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2023-04-22
Fare figli è più facile se si lasciano aperti i piccoli punti nascita
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Tra i disincentivi alla natalità da eliminare, di cui parla il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, dovrebbero esserci anche gli obblighi di 500 parti l’anno per tenere aperto un punto nascita. Altrimenti vengono chiusi, come è capitato e sta accadendo in diverse Regioni italiane, costringendo le future mamme compiere lunghi tragitti per dare alla luce il loro piccolo all’interno di una struttura ospedaliera.
A Sant’Anna di Castelnovo Monti, l’unico ospedale presente in tutto il comprensorio dell’Appennino reggiano, il punto nascita è chiuso dal 2017. Eppure, nel 2020, durante la campagna elettorale regionale, il governatore Stefano Bonaccini promise che l’avrebbe riaperto; a marzo 2021 definì «un errore» chiuderlo, ma il centro aprirà (forse) non prima del 2026.
Un mese fa, addirittura, la direttrice dell’Ausl di Reggio, Cristina Marchesi, ha sostenuto che i servizi «andrebbero ristrutturati in base alle esigenze attuali e del futuro, non a quelle di ieri. Quindi, investire in ottica di una popolazione sempre più anziana e non per i neonati che non ci sono». Parole che hanno sorpreso e fatto indignare il sindaco di Castelnovo Monti, Enrico Bini. «Deve essere la presenza e il mantenimento dei servizi a incidere sul calo dei residenti in montagna, sulla necessità di avere famiglie che scelgano di vivere qui e le conseguenze di crescita sugli indici di natalità del territorio», è stato il suo commento. «Se ci abbandonassimo al ragionamento inverso, dovremmo mantenere sul territorio solo case di riposo e strutture per anziani, non più scuole, strutture sportive e servizi per i giovani».
Intanto, da quando il punto nascita è stato chiuso, non poche mamme sono state costrette a partorire in ambulanza durante il viaggio dall’Appennino a Reggio. E non si può far nascere il proprio figlio ad Alto Reno Terme (Bologna), Pavullo nel Frignano (Modena), Castelnuovo ne’ Monti (Reggio Emilia), Borgo Val di Taro (Parma), perché i centri sono stati chiusi nel 2017.
La Campania, ha chiesto l’apertura in deroga dei punti nascita negli ospedali di Polla, Sapri, Piedimonte Matese e Sessa Aurunca ma secondo il presidente della Regione, Vincenzo De Luca, il governo continua a dare parere negativo. «Non è vero che ha presentato una richiesta di deroga ben motivata», ha obiettato il senatore di Fdi Antonio Iannone, imputando al governatore scarsa attenzione per la questione. Il gruppo Cittadini attivi provincia di Salerno, già a novembre 2018, aveva scritto al governatore De Luca e all’allora ministro della Salute, Giulia Grillo, facendo presente che, chiudendo questi centri, «il tempo di percorrenza medio dal Vallo di Diano verso il più vicino punto nascita di Battipaglia, in condizioni ottimali, è di oltre 70 minuti, mentre verso il punto nascita del Dea di riferimento di Vallo della Lucania è di oltre 90, senza considerare i problemi legati alla viabilità, al traffico ed alle avverse condizioni climatiche».
Anche per gli altri, si andava dai 70 ai 90 minuti di tragitto senza contare, sottolineavano, che «la chiusura del punto nascita di Polla è in contraddizione con l’individuazione del Vallo di Diano quale “Area pilota per la strategia delle aree interne”, al fine di riorganizzare i servizi offerti ai cittadini, a partire dai servizi per la salute, attraverso modelli di gestione efficaci e coerenti con le esigenze del territorio». Sempre in Campania, dall’1 gennaio 2016 rimane chiusa l’unità di ginecologia e ostetricia presso l’ospedale Santa Maria dell’Olmo.
Tra la fine del 2017 e il 2018 l’assessorato alla Sanità della Lombardia ha detto stop ai punti nascita dell’Istituto clinico Beato Matteo di Pavia e dell’Istituto clinico Città di Brescia, di Oglio Po, Piario, Chiavenna e Angera. In Toscana, dallo scorso giugno non è più attivo il reparto maternità dell’ospedale Cosma e Damiano di Pescia, la principale struttura sanitaria della Valdinievole. Pensate, si erano registrate 459 nascite, appena 41 in meno rispetto alla soglia di 500 che per legge sono la quota minima a giustificare l’esistenza di un punto nascita.
Nel 2014, i punti nascita in Italia erano 513; 467 nel 2016, calati poi a 397 nel 2018; nel 2021 erano 364. Diminuiscono le nascite, ma le necessità delle partorienti non cambiano come ha evidenziato Imma Vietri di Fdi, prima firmataria della proposta presentata in commissione Affari sociali della Camera e approvata nei giorni scorsi all’unanimità. Una risoluzione che chiede di aumentare e tutelare la distribuzione dei punti nascita, anche nelle strutture ospedaliere dove si effettuano meno di 500 parti l’anno, «dato totalmente inappropriato, soprattutto alla luce della crisi demografica in Italia», ha sottolineato il deputato, così da non mettere a rischio la salute e la vita di partorienti e figli.
Una scelta possibile, basta «valutare nuovi protocolli di sicurezza volti a garantire elevati standard operativi, tecnologici e di sicurezza», chiede la risoluzione approvata. Ora tocca al governo, aggiornare gli standard. «I punti nascita devono restare aperti. Sono importantissimi per accogliere e valutare le donne che aspettano un bambino e avviare il percorso individuale più idoneo per loro e i figli che aspettano, sia durante la gravidanza sia al momento del parto», ha detto di recente Roberto Zagni, già primario al San Leopoldo Mandic di Merate, sostenendo che «i parametri sul numero minimo di parti in un anno per tenere aperto un punto nascita vanno rivisti».
Curiosamente, invece, a marzo gli esperti delle associazioni di ginecologia e anestesia in audizione alla Camera, hanno ribadito che, per garantire standard di sicurezza a madre e bambino, «i punti nascita devono essere di almeno 1.000 parti all’anno e mai meno di 500». Forse, invece, servono solo buone strutture funzionanti, con personale formato e motivato. Si contano i parti, per valutare l’idoneità di un punto nascita e poi si reputa un ospedale di comunità con dieci posti letto più importante di una scuola con 90 bambini. Accade a Napoli, dove i piccoli dovranno fare fagotto dopo che sono stati appena spesi 300.000 euro per ammodernare edificio e palestra.
Che pena le femministe che occupano il salone dove si parla soltanto di vita
Mobilitazione e proteste abortiste dovevano essere e mobilitazione e proteste abortiste sono state. Tanto che la prima delle due giornate di «Maternità in-attesa: preservare la salute della donna in gravidanza» - in programma, ieri presso la biblioteca statale che si trova nella facoltà di Filosofia, in via Garibaldi 20, a Macerata, non si è potuta tenere; non secondo la scaletta prevista, almeno. A farlo sapere, con una nota diffusa ieri pomeriggio, è stata Francesca Romana Poleggi, membro del direttivo di Pro vita & famiglia, associazione promotrice dell’evento insieme alla Regione Marche, al Centro di aiuto alla vita di Loreto, alla Federazione consultori familiari di ispirazione cristiana regione Marche e all’Opa - Osservatorio permanente sull’aborto.
«Decine di femministe hanno occupato la biblioteca», ha spiegato Poleggi, «hanno urlato a chiunque si avvicinasse al tavolo dei relatori per parlare ai microfoni. In più, hanno affisso volantini e striscioni contro il convegno e con espliciti riferimenti sessuali e occupato quasi tutte le sedie della sala». Il collettivo studentesco Depangher ha così rivendicato la protesta sulla sua pagina Facebook, «x» compresa: «All’arrivo dei Pro vita in università l’aula era già piena di studentx, ed era stata trasformata in uno spazio femminista. Una contestazione partecipata, colorata e durata circa un’ora che ha costretto i relatori a ritardare l’incontro, tra fischi, cori, coriandoli e slogan che rivendicavano il diritto ad un aborto libero e sicuro».
Nella biblioteca sono effettivamente comparsi, come provano numerose foto, striscioni con scritte come «Sul mio corpo decido io» e «Nella nostra università nessun credito». Queste ultime parole rispecchiano la rabbia per il fatto che la partecipazione all’evento - ieri, è il caso di dirlo, quasi abortito -, prevedesse la possibilità, di cui ha scritto anche su L’Espresso Simone Alliva in un pezzo eloquente fin dal titolo («Lo strano caso degli antiabortisti che regalano crediti ai medici nelle Marche») di raccogliere crediti formativi per infermieri, farmacisti, medici, ostetriche e psicologi. Depangher aveva, inoltre, fatto sapere come, diversamente da quanto programmato, fossero stati negati alla due giorni sia una sala sia il patrocinio dell’università.
L’Università di Macerata ha, però, inviato una nota di rettifica, per spiegare da una parte come, in realtà, non avesse «mai concesso il patrocinio all’iniziativa» e, dall’altra, che «non è stato mai contemplato il rilascio di crediti formativi». Peccato che nonostante ciò - e benché i lavori della giornata di ieri fossero stati previsti, per citare ancora l’ateneo marchigiano, «non negli spazi dell’ateneo, ma in quelli della biblioteca statale, istituzione indipendente» - essi non si siano potuti tenere nei termini previsti, a causa delle dure proteste organizzate. E pensare che la giornata non aveva alcuna finalità di critica alla facoltà di abortire per la donna.
«Il nostro scopo è difendere il diritto alla salute delle donne e il loro diritto anche a non abortire», ha sottolineato sempre Poleggi,aggiungendo: «Ma loro lo volevano impedire. È questa la libertà che professano? Sono questi i diritti e la democrazia di cui si ergono a paladine? Soltanto l’intervento della Digos ha permesso, seppur in estremo ritardo, l’avvio del convegno». Che, quindi, ha avuto svolgimento anche se non prima che le femministe rovesciassero sulle sedie coriandoli e volantini e che alcuni partecipanti all’evento, comprensibilmente spaventati, decidessero di andarsene. Una esemplare lezione di buona educazione e di democrazia, dunque, quella dei collettivi e delle femministe.
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Avanza l’idea di rivedere la soglia di 500 parti l’anno, al di sotto della quale una struttura va chiusa. Ma alcuni medici dicono no.A Macerata, insieme ai collettivi di sinistra, le femministe hanno fatto slittare il convegno pro life.Lo speciale contiene due articoli.Tra i disincentivi alla natalità da eliminare, di cui parla il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, dovrebbero esserci anche gli obblighi di 500 parti l’anno per tenere aperto un punto nascita. Altrimenti vengono chiusi, come è capitato e sta accadendo in diverse Regioni italiane, costringendo le future mamme compiere lunghi tragitti per dare alla luce il loro piccolo all’interno di una struttura ospedaliera.A Sant’Anna di Castelnovo Monti, l’unico ospedale presente in tutto il comprensorio dell’Appennino reggiano, il punto nascita è chiuso dal 2017. Eppure, nel 2020, durante la campagna elettorale regionale, il governatore Stefano Bonaccini promise che l’avrebbe riaperto; a marzo 2021 definì «un errore» chiuderlo, ma il centro aprirà (forse) non prima del 2026.Un mese fa, addirittura, la direttrice dell’Ausl di Reggio, Cristina Marchesi, ha sostenuto che i servizi «andrebbero ristrutturati in base alle esigenze attuali e del futuro, non a quelle di ieri. Quindi, investire in ottica di una popolazione sempre più anziana e non per i neonati che non ci sono». Parole che hanno sorpreso e fatto indignare il sindaco di Castelnovo Monti, Enrico Bini. «Deve essere la presenza e il mantenimento dei servizi a incidere sul calo dei residenti in montagna, sulla necessità di avere famiglie che scelgano di vivere qui e le conseguenze di crescita sugli indici di natalità del territorio», è stato il suo commento. «Se ci abbandonassimo al ragionamento inverso, dovremmo mantenere sul territorio solo case di riposo e strutture per anziani, non più scuole, strutture sportive e servizi per i giovani».Intanto, da quando il punto nascita è stato chiuso, non poche mamme sono state costrette a partorire in ambulanza durante il viaggio dall’Appennino a Reggio. E non si può far nascere il proprio figlio ad Alto Reno Terme (Bologna), Pavullo nel Frignano (Modena), Castelnuovo ne’ Monti (Reggio Emilia), Borgo Val di Taro (Parma), perché i centri sono stati chiusi nel 2017.La Campania, ha chiesto l’apertura in deroga dei punti nascita negli ospedali di Polla, Sapri, Piedimonte Matese e Sessa Aurunca ma secondo il presidente della Regione, Vincenzo De Luca, il governo continua a dare parere negativo. «Non è vero che ha presentato una richiesta di deroga ben motivata», ha obiettato il senatore di Fdi Antonio Iannone, imputando al governatore scarsa attenzione per la questione. Il gruppo Cittadini attivi provincia di Salerno, già a novembre 2018, aveva scritto al governatore De Luca e all’allora ministro della Salute, Giulia Grillo, facendo presente che, chiudendo questi centri, «il tempo di percorrenza medio dal Vallo di Diano verso il più vicino punto nascita di Battipaglia, in condizioni ottimali, è di oltre 70 minuti, mentre verso il punto nascita del Dea di riferimento di Vallo della Lucania è di oltre 90, senza considerare i problemi legati alla viabilità, al traffico ed alle avverse condizioni climatiche».Anche per gli altri, si andava dai 70 ai 90 minuti di tragitto senza contare, sottolineavano, che «la chiusura del punto nascita di Polla è in contraddizione con l’individuazione del Vallo di Diano quale “Area pilota per la strategia delle aree interne”, al fine di riorganizzare i servizi offerti ai cittadini, a partire dai servizi per la salute, attraverso modelli di gestione efficaci e coerenti con le esigenze del territorio». Sempre in Campania, dall’1 gennaio 2016 rimane chiusa l’unità di ginecologia e ostetricia presso l’ospedale Santa Maria dell’Olmo.Tra la fine del 2017 e il 2018 l’assessorato alla Sanità della Lombardia ha detto stop ai punti nascita dell’Istituto clinico Beato Matteo di Pavia e dell’Istituto clinico Città di Brescia, di Oglio Po, Piario, Chiavenna e Angera. In Toscana, dallo scorso giugno non è più attivo il reparto maternità dell’ospedale Cosma e Damiano di Pescia, la principale struttura sanitaria della Valdinievole. Pensate, si erano registrate 459 nascite, appena 41 in meno rispetto alla soglia di 500 che per legge sono la quota minima a giustificare l’esistenza di un punto nascita.Nel 2014, i punti nascita in Italia erano 513; 467 nel 2016, calati poi a 397 nel 2018; nel 2021 erano 364. Diminuiscono le nascite, ma le necessità delle partorienti non cambiano come ha evidenziato Imma Vietri di Fdi, prima firmataria della proposta presentata in commissione Affari sociali della Camera e approvata nei giorni scorsi all’unanimità. Una risoluzione che chiede di aumentare e tutelare la distribuzione dei punti nascita, anche nelle strutture ospedaliere dove si effettuano meno di 500 parti l’anno, «dato totalmente inappropriato, soprattutto alla luce della crisi demografica in Italia», ha sottolineato il deputato, così da non mettere a rischio la salute e la vita di partorienti e figli.Una scelta possibile, basta «valutare nuovi protocolli di sicurezza volti a garantire elevati standard operativi, tecnologici e di sicurezza», chiede la risoluzione approvata. Ora tocca al governo, aggiornare gli standard. «I punti nascita devono restare aperti. Sono importantissimi per accogliere e valutare le donne che aspettano un bambino e avviare il percorso individuale più idoneo per loro e i figli che aspettano, sia durante la gravidanza sia al momento del parto», ha detto di recente Roberto Zagni, già primario al San Leopoldo Mandic di Merate, sostenendo che «i parametri sul numero minimo di parti in un anno per tenere aperto un punto nascita vanno rivisti».Curiosamente, invece, a marzo gli esperti delle associazioni di ginecologia e anestesia in audizione alla Camera, hanno ribadito che, per garantire standard di sicurezza a madre e bambino, «i punti nascita devono essere di almeno 1.000 parti all’anno e mai meno di 500». Forse, invece, servono solo buone strutture funzionanti, con personale formato e motivato. Si contano i parti, per valutare l’idoneità di un punto nascita e poi si reputa un ospedale di comunità con dieci posti letto più importante di una scuola con 90 bambini. 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Il collettivo studentesco Depangher ha così rivendicato la protesta sulla sua pagina Facebook, «x» compresa: «All’arrivo dei Pro vita in università l’aula era già piena di studentx, ed era stata trasformata in uno spazio femminista. Una contestazione partecipata, colorata e durata circa un’ora che ha costretto i relatori a ritardare l’incontro, tra fischi, cori, coriandoli e slogan che rivendicavano il diritto ad un aborto libero e sicuro». Nella biblioteca sono effettivamente comparsi, come provano numerose foto, striscioni con scritte come «Sul mio corpo decido io» e «Nella nostra università nessun credito». Queste ultime parole rispecchiano la rabbia per il fatto che la partecipazione all’evento - ieri, è il caso di dirlo, quasi abortito -, prevedesse la possibilità, di cui ha scritto anche su L’Espresso Simone Alliva in un pezzo eloquente fin dal titolo («Lo strano caso degli antiabortisti che regalano crediti ai medici nelle Marche») di raccogliere crediti formativi per infermieri, farmacisti, medici, ostetriche e psicologi. Depangher aveva, inoltre, fatto sapere come, diversamente da quanto programmato, fossero stati negati alla due giorni sia una sala sia il patrocinio dell’università. L’Università di Macerata ha, però, inviato una nota di rettifica, per spiegare da una parte come, in realtà, non avesse «mai concesso il patrocinio all’iniziativa» e, dall’altra, che «non è stato mai contemplato il rilascio di crediti formativi». Peccato che nonostante ciò - e benché i lavori della giornata di ieri fossero stati previsti, per citare ancora l’ateneo marchigiano, «non negli spazi dell’ateneo, ma in quelli della biblioteca statale, istituzione indipendente» - essi non si siano potuti tenere nei termini previsti, a causa delle dure proteste organizzate. E pensare che la giornata non aveva alcuna finalità di critica alla facoltà di abortire per la donna. «Il nostro scopo è difendere il diritto alla salute delle donne e il loro diritto anche a non abortire», ha sottolineato sempre Poleggi,aggiungendo: «Ma loro lo volevano impedire. È questa la libertà che professano? Sono questi i diritti e la democrazia di cui si ergono a paladine? Soltanto l’intervento della Digos ha permesso, seppur in estremo ritardo, l’avvio del convegno». Che, quindi, ha avuto svolgimento anche se non prima che le femministe rovesciassero sulle sedie coriandoli e volantini e che alcuni partecipanti all’evento, comprensibilmente spaventati, decidessero di andarsene. Una esemplare lezione di buona educazione e di democrazia, dunque, quella dei collettivi e delle femministe.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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