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2023-04-22
Fare figli è più facile se si lasciano aperti i piccoli punti nascita
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Tra i disincentivi alla natalità da eliminare, di cui parla il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, dovrebbero esserci anche gli obblighi di 500 parti l’anno per tenere aperto un punto nascita. Altrimenti vengono chiusi, come è capitato e sta accadendo in diverse Regioni italiane, costringendo le future mamme compiere lunghi tragitti per dare alla luce il loro piccolo all’interno di una struttura ospedaliera.
A Sant’Anna di Castelnovo Monti, l’unico ospedale presente in tutto il comprensorio dell’Appennino reggiano, il punto nascita è chiuso dal 2017. Eppure, nel 2020, durante la campagna elettorale regionale, il governatore Stefano Bonaccini promise che l’avrebbe riaperto; a marzo 2021 definì «un errore» chiuderlo, ma il centro aprirà (forse) non prima del 2026.
Un mese fa, addirittura, la direttrice dell’Ausl di Reggio, Cristina Marchesi, ha sostenuto che i servizi «andrebbero ristrutturati in base alle esigenze attuali e del futuro, non a quelle di ieri. Quindi, investire in ottica di una popolazione sempre più anziana e non per i neonati che non ci sono». Parole che hanno sorpreso e fatto indignare il sindaco di Castelnovo Monti, Enrico Bini. «Deve essere la presenza e il mantenimento dei servizi a incidere sul calo dei residenti in montagna, sulla necessità di avere famiglie che scelgano di vivere qui e le conseguenze di crescita sugli indici di natalità del territorio», è stato il suo commento. «Se ci abbandonassimo al ragionamento inverso, dovremmo mantenere sul territorio solo case di riposo e strutture per anziani, non più scuole, strutture sportive e servizi per i giovani».
Intanto, da quando il punto nascita è stato chiuso, non poche mamme sono state costrette a partorire in ambulanza durante il viaggio dall’Appennino a Reggio. E non si può far nascere il proprio figlio ad Alto Reno Terme (Bologna), Pavullo nel Frignano (Modena), Castelnuovo ne’ Monti (Reggio Emilia), Borgo Val di Taro (Parma), perché i centri sono stati chiusi nel 2017.
La Campania, ha chiesto l’apertura in deroga dei punti nascita negli ospedali di Polla, Sapri, Piedimonte Matese e Sessa Aurunca ma secondo il presidente della Regione, Vincenzo De Luca, il governo continua a dare parere negativo. «Non è vero che ha presentato una richiesta di deroga ben motivata», ha obiettato il senatore di Fdi Antonio Iannone, imputando al governatore scarsa attenzione per la questione. Il gruppo Cittadini attivi provincia di Salerno, già a novembre 2018, aveva scritto al governatore De Luca e all’allora ministro della Salute, Giulia Grillo, facendo presente che, chiudendo questi centri, «il tempo di percorrenza medio dal Vallo di Diano verso il più vicino punto nascita di Battipaglia, in condizioni ottimali, è di oltre 70 minuti, mentre verso il punto nascita del Dea di riferimento di Vallo della Lucania è di oltre 90, senza considerare i problemi legati alla viabilità, al traffico ed alle avverse condizioni climatiche».
Anche per gli altri, si andava dai 70 ai 90 minuti di tragitto senza contare, sottolineavano, che «la chiusura del punto nascita di Polla è in contraddizione con l’individuazione del Vallo di Diano quale “Area pilota per la strategia delle aree interne”, al fine di riorganizzare i servizi offerti ai cittadini, a partire dai servizi per la salute, attraverso modelli di gestione efficaci e coerenti con le esigenze del territorio». Sempre in Campania, dall’1 gennaio 2016 rimane chiusa l’unità di ginecologia e ostetricia presso l’ospedale Santa Maria dell’Olmo.
Tra la fine del 2017 e il 2018 l’assessorato alla Sanità della Lombardia ha detto stop ai punti nascita dell’Istituto clinico Beato Matteo di Pavia e dell’Istituto clinico Città di Brescia, di Oglio Po, Piario, Chiavenna e Angera. In Toscana, dallo scorso giugno non è più attivo il reparto maternità dell’ospedale Cosma e Damiano di Pescia, la principale struttura sanitaria della Valdinievole. Pensate, si erano registrate 459 nascite, appena 41 in meno rispetto alla soglia di 500 che per legge sono la quota minima a giustificare l’esistenza di un punto nascita.
Nel 2014, i punti nascita in Italia erano 513; 467 nel 2016, calati poi a 397 nel 2018; nel 2021 erano 364. Diminuiscono le nascite, ma le necessità delle partorienti non cambiano come ha evidenziato Imma Vietri di Fdi, prima firmataria della proposta presentata in commissione Affari sociali della Camera e approvata nei giorni scorsi all’unanimità. Una risoluzione che chiede di aumentare e tutelare la distribuzione dei punti nascita, anche nelle strutture ospedaliere dove si effettuano meno di 500 parti l’anno, «dato totalmente inappropriato, soprattutto alla luce della crisi demografica in Italia», ha sottolineato il deputato, così da non mettere a rischio la salute e la vita di partorienti e figli.
Una scelta possibile, basta «valutare nuovi protocolli di sicurezza volti a garantire elevati standard operativi, tecnologici e di sicurezza», chiede la risoluzione approvata. Ora tocca al governo, aggiornare gli standard. «I punti nascita devono restare aperti. Sono importantissimi per accogliere e valutare le donne che aspettano un bambino e avviare il percorso individuale più idoneo per loro e i figli che aspettano, sia durante la gravidanza sia al momento del parto», ha detto di recente Roberto Zagni, già primario al San Leopoldo Mandic di Merate, sostenendo che «i parametri sul numero minimo di parti in un anno per tenere aperto un punto nascita vanno rivisti».
Curiosamente, invece, a marzo gli esperti delle associazioni di ginecologia e anestesia in audizione alla Camera, hanno ribadito che, per garantire standard di sicurezza a madre e bambino, «i punti nascita devono essere di almeno 1.000 parti all’anno e mai meno di 500». Forse, invece, servono solo buone strutture funzionanti, con personale formato e motivato. Si contano i parti, per valutare l’idoneità di un punto nascita e poi si reputa un ospedale di comunità con dieci posti letto più importante di una scuola con 90 bambini. Accade a Napoli, dove i piccoli dovranno fare fagotto dopo che sono stati appena spesi 300.000 euro per ammodernare edificio e palestra.
Che pena le femministe che occupano il salone dove si parla soltanto di vita
Mobilitazione e proteste abortiste dovevano essere e mobilitazione e proteste abortiste sono state. Tanto che la prima delle due giornate di «Maternità in-attesa: preservare la salute della donna in gravidanza» - in programma, ieri presso la biblioteca statale che si trova nella facoltà di Filosofia, in via Garibaldi 20, a Macerata, non si è potuta tenere; non secondo la scaletta prevista, almeno. A farlo sapere, con una nota diffusa ieri pomeriggio, è stata Francesca Romana Poleggi, membro del direttivo di Pro vita & famiglia, associazione promotrice dell’evento insieme alla Regione Marche, al Centro di aiuto alla vita di Loreto, alla Federazione consultori familiari di ispirazione cristiana regione Marche e all’Opa - Osservatorio permanente sull’aborto.
«Decine di femministe hanno occupato la biblioteca», ha spiegato Poleggi, «hanno urlato a chiunque si avvicinasse al tavolo dei relatori per parlare ai microfoni. In più, hanno affisso volantini e striscioni contro il convegno e con espliciti riferimenti sessuali e occupato quasi tutte le sedie della sala». Il collettivo studentesco Depangher ha così rivendicato la protesta sulla sua pagina Facebook, «x» compresa: «All’arrivo dei Pro vita in università l’aula era già piena di studentx, ed era stata trasformata in uno spazio femminista. Una contestazione partecipata, colorata e durata circa un’ora che ha costretto i relatori a ritardare l’incontro, tra fischi, cori, coriandoli e slogan che rivendicavano il diritto ad un aborto libero e sicuro».
Nella biblioteca sono effettivamente comparsi, come provano numerose foto, striscioni con scritte come «Sul mio corpo decido io» e «Nella nostra università nessun credito». Queste ultime parole rispecchiano la rabbia per il fatto che la partecipazione all’evento - ieri, è il caso di dirlo, quasi abortito -, prevedesse la possibilità, di cui ha scritto anche su L’Espresso Simone Alliva in un pezzo eloquente fin dal titolo («Lo strano caso degli antiabortisti che regalano crediti ai medici nelle Marche») di raccogliere crediti formativi per infermieri, farmacisti, medici, ostetriche e psicologi. Depangher aveva, inoltre, fatto sapere come, diversamente da quanto programmato, fossero stati negati alla due giorni sia una sala sia il patrocinio dell’università.
L’Università di Macerata ha, però, inviato una nota di rettifica, per spiegare da una parte come, in realtà, non avesse «mai concesso il patrocinio all’iniziativa» e, dall’altra, che «non è stato mai contemplato il rilascio di crediti formativi». Peccato che nonostante ciò - e benché i lavori della giornata di ieri fossero stati previsti, per citare ancora l’ateneo marchigiano, «non negli spazi dell’ateneo, ma in quelli della biblioteca statale, istituzione indipendente» - essi non si siano potuti tenere nei termini previsti, a causa delle dure proteste organizzate. E pensare che la giornata non aveva alcuna finalità di critica alla facoltà di abortire per la donna.
«Il nostro scopo è difendere il diritto alla salute delle donne e il loro diritto anche a non abortire», ha sottolineato sempre Poleggi,aggiungendo: «Ma loro lo volevano impedire. È questa la libertà che professano? Sono questi i diritti e la democrazia di cui si ergono a paladine? Soltanto l’intervento della Digos ha permesso, seppur in estremo ritardo, l’avvio del convegno». Che, quindi, ha avuto svolgimento anche se non prima che le femministe rovesciassero sulle sedie coriandoli e volantini e che alcuni partecipanti all’evento, comprensibilmente spaventati, decidessero di andarsene. Una esemplare lezione di buona educazione e di democrazia, dunque, quella dei collettivi e delle femministe.
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Avanza l’idea di rivedere la soglia di 500 parti l’anno, al di sotto della quale una struttura va chiusa. Ma alcuni medici dicono no.A Macerata, insieme ai collettivi di sinistra, le femministe hanno fatto slittare il convegno pro life.Lo speciale contiene due articoli.Tra i disincentivi alla natalità da eliminare, di cui parla il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, dovrebbero esserci anche gli obblighi di 500 parti l’anno per tenere aperto un punto nascita. Altrimenti vengono chiusi, come è capitato e sta accadendo in diverse Regioni italiane, costringendo le future mamme compiere lunghi tragitti per dare alla luce il loro piccolo all’interno di una struttura ospedaliera.A Sant’Anna di Castelnovo Monti, l’unico ospedale presente in tutto il comprensorio dell’Appennino reggiano, il punto nascita è chiuso dal 2017. Eppure, nel 2020, durante la campagna elettorale regionale, il governatore Stefano Bonaccini promise che l’avrebbe riaperto; a marzo 2021 definì «un errore» chiuderlo, ma il centro aprirà (forse) non prima del 2026.Un mese fa, addirittura, la direttrice dell’Ausl di Reggio, Cristina Marchesi, ha sostenuto che i servizi «andrebbero ristrutturati in base alle esigenze attuali e del futuro, non a quelle di ieri. Quindi, investire in ottica di una popolazione sempre più anziana e non per i neonati che non ci sono». Parole che hanno sorpreso e fatto indignare il sindaco di Castelnovo Monti, Enrico Bini. «Deve essere la presenza e il mantenimento dei servizi a incidere sul calo dei residenti in montagna, sulla necessità di avere famiglie che scelgano di vivere qui e le conseguenze di crescita sugli indici di natalità del territorio», è stato il suo commento. «Se ci abbandonassimo al ragionamento inverso, dovremmo mantenere sul territorio solo case di riposo e strutture per anziani, non più scuole, strutture sportive e servizi per i giovani».Intanto, da quando il punto nascita è stato chiuso, non poche mamme sono state costrette a partorire in ambulanza durante il viaggio dall’Appennino a Reggio. E non si può far nascere il proprio figlio ad Alto Reno Terme (Bologna), Pavullo nel Frignano (Modena), Castelnuovo ne’ Monti (Reggio Emilia), Borgo Val di Taro (Parma), perché i centri sono stati chiusi nel 2017.La Campania, ha chiesto l’apertura in deroga dei punti nascita negli ospedali di Polla, Sapri, Piedimonte Matese e Sessa Aurunca ma secondo il presidente della Regione, Vincenzo De Luca, il governo continua a dare parere negativo. «Non è vero che ha presentato una richiesta di deroga ben motivata», ha obiettato il senatore di Fdi Antonio Iannone, imputando al governatore scarsa attenzione per la questione. Il gruppo Cittadini attivi provincia di Salerno, già a novembre 2018, aveva scritto al governatore De Luca e all’allora ministro della Salute, Giulia Grillo, facendo presente che, chiudendo questi centri, «il tempo di percorrenza medio dal Vallo di Diano verso il più vicino punto nascita di Battipaglia, in condizioni ottimali, è di oltre 70 minuti, mentre verso il punto nascita del Dea di riferimento di Vallo della Lucania è di oltre 90, senza considerare i problemi legati alla viabilità, al traffico ed alle avverse condizioni climatiche».Anche per gli altri, si andava dai 70 ai 90 minuti di tragitto senza contare, sottolineavano, che «la chiusura del punto nascita di Polla è in contraddizione con l’individuazione del Vallo di Diano quale “Area pilota per la strategia delle aree interne”, al fine di riorganizzare i servizi offerti ai cittadini, a partire dai servizi per la salute, attraverso modelli di gestione efficaci e coerenti con le esigenze del territorio». Sempre in Campania, dall’1 gennaio 2016 rimane chiusa l’unità di ginecologia e ostetricia presso l’ospedale Santa Maria dell’Olmo.Tra la fine del 2017 e il 2018 l’assessorato alla Sanità della Lombardia ha detto stop ai punti nascita dell’Istituto clinico Beato Matteo di Pavia e dell’Istituto clinico Città di Brescia, di Oglio Po, Piario, Chiavenna e Angera. In Toscana, dallo scorso giugno non è più attivo il reparto maternità dell’ospedale Cosma e Damiano di Pescia, la principale struttura sanitaria della Valdinievole. Pensate, si erano registrate 459 nascite, appena 41 in meno rispetto alla soglia di 500 che per legge sono la quota minima a giustificare l’esistenza di un punto nascita.Nel 2014, i punti nascita in Italia erano 513; 467 nel 2016, calati poi a 397 nel 2018; nel 2021 erano 364. Diminuiscono le nascite, ma le necessità delle partorienti non cambiano come ha evidenziato Imma Vietri di Fdi, prima firmataria della proposta presentata in commissione Affari sociali della Camera e approvata nei giorni scorsi all’unanimità. Una risoluzione che chiede di aumentare e tutelare la distribuzione dei punti nascita, anche nelle strutture ospedaliere dove si effettuano meno di 500 parti l’anno, «dato totalmente inappropriato, soprattutto alla luce della crisi demografica in Italia», ha sottolineato il deputato, così da non mettere a rischio la salute e la vita di partorienti e figli.Una scelta possibile, basta «valutare nuovi protocolli di sicurezza volti a garantire elevati standard operativi, tecnologici e di sicurezza», chiede la risoluzione approvata. Ora tocca al governo, aggiornare gli standard. «I punti nascita devono restare aperti. Sono importantissimi per accogliere e valutare le donne che aspettano un bambino e avviare il percorso individuale più idoneo per loro e i figli che aspettano, sia durante la gravidanza sia al momento del parto», ha detto di recente Roberto Zagni, già primario al San Leopoldo Mandic di Merate, sostenendo che «i parametri sul numero minimo di parti in un anno per tenere aperto un punto nascita vanno rivisti».Curiosamente, invece, a marzo gli esperti delle associazioni di ginecologia e anestesia in audizione alla Camera, hanno ribadito che, per garantire standard di sicurezza a madre e bambino, «i punti nascita devono essere di almeno 1.000 parti all’anno e mai meno di 500». Forse, invece, servono solo buone strutture funzionanti, con personale formato e motivato. Si contano i parti, per valutare l’idoneità di un punto nascita e poi si reputa un ospedale di comunità con dieci posti letto più importante di una scuola con 90 bambini. Accade a Napoli, dove i piccoli dovranno fare fagotto dopo che sono stati appena spesi 300.000 euro per ammodernare edificio e palestra.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fare-figli-aperti-punti-nascita-2659893845.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="che-pena-le-femministe-che-occupano-il-salone-dove-si-parla-soltanto-di-vita" data-post-id="2659893845" data-published-at="1682102407" data-use-pagination="False"> Che pena le femministe che occupano il salone dove si parla soltanto di vita Mobilitazione e proteste abortiste dovevano essere e mobilitazione e proteste abortiste sono state. Tanto che la prima delle due giornate di «Maternità in-attesa: preservare la salute della donna in gravidanza» - in programma, ieri presso la biblioteca statale che si trova nella facoltà di Filosofia, in via Garibaldi 20, a Macerata, non si è potuta tenere; non secondo la scaletta prevista, almeno. A farlo sapere, con una nota diffusa ieri pomeriggio, è stata Francesca Romana Poleggi, membro del direttivo di Pro vita & famiglia, associazione promotrice dell’evento insieme alla Regione Marche, al Centro di aiuto alla vita di Loreto, alla Federazione consultori familiari di ispirazione cristiana regione Marche e all’Opa - Osservatorio permanente sull’aborto. «Decine di femministe hanno occupato la biblioteca», ha spiegato Poleggi, «hanno urlato a chiunque si avvicinasse al tavolo dei relatori per parlare ai microfoni. In più, hanno affisso volantini e striscioni contro il convegno e con espliciti riferimenti sessuali e occupato quasi tutte le sedie della sala». Il collettivo studentesco Depangher ha così rivendicato la protesta sulla sua pagina Facebook, «x» compresa: «All’arrivo dei Pro vita in università l’aula era già piena di studentx, ed era stata trasformata in uno spazio femminista. Una contestazione partecipata, colorata e durata circa un’ora che ha costretto i relatori a ritardare l’incontro, tra fischi, cori, coriandoli e slogan che rivendicavano il diritto ad un aborto libero e sicuro». Nella biblioteca sono effettivamente comparsi, come provano numerose foto, striscioni con scritte come «Sul mio corpo decido io» e «Nella nostra università nessun credito». Queste ultime parole rispecchiano la rabbia per il fatto che la partecipazione all’evento - ieri, è il caso di dirlo, quasi abortito -, prevedesse la possibilità, di cui ha scritto anche su L’Espresso Simone Alliva in un pezzo eloquente fin dal titolo («Lo strano caso degli antiabortisti che regalano crediti ai medici nelle Marche») di raccogliere crediti formativi per infermieri, farmacisti, medici, ostetriche e psicologi. Depangher aveva, inoltre, fatto sapere come, diversamente da quanto programmato, fossero stati negati alla due giorni sia una sala sia il patrocinio dell’università. L’Università di Macerata ha, però, inviato una nota di rettifica, per spiegare da una parte come, in realtà, non avesse «mai concesso il patrocinio all’iniziativa» e, dall’altra, che «non è stato mai contemplato il rilascio di crediti formativi». Peccato che nonostante ciò - e benché i lavori della giornata di ieri fossero stati previsti, per citare ancora l’ateneo marchigiano, «non negli spazi dell’ateneo, ma in quelli della biblioteca statale, istituzione indipendente» - essi non si siano potuti tenere nei termini previsti, a causa delle dure proteste organizzate. E pensare che la giornata non aveva alcuna finalità di critica alla facoltà di abortire per la donna. «Il nostro scopo è difendere il diritto alla salute delle donne e il loro diritto anche a non abortire», ha sottolineato sempre Poleggi,aggiungendo: «Ma loro lo volevano impedire. È questa la libertà che professano? Sono questi i diritti e la democrazia di cui si ergono a paladine? Soltanto l’intervento della Digos ha permesso, seppur in estremo ritardo, l’avvio del convegno». Che, quindi, ha avuto svolgimento anche se non prima che le femministe rovesciassero sulle sedie coriandoli e volantini e che alcuni partecipanti all’evento, comprensibilmente spaventati, decidessero di andarsene. Una esemplare lezione di buona educazione e di democrazia, dunque, quella dei collettivi e delle femministe.
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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Ecco #DimmiLaVerità del 21 maggio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo l'ennesima follia della burocrazia europea.