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2024-09-22
Oggi fa più freddo che mai: lo dice la scienza
Nel profluvio di titoli sull’anno, l’estate, il mese, il giorno più caldi di sempre, avreste mai pensato di trovarvi nell’era geologica più fresca da 485 milioni di anni a questa parte?
Lo si evince dal grafico appena pubblicato su Science e rielaborato, in una versione di più immediata fruibilità, dal Washington Post. Un team di scienziati ha ricostruito l’andamento delle temperature medie della Terra, comparando i modelli climatici in voga con oltre 150.000 reperti fossili. Chiariamoci subito: questo studio ribadisce il legame tra riscaldamento e aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera; conferma che il pianeta si sta scaldando in modo repentino; e sottolinea che Homo sapiens, comparso circa 300.000 anni fa, quando le temperature medie del globo terracqueo si aggiravano attorno agli 11 gradi Celsius, finora non aveva mai dovuto fare i conti con un ambiente in cui la temperatura media può arrivare fino ai 17. Quel che dovrebbe accadere entro la fine del secolo e che riporterebbe il clima alle condizioni di 5 milioni di anni fa. In sintesi, mentre le varie forme di vita che hanno abitato il mondo, ominidi compresi, sono riuscite a prosperare anche in climi molto più caldi di quello odierno, l’uomo moderno si è evoluto nel periodo in assoluto più freddo. E rimane da capire quale impatto avrà sulla specie il mutamento in corso.
Ad esempio, si sa che attorno a 250 milioni di anni fa si verificò la più ampia estinzione di massa. Una recente indagine, di cui abbiamo parlato proprio sulla Verità, ha dimostrato che a causare il brusco innalzamento delle temperature medie terrestri fu, in effetti, la CO2 emessa da una gigantesca eruzione vulcanica. Le concentrazioni di anidride carbonica dell’epoca erano paragonabili ai livelli contemporanei. Il processo, comunque, fu facilitato da un fenomeno climatico noto come El Niño, che all’epoca ebbe una durata eccezionale e che ora, invece, sembrerebbe essere in ritirata: entro fine anno, dovrebbe lasciare spazio al suo inverso, La Niña, che è associata al ripristino della canonica circolazione oceanica e atmosferica. Tradotto: meno eventi meteorologici estremi, stagioni dalle caratteristiche più classiche. In ogni caso, consultando la tabella di Science/Wp, ci si rende conto che, durante la tremenda moria del Permiano, la temperatura media globale schizzò fino a 28 gradi e mezzo. I primi mammiferi fecero poi il loro esordio a circa 24 gradi. Un ambiente nemmeno lontanamente paragonabile a quello di oggi, che per i catastrofisti sta diventando ormai inospitale.
Sul Washington Post, Emily Judd, principale autrice del nuovo studio e ricercatrice all’università dell’Arizona, esprime una tesi che merita di essere presa sul serio: «Anche nel peggior scenario», si legge sul quotidiano americano, «il riscaldamento causato dall’uomo non spingerà la Terra al di là dei limiti di abitabilità. Ma creerà condizioni diverse da qualunque cosa che si sia vista nei 300.000 anni in cui la nostra specie è esistita - condizioni che potrebbero provocare devastazioni negli ecosistemi e nelle comunità». È un ragionamento interessante, mentre si contano i danni dell’alluvione in Emilia-Romagna, dove i luoghi sommersi sono gli stessi del 2023. Che sia colpa del governo o della Regione, che sia colpa di chi non ha stanziato i fondi o di chi non ha messo in cantiere le opere, un fatto è palese: la manutenzione del territorio è stata carente, al dissesto idrogeologico non si è nemmeno tentato di porre rimedio.
Bisogna domandarsi: dato per assodato che non avverrà un’estinzione di massa, ma ci troveremo a vivere in un contesto ecologico inedito, quale strategia è meglio seguire? Buttare miliardi pubblici e ridurre sul lastrico le classi medie, per adottare politiche green di dubbia efficacia? Oppure investire anche meno denaro di quello che serve a realizzare il maoismo verde dell’Ue, lavorando semmai alla messa in sicurezza delle aree più a rischio? Siamo sicuri che, se il Senio esonda a Bagnacavallo, la risposta sia costringere nonno Nando a passare dalla Panda euro 1 alla Tesla? E obbligare zia Rita a fare il cappotto termico al casolare? Se tutti i nonno Nando e le zia Rita d’Occidente girassero con l’auto elettrica e vivessero in una casa in classe energetica A, forse, nell’arco di decenni, l’incremento delle temperature rallenterebbe. Badate: il riscaldamento non cesserebbe né vi sarebbe un’inversione di tendenza, a meno che non intervenissero fattori indipendenti dall’azione umana. In realtà, il risultato non sarebbe mai scontato: mentre l’Europa e il Nord America diventerebbero ecosostenibili, gli altri Paesi, a partire dalla Cina, continuerebbero a sparare CO2 nell’atmosfera. Dopodiché, se pure raggiungessimo gli ambiziosi obiettivi dell’Accordo di Parigi - mantenere l’aumento delle temperature sotto i 2 gradi - conviveremmo lo stesso con piogge intense alternate a siccità. E allora? Anziché svenarci per niente, faremmo bene a ricordarci qual è uno degli scopi del patto sul clima: imparare ad adattarsi ai cambiamenti. Certo, ciò significherebbe che i politici dovrebbero mettersi ad amministrare. È più facile prendersela con nonno Nando e zia Rita.
Domani Urso presenta la proposta per rinviare il passaggio all’elettrico
Non passa giorno che non venga demolito, un pochino alla volta, il sogno della sinistra mondiale di sostituire le auto a benzina o diesel con quelle elettriche. Venerdì la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti d’America ha annullato un atto emesso a marzo dall’Envornmental protection agency (Epa) che sostanzialmente introduceva l’obbligo di auto elettriche a partire dal 2032. Il dato rilevante è che della maggioranza dei 215 deputati che hanno approvato il provvedimento fanno parte otto rappresentanti del Partito democratico che si sono uniti alla maggioranza repubblicana. A parole il vicepresidente Kamala Harris, in corsa per la Casa Bianca in opposizione a Donald Trump, si dice non favorevole all’obbligo. Ma di fatto questo regolamento emesso introduce l’obbligo di auto elettrica negli Stati Uniti. Il provvedimento votato dalla Camera, per diventare effettivo, deve essere approvato anche dal Senato e soprattutto non deve essere oggetto del veto che il presidente Joe Biden può esercitare. Ma la decisione ha comunque un effetto politico rilevantissimo e inevitabilmente finirà per impattare sulla corsa per le presidenziali. Gli aspetti che fanno ovviamente imbestialire l’ala più conservatrice e libertaria del Partito repubblicano sono due: il primo è di metodo e il secondo di merito. Quanto al metodo, i repubblicani reputano giustamente inaccettabile che un’agenzia governativa di fatto emani un regolamento che a ogni effetto è una nuova legge. Quest’ultima è una prerogativa del Congresso (composto appunto da Camera e Senato quali organi elettivi). Una pericolosa deriva dirigistica che gli americani hanno sperimentato sulla loro pelle anche durante la pandemia, visto che gli obblighi vaccinali venivano introdotti da regolamenti di apposite agenzie governative e non da leggi del Congresso. Lo schema in questo caso si ripete nuovamente con l’imposizione dell’obbligo di auto elettrica. E qui si arriva al merito.L’Epa, in pieno delirio dirigistico, ha emanato il suo programma che di fronte a un qualsiasi piano quinquennale sovietico farebbe comunque la sua porca figura. Secondo i burocrati, entro il 2032, non meno del 56% dei nuovi veicoli leggeri venduti dovrà essere a batteria e non meno del 13% dovrà essere composto da vetture ibride plug-in. Il leviatano insomma decide cosa dovrà essere venduto e acquistato. Non decideranno i consumatori ma il governo. Anzi ha già deciso un’agenzia del governo. Meno del 30% dei veicoli venduti potrà essere dotato di motore a scoppio. Il piano, oltre a essere folle, è anche irrealizzabile, come evidenziato in un editoriale non firmato del Wall Street Journal e quindi riconducibile al suo editorial board. Le case che vendono Suv dovrebbero vendere entro il 2027 da uno a due veicoli elettrici per ogni vettura dotata di motore a scoppio. Il rapporto sale addirittura a quattro nel 2032. «In otto anni», secondo il quotidiano statunitense, «le vendite di auto elettriche dovrebbero aumentare di 15 volte». Appare ormai chiaro che praticamente tutte le case automobilistiche in tutto il mondo sono entrate in «modalità panico». Non è un problema di prospettiva strategica di qui al 2035, quando l’obbligo sarà vigente e ancora più stringente in Europa, dal momento che la quota delle auto con motore a scoppio prodotte a quella data dovrà essere pari a zero. E non al 30% come negli Stati Uniti. Ma di sopravvivenza a partire dal 2025, quando le emissioni medie delle auto nuove vendute dovranno scendere sotto i 93,6 g/km, con una riduzione del 19% rispetto ai 116g/km in vigore nel 2024 e che le case non riescono già a rispettare. Vendere le auto elettriche serve ad abbassare la media per non pagare multe che si stima avrebbero un impatto esorbitante sulle case automobilistiche. Secondo Luca De Meo di Renault, solo in Ue sarebbero 15 miliardi. Ecco perché stanno tutti suonando l’allarme. E infatti domani il ministro Adolfo Urso presenterà alle parti sociali, recependo le richieste di Confindustria, la sua proposta di riforma della regolamentazione che intende illustrare in sede Ue. L’incubo auto elettrica sta facendo perdere il sonno a tutti. Al di qua e al di là dell’Atlantico.
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Un nuovo studio mostra l’andamento delle temperature in 485 milioni di anni: l’«Homo sapiens» vive nell’era più fresca di sempre L’attuale riscaldamento è un’incognita per la specie. Ma bisogna adattarsi, non ridursi al verde in nome di politiche di dubbia utilità.Negli Usa, i dem mollano Biden e bocciano alla Camera i diktat sulle auto a batteria.Lo speciale contiene due articoli.Nel profluvio di titoli sull’anno, l’estate, il mese, il giorno più caldi di sempre, avreste mai pensato di trovarvi nell’era geologica più fresca da 485 milioni di anni a questa parte?Lo si evince dal grafico appena pubblicato su Science e rielaborato, in una versione di più immediata fruibilità, dal Washington Post. Un team di scienziati ha ricostruito l’andamento delle temperature medie della Terra, comparando i modelli climatici in voga con oltre 150.000 reperti fossili. Chiariamoci subito: questo studio ribadisce il legame tra riscaldamento e aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera; conferma che il pianeta si sta scaldando in modo repentino; e sottolinea che Homo sapiens, comparso circa 300.000 anni fa, quando le temperature medie del globo terracqueo si aggiravano attorno agli 11 gradi Celsius, finora non aveva mai dovuto fare i conti con un ambiente in cui la temperatura media può arrivare fino ai 17. Quel che dovrebbe accadere entro la fine del secolo e che riporterebbe il clima alle condizioni di 5 milioni di anni fa. In sintesi, mentre le varie forme di vita che hanno abitato il mondo, ominidi compresi, sono riuscite a prosperare anche in climi molto più caldi di quello odierno, l’uomo moderno si è evoluto nel periodo in assoluto più freddo. E rimane da capire quale impatto avrà sulla specie il mutamento in corso. Ad esempio, si sa che attorno a 250 milioni di anni fa si verificò la più ampia estinzione di massa. Una recente indagine, di cui abbiamo parlato proprio sulla Verità, ha dimostrato che a causare il brusco innalzamento delle temperature medie terrestri fu, in effetti, la CO2 emessa da una gigantesca eruzione vulcanica. Le concentrazioni di anidride carbonica dell’epoca erano paragonabili ai livelli contemporanei. Il processo, comunque, fu facilitato da un fenomeno climatico noto come El Niño, che all’epoca ebbe una durata eccezionale e che ora, invece, sembrerebbe essere in ritirata: entro fine anno, dovrebbe lasciare spazio al suo inverso, La Niña, che è associata al ripristino della canonica circolazione oceanica e atmosferica. Tradotto: meno eventi meteorologici estremi, stagioni dalle caratteristiche più classiche. In ogni caso, consultando la tabella di Science/Wp, ci si rende conto che, durante la tremenda moria del Permiano, la temperatura media globale schizzò fino a 28 gradi e mezzo. I primi mammiferi fecero poi il loro esordio a circa 24 gradi. Un ambiente nemmeno lontanamente paragonabile a quello di oggi, che per i catastrofisti sta diventando ormai inospitale. Sul Washington Post, Emily Judd, principale autrice del nuovo studio e ricercatrice all’università dell’Arizona, esprime una tesi che merita di essere presa sul serio: «Anche nel peggior scenario», si legge sul quotidiano americano, «il riscaldamento causato dall’uomo non spingerà la Terra al di là dei limiti di abitabilità. Ma creerà condizioni diverse da qualunque cosa che si sia vista nei 300.000 anni in cui la nostra specie è esistita - condizioni che potrebbero provocare devastazioni negli ecosistemi e nelle comunità». È un ragionamento interessante, mentre si contano i danni dell’alluvione in Emilia-Romagna, dove i luoghi sommersi sono gli stessi del 2023. Che sia colpa del governo o della Regione, che sia colpa di chi non ha stanziato i fondi o di chi non ha messo in cantiere le opere, un fatto è palese: la manutenzione del territorio è stata carente, al dissesto idrogeologico non si è nemmeno tentato di porre rimedio. Bisogna domandarsi: dato per assodato che non avverrà un’estinzione di massa, ma ci troveremo a vivere in un contesto ecologico inedito, quale strategia è meglio seguire? Buttare miliardi pubblici e ridurre sul lastrico le classi medie, per adottare politiche green di dubbia efficacia? Oppure investire anche meno denaro di quello che serve a realizzare il maoismo verde dell’Ue, lavorando semmai alla messa in sicurezza delle aree più a rischio? Siamo sicuri che, se il Senio esonda a Bagnacavallo, la risposta sia costringere nonno Nando a passare dalla Panda euro 1 alla Tesla? E obbligare zia Rita a fare il cappotto termico al casolare? Se tutti i nonno Nando e le zia Rita d’Occidente girassero con l’auto elettrica e vivessero in una casa in classe energetica A, forse, nell’arco di decenni, l’incremento delle temperature rallenterebbe. Badate: il riscaldamento non cesserebbe né vi sarebbe un’inversione di tendenza, a meno che non intervenissero fattori indipendenti dall’azione umana. In realtà, il risultato non sarebbe mai scontato: mentre l’Europa e il Nord America diventerebbero ecosostenibili, gli altri Paesi, a partire dalla Cina, continuerebbero a sparare CO2 nell’atmosfera. Dopodiché, se pure raggiungessimo gli ambiziosi obiettivi dell’Accordo di Parigi - mantenere l’aumento delle temperature sotto i 2 gradi - conviveremmo lo stesso con piogge intense alternate a siccità. E allora? Anziché svenarci per niente, faremmo bene a ricordarci qual è uno degli scopi del patto sul clima: imparare ad adattarsi ai cambiamenti. Certo, ciò significherebbe che i politici dovrebbero mettersi ad amministrare. È più facile prendersela con nonno Nando e zia Rita. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fa-piu-freddo-che-mai-2669250331.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="domani-urso-presenta-la-proposta-per-rinviare-il-passaggio-allelettrico" data-post-id="2669250331" data-published-at="1726996590" data-use-pagination="False"> Domani Urso presenta la proposta per rinviare il passaggio all’elettrico Non passa giorno che non venga demolito, un pochino alla volta, il sogno della sinistra mondiale di sostituire le auto a benzina o diesel con quelle elettriche. Venerdì la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti d’America ha annullato un atto emesso a marzo dall’Envornmental protection agency (Epa) che sostanzialmente introduceva l’obbligo di auto elettriche a partire dal 2032. Il dato rilevante è che della maggioranza dei 215 deputati che hanno approvato il provvedimento fanno parte otto rappresentanti del Partito democratico che si sono uniti alla maggioranza repubblicana. A parole il vicepresidente Kamala Harris, in corsa per la Casa Bianca in opposizione a Donald Trump, si dice non favorevole all’obbligo. Ma di fatto questo regolamento emesso introduce l’obbligo di auto elettrica negli Stati Uniti. Il provvedimento votato dalla Camera, per diventare effettivo, deve essere approvato anche dal Senato e soprattutto non deve essere oggetto del veto che il presidente Joe Biden può esercitare. Ma la decisione ha comunque un effetto politico rilevantissimo e inevitabilmente finirà per impattare sulla corsa per le presidenziali. Gli aspetti che fanno ovviamente imbestialire l’ala più conservatrice e libertaria del Partito repubblicano sono due: il primo è di metodo e il secondo di merito. Quanto al metodo, i repubblicani reputano giustamente inaccettabile che un’agenzia governativa di fatto emani un regolamento che a ogni effetto è una nuova legge. Quest’ultima è una prerogativa del Congresso (composto appunto da Camera e Senato quali organi elettivi). Una pericolosa deriva dirigistica che gli americani hanno sperimentato sulla loro pelle anche durante la pandemia, visto che gli obblighi vaccinali venivano introdotti da regolamenti di apposite agenzie governative e non da leggi del Congresso. Lo schema in questo caso si ripete nuovamente con l’imposizione dell’obbligo di auto elettrica. E qui si arriva al merito.L’Epa, in pieno delirio dirigistico, ha emanato il suo programma che di fronte a un qualsiasi piano quinquennale sovietico farebbe comunque la sua porca figura. Secondo i burocrati, entro il 2032, non meno del 56% dei nuovi veicoli leggeri venduti dovrà essere a batteria e non meno del 13% dovrà essere composto da vetture ibride plug-in. Il leviatano insomma decide cosa dovrà essere venduto e acquistato. Non decideranno i consumatori ma il governo. Anzi ha già deciso un’agenzia del governo. Meno del 30% dei veicoli venduti potrà essere dotato di motore a scoppio. Il piano, oltre a essere folle, è anche irrealizzabile, come evidenziato in un editoriale non firmato del Wall Street Journal e quindi riconducibile al suo editorial board. Le case che vendono Suv dovrebbero vendere entro il 2027 da uno a due veicoli elettrici per ogni vettura dotata di motore a scoppio. Il rapporto sale addirittura a quattro nel 2032. «In otto anni», secondo il quotidiano statunitense, «le vendite di auto elettriche dovrebbero aumentare di 15 volte». Appare ormai chiaro che praticamente tutte le case automobilistiche in tutto il mondo sono entrate in «modalità panico». Non è un problema di prospettiva strategica di qui al 2035, quando l’obbligo sarà vigente e ancora più stringente in Europa, dal momento che la quota delle auto con motore a scoppio prodotte a quella data dovrà essere pari a zero. E non al 30% come negli Stati Uniti. Ma di sopravvivenza a partire dal 2025, quando le emissioni medie delle auto nuove vendute dovranno scendere sotto i 93,6 g/km, con una riduzione del 19% rispetto ai 116g/km in vigore nel 2024 e che le case non riescono già a rispettare. Vendere le auto elettriche serve ad abbassare la media per non pagare multe che si stima avrebbero un impatto esorbitante sulle case automobilistiche. Secondo Luca De Meo di Renault, solo in Ue sarebbero 15 miliardi. Ecco perché stanno tutti suonando l’allarme. E infatti domani il ministro Adolfo Urso presenterà alle parti sociali, recependo le richieste di Confindustria, la sua proposta di riforma della regolamentazione che intende illustrare in sede Ue. L’incubo auto elettrica sta facendo perdere il sonno a tutti. Al di qua e al di là dell’Atlantico.
Ansa
L’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha spiegato al quotidiano Welt am Sonntag che la Francia sta valutando un taglio drastico ai finanziamenti per il carro, la cui entrata in servizio era prevista per il 2040 e che doveva sostituire il Leopard 2 e il Leclerc. «Se hai a disposizione meno soldi», ha sospirato il manager, «non andrai più veloce. E noi siamo già molto lenti». Il Mgcs, finora, ha ricevuto solo 25 milioni. L’interoperabilità dei sistemi d’arma tra Paesi alleati? Può attendere.
Secondo quanto ha riferito venerdì l’Handelsblatt, le banderuole scioviniste dei francesi stanno compromettendo pure un altro programma: l’Eurodrone. Dassault, infatti, avrebbe chiesto un risarcimento ad Airbus perché potrà lavorare solo a una quota minoritaria del progetto, che coinvolge anche Germania, Spagna e Italia.
Se la passava meglio il concorrente italo-nipponico-britannico del Fcas, il Global combat air programme (Gcap). Il jet multiruolo stealth verrebbe costruito da Leonardo, dall’inglese Bae systems e dalla giapponese Mitsubishi. Restano sbarrate le porte ai tedeschi, i quali avevano manifestato interesse per la joint venture dopo il divorzio dai transalpini. Ma adesso sono le turbolenze politiche londinesi a tarpare le ali all’aereo del futuro: Keir Starmer ha perso il ministro della Difesa, John Healey, irritato per gli stanziamenti insufficienti al settore militare. La svolta laburista, pensata per tamponare l’emorragia di voti dirottando risorse sul welfare, potrebbe ripercuotersi sul sodalizio con Roma e Tokyo: i tempi di realizzazione del velivolo (2035) potrebbero dilatarsi.
In un contesto frammentato come quello del Vecchio continente, le liti non devono stupire. Il disimpegno americano, con la prospettiva di un allontanamento dell’egemone, ha innescato la competizione tra Stati di peso comparabile per intestarsi il primato militare, in una fase storica in cui l’hard power sta ridiventando un fattore di potenza cruciale. È l’ennesima dimostrazione che quello dell’orso russo è più un pretesto che un’emergenza: se veramente temessimo l’imminente invasione da parte delle truppe di Vladimir Putin, avremmo un autentico incentivo ad accantonare gli egoismi nazionali. Invece, ognuno va per sé: la Polonia si sta armando fino ai denti e potrebbe ereditare i rimasugli di supporto statunitense che Donald Trump, in cattivi rapporti con Berlino, sta sottraendo alla Germania; il debole governo di Friedrich Merz è riuscito a mettere da parte una cifra monstre - quasi 1.000 miliardi di euro - per rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte d’Europa; la Francia ha meno disponibilità di cassa, ma non può sopportare che il suo dominio bellico venga minacciato; e poi c’è il caso italiano.
Giorgia Meloni sa che il consenso dei cittadini per le politiche marziali caldeggiate da Bruxelles è scarso. I recenti attriti sulla negata sospensione del Patto di stabilità hanno spinto l’esecutivo a congelare l’adesione al fondo Safe, nonostante i malumori del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Il quale, nel frattempo, studia un piano per reclutare 40.000 soldati entro il 2033.
Per accedere ai prestiti dell’Ue (denaro che andrà restituito), i progetti devono coinvolgere almeno due Stati membri, a meno che non si tratti di appalti a tempo limitato. Ma se le collaborazioni sono così fragili, per quale motivo dovremmo infilarci in un meccanismo che ci vincolerebbe a elargizioni poco liberali dall’Europa? Magari, a beneficio di Rheinmetall, o di altri concorrenti francesi? Ieri è toccato alla Grecia firmare l’accordo, per pagare un sistema antidroni. Noi non abbiamo difficoltà a raccogliere capitali sui mercati, a tassi favorevoli. Possiamo contare su colossi come Leonardo. Nulla ci impedisce di metterci in proprio e di sceglierci i partner che preferiamo, a prescindere dalla sorveglianza della Commissione. Se il mondo è diventato pericoloso e bisogna attrezzarsi per sopravvivere, non è a Ursula che ci conviene consegnare la nostra sicurezza. Voi comprereste un’auto usata da quella donna?
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L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
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