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2023-09-18
Facciamo pagare le Big Tech? «Ma bisogna coinvolgere gli Usa»
iStock
Ogni autunno, all’appuntamento con la legge di Bilancio, si accende la discussione su come reperire le risorse. La sinistra è pronta a rispolverare la proposta mai accantonata della patrimoniale o della tassazione delle successioni, c’è chi parla di sforbiciare la giungla delle detrazioni, mentre il sindacato si esercita in proposte suggestive come quella del leader della Uil, Pierpaolo Bombardieri, di aumentare la tassazione delle transazioni finanziarie e dei redditi da capitale, con il rischio di favorire una fuga di capitali.
Il governo ha intrapreso una strada diversa che va a prendere i soldi lì dove ci sono. È il caso degli extra profitti delle banche. Nell’editoriale di lunedì scorso, il direttore Maurizio Belpietro spiegava che nella rotta di Giorgia Meloni ci sono i santuari finanziari. Lo strumento per colpirli è la Global minimum tax che accende un faro sulle multinazionali.
I colossi del web, come le grandi holding finanziarie, finora hanno trovato il modo di sottrarsi al fisco, versando solo pochi spiccioli. Le Big Tech, forti del fatto di non avere una sede fisica e quindi di poter sfuggire alle imposte territoriali, hanno accumulato enormi ricchezze. Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft sono le cinque maggiori multinazionali della tecnologia occidentale, con una potenza di fuoco finanziaria enorme: 5 miliardi di utenti e almeno 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione in borsa per ciascuna. Fair Tax Mark, un’organizzazione britannica che certifica la buona condotta fiscale delle aziende, ha pubblicato un report secondo il quale, al 2019, i giganti della Silicon Valley avrebbero accumulato, nel decennio precedente, un tax gap, ovvero il divario tra le imposte che pagano e quelle che dovrebbero pagare, di oltre 100 miliardi di dollari.
Stando alla documentazione annuale, le Gafam (le grandi aziende tecnologiche come Alphabet, Google, Amazon, Apple, Meta Platforms e Microsoft, pagano attualmente poco meno di 33 miliardi di dollari di tasse in tutto il mondo. A fronte di un fatturato complessivo di 1.000 miliardi di dollari l’anno.
Quale è la situazione in Italia? Secondo un’indagine dell’Area Studi Mediobanca, l’aggregato 2019 delle filiali italiane delle Big Tech ha fatturato oltre 3,3 miliardi di euro e ha versato al fisco circa 70 milioni, per un tax rate effettivo del 32,1%.
Nel periodo 2015-2019 circa la metà dell’utile ante imposte dei giganti del web è stato tassato in Paesi a fiscalità agevolata, con conseguente risparmio fiscale cumulato di oltre 46 miliardi. I colossi tecnologici hanno eletto a loro «seconda casa» l’Irlanda, Stato famoso per la sua celebre imposta di appena il 12,5% per le aziende aperte lì.
La Cgia di Mestre ha fatto un’osservazione che dovrebbe far riflettere. Nel 2020 le piccole imprese con meno di 5 milioni di euro di fatturato hanno versato 19,3 miliardi di euro di imposte. Nel 2021, invece, le 25 filiali italiane dei principali gruppi mondiali di web e software hanno dato 186 milioni di euro. Siamo di fronte a numeri che stanno a dimostrare il grande giro d’affari dei grandi gruppi internazionali nel nostro Paese, sul quale però pagano tasse risicate. E su questo sta ragionando Palazzo Chigi in vista della preparazione della legge di Bilancio. Un passo già è stato fatto con la definizione dello schema di decreto legislativo, che è stato pubblicato e rimarrà in consultazione fino al 1° ottobre, di attuazione della direttiva Ue sull’attivazione di un livello di imposizione fiscale minimo a livello globale, la Global minimum tax, per i gruppi di imprese multinazionali e nazionali di rilevanti dimensioni. Questo provvedimento fa seguito a un accordo definito a livello Ocse e G20, per arrivare a una riforma delle regole fiscali internazionali in modo da ridurre le distorsioni dovute ai differenti livelli di tassazione nei Paesi.
La Global tax riguarderà le imprese con fatturato superiore a 750 milioni di euro l’anno che pagano un’imposta sul reddito inferiore al 15%. Tali aziende saranno soggette a un’aliquota fiscale effettiva (Afe) minima del 15% sui loro profitti realizzati in ogni Paese in cui operano, anche tramite sussidiarie. Inoltre è prevista l’imposizione integrativa per tutte le imprese localizzate in uno Stato membro a bassa imposizione. L’obiettivo è arginare le «esportazioni di imponibile» verso i paradisi fiscali. Dal 1° gennaio 2024 la normativa sulla Global minimum tax dovrebbe diventare efficace in tutta la Ue. Secondo stime Ocse, questo intervento potrebbe portare complessivamente agli Stati Ue 150 miliardi di dollari di entrate aggiuntive a livello di tassazione. Solamente in Italia questa imposizione fiscale porterebbe un gettito di 3 miliardi di euro l’anno. Un bel tesoretto. Il cammino è appena iniziato ma è denso di prospettive.
Qualche esperto sostiene che la Global minimum tax è parziale, anche se è un primo passo ed è comunque un segnale che tira aria nuova. Sono escluse le startup-up che si trovano nella fase iniziale della loro attività internazionale e i Paesi europei in cui hanno sede pochissime multinazionali possono scegliere, per un periodo limitato, di non recepire del tutto la minimum tax a patto che venga notificato.
Va ricordato, per capire la difficoltà del mercato su cui si agisce, che la web tax introdotta in Italia, Francia, Germania e Spagna è stata un fallimento perché ampiamente elusa oltre ad aver provocato l’irritazione degli Stati Uniti e la minaccia dell’allora presidente Trump di dazi ritorsivi. Secondo i dati dell’Agenzia delle entrate, il gettito dei primi anni di imposta italiana sui servizi digitali è stato inferiore alle attese. I giganti del web hanno versato 240 milioni per il 2020, 298 milioni per il 2021, 390 per il 2022. Totale 928 milioni. Poco. Ciò dimostra la difficoltà di assoggettare a tassazione con un’imposta nazionale gruppi globali operanti in un settore tecnologico in continuo cambiamento. La Global tax è un accordo multilaterale e quindi dovrebbe essere più efficace.
C’è poi il dibattito sulla patrimonializzazione dei dati, che sono la vera ricchezza per queste multinazionali del web, cioè se possono essere considerati un bene commerciabile sul quale pagare le imposte. Ma qui si entra in un mercato oscuro, difficilissimo da delineare.
Lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica, con l’uso scorretto di un’enorme quantità di dati prelevati da Facebook, da parte di un’azienda di consulenza e per il marketing online, appunto Cambridge Analytica, che avrebbe favorito l’elezione di Donald Trump, condizionato il referendum sulla Brexit e tessuto relazioni «pericolose» con la Russia di Putin, ha fatto emergere l’importanza e il valore dei dati. Resta il fatto che nessuno sa dire con certezza quanti e quali dei nostri dati personali sono in possesso dei grandi player mondiali di Internet come Facebook, Amazon, Google, per citarne solo alcuni. È lì la vera ricchezza da andare a stanare e che sfugge alla tassazione.
«La web tax è stata un flop. Per non ripetere l’errore bisogna coinvolgere gli Usa»

Stefano Dorigo
Con la Global minimum tax (Gmt) si riusciranno finalmente a tassare le Big Tech? Stefano Dorigo, professore di Diritto tributario al Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Firenze, fa uno scenario di luci e ombre del nuovo sistema impositivo delle multinazionali e delle domande alle quali ancora non si è data una risposta.
«Il progetto di una tassazione minima globale per le multinazionali, anche digitali, ha il pregio di realizzare un coordinamento tra la legislazione degli Stati per far sì che i redditi di questi soggetti, fino ad oggi non sottoposti a imposizione grazie alla possibilità di spostare gli utili verso giurisdizioni a bassa tassazione, non possano più sfuggire ad un livello, minimo ma pur sempre maggiore di zero, di imposizione pari al 15%. L’idea è semplice ed apparentemente efficace, ma vi sono molti aspetti meno brillanti».
Quali ombre vede?
«Il livello del 15% resta più basso dell’aliquota media dell’imposta sulle società vigente in ambito Ocse, inoltre - come dimostra la direttiva Ue che vi ha dato attuazione in Europa - i calcoli per applicare questo regime sono estremamente complessi e di difficile comprensione. Ciò significa anche che la grandezza sottoposta a imposizione non necessariamente corrisponderà all’effettivo utile generato da queste multinazionali, una grandezza di fatto non calcolabile con precisione. Il rischio è che una parte degli utili effettivamente generati continui a sfuggire anche alla tassazione minima. La Gmt resta, quindi, uno strumento complicato la cui applicazione in concreto è tutta da verificare. Finché non vi sarà una diffusione su scala globale, il rischio è che la competitività del sistema europeo sia indebolita, nel senso che le multinazionali potrebbero sfuggire alla nuova disciplina evitando di collocarsi negli ordinamenti che se ne sono dotati».
Quale è la situazione legislativa in Italia?
«L’Italia sta operando per dare attuazione alla direttiva Ue e ha presentato la bozza di decreto legislativo. Nel frattempo, per provare a recuperare gettito, era stata introdotta la web tax. Per come è costruita colpisce solo una minima parte degli utili che le Big Tech generano grazie a utenti che si trovano nel territorio, come dimostra il gettito ben inferiore alle attese generato nei primi anni di applicazione. Il problema è che senza una disciplina multilaterale, che coinvolga tutti gli Stati, compresi gli Usa che continuano ad andare per la propria strada, ogni tentativo resta del tutto velleitario».
Come mai non si riescono a tassare i dati?
«I dati sono la vera fonte di ricchezza dell’economia digitale e siccome riconducono a un certo territorio, potrebbero rientrare nel sistema fiscale di uno Stato. Ma non è facile come sembra. Non è possibile attribuire un valore a una transazione nella quale l’utente “cede” il dato in cambio dell’accesso alla piattaforma: non esiste un mercato dei dati, quindi nessuno può affermare con oggettività che quel dato conferito abbia un certo valore, sulla base del quale calcolare l’imposta dovuta».
E se i dati si assoggettassero all’Ires? Sarebbe un bel gettito.
«Ricondurre alla “cessione” dei dati, la produzione di un reddito tassabile ad Ires, sarebbe un bel vantaggio per gli Stati. C’è però la questione se il reddito per la multinazionale digitale si collega al dato “grezzo” oppure se è l’effetto della successiva selezione e profilazione. Questa può avvenire in uno Stato diverso da quello dell’utente (e quindi il valore aggiunto tassabile si collocherebbe in un Paese diverso da quello dell’utente). Inoltre può verificarsi che i dati non generino reddito imponibile. Siamo molto lontani dal poter dare una risposta a tutti questi quesiti».
Si potrebbe tassare il reddito generato dalle piattaforme?
«Questo risultato passa attraverso l’individuazione di un nuovo criterio di collegamento, non più basato su una presenza materiale, tra il reddito prodotto da un’impresa e un territorio diverso da quello della sua residenza. Oggi perché uno Stato possa tassare il reddito di una impresa non residente occorre che questa abbia una presenza fisica sotto forma di stabile organizzazione. Le Big Tech però operano senza alcun bisogno di presenza fisica. Occorre allora dare rilevanza ad una “presenza economica o digitale”, nel senso che se l’impresa non residente vende beni o servizi nel territorio di uno Stato, senza avere una presenza fisica ma solo attraverso un sito o una app, allora i redditi che sono in questo modo prodotti devono poter essere tassati nello Stato ove si trovano gli utenti. Finora, tuttavia, né a livello Ocse né nell’Unione europea si è giunti ad un accordo su questo nuovo criterio di collegamento».
La tesi dei pm di Milano: «Facebook deve versare l’Iva sulla profilazione degli utenti»
Il Caso di Meta (la società che controlla Facebook, Instagram, Whatsapp e Messenger) indagata dalla Procura di Milano per un presunto omesso versamento dell’Iva, tra il 2015 e il 2021, per un ammontare di circa 870 milioni di euro, dimostra come sia scivoloso il terreno della tassazione dei dati e come sia difficile mettere nell’angolo i colossi del web. Il fatto è emerso a febbraio. La questione è quella relativa ai dati forniti dagli utenti nel contesto dell’iscrizione ai propri servizi (Facebook, Instagram, Whataspp) e sui cui Meta avrebbe «guadagnato» tramite la loro profilazione.
Secondo la Procura, Meta avrebbe dovuto versare l’Iva su questo scambio perché si sarebbe trattata di una permuta tra beni differenti (i servizi offerti dalla piattaforma e i dati dell’utente). È il tema controverso della possibilità per il consumatore di «scambiare» i propri dati personali a fronte della fornitura di servizi digitali o del trasferimento di una somma di denaro come «controprestazione».
Un portavoce di Meta ha ribadito che il gruppo «prende sul serio gli obblighi fiscali e paga tutte le imposte richieste in ciascuno dei Paesi in cui opera» ma ha sottolineato: «Siamo fortemente in disaccordo con l’idea che l’accesso da parte degli utenti alle piattaforme online debba essere soggetto al pagamento dell’Iva. Come sempre, siamo disposti a collaborare pienamente con le autorità rispetto ai nostri obblighi derivanti dalla legislazione europea e nazionale».
La direttiva europea 2019/770, aveva risollevato la questione della possibilità di usare i dati personali come corrispettivo di un servizio, come fossero un tipo di valuta assimilabile al denaro. Il che mostra che da tempo c’è consapevolezza della rilevanza economica assunta dalla circolazione dei dati sul mercato.
Le informazioni che cediamo gratis: la vera ricchezza sono i dati, ma è difficile stimarne il valore
«C’è un dibattito lungo e complesso e finora non ha portato ad alcun risultato o a interventi parziali. Per applicare un’imposta vanno risolte alcune questioni di carattere sistemico, cioè dove si generano i profitti, dove vengono forniti i servizi, dove risiedono fiscalmente le società». Per Luigi Martino (nella foto), coordinatore dell’Osservatorio di Cyber Security dell’Ispi, «tutti sono d’accordo sul fatto che i loro proventi devono essere soggetti a imposte, in quanto sono operatori economici. Ma quanto dovrebbe essere l’aliquota? Cosa tassare? Gli accessi? I big tech non hanno un patrimonio tangibile, perché la loro ricchezza è rappresentata dai dati che gli utenti forniscono in modo gratuito. Ma come tassarli? E poi perché devo tassare Meta, Instagram, TikTok e i social che mi stanno fornendo una servizio gratuito? Ufficialmente non fanno proventi con le loro attività».
Martino sottolinea che «non stiamo parlando di Microsoft che vende la licenza o di Apple che vende l’hardware, ma di piattaforme gratuite e i loro profitti si generano su qualcosa che ricevono gratuitamente dagli utenti che sono i dati». Oggi «le aziende del digitale sono tassate al 9%. Quelle tradizionali molto di più, quindi esiste un gap tax. E questo non è accettabile». I colossi del web fanno commercio dei dati che ricavano dalle piattaforme e c’è un dibattito aperto se debbano o meno essere soggetti a Iva. «È vero ma i dati che vendono li hanno ricevuti gratuitamente. Ma come si fa a tassare qualcosa di intangibile, come si quantifica?». E se si prevedesse un compenso agli utenti a fronte della cessione dei dati? «Nel momento in cui un’utente accede su una piattaforma dovrebbe essere esplicitato dove vanno a finire i suoi dati, a chi verranno venduti e quanto producono in termini di valore. A quel punto si avrebbe una transazione economica che è possibile tassare. Ma si attiverebbe anche un meccanismo inquietante». In che modo? Martino spiega che «potrebbero essere incentivati immagini o contenuti illegali ad alto impatto emotivo come scene di violenza o di sesso estremo. Ci sarebbe una mercificazione». Martino boccia l’ipotesi di una aliquota generica. «Come si può stabilire se è poco o troppo? Il nodo da sciogliere è cosa vado a tassare».
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Dopo gli extraprofitti delle banche, nel mirino del governo finiranno i colossi di Internet: Amazon, Google, Apple e gli altri. Che in dieci anni sono riusciti a intascarsi 100 miliardi di tasse non pagate.Il tributarista Stefano Dorigo: «Per vendere servizi, non serve più la presenza fisica. Lo Stato potrebbe quindi pensare a un’imposta sui redditi generati nei propri confini tramite siti o app».La tesi dei pm di Milano: «Facebook deve versare l’Iva sulla profilazione degli utenti».Le informazioni che cediamo gratis: la vera ricchezza sono i dati, ma è difficile stimarne il valore.Lo speciale contiene quattro articoli.Ogni autunno, all’appuntamento con la legge di Bilancio, si accende la discussione su come reperire le risorse. La sinistra è pronta a rispolverare la proposta mai accantonata della patrimoniale o della tassazione delle successioni, c’è chi parla di sforbiciare la giungla delle detrazioni, mentre il sindacato si esercita in proposte suggestive come quella del leader della Uil, Pierpaolo Bombardieri, di aumentare la tassazione delle transazioni finanziarie e dei redditi da capitale, con il rischio di favorire una fuga di capitali. Il governo ha intrapreso una strada diversa che va a prendere i soldi lì dove ci sono. È il caso degli extra profitti delle banche. Nell’editoriale di lunedì scorso, il direttore Maurizio Belpietro spiegava che nella rotta di Giorgia Meloni ci sono i santuari finanziari. Lo strumento per colpirli è la Global minimum tax che accende un faro sulle multinazionali. I colossi del web, come le grandi holding finanziarie, finora hanno trovato il modo di sottrarsi al fisco, versando solo pochi spiccioli. Le Big Tech, forti del fatto di non avere una sede fisica e quindi di poter sfuggire alle imposte territoriali, hanno accumulato enormi ricchezze. Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft sono le cinque maggiori multinazionali della tecnologia occidentale, con una potenza di fuoco finanziaria enorme: 5 miliardi di utenti e almeno 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione in borsa per ciascuna. Fair Tax Mark, un’organizzazione britannica che certifica la buona condotta fiscale delle aziende, ha pubblicato un report secondo il quale, al 2019, i giganti della Silicon Valley avrebbero accumulato, nel decennio precedente, un tax gap, ovvero il divario tra le imposte che pagano e quelle che dovrebbero pagare, di oltre 100 miliardi di dollari.Stando alla documentazione annuale, le Gafam (le grandi aziende tecnologiche come Alphabet, Google, Amazon, Apple, Meta Platforms e Microsoft, pagano attualmente poco meno di 33 miliardi di dollari di tasse in tutto il mondo. A fronte di un fatturato complessivo di 1.000 miliardi di dollari l’anno.Quale è la situazione in Italia? Secondo un’indagine dell’Area Studi Mediobanca, l’aggregato 2019 delle filiali italiane delle Big Tech ha fatturato oltre 3,3 miliardi di euro e ha versato al fisco circa 70 milioni, per un tax rate effettivo del 32,1%. Nel periodo 2015-2019 circa la metà dell’utile ante imposte dei giganti del web è stato tassato in Paesi a fiscalità agevolata, con conseguente risparmio fiscale cumulato di oltre 46 miliardi. I colossi tecnologici hanno eletto a loro «seconda casa» l’Irlanda, Stato famoso per la sua celebre imposta di appena il 12,5% per le aziende aperte lì.La Cgia di Mestre ha fatto un’osservazione che dovrebbe far riflettere. Nel 2020 le piccole imprese con meno di 5 milioni di euro di fatturato hanno versato 19,3 miliardi di euro di imposte. Nel 2021, invece, le 25 filiali italiane dei principali gruppi mondiali di web e software hanno dato 186 milioni di euro. Siamo di fronte a numeri che stanno a dimostrare il grande giro d’affari dei grandi gruppi internazionali nel nostro Paese, sul quale però pagano tasse risicate. E su questo sta ragionando Palazzo Chigi in vista della preparazione della legge di Bilancio. Un passo già è stato fatto con la definizione dello schema di decreto legislativo, che è stato pubblicato e rimarrà in consultazione fino al 1° ottobre, di attuazione della direttiva Ue sull’attivazione di un livello di imposizione fiscale minimo a livello globale, la Global minimum tax, per i gruppi di imprese multinazionali e nazionali di rilevanti dimensioni. Questo provvedimento fa seguito a un accordo definito a livello Ocse e G20, per arrivare a una riforma delle regole fiscali internazionali in modo da ridurre le distorsioni dovute ai differenti livelli di tassazione nei Paesi.La Global tax riguarderà le imprese con fatturato superiore a 750 milioni di euro l’anno che pagano un’imposta sul reddito inferiore al 15%. Tali aziende saranno soggette a un’aliquota fiscale effettiva (Afe) minima del 15% sui loro profitti realizzati in ogni Paese in cui operano, anche tramite sussidiarie. Inoltre è prevista l’imposizione integrativa per tutte le imprese localizzate in uno Stato membro a bassa imposizione. L’obiettivo è arginare le «esportazioni di imponibile» verso i paradisi fiscali. Dal 1° gennaio 2024 la normativa sulla Global minimum tax dovrebbe diventare efficace in tutta la Ue. Secondo stime Ocse, questo intervento potrebbe portare complessivamente agli Stati Ue 150 miliardi di dollari di entrate aggiuntive a livello di tassazione. Solamente in Italia questa imposizione fiscale porterebbe un gettito di 3 miliardi di euro l’anno. Un bel tesoretto. Il cammino è appena iniziato ma è denso di prospettive.Qualche esperto sostiene che la Global minimum tax è parziale, anche se è un primo passo ed è comunque un segnale che tira aria nuova. Sono escluse le startup-up che si trovano nella fase iniziale della loro attività internazionale e i Paesi europei in cui hanno sede pochissime multinazionali possono scegliere, per un periodo limitato, di non recepire del tutto la minimum tax a patto che venga notificato.Va ricordato, per capire la difficoltà del mercato su cui si agisce, che la web tax introdotta in Italia, Francia, Germania e Spagna è stata un fallimento perché ampiamente elusa oltre ad aver provocato l’irritazione degli Stati Uniti e la minaccia dell’allora presidente Trump di dazi ritorsivi. Secondo i dati dell’Agenzia delle entrate, il gettito dei primi anni di imposta italiana sui servizi digitali è stato inferiore alle attese. I giganti del web hanno versato 240 milioni per il 2020, 298 milioni per il 2021, 390 per il 2022. Totale 928 milioni. Poco. Ciò dimostra la difficoltà di assoggettare a tassazione con un’imposta nazionale gruppi globali operanti in un settore tecnologico in continuo cambiamento. La Global tax è un accordo multilaterale e quindi dovrebbe essere più efficace.C’è poi il dibattito sulla patrimonializzazione dei dati, che sono la vera ricchezza per queste multinazionali del web, cioè se possono essere considerati un bene commerciabile sul quale pagare le imposte. Ma qui si entra in un mercato oscuro, difficilissimo da delineare.Lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica, con l’uso scorretto di un’enorme quantità di dati prelevati da Facebook, da parte di un’azienda di consulenza e per il marketing online, appunto Cambridge Analytica, che avrebbe favorito l’elezione di Donald Trump, condizionato il referendum sulla Brexit e tessuto relazioni «pericolose» con la Russia di Putin, ha fatto emergere l’importanza e il valore dei dati. Resta il fatto che nessuno sa dire con certezza quanti e quali dei nostri dati personali sono in possesso dei grandi player mondiali di Internet come Facebook, Amazon, Google, per citarne solo alcuni. È lì la vera ricchezza da andare a stanare e che sfugge alla tassazione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/facciamo-pagare-big-tech-2665543304.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-web-tax-e-stata-un-flop-per-non-ripetere-lerrore-bisogna-coinvolgere-gli-usa" data-post-id="2665543304" data-published-at="1694973758" data-use-pagination="False"> «La web tax è stata un flop. Per non ripetere l’errore bisogna coinvolgere gli Usa» Stefano Dorigo Con la Global minimum tax (Gmt) si riusciranno finalmente a tassare le Big Tech? Stefano Dorigo, professore di Diritto tributario al Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Firenze, fa uno scenario di luci e ombre del nuovo sistema impositivo delle multinazionali e delle domande alle quali ancora non si è data una risposta. «Il progetto di una tassazione minima globale per le multinazionali, anche digitali, ha il pregio di realizzare un coordinamento tra la legislazione degli Stati per far sì che i redditi di questi soggetti, fino ad oggi non sottoposti a imposizione grazie alla possibilità di spostare gli utili verso giurisdizioni a bassa tassazione, non possano più sfuggire ad un livello, minimo ma pur sempre maggiore di zero, di imposizione pari al 15%. L’idea è semplice ed apparentemente efficace, ma vi sono molti aspetti meno brillanti». Quali ombre vede? «Il livello del 15% resta più basso dell’aliquota media dell’imposta sulle società vigente in ambito Ocse, inoltre - come dimostra la direttiva Ue che vi ha dato attuazione in Europa - i calcoli per applicare questo regime sono estremamente complessi e di difficile comprensione. Ciò significa anche che la grandezza sottoposta a imposizione non necessariamente corrisponderà all’effettivo utile generato da queste multinazionali, una grandezza di fatto non calcolabile con precisione. Il rischio è che una parte degli utili effettivamente generati continui a sfuggire anche alla tassazione minima. La Gmt resta, quindi, uno strumento complicato la cui applicazione in concreto è tutta da verificare. Finché non vi sarà una diffusione su scala globale, il rischio è che la competitività del sistema europeo sia indebolita, nel senso che le multinazionali potrebbero sfuggire alla nuova disciplina evitando di collocarsi negli ordinamenti che se ne sono dotati». Quale è la situazione legislativa in Italia? «L’Italia sta operando per dare attuazione alla direttiva Ue e ha presentato la bozza di decreto legislativo. Nel frattempo, per provare a recuperare gettito, era stata introdotta la web tax. Per come è costruita colpisce solo una minima parte degli utili che le Big Tech generano grazie a utenti che si trovano nel territorio, come dimostra il gettito ben inferiore alle attese generato nei primi anni di applicazione. Il problema è che senza una disciplina multilaterale, che coinvolga tutti gli Stati, compresi gli Usa che continuano ad andare per la propria strada, ogni tentativo resta del tutto velleitario». Come mai non si riescono a tassare i dati? «I dati sono la vera fonte di ricchezza dell’economia digitale e siccome riconducono a un certo territorio, potrebbero rientrare nel sistema fiscale di uno Stato. Ma non è facile come sembra. Non è possibile attribuire un valore a una transazione nella quale l’utente “cede” il dato in cambio dell’accesso alla piattaforma: non esiste un mercato dei dati, quindi nessuno può affermare con oggettività che quel dato conferito abbia un certo valore, sulla base del quale calcolare l’imposta dovuta». E se i dati si assoggettassero all’Ires? Sarebbe un bel gettito. «Ricondurre alla “cessione” dei dati, la produzione di un reddito tassabile ad Ires, sarebbe un bel vantaggio per gli Stati. C’è però la questione se il reddito per la multinazionale digitale si collega al dato “grezzo” oppure se è l’effetto della successiva selezione e profilazione. Questa può avvenire in uno Stato diverso da quello dell’utente (e quindi il valore aggiunto tassabile si collocherebbe in un Paese diverso da quello dell’utente). Inoltre può verificarsi che i dati non generino reddito imponibile. Siamo molto lontani dal poter dare una risposta a tutti questi quesiti». Si potrebbe tassare il reddito generato dalle piattaforme? «Questo risultato passa attraverso l’individuazione di un nuovo criterio di collegamento, non più basato su una presenza materiale, tra il reddito prodotto da un’impresa e un territorio diverso da quello della sua residenza. Oggi perché uno Stato possa tassare il reddito di una impresa non residente occorre che questa abbia una presenza fisica sotto forma di stabile organizzazione. Le Big Tech però operano senza alcun bisogno di presenza fisica. Occorre allora dare rilevanza ad una “presenza economica o digitale”, nel senso che se l’impresa non residente vende beni o servizi nel territorio di uno Stato, senza avere una presenza fisica ma solo attraverso un sito o una app, allora i redditi che sono in questo modo prodotti devono poter essere tassati nello Stato ove si trovano gli utenti. Finora, tuttavia, né a livello Ocse né nell’Unione europea si è giunti ad un accordo su questo nuovo criterio di collegamento». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/facciamo-pagare-big-tech-2665543304.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-tesi-dei-pm-di-milano-facebook-deve-versare-liva-sulla-profilazione-degli-utenti" data-post-id="2665543304" data-published-at="1694973758" data-use-pagination="False"> La tesi dei pm di Milano: «Facebook deve versare l’Iva sulla profilazione degli utenti» Il Caso di Meta (la società che controlla Facebook, Instagram, Whatsapp e Messenger) indagata dalla Procura di Milano per un presunto omesso versamento dell’Iva, tra il 2015 e il 2021, per un ammontare di circa 870 milioni di euro, dimostra come sia scivoloso il terreno della tassazione dei dati e come sia difficile mettere nell’angolo i colossi del web. Il fatto è emerso a febbraio. La questione è quella relativa ai dati forniti dagli utenti nel contesto dell’iscrizione ai propri servizi (Facebook, Instagram, Whataspp) e sui cui Meta avrebbe «guadagnato» tramite la loro profilazione. Secondo la Procura, Meta avrebbe dovuto versare l’Iva su questo scambio perché si sarebbe trattata di una permuta tra beni differenti (i servizi offerti dalla piattaforma e i dati dell’utente). È il tema controverso della possibilità per il consumatore di «scambiare» i propri dati personali a fronte della fornitura di servizi digitali o del trasferimento di una somma di denaro come «controprestazione». Un portavoce di Meta ha ribadito che il gruppo «prende sul serio gli obblighi fiscali e paga tutte le imposte richieste in ciascuno dei Paesi in cui opera» ma ha sottolineato: «Siamo fortemente in disaccordo con l’idea che l’accesso da parte degli utenti alle piattaforme online debba essere soggetto al pagamento dell’Iva. Come sempre, siamo disposti a collaborare pienamente con le autorità rispetto ai nostri obblighi derivanti dalla legislazione europea e nazionale». La direttiva europea 2019/770, aveva risollevato la questione della possibilità di usare i dati personali come corrispettivo di un servizio, come fossero un tipo di valuta assimilabile al denaro. Il che mostra che da tempo c’è consapevolezza della rilevanza economica assunta dalla circolazione dei dati sul mercato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/facciamo-pagare-big-tech-2665543304.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="le-informazioni-che-cediamo-gratis-la-vera-ricchezza-sono-i-dati-ma-e-difficile-stimarne-il-valore" data-post-id="2665543304" data-published-at="1694973758" data-use-pagination="False"> Le informazioni che cediamo gratis: la vera ricchezza sono i dati, ma è difficile stimarne il valore «C’è un dibattito lungo e complesso e finora non ha portato ad alcun risultato o a interventi parziali. Per applicare un’imposta vanno risolte alcune questioni di carattere sistemico, cioè dove si generano i profitti, dove vengono forniti i servizi, dove risiedono fiscalmente le società». Per Luigi Martino (nella foto), coordinatore dell’Osservatorio di Cyber Security dell’Ispi, «tutti sono d’accordo sul fatto che i loro proventi devono essere soggetti a imposte, in quanto sono operatori economici. Ma quanto dovrebbe essere l’aliquota? Cosa tassare? Gli accessi? I big tech non hanno un patrimonio tangibile, perché la loro ricchezza è rappresentata dai dati che gli utenti forniscono in modo gratuito. Ma come tassarli? E poi perché devo tassare Meta, Instagram, TikTok e i social che mi stanno fornendo una servizio gratuito? Ufficialmente non fanno proventi con le loro attività». Martino sottolinea che «non stiamo parlando di Microsoft che vende la licenza o di Apple che vende l’hardware, ma di piattaforme gratuite e i loro profitti si generano su qualcosa che ricevono gratuitamente dagli utenti che sono i dati». Oggi «le aziende del digitale sono tassate al 9%. Quelle tradizionali molto di più, quindi esiste un gap tax. E questo non è accettabile». I colossi del web fanno commercio dei dati che ricavano dalle piattaforme e c’è un dibattito aperto se debbano o meno essere soggetti a Iva. «È vero ma i dati che vendono li hanno ricevuti gratuitamente. Ma come si fa a tassare qualcosa di intangibile, come si quantifica?». E se si prevedesse un compenso agli utenti a fronte della cessione dei dati? «Nel momento in cui un’utente accede su una piattaforma dovrebbe essere esplicitato dove vanno a finire i suoi dati, a chi verranno venduti e quanto producono in termini di valore. A quel punto si avrebbe una transazione economica che è possibile tassare. Ma si attiverebbe anche un meccanismo inquietante». In che modo? Martino spiega che «potrebbero essere incentivati immagini o contenuti illegali ad alto impatto emotivo come scene di violenza o di sesso estremo. Ci sarebbe una mercificazione». Martino boccia l’ipotesi di una aliquota generica. «Come si può stabilire se è poco o troppo? Il nodo da sciogliere è cosa vado a tassare».
Vladimir Putin (Ansa)
L’attacco all’Iran e l’eliminazione fisica di Ali Khamenei stanno scuotendo in profondità gli equilibri mediorientali.
«L’attacco e l’uccisione del leader supremo dell’Iran rappresentano una grave violazione della sovranità e della sicurezza dell’Iran. La Cina si oppone fermamente e la condanna fermamente», ha tuonato ieri il ministero degli Esteri di Pechino, per poi aggiungere: «Chiediamo l’immediata cessazione delle operazioni militari, l’interruzione di un’ulteriore escalation della situazione di tensione e uno sforzo congiunto per mantenere la pace e la stabilità in Medio Oriente e nel mondo in generale».
Notevole irritazione è stata espressa anche da Vladimir Putin, che ha bollato l’uccisione dell’ayatollah come «un omicidio commesso in cinica violazione di tutte le norme della moralità umana e del diritto internazionale». «Nel nostro Paese», ha proseguito il presidente russo, «l’ayatollah Khamenei sarà ricordato come uno statista eccezionale che ha dato un enorme contributo personale allo sviluppo delle amichevoli relazioni russo-iraniane, portandole al livello di una partnership strategica globale».
È del resto abbastanza chiaro come l’attacco alla Repubblica islamica e l’eliminazione di Khamenei rappresentino un duro colpo all’influenza mediorientale di Pechino e Mosca. Nel 2021, la Cina firmò un patto di cooperazione venticinquennale con il regime khomeinista. Non solo. La Repubblica popolare è anche storicamente il principale acquirente di greggio iraniano in violazione delle sanzioni statunitensi. Dall’altra parte, la morte di Khamenei si configura come un problema rilevante per lo stesso Putin, il quale, dopo la caduta di Bashar al Assad in Siria nel 2024, vede adesso crollare un altro suo storico alleato regionale.
In questo quadro, Mosca e Pechino, che non hanno granché assistito il regime khomeinista negli ultimi mesi, si augurano che l’operazione militare contro Teheran possa portare Washington a impantanarsi. Uno scenario inquietante per gli Usa, che Donald Trump potrebbe cercare di evitare ricorrendo a una «soluzione venezuelana»: vale a dire, scegliendo come interlocutore un pezzo del vecchio regime, dopo averlo adeguatamente sdentato e addomesticato (guarda caso, ieri, il presidente statunitense si è detto pronto a «parlare» con i leader iraniani). Nel frattempo, la Nato ha fatto sapere di aver «riadattato» il posizionamento delle proprie forze per difendersi dai missili balistici o dai velivoli senza pilota «provenienti dall’Iran o da altre regioni».
Se Mosca e Pechino appaiono assai preoccupate, Bruxelles sembra invece continuare a non toccare palla. «La morte di Ali Khamenei è un momento decisivo nella storia dell’Iran. Ciò che accadrà in seguito è incerto. Ma ora si apre una strada verso un Iran diverso, un Iran che il suo popolo potrà plasmare con maggiore libertà», ha affermato l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Kaja Kallas, in una dichiarazione piuttosto generica. Dal canto suo, Ursula von der Leyen ha auspicato una «transizione credibile» a Teheran, denunciando un rischio di «instabilità». E qui sono necessarie due considerazioni.
La prima è che quanto accaduto sabato ha platealmente sconfessato la linea della Commissione europea che, dal 2015 al 2025, aveva tenuto una posizione assai blanda nei confronti dell’Iran, promuovendo alacremente il Jcpoa: il controverso accordo sul nucleare che era stato negoziato, tra gli altri, da John Kerry, Sergej Lavrov e Federica Mogherini.
La seconda è che, come a Gaza e in Ucraina, anche stavolta Bruxelles appare totalmente fuori da giochi: irrilevante tanto sul piano geopolitico quanto su quello diplomatico.
Mentre Tayyip Erdogan si è detto «addolorato» per la morte di Khamanei, a intervenire sulla crisi iraniana è stato, infine, anche Leone XIV. «La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile», ha affermato ieri il pontefice, chiedendo di «fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile».
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Donald Trump (Ansa)
Al telefono con l’omologo dell’Oman, Badr Albusaidi, che aveva svolto un ruolo di mediazione nelle trattative poi fallite con gli Stati Uniti, il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, ha assicurato che il suo Paese è pronto a compiere «sforzi seri e sinceri per una de-escalation». Intanto, però, il regime degli ayatollah, o ciò che ne rimane dopo la morte di Ali Khamenei e l’uccisione di 48 comandanti, ha continuato a bersagliare le nazioni del Golfo. È stato colpito da un missile l’aeroporto di Dubai; diverse esplosioni sono state avvertite negli Emirati, a Doha, in Qatar, oltre che a Manama, in Bahrein, dove un razzo ha semidistrutto l’hotel Crown Plaza. Dei droni sono piombati su un porto pure nello stesso Oman, ferendo un camallo. Ad Abu Dhabi è stato danneggiato un edificio vicino all’ambasciata italiana. E un secondo attacco ha causato un rogo in una base navale francese. In Kuwait, la rappresaglia ha provocato una vittima e 32 feriti. In Iraq, velivoli senza pilota hanno preso di mira una base Usa a Erbil. I vertici della diplomazia dei sei Stati dell’area arabica, vista la situazione, si sono riuniti in una videoconferenza del loro Consiglio di cooperazione.
Rimane sul tavolo l’ipotesi storica di una partecipazione al conflitto, al fianco di Usa e Israele. L’ha evocata sabato Riad. Un retroscena del Washington Post ha svelato poi che il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, aveva chiamato più volte l’inquilino della Casa Bianca, per convincerlo ad avviare i raid sull’Iran. La stessa linea di Benjamin Netanyahu, solo che il premier israeliano l’ha sostenuta apertamente, mentre, in via ufficiale, bin Salman invocava una soluzione negoziale della crisi.
Anche senza un coinvolgimento bellico diretto, comunque, si va profilando lo scenario che Trump desiderava già dal primo mandato, nello spirito degli Accordi di Abramo del 2020: realizzare una saldatura tra le monarchie sunnite - Arabia Saudita in testa - e Gerusalemme, quale architrave del nuovo ordine mediorientale, da cui tagliare fuori la filiera che, dall’Iran, passa per Hezbollah in Libano e arriva ad Hamas. E che, nel Mediterraneo orientale, trova un potente terminale nella Turchia. Il ministro degli Esteri di Ankara, Hakan Fidan, ieri ha sentito l’omanita Albusaidi, dopo aver dato disponibilità a fungere da pontiere con Teheran. Recep Tayyip Erdogan ha sottolineato che il conflitto «potrebbe avere conseguenze molto gravi in termini di sicurezza regionale e globale. Dare una possibilità alla diplomazia», ha aggiunto il Sultano, «è la strada più razionale». Non è certo un caso che si sia premurato di contattare pure bin Salman, per manifestargli le proprie preoccupazioni.
Uno degli effetti principali del blitz di The Donald e Bibi, quindi, potrebbe essere quello di scatenare una resa dei conti totale nel mondo islamico. Reuters, citando un funzionario statunitense, ha in effetti osservato che a persuadere il tycoon, peraltro ben informato dei rischi della missione, è stata la prospettiva di un mutamento geopolitico nella direzione auspicata da Washington. All’opposto, il Financial Times ha lamentato che Trump non ha alcun piano credibile per il futuro dell’Iran: è inutile, ha scritto il quotidiano, confidare in una «organica e spontanea transizione verso un nuovo sistema politico», solo eliminando la precedente leadership. Nondimeno, sembrerebbe che il G7 abbia discusso con Marco Rubio pure dell’avvenire della Repubblica islamica.
La verità è che, nello scontro in corso, la componente sciita si gioca potere, sfere d’influenza e forse la sua stessa sopravvivenza. L’Iran lo sa e, anche per questo, con una mano sgancia le bombe e con l’altra invia segnali di fumo. Araghchi, ad esempio, ha garantito ai Paesi del Golfo che comprende perché «sono arrabbiati», ma li ha invitati a considerare che «questa è una guerra che ci è stata imposta» e che i veri obiettivi dei raid sono le installazioni militari nemiche. Il ministro ha dato l’impressione di cadere dalle nuvole: i negoziatori, ha raccontato, erano «alla ricerca di un accordo», avevano «lasciato Ginevra», sede dei colloqui diplomatici, addirittura «felici», ma Trump ha «ordinato il bombardamento del tavolo dei negoziati».
Il presidente americano usa il bastone mentre agita la carota. A The Atlantic, ha giurato di essere disposto a un nuovo confronto con i nuovi capi del regime avversario: «Parlerò con loro». Dunque, può darsi che, su un punto, l’approccio di Trump diverga da quello di Netanyahu, deciso a completare il lavoro, a costo di combattere a lungo. I due, ieri, si sono consultati al telefono, ma il tempo non gioca a favore di The Donald. Sia perché si avvicina il midterm, in vista del quale gli occorre un risultato da presentare agli elettori; sia perché, stando sempre al Wall Street Journal, ci sarebbe urgenza di completare l’operazione, prima che si esauriscano gli arsenali. Il Pentagono ha già impiegato l’algoritmo di Anthropic per le simulazioni e l’individuazione degli obiettivi sul campo. Ma nessuna Intelligenza artificiale può far vincere una guerra, se non ci sono missili e munizioni.
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I soccorritori nel luogo in cui un missile lanciato dall'Iran ha colpito una zona residenziale a Beit Shemesh, nel centro di Israele (Ansa)
L’escalation tra Israele e Iran ha ormai assunto una dimensione regionale, ma con un dato strategico che emerge con chiarezza: lo spazio aereo iraniano non è più sotto il controllo effettivo di Teheran. L’aeronautica israeliana, guidata dall’intelligence delle Idf, ha consolidato una superiorità operativa che le consente di colpire in profondità i centri nevralgici del regime, mentre la Repubblica Islamica tenta di reagire su più fronti, militari e politici. Il bilancio più pesante si registra a Beit Shemesh, nel centro di Israele, dove un missile balistico iraniano ha centrato un’area residenziale provocando nove morti. L’ordigno ha distrutto abitazioni, un rifugio pubblico e una sinagoga. Il sindaco Shmuel Greenberg ha riferito che venti residenti risultano ancora non rintracciabili, anche se potrebbero trovarsi altrove, mentre i soccorritori continuano a scavare tra le macerie. Il portavoce delle Idf Nadav Shoshani ha accusato Teheran di aver deliberatamente preso di mira civili fin dall’inizio dell’operazione «Roaring Lion», parlando «di una strategia fondata sul terrore contro la popolazione».
In Kuwait una persona è morta e trentadue sono rimaste ferite dall’avvio della campagna di rappresaglia contro obiettivi statunitensi e israeliani; tutte le vittime sono lavoratori stranieri. Negli Emirati Arabi Uniti si contano tre morti e cinquantotto feriti. Un attacco con droni ha provocato un incendio in una base navale ad Abu Dhabi che ospita anche forze francesi. I danni non hanno compromesso le capacità operative francesi né causato vittime. Colpita anche la base americana di Erbil in Iraq. Sul fronte americano, il Comando centrale ha confermato la morte di tre militari statunitensi e il ferimento grave di altri cinque nell’ambito dell’operazione «Epic Fury», mentre diversi soldati con ferite lievi stanno rientrando in servizio. Il Centcom ha inoltre reso noto di aver colpito una corvetta iraniana classe Jamaran nelle fasi iniziali dell’operazione: l’unità starebbe affondando nel Golfo di Oman, presso il porto di Chah Bahar. Washington ha smentito le rivendicazioni dei Guardiani della Rivoluzione secondo cui la portaerei USS Abraham Lincoln sarebbe stata centrata da quattro missili balistici. Il Comando americano ha definito «false» tali affermazioni, precisando che i vettori non si sono neppure avvicinati alla nave.
L’aeronautica militare israeliana ha completato nuove ondate di attacchi contro decine di centri di comando e quartier generali del regime oltre alla sede della Radio e TV di Stato. Sono stati neutralizzati il comando della Sicurezza Interna, snodo di collegamento tra vertici politici e apparati repressivi, e il quartier generale di Tharallah, struttura chiave per la difesa di Teheran. L’Iran continua a lanciare missili e droni, ma non riesce a negare ai caccia israeliani il dominio dei cieli. Benjamin Netanyahu ha confermato la linea dura dopo un vertice con i responsabili della difesa, annunciando la prosecuzione della campagna militare e rivendicando l’eliminazione di Ali Khamenei insieme ad altri esponenti del regime. Il premier ha parlato di attacchi sempre più intensi contro il cuore di Teheran e di un’ulteriore escalation nei prossimi giorni. In tal senso, l’esercito israeliano ha annunciato che mobiliterà 100.000 riservisti nell’ambito dell’offensiva contro l’Iran. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che, durante la riunione notturna del G7 - alla quale ha preso parte anche il segretario di Stato americano Rubio - il confronto si è focalizzato sull’aggravarsi della crisi e sugli scenari possibili. Al centro del vertice il dossier sul nucleare iraniano e il rafforzamento dei missili a lungo raggio, ritenuti un fattore di rischio per la sicurezza globale. «Senza segnali concreti di un passo indietro da parte di Teheran - ha affermato Tajani - la situazione è rapidamente degenerata». Sul piano politico e interno, il regime tenta di mostrare compattezza dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei nei raid congiunti statunitensi e israeliani. Il presidente Masoud Pezeshkian ha annunciato l’attivazione del Consiglio direttivo incaricato di guidare ad interim il Paese, invitando «all’unità contro i piani dei nemici». Tuttavia, secondo fonti informate che hanno parlato a condizione di anonimato, la struttura residua di comando dei Pasdaran sta cercando di finalizzare la nomina della nuova Guida Suprema in un contesto di forte pressione. I raid in corso rendono impossibile convocare l’Assemblea degli Esperti, l’organo costituzionale deputato alla scelta della Guida Suprema, e per questo l’IRGC spinge per una designazione al di fuori delle procedure previste dalla legge.
Le stesse fonti descrivono un quadro di disordine crescente all’interno degli apparati militari e di sicurezza: parti della catena di comando sarebbero interrotte, con difficoltà nella trasmissione degli ordini e nel coordinamento operativo. Alcuni comandanti e membri di grado inferiore non si sono presentati in servizio per timore di nuovi attacchi mirati contro le strutture di comando. Secondo Iran International, i vertici dei Pasdaran temono che nei prossimi giorni possano esplodere violente manifestazioni in diverse città, aprendo una fase di instabilità interna. In questo contesto, l’ayatollah Alireza Arafi è stato scelto per completare il consiglio direttivo ad interim, affiancando Pezeshkian e altre figure di vertice, mentre il generale Ahmad Vahidi ha assunto la guida delle Guardie Rivoluzionarie. Arafi, 67 anni, membro del Consiglio dei Guardiani, è cresciuto nell’establishment religioso di Qom ed è stato molto vicino ad Ali Khamenei. È considerato un outsider contiguo ai Pasdaran, molto attento all’uso delle tecnologie digitali e all’intelligence. Ma la battaglia per la nomina della nuova Guida Suprema è solo all’inizio. Tutto avviene mentre in Israele la popolazione nella tarda serata di ieri ha ricevuto il messaggio: «Non uscite dai rifugi. Un’altra ondata di missili è in arrivo verso Israele».
Decapitata la linea di comando. È giallo sulla fine di Ahmadinejad
Giallo sulla morte dell’ex presidente della Repubblica dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad. Sabato nell’attacco aereo congiunto israeliano-americano avvenuto a est di Teheran oltre alla guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, sarebbe stato ucciso anche l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. La notizia era stata data inizialmente dall’agenzia di stampa semi-ufficiale Ilna che, citando «fonti informate» e rilanciata dai media iraniani, israeliani e internazionali, scriveva: «Ahmadinejad, che ha servito come presidente durante i mandati nono e decimo, 2005-2013, è stato martirizzato a seguito dell’aggressione del regime sionista e degli Stati Uniti contro il Paese». Successivamente però, scriveva nella serata di ieri il Guardian, la stessa Ilna ha cambiato la notizia con una successiva dal titolo «Mahmoud Ahamdinejad è un martire?», mettendo così in dubbio la precedente e citando una fonte anonima che negava la morte dell’ex presidente «senza fornire ulteriori informazioni». Secondo la prima informazione della Ilna, l’ex presidente sarebbe stato ucciso in attacchi alla sua abitazione nel distretto di Narmak a Teheran e insieme a lui almeno sei persone tra guardie del corpo e collaboratori. Ahmadinejad, membro dell’Assemblea per il discernimento dell’interesse del sistema), è una figura significativa nella politica iraniana e internazionale. Aveva ricoperto in precedenza ruoli chiave: governatore della provincia di Ardabil, sindaco di Teheran (2003-2005) e figura di spicco della linea dura conservatrice e per le sue posizioni radicali, in particolare sulla questione nucleare e i diritti umani. Sul piano internazionale, Ahmadinejad era noto infatti per la sua posizione aggressiva e intransigente. Aveva difeso il programma nucleare iraniano contro quelle che definiva «potenze arroganti» e aveva rafforzato i legami con la Russia. Nel 2009 fu eletto per un secondo mandato in elezioni che scatenarono dure proteste, l’Onda Verde, e negli ultimi anni, dopo la morte del presidente Ibrahim Raisi nel 2024, aveva tentato di tornare in politica, ma la sua candidatura era stata respinta dal Consiglio dei Guardiani.
Oltre all’uccisione di Khamenei, al potere dal 1989, insieme a figlia, genero e nipote, secondo l’Agenzia di stampa della Repubblica islamica, sono morti altri vertici istituzionali, religiosi e militari. In particolare sarebbero morti alti comandanti durante una riunione del Consiglio di Difesa: Seyed Abdolrahim Mousavi, Capo di Stato maggiore delle Forze armate; Mohammad Bagheri, comandante in capo dell’IRGC; il capo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, il generale dei Pasdaran Mohammad Pakpour; Ali Shamkhani, segretario del Consiglio di Difesa; e Aziz Nasirzadeh, ministro della Difesa e il capo dell’intelligence della polizia iraniana, Gholamreza Rezaian. Morti «eccellenti» che confermerebbero quanto dichiarato dai vertici americani e israeliani. Il presidente americano, Donald Trump, intervenendo ieri su Fox News, ieri ha affermato che «48 comandanti iraniani sono stati uccisi in un colpo solo» mentre il portavoce delle Idf Effi Defrin sabato sera aveva detto: «Stiamo aprendo la strada vero il cuore dell’Iran. Abbiamo attaccato i sistemi di difesa, ampliato la superiorità aerea. Nell’attacco iniziale, 40 comandanti iraniani chiave sono stati eliminati in un minuto». E ieri, secondo giorno di attacchi, la Mezzaluna rossa ha dato i primi dati sui morti. In Iran sarebbero 201 con 747 i feriti. In particolare sono state confermate le 148 vittime, quasi tutte bambine della scuola materna di Minab, nel sud della provincia iraniana di Hormozgan, mentre i media iraniani hanno riferito che 43 membri delle forze di sicurezza sono morti ieri in un attacco contro la caserma di un reggimento di frontiera avvenuto nella città di Mehran, vicino all’Iraq. Anche negli altri Paesi del Golfo ci sarebbero le prime vittime. Tre soldati americani sono rimasti uccisi durante gli attacchi.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 2 marzo con Carlo Cambi