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2024-02-13
L’eutanasia spacca le roccaforti Pd
Eugenio Giani e Stefano Bonaccini (Ansa)
L’ex bomber di Campogalliano pensava di essere riuscito a dribblare tutti. Per evitare di venir battuto in consiglio regionale con i voti dei cattolici dem, Stefano Bonaccini in pochi giorni ha approvato il fine vita all’emiliano-romagnola. La sua Regione è la prima ad avere tempi e procedure certe: passeranno non più di 42 giorni dalla richiesta del suicidio medicalmente assistito alla risposta istituzionale. Ci sono le linee di indirizzo. E soprattutto un’apposita delibera. Delibera, appunto. Non legge. Quella che doveva essere discussa oggi in Aula. Ma la giunta ha deciso da sé, temendo che la maggioranza andasse in frantumi. Com’è già successo in Veneto, del resto: la legge sul fine vita è stata respinta grazie all’astensione di Anna Maria Bigon, piddina renitente.
Ecco, Bonaccini pensava di aver scansato polemici e refrattari. Lungi da riconoscergli l’abilità del gesto, mezzo Pd prende però debita distanza. Con un certo imbarazzo, tra l’altro. L’eutanasia spacca perfino le roccaforti dem. Eugenio Giani, governatore della confinante Toscana, entra in scivolata: «Finora non abbiamo avuto bisogno di una legge» spiega. Nella sua Regione, dettaglia, ci sono stati due casi dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2019. «Finché riusciamo a gestire tutto come abbiamo fatto finora, non vedo perché cacciarmi in un dibattito divisivo», infierisce Giani. «Secondo me, il surriscaldarsi del clima potrebbe portare a crociate sui singoli casi. Per ora, invece, quello che è successo si è sempre fatto serenamente, senza grandi casi polemici». Insomma: la Toscana non seguirà l’esempio.
Una critica, nemmeno tanto velata, al protagonismo del collega. Ma anche un campionissimo dei diritti civili come Beppe Sala, non sembra entusiasta: «Non possiamo immaginare che il fine vita sia ammesso in Emilia-Romagna e non in Lombardia». Dunque deve occuparsene il governo, compendia il sindaco di Milano.
Paradossalmente, la mandrakata di Bonaccini non piace nemmeno al più indomito vessillifero della causa: Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, colui che accompagnò dj Fabo a morire in Svizzera. L’ex radicale taccia il governatore di pavidità. «Sarebbe grave se un Consiglio regionale non si assumesse la responsabilità di votare la legge per paura di perdere». Esattamente quello che è successo. «Ciò che cambia è la natura giuridica dell’atto. La legge crea un diritto alla persona che soffre, le linee di indirizzo no». Concetto già ribadito a Michele Emiliano, altro governatore piddino. La sua Puglia è stata la prima Regione ad approvare una delibera di giunta sul suicidio medicalmente assistito. Ma ora Cappato, con un’accorata missiva, chiede di passare dalle parole ai fatti. Sollecito a cui Emiliano ha indirettamente risposto con un’intervista sul Corriere: «Tra le proposte di legge rilanciate da Schlein c’è quella per assicurare un fine vita dignitoso. Il dibattito che si è riacceso in Veneto sia un’occasione per discutere di questo tema a livello nazionale». Pure in Puglia, quindi, nessun impeto emulativo.
I distinguo non sono arrivati solo dai compagni, ovviamente. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, non cita il dispositivo regionale ma si dimostra molto scettico perfino sulla sua fondatezza: «Gli impianti giuridici che stabiliscono il diritto alla morte sono degli inganni e sono di dubbia validità. La questione non è tanto confessionale, quanto laica. L’umanesimo su cui si basa la nostra società ci porta a concludere che esisterà sempre e solo un diritto alla cura». Il presidente della Cei, quindi, aggiunge: «La sofferenza la si affronta cancellando il dolore e non spegnendo la vita. Quest’ultima va protetta con cure adeguate che diano dignità fino alla fine e che siano mera prestazione sanitaria».
Il diritto alla morte è un inganno, sintetizza il presidente della Cei. Bonaccini ribadisce la stima per l’arcivescovo e «il rispetto per ogni opinione». Dopo aver gettato il sasso, nasconde però la mano: «Con la nostra delibera applichiamo una sentenza della Consulta. Ora tocca al Parlamento fare una legge nazionale sul fine vita», dice il governatore. Già, il Parlamento: tutti guardano alle Aule romane per trovare una via d’uscita (positiva, per i fan) alla dolce morte. E la manovra a tenaglia su deputati e senatori l’ha resa palese ieri Marta Cartabia, presidente emerito della Corte costituzionale, affermando: «Noi ci siamo abituati o rassegnati al fatto che molte sentenze della Corte costituzionale non abbiano un seguito nel legislatore. È una rassegnazione che andrebbe riconsiderata e che i presidenti della Corte più volte hanno segnalato. Ed è una anomalia che può essere considerata uno sgarbo istituzionale non tollerabile». Insomma, la Consulta dice: noi abbiamo tratteggiato la strada da seguire. Sull’eutanasia, ora deve legiferare in questo senso il Parlamento. Forza Italia, intanto, annuncia ricorso al Tar: «La segretaria democratica Elly Schlein commissaria di fatto l’assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna». Lo schema bonacciniano, in definitiva. Un audace dribbling politico. Fischiato perfino dagli indispettiti compagni di squadra.
Fine vita, cattodem e M5s contro Bonaccini
La decisione di Stefano Bonaccini, presidente pd dell’Emilia-Romagna, di stabilire attraverso una delibera di giunta e delle linee di indirizzo per le Asl il percorso per Il suicidio medicalmente assistito entro 42 giorni dalla richiesta, finisce per scontentare tutti, sia i favorevoli che i contrari all’eutanasia. Il sospetto che Bonaccini abbia voluto aggirare l’iter previsto per l’approvazione di una legge regionale, per non incappare in una bocciatura come accaduto a Luca Zaia in Veneto, aleggia su tutta la vicenda: «Le sentenze si applicano», ha detto ieri Bonaccini, «c’è stata una sentenza della Corte costituzionale, vorrei non lo dimenticasse nessuno, questa va applicata e su questo principio non vedo chi possa eccepire, visto che siamo tutti per il principio di legalità e di rispetto delle sentenze».
Il tema, però, è tutto politico: perché ricorrere a una delibera di giunta, quando proprio oggi approda in Aula la legge regionale sull’argomento? A pensar male si fa peccato, ma la sensazione è che l’iter per la discussione in Consiglio regionale sarà allungato il più possibile per evitare che il centrodestra, insieme ai cattolici dem, riesca a bocciare la proposta di legge.
Per comprendere quanto sia scivoloso il crinale sul quale si tiene in (precario) equilibrio Bonaccini, basta ascoltare Giuseppe Paruolo, consigliere regionale del Pd, già in passato critico sulle posizioni di Elly Schlein sulla maternità surrogata: «Come noto», ha sottolineato Paruolo, «sono contrario al suicidio medicalmente assistito anche se rispetto chi ha pareri diversi. Credo che il Parlamento sia in grave ritardo a legiferare su questo argomento, come credo che le norme scritte nella sentenza della Corte costituzionale, anche se uno non le condivide, siano da rispettare. Cosa farò quando il testo arriverà in Aula? Non è un segreto che il mio voto sarebbe contrario», ha aggiunto Paruolo, «però non so dire quale possa essere la tempistica di trattazione di questa proposta di legge».
La tempistica si annuncia assai lunga, come ha fatto intendere ieri lo stesso Bonaccini: «Domani (oggi, ndr) in aula», ha spiegato il presidente dell’Emilia-Romagna, «inizia un percorso procedurale che prevede la presa in carico, come sempre, del progetto di legge secondo le prassi e lo statuto regionale. Quindi l’Aula si farà carico del procedimento, io sono sempre molto rispettoso di quello che l’Aula valuterà andando, immagino, prima in commissione e poi procederà. A chi teme tempi lunghi dico, però, che qui la risposta nel frattempo noi l’abbiamo data e ci siamo presi la responsabilità mettendo le nostre strutture sanitarie nelle condizioni di garantire un diritto del malato che è sancito dalla sentenza della Corte costituzionale, per non lasciare sole tante famiglie. Abbiamo istituto il Corec», ha detto ancora Bonaccini, «che è il Comitato regionale per l’etica nella clinica, tra i cui compiti ci sono la consulenza etica sui singoli casi, l’espressione dei pareri non vincolanti su singole richieste di suicidio medicalmente assistito e aspetti bioetici connessi ad attività sanitarie e sociosanitarie. Abbiamo inviato alle aziende sanitarie linee guida con indicazioni operative per la gestione dei singoli casi, con l’aiuto di apposite commissioni di area vasta».
La delibera della giunta di Bonaccini sarà oggetto di un ricorso al Tar, annunciato dalla capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale, Valentina Castaldini, mentre le opposizioni presenteranno una risoluzione per un parere dell’Avvocatura di Stato. «Io ho grande rispetto dell’ipotesi di ricorrere al Tar», ha commentato Bonaccini, «dalla Castaldini mi aspetto altrettanta solerzia visto che il suo partito sta governando il Paese, che l’appello lo faccia al Parlamento e al suo governo. E anche qui non ho nulla da replicare perché siamo per fortuna in una democrazia nella quale ognuno ha il diritto di ricorrere a tutte le forme che prevedono ricorsi rispetto a scelte che un’istituzione può fare. Ho grande rispetto di qualsiasi scelta che la consigliera e l’opposizione vorranno fare; noi siamo convinti di avere ragioni molto solide, altrimenti non avremo fatto quello che abbiamo fatto».
La Verità ha cercato di avere qualche parere da esponenti di vertice della componente cattolica del Pd, ma stavolta invano. Eppure, quando poche settimane fa il consigliere regionale dem del Veneto, Anna Maria Bigon, dopo essersi astenuta in dissenso dal gruppo sulla legge sul fine vita contribuendo ad affossarla, è stata sollevata dall’incarico di vicesegretario del partito a Verona, in molti, a partire da Graziano Delrio, si erano schierati pubblicamente a sua difesa. Stavolta è diverso, probabilmente per il peso politico di Bonaccini che, dopo aver sfidato (perdendo) la Schlein alle primarie, ha stretto un accordo con la segretaria e potrebbe candidarsi alle Europee.
Intanto, come dicevamo, Bonaccini dovrà vedersela anche con il M5s: «Se Bonaccini è davvero favorevole, come dice, all’approvazione della legge popolare sul fine vita», ha attaccato ieri il consigliere regionale pentastellato, Silvia Piccinini, «faccia ricorso all’articolo 33 del regolamento dell’Assemblea legislativa che gli consente di richiedere una procedura d’urgenza per la votazione di un progetto di legge. Basta giocare a nascondino sulla pelle di chi soffre. Domani (oggi, ndr) presenterò un question time per chiedere al presidente Bonaccini se intende avvalersi dei poteri che il nostro regolamento gli concede e, quindi, attivare la procedura d’urgenza».
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La delibera serve a Stefano Bonaccini per aggirare le contrarietà nel suo partito che rendono quanto mai incerta l’approvazione della legge regionale. Ma persino il suo collega Eugenio Giani lo boccia: «In Toscana non lo faremo». Marta Cartabia a gamba tesa: «Parlamento intollerabile».Lo scatto del governatore con la delibera che l’autorizza in Emilia-Romagna spacca il suo partito: il consigliere Giuseppe Paruolo annuncia il «no» alla legge. E i grillini non si fidano dell’iter scelto: «Se è davvero favorevole, usi la procedura d’urgenza e venga in Aula».Lo speciale contiene due articoli.L’ex bomber di Campogalliano pensava di essere riuscito a dribblare tutti. Per evitare di venir battuto in consiglio regionale con i voti dei cattolici dem, Stefano Bonaccini in pochi giorni ha approvato il fine vita all’emiliano-romagnola. La sua Regione è la prima ad avere tempi e procedure certe: passeranno non più di 42 giorni dalla richiesta del suicidio medicalmente assistito alla risposta istituzionale. Ci sono le linee di indirizzo. E soprattutto un’apposita delibera. Delibera, appunto. Non legge. Quella che doveva essere discussa oggi in Aula. Ma la giunta ha deciso da sé, temendo che la maggioranza andasse in frantumi. Com’è già successo in Veneto, del resto: la legge sul fine vita è stata respinta grazie all’astensione di Anna Maria Bigon, piddina renitente.Ecco, Bonaccini pensava di aver scansato polemici e refrattari. Lungi da riconoscergli l’abilità del gesto, mezzo Pd prende però debita distanza. Con un certo imbarazzo, tra l’altro. L’eutanasia spacca perfino le roccaforti dem. Eugenio Giani, governatore della confinante Toscana, entra in scivolata: «Finora non abbiamo avuto bisogno di una legge» spiega. Nella sua Regione, dettaglia, ci sono stati due casi dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2019. «Finché riusciamo a gestire tutto come abbiamo fatto finora, non vedo perché cacciarmi in un dibattito divisivo», infierisce Giani. «Secondo me, il surriscaldarsi del clima potrebbe portare a crociate sui singoli casi. Per ora, invece, quello che è successo si è sempre fatto serenamente, senza grandi casi polemici». Insomma: la Toscana non seguirà l’esempio.Una critica, nemmeno tanto velata, al protagonismo del collega. Ma anche un campionissimo dei diritti civili come Beppe Sala, non sembra entusiasta: «Non possiamo immaginare che il fine vita sia ammesso in Emilia-Romagna e non in Lombardia». Dunque deve occuparsene il governo, compendia il sindaco di Milano.Paradossalmente, la mandrakata di Bonaccini non piace nemmeno al più indomito vessillifero della causa: Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, colui che accompagnò dj Fabo a morire in Svizzera. L’ex radicale taccia il governatore di pavidità. «Sarebbe grave se un Consiglio regionale non si assumesse la responsabilità di votare la legge per paura di perdere». Esattamente quello che è successo. «Ciò che cambia è la natura giuridica dell’atto. La legge crea un diritto alla persona che soffre, le linee di indirizzo no». Concetto già ribadito a Michele Emiliano, altro governatore piddino. La sua Puglia è stata la prima Regione ad approvare una delibera di giunta sul suicidio medicalmente assistito. Ma ora Cappato, con un’accorata missiva, chiede di passare dalle parole ai fatti. Sollecito a cui Emiliano ha indirettamente risposto con un’intervista sul Corriere: «Tra le proposte di legge rilanciate da Schlein c’è quella per assicurare un fine vita dignitoso. Il dibattito che si è riacceso in Veneto sia un’occasione per discutere di questo tema a livello nazionale». Pure in Puglia, quindi, nessun impeto emulativo.I distinguo non sono arrivati solo dai compagni, ovviamente. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, non cita il dispositivo regionale ma si dimostra molto scettico perfino sulla sua fondatezza: «Gli impianti giuridici che stabiliscono il diritto alla morte sono degli inganni e sono di dubbia validità. La questione non è tanto confessionale, quanto laica. L’umanesimo su cui si basa la nostra società ci porta a concludere che esisterà sempre e solo un diritto alla cura». Il presidente della Cei, quindi, aggiunge: «La sofferenza la si affronta cancellando il dolore e non spegnendo la vita. Quest’ultima va protetta con cure adeguate che diano dignità fino alla fine e che siano mera prestazione sanitaria».Il diritto alla morte è un inganno, sintetizza il presidente della Cei. Bonaccini ribadisce la stima per l’arcivescovo e «il rispetto per ogni opinione». Dopo aver gettato il sasso, nasconde però la mano: «Con la nostra delibera applichiamo una sentenza della Consulta. Ora tocca al Parlamento fare una legge nazionale sul fine vita», dice il governatore. Già, il Parlamento: tutti guardano alle Aule romane per trovare una via d’uscita (positiva, per i fan) alla dolce morte. E la manovra a tenaglia su deputati e senatori l’ha resa palese ieri Marta Cartabia, presidente emerito della Corte costituzionale, affermando: «Noi ci siamo abituati o rassegnati al fatto che molte sentenze della Corte costituzionale non abbiano un seguito nel legislatore. È una rassegnazione che andrebbe riconsiderata e che i presidenti della Corte più volte hanno segnalato. Ed è una anomalia che può essere considerata uno sgarbo istituzionale non tollerabile». Insomma, la Consulta dice: noi abbiamo tratteggiato la strada da seguire. Sull’eutanasia, ora deve legiferare in questo senso il Parlamento. Forza Italia, intanto, annuncia ricorso al Tar: «La segretaria democratica Elly Schlein commissaria di fatto l’assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna». Lo schema bonacciniano, in definitiva. Un audace dribbling politico. Fischiato perfino dagli indispettiti compagni di squadra.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eutanasia-spacca-roccaforti-pd-2667267004.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fine-vita-cattodem-e-m5s-contro-bonaccini" data-post-id="2667267004" data-published-at="1707803461" data-use-pagination="False"> Fine vita, cattodem e M5s contro Bonaccini La decisione di Stefano Bonaccini, presidente pd dell’Emilia-Romagna, di stabilire attraverso una delibera di giunta e delle linee di indirizzo per le Asl il percorso per Il suicidio medicalmente assistito entro 42 giorni dalla richiesta, finisce per scontentare tutti, sia i favorevoli che i contrari all’eutanasia. Il sospetto che Bonaccini abbia voluto aggirare l’iter previsto per l’approvazione di una legge regionale, per non incappare in una bocciatura come accaduto a Luca Zaia in Veneto, aleggia su tutta la vicenda: «Le sentenze si applicano», ha detto ieri Bonaccini, «c’è stata una sentenza della Corte costituzionale, vorrei non lo dimenticasse nessuno, questa va applicata e su questo principio non vedo chi possa eccepire, visto che siamo tutti per il principio di legalità e di rispetto delle sentenze». Il tema, però, è tutto politico: perché ricorrere a una delibera di giunta, quando proprio oggi approda in Aula la legge regionale sull’argomento? A pensar male si fa peccato, ma la sensazione è che l’iter per la discussione in Consiglio regionale sarà allungato il più possibile per evitare che il centrodestra, insieme ai cattolici dem, riesca a bocciare la proposta di legge. Per comprendere quanto sia scivoloso il crinale sul quale si tiene in (precario) equilibrio Bonaccini, basta ascoltare Giuseppe Paruolo, consigliere regionale del Pd, già in passato critico sulle posizioni di Elly Schlein sulla maternità surrogata: «Come noto», ha sottolineato Paruolo, «sono contrario al suicidio medicalmente assistito anche se rispetto chi ha pareri diversi. Credo che il Parlamento sia in grave ritardo a legiferare su questo argomento, come credo che le norme scritte nella sentenza della Corte costituzionale, anche se uno non le condivide, siano da rispettare. Cosa farò quando il testo arriverà in Aula? Non è un segreto che il mio voto sarebbe contrario», ha aggiunto Paruolo, «però non so dire quale possa essere la tempistica di trattazione di questa proposta di legge». La tempistica si annuncia assai lunga, come ha fatto intendere ieri lo stesso Bonaccini: «Domani (oggi, ndr) in aula», ha spiegato il presidente dell’Emilia-Romagna, «inizia un percorso procedurale che prevede la presa in carico, come sempre, del progetto di legge secondo le prassi e lo statuto regionale. Quindi l’Aula si farà carico del procedimento, io sono sempre molto rispettoso di quello che l’Aula valuterà andando, immagino, prima in commissione e poi procederà. A chi teme tempi lunghi dico, però, che qui la risposta nel frattempo noi l’abbiamo data e ci siamo presi la responsabilità mettendo le nostre strutture sanitarie nelle condizioni di garantire un diritto del malato che è sancito dalla sentenza della Corte costituzionale, per non lasciare sole tante famiglie. Abbiamo istituto il Corec», ha detto ancora Bonaccini, «che è il Comitato regionale per l’etica nella clinica, tra i cui compiti ci sono la consulenza etica sui singoli casi, l’espressione dei pareri non vincolanti su singole richieste di suicidio medicalmente assistito e aspetti bioetici connessi ad attività sanitarie e sociosanitarie. Abbiamo inviato alle aziende sanitarie linee guida con indicazioni operative per la gestione dei singoli casi, con l’aiuto di apposite commissioni di area vasta». La delibera della giunta di Bonaccini sarà oggetto di un ricorso al Tar, annunciato dalla capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale, Valentina Castaldini, mentre le opposizioni presenteranno una risoluzione per un parere dell’Avvocatura di Stato. «Io ho grande rispetto dell’ipotesi di ricorrere al Tar», ha commentato Bonaccini, «dalla Castaldini mi aspetto altrettanta solerzia visto che il suo partito sta governando il Paese, che l’appello lo faccia al Parlamento e al suo governo. E anche qui non ho nulla da replicare perché siamo per fortuna in una democrazia nella quale ognuno ha il diritto di ricorrere a tutte le forme che prevedono ricorsi rispetto a scelte che un’istituzione può fare. Ho grande rispetto di qualsiasi scelta che la consigliera e l’opposizione vorranno fare; noi siamo convinti di avere ragioni molto solide, altrimenti non avremo fatto quello che abbiamo fatto». La Verità ha cercato di avere qualche parere da esponenti di vertice della componente cattolica del Pd, ma stavolta invano. Eppure, quando poche settimane fa il consigliere regionale dem del Veneto, Anna Maria Bigon, dopo essersi astenuta in dissenso dal gruppo sulla legge sul fine vita contribuendo ad affossarla, è stata sollevata dall’incarico di vicesegretario del partito a Verona, in molti, a partire da Graziano Delrio, si erano schierati pubblicamente a sua difesa. Stavolta è diverso, probabilmente per il peso politico di Bonaccini che, dopo aver sfidato (perdendo) la Schlein alle primarie, ha stretto un accordo con la segretaria e potrebbe candidarsi alle Europee. Intanto, come dicevamo, Bonaccini dovrà vedersela anche con il M5s: «Se Bonaccini è davvero favorevole, come dice, all’approvazione della legge popolare sul fine vita», ha attaccato ieri il consigliere regionale pentastellato, Silvia Piccinini, «faccia ricorso all’articolo 33 del regolamento dell’Assemblea legislativa che gli consente di richiedere una procedura d’urgenza per la votazione di un progetto di legge. Basta giocare a nascondino sulla pelle di chi soffre. Domani (oggi, ndr) presenterò un question time per chiedere al presidente Bonaccini se intende avvalersi dei poteri che il nostro regolamento gli concede e, quindi, attivare la procedura d’urgenza».
Poi le Forze di difesa israeliane avevano provveduto a inviarne un altro, ma con uno stile diverso e decisamente più piccolo, insieme a un messaggio di scuse e alla promessa di una punizione per il soldato colpevole del gesto.
Eppure la comunità di Debel voleva il Crocifisso che, per tanto tempo, l’aveva vegliata dall’alto. Oppure uno che gli assomigliasse almeno un po’. E così sono intervenuti i militari italiani che operano con Unifil. Sono entrati nel villaggio e hanno percorso una piccola via Crucis, passando dalla chiesa locale, dove il Cristo ha ricevuto la benedizione del nunzio apostolico, per poi essere posizionato là dove era stato distrutto. «Le immagini della consegna della statua alla comunità e del suo posizionamento, nello stesso luogo dove si trovava la statua distrutta pochi giorni fa da un soldato dell’Idf, riempiono il cuore e rappresentano un potente messaggio di speranza, dialogo e pace», ha detto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Donare una nuova statua di Cristo crocifisso, che era stata vergognosamente sfregiata e profanata, significa affermare valori che vanno oltre ogni divisione: la dignità della persona, la convivenza tra culture e religioni, la tutela dei simboli della fede, l’attenzione per le comunità cristiane». Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha invece notato come «l’uniforme dei militari italiani non è mai sinonimo di sopraffazione: è vicinanza, dialogo e sostegno. Le donne e gli uomini delle nostre forze armate portano ogni giorno nel mondo l’immagine migliore dell’Italia». Proprio mentre veniva riposizionato il Crocifisso, gli abitanti di Debel hanno scritto che «dopo la croce viene la resurrezione. Ciò che alcuni consideravano debolezza, è diventato la nostra forza. La croce è stata e rimarrà la nostra protettrice, la nostra speranza e il segno della nostra salvezza». Ed è proprio così. I cristiani libanesi, ma più in generale mediorientali, sanno bene come la pietra scartata dai costruttori sia diventata quella angolare. Quella che tutto regge. E che non può essere eliminata attraverso i colpi di martello o con l’occupazione. Lo sa bene il Patriarcato di Gerusalemme, che ha avviato alcune azioni legali contro i coloni in alcune aree in Cisgiordania. La Chiesa di Gerusalemme ha dichiarato che si tratta di una «chiara violazione» delle sue proprietà. E che «la tutela dei beni ecclesiastici di proprietà della Chiesa è un principio imprescindibile e continuerà ad adottare tutte le misure legali e amministrative necessarie per proteggerne la sacralità, preservarne l’identità ecclesiale, difenderne i diritti legittimi». Ancora una volta, la croce resta salda mentre il mondo gira.
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Un gruppo di soldati degli Alpini sfila davanti a una parata durante l'Adunata Nazionale Alpini del 2019 (Getty Images)
Benvenuta una campionessa del progressismo cosmico che ha presenti i danni delle okkupazioni studentesche, degli sfinenti cortei pro Pal, delle manifestazioni che virano nella violenza degli antagonisti. Poi leggi meglio e scopri che quello di Lorena Lucattini, ex candidata di Avs e funzionaria della Procura di Genova, non è un’illuminazione divina volta al bene della sua città. No, per lei la pagliacciata è la sfilata gli Alpini prevista il 10 maggio.
Travolta da una disturbante miopia ideologica che le fa guardare la pagliuzza dimenticandosi la trave, la signora - che immaginiamo eccitata all’idea di partecipare a un flash mob pro utero in affitto o a un blocco stradale di Ultima Generazione - proprio non sopporta l’idea che le penne nere abbiano scelto per la sesta volta Genova per l’Adunata nazionale. Vale la pena ricordarle che si ripete ogni anno dal 1920 nelle città italiane per commemorare i caduti della prima guerra mondiale (magari c’era pure suo nonno) e per testimoniare quella simbiosi di sangue, orgoglio, identità nazionale che costituisce il sacro di una tradizione quasi centenaria. Solo la Seconda guerra mondiale, un Giubileo e la pandemia avevano fermato l’evento; ora ci prova lady Lucattini, funzionaria pubblica infastidita al punto da arrivare al disprezzo nei confronti di uno dei corpi più gloriosi del nostro Paese.
I motori del miserevole post sono due: l’incontinenza da social e il clima fetido di questi anni. La prima è un problema individuale, il secondo riguarda tutti noi. Ed è testimoniato da un altro incendio antipatizzante, pochi giorni fa, quando le transfemministe di «Nonunadimeno» avevano bollato gli alpini come «molestatori e maschi tossici», alimentando un odio gratuito subito cavalcato dalla Cgil di Maurizio «Che» Landini. La deriva che stranamente porta la sinistra più tetra a contrapporsi alle penne nere è cominciata quattro anni fa all’Adunata di Rimini. Allora, in piena trance da Me Too all’italiana, politici boldriniani, intellettuali capalbiesi e démi monde arcobaleno avevano aperto il fuoco contro i 400.000 ospiti accusandoli di molestie e catcalling nei confronti di qualche cameriera e hostess. Con Elly Schlein, allora assessora regionale, a tifare per gli arresti di massa: «Per intervenire non servono denunce, questi non sono episodi di ubriachezza ma molestie vere e proprie». Come se dire «Ciao bella» invece che «Bella ciao» fosse un eccesso da Battaglione Azov.
L’adunata degli alpini non è un concerto di musica da camera, una design week milanese (comunque si sniffa zero) e neppure Orticola con le sciure in bici da 2.000 euro. Ma non può essere strumentalizzata per criminalizzare un mondo al quale l’Italia deve dire grazie tutti i giorni. L’alpino è orgoglio nazionale in purezza. Non solo per storico senso del dovere e capacità ineguagliabile in guerra (hanno vinto la Prima e hanno salvato la dignità nazionale con i loro eroismi nella grande tragedia della Seconda guerra mondiale) ma per quotidiani spirito di sacrificio e generosità. Questi uomini e donne mettono a disposizione del Paese milioni di ore di volontariato presentandosi in prima fila davanti alle vittime di un terremoto, di un’alluvione, di una qualsivoglia emergenza a tendere la mano a chi soffre con la gratuità di chi pratica il valore della solidarietà. Qualcosa che non abita più nella sinistra globalista, liquida e liquefatta dalle mode. Molti alpini divennero partigiani; perché l’Anpi a 24 ore dal 25 Aprile non critica il delirio iconoclasta?
L’ex presidente dell’Ana, Massimo Cortesi, ha replicato alla funzionaria radical: «Rispondiamo con i fatti, ovunque gli alpini realizzano un campo lasciano più pulito di prima. Non cerchiamo polemica, portiamo i nostri valori da condividere con tutta la città». Più incisivo il senatore Maurizio Gasparri (Fi): «Il raduno degli Alpini è uno dei momenti più belli della vita italiana. Chi ha avuto la fortuna di assistere a questa adunata ha visto come trasmetta valori, positività e patriottismo. Che una persona candidata con il partito di Fratoianni e Bonelli disprezzi questo evento non mi meraviglia; mi preoccupa che sia anche una funzionaria presso la procura di Genova. In che mani siamo?».
L’attesa dell’adunata è nevrotica: le scuole e due mercati rionali saranno chiusi, invece il «Centro operativo comunale» rimarrà aperto come per le emergenze. È psicosi da penna nera mentre la sindaca Silvia Salis (più a suo agio alle sfilate di Vuitton) tace. Ilaria Cavo, deputata e capogruppo di Noi Moderati, la incalza: «Quando abbiamo bisogno gli alpini ci sono. Perché lei non prende le distanze da quelle parole?». È curioso notare che il consigliere per i Grandi Eventi, Lorenzo Garzarelli, è di Avs come la funzionaria contestatrice, ora subissata di critiche sui suoi profili social. Da Marte, Lucattini non demorde: «Tutti gli alpini o ex alpini che mi stanno insultando sono la dimostrazione di quanto il mio post avesse ragione di essere». A tirare le fila del delirio è Mario Mascia, consigliere genovese di Forza Italia: «Per noi i pagliacci sono ben altri».
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Roberto Saviano (Ansa)
Da sconosciuto cronista di nera, mettendo insieme «trafiletti di cronaca per farne letteratura» (sono parole sue), Saviano si è trasformato in autore di successo, con 10 milioni di copie vendute, un’opera tradotta in 52 lingue e dalla quale è stata tratta una serie televisiva. Tra diritti d’autore e ingaggi tv, il bestseller che «gli ha rovinato la vita» lo ha pure ricoperto d’oro. Nel 2018, su Panorama, Giacomo Amadori provò a fargli i conti in tasca. In totale calcolò che solo i proventi dei contratti con le case editrici e con quelle di produzione cinematografica gli erano valsi 13 milioni di euro, soldi che gli avevano consentito di comprar casa a New York, nell’elegante quartiere di Williamsburg, a Brooklyn. Una vita d’inferno, da esule nella Grande mela. La giornalista americana E. Nina Rothe che lo intervistò nel periodo in cui viveva negli Stati Uniti descrisse la sua vita in prigione nel seguente modo: «Fare la spesa nei negozi italiani su Arthur avenue o fare una passeggiata per conto proprio per le vie di Williamsburg, per lui rappresenta un lusso estremo». Come non capire la sofferenza di uno scrittore costretto a fare il turista a Little Italy, confinato a Manhattan, tra le tende di Zuccotti Park invece di aver la libertà potersi aggirarsi tra il rione Sanità e Forcella? «Cos’è Napoli per lei oggi?», gli chiede la vicedirettrice di Repubblica Annalisa Cuzzocrea. «Napoli è casa, che non ho più. Sognavo di vivere ai quartieri spagnoli», invece - udite, udite - pare abbia trovato casa a Roma, oltre che naturalmente a New York. Così, quando ritorna nel capoluogo campano, Saviano sta male. A colpirlo sarebbe la «napolitude», ovvero la nostalgia che prende chi dopo aver visto la città se ne allontana e finisce per soffrire di un generale malessere a causa della separazione da tanta bellezza. Ma questo non gli impedisce di accusare il capoluogo campano di non averlo apprezzato. «Napoli ha la sindrome del papavero alto, vuole essere lasciata in pace. Non sopporta la visibilità».
E Saviano che sindrome ha? «Sono spezzato», commenta l’uomo simbolo del martirio della libertà di stampa, «Il tempo ti spezza. Il tempo e l’isolamento. Dovermi nascondere come i latitanti. Ed essere contemporaneamente sempre esposto allo sguardo degli altri come quello che non deve sbagliare, non deve cadere». Sarà, ma se uno deve nascondersi, non pubblica l’elenco dei luoghi dove presenterà i suoi libri o i suoi spettacoli. Se uno deve darsi alla latitanza non annuncia sul sito delle case editrici per cui lavora, o su quelli che prevendono i biglietti, le date dei suoi prossimi appuntamenti. La vita in fuga è altra: chi scappa non si fa trovare, non fa certo un comunicato stampa per annunciare dove lo si può rintracciare. E dove si possono comprare i suoi libri.
Ma Saviano è Saviano e con pazienza in questi vent’anni ha costruito il suo mito, accreditando l’idea che a sgominare i clan della camorra sia stato lui. Tempo fa l’attuale capo della polizia, Vittorio Pisani, ex responsabile della squadra mobile di Napoli oltre che colui che arrestò latitanti del calibro di Michele Zagaria e Antonio Iovine, si permise di correggere la biografia dell’eroe anti-cosche, ridimensionando il peso di Gomorra nella lotta alla malavita. Mal gliene incolse. Nonostante avesse messo le manette a centinaia di camorristi, finì in un cono d’ombra durato anni. Perché chi tocca Saviano rischia. Dopo vent’anni da martire, infatti, è diventato un intoccabile. Ne sa qualche cosa anche Matteo Salvini, che avendolo querelato per essere stato definito «ministro della malavita» pur non essendo mai stato accostato alla malavita da alcuna inchiesta si è visto respingere la denuncia. Centinaia di giornalisti finiscono a processo e sono condannati per molto meno. Ma il martire della camorra no. Ormai è protetto da un’aura di sacralità. Odia Gomorra, ma con la riedizione del libro e con la pubblicità gratis garantita da interviste come quella di ieri, si appresta a fatturare altri milioni.
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Si vedono il ministro degli Interni di casa, Laurent Nuñez, un ufficiale della marina francese e una sorridente signora asiatica, Shabana Mahmood, avvocato e figlia di pakistani, ministro degli interni di Sua Maestà, primo dirigente donna musulmano del partito laburista. La signora Mahmood ha appena firmato un nuovo accordo triennale in base al quale il Regno Unito finanzierà la Francia perché eviti al massimo l’attraversamento della Manica da parte dei clandestini e dei mercanti di esseri umani. Insomma, dare tanti soldi in cambio di un aiuto nel contrasto all’immigrazione illegale si può e non è considerato una mancanza di umanità. E stiamo parlando di due delle più antiche democrazie d’Europa.
L’accordo siglato ieri ha una durata di tre anni e prevede nel complesso fondi alla Francia fino a 760 milioni di euro per bloccare barche e barchini diretti in Inghilterra. Un fenomeno che nel 2025 ha visto circa 41.000 persone tentare con successo la traversata, andando a equiparare il record del 2022. I tre quarti dei finanziamenti andranno a rafforzare l’attività di polizia sulla costa francese, con 1.100 uomini in più tra personale militare e di intelligence. Il resto andrà nella sperimentazione di nuovi sistemi per bloccare il traffico illegale di esseri umani e il pagamento sarà legato ai risultati effettivamente ottenuti dalle autorità francesi. Nel nuovo accordo bilaterale sono compresi anche due elicotteri, un numero imprecisato di droni e un nuovo sistema di sorveglianza con le telecamere. La Francia si è impegnata ad aumentare di oltre la metà il numero di agenti lungo la costa, in modo da raggiungere quota 1.400 uomini entro il 2029
Quello firmato ieri, sostituisce l’accordo triennale appena scaduto e aggiunge anche un po’ di soldi. Del resto, il premier Starmer aveva detto che in due anni, da quando è al governo, questo patto di collaborazione con Parigi ha permesso di bloccare 41.000 persone. E ieri ha aggiunto: «Questo accordo storico ci permette di fare di più: intensificare l’intelligence, la sorveglianza e la presenza sul campo per proteggere i confini britannici». Già, perché né in Inghilterra né in Francia, anche a sinistra, «proteggere i confini» non è una bestemmia, ma un obbligo di chi guida lo Stato. Starmer, ovviamente, tiene anche d’occhio i sondaggi e sa che Nigel Farage, con il suo Reform Uk, sta oltre dieci punti sopra il Labour, ultimamente superato anche dai Verdi.
La più soddisfatta e fiduciosa, comunque, è la signora Mahmood, promossa alla guida degli Interni dopo che da sottosegretario alla Giustizia aveva gestito con successo un piano di scarcerazioni mirate per ridurre il sovraffollamento negli istituti di reclusione. «Questo accordo storico impedirà ai migranti illegali di intraprendere il pericoloso viaggio e metterà in prigione i trafficanti di esseri umani», ha riassunto il ministro.
Non che in passato siano state tutte rose e fiori, anzi. Il Regno Unito ha accusato la Francia di fare troppo poco per impedire ai migranti, anche economici, di partire dalle coste francesi. Ed è per questo che Starmer ha insistito sul fatto che si sarebbe impegnato per il rinnovo del trattato di Sandhurst (firmato nel 2018, poi prorogato nel 2023), ma solo a patto di poter fissare sulla carta le condizioni d’incasso dei fondi inglesi da parte del governo francese.
Come ricordava ieri il Guardian, il nuovo accordo non potrà esimere il governo inglese dal vigilare in qualche maniera sui modi a volte un po’ spicci usati dalla polizia francese. Sile Reynoulds, uno dei leader dei volontari di Freedom from torture, ha detto al quotidiano britannico che «adesso pagheremo per le bastonate dei gendarmi francesi, distribuite indiscriminatamente a uomini, donne e bambini sulle spiagge del Nord della Francia», quando queste persone «commettono il solo crimine di cercare salvezza». E c’è anche un’inchiesta in corso dell’Onu su eventuali usi eccessivi della forza.
Al di là delle possibili violenze, però, resta il principio che due Stati devono essere perfettamente liberi di negoziare tra loro su questioni che riguardano la propria sicurezza. E che chi è oggetto della tratta illegale di uomini non è solo una persona che «cerca salvezza», ma si va a cacciare in un sistema criminale che, come i sequestri di persona, finché «paga» non verrà mai debellato. Poi, certo, fa sorridere che in questi giorni una norma magari infelice, come quella che prevedeva incentivi agli avvocati per le «remigrazioni», abbia scatenato un gran dibattito in Italia. E poi una solida democrazia come quella britannica stanzia un bel mucchio di milioni per tenere lontani i clandestini e nessuno ha nulla da eccepire.
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