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2025-11-12
Ora Ursula si mette pure a reclutare gli 007
Ursula von der Leyen (Ansa)
Al servizio segreto di sua maestà. Che non è Carlo III, bensì Ursula von der Leyen. La notizia l’ha diffusa nella mattinata di ieri il Financial Times e, subito dopo, l’hanno confermata direttamente da Bruxelles: la Commissione vuole reclutare personale distaccato dalle agenzie di intelligence nazionali, per fondare una nuova unità di 007 alle dipendenze della presidente dell’Ue. Il quotidiano britannico, a quanto pare, lo ha saputo prima che ne fossero informati gli stessi Stati membri. Un funzionario dell’esecutivo europeo ha spiegato che si sta «esaminando come rafforzare le capacità di sicurezza e intelligence» e che «la creazione di una cellula dedicata all’interno del Segretariato generale è in fase di valutazione». La proposta «si baserebbe sulle competenze già esistenti nella Commissione» e implicherebbe una «stretta cooperazione con i servizi competenti del Seae», l’ufficio che sostiene l’attività dell’Alto rappresentante per gli Affari esteri dell’Unione.
Il piano di Ursula, osteggiato proprio dagli alti dirigenti del Seae, potrebbe però comportare un radicale cambiamento di prospettiva, dotando l’Europa di un’autentica agenzia di intelligence, che essa ad oggi non possiede. Intcen (il Centro di situazione e di intelligence dell’Unione europea) opera all’interno del Servizio per l’azione esterna, limitandosi a raccogliere le informazioni trasmesse volontariamente dai Paesi membri, che poi vengono analizzate per produrre valutazioni strategiche. Niente operazioni sul campo; niente James Bond oltre le linee nemiche.
Già in questa veste, l’Ue incontra diversi ostacoli. Nonostante siano partner, gli Stati - la Francia in particolare - sono tradizionalmente restii a condividere conoscenze sensibili. E le fratture che sono state aggravate dal conflitto in Ucraina con le nazioni riluttanti ad aiutare Kiev, tipo l’Ungheria, rendono la cooperazione ancor più faticosa. Al di là dei proclami sul multilateralismo, l’impasse è frutto della reale condizione del sistema internazionale: uno scacchiere nel quale vige l’anarchia e in cui nessuno può fare affidamento fino in fondo nemmeno sull’alleato più stretto.
Non è chiaro fin dove voglia spingersi la Von der Leyen. La Commissione, ieri, non ha fornito grossi dettagli sull’operazione. Ma il tenore dei pretesti addotti per giustificarla induce a sospettare che le ambizioni siano alte. «Ci troviamo in un contesto geopolitico e geoeconomico difficile», ha ricordato il portavoce di Bruxelles, Balazs Ujvari. Dalla Russia con amore: la minaccia di Vladimir Putin è l’ombrello che copre qualunque iniziativa si prenda in Europa, dal riarmo, alla fondazione di un servizio segreto, alla costituzione di un centro per la lotta alle fake news, come quello lanciato ieri dall’esecutivo. La futura organizzazione cui sta lavorando l’esecutivo, ha aggiunto il burocrate, «rafforzerà le competenze già esistenti all’interno della Commissione e, ad esempio, svolgerà un ruolo chiave nella preparazione dei collegi per la sicurezza», ossia gli istituti di formazione nel campo della difesa. «Sarà un’iniziativa complementare», ha concluso Ujvari. «Integrerà il lavoro della Direzione per la sicurezza della Commissione e collaborerà strettamente con i rispettivi servizi del Seae». La squadra speciale di Ursula «sarà una cellula molto piccola». Con licenza di uccidere?
Facezie a parte, la vera domanda riguarda i poteri e il raggio d’azione della nuova entità. Non è impresa banale definire un accordo politico e un quadro giuridico entro cui degli agenti possano compiere missioni e raccogliere informazioni a nome dell’Ue. Quale sarebbe l’oggetto delle ricerche? Soltanto le presunte attività sovversive di Mosca? O l’intelligence dovrebbe saggiare anche la lealtà dei Paesi membri all’Unione, magari verificando se Viktor Orbán o lo slovacco Robert Fico tramano per indebolire il fronte pro Ucraina? I cittadini potrebbero diventare oggetto di sorveglianza? Capitò già agli statunitensi, spiati dalla National security agency, la quale almeno rispondeva a una struttura di potere sottoposta a controlli democratici. Cos’ha in mente la Commissione? Spera di agire di sua iniziativa? Oppure di trasformare il contributo degli Stati da volontario a obbligatorio, cooptando il loro personale? Le questioni cruciali non possono essere evase in quattro e quattr’otto, con qualche frase di circostanza sui pericoli del «contesto geopolitico e geoeconomico». L’imperialismo dello zar non è un salvacondotto universale. Se a Bruxelles hanno deciso - e sarebbe persino comprensibile - di consolidare le capacità di gestire la guerra ibrida, ce lo dicano chiaro e tondo. Anche per capire bene chi è il nemico: i russi, o gli europei che contestano Ursula?
Siccome si vive solo due volte, la svolta della Von der Leyen è arrivata al secondo mandato: alla fine, la tedesca ha varato gli euro Bond. James Bond.
A Bruxelles torneranno i trattori: «Politiche agricole? Presa in giro»
L’accusa è pesante: «Ursula von der Leyen affama l’Europa». Ed è pure provata, secondo la Coldiretti, che annuncia: «Da dicembre riporteremo la contestazione a Bruxelles». I trattori marciano di nuovo su Palazzo Berlaymont: ad annunciarlo è il presidente dell’associazione, Ettore Prandini. Ieri è arrivato con il segretario generale di Codiretti, Vincenzo Gesmundo, a Bruxelles, per contestare la bozza di bilancio del prossimo settennato europeo proposto dalla presidente della Commissione. La Coldiretti ha consegnato a tutti i parlamentari - già per conto loro sono sul piede di guerra contro lo schema proposto dalla Von der Leyen - un dossier in cui si dice che la mediazione avanzata dalla Commissione è sostanzialmente «una presa in giro, perché il 10% di aumento dei fondi agricoli promessi non è per gli agricoltori, ma si spalma su indefiniti progetti per le comunità».
Codiretti ha fatto i conti: la Pac è morta. A fronte di un bilancio europeo che aumenta a 2.000 miliardi, i contribuiti agricoli, che pesavano circa per il 35%, ora non arrivano al 14% e per di più sono distribuiti attraverso un fondo unico nazionale, «che deresponsabilizza del tutto Bruxelles rispetto alla politiche agricole». L’Italia peraltro è il Paese più penalizzato: se il taglio per gli altri si aggira attorno al 17%, per l’Italia arriva a oltre il 25%.
«Stiamo operando», ha dichiarato Prandini, «con i parlamentari europei e in particolare con i popolari che esprimono la Von der Leyen e con i quali lei stessa cerca di venire a un compromesso, perché rispettino le promesse elettorali: l’agricoltura, hanno detto, è il primo pilastro dell’Europa, ma questa Commissione, la peggiore con cui ci siamo dovuti confrontare, si sta disimpegnando dall’agricoltura». La Von der Leyen sta affamando l’Europa «perché fa l’esatto contrario di Stati Uniti, Cina, Africa, che puntano tutto sulla risorsa agricola. Gli investimenti degli Usa sono cinque volte superiori a quelli europei». In più c’è la pessima gestione degli accordi commerciali. «Un tempo», sostengono Prandini e Gesmundo, «sapevamo che i prodotti agricoli venivano usati come merce di scambio diplomatica, ma oggi Von der Leyen si deve rendere conto che l’agroalimentare è la prima voce dell’export europeo». Per cui bisogna riaprire la partita dei dazi con gli Usa, ma non solo. «Non ho sentito dire nulla», sostiene il presidente di Coldiretti, «sulla Cina che ha posto un dazio del tutto immotivato del 63% sulle carni di maiale; a dicembre scade l’accordo sul vino in Usa e non sappiamo se l’Ue andrà da Trump a chiedere di ripristinare il dazio zero, visto che i superalcolici americani non sono stati tassati». Torna la questione delle reciprocità: pari qualità, pari salubrità, pari oneri. «Col Ceta», spiega Prandini, «stiamo importando oltre il 25% del grano che ci serve dal Canada che usa i disseccanti vietati in Europa, siamo invasi dal riso del Myanmar coltivato dai bambini, il Brasile a cui spalanchiamo le porte col Mercosur gonfia vitelli e polli con anabolizzanti e antibiotici. Non è possibile che le nostre imprese siano sottoposte a vincoli stringenti e che si faccia poi entrare merce che mina la salute dei cittadini, che ci fa dumping senza alcun controllo. Anche per questo chiediamo l’Agenzia europea delle dogane e che abbia sede in Italia. Il nostro governo ha già avanzato la richiesta, so che anche la Francia vuole le dogane, ma noi abbiamo le carte in regola perché siamo i più rigorosi. Certo, l’Olanda che campa col porto di Rotterdam si opporrà, ma non si può andare avanti così».
Quanto al Mercosur, gli eurodeputati francesi porteranno l’accordo davanti alla Corte di giustizia. «È già successo col Ceta e siamo in regime provvisorio», avverte Prandini, «non vorremmo che questo significasse abbassare la guardia. Noi pretendiamo la reciprocità, la tutela dei prodotti e della salute degli europei e la salvaguardia del reddito degli agricoltori. La Von der Leyen che parla continuamente di sicurezza per giustificare le spese militari si convinca che la prima sicurezza è quella alimentare».
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La Commissione vuole gli euro-Bond: è pronta a creare un’agenzia d’intelligence al servizio (segreto) della von der Leyen, per rafforzare i poteri limitati di cui l’organizzazione dispone oggi. I funzionari borbottano. La giustificazione? La solita: Putin.Coldiretti catechizza gli eurodeputati e annuncia proteste contro il bilancio per la Pac.Lo speciale contiene due articoli.Al servizio segreto di sua maestà. Che non è Carlo III, bensì Ursula von der Leyen. La notizia l’ha diffusa nella mattinata di ieri il Financial Times e, subito dopo, l’hanno confermata direttamente da Bruxelles: la Commissione vuole reclutare personale distaccato dalle agenzie di intelligence nazionali, per fondare una nuova unità di 007 alle dipendenze della presidente dell’Ue. Il quotidiano britannico, a quanto pare, lo ha saputo prima che ne fossero informati gli stessi Stati membri. Un funzionario dell’esecutivo europeo ha spiegato che si sta «esaminando come rafforzare le capacità di sicurezza e intelligence» e che «la creazione di una cellula dedicata all’interno del Segretariato generale è in fase di valutazione». La proposta «si baserebbe sulle competenze già esistenti nella Commissione» e implicherebbe una «stretta cooperazione con i servizi competenti del Seae», l’ufficio che sostiene l’attività dell’Alto rappresentante per gli Affari esteri dell’Unione.Il piano di Ursula, osteggiato proprio dagli alti dirigenti del Seae, potrebbe però comportare un radicale cambiamento di prospettiva, dotando l’Europa di un’autentica agenzia di intelligence, che essa ad oggi non possiede. Intcen (il Centro di situazione e di intelligence dell’Unione europea) opera all’interno del Servizio per l’azione esterna, limitandosi a raccogliere le informazioni trasmesse volontariamente dai Paesi membri, che poi vengono analizzate per produrre valutazioni strategiche. Niente operazioni sul campo; niente James Bond oltre le linee nemiche.Già in questa veste, l’Ue incontra diversi ostacoli. Nonostante siano partner, gli Stati - la Francia in particolare - sono tradizionalmente restii a condividere conoscenze sensibili. E le fratture che sono state aggravate dal conflitto in Ucraina con le nazioni riluttanti ad aiutare Kiev, tipo l’Ungheria, rendono la cooperazione ancor più faticosa. Al di là dei proclami sul multilateralismo, l’impasse è frutto della reale condizione del sistema internazionale: uno scacchiere nel quale vige l’anarchia e in cui nessuno può fare affidamento fino in fondo nemmeno sull’alleato più stretto. Non è chiaro fin dove voglia spingersi la Von der Leyen. La Commissione, ieri, non ha fornito grossi dettagli sull’operazione. Ma il tenore dei pretesti addotti per giustificarla induce a sospettare che le ambizioni siano alte. «Ci troviamo in un contesto geopolitico e geoeconomico difficile», ha ricordato il portavoce di Bruxelles, Balazs Ujvari. Dalla Russia con amore: la minaccia di Vladimir Putin è l’ombrello che copre qualunque iniziativa si prenda in Europa, dal riarmo, alla fondazione di un servizio segreto, alla costituzione di un centro per la lotta alle fake news, come quello lanciato ieri dall’esecutivo. La futura organizzazione cui sta lavorando l’esecutivo, ha aggiunto il burocrate, «rafforzerà le competenze già esistenti all’interno della Commissione e, ad esempio, svolgerà un ruolo chiave nella preparazione dei collegi per la sicurezza», ossia gli istituti di formazione nel campo della difesa. «Sarà un’iniziativa complementare», ha concluso Ujvari. «Integrerà il lavoro della Direzione per la sicurezza della Commissione e collaborerà strettamente con i rispettivi servizi del Seae». La squadra speciale di Ursula «sarà una cellula molto piccola». Con licenza di uccidere?Facezie a parte, la vera domanda riguarda i poteri e il raggio d’azione della nuova entità. Non è impresa banale definire un accordo politico e un quadro giuridico entro cui degli agenti possano compiere missioni e raccogliere informazioni a nome dell’Ue. Quale sarebbe l’oggetto delle ricerche? Soltanto le presunte attività sovversive di Mosca? O l’intelligence dovrebbe saggiare anche la lealtà dei Paesi membri all’Unione, magari verificando se Viktor Orbán o lo slovacco Robert Fico tramano per indebolire il fronte pro Ucraina? I cittadini potrebbero diventare oggetto di sorveglianza? Capitò già agli statunitensi, spiati dalla National security agency, la quale almeno rispondeva a una struttura di potere sottoposta a controlli democratici. Cos’ha in mente la Commissione? Spera di agire di sua iniziativa? Oppure di trasformare il contributo degli Stati da volontario a obbligatorio, cooptando il loro personale? Le questioni cruciali non possono essere evase in quattro e quattr’otto, con qualche frase di circostanza sui pericoli del «contesto geopolitico e geoeconomico». L’imperialismo dello zar non è un salvacondotto universale. Se a Bruxelles hanno deciso - e sarebbe persino comprensibile - di consolidare le capacità di gestire la guerra ibrida, ce lo dicano chiaro e tondo. Anche per capire bene chi è il nemico: i russi, o gli europei che contestano Ursula?Siccome si vive solo due volte, la svolta della Von der Leyen è arrivata al secondo mandato: alla fine, la tedesca ha varato gli euro Bond. 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La Coldiretti ha consegnato a tutti i parlamentari - già per conto loro sono sul piede di guerra contro lo schema proposto dalla Von der Leyen - un dossier in cui si dice che la mediazione avanzata dalla Commissione è sostanzialmente «una presa in giro, perché il 10% di aumento dei fondi agricoli promessi non è per gli agricoltori, ma si spalma su indefiniti progetti per le comunità».Codiretti ha fatto i conti: la Pac è morta. A fronte di un bilancio europeo che aumenta a 2.000 miliardi, i contribuiti agricoli, che pesavano circa per il 35%, ora non arrivano al 14% e per di più sono distribuiti attraverso un fondo unico nazionale, «che deresponsabilizza del tutto Bruxelles rispetto alla politiche agricole». L’Italia peraltro è il Paese più penalizzato: se il taglio per gli altri si aggira attorno al 17%, per l’Italia arriva a oltre il 25%.«Stiamo operando», ha dichiarato Prandini, «con i parlamentari europei e in particolare con i popolari che esprimono la Von der Leyen e con i quali lei stessa cerca di venire a un compromesso, perché rispettino le promesse elettorali: l’agricoltura, hanno detto, è il primo pilastro dell’Europa, ma questa Commissione, la peggiore con cui ci siamo dovuti confrontare, si sta disimpegnando dall’agricoltura». La Von der Leyen sta affamando l’Europa «perché fa l’esatto contrario di Stati Uniti, Cina, Africa, che puntano tutto sulla risorsa agricola. Gli investimenti degli Usa sono cinque volte superiori a quelli europei». In più c’è la pessima gestione degli accordi commerciali. «Un tempo», sostengono Prandini e Gesmundo, «sapevamo che i prodotti agricoli venivano usati come merce di scambio diplomatica, ma oggi Von der Leyen si deve rendere conto che l’agroalimentare è la prima voce dell’export europeo». Per cui bisogna riaprire la partita dei dazi con gli Usa, ma non solo. «Non ho sentito dire nulla», sostiene il presidente di Coldiretti, «sulla Cina che ha posto un dazio del tutto immotivato del 63% sulle carni di maiale; a dicembre scade l’accordo sul vino in Usa e non sappiamo se l’Ue andrà da Trump a chiedere di ripristinare il dazio zero, visto che i superalcolici americani non sono stati tassati». Torna la questione delle reciprocità: pari qualità, pari salubrità, pari oneri. «Col Ceta», spiega Prandini, «stiamo importando oltre il 25% del grano che ci serve dal Canada che usa i disseccanti vietati in Europa, siamo invasi dal riso del Myanmar coltivato dai bambini, il Brasile a cui spalanchiamo le porte col Mercosur gonfia vitelli e polli con anabolizzanti e antibiotici. Non è possibile che le nostre imprese siano sottoposte a vincoli stringenti e che si faccia poi entrare merce che mina la salute dei cittadini, che ci fa dumping senza alcun controllo. Anche per questo chiediamo l’Agenzia europea delle dogane e che abbia sede in Italia. Il nostro governo ha già avanzato la richiesta, so che anche la Francia vuole le dogane, ma noi abbiamo le carte in regola perché siamo i più rigorosi. Certo, l’Olanda che campa col porto di Rotterdam si opporrà, ma non si può andare avanti così».Quanto al Mercosur, gli eurodeputati francesi porteranno l’accordo davanti alla Corte di giustizia. «È già successo col Ceta e siamo in regime provvisorio», avverte Prandini, «non vorremmo che questo significasse abbassare la guardia. Noi pretendiamo la reciprocità, la tutela dei prodotti e della salute degli europei e la salvaguardia del reddito degli agricoltori. La Von der Leyen che parla continuamente di sicurezza per giustificare le spese militari si convinca che la prima sicurezza è quella alimentare».
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.