True
2025-11-12
Ora Ursula si mette pure a reclutare gli 007
Ursula von der Leyen (Ansa)
Al servizio segreto di sua maestà. Che non è Carlo III, bensì Ursula von der Leyen. La notizia l’ha diffusa nella mattinata di ieri il Financial Times e, subito dopo, l’hanno confermata direttamente da Bruxelles: la Commissione vuole reclutare personale distaccato dalle agenzie di intelligence nazionali, per fondare una nuova unità di 007 alle dipendenze della presidente dell’Ue. Il quotidiano britannico, a quanto pare, lo ha saputo prima che ne fossero informati gli stessi Stati membri. Un funzionario dell’esecutivo europeo ha spiegato che si sta «esaminando come rafforzare le capacità di sicurezza e intelligence» e che «la creazione di una cellula dedicata all’interno del Segretariato generale è in fase di valutazione». La proposta «si baserebbe sulle competenze già esistenti nella Commissione» e implicherebbe una «stretta cooperazione con i servizi competenti del Seae», l’ufficio che sostiene l’attività dell’Alto rappresentante per gli Affari esteri dell’Unione.
Il piano di Ursula, osteggiato proprio dagli alti dirigenti del Seae, potrebbe però comportare un radicale cambiamento di prospettiva, dotando l’Europa di un’autentica agenzia di intelligence, che essa ad oggi non possiede. Intcen (il Centro di situazione e di intelligence dell’Unione europea) opera all’interno del Servizio per l’azione esterna, limitandosi a raccogliere le informazioni trasmesse volontariamente dai Paesi membri, che poi vengono analizzate per produrre valutazioni strategiche. Niente operazioni sul campo; niente James Bond oltre le linee nemiche.
Già in questa veste, l’Ue incontra diversi ostacoli. Nonostante siano partner, gli Stati - la Francia in particolare - sono tradizionalmente restii a condividere conoscenze sensibili. E le fratture che sono state aggravate dal conflitto in Ucraina con le nazioni riluttanti ad aiutare Kiev, tipo l’Ungheria, rendono la cooperazione ancor più faticosa. Al di là dei proclami sul multilateralismo, l’impasse è frutto della reale condizione del sistema internazionale: uno scacchiere nel quale vige l’anarchia e in cui nessuno può fare affidamento fino in fondo nemmeno sull’alleato più stretto.
Non è chiaro fin dove voglia spingersi la Von der Leyen. La Commissione, ieri, non ha fornito grossi dettagli sull’operazione. Ma il tenore dei pretesti addotti per giustificarla induce a sospettare che le ambizioni siano alte. «Ci troviamo in un contesto geopolitico e geoeconomico difficile», ha ricordato il portavoce di Bruxelles, Balazs Ujvari. Dalla Russia con amore: la minaccia di Vladimir Putin è l’ombrello che copre qualunque iniziativa si prenda in Europa, dal riarmo, alla fondazione di un servizio segreto, alla costituzione di un centro per la lotta alle fake news, come quello lanciato ieri dall’esecutivo. La futura organizzazione cui sta lavorando l’esecutivo, ha aggiunto il burocrate, «rafforzerà le competenze già esistenti all’interno della Commissione e, ad esempio, svolgerà un ruolo chiave nella preparazione dei collegi per la sicurezza», ossia gli istituti di formazione nel campo della difesa. «Sarà un’iniziativa complementare», ha concluso Ujvari. «Integrerà il lavoro della Direzione per la sicurezza della Commissione e collaborerà strettamente con i rispettivi servizi del Seae». La squadra speciale di Ursula «sarà una cellula molto piccola». Con licenza di uccidere?
Facezie a parte, la vera domanda riguarda i poteri e il raggio d’azione della nuova entità. Non è impresa banale definire un accordo politico e un quadro giuridico entro cui degli agenti possano compiere missioni e raccogliere informazioni a nome dell’Ue. Quale sarebbe l’oggetto delle ricerche? Soltanto le presunte attività sovversive di Mosca? O l’intelligence dovrebbe saggiare anche la lealtà dei Paesi membri all’Unione, magari verificando se Viktor Orbán o lo slovacco Robert Fico tramano per indebolire il fronte pro Ucraina? I cittadini potrebbero diventare oggetto di sorveglianza? Capitò già agli statunitensi, spiati dalla National security agency, la quale almeno rispondeva a una struttura di potere sottoposta a controlli democratici. Cos’ha in mente la Commissione? Spera di agire di sua iniziativa? Oppure di trasformare il contributo degli Stati da volontario a obbligatorio, cooptando il loro personale? Le questioni cruciali non possono essere evase in quattro e quattr’otto, con qualche frase di circostanza sui pericoli del «contesto geopolitico e geoeconomico». L’imperialismo dello zar non è un salvacondotto universale. Se a Bruxelles hanno deciso - e sarebbe persino comprensibile - di consolidare le capacità di gestire la guerra ibrida, ce lo dicano chiaro e tondo. Anche per capire bene chi è il nemico: i russi, o gli europei che contestano Ursula?
Siccome si vive solo due volte, la svolta della Von der Leyen è arrivata al secondo mandato: alla fine, la tedesca ha varato gli euro Bond. James Bond.
A Bruxelles torneranno i trattori: «Politiche agricole? Presa in giro»
L’accusa è pesante: «Ursula von der Leyen affama l’Europa». Ed è pure provata, secondo la Coldiretti, che annuncia: «Da dicembre riporteremo la contestazione a Bruxelles». I trattori marciano di nuovo su Palazzo Berlaymont: ad annunciarlo è il presidente dell’associazione, Ettore Prandini. Ieri è arrivato con il segretario generale di Codiretti, Vincenzo Gesmundo, a Bruxelles, per contestare la bozza di bilancio del prossimo settennato europeo proposto dalla presidente della Commissione. La Coldiretti ha consegnato a tutti i parlamentari - già per conto loro sono sul piede di guerra contro lo schema proposto dalla Von der Leyen - un dossier in cui si dice che la mediazione avanzata dalla Commissione è sostanzialmente «una presa in giro, perché il 10% di aumento dei fondi agricoli promessi non è per gli agricoltori, ma si spalma su indefiniti progetti per le comunità».
Codiretti ha fatto i conti: la Pac è morta. A fronte di un bilancio europeo che aumenta a 2.000 miliardi, i contribuiti agricoli, che pesavano circa per il 35%, ora non arrivano al 14% e per di più sono distribuiti attraverso un fondo unico nazionale, «che deresponsabilizza del tutto Bruxelles rispetto alla politiche agricole». L’Italia peraltro è il Paese più penalizzato: se il taglio per gli altri si aggira attorno al 17%, per l’Italia arriva a oltre il 25%.
«Stiamo operando», ha dichiarato Prandini, «con i parlamentari europei e in particolare con i popolari che esprimono la Von der Leyen e con i quali lei stessa cerca di venire a un compromesso, perché rispettino le promesse elettorali: l’agricoltura, hanno detto, è il primo pilastro dell’Europa, ma questa Commissione, la peggiore con cui ci siamo dovuti confrontare, si sta disimpegnando dall’agricoltura». La Von der Leyen sta affamando l’Europa «perché fa l’esatto contrario di Stati Uniti, Cina, Africa, che puntano tutto sulla risorsa agricola. Gli investimenti degli Usa sono cinque volte superiori a quelli europei». In più c’è la pessima gestione degli accordi commerciali. «Un tempo», sostengono Prandini e Gesmundo, «sapevamo che i prodotti agricoli venivano usati come merce di scambio diplomatica, ma oggi Von der Leyen si deve rendere conto che l’agroalimentare è la prima voce dell’export europeo». Per cui bisogna riaprire la partita dei dazi con gli Usa, ma non solo. «Non ho sentito dire nulla», sostiene il presidente di Coldiretti, «sulla Cina che ha posto un dazio del tutto immotivato del 63% sulle carni di maiale; a dicembre scade l’accordo sul vino in Usa e non sappiamo se l’Ue andrà da Trump a chiedere di ripristinare il dazio zero, visto che i superalcolici americani non sono stati tassati». Torna la questione delle reciprocità: pari qualità, pari salubrità, pari oneri. «Col Ceta», spiega Prandini, «stiamo importando oltre il 25% del grano che ci serve dal Canada che usa i disseccanti vietati in Europa, siamo invasi dal riso del Myanmar coltivato dai bambini, il Brasile a cui spalanchiamo le porte col Mercosur gonfia vitelli e polli con anabolizzanti e antibiotici. Non è possibile che le nostre imprese siano sottoposte a vincoli stringenti e che si faccia poi entrare merce che mina la salute dei cittadini, che ci fa dumping senza alcun controllo. Anche per questo chiediamo l’Agenzia europea delle dogane e che abbia sede in Italia. Il nostro governo ha già avanzato la richiesta, so che anche la Francia vuole le dogane, ma noi abbiamo le carte in regola perché siamo i più rigorosi. Certo, l’Olanda che campa col porto di Rotterdam si opporrà, ma non si può andare avanti così».
Quanto al Mercosur, gli eurodeputati francesi porteranno l’accordo davanti alla Corte di giustizia. «È già successo col Ceta e siamo in regime provvisorio», avverte Prandini, «non vorremmo che questo significasse abbassare la guardia. Noi pretendiamo la reciprocità, la tutela dei prodotti e della salute degli europei e la salvaguardia del reddito degli agricoltori. La Von der Leyen che parla continuamente di sicurezza per giustificare le spese militari si convinca che la prima sicurezza è quella alimentare».
Continua a leggereRiduci
La Commissione vuole gli euro-Bond: è pronta a creare un’agenzia d’intelligence al servizio (segreto) della von der Leyen, per rafforzare i poteri limitati di cui l’organizzazione dispone oggi. I funzionari borbottano. La giustificazione? La solita: Putin.Coldiretti catechizza gli eurodeputati e annuncia proteste contro il bilancio per la Pac.Lo speciale contiene due articoli.Al servizio segreto di sua maestà. Che non è Carlo III, bensì Ursula von der Leyen. La notizia l’ha diffusa nella mattinata di ieri il Financial Times e, subito dopo, l’hanno confermata direttamente da Bruxelles: la Commissione vuole reclutare personale distaccato dalle agenzie di intelligence nazionali, per fondare una nuova unità di 007 alle dipendenze della presidente dell’Ue. Il quotidiano britannico, a quanto pare, lo ha saputo prima che ne fossero informati gli stessi Stati membri. Un funzionario dell’esecutivo europeo ha spiegato che si sta «esaminando come rafforzare le capacità di sicurezza e intelligence» e che «la creazione di una cellula dedicata all’interno del Segretariato generale è in fase di valutazione». La proposta «si baserebbe sulle competenze già esistenti nella Commissione» e implicherebbe una «stretta cooperazione con i servizi competenti del Seae», l’ufficio che sostiene l’attività dell’Alto rappresentante per gli Affari esteri dell’Unione.Il piano di Ursula, osteggiato proprio dagli alti dirigenti del Seae, potrebbe però comportare un radicale cambiamento di prospettiva, dotando l’Europa di un’autentica agenzia di intelligence, che essa ad oggi non possiede. Intcen (il Centro di situazione e di intelligence dell’Unione europea) opera all’interno del Servizio per l’azione esterna, limitandosi a raccogliere le informazioni trasmesse volontariamente dai Paesi membri, che poi vengono analizzate per produrre valutazioni strategiche. Niente operazioni sul campo; niente James Bond oltre le linee nemiche.Già in questa veste, l’Ue incontra diversi ostacoli. Nonostante siano partner, gli Stati - la Francia in particolare - sono tradizionalmente restii a condividere conoscenze sensibili. E le fratture che sono state aggravate dal conflitto in Ucraina con le nazioni riluttanti ad aiutare Kiev, tipo l’Ungheria, rendono la cooperazione ancor più faticosa. Al di là dei proclami sul multilateralismo, l’impasse è frutto della reale condizione del sistema internazionale: uno scacchiere nel quale vige l’anarchia e in cui nessuno può fare affidamento fino in fondo nemmeno sull’alleato più stretto. Non è chiaro fin dove voglia spingersi la Von der Leyen. La Commissione, ieri, non ha fornito grossi dettagli sull’operazione. Ma il tenore dei pretesti addotti per giustificarla induce a sospettare che le ambizioni siano alte. «Ci troviamo in un contesto geopolitico e geoeconomico difficile», ha ricordato il portavoce di Bruxelles, Balazs Ujvari. Dalla Russia con amore: la minaccia di Vladimir Putin è l’ombrello che copre qualunque iniziativa si prenda in Europa, dal riarmo, alla fondazione di un servizio segreto, alla costituzione di un centro per la lotta alle fake news, come quello lanciato ieri dall’esecutivo. La futura organizzazione cui sta lavorando l’esecutivo, ha aggiunto il burocrate, «rafforzerà le competenze già esistenti all’interno della Commissione e, ad esempio, svolgerà un ruolo chiave nella preparazione dei collegi per la sicurezza», ossia gli istituti di formazione nel campo della difesa. «Sarà un’iniziativa complementare», ha concluso Ujvari. «Integrerà il lavoro della Direzione per la sicurezza della Commissione e collaborerà strettamente con i rispettivi servizi del Seae». La squadra speciale di Ursula «sarà una cellula molto piccola». Con licenza di uccidere?Facezie a parte, la vera domanda riguarda i poteri e il raggio d’azione della nuova entità. Non è impresa banale definire un accordo politico e un quadro giuridico entro cui degli agenti possano compiere missioni e raccogliere informazioni a nome dell’Ue. Quale sarebbe l’oggetto delle ricerche? Soltanto le presunte attività sovversive di Mosca? O l’intelligence dovrebbe saggiare anche la lealtà dei Paesi membri all’Unione, magari verificando se Viktor Orbán o lo slovacco Robert Fico tramano per indebolire il fronte pro Ucraina? I cittadini potrebbero diventare oggetto di sorveglianza? Capitò già agli statunitensi, spiati dalla National security agency, la quale almeno rispondeva a una struttura di potere sottoposta a controlli democratici. Cos’ha in mente la Commissione? Spera di agire di sua iniziativa? Oppure di trasformare il contributo degli Stati da volontario a obbligatorio, cooptando il loro personale? Le questioni cruciali non possono essere evase in quattro e quattr’otto, con qualche frase di circostanza sui pericoli del «contesto geopolitico e geoeconomico». L’imperialismo dello zar non è un salvacondotto universale. Se a Bruxelles hanno deciso - e sarebbe persino comprensibile - di consolidare le capacità di gestire la guerra ibrida, ce lo dicano chiaro e tondo. Anche per capire bene chi è il nemico: i russi, o gli europei che contestano Ursula?Siccome si vive solo due volte, la svolta della Von der Leyen è arrivata al secondo mandato: alla fine, la tedesca ha varato gli euro Bond. James Bond.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ue-agenti-segreti-2674286551.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-bruxelles-torneranno-i-trattori-politiche-agricole-presa-in-giro" data-post-id="2674286551" data-published-at="1762899794" data-use-pagination="False"> A Bruxelles torneranno i trattori: «Politiche agricole? Presa in giro» L’accusa è pesante: «Ursula von der Leyen affama l’Europa». Ed è pure provata, secondo la Coldiretti, che annuncia: «Da dicembre riporteremo la contestazione a Bruxelles». I trattori marciano di nuovo su Palazzo Berlaymont: ad annunciarlo è il presidente dell’associazione, Ettore Prandini. Ieri è arrivato con il segretario generale di Codiretti, Vincenzo Gesmundo, a Bruxelles, per contestare la bozza di bilancio del prossimo settennato europeo proposto dalla presidente della Commissione. La Coldiretti ha consegnato a tutti i parlamentari - già per conto loro sono sul piede di guerra contro lo schema proposto dalla Von der Leyen - un dossier in cui si dice che la mediazione avanzata dalla Commissione è sostanzialmente «una presa in giro, perché il 10% di aumento dei fondi agricoli promessi non è per gli agricoltori, ma si spalma su indefiniti progetti per le comunità».Codiretti ha fatto i conti: la Pac è morta. A fronte di un bilancio europeo che aumenta a 2.000 miliardi, i contribuiti agricoli, che pesavano circa per il 35%, ora non arrivano al 14% e per di più sono distribuiti attraverso un fondo unico nazionale, «che deresponsabilizza del tutto Bruxelles rispetto alla politiche agricole». L’Italia peraltro è il Paese più penalizzato: se il taglio per gli altri si aggira attorno al 17%, per l’Italia arriva a oltre il 25%.«Stiamo operando», ha dichiarato Prandini, «con i parlamentari europei e in particolare con i popolari che esprimono la Von der Leyen e con i quali lei stessa cerca di venire a un compromesso, perché rispettino le promesse elettorali: l’agricoltura, hanno detto, è il primo pilastro dell’Europa, ma questa Commissione, la peggiore con cui ci siamo dovuti confrontare, si sta disimpegnando dall’agricoltura». La Von der Leyen sta affamando l’Europa «perché fa l’esatto contrario di Stati Uniti, Cina, Africa, che puntano tutto sulla risorsa agricola. Gli investimenti degli Usa sono cinque volte superiori a quelli europei». In più c’è la pessima gestione degli accordi commerciali. «Un tempo», sostengono Prandini e Gesmundo, «sapevamo che i prodotti agricoli venivano usati come merce di scambio diplomatica, ma oggi Von der Leyen si deve rendere conto che l’agroalimentare è la prima voce dell’export europeo». Per cui bisogna riaprire la partita dei dazi con gli Usa, ma non solo. «Non ho sentito dire nulla», sostiene il presidente di Coldiretti, «sulla Cina che ha posto un dazio del tutto immotivato del 63% sulle carni di maiale; a dicembre scade l’accordo sul vino in Usa e non sappiamo se l’Ue andrà da Trump a chiedere di ripristinare il dazio zero, visto che i superalcolici americani non sono stati tassati». Torna la questione delle reciprocità: pari qualità, pari salubrità, pari oneri. «Col Ceta», spiega Prandini, «stiamo importando oltre il 25% del grano che ci serve dal Canada che usa i disseccanti vietati in Europa, siamo invasi dal riso del Myanmar coltivato dai bambini, il Brasile a cui spalanchiamo le porte col Mercosur gonfia vitelli e polli con anabolizzanti e antibiotici. Non è possibile che le nostre imprese siano sottoposte a vincoli stringenti e che si faccia poi entrare merce che mina la salute dei cittadini, che ci fa dumping senza alcun controllo. Anche per questo chiediamo l’Agenzia europea delle dogane e che abbia sede in Italia. Il nostro governo ha già avanzato la richiesta, so che anche la Francia vuole le dogane, ma noi abbiamo le carte in regola perché siamo i più rigorosi. Certo, l’Olanda che campa col porto di Rotterdam si opporrà, ma non si può andare avanti così».Quanto al Mercosur, gli eurodeputati francesi porteranno l’accordo davanti alla Corte di giustizia. «È già successo col Ceta e siamo in regime provvisorio», avverte Prandini, «non vorremmo che questo significasse abbassare la guardia. Noi pretendiamo la reciprocità, la tutela dei prodotti e della salute degli europei e la salvaguardia del reddito degli agricoltori. La Von der Leyen che parla continuamente di sicurezza per giustificare le spese militari si convinca che la prima sicurezza è quella alimentare».
Andrea Venanzoni (Imagoeconomica)
A poco più di un anno dall’elezione di Trump, come è cambiata la destra americana?
«La destra americana è molto cambiata in questi mesi e il vero turning point è stata la morte di Charlie Kirk. L’ala intransigente dei Maga, che ha reso popolare Donald Trump, si è ritrovata senza il freno di Kirk che a suo modo ne aveva domato gli estremismi e ora il movimento più radicale si è imposto con forza. Fino alla morte di Kirk, in pratica, le frange di estrema destra erano marginalizzate, ma ora sembrano risorgere».
E chi è il riferimento politico di questa fronda di estrema destra?
«Lo abbiamo visto in Italia proprio in questi giorni, si tratta di J.D. Vance: con la sua politica non interventista, concentrata sui confini nazionali e molto comprensiva nei confronti della Russia, il vicepremier Usa è in sintonia con questa frangia. È lui che ha consigliato a Trump di temporeggiare in Iran, per esempio. Questo proprio perché Vance è molto attento al mondo Maga che non considera l’Iran una priorità e tanto meno un nemico. C’è una faglia, una divaricazione oggi nella destra americana: l’altra faccia della luna è Marco Rubio, repubblicano più classico. Rubio è il volto emerso dall’ala di destra più moderata, chiamiamola più istituzionale e liberale».
In pratica si sta giocando un derby,,,per la successione a Trump?
«Sì, da una parte i Maga nazional populisti di Vance, dall’altra i moderati e tradizionalisti di Rubio. Quest’ultimo è il regista dell’operazione Maduro che, dopo la caduta del regime venezuelano, ora fa tremare Messico e Cuba. La sua però non è una politica neoconservatrice, ovvero non c’è la ricerca dell’esportazione della democrazia e del modello americano come fu per l’Iraq, per esempio. La visione di Rubio è più analitica, inquadra le minacce globali e per gli Usa. Per esempio, il Venezuela rappresentava un hub geopolitico per lo smercio della droga, a differenza dell’Iran dove si sono inoculati i cartelli del narcotraffico messicano e colombiano: questo per dire che Rubio ha una visione interventista, quando e se necessario».
La minaccia alla Groenlandia è tra queste necessità?
«No, e infatti non se ne sta più parlando. La Groenlandia, non da oggi, è oggettivamente uno snodo fondamentale per gli Usa, soprattutto per il valore delle terre rare. E si potrà anche arrivare a una trattativa ma i modi trumpiani hanno portato a un inasprimento sul tema. Ritengo che in futuro l’approccio Rubio possa pagare di più in termini di obiettivo finale».
Ci sta dicendo che l’Europa dovrebbe trattare con Rubio?
«Chiunque voglia ragionare sul lungo periodo deve sapere che il movimento Maga ha il respiro corto: stanno emergendo nuovi think tank che vanno oltre la destra che ha portato Trump alla Casa Bianca. Dagli incidenti con l’Ice, agli Epstein files, il partito repubblicano sta vivendo un momento di difficoltà. A dimostrazione di questo subbuglio, c’è la ridefinizione e la crisi della Heritage Foundation, in principio uno dei punti di forza di Trump e di Vance, ora molto indebolita a vantaggio della Advancing American Freedom di Mike Pence. A livello economico, inoltre, basti pensare ai dazi. C’è grande attesa per il pronunciamento della Corte suprema a riguardo, ma è in ogni caso una dottrina protezionista molto lontana dalle coordinate di Reagan e dalla sfera repubblicana. Possiamo dire che è in atto una brusca limitazione della libertà economica americana legata alla mentalità Maga. In questo contesto Giorgia Meloni fa bene a non sbilanciarsi troppo nei rapporti tra Rubio e Vance, fischi a parte…».
A proposito, non abbiamo ancora parlato del presidente Trump: dal video sugli Obama, alle atlete trans fino alle giornaliste, nessuno si salva: Trump è fuori controllo?
«Trump è una stella polare che brilla sempre di meno, anche se in realtà le uscite sono dettate dalla preoccupazione sul fronte interno: la vittoria dei democratici alle elezioni supplettive nel repubblicanissimo Texas, la rimozione di Bovino dal suo incarico nell’Ice e la rinuncia a centinaia di agenti sono segnali di possibile declino e questo aumenta l’aggressività mediatica di Trump in modo esponenziale».
Musk in questo scenario dove si colloca?
«Musk è tornato semplicemente a fare il suo mestiere, ovvero l’imprenditore. Rispetto a un primo tempo del governo che lo ha visto protagonista oggi Musk è tornato a occuparsi dei suoi satelliti, mentre gli americani per l’analisi dei dati si affida sempre di più alla Palantir Technologies».
Se dovesse scommettere 10 dollari, su chi li punterebbe tra Vance e Rubio?
«I due si contendono il trono ma mi rifaccio a un recente sondaggio Paymarket, dove Rubio vince su Vance».
Continua a leggereRiduci
(Ansa)
Nel verde dei campi e sulle colline coltivate dell’Alta Valtiberina, a cavallo tra Umbria, Toscana e Marche, la Storia ha consegnato uno dei casi più singolari dal punto di vista geopolitico: quello della micro-repubblica di Cospaia, paese di poche anime tra Sansepolcro e Città di Castello. Dai primi documenti risalenti al 1360, il borgo contadino risultava appartenere alla comunità di Città di Castello facente parte dello Stato della Chiesa anche se contesa da Borgo San Sepolcro, allora governato dai Malatesta di Rimini. La svolta che segnerà la storia di Cospaia giunse nel 1440, anno della battaglia di Anghiari. Il periodo segnò anche una fase di crisi finanziaria per lo Stato Pontificio, che il Papa Eugenio IV (il nobile veneziano Gabriele Condulmer) cercò di sanare attraverso la vendita di beni e terreni. Nelle alienazioni cadde anche il territorio di Cospaia, legata alla vendita di Borgo San Sepolcro ai fiorentini di Cosimo Maria de’Medici per 25.000 fiorini. Di fronte alla spartizione del piccolo borgo umbro tra le due grandi potenze, fu la particolare geomorfologia del territorio di Cospaia a cambiarne il destino. Gli incaricati dello Stato Pontificio e quelli di Firenze si diedero appuntamento nel territorio di Cospaia al fine di segnare i nuovi confini tra i due Stati. I nuovi limiti si sarebbero dovuti stabilire lungo il corso del torrente chiamato semplicemente «Rio». Nella realtà Cospaia era lambita da due corsi d’acqua, il «Rio della Gorgaccia» e il Rio detto «Riascolo». Mentre i fiorentini misurarono il torrente posto a Nord (il Gorgaccia), gli uomini del Papa considerarono confine il torrente meridionale, il Riascolo. Le misurazioni tagliarono quindi fuori una parte di territorio di forma triangolare con il vertice verso Nord, che diventò una sorta di «terra di nessuno» e che includeva l’abitato del borgo umbro. Quella fetta di terreno ritagliata per errore diventò una zona libera, non più soggetta al Papa né ceduta ad una Signorìa. La «Repubblica Libera di Cospaia», abitata da poche famiglie contadine divenne una realtà di fatto anche perché i due Stati che la avevano erroneamente creata giudicarono antieconomico iniziare contese per una così piccola parte di territorio. La repubblica non ebbe mai una forma giuridico-istituzionale ben definita. Non aveva giudici, tribunali e carceri. E neppure un parlamento né un esercito. Si basava piuttosto su una forma di autogoverno della «consuetudine», le cui regole erano quelle della secolare vita dei campi, dei casolari contadini, del lavoro scandito dalle stagioni, così come era sempre stato anche sotto un governante esterno. Pertanto non si può giudicarla neppure «anarchia», non certo nel senso moderno del termine. Ciò che fece la differenza e che per i quasi 4 secoli della sua esistenza fu che il territorio libero di Cospaia non pagò più tasse né gabelle, né tributi. Per le contese giuridiche, gli abitanti si rivolgevano ai tribunali di San Sepolcro oppure di Città di Castello. Solo con il tempo si istituì un Consiglio degli anziani e dei capifamiglia, spesso affiancato dalla figura del parroco, l’unico alfabetizzato. A partire dalla metà del Cinquecento Cospaia prosperò grazie all’introduzione della coltivazione estensiva del tabacco introdotta per la prima volta in Italia da Alfonso Tornabuoni, il quale scelse il territorio della microrepubblica per gli evidenti vantaggi della sua natura di porto franco. Ancora oggi il tabacco di Cospaia è considerato tra i più prestigiosi al mondo.
La Repubblica Libera di Cospaia durò fino al 1826, quando in virtù di un accordo fra il Granduca di Toscana Leopoldo II e il Papa Leone XII il territorio fu spartito tra i due Stati pre-unitari.
Le immagini e le mappe della ex Repubblica Libera di Cospaia
Continua a leggereRiduci