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2024-09-22
Oggi fa più freddo che mai: lo dice la scienza
Nel profluvio di titoli sull’anno, l’estate, il mese, il giorno più caldi di sempre, avreste mai pensato di trovarvi nell’era geologica più fresca da 485 milioni di anni a questa parte?
Lo si evince dal grafico appena pubblicato su Science e rielaborato, in una versione di più immediata fruibilità, dal Washington Post. Un team di scienziati ha ricostruito l’andamento delle temperature medie della Terra, comparando i modelli climatici in voga con oltre 150.000 reperti fossili. Chiariamoci subito: questo studio ribadisce il legame tra riscaldamento e aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera; conferma che il pianeta si sta scaldando in modo repentino; e sottolinea che Homo sapiens, comparso circa 300.000 anni fa, quando le temperature medie del globo terracqueo si aggiravano attorno agli 11 gradi Celsius, finora non aveva mai dovuto fare i conti con un ambiente in cui la temperatura media può arrivare fino ai 17. Quel che dovrebbe accadere entro la fine del secolo e che riporterebbe il clima alle condizioni di 5 milioni di anni fa. In sintesi, mentre le varie forme di vita che hanno abitato il mondo, ominidi compresi, sono riuscite a prosperare anche in climi molto più caldi di quello odierno, l’uomo moderno si è evoluto nel periodo in assoluto più freddo. E rimane da capire quale impatto avrà sulla specie il mutamento in corso.
Ad esempio, si sa che attorno a 250 milioni di anni fa si verificò la più ampia estinzione di massa. Una recente indagine, di cui abbiamo parlato proprio sulla Verità, ha dimostrato che a causare il brusco innalzamento delle temperature medie terrestri fu, in effetti, la CO2 emessa da una gigantesca eruzione vulcanica. Le concentrazioni di anidride carbonica dell’epoca erano paragonabili ai livelli contemporanei. Il processo, comunque, fu facilitato da un fenomeno climatico noto come El Niño, che all’epoca ebbe una durata eccezionale e che ora, invece, sembrerebbe essere in ritirata: entro fine anno, dovrebbe lasciare spazio al suo inverso, La Niña, che è associata al ripristino della canonica circolazione oceanica e atmosferica. Tradotto: meno eventi meteorologici estremi, stagioni dalle caratteristiche più classiche. In ogni caso, consultando la tabella di Science/Wp, ci si rende conto che, durante la tremenda moria del Permiano, la temperatura media globale schizzò fino a 28 gradi e mezzo. I primi mammiferi fecero poi il loro esordio a circa 24 gradi. Un ambiente nemmeno lontanamente paragonabile a quello di oggi, che per i catastrofisti sta diventando ormai inospitale.
Sul Washington Post, Emily Judd, principale autrice del nuovo studio e ricercatrice all’università dell’Arizona, esprime una tesi che merita di essere presa sul serio: «Anche nel peggior scenario», si legge sul quotidiano americano, «il riscaldamento causato dall’uomo non spingerà la Terra al di là dei limiti di abitabilità. Ma creerà condizioni diverse da qualunque cosa che si sia vista nei 300.000 anni in cui la nostra specie è esistita - condizioni che potrebbero provocare devastazioni negli ecosistemi e nelle comunità». È un ragionamento interessante, mentre si contano i danni dell’alluvione in Emilia-Romagna, dove i luoghi sommersi sono gli stessi del 2023. Che sia colpa del governo o della Regione, che sia colpa di chi non ha stanziato i fondi o di chi non ha messo in cantiere le opere, un fatto è palese: la manutenzione del territorio è stata carente, al dissesto idrogeologico non si è nemmeno tentato di porre rimedio.
Bisogna domandarsi: dato per assodato che non avverrà un’estinzione di massa, ma ci troveremo a vivere in un contesto ecologico inedito, quale strategia è meglio seguire? Buttare miliardi pubblici e ridurre sul lastrico le classi medie, per adottare politiche green di dubbia efficacia? Oppure investire anche meno denaro di quello che serve a realizzare il maoismo verde dell’Ue, lavorando semmai alla messa in sicurezza delle aree più a rischio? Siamo sicuri che, se il Senio esonda a Bagnacavallo, la risposta sia costringere nonno Nando a passare dalla Panda euro 1 alla Tesla? E obbligare zia Rita a fare il cappotto termico al casolare? Se tutti i nonno Nando e le zia Rita d’Occidente girassero con l’auto elettrica e vivessero in una casa in classe energetica A, forse, nell’arco di decenni, l’incremento delle temperature rallenterebbe. Badate: il riscaldamento non cesserebbe né vi sarebbe un’inversione di tendenza, a meno che non intervenissero fattori indipendenti dall’azione umana. In realtà, il risultato non sarebbe mai scontato: mentre l’Europa e il Nord America diventerebbero ecosostenibili, gli altri Paesi, a partire dalla Cina, continuerebbero a sparare CO2 nell’atmosfera. Dopodiché, se pure raggiungessimo gli ambiziosi obiettivi dell’Accordo di Parigi - mantenere l’aumento delle temperature sotto i 2 gradi - conviveremmo lo stesso con piogge intense alternate a siccità. E allora? Anziché svenarci per niente, faremmo bene a ricordarci qual è uno degli scopi del patto sul clima: imparare ad adattarsi ai cambiamenti. Certo, ciò significherebbe che i politici dovrebbero mettersi ad amministrare. È più facile prendersela con nonno Nando e zia Rita.
Domani Urso presenta la proposta per rinviare il passaggio all’elettrico
Non passa giorno che non venga demolito, un pochino alla volta, il sogno della sinistra mondiale di sostituire le auto a benzina o diesel con quelle elettriche. Venerdì la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti d’America ha annullato un atto emesso a marzo dall’Envornmental protection agency (Epa) che sostanzialmente introduceva l’obbligo di auto elettriche a partire dal 2032. Il dato rilevante è che della maggioranza dei 215 deputati che hanno approvato il provvedimento fanno parte otto rappresentanti del Partito democratico che si sono uniti alla maggioranza repubblicana. A parole il vicepresidente Kamala Harris, in corsa per la Casa Bianca in opposizione a Donald Trump, si dice non favorevole all’obbligo. Ma di fatto questo regolamento emesso introduce l’obbligo di auto elettrica negli Stati Uniti. Il provvedimento votato dalla Camera, per diventare effettivo, deve essere approvato anche dal Senato e soprattutto non deve essere oggetto del veto che il presidente Joe Biden può esercitare. Ma la decisione ha comunque un effetto politico rilevantissimo e inevitabilmente finirà per impattare sulla corsa per le presidenziali. Gli aspetti che fanno ovviamente imbestialire l’ala più conservatrice e libertaria del Partito repubblicano sono due: il primo è di metodo e il secondo di merito. Quanto al metodo, i repubblicani reputano giustamente inaccettabile che un’agenzia governativa di fatto emani un regolamento che a ogni effetto è una nuova legge. Quest’ultima è una prerogativa del Congresso (composto appunto da Camera e Senato quali organi elettivi). Una pericolosa deriva dirigistica che gli americani hanno sperimentato sulla loro pelle anche durante la pandemia, visto che gli obblighi vaccinali venivano introdotti da regolamenti di apposite agenzie governative e non da leggi del Congresso. Lo schema in questo caso si ripete nuovamente con l’imposizione dell’obbligo di auto elettrica. E qui si arriva al merito.L’Epa, in pieno delirio dirigistico, ha emanato il suo programma che di fronte a un qualsiasi piano quinquennale sovietico farebbe comunque la sua porca figura. Secondo i burocrati, entro il 2032, non meno del 56% dei nuovi veicoli leggeri venduti dovrà essere a batteria e non meno del 13% dovrà essere composto da vetture ibride plug-in. Il leviatano insomma decide cosa dovrà essere venduto e acquistato. Non decideranno i consumatori ma il governo. Anzi ha già deciso un’agenzia del governo. Meno del 30% dei veicoli venduti potrà essere dotato di motore a scoppio. Il piano, oltre a essere folle, è anche irrealizzabile, come evidenziato in un editoriale non firmato del Wall Street Journal e quindi riconducibile al suo editorial board. Le case che vendono Suv dovrebbero vendere entro il 2027 da uno a due veicoli elettrici per ogni vettura dotata di motore a scoppio. Il rapporto sale addirittura a quattro nel 2032. «In otto anni», secondo il quotidiano statunitense, «le vendite di auto elettriche dovrebbero aumentare di 15 volte». Appare ormai chiaro che praticamente tutte le case automobilistiche in tutto il mondo sono entrate in «modalità panico». Non è un problema di prospettiva strategica di qui al 2035, quando l’obbligo sarà vigente e ancora più stringente in Europa, dal momento che la quota delle auto con motore a scoppio prodotte a quella data dovrà essere pari a zero. E non al 30% come negli Stati Uniti. Ma di sopravvivenza a partire dal 2025, quando le emissioni medie delle auto nuove vendute dovranno scendere sotto i 93,6 g/km, con una riduzione del 19% rispetto ai 116g/km in vigore nel 2024 e che le case non riescono già a rispettare. Vendere le auto elettriche serve ad abbassare la media per non pagare multe che si stima avrebbero un impatto esorbitante sulle case automobilistiche. Secondo Luca De Meo di Renault, solo in Ue sarebbero 15 miliardi. Ecco perché stanno tutti suonando l’allarme. E infatti domani il ministro Adolfo Urso presenterà alle parti sociali, recependo le richieste di Confindustria, la sua proposta di riforma della regolamentazione che intende illustrare in sede Ue. L’incubo auto elettrica sta facendo perdere il sonno a tutti. Al di qua e al di là dell’Atlantico.
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Un nuovo studio mostra l’andamento delle temperature in 485 milioni di anni: l’«Homo sapiens» vive nell’era più fresca di sempre L’attuale riscaldamento è un’incognita per la specie. Ma bisogna adattarsi, non ridursi al verde in nome di politiche di dubbia utilità.Negli Usa, i dem mollano Biden e bocciano alla Camera i diktat sulle auto a batteria.Lo speciale contiene due articoli.Nel profluvio di titoli sull’anno, l’estate, il mese, il giorno più caldi di sempre, avreste mai pensato di trovarvi nell’era geologica più fresca da 485 milioni di anni a questa parte?Lo si evince dal grafico appena pubblicato su Science e rielaborato, in una versione di più immediata fruibilità, dal Washington Post. Un team di scienziati ha ricostruito l’andamento delle temperature medie della Terra, comparando i modelli climatici in voga con oltre 150.000 reperti fossili. Chiariamoci subito: questo studio ribadisce il legame tra riscaldamento e aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera; conferma che il pianeta si sta scaldando in modo repentino; e sottolinea che Homo sapiens, comparso circa 300.000 anni fa, quando le temperature medie del globo terracqueo si aggiravano attorno agli 11 gradi Celsius, finora non aveva mai dovuto fare i conti con un ambiente in cui la temperatura media può arrivare fino ai 17. Quel che dovrebbe accadere entro la fine del secolo e che riporterebbe il clima alle condizioni di 5 milioni di anni fa. In sintesi, mentre le varie forme di vita che hanno abitato il mondo, ominidi compresi, sono riuscite a prosperare anche in climi molto più caldi di quello odierno, l’uomo moderno si è evoluto nel periodo in assoluto più freddo. E rimane da capire quale impatto avrà sulla specie il mutamento in corso. Ad esempio, si sa che attorno a 250 milioni di anni fa si verificò la più ampia estinzione di massa. Una recente indagine, di cui abbiamo parlato proprio sulla Verità, ha dimostrato che a causare il brusco innalzamento delle temperature medie terrestri fu, in effetti, la CO2 emessa da una gigantesca eruzione vulcanica. Le concentrazioni di anidride carbonica dell’epoca erano paragonabili ai livelli contemporanei. Il processo, comunque, fu facilitato da un fenomeno climatico noto come El Niño, che all’epoca ebbe una durata eccezionale e che ora, invece, sembrerebbe essere in ritirata: entro fine anno, dovrebbe lasciare spazio al suo inverso, La Niña, che è associata al ripristino della canonica circolazione oceanica e atmosferica. Tradotto: meno eventi meteorologici estremi, stagioni dalle caratteristiche più classiche. In ogni caso, consultando la tabella di Science/Wp, ci si rende conto che, durante la tremenda moria del Permiano, la temperatura media globale schizzò fino a 28 gradi e mezzo. I primi mammiferi fecero poi il loro esordio a circa 24 gradi. Un ambiente nemmeno lontanamente paragonabile a quello di oggi, che per i catastrofisti sta diventando ormai inospitale. Sul Washington Post, Emily Judd, principale autrice del nuovo studio e ricercatrice all’università dell’Arizona, esprime una tesi che merita di essere presa sul serio: «Anche nel peggior scenario», si legge sul quotidiano americano, «il riscaldamento causato dall’uomo non spingerà la Terra al di là dei limiti di abitabilità. Ma creerà condizioni diverse da qualunque cosa che si sia vista nei 300.000 anni in cui la nostra specie è esistita - condizioni che potrebbero provocare devastazioni negli ecosistemi e nelle comunità». È un ragionamento interessante, mentre si contano i danni dell’alluvione in Emilia-Romagna, dove i luoghi sommersi sono gli stessi del 2023. Che sia colpa del governo o della Regione, che sia colpa di chi non ha stanziato i fondi o di chi non ha messo in cantiere le opere, un fatto è palese: la manutenzione del territorio è stata carente, al dissesto idrogeologico non si è nemmeno tentato di porre rimedio. Bisogna domandarsi: dato per assodato che non avverrà un’estinzione di massa, ma ci troveremo a vivere in un contesto ecologico inedito, quale strategia è meglio seguire? Buttare miliardi pubblici e ridurre sul lastrico le classi medie, per adottare politiche green di dubbia efficacia? Oppure investire anche meno denaro di quello che serve a realizzare il maoismo verde dell’Ue, lavorando semmai alla messa in sicurezza delle aree più a rischio? Siamo sicuri che, se il Senio esonda a Bagnacavallo, la risposta sia costringere nonno Nando a passare dalla Panda euro 1 alla Tesla? E obbligare zia Rita a fare il cappotto termico al casolare? Se tutti i nonno Nando e le zia Rita d’Occidente girassero con l’auto elettrica e vivessero in una casa in classe energetica A, forse, nell’arco di decenni, l’incremento delle temperature rallenterebbe. Badate: il riscaldamento non cesserebbe né vi sarebbe un’inversione di tendenza, a meno che non intervenissero fattori indipendenti dall’azione umana. In realtà, il risultato non sarebbe mai scontato: mentre l’Europa e il Nord America diventerebbero ecosostenibili, gli altri Paesi, a partire dalla Cina, continuerebbero a sparare CO2 nell’atmosfera. Dopodiché, se pure raggiungessimo gli ambiziosi obiettivi dell’Accordo di Parigi - mantenere l’aumento delle temperature sotto i 2 gradi - conviveremmo lo stesso con piogge intense alternate a siccità. E allora? Anziché svenarci per niente, faremmo bene a ricordarci qual è uno degli scopi del patto sul clima: imparare ad adattarsi ai cambiamenti. Certo, ciò significherebbe che i politici dovrebbero mettersi ad amministrare. È più facile prendersela con nonno Nando e zia Rita. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fa-piu-freddo-che-mai-2669250331.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="domani-urso-presenta-la-proposta-per-rinviare-il-passaggio-allelettrico" data-post-id="2669250331" data-published-at="1726996590" data-use-pagination="False"> Domani Urso presenta la proposta per rinviare il passaggio all’elettrico Non passa giorno che non venga demolito, un pochino alla volta, il sogno della sinistra mondiale di sostituire le auto a benzina o diesel con quelle elettriche. Venerdì la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti d’America ha annullato un atto emesso a marzo dall’Envornmental protection agency (Epa) che sostanzialmente introduceva l’obbligo di auto elettriche a partire dal 2032. Il dato rilevante è che della maggioranza dei 215 deputati che hanno approvato il provvedimento fanno parte otto rappresentanti del Partito democratico che si sono uniti alla maggioranza repubblicana. A parole il vicepresidente Kamala Harris, in corsa per la Casa Bianca in opposizione a Donald Trump, si dice non favorevole all’obbligo. Ma di fatto questo regolamento emesso introduce l’obbligo di auto elettrica negli Stati Uniti. Il provvedimento votato dalla Camera, per diventare effettivo, deve essere approvato anche dal Senato e soprattutto non deve essere oggetto del veto che il presidente Joe Biden può esercitare. Ma la decisione ha comunque un effetto politico rilevantissimo e inevitabilmente finirà per impattare sulla corsa per le presidenziali. Gli aspetti che fanno ovviamente imbestialire l’ala più conservatrice e libertaria del Partito repubblicano sono due: il primo è di metodo e il secondo di merito. Quanto al metodo, i repubblicani reputano giustamente inaccettabile che un’agenzia governativa di fatto emani un regolamento che a ogni effetto è una nuova legge. Quest’ultima è una prerogativa del Congresso (composto appunto da Camera e Senato quali organi elettivi). Una pericolosa deriva dirigistica che gli americani hanno sperimentato sulla loro pelle anche durante la pandemia, visto che gli obblighi vaccinali venivano introdotti da regolamenti di apposite agenzie governative e non da leggi del Congresso. Lo schema in questo caso si ripete nuovamente con l’imposizione dell’obbligo di auto elettrica. E qui si arriva al merito.L’Epa, in pieno delirio dirigistico, ha emanato il suo programma che di fronte a un qualsiasi piano quinquennale sovietico farebbe comunque la sua porca figura. Secondo i burocrati, entro il 2032, non meno del 56% dei nuovi veicoli leggeri venduti dovrà essere a batteria e non meno del 13% dovrà essere composto da vetture ibride plug-in. Il leviatano insomma decide cosa dovrà essere venduto e acquistato. Non decideranno i consumatori ma il governo. Anzi ha già deciso un’agenzia del governo. Meno del 30% dei veicoli venduti potrà essere dotato di motore a scoppio. Il piano, oltre a essere folle, è anche irrealizzabile, come evidenziato in un editoriale non firmato del Wall Street Journal e quindi riconducibile al suo editorial board. Le case che vendono Suv dovrebbero vendere entro il 2027 da uno a due veicoli elettrici per ogni vettura dotata di motore a scoppio. Il rapporto sale addirittura a quattro nel 2032. «In otto anni», secondo il quotidiano statunitense, «le vendite di auto elettriche dovrebbero aumentare di 15 volte». Appare ormai chiaro che praticamente tutte le case automobilistiche in tutto il mondo sono entrate in «modalità panico». Non è un problema di prospettiva strategica di qui al 2035, quando l’obbligo sarà vigente e ancora più stringente in Europa, dal momento che la quota delle auto con motore a scoppio prodotte a quella data dovrà essere pari a zero. E non al 30% come negli Stati Uniti. Ma di sopravvivenza a partire dal 2025, quando le emissioni medie delle auto nuove vendute dovranno scendere sotto i 93,6 g/km, con una riduzione del 19% rispetto ai 116g/km in vigore nel 2024 e che le case non riescono già a rispettare. Vendere le auto elettriche serve ad abbassare la media per non pagare multe che si stima avrebbero un impatto esorbitante sulle case automobilistiche. Secondo Luca De Meo di Renault, solo in Ue sarebbero 15 miliardi. Ecco perché stanno tutti suonando l’allarme. E infatti domani il ministro Adolfo Urso presenterà alle parti sociali, recependo le richieste di Confindustria, la sua proposta di riforma della regolamentazione che intende illustrare in sede Ue. L’incubo auto elettrica sta facendo perdere il sonno a tutti. Al di qua e al di là dell’Atlantico.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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