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2023-04-22
Fare figli è più facile se si lasciano aperti i piccoli punti nascita
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Tra i disincentivi alla natalità da eliminare, di cui parla il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, dovrebbero esserci anche gli obblighi di 500 parti l’anno per tenere aperto un punto nascita. Altrimenti vengono chiusi, come è capitato e sta accadendo in diverse Regioni italiane, costringendo le future mamme compiere lunghi tragitti per dare alla luce il loro piccolo all’interno di una struttura ospedaliera.
A Sant’Anna di Castelnovo Monti, l’unico ospedale presente in tutto il comprensorio dell’Appennino reggiano, il punto nascita è chiuso dal 2017. Eppure, nel 2020, durante la campagna elettorale regionale, il governatore Stefano Bonaccini promise che l’avrebbe riaperto; a marzo 2021 definì «un errore» chiuderlo, ma il centro aprirà (forse) non prima del 2026.
Un mese fa, addirittura, la direttrice dell’Ausl di Reggio, Cristina Marchesi, ha sostenuto che i servizi «andrebbero ristrutturati in base alle esigenze attuali e del futuro, non a quelle di ieri. Quindi, investire in ottica di una popolazione sempre più anziana e non per i neonati che non ci sono». Parole che hanno sorpreso e fatto indignare il sindaco di Castelnovo Monti, Enrico Bini. «Deve essere la presenza e il mantenimento dei servizi a incidere sul calo dei residenti in montagna, sulla necessità di avere famiglie che scelgano di vivere qui e le conseguenze di crescita sugli indici di natalità del territorio», è stato il suo commento. «Se ci abbandonassimo al ragionamento inverso, dovremmo mantenere sul territorio solo case di riposo e strutture per anziani, non più scuole, strutture sportive e servizi per i giovani».
Intanto, da quando il punto nascita è stato chiuso, non poche mamme sono state costrette a partorire in ambulanza durante il viaggio dall’Appennino a Reggio. E non si può far nascere il proprio figlio ad Alto Reno Terme (Bologna), Pavullo nel Frignano (Modena), Castelnuovo ne’ Monti (Reggio Emilia), Borgo Val di Taro (Parma), perché i centri sono stati chiusi nel 2017.
La Campania, ha chiesto l’apertura in deroga dei punti nascita negli ospedali di Polla, Sapri, Piedimonte Matese e Sessa Aurunca ma secondo il presidente della Regione, Vincenzo De Luca, il governo continua a dare parere negativo. «Non è vero che ha presentato una richiesta di deroga ben motivata», ha obiettato il senatore di Fdi Antonio Iannone, imputando al governatore scarsa attenzione per la questione. Il gruppo Cittadini attivi provincia di Salerno, già a novembre 2018, aveva scritto al governatore De Luca e all’allora ministro della Salute, Giulia Grillo, facendo presente che, chiudendo questi centri, «il tempo di percorrenza medio dal Vallo di Diano verso il più vicino punto nascita di Battipaglia, in condizioni ottimali, è di oltre 70 minuti, mentre verso il punto nascita del Dea di riferimento di Vallo della Lucania è di oltre 90, senza considerare i problemi legati alla viabilità, al traffico ed alle avverse condizioni climatiche».
Anche per gli altri, si andava dai 70 ai 90 minuti di tragitto senza contare, sottolineavano, che «la chiusura del punto nascita di Polla è in contraddizione con l’individuazione del Vallo di Diano quale “Area pilota per la strategia delle aree interne”, al fine di riorganizzare i servizi offerti ai cittadini, a partire dai servizi per la salute, attraverso modelli di gestione efficaci e coerenti con le esigenze del territorio». Sempre in Campania, dall’1 gennaio 2016 rimane chiusa l’unità di ginecologia e ostetricia presso l’ospedale Santa Maria dell’Olmo.
Tra la fine del 2017 e il 2018 l’assessorato alla Sanità della Lombardia ha detto stop ai punti nascita dell’Istituto clinico Beato Matteo di Pavia e dell’Istituto clinico Città di Brescia, di Oglio Po, Piario, Chiavenna e Angera. In Toscana, dallo scorso giugno non è più attivo il reparto maternità dell’ospedale Cosma e Damiano di Pescia, la principale struttura sanitaria della Valdinievole. Pensate, si erano registrate 459 nascite, appena 41 in meno rispetto alla soglia di 500 che per legge sono la quota minima a giustificare l’esistenza di un punto nascita.
Nel 2014, i punti nascita in Italia erano 513; 467 nel 2016, calati poi a 397 nel 2018; nel 2021 erano 364. Diminuiscono le nascite, ma le necessità delle partorienti non cambiano come ha evidenziato Imma Vietri di Fdi, prima firmataria della proposta presentata in commissione Affari sociali della Camera e approvata nei giorni scorsi all’unanimità. Una risoluzione che chiede di aumentare e tutelare la distribuzione dei punti nascita, anche nelle strutture ospedaliere dove si effettuano meno di 500 parti l’anno, «dato totalmente inappropriato, soprattutto alla luce della crisi demografica in Italia», ha sottolineato il deputato, così da non mettere a rischio la salute e la vita di partorienti e figli.
Una scelta possibile, basta «valutare nuovi protocolli di sicurezza volti a garantire elevati standard operativi, tecnologici e di sicurezza», chiede la risoluzione approvata. Ora tocca al governo, aggiornare gli standard. «I punti nascita devono restare aperti. Sono importantissimi per accogliere e valutare le donne che aspettano un bambino e avviare il percorso individuale più idoneo per loro e i figli che aspettano, sia durante la gravidanza sia al momento del parto», ha detto di recente Roberto Zagni, già primario al San Leopoldo Mandic di Merate, sostenendo che «i parametri sul numero minimo di parti in un anno per tenere aperto un punto nascita vanno rivisti».
Curiosamente, invece, a marzo gli esperti delle associazioni di ginecologia e anestesia in audizione alla Camera, hanno ribadito che, per garantire standard di sicurezza a madre e bambino, «i punti nascita devono essere di almeno 1.000 parti all’anno e mai meno di 500». Forse, invece, servono solo buone strutture funzionanti, con personale formato e motivato. Si contano i parti, per valutare l’idoneità di un punto nascita e poi si reputa un ospedale di comunità con dieci posti letto più importante di una scuola con 90 bambini. Accade a Napoli, dove i piccoli dovranno fare fagotto dopo che sono stati appena spesi 300.000 euro per ammodernare edificio e palestra.
Che pena le femministe che occupano il salone dove si parla soltanto di vita
Mobilitazione e proteste abortiste dovevano essere e mobilitazione e proteste abortiste sono state. Tanto che la prima delle due giornate di «Maternità in-attesa: preservare la salute della donna in gravidanza» - in programma, ieri presso la biblioteca statale che si trova nella facoltà di Filosofia, in via Garibaldi 20, a Macerata, non si è potuta tenere; non secondo la scaletta prevista, almeno. A farlo sapere, con una nota diffusa ieri pomeriggio, è stata Francesca Romana Poleggi, membro del direttivo di Pro vita & famiglia, associazione promotrice dell’evento insieme alla Regione Marche, al Centro di aiuto alla vita di Loreto, alla Federazione consultori familiari di ispirazione cristiana regione Marche e all’Opa - Osservatorio permanente sull’aborto.
«Decine di femministe hanno occupato la biblioteca», ha spiegato Poleggi, «hanno urlato a chiunque si avvicinasse al tavolo dei relatori per parlare ai microfoni. In più, hanno affisso volantini e striscioni contro il convegno e con espliciti riferimenti sessuali e occupato quasi tutte le sedie della sala». Il collettivo studentesco Depangher ha così rivendicato la protesta sulla sua pagina Facebook, «x» compresa: «All’arrivo dei Pro vita in università l’aula era già piena di studentx, ed era stata trasformata in uno spazio femminista. Una contestazione partecipata, colorata e durata circa un’ora che ha costretto i relatori a ritardare l’incontro, tra fischi, cori, coriandoli e slogan che rivendicavano il diritto ad un aborto libero e sicuro».
Nella biblioteca sono effettivamente comparsi, come provano numerose foto, striscioni con scritte come «Sul mio corpo decido io» e «Nella nostra università nessun credito». Queste ultime parole rispecchiano la rabbia per il fatto che la partecipazione all’evento - ieri, è il caso di dirlo, quasi abortito -, prevedesse la possibilità, di cui ha scritto anche su L’Espresso Simone Alliva in un pezzo eloquente fin dal titolo («Lo strano caso degli antiabortisti che regalano crediti ai medici nelle Marche») di raccogliere crediti formativi per infermieri, farmacisti, medici, ostetriche e psicologi. Depangher aveva, inoltre, fatto sapere come, diversamente da quanto programmato, fossero stati negati alla due giorni sia una sala sia il patrocinio dell’università.
L’Università di Macerata ha, però, inviato una nota di rettifica, per spiegare da una parte come, in realtà, non avesse «mai concesso il patrocinio all’iniziativa» e, dall’altra, che «non è stato mai contemplato il rilascio di crediti formativi». Peccato che nonostante ciò - e benché i lavori della giornata di ieri fossero stati previsti, per citare ancora l’ateneo marchigiano, «non negli spazi dell’ateneo, ma in quelli della biblioteca statale, istituzione indipendente» - essi non si siano potuti tenere nei termini previsti, a causa delle dure proteste organizzate. E pensare che la giornata non aveva alcuna finalità di critica alla facoltà di abortire per la donna.
«Il nostro scopo è difendere il diritto alla salute delle donne e il loro diritto anche a non abortire», ha sottolineato sempre Poleggi,aggiungendo: «Ma loro lo volevano impedire. È questa la libertà che professano? Sono questi i diritti e la democrazia di cui si ergono a paladine? Soltanto l’intervento della Digos ha permesso, seppur in estremo ritardo, l’avvio del convegno». Che, quindi, ha avuto svolgimento anche se non prima che le femministe rovesciassero sulle sedie coriandoli e volantini e che alcuni partecipanti all’evento, comprensibilmente spaventati, decidessero di andarsene. Una esemplare lezione di buona educazione e di democrazia, dunque, quella dei collettivi e delle femministe.
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Avanza l’idea di rivedere la soglia di 500 parti l’anno, al di sotto della quale una struttura va chiusa. Ma alcuni medici dicono no.A Macerata, insieme ai collettivi di sinistra, le femministe hanno fatto slittare il convegno pro life.Lo speciale contiene due articoli.Tra i disincentivi alla natalità da eliminare, di cui parla il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, dovrebbero esserci anche gli obblighi di 500 parti l’anno per tenere aperto un punto nascita. Altrimenti vengono chiusi, come è capitato e sta accadendo in diverse Regioni italiane, costringendo le future mamme compiere lunghi tragitti per dare alla luce il loro piccolo all’interno di una struttura ospedaliera.A Sant’Anna di Castelnovo Monti, l’unico ospedale presente in tutto il comprensorio dell’Appennino reggiano, il punto nascita è chiuso dal 2017. Eppure, nel 2020, durante la campagna elettorale regionale, il governatore Stefano Bonaccini promise che l’avrebbe riaperto; a marzo 2021 definì «un errore» chiuderlo, ma il centro aprirà (forse) non prima del 2026.Un mese fa, addirittura, la direttrice dell’Ausl di Reggio, Cristina Marchesi, ha sostenuto che i servizi «andrebbero ristrutturati in base alle esigenze attuali e del futuro, non a quelle di ieri. Quindi, investire in ottica di una popolazione sempre più anziana e non per i neonati che non ci sono». Parole che hanno sorpreso e fatto indignare il sindaco di Castelnovo Monti, Enrico Bini. «Deve essere la presenza e il mantenimento dei servizi a incidere sul calo dei residenti in montagna, sulla necessità di avere famiglie che scelgano di vivere qui e le conseguenze di crescita sugli indici di natalità del territorio», è stato il suo commento. «Se ci abbandonassimo al ragionamento inverso, dovremmo mantenere sul territorio solo case di riposo e strutture per anziani, non più scuole, strutture sportive e servizi per i giovani».Intanto, da quando il punto nascita è stato chiuso, non poche mamme sono state costrette a partorire in ambulanza durante il viaggio dall’Appennino a Reggio. E non si può far nascere il proprio figlio ad Alto Reno Terme (Bologna), Pavullo nel Frignano (Modena), Castelnuovo ne’ Monti (Reggio Emilia), Borgo Val di Taro (Parma), perché i centri sono stati chiusi nel 2017.La Campania, ha chiesto l’apertura in deroga dei punti nascita negli ospedali di Polla, Sapri, Piedimonte Matese e Sessa Aurunca ma secondo il presidente della Regione, Vincenzo De Luca, il governo continua a dare parere negativo. «Non è vero che ha presentato una richiesta di deroga ben motivata», ha obiettato il senatore di Fdi Antonio Iannone, imputando al governatore scarsa attenzione per la questione. Il gruppo Cittadini attivi provincia di Salerno, già a novembre 2018, aveva scritto al governatore De Luca e all’allora ministro della Salute, Giulia Grillo, facendo presente che, chiudendo questi centri, «il tempo di percorrenza medio dal Vallo di Diano verso il più vicino punto nascita di Battipaglia, in condizioni ottimali, è di oltre 70 minuti, mentre verso il punto nascita del Dea di riferimento di Vallo della Lucania è di oltre 90, senza considerare i problemi legati alla viabilità, al traffico ed alle avverse condizioni climatiche».Anche per gli altri, si andava dai 70 ai 90 minuti di tragitto senza contare, sottolineavano, che «la chiusura del punto nascita di Polla è in contraddizione con l’individuazione del Vallo di Diano quale “Area pilota per la strategia delle aree interne”, al fine di riorganizzare i servizi offerti ai cittadini, a partire dai servizi per la salute, attraverso modelli di gestione efficaci e coerenti con le esigenze del territorio». Sempre in Campania, dall’1 gennaio 2016 rimane chiusa l’unità di ginecologia e ostetricia presso l’ospedale Santa Maria dell’Olmo.Tra la fine del 2017 e il 2018 l’assessorato alla Sanità della Lombardia ha detto stop ai punti nascita dell’Istituto clinico Beato Matteo di Pavia e dell’Istituto clinico Città di Brescia, di Oglio Po, Piario, Chiavenna e Angera. In Toscana, dallo scorso giugno non è più attivo il reparto maternità dell’ospedale Cosma e Damiano di Pescia, la principale struttura sanitaria della Valdinievole. Pensate, si erano registrate 459 nascite, appena 41 in meno rispetto alla soglia di 500 che per legge sono la quota minima a giustificare l’esistenza di un punto nascita.Nel 2014, i punti nascita in Italia erano 513; 467 nel 2016, calati poi a 397 nel 2018; nel 2021 erano 364. Diminuiscono le nascite, ma le necessità delle partorienti non cambiano come ha evidenziato Imma Vietri di Fdi, prima firmataria della proposta presentata in commissione Affari sociali della Camera e approvata nei giorni scorsi all’unanimità. Una risoluzione che chiede di aumentare e tutelare la distribuzione dei punti nascita, anche nelle strutture ospedaliere dove si effettuano meno di 500 parti l’anno, «dato totalmente inappropriato, soprattutto alla luce della crisi demografica in Italia», ha sottolineato il deputato, così da non mettere a rischio la salute e la vita di partorienti e figli.Una scelta possibile, basta «valutare nuovi protocolli di sicurezza volti a garantire elevati standard operativi, tecnologici e di sicurezza», chiede la risoluzione approvata. Ora tocca al governo, aggiornare gli standard. «I punti nascita devono restare aperti. Sono importantissimi per accogliere e valutare le donne che aspettano un bambino e avviare il percorso individuale più idoneo per loro e i figli che aspettano, sia durante la gravidanza sia al momento del parto», ha detto di recente Roberto Zagni, già primario al San Leopoldo Mandic di Merate, sostenendo che «i parametri sul numero minimo di parti in un anno per tenere aperto un punto nascita vanno rivisti».Curiosamente, invece, a marzo gli esperti delle associazioni di ginecologia e anestesia in audizione alla Camera, hanno ribadito che, per garantire standard di sicurezza a madre e bambino, «i punti nascita devono essere di almeno 1.000 parti all’anno e mai meno di 500». Forse, invece, servono solo buone strutture funzionanti, con personale formato e motivato. Si contano i parti, per valutare l’idoneità di un punto nascita e poi si reputa un ospedale di comunità con dieci posti letto più importante di una scuola con 90 bambini. 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Il collettivo studentesco Depangher ha così rivendicato la protesta sulla sua pagina Facebook, «x» compresa: «All’arrivo dei Pro vita in università l’aula era già piena di studentx, ed era stata trasformata in uno spazio femminista. Una contestazione partecipata, colorata e durata circa un’ora che ha costretto i relatori a ritardare l’incontro, tra fischi, cori, coriandoli e slogan che rivendicavano il diritto ad un aborto libero e sicuro». Nella biblioteca sono effettivamente comparsi, come provano numerose foto, striscioni con scritte come «Sul mio corpo decido io» e «Nella nostra università nessun credito». Queste ultime parole rispecchiano la rabbia per il fatto che la partecipazione all’evento - ieri, è il caso di dirlo, quasi abortito -, prevedesse la possibilità, di cui ha scritto anche su L’Espresso Simone Alliva in un pezzo eloquente fin dal titolo («Lo strano caso degli antiabortisti che regalano crediti ai medici nelle Marche») di raccogliere crediti formativi per infermieri, farmacisti, medici, ostetriche e psicologi. Depangher aveva, inoltre, fatto sapere come, diversamente da quanto programmato, fossero stati negati alla due giorni sia una sala sia il patrocinio dell’università. L’Università di Macerata ha, però, inviato una nota di rettifica, per spiegare da una parte come, in realtà, non avesse «mai concesso il patrocinio all’iniziativa» e, dall’altra, che «non è stato mai contemplato il rilascio di crediti formativi». Peccato che nonostante ciò - e benché i lavori della giornata di ieri fossero stati previsti, per citare ancora l’ateneo marchigiano, «non negli spazi dell’ateneo, ma in quelli della biblioteca statale, istituzione indipendente» - essi non si siano potuti tenere nei termini previsti, a causa delle dure proteste organizzate. E pensare che la giornata non aveva alcuna finalità di critica alla facoltà di abortire per la donna. «Il nostro scopo è difendere il diritto alla salute delle donne e il loro diritto anche a non abortire», ha sottolineato sempre Poleggi,aggiungendo: «Ma loro lo volevano impedire. È questa la libertà che professano? Sono questi i diritti e la democrazia di cui si ergono a paladine? Soltanto l’intervento della Digos ha permesso, seppur in estremo ritardo, l’avvio del convegno». Che, quindi, ha avuto svolgimento anche se non prima che le femministe rovesciassero sulle sedie coriandoli e volantini e che alcuni partecipanti all’evento, comprensibilmente spaventati, decidessero di andarsene. Una esemplare lezione di buona educazione e di democrazia, dunque, quella dei collettivi e delle femministe.
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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