravidanza, i neonati ed i bambini in genere.
Molto si è discusso sull’esistenza di un quadro di intossicazione cronica da CO. In alcuni soggetti esposti per lungo tempo all’assorbimento di piccole quantità dell’inquinante, è stata descritta una sintomatologia caratterizzata da astenia, cefalea, vertigini, nevriti, sindromi parkinsoniane ed epilettiche, aritmie, crisi anginose.
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«Toga non mangia toga». Vogliono farci credere che la riforma Nordio sia un attentato all'indipendenza della magistratura, ma la realtà è molto più concreta. Il vero scontro non è sulla libertà, ma sull'impunità.
Kuldīga, Lettonia: la maestosa Ventas Rumba, cascata più larga d’Europa (iStock)
Viaggiare nell’Europa di mezzo non significa cercare l’inedito a tutti i costi, né inseguire un’idea romantica di autenticità. Significa piuttosto spostarsi fuori dall’asse principale del racconto europeo, quello che passa invariabilmente dalle capitali, dai grandi musei, dai quartieri “rigenerati” e dalle stesse strade percorse milioni di volte.
L’Europa di mezzo è fatta di città intermedie, regioni laterali, territori che non sono mai diventati simbolo e che proprio per questo conservano una densità reale. Qui il viaggio non è una sequenza di tappe iconiche, ma una permanenza.
Le capitali europee sono ormai luoghi altamente leggibili: offrono percorsi chiari, estetiche riconoscibili, esperienze standardizzate. L’Europa di mezzo, invece, non fornisce istruzioni. Non si presenta. Non semplifica. Chiede tempo, attenzione, una certa disponibilità a non capire tutto subito. Ed è spesso in questa frizione che il viaggio acquista spessore.
Germania centrale: Sassonia e Turingia, oltre Berlino
Chi attraversa la Germania fermandosi solo a Berlino conosce una Germania parziale. Spostandosi verso sud, la scena cambia.
Lipsia (Leipzig) è una città che non ha mai avuto bisogno di reinventarsi come “nuova Berlino”, nonostante i paragoni. È un centro universitario, musicale, industriale, cresciuto per sedimentazione. I quartieri di Plagwitz e Lindenau raccontano una riconversione lenta: ex fabbriche, canali, spazi culturali non patinati. Qui il viaggio è fatto di passeggiate senza obiettivo, mercati rionali, tram presi per attraversare la città senza scopo preciso.
Lipsia non ha un centro monumentale dominante: la sua forza sta nella continuità urbana. Si entra nei caffè frequentati da studenti e famiglie, si osserva una quotidianità che non è stata compressa per il visitatore.
Dove dormire:
- Hotel Fürstenhof Leipzig, classico, affidabile, senza estetismi
- NH Leipzig Zentrum, centrale e dalla sobria eleganza
Dove mangiare:
- Auerbachs Keller, storico ma ancora vissuto; da provare il cinghiale con i funghi e il kartoffelknödel (knödel tedesco a base di patate)
- Zill’s Tunnel, cucina sassone senza concessioni. Ci si viene soprattutto per gustare il Würzfleisch, piatto tradizionale della Germania dell’Est (è un arrosto con salsa di rafano)
Lipsia, il mercato e il vecchio municipio (iStock)
A poco più di un’ora, Weimar è l’opposto: compatta, borghese, misurata. Il suo peso culturale è enorme, ma non invadente.
Una volta visitati pochi luoghi chiave, la vera esperienza inizia fuori dal centro. La Turingia è una regione di foreste, strade secondarie, villaggi dove il turismo non ha cambiato il ritmo della vita.
Dove dormire:
- Hotel Schillerhof, moderno e a pochi passi dalle zone d’interesse. Ottima la colazione.
- Boutique-Hotel Amalienhof: villa a poca distanza dalla casa di Goethe. Per chi ama le atmosfere tranquille
Dove mangiare:
- Benediktiner Wirtshaus im joHanns Hof: per un ottimo stinco di maiale
- Zum Schwarzen Bären: ristorante d’atmosfera dove provare la zuppa di carote e zenzero
Moravia e Repubblica Ceca interna: tra Praga e Vienna
La Moravia è una delle regioni meno raccontate d’Europa. Colline morbide, vigneti, cittadine funzionali, mai spettacolari. È un territorio che non si presta a un consumo rapido.
Brno è il suo centro principale: universitaria, concreta, meno estetizzata di Praga, ma più stabile. Qui si vive: mercati, biblioteche, caffè frequentati da residenti. Il modernismo architettonico convive con una quotidianità sobria.
Dove dormire:
- Hotel Grandezza, centrale e solido.
- Grandhotel Brno: nel cuore del centro storico, è dotato di un ottimo ristorante
Dove mangiare:
- Pavillon Steak House, citato tra i 10 migliori ristoranti della Repubblica Ceca
- Lokál U Caipla: costine alla birra ed entrecote i piatti forti.
Poco distante, Mikulov è una cittadina piccola, ordinata, quasi sospesa. Si visita in poche ore, ma restituisce una percezione chiara della scala dell’Europa interna: tutto è vicino, tutto è misurato.
La città di Brno in Repubblica Ceca (iStock)
Slovacchia occidentale: fermarsi per capire
La Slovacchia è spesso solo una zona di passaggio. Fermarsi cambia la prospettiva.
Trnava è pulita, ordinata, priva di attrazioni iconiche. Proprio per questo, restituisce una sensazione rara: quella di una città che non deve dimostrare nulla. Le giornate scorrono secondo ritmi locali, non turistici.
Dove dormire:
- Hotel Holiday Inn Trnava, funzionale.
- London Boutique hotel & Restaurant: ottimo rapporto qualità-prezzo
Dove mangiare:
- Thalmeiner, cucina mitteleuropea tradizionale
- Forky's Trnava, bistrot vegano in cui ordinare zuppe, wrap e piatti orientali
Trnava, Slovacchia (iStock)
Transilvania: stratificazioni reali, non folklore
La Transilvania è spesso ridotta a cliché. In realtà è una regione complessa, segnata da convivenze storiche tra comunità diverse.
Sibiu è elegante, ordinata, sobria. Il centro storico è compatto, ma la vera esperienza è nel rapporto con la regione circostante.
Brașov è più turistica, ma basta uscire di pochi chilometri per entrare in villaggi dove il tempo non è stato adattato allo sguardo esterno.
Dove dormire:
- Casa Luxemburg, Sibiu: si chiama così perché un tempo sede del Consolato del Granducato del Lussemburgo
- Hotel Bella Muzica, Brasov: edificio del XVI secolo, ha un ristorante che offre piatti messicani, ungheresi e rumeni
Dove mangiare:
- Kulinarium, Sibiu: ottima la ciorbă, minestra turca a base di lenticchie rosse e spezie
- La Ceaun: qui è d’obbligo la zuppa di fagioli e prosciutto
Il centro storico di Brașov in Transilvania (iStock)
Baltico interno: l’Europa del silenzio
Oltre le capitali baltiche esiste un interno fatto di laghi, foreste, città universitarie.
Tartu (Estonia) è colta, discreta, priva di spettacolarizzazione. Kuldīga (Lettonia) sembra ferma nel tempo, con una delle cascate più larghe d’Europa che non viene mai trasformata in attrazione.
Dove dormire:
- Hotel Lydia, Tartu: camere ben arredate ed eccellente ristorante interno
- Virkas Muiža, Kuldīga: circondato dalla vale del fiume Venta, ha stanze tutte diverse l’una dall’altra
Dove mangiare:
- Joyce, Tartu: filetto d’anatra con couscous perlato in un locale d’atmosfera
- Goldingen Room, in parte italiano, in parte locale. Da provare la zuppa di cervo
Perché l’Europa di mezzo conta
Perché non costruisce un’esperienza su misura. Non promette trasformazioni, non cerca consenso, non mette il viaggiatore al centro. Chiede solo di essere attraversata con attenzione.
Ed è spesso lì, fuori dalle capitali, che il viaggio smette di essere consumo e torna a essere una pratica di osservazione: lenta, concreta, profondamente europea.
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L’Europa si divide, si spezzetta si dissolve tutte le volte in cui tende a staccarsi da questo principio. E non soltanto si divide, si spezzetta e si dissolve, ma perde la propria civiltà, ritorna alla barbarie. Infatti, la civiltà europea è spirituale, cristiana, nella sua origine, nel suo sviluppo, nel suo genio. Anche di più, grazie al cristianesimo e attraverso il cristianesimo, è universale: è la sola civiltà universale» (Gonzague de Reynold). Riassunto in parole povere, l’Europa o è cristiana o non è. In realtà questa affermazione si estende a tutte le nazioni cristiane, dalle Americhe all’Australia, quindi il riassunto è: tutto l’Occidente cristiano o è cristiano o si dissolve come civiltà. L’unica via di uscita al nostro suicidio è ricristianizzare l’Occidente.
Il suicidio dell’Occidente è cominciato con l’illuminismo, il primo atto della scristianizzazione. Una volta creato un vuoto, una volta cacciato Cristo dalla storia, la storia si riempie di altro, per esempio il comunismo sovietico e il nazismo tedesco. Nel saggio Novecento. Il secolo del male (Lindau), Alain Besançon li definisce «gemelli eterozigoti». Il ’68 nasce dalla scristianizzazione e scristianizza ulteriormente, riempiendo il vuoto con la promiscuità sessuale, le aggressioni alla famiglia, il diritto all’assassinio del bimbo in stadio prenatale, la rivolta permanente. L’esoterismo riempie il vuoto, insieme alla psicologia, spesso associati. L’esoterismo è la versione colta della superstizione, la riedizione dell’eresia gnostica, a cominciare dal New Age. A sostituire il cristianesimo sia culturalmente che demograficamente ora abbiamo l’islam. I file Epstein stanno sconvolgendo il mondo, anzi, peggio, non lo stanno sconvolgendo, non sta succedendo nemmeno l’1% di quello che dovrebbe succedere, tanto più che sono stati desecretati solo i file meno sconvolgenti. Il mondo scopre che i signori del mondo sono criminali della peggior specie e anche troppo idioti da capire che se sei uno dei signori del mondo non devi metterti in condizione di essere ricattabile. Possiamo parlare serenamente di Satana? Satana ha preso il posto lasciato vuoto dalla scristianizzazione. Cosa sono i file Epstein se non qualcosa di satanico, quell’ufficiale darsi a Satana cominciato dall’illuminista Marchese di Sade, che aveva affermato che, una volta tolto Dio, l’etica non ha più senso. Quindi dobbiamo cristianizzare, unica strada per la salvezza del mondo, per la salvezza di un possibile futuro e soprattutto per la salvezza delle nostre anime, che esisteranno ancora anche quando l’universo sarà finito.
Per questo è così importante il film Sacro Cuore ed è così importante che venga anche in Italia. Sacro Cuore è un documentario che non si guarda soltanto: si attraversa, come si attraversa una terra ignota e amichevole. Guardare il film è un viaggio potente, poetico e coraggioso nel mistero più profondo della fede cristiana, capace di scuotere anche i cuori più distanti e di riaccendere la fiamma sopita di chi aveva smesso di credere. Firmato da un gruppo di cineasti giovani ma ispirati, Sacro Cuore esplora il simbolismo millenario del Cuore di Gesù come sorgente d’amore, di riparazione e di misericordia. Il film getta uno sguardo profondo sulla nostra sete di senso, di perdono, di appartenenza. Ogni testimonianza è un frammento di luce che ferisce la superficie dell’indifferenza contemporanea. Il cammino di Sacro Cuore non è stato facile. In Francia, Paese di straordinaria tradizione cattolica ma anche di un cosiddetto laicismo rigidissimo con il cristianesimo e acquiescente con l’islam, il documentario ha incontrato un muro di silenzio e un vero e proprio boicottaggio. Diverse sale hanno ritirato la programmazione a pochi giorni dall’uscita, alcuni media si sono rifiutati di parlarne, e i canali televisivi pubblici hanno chiuso le porte a qualsiasi forma di promozione. Il film evidentemente fa paura: troppo esplicito nel suo messaggio spirituale, troppo lontano da un certo conformismo culturale. Ma il pubblico, ancora una volta, ha smentito i pregiudizi.
La storia comincia nel XVII secolo. Fu una donna, umile e nascosta, a ricevere la chiamata a rivelare questo abisso d’amore: Santa Margherita Maria Alacoque, suora visitandina di Paray-le-Monial. Nelle sue visioni, essa vide il Cuore di Gesù, fiammeggiante e coronato di spine, che le parlò con voce ardente di misericordia e dolore. Le chiese di diffondere la devozione al suo Cuore, sorgente di grazia e rifugio per i peccatori, ferito dall’indifferenza dei cuori umani. Da allora, ogni primo venerdì del mese divenne un’offerta di riparazione, ogni giovedì sera un’ora santa di adorazione e consolazione. I gesuiti raccolsero il suo messaggio e lo portarono nel mondo, e San Giovanni Bosco lo trasformò in fiamma viva tra i giovani. Il Sacro Cuore è simbolo dell’amore di Dio per l’umanità, un amore che non castiga ma chiama.
Il passaparola è esploso, le proiezioni indipendenti si sono moltiplicate, e quello che doveva essere un piccolo film «di nicchia» è diventato un caso nazionale. Secondo i produttori, Sacro Cuore avrebbe già raggiunto un pubblico di centinaia di migliaia di spettatori, numeri sorprendenti per un documentario a tema religioso. Il dato più straordinario, e forse il più difficile da raccontare con fredde statistiche, è l’impatto trasformativo del film. Non pochi sacerdoti, religiosi e laici testimoniano di conversioni reali, di vite cambiate. Si parla di oltre 1.500 persone che si sono riavvicinate alla fede solo nelle prime settimane d’uscita, e secondo alcune fonti interne alla distribuzione oltre 3.000 spettatori hanno intrapreso un cammino concreto di riscoperta del cristianesimo dopo aver visto il documentario. La forza di Sacro Cuore sta proprio qui: nell’incontro tra arte e grazia. La regia utilizza immagini di un’estetica quasi mistica, giochi di luce, paesaggi naturali, volti che si aprono alla preghiera, accompagnate da una colonna sonora che accarezza e innalza. È un film che non impone, ma invita; non predica, ma testimonia. Un cinema che pretende di essere esperienza e non propaganda. In un tempo in cui l’industria tenta di seppellire ogni traccia di trascendenza, Sacro Cuore osa pronunciare l’inaudito: che l’uomo non può vivere senza amore, e che l’Amore, quello vero, totale, redentore, ha un volto, un cuore pulsante che batte ancora per noi. Boicottato, sì, ma anche benedetto da un fervore popolare che nessuno aveva previsto. Sacro Cuore resta una prova vivente che la bellezza, quando è sincera e piena di verità, non si può silenziare: trova sempre la strada per farsi ascoltare. E il cuore, quando è toccato, sa riconoscere la verità anche in mezzo al rumore del mondo.
Un film, dunque, non solo bello, ma necessario. Per non perderlo occorre chiedere che sia trasmesso anche nella propria città. Occorre compilare il forum su www.sacrocuorefilm.it, oppure scrivere a info@dominusproduction.com, perché il produttore italiano, Dominus Production, sappia dove organizzare le proiezioni. Per cominciare a riempire il vuoto. E, ancora più importante, poi finiamo di riempire il vuoto: adorazione tutti i giovedì, Messa, confessione e comunione tutti i primi venerdì del mese e lasciamo che la grazia entri i nostri cuori, cacciando le angosce, riempiendo i vuoti.
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