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2023-09-18
Facciamo pagare le Big Tech? «Ma bisogna coinvolgere gli Usa»
iStock
Ogni autunno, all’appuntamento con la legge di Bilancio, si accende la discussione su come reperire le risorse. La sinistra è pronta a rispolverare la proposta mai accantonata della patrimoniale o della tassazione delle successioni, c’è chi parla di sforbiciare la giungla delle detrazioni, mentre il sindacato si esercita in proposte suggestive come quella del leader della Uil, Pierpaolo Bombardieri, di aumentare la tassazione delle transazioni finanziarie e dei redditi da capitale, con il rischio di favorire una fuga di capitali.
Il governo ha intrapreso una strada diversa che va a prendere i soldi lì dove ci sono. È il caso degli extra profitti delle banche. Nell’editoriale di lunedì scorso, il direttore Maurizio Belpietro spiegava che nella rotta di Giorgia Meloni ci sono i santuari finanziari. Lo strumento per colpirli è la Global minimum tax che accende un faro sulle multinazionali.
I colossi del web, come le grandi holding finanziarie, finora hanno trovato il modo di sottrarsi al fisco, versando solo pochi spiccioli. Le Big Tech, forti del fatto di non avere una sede fisica e quindi di poter sfuggire alle imposte territoriali, hanno accumulato enormi ricchezze. Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft sono le cinque maggiori multinazionali della tecnologia occidentale, con una potenza di fuoco finanziaria enorme: 5 miliardi di utenti e almeno 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione in borsa per ciascuna. Fair Tax Mark, un’organizzazione britannica che certifica la buona condotta fiscale delle aziende, ha pubblicato un report secondo il quale, al 2019, i giganti della Silicon Valley avrebbero accumulato, nel decennio precedente, un tax gap, ovvero il divario tra le imposte che pagano e quelle che dovrebbero pagare, di oltre 100 miliardi di dollari.
Stando alla documentazione annuale, le Gafam (le grandi aziende tecnologiche come Alphabet, Google, Amazon, Apple, Meta Platforms e Microsoft, pagano attualmente poco meno di 33 miliardi di dollari di tasse in tutto il mondo. A fronte di un fatturato complessivo di 1.000 miliardi di dollari l’anno.
Quale è la situazione in Italia? Secondo un’indagine dell’Area Studi Mediobanca, l’aggregato 2019 delle filiali italiane delle Big Tech ha fatturato oltre 3,3 miliardi di euro e ha versato al fisco circa 70 milioni, per un tax rate effettivo del 32,1%.
Nel periodo 2015-2019 circa la metà dell’utile ante imposte dei giganti del web è stato tassato in Paesi a fiscalità agevolata, con conseguente risparmio fiscale cumulato di oltre 46 miliardi. I colossi tecnologici hanno eletto a loro «seconda casa» l’Irlanda, Stato famoso per la sua celebre imposta di appena il 12,5% per le aziende aperte lì.
La Cgia di Mestre ha fatto un’osservazione che dovrebbe far riflettere. Nel 2020 le piccole imprese con meno di 5 milioni di euro di fatturato hanno versato 19,3 miliardi di euro di imposte. Nel 2021, invece, le 25 filiali italiane dei principali gruppi mondiali di web e software hanno dato 186 milioni di euro. Siamo di fronte a numeri che stanno a dimostrare il grande giro d’affari dei grandi gruppi internazionali nel nostro Paese, sul quale però pagano tasse risicate. E su questo sta ragionando Palazzo Chigi in vista della preparazione della legge di Bilancio. Un passo già è stato fatto con la definizione dello schema di decreto legislativo, che è stato pubblicato e rimarrà in consultazione fino al 1° ottobre, di attuazione della direttiva Ue sull’attivazione di un livello di imposizione fiscale minimo a livello globale, la Global minimum tax, per i gruppi di imprese multinazionali e nazionali di rilevanti dimensioni. Questo provvedimento fa seguito a un accordo definito a livello Ocse e G20, per arrivare a una riforma delle regole fiscali internazionali in modo da ridurre le distorsioni dovute ai differenti livelli di tassazione nei Paesi.
La Global tax riguarderà le imprese con fatturato superiore a 750 milioni di euro l’anno che pagano un’imposta sul reddito inferiore al 15%. Tali aziende saranno soggette a un’aliquota fiscale effettiva (Afe) minima del 15% sui loro profitti realizzati in ogni Paese in cui operano, anche tramite sussidiarie. Inoltre è prevista l’imposizione integrativa per tutte le imprese localizzate in uno Stato membro a bassa imposizione. L’obiettivo è arginare le «esportazioni di imponibile» verso i paradisi fiscali. Dal 1° gennaio 2024 la normativa sulla Global minimum tax dovrebbe diventare efficace in tutta la Ue. Secondo stime Ocse, questo intervento potrebbe portare complessivamente agli Stati Ue 150 miliardi di dollari di entrate aggiuntive a livello di tassazione. Solamente in Italia questa imposizione fiscale porterebbe un gettito di 3 miliardi di euro l’anno. Un bel tesoretto. Il cammino è appena iniziato ma è denso di prospettive.
Qualche esperto sostiene che la Global minimum tax è parziale, anche se è un primo passo ed è comunque un segnale che tira aria nuova. Sono escluse le startup-up che si trovano nella fase iniziale della loro attività internazionale e i Paesi europei in cui hanno sede pochissime multinazionali possono scegliere, per un periodo limitato, di non recepire del tutto la minimum tax a patto che venga notificato.
Va ricordato, per capire la difficoltà del mercato su cui si agisce, che la web tax introdotta in Italia, Francia, Germania e Spagna è stata un fallimento perché ampiamente elusa oltre ad aver provocato l’irritazione degli Stati Uniti e la minaccia dell’allora presidente Trump di dazi ritorsivi. Secondo i dati dell’Agenzia delle entrate, il gettito dei primi anni di imposta italiana sui servizi digitali è stato inferiore alle attese. I giganti del web hanno versato 240 milioni per il 2020, 298 milioni per il 2021, 390 per il 2022. Totale 928 milioni. Poco. Ciò dimostra la difficoltà di assoggettare a tassazione con un’imposta nazionale gruppi globali operanti in un settore tecnologico in continuo cambiamento. La Global tax è un accordo multilaterale e quindi dovrebbe essere più efficace.
C’è poi il dibattito sulla patrimonializzazione dei dati, che sono la vera ricchezza per queste multinazionali del web, cioè se possono essere considerati un bene commerciabile sul quale pagare le imposte. Ma qui si entra in un mercato oscuro, difficilissimo da delineare.
Lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica, con l’uso scorretto di un’enorme quantità di dati prelevati da Facebook, da parte di un’azienda di consulenza e per il marketing online, appunto Cambridge Analytica, che avrebbe favorito l’elezione di Donald Trump, condizionato il referendum sulla Brexit e tessuto relazioni «pericolose» con la Russia di Putin, ha fatto emergere l’importanza e il valore dei dati. Resta il fatto che nessuno sa dire con certezza quanti e quali dei nostri dati personali sono in possesso dei grandi player mondiali di Internet come Facebook, Amazon, Google, per citarne solo alcuni. È lì la vera ricchezza da andare a stanare e che sfugge alla tassazione.
«La web tax è stata un flop. Per non ripetere l’errore bisogna coinvolgere gli Usa»

Stefano Dorigo
Con la Global minimum tax (Gmt) si riusciranno finalmente a tassare le Big Tech? Stefano Dorigo, professore di Diritto tributario al Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Firenze, fa uno scenario di luci e ombre del nuovo sistema impositivo delle multinazionali e delle domande alle quali ancora non si è data una risposta.
«Il progetto di una tassazione minima globale per le multinazionali, anche digitali, ha il pregio di realizzare un coordinamento tra la legislazione degli Stati per far sì che i redditi di questi soggetti, fino ad oggi non sottoposti a imposizione grazie alla possibilità di spostare gli utili verso giurisdizioni a bassa tassazione, non possano più sfuggire ad un livello, minimo ma pur sempre maggiore di zero, di imposizione pari al 15%. L’idea è semplice ed apparentemente efficace, ma vi sono molti aspetti meno brillanti».
Quali ombre vede?
«Il livello del 15% resta più basso dell’aliquota media dell’imposta sulle società vigente in ambito Ocse, inoltre - come dimostra la direttiva Ue che vi ha dato attuazione in Europa - i calcoli per applicare questo regime sono estremamente complessi e di difficile comprensione. Ciò significa anche che la grandezza sottoposta a imposizione non necessariamente corrisponderà all’effettivo utile generato da queste multinazionali, una grandezza di fatto non calcolabile con precisione. Il rischio è che una parte degli utili effettivamente generati continui a sfuggire anche alla tassazione minima. La Gmt resta, quindi, uno strumento complicato la cui applicazione in concreto è tutta da verificare. Finché non vi sarà una diffusione su scala globale, il rischio è che la competitività del sistema europeo sia indebolita, nel senso che le multinazionali potrebbero sfuggire alla nuova disciplina evitando di collocarsi negli ordinamenti che se ne sono dotati».
Quale è la situazione legislativa in Italia?
«L’Italia sta operando per dare attuazione alla direttiva Ue e ha presentato la bozza di decreto legislativo. Nel frattempo, per provare a recuperare gettito, era stata introdotta la web tax. Per come è costruita colpisce solo una minima parte degli utili che le Big Tech generano grazie a utenti che si trovano nel territorio, come dimostra il gettito ben inferiore alle attese generato nei primi anni di applicazione. Il problema è che senza una disciplina multilaterale, che coinvolga tutti gli Stati, compresi gli Usa che continuano ad andare per la propria strada, ogni tentativo resta del tutto velleitario».
Come mai non si riescono a tassare i dati?
«I dati sono la vera fonte di ricchezza dell’economia digitale e siccome riconducono a un certo territorio, potrebbero rientrare nel sistema fiscale di uno Stato. Ma non è facile come sembra. Non è possibile attribuire un valore a una transazione nella quale l’utente “cede” il dato in cambio dell’accesso alla piattaforma: non esiste un mercato dei dati, quindi nessuno può affermare con oggettività che quel dato conferito abbia un certo valore, sulla base del quale calcolare l’imposta dovuta».
E se i dati si assoggettassero all’Ires? Sarebbe un bel gettito.
«Ricondurre alla “cessione” dei dati, la produzione di un reddito tassabile ad Ires, sarebbe un bel vantaggio per gli Stati. C’è però la questione se il reddito per la multinazionale digitale si collega al dato “grezzo” oppure se è l’effetto della successiva selezione e profilazione. Questa può avvenire in uno Stato diverso da quello dell’utente (e quindi il valore aggiunto tassabile si collocherebbe in un Paese diverso da quello dell’utente). Inoltre può verificarsi che i dati non generino reddito imponibile. Siamo molto lontani dal poter dare una risposta a tutti questi quesiti».
Si potrebbe tassare il reddito generato dalle piattaforme?
«Questo risultato passa attraverso l’individuazione di un nuovo criterio di collegamento, non più basato su una presenza materiale, tra il reddito prodotto da un’impresa e un territorio diverso da quello della sua residenza. Oggi perché uno Stato possa tassare il reddito di una impresa non residente occorre che questa abbia una presenza fisica sotto forma di stabile organizzazione. Le Big Tech però operano senza alcun bisogno di presenza fisica. Occorre allora dare rilevanza ad una “presenza economica o digitale”, nel senso che se l’impresa non residente vende beni o servizi nel territorio di uno Stato, senza avere una presenza fisica ma solo attraverso un sito o una app, allora i redditi che sono in questo modo prodotti devono poter essere tassati nello Stato ove si trovano gli utenti. Finora, tuttavia, né a livello Ocse né nell’Unione europea si è giunti ad un accordo su questo nuovo criterio di collegamento».
La tesi dei pm di Milano: «Facebook deve versare l’Iva sulla profilazione degli utenti»
Il Caso di Meta (la società che controlla Facebook, Instagram, Whatsapp e Messenger) indagata dalla Procura di Milano per un presunto omesso versamento dell’Iva, tra il 2015 e il 2021, per un ammontare di circa 870 milioni di euro, dimostra come sia scivoloso il terreno della tassazione dei dati e come sia difficile mettere nell’angolo i colossi del web. Il fatto è emerso a febbraio. La questione è quella relativa ai dati forniti dagli utenti nel contesto dell’iscrizione ai propri servizi (Facebook, Instagram, Whataspp) e sui cui Meta avrebbe «guadagnato» tramite la loro profilazione.
Secondo la Procura, Meta avrebbe dovuto versare l’Iva su questo scambio perché si sarebbe trattata di una permuta tra beni differenti (i servizi offerti dalla piattaforma e i dati dell’utente). È il tema controverso della possibilità per il consumatore di «scambiare» i propri dati personali a fronte della fornitura di servizi digitali o del trasferimento di una somma di denaro come «controprestazione».
Un portavoce di Meta ha ribadito che il gruppo «prende sul serio gli obblighi fiscali e paga tutte le imposte richieste in ciascuno dei Paesi in cui opera» ma ha sottolineato: «Siamo fortemente in disaccordo con l’idea che l’accesso da parte degli utenti alle piattaforme online debba essere soggetto al pagamento dell’Iva. Come sempre, siamo disposti a collaborare pienamente con le autorità rispetto ai nostri obblighi derivanti dalla legislazione europea e nazionale».
La direttiva europea 2019/770, aveva risollevato la questione della possibilità di usare i dati personali come corrispettivo di un servizio, come fossero un tipo di valuta assimilabile al denaro. Il che mostra che da tempo c’è consapevolezza della rilevanza economica assunta dalla circolazione dei dati sul mercato.
Le informazioni che cediamo gratis: la vera ricchezza sono i dati, ma è difficile stimarne il valore
«C’è un dibattito lungo e complesso e finora non ha portato ad alcun risultato o a interventi parziali. Per applicare un’imposta vanno risolte alcune questioni di carattere sistemico, cioè dove si generano i profitti, dove vengono forniti i servizi, dove risiedono fiscalmente le società». Per Luigi Martino (nella foto), coordinatore dell’Osservatorio di Cyber Security dell’Ispi, «tutti sono d’accordo sul fatto che i loro proventi devono essere soggetti a imposte, in quanto sono operatori economici. Ma quanto dovrebbe essere l’aliquota? Cosa tassare? Gli accessi? I big tech non hanno un patrimonio tangibile, perché la loro ricchezza è rappresentata dai dati che gli utenti forniscono in modo gratuito. Ma come tassarli? E poi perché devo tassare Meta, Instagram, TikTok e i social che mi stanno fornendo una servizio gratuito? Ufficialmente non fanno proventi con le loro attività».
Martino sottolinea che «non stiamo parlando di Microsoft che vende la licenza o di Apple che vende l’hardware, ma di piattaforme gratuite e i loro profitti si generano su qualcosa che ricevono gratuitamente dagli utenti che sono i dati». Oggi «le aziende del digitale sono tassate al 9%. Quelle tradizionali molto di più, quindi esiste un gap tax. E questo non è accettabile». I colossi del web fanno commercio dei dati che ricavano dalle piattaforme e c’è un dibattito aperto se debbano o meno essere soggetti a Iva. «È vero ma i dati che vendono li hanno ricevuti gratuitamente. Ma come si fa a tassare qualcosa di intangibile, come si quantifica?». E se si prevedesse un compenso agli utenti a fronte della cessione dei dati? «Nel momento in cui un’utente accede su una piattaforma dovrebbe essere esplicitato dove vanno a finire i suoi dati, a chi verranno venduti e quanto producono in termini di valore. A quel punto si avrebbe una transazione economica che è possibile tassare. Ma si attiverebbe anche un meccanismo inquietante». In che modo? Martino spiega che «potrebbero essere incentivati immagini o contenuti illegali ad alto impatto emotivo come scene di violenza o di sesso estremo. Ci sarebbe una mercificazione». Martino boccia l’ipotesi di una aliquota generica. «Come si può stabilire se è poco o troppo? Il nodo da sciogliere è cosa vado a tassare».
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Dopo gli extraprofitti delle banche, nel mirino del governo finiranno i colossi di Internet: Amazon, Google, Apple e gli altri. Che in dieci anni sono riusciti a intascarsi 100 miliardi di tasse non pagate.Il tributarista Stefano Dorigo: «Per vendere servizi, non serve più la presenza fisica. Lo Stato potrebbe quindi pensare a un’imposta sui redditi generati nei propri confini tramite siti o app».La tesi dei pm di Milano: «Facebook deve versare l’Iva sulla profilazione degli utenti».Le informazioni che cediamo gratis: la vera ricchezza sono i dati, ma è difficile stimarne il valore.Lo speciale contiene quattro articoli.Ogni autunno, all’appuntamento con la legge di Bilancio, si accende la discussione su come reperire le risorse. La sinistra è pronta a rispolverare la proposta mai accantonata della patrimoniale o della tassazione delle successioni, c’è chi parla di sforbiciare la giungla delle detrazioni, mentre il sindacato si esercita in proposte suggestive come quella del leader della Uil, Pierpaolo Bombardieri, di aumentare la tassazione delle transazioni finanziarie e dei redditi da capitale, con il rischio di favorire una fuga di capitali. Il governo ha intrapreso una strada diversa che va a prendere i soldi lì dove ci sono. È il caso degli extra profitti delle banche. Nell’editoriale di lunedì scorso, il direttore Maurizio Belpietro spiegava che nella rotta di Giorgia Meloni ci sono i santuari finanziari. Lo strumento per colpirli è la Global minimum tax che accende un faro sulle multinazionali. I colossi del web, come le grandi holding finanziarie, finora hanno trovato il modo di sottrarsi al fisco, versando solo pochi spiccioli. Le Big Tech, forti del fatto di non avere una sede fisica e quindi di poter sfuggire alle imposte territoriali, hanno accumulato enormi ricchezze. Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft sono le cinque maggiori multinazionali della tecnologia occidentale, con una potenza di fuoco finanziaria enorme: 5 miliardi di utenti e almeno 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione in borsa per ciascuna. Fair Tax Mark, un’organizzazione britannica che certifica la buona condotta fiscale delle aziende, ha pubblicato un report secondo il quale, al 2019, i giganti della Silicon Valley avrebbero accumulato, nel decennio precedente, un tax gap, ovvero il divario tra le imposte che pagano e quelle che dovrebbero pagare, di oltre 100 miliardi di dollari.Stando alla documentazione annuale, le Gafam (le grandi aziende tecnologiche come Alphabet, Google, Amazon, Apple, Meta Platforms e Microsoft, pagano attualmente poco meno di 33 miliardi di dollari di tasse in tutto il mondo. A fronte di un fatturato complessivo di 1.000 miliardi di dollari l’anno.Quale è la situazione in Italia? Secondo un’indagine dell’Area Studi Mediobanca, l’aggregato 2019 delle filiali italiane delle Big Tech ha fatturato oltre 3,3 miliardi di euro e ha versato al fisco circa 70 milioni, per un tax rate effettivo del 32,1%. Nel periodo 2015-2019 circa la metà dell’utile ante imposte dei giganti del web è stato tassato in Paesi a fiscalità agevolata, con conseguente risparmio fiscale cumulato di oltre 46 miliardi. I colossi tecnologici hanno eletto a loro «seconda casa» l’Irlanda, Stato famoso per la sua celebre imposta di appena il 12,5% per le aziende aperte lì.La Cgia di Mestre ha fatto un’osservazione che dovrebbe far riflettere. Nel 2020 le piccole imprese con meno di 5 milioni di euro di fatturato hanno versato 19,3 miliardi di euro di imposte. Nel 2021, invece, le 25 filiali italiane dei principali gruppi mondiali di web e software hanno dato 186 milioni di euro. Siamo di fronte a numeri che stanno a dimostrare il grande giro d’affari dei grandi gruppi internazionali nel nostro Paese, sul quale però pagano tasse risicate. E su questo sta ragionando Palazzo Chigi in vista della preparazione della legge di Bilancio. Un passo già è stato fatto con la definizione dello schema di decreto legislativo, che è stato pubblicato e rimarrà in consultazione fino al 1° ottobre, di attuazione della direttiva Ue sull’attivazione di un livello di imposizione fiscale minimo a livello globale, la Global minimum tax, per i gruppi di imprese multinazionali e nazionali di rilevanti dimensioni. Questo provvedimento fa seguito a un accordo definito a livello Ocse e G20, per arrivare a una riforma delle regole fiscali internazionali in modo da ridurre le distorsioni dovute ai differenti livelli di tassazione nei Paesi.La Global tax riguarderà le imprese con fatturato superiore a 750 milioni di euro l’anno che pagano un’imposta sul reddito inferiore al 15%. Tali aziende saranno soggette a un’aliquota fiscale effettiva (Afe) minima del 15% sui loro profitti realizzati in ogni Paese in cui operano, anche tramite sussidiarie. Inoltre è prevista l’imposizione integrativa per tutte le imprese localizzate in uno Stato membro a bassa imposizione. L’obiettivo è arginare le «esportazioni di imponibile» verso i paradisi fiscali. Dal 1° gennaio 2024 la normativa sulla Global minimum tax dovrebbe diventare efficace in tutta la Ue. Secondo stime Ocse, questo intervento potrebbe portare complessivamente agli Stati Ue 150 miliardi di dollari di entrate aggiuntive a livello di tassazione. Solamente in Italia questa imposizione fiscale porterebbe un gettito di 3 miliardi di euro l’anno. Un bel tesoretto. Il cammino è appena iniziato ma è denso di prospettive.Qualche esperto sostiene che la Global minimum tax è parziale, anche se è un primo passo ed è comunque un segnale che tira aria nuova. Sono escluse le startup-up che si trovano nella fase iniziale della loro attività internazionale e i Paesi europei in cui hanno sede pochissime multinazionali possono scegliere, per un periodo limitato, di non recepire del tutto la minimum tax a patto che venga notificato.Va ricordato, per capire la difficoltà del mercato su cui si agisce, che la web tax introdotta in Italia, Francia, Germania e Spagna è stata un fallimento perché ampiamente elusa oltre ad aver provocato l’irritazione degli Stati Uniti e la minaccia dell’allora presidente Trump di dazi ritorsivi. Secondo i dati dell’Agenzia delle entrate, il gettito dei primi anni di imposta italiana sui servizi digitali è stato inferiore alle attese. I giganti del web hanno versato 240 milioni per il 2020, 298 milioni per il 2021, 390 per il 2022. Totale 928 milioni. Poco. Ciò dimostra la difficoltà di assoggettare a tassazione con un’imposta nazionale gruppi globali operanti in un settore tecnologico in continuo cambiamento. La Global tax è un accordo multilaterale e quindi dovrebbe essere più efficace.C’è poi il dibattito sulla patrimonializzazione dei dati, che sono la vera ricchezza per queste multinazionali del web, cioè se possono essere considerati un bene commerciabile sul quale pagare le imposte. Ma qui si entra in un mercato oscuro, difficilissimo da delineare.Lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica, con l’uso scorretto di un’enorme quantità di dati prelevati da Facebook, da parte di un’azienda di consulenza e per il marketing online, appunto Cambridge Analytica, che avrebbe favorito l’elezione di Donald Trump, condizionato il referendum sulla Brexit e tessuto relazioni «pericolose» con la Russia di Putin, ha fatto emergere l’importanza e il valore dei dati. Resta il fatto che nessuno sa dire con certezza quanti e quali dei nostri dati personali sono in possesso dei grandi player mondiali di Internet come Facebook, Amazon, Google, per citarne solo alcuni. È lì la vera ricchezza da andare a stanare e che sfugge alla tassazione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/facciamo-pagare-big-tech-2665543304.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-web-tax-e-stata-un-flop-per-non-ripetere-lerrore-bisogna-coinvolgere-gli-usa" data-post-id="2665543304" data-published-at="1694973758" data-use-pagination="False"> «La web tax è stata un flop. Per non ripetere l’errore bisogna coinvolgere gli Usa» Stefano Dorigo Con la Global minimum tax (Gmt) si riusciranno finalmente a tassare le Big Tech? Stefano Dorigo, professore di Diritto tributario al Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Firenze, fa uno scenario di luci e ombre del nuovo sistema impositivo delle multinazionali e delle domande alle quali ancora non si è data una risposta. «Il progetto di una tassazione minima globale per le multinazionali, anche digitali, ha il pregio di realizzare un coordinamento tra la legislazione degli Stati per far sì che i redditi di questi soggetti, fino ad oggi non sottoposti a imposizione grazie alla possibilità di spostare gli utili verso giurisdizioni a bassa tassazione, non possano più sfuggire ad un livello, minimo ma pur sempre maggiore di zero, di imposizione pari al 15%. L’idea è semplice ed apparentemente efficace, ma vi sono molti aspetti meno brillanti». Quali ombre vede? «Il livello del 15% resta più basso dell’aliquota media dell’imposta sulle società vigente in ambito Ocse, inoltre - come dimostra la direttiva Ue che vi ha dato attuazione in Europa - i calcoli per applicare questo regime sono estremamente complessi e di difficile comprensione. Ciò significa anche che la grandezza sottoposta a imposizione non necessariamente corrisponderà all’effettivo utile generato da queste multinazionali, una grandezza di fatto non calcolabile con precisione. Il rischio è che una parte degli utili effettivamente generati continui a sfuggire anche alla tassazione minima. La Gmt resta, quindi, uno strumento complicato la cui applicazione in concreto è tutta da verificare. Finché non vi sarà una diffusione su scala globale, il rischio è che la competitività del sistema europeo sia indebolita, nel senso che le multinazionali potrebbero sfuggire alla nuova disciplina evitando di collocarsi negli ordinamenti che se ne sono dotati». Quale è la situazione legislativa in Italia? «L’Italia sta operando per dare attuazione alla direttiva Ue e ha presentato la bozza di decreto legislativo. Nel frattempo, per provare a recuperare gettito, era stata introdotta la web tax. Per come è costruita colpisce solo una minima parte degli utili che le Big Tech generano grazie a utenti che si trovano nel territorio, come dimostra il gettito ben inferiore alle attese generato nei primi anni di applicazione. Il problema è che senza una disciplina multilaterale, che coinvolga tutti gli Stati, compresi gli Usa che continuano ad andare per la propria strada, ogni tentativo resta del tutto velleitario». Come mai non si riescono a tassare i dati? «I dati sono la vera fonte di ricchezza dell’economia digitale e siccome riconducono a un certo territorio, potrebbero rientrare nel sistema fiscale di uno Stato. Ma non è facile come sembra. Non è possibile attribuire un valore a una transazione nella quale l’utente “cede” il dato in cambio dell’accesso alla piattaforma: non esiste un mercato dei dati, quindi nessuno può affermare con oggettività che quel dato conferito abbia un certo valore, sulla base del quale calcolare l’imposta dovuta». E se i dati si assoggettassero all’Ires? Sarebbe un bel gettito. «Ricondurre alla “cessione” dei dati, la produzione di un reddito tassabile ad Ires, sarebbe un bel vantaggio per gli Stati. C’è però la questione se il reddito per la multinazionale digitale si collega al dato “grezzo” oppure se è l’effetto della successiva selezione e profilazione. Questa può avvenire in uno Stato diverso da quello dell’utente (e quindi il valore aggiunto tassabile si collocherebbe in un Paese diverso da quello dell’utente). Inoltre può verificarsi che i dati non generino reddito imponibile. Siamo molto lontani dal poter dare una risposta a tutti questi quesiti». Si potrebbe tassare il reddito generato dalle piattaforme? «Questo risultato passa attraverso l’individuazione di un nuovo criterio di collegamento, non più basato su una presenza materiale, tra il reddito prodotto da un’impresa e un territorio diverso da quello della sua residenza. Oggi perché uno Stato possa tassare il reddito di una impresa non residente occorre che questa abbia una presenza fisica sotto forma di stabile organizzazione. Le Big Tech però operano senza alcun bisogno di presenza fisica. Occorre allora dare rilevanza ad una “presenza economica o digitale”, nel senso che se l’impresa non residente vende beni o servizi nel territorio di uno Stato, senza avere una presenza fisica ma solo attraverso un sito o una app, allora i redditi che sono in questo modo prodotti devono poter essere tassati nello Stato ove si trovano gli utenti. Finora, tuttavia, né a livello Ocse né nell’Unione europea si è giunti ad un accordo su questo nuovo criterio di collegamento». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/facciamo-pagare-big-tech-2665543304.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-tesi-dei-pm-di-milano-facebook-deve-versare-liva-sulla-profilazione-degli-utenti" data-post-id="2665543304" data-published-at="1694973758" data-use-pagination="False"> La tesi dei pm di Milano: «Facebook deve versare l’Iva sulla profilazione degli utenti» Il Caso di Meta (la società che controlla Facebook, Instagram, Whatsapp e Messenger) indagata dalla Procura di Milano per un presunto omesso versamento dell’Iva, tra il 2015 e il 2021, per un ammontare di circa 870 milioni di euro, dimostra come sia scivoloso il terreno della tassazione dei dati e come sia difficile mettere nell’angolo i colossi del web. Il fatto è emerso a febbraio. La questione è quella relativa ai dati forniti dagli utenti nel contesto dell’iscrizione ai propri servizi (Facebook, Instagram, Whataspp) e sui cui Meta avrebbe «guadagnato» tramite la loro profilazione. Secondo la Procura, Meta avrebbe dovuto versare l’Iva su questo scambio perché si sarebbe trattata di una permuta tra beni differenti (i servizi offerti dalla piattaforma e i dati dell’utente). È il tema controverso della possibilità per il consumatore di «scambiare» i propri dati personali a fronte della fornitura di servizi digitali o del trasferimento di una somma di denaro come «controprestazione». Un portavoce di Meta ha ribadito che il gruppo «prende sul serio gli obblighi fiscali e paga tutte le imposte richieste in ciascuno dei Paesi in cui opera» ma ha sottolineato: «Siamo fortemente in disaccordo con l’idea che l’accesso da parte degli utenti alle piattaforme online debba essere soggetto al pagamento dell’Iva. Come sempre, siamo disposti a collaborare pienamente con le autorità rispetto ai nostri obblighi derivanti dalla legislazione europea e nazionale». La direttiva europea 2019/770, aveva risollevato la questione della possibilità di usare i dati personali come corrispettivo di un servizio, come fossero un tipo di valuta assimilabile al denaro. Il che mostra che da tempo c’è consapevolezza della rilevanza economica assunta dalla circolazione dei dati sul mercato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/facciamo-pagare-big-tech-2665543304.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="le-informazioni-che-cediamo-gratis-la-vera-ricchezza-sono-i-dati-ma-e-difficile-stimarne-il-valore" data-post-id="2665543304" data-published-at="1694973758" data-use-pagination="False"> Le informazioni che cediamo gratis: la vera ricchezza sono i dati, ma è difficile stimarne il valore «C’è un dibattito lungo e complesso e finora non ha portato ad alcun risultato o a interventi parziali. Per applicare un’imposta vanno risolte alcune questioni di carattere sistemico, cioè dove si generano i profitti, dove vengono forniti i servizi, dove risiedono fiscalmente le società». Per Luigi Martino (nella foto), coordinatore dell’Osservatorio di Cyber Security dell’Ispi, «tutti sono d’accordo sul fatto che i loro proventi devono essere soggetti a imposte, in quanto sono operatori economici. Ma quanto dovrebbe essere l’aliquota? Cosa tassare? Gli accessi? I big tech non hanno un patrimonio tangibile, perché la loro ricchezza è rappresentata dai dati che gli utenti forniscono in modo gratuito. Ma come tassarli? E poi perché devo tassare Meta, Instagram, TikTok e i social che mi stanno fornendo una servizio gratuito? Ufficialmente non fanno proventi con le loro attività». Martino sottolinea che «non stiamo parlando di Microsoft che vende la licenza o di Apple che vende l’hardware, ma di piattaforme gratuite e i loro profitti si generano su qualcosa che ricevono gratuitamente dagli utenti che sono i dati». Oggi «le aziende del digitale sono tassate al 9%. Quelle tradizionali molto di più, quindi esiste un gap tax. E questo non è accettabile». I colossi del web fanno commercio dei dati che ricavano dalle piattaforme e c’è un dibattito aperto se debbano o meno essere soggetti a Iva. «È vero ma i dati che vendono li hanno ricevuti gratuitamente. Ma come si fa a tassare qualcosa di intangibile, come si quantifica?». E se si prevedesse un compenso agli utenti a fronte della cessione dei dati? «Nel momento in cui un’utente accede su una piattaforma dovrebbe essere esplicitato dove vanno a finire i suoi dati, a chi verranno venduti e quanto producono in termini di valore. A quel punto si avrebbe una transazione economica che è possibile tassare. Ma si attiverebbe anche un meccanismo inquietante». In che modo? Martino spiega che «potrebbero essere incentivati immagini o contenuti illegali ad alto impatto emotivo come scene di violenza o di sesso estremo. Ci sarebbe una mercificazione». Martino boccia l’ipotesi di una aliquota generica. «Come si può stabilire se è poco o troppo? Il nodo da sciogliere è cosa vado a tassare».
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.