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2024-02-13
L’eutanasia spacca le roccaforti Pd
Eugenio Giani e Stefano Bonaccini (Ansa)
L’ex bomber di Campogalliano pensava di essere riuscito a dribblare tutti. Per evitare di venir battuto in consiglio regionale con i voti dei cattolici dem, Stefano Bonaccini in pochi giorni ha approvato il fine vita all’emiliano-romagnola. La sua Regione è la prima ad avere tempi e procedure certe: passeranno non più di 42 giorni dalla richiesta del suicidio medicalmente assistito alla risposta istituzionale. Ci sono le linee di indirizzo. E soprattutto un’apposita delibera. Delibera, appunto. Non legge. Quella che doveva essere discussa oggi in Aula. Ma la giunta ha deciso da sé, temendo che la maggioranza andasse in frantumi. Com’è già successo in Veneto, del resto: la legge sul fine vita è stata respinta grazie all’astensione di Anna Maria Bigon, piddina renitente.
Ecco, Bonaccini pensava di aver scansato polemici e refrattari. Lungi da riconoscergli l’abilità del gesto, mezzo Pd prende però debita distanza. Con un certo imbarazzo, tra l’altro. L’eutanasia spacca perfino le roccaforti dem. Eugenio Giani, governatore della confinante Toscana, entra in scivolata: «Finora non abbiamo avuto bisogno di una legge» spiega. Nella sua Regione, dettaglia, ci sono stati due casi dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2019. «Finché riusciamo a gestire tutto come abbiamo fatto finora, non vedo perché cacciarmi in un dibattito divisivo», infierisce Giani. «Secondo me, il surriscaldarsi del clima potrebbe portare a crociate sui singoli casi. Per ora, invece, quello che è successo si è sempre fatto serenamente, senza grandi casi polemici». Insomma: la Toscana non seguirà l’esempio.
Una critica, nemmeno tanto velata, al protagonismo del collega. Ma anche un campionissimo dei diritti civili come Beppe Sala, non sembra entusiasta: «Non possiamo immaginare che il fine vita sia ammesso in Emilia-Romagna e non in Lombardia». Dunque deve occuparsene il governo, compendia il sindaco di Milano.
Paradossalmente, la mandrakata di Bonaccini non piace nemmeno al più indomito vessillifero della causa: Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, colui che accompagnò dj Fabo a morire in Svizzera. L’ex radicale taccia il governatore di pavidità. «Sarebbe grave se un Consiglio regionale non si assumesse la responsabilità di votare la legge per paura di perdere». Esattamente quello che è successo. «Ciò che cambia è la natura giuridica dell’atto. La legge crea un diritto alla persona che soffre, le linee di indirizzo no». Concetto già ribadito a Michele Emiliano, altro governatore piddino. La sua Puglia è stata la prima Regione ad approvare una delibera di giunta sul suicidio medicalmente assistito. Ma ora Cappato, con un’accorata missiva, chiede di passare dalle parole ai fatti. Sollecito a cui Emiliano ha indirettamente risposto con un’intervista sul Corriere: «Tra le proposte di legge rilanciate da Schlein c’è quella per assicurare un fine vita dignitoso. Il dibattito che si è riacceso in Veneto sia un’occasione per discutere di questo tema a livello nazionale». Pure in Puglia, quindi, nessun impeto emulativo.
I distinguo non sono arrivati solo dai compagni, ovviamente. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, non cita il dispositivo regionale ma si dimostra molto scettico perfino sulla sua fondatezza: «Gli impianti giuridici che stabiliscono il diritto alla morte sono degli inganni e sono di dubbia validità. La questione non è tanto confessionale, quanto laica. L’umanesimo su cui si basa la nostra società ci porta a concludere che esisterà sempre e solo un diritto alla cura». Il presidente della Cei, quindi, aggiunge: «La sofferenza la si affronta cancellando il dolore e non spegnendo la vita. Quest’ultima va protetta con cure adeguate che diano dignità fino alla fine e che siano mera prestazione sanitaria».
Il diritto alla morte è un inganno, sintetizza il presidente della Cei. Bonaccini ribadisce la stima per l’arcivescovo e «il rispetto per ogni opinione». Dopo aver gettato il sasso, nasconde però la mano: «Con la nostra delibera applichiamo una sentenza della Consulta. Ora tocca al Parlamento fare una legge nazionale sul fine vita», dice il governatore. Già, il Parlamento: tutti guardano alle Aule romane per trovare una via d’uscita (positiva, per i fan) alla dolce morte. E la manovra a tenaglia su deputati e senatori l’ha resa palese ieri Marta Cartabia, presidente emerito della Corte costituzionale, affermando: «Noi ci siamo abituati o rassegnati al fatto che molte sentenze della Corte costituzionale non abbiano un seguito nel legislatore. È una rassegnazione che andrebbe riconsiderata e che i presidenti della Corte più volte hanno segnalato. Ed è una anomalia che può essere considerata uno sgarbo istituzionale non tollerabile». Insomma, la Consulta dice: noi abbiamo tratteggiato la strada da seguire. Sull’eutanasia, ora deve legiferare in questo senso il Parlamento. Forza Italia, intanto, annuncia ricorso al Tar: «La segretaria democratica Elly Schlein commissaria di fatto l’assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna». Lo schema bonacciniano, in definitiva. Un audace dribbling politico. Fischiato perfino dagli indispettiti compagni di squadra.
Fine vita, cattodem e M5s contro Bonaccini
La decisione di Stefano Bonaccini, presidente pd dell’Emilia-Romagna, di stabilire attraverso una delibera di giunta e delle linee di indirizzo per le Asl il percorso per Il suicidio medicalmente assistito entro 42 giorni dalla richiesta, finisce per scontentare tutti, sia i favorevoli che i contrari all’eutanasia. Il sospetto che Bonaccini abbia voluto aggirare l’iter previsto per l’approvazione di una legge regionale, per non incappare in una bocciatura come accaduto a Luca Zaia in Veneto, aleggia su tutta la vicenda: «Le sentenze si applicano», ha detto ieri Bonaccini, «c’è stata una sentenza della Corte costituzionale, vorrei non lo dimenticasse nessuno, questa va applicata e su questo principio non vedo chi possa eccepire, visto che siamo tutti per il principio di legalità e di rispetto delle sentenze».
Il tema, però, è tutto politico: perché ricorrere a una delibera di giunta, quando proprio oggi approda in Aula la legge regionale sull’argomento? A pensar male si fa peccato, ma la sensazione è che l’iter per la discussione in Consiglio regionale sarà allungato il più possibile per evitare che il centrodestra, insieme ai cattolici dem, riesca a bocciare la proposta di legge.
Per comprendere quanto sia scivoloso il crinale sul quale si tiene in (precario) equilibrio Bonaccini, basta ascoltare Giuseppe Paruolo, consigliere regionale del Pd, già in passato critico sulle posizioni di Elly Schlein sulla maternità surrogata: «Come noto», ha sottolineato Paruolo, «sono contrario al suicidio medicalmente assistito anche se rispetto chi ha pareri diversi. Credo che il Parlamento sia in grave ritardo a legiferare su questo argomento, come credo che le norme scritte nella sentenza della Corte costituzionale, anche se uno non le condivide, siano da rispettare. Cosa farò quando il testo arriverà in Aula? Non è un segreto che il mio voto sarebbe contrario», ha aggiunto Paruolo, «però non so dire quale possa essere la tempistica di trattazione di questa proposta di legge».
La tempistica si annuncia assai lunga, come ha fatto intendere ieri lo stesso Bonaccini: «Domani (oggi, ndr) in aula», ha spiegato il presidente dell’Emilia-Romagna, «inizia un percorso procedurale che prevede la presa in carico, come sempre, del progetto di legge secondo le prassi e lo statuto regionale. Quindi l’Aula si farà carico del procedimento, io sono sempre molto rispettoso di quello che l’Aula valuterà andando, immagino, prima in commissione e poi procederà. A chi teme tempi lunghi dico, però, che qui la risposta nel frattempo noi l’abbiamo data e ci siamo presi la responsabilità mettendo le nostre strutture sanitarie nelle condizioni di garantire un diritto del malato che è sancito dalla sentenza della Corte costituzionale, per non lasciare sole tante famiglie. Abbiamo istituto il Corec», ha detto ancora Bonaccini, «che è il Comitato regionale per l’etica nella clinica, tra i cui compiti ci sono la consulenza etica sui singoli casi, l’espressione dei pareri non vincolanti su singole richieste di suicidio medicalmente assistito e aspetti bioetici connessi ad attività sanitarie e sociosanitarie. Abbiamo inviato alle aziende sanitarie linee guida con indicazioni operative per la gestione dei singoli casi, con l’aiuto di apposite commissioni di area vasta».
La delibera della giunta di Bonaccini sarà oggetto di un ricorso al Tar, annunciato dalla capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale, Valentina Castaldini, mentre le opposizioni presenteranno una risoluzione per un parere dell’Avvocatura di Stato. «Io ho grande rispetto dell’ipotesi di ricorrere al Tar», ha commentato Bonaccini, «dalla Castaldini mi aspetto altrettanta solerzia visto che il suo partito sta governando il Paese, che l’appello lo faccia al Parlamento e al suo governo. E anche qui non ho nulla da replicare perché siamo per fortuna in una democrazia nella quale ognuno ha il diritto di ricorrere a tutte le forme che prevedono ricorsi rispetto a scelte che un’istituzione può fare. Ho grande rispetto di qualsiasi scelta che la consigliera e l’opposizione vorranno fare; noi siamo convinti di avere ragioni molto solide, altrimenti non avremo fatto quello che abbiamo fatto».
La Verità ha cercato di avere qualche parere da esponenti di vertice della componente cattolica del Pd, ma stavolta invano. Eppure, quando poche settimane fa il consigliere regionale dem del Veneto, Anna Maria Bigon, dopo essersi astenuta in dissenso dal gruppo sulla legge sul fine vita contribuendo ad affossarla, è stata sollevata dall’incarico di vicesegretario del partito a Verona, in molti, a partire da Graziano Delrio, si erano schierati pubblicamente a sua difesa. Stavolta è diverso, probabilmente per il peso politico di Bonaccini che, dopo aver sfidato (perdendo) la Schlein alle primarie, ha stretto un accordo con la segretaria e potrebbe candidarsi alle Europee.
Intanto, come dicevamo, Bonaccini dovrà vedersela anche con il M5s: «Se Bonaccini è davvero favorevole, come dice, all’approvazione della legge popolare sul fine vita», ha attaccato ieri il consigliere regionale pentastellato, Silvia Piccinini, «faccia ricorso all’articolo 33 del regolamento dell’Assemblea legislativa che gli consente di richiedere una procedura d’urgenza per la votazione di un progetto di legge. Basta giocare a nascondino sulla pelle di chi soffre. Domani (oggi, ndr) presenterò un question time per chiedere al presidente Bonaccini se intende avvalersi dei poteri che il nostro regolamento gli concede e, quindi, attivare la procedura d’urgenza».
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La delibera serve a Stefano Bonaccini per aggirare le contrarietà nel suo partito che rendono quanto mai incerta l’approvazione della legge regionale. Ma persino il suo collega Eugenio Giani lo boccia: «In Toscana non lo faremo». Marta Cartabia a gamba tesa: «Parlamento intollerabile».Lo scatto del governatore con la delibera che l’autorizza in Emilia-Romagna spacca il suo partito: il consigliere Giuseppe Paruolo annuncia il «no» alla legge. E i grillini non si fidano dell’iter scelto: «Se è davvero favorevole, usi la procedura d’urgenza e venga in Aula».Lo speciale contiene due articoli.L’ex bomber di Campogalliano pensava di essere riuscito a dribblare tutti. Per evitare di venir battuto in consiglio regionale con i voti dei cattolici dem, Stefano Bonaccini in pochi giorni ha approvato il fine vita all’emiliano-romagnola. La sua Regione è la prima ad avere tempi e procedure certe: passeranno non più di 42 giorni dalla richiesta del suicidio medicalmente assistito alla risposta istituzionale. Ci sono le linee di indirizzo. E soprattutto un’apposita delibera. Delibera, appunto. Non legge. Quella che doveva essere discussa oggi in Aula. Ma la giunta ha deciso da sé, temendo che la maggioranza andasse in frantumi. Com’è già successo in Veneto, del resto: la legge sul fine vita è stata respinta grazie all’astensione di Anna Maria Bigon, piddina renitente.Ecco, Bonaccini pensava di aver scansato polemici e refrattari. Lungi da riconoscergli l’abilità del gesto, mezzo Pd prende però debita distanza. Con un certo imbarazzo, tra l’altro. L’eutanasia spacca perfino le roccaforti dem. Eugenio Giani, governatore della confinante Toscana, entra in scivolata: «Finora non abbiamo avuto bisogno di una legge» spiega. Nella sua Regione, dettaglia, ci sono stati due casi dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2019. «Finché riusciamo a gestire tutto come abbiamo fatto finora, non vedo perché cacciarmi in un dibattito divisivo», infierisce Giani. «Secondo me, il surriscaldarsi del clima potrebbe portare a crociate sui singoli casi. Per ora, invece, quello che è successo si è sempre fatto serenamente, senza grandi casi polemici». Insomma: la Toscana non seguirà l’esempio.Una critica, nemmeno tanto velata, al protagonismo del collega. Ma anche un campionissimo dei diritti civili come Beppe Sala, non sembra entusiasta: «Non possiamo immaginare che il fine vita sia ammesso in Emilia-Romagna e non in Lombardia». Dunque deve occuparsene il governo, compendia il sindaco di Milano.Paradossalmente, la mandrakata di Bonaccini non piace nemmeno al più indomito vessillifero della causa: Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, colui che accompagnò dj Fabo a morire in Svizzera. L’ex radicale taccia il governatore di pavidità. «Sarebbe grave se un Consiglio regionale non si assumesse la responsabilità di votare la legge per paura di perdere». Esattamente quello che è successo. «Ciò che cambia è la natura giuridica dell’atto. La legge crea un diritto alla persona che soffre, le linee di indirizzo no». Concetto già ribadito a Michele Emiliano, altro governatore piddino. La sua Puglia è stata la prima Regione ad approvare una delibera di giunta sul suicidio medicalmente assistito. Ma ora Cappato, con un’accorata missiva, chiede di passare dalle parole ai fatti. Sollecito a cui Emiliano ha indirettamente risposto con un’intervista sul Corriere: «Tra le proposte di legge rilanciate da Schlein c’è quella per assicurare un fine vita dignitoso. Il dibattito che si è riacceso in Veneto sia un’occasione per discutere di questo tema a livello nazionale». Pure in Puglia, quindi, nessun impeto emulativo.I distinguo non sono arrivati solo dai compagni, ovviamente. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, non cita il dispositivo regionale ma si dimostra molto scettico perfino sulla sua fondatezza: «Gli impianti giuridici che stabiliscono il diritto alla morte sono degli inganni e sono di dubbia validità. La questione non è tanto confessionale, quanto laica. L’umanesimo su cui si basa la nostra società ci porta a concludere che esisterà sempre e solo un diritto alla cura». Il presidente della Cei, quindi, aggiunge: «La sofferenza la si affronta cancellando il dolore e non spegnendo la vita. Quest’ultima va protetta con cure adeguate che diano dignità fino alla fine e che siano mera prestazione sanitaria».Il diritto alla morte è un inganno, sintetizza il presidente della Cei. Bonaccini ribadisce la stima per l’arcivescovo e «il rispetto per ogni opinione». Dopo aver gettato il sasso, nasconde però la mano: «Con la nostra delibera applichiamo una sentenza della Consulta. Ora tocca al Parlamento fare una legge nazionale sul fine vita», dice il governatore. Già, il Parlamento: tutti guardano alle Aule romane per trovare una via d’uscita (positiva, per i fan) alla dolce morte. E la manovra a tenaglia su deputati e senatori l’ha resa palese ieri Marta Cartabia, presidente emerito della Corte costituzionale, affermando: «Noi ci siamo abituati o rassegnati al fatto che molte sentenze della Corte costituzionale non abbiano un seguito nel legislatore. È una rassegnazione che andrebbe riconsiderata e che i presidenti della Corte più volte hanno segnalato. Ed è una anomalia che può essere considerata uno sgarbo istituzionale non tollerabile». Insomma, la Consulta dice: noi abbiamo tratteggiato la strada da seguire. Sull’eutanasia, ora deve legiferare in questo senso il Parlamento. Forza Italia, intanto, annuncia ricorso al Tar: «La segretaria democratica Elly Schlein commissaria di fatto l’assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna». Lo schema bonacciniano, in definitiva. Un audace dribbling politico. Fischiato perfino dagli indispettiti compagni di squadra.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eutanasia-spacca-roccaforti-pd-2667267004.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fine-vita-cattodem-e-m5s-contro-bonaccini" data-post-id="2667267004" data-published-at="1707803461" data-use-pagination="False"> Fine vita, cattodem e M5s contro Bonaccini La decisione di Stefano Bonaccini, presidente pd dell’Emilia-Romagna, di stabilire attraverso una delibera di giunta e delle linee di indirizzo per le Asl il percorso per Il suicidio medicalmente assistito entro 42 giorni dalla richiesta, finisce per scontentare tutti, sia i favorevoli che i contrari all’eutanasia. Il sospetto che Bonaccini abbia voluto aggirare l’iter previsto per l’approvazione di una legge regionale, per non incappare in una bocciatura come accaduto a Luca Zaia in Veneto, aleggia su tutta la vicenda: «Le sentenze si applicano», ha detto ieri Bonaccini, «c’è stata una sentenza della Corte costituzionale, vorrei non lo dimenticasse nessuno, questa va applicata e su questo principio non vedo chi possa eccepire, visto che siamo tutti per il principio di legalità e di rispetto delle sentenze». Il tema, però, è tutto politico: perché ricorrere a una delibera di giunta, quando proprio oggi approda in Aula la legge regionale sull’argomento? A pensar male si fa peccato, ma la sensazione è che l’iter per la discussione in Consiglio regionale sarà allungato il più possibile per evitare che il centrodestra, insieme ai cattolici dem, riesca a bocciare la proposta di legge. Per comprendere quanto sia scivoloso il crinale sul quale si tiene in (precario) equilibrio Bonaccini, basta ascoltare Giuseppe Paruolo, consigliere regionale del Pd, già in passato critico sulle posizioni di Elly Schlein sulla maternità surrogata: «Come noto», ha sottolineato Paruolo, «sono contrario al suicidio medicalmente assistito anche se rispetto chi ha pareri diversi. Credo che il Parlamento sia in grave ritardo a legiferare su questo argomento, come credo che le norme scritte nella sentenza della Corte costituzionale, anche se uno non le condivide, siano da rispettare. Cosa farò quando il testo arriverà in Aula? Non è un segreto che il mio voto sarebbe contrario», ha aggiunto Paruolo, «però non so dire quale possa essere la tempistica di trattazione di questa proposta di legge». La tempistica si annuncia assai lunga, come ha fatto intendere ieri lo stesso Bonaccini: «Domani (oggi, ndr) in aula», ha spiegato il presidente dell’Emilia-Romagna, «inizia un percorso procedurale che prevede la presa in carico, come sempre, del progetto di legge secondo le prassi e lo statuto regionale. Quindi l’Aula si farà carico del procedimento, io sono sempre molto rispettoso di quello che l’Aula valuterà andando, immagino, prima in commissione e poi procederà. A chi teme tempi lunghi dico, però, che qui la risposta nel frattempo noi l’abbiamo data e ci siamo presi la responsabilità mettendo le nostre strutture sanitarie nelle condizioni di garantire un diritto del malato che è sancito dalla sentenza della Corte costituzionale, per non lasciare sole tante famiglie. Abbiamo istituto il Corec», ha detto ancora Bonaccini, «che è il Comitato regionale per l’etica nella clinica, tra i cui compiti ci sono la consulenza etica sui singoli casi, l’espressione dei pareri non vincolanti su singole richieste di suicidio medicalmente assistito e aspetti bioetici connessi ad attività sanitarie e sociosanitarie. Abbiamo inviato alle aziende sanitarie linee guida con indicazioni operative per la gestione dei singoli casi, con l’aiuto di apposite commissioni di area vasta». La delibera della giunta di Bonaccini sarà oggetto di un ricorso al Tar, annunciato dalla capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale, Valentina Castaldini, mentre le opposizioni presenteranno una risoluzione per un parere dell’Avvocatura di Stato. «Io ho grande rispetto dell’ipotesi di ricorrere al Tar», ha commentato Bonaccini, «dalla Castaldini mi aspetto altrettanta solerzia visto che il suo partito sta governando il Paese, che l’appello lo faccia al Parlamento e al suo governo. E anche qui non ho nulla da replicare perché siamo per fortuna in una democrazia nella quale ognuno ha il diritto di ricorrere a tutte le forme che prevedono ricorsi rispetto a scelte che un’istituzione può fare. Ho grande rispetto di qualsiasi scelta che la consigliera e l’opposizione vorranno fare; noi siamo convinti di avere ragioni molto solide, altrimenti non avremo fatto quello che abbiamo fatto». La Verità ha cercato di avere qualche parere da esponenti di vertice della componente cattolica del Pd, ma stavolta invano. Eppure, quando poche settimane fa il consigliere regionale dem del Veneto, Anna Maria Bigon, dopo essersi astenuta in dissenso dal gruppo sulla legge sul fine vita contribuendo ad affossarla, è stata sollevata dall’incarico di vicesegretario del partito a Verona, in molti, a partire da Graziano Delrio, si erano schierati pubblicamente a sua difesa. Stavolta è diverso, probabilmente per il peso politico di Bonaccini che, dopo aver sfidato (perdendo) la Schlein alle primarie, ha stretto un accordo con la segretaria e potrebbe candidarsi alle Europee. Intanto, come dicevamo, Bonaccini dovrà vedersela anche con il M5s: «Se Bonaccini è davvero favorevole, come dice, all’approvazione della legge popolare sul fine vita», ha attaccato ieri il consigliere regionale pentastellato, Silvia Piccinini, «faccia ricorso all’articolo 33 del regolamento dell’Assemblea legislativa che gli consente di richiedere una procedura d’urgenza per la votazione di un progetto di legge. Basta giocare a nascondino sulla pelle di chi soffre. Domani (oggi, ndr) presenterò un question time per chiedere al presidente Bonaccini se intende avvalersi dei poteri che il nostro regolamento gli concede e, quindi, attivare la procedura d’urgenza».
E’ un classico soprattutto in pizzeria, ma non ditelo ai napoletani che invariabilmente coniugano la salsiccia con friarielli, l’opzione funghi e salsiccia. E noi l’abbiamo trasferita sulla pasta per un primo piatto tanto rapido quanto di soddisfazione al palato. Semplicissimo richiede solo attenzione alle cotture perché la salsiccia potrebbe perdere di succulenza se l’asciugate troppo e il fungo tende a diventare duro se adoperate una fiamma troppo ardente. Per il resto si fa in un amen.
Ingredienti – 360 gr di pasta di semola di grando duro italiano (scegliete i formati corti: eliche, fusilloni, tortiglioni noi abbiamo optato per le orecchiette) 250 gr di champignon o altri funghi coltivati (se non li avete potete sostituire con 80 gr di funghi secchi da far rinvenire in acqua tiepida per una buona mezz’ora), due salsicce opime (diciamo almeno 300 gr) e fresche, due spicchi d’aglio, due peperoncini, un ciuffo di prezzemolo, 40 gr di olio extravergine di oliva sale q.b.
Procedimento – Mondate i funghi e fateli a fettine di circa 3 millimetri di spessore (se avete i funghi secchi una volta rinvenuti strizzateli e tritali grossolanamente), sgranate le salsicce in modo da avere dei pizzicotti di carne, tritate finemente il prezzemolo e liberate dalla buccia i due spicchi d’aglio poi tagliateli a metà per la lunghezza ed eventualmente togliete l’anima all’interno se la vedete verde. Mettete sul fuoco una pentola con abbondante acqua per cuocere la pasta. Ora in una padella capace, ci dovete saltare la pasta, mettete un filo d’olio extravergine e poi fate sudare a fuoco basso i pezzetti di salsiccia in modo che rilascino il grasso. Toglieteli dalla padella e ora aggiungete l’aglio e il peperoncino, fate prendere calore, aggiungete altro olio extravergine di oliva e mettete in padella i funghi, fateli andare a fuoco moderato. Lessate la pasta salando l’acqua e a un paio di minuti dalla cottura ritirate l’aglio e il peperoncino e aggiungete di nuovo ai funghi la salsiccia, aggiustate di sale e alzate la fiamma. Scolate la pasta e saltatela nel sugo di funghi e salsiccia aggiungendo il prezzemolo tritato e se vi va mantecate con un po’ di formaggio grattugiato e servite.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di sgranare le salsicce.
Abbinamento – In onore di Francesco Redi noi abbiamo scelto un Chianti dei Colli Aretini, ci va benissimo un Montepulciano d’Abruzzo o se volete stare al Sud un Aglianico del Vulture.
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Il tavolo ovale della riunione di governo convocata d'urgenza dal premier Giorgia Meloni dopo l'attacco di Usa e Israele all'Iran (Ansa)
Prima una call al mattino, poi un vertice a Palazzo Chigi. L’esecutivo ha appreso dell’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti a Teheran di ieri mattina solo ad operazione avvenuta. Lo ha rivelato il vice premier Matteo Salvini, mentre da Berlino il cancelliere Friedrich Merz ha fatto sapere che la Germania era stata avvertita.
La riunione a Palazzo Chigi si è svolta alla presenza del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, del vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani, del vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini e dei sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari in colloquio anche con i vertici dei servizi segreti. Il ministro della difesa Guido Crosetto invece ha partecipato da remoto perché bloccato a Dubai. L’esecutivo ha ribadito con chiarezza la necessità di favorire ogni iniziativa diplomatica utile alla de-escalation. La preoccupazione nelle prime ore era naturalmente rivolta agli eventuali italiani coinvolti, e nonostante le fake news, fortunatamente non c’è stato nessun morto tra i nostri connazionali.
Tajani, ha avuto «un lungo colloquio telefonico» con il ministro degli Esteri degli Emirati, Abdullah bin Zayed, in cui ha chiesto «massima attenzione per tutti gli italiani presenti negli Emirati Arabi Uniti». «Mi ha garantito che daranno loro la piena assistenza, mettendoli in condizioni di sicurezza» ha assicurato il vicepremier, aggiungendo: «I nostri servizi di intelligence sono al lavoro, così come le nostre forze dell’ordine, per prevenire qualsiasi attacco». Infine ha chiarito: «Avevamo dato dei segnali molto chiari all’Iran, affinché facesse marcia indietro, ma fino ad adesso questa marcia indietro non c’è stata. E in base alle informazioni che mi ha ribadito anche il ministro degli esteri israeliano Sa'ar, Teheran continuava a produrre e a procedere nella fase dell’armamento, anche atomico, nonostante il dialogo in corso».
Crosetto, da Dubai, ha detto che «l’obiettivo condiviso è evitare ogni spiralizzazione del conflitto. È infatti evidente come vi siano tentativi di estendere il coinvolgimento di ulteriori attori: proprio per questo il coordinamento internazionale e l’azione diplomatica restano fondamentali. L’Italia continua a sostenere con determinazione il dialogo politico, il rispetto del diritto internazionale e ogni iniziativa capace di riportare stabilità e sicurezza nell’area, tutelando al tempo stesso i nostri connazionali e gli interessi nazionali ed il personale della Difesa dispiegato nell’area Mediorientale».
Non potendo parteggiare pubblicamente con Teheran e non potendo tifare per Donald Trump, a sinistra invece c’è grande imbarazzo. La soluzione è la solita: buttarla sulla marginalità dell’Italia. In questo caso la traccia trova terreno fertile. «Il governo Meloni che da un biennio grida ai quattro venti il “rapporto privilegiato” con l’amministrazione Trump, sull’attacco all’Iran è stato ragguagliato dalla Casa Bianca a bombardamenti già avviati. A dimostrazione che la centralità dell’esecutivo a livello internazionale esiste solo nel fantastico mondo fatato di Meloni. La triste verità è che mai come ora l’Italia si trova in posizione di totale marginalità internazionale, tanto che nel giorno in cui viene scatenata una guerra il Paese si ritrova con il suo ministro della Difesa bloccato a Dubai e impossibilitato a tornare in Italia. È la prova provata che non contiamo nulla», esulta il Movimento 5 stelle in una nota congiunta.
La segretaria dem Elly Schlein appresa la notizia invitava il governo a lavorare per una de-escalation. Spiegando che a suo avviso, premessa la condanna al regime iraniano, per impedire lo sviluppo di un’arma nucleare bisognerebbe «riprendere la via negoziale, quella diplomatica, coinvolgere tutta la comunità internazionale per fare pressione, isolare quel regime, impedire qualsiasi supporto ai suoi crimini brutali».
Dai vertici di Avs addirittura si cita il diritto internazionale facendo riferimento all’Iran. «Ancora una volta Israele e Stati Uniti fanno carta straccia del diritto internazionale. Il bombardamento dell’Iran è inaccettabile e senza giustificazioni e avrà come unico effetto quello di destabilizzare ancora di più la regione a pochi giorni dallo scoppio della guerra tra Afghanistan e Pakistan» hanno dichiarato Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni.
Intanto, il generale Roberto Vannacci con l’attacco trova un’occasione piuttosto maldestra per paragonare Teheran a Kiev. «Gli Stati Uniti attaccano l’Iran. C’è un aggressore e un aggredito. Quindi ora mi aspetto che Frau von der Leyen costituisca un fondo da 90 miliardi da elargire a Teheran. Poi mi aspetto che i Paesi europei varino degli aiuti in termini di armi e sostegno per l’ayatollah. E poi Bruxelles dovrà varare un pacchetto di sanzioni per mettere in ginocchio l’economia degli Stati Uniti. Dovrà intervenire l’Onu è stato violato il diritto internazionale e poi tutti gli atleti e gli artisti americani dovranno essere esclusi dalle competizioni sportive e culturali. Infine, mi aspetto che Calenda visiti i pasdaran per portare loro il suo sostegno».
Per l’Italia si apre un nuovo mercato
Roma sta già perseguendo il progetto di Italia globale, via estensione dei partenariati strategici bilaterali con nazioni di interesse diplomatico-commerciale, il Progetto Mattei caratterizzato da relazioni collaborative con l’Africa, un progetto di attenzione particolare per i Balcani occidentali che chiamo «Lago Adriatico». In tale strategia cerca di mantenere una duplice convergenza con Stati Uniti e Ue. Il motivo è che l’Italia ha un piccolo-medio potere politico/militare, ma è la quarta potenza per export nel mondo. Quindi ha bisogno di Washington come moltiplicatore di forza ed è un buon segnale il fatto che l’America si stia ingaggiando di più in Africa per ridurre l’influenza della Cina.
Correttamente, Roma ha approfondito le cointeressenze con la Germania. Ma per spostare a Sud gli interessi tedeschi (e quindi dell’Ue) bisogna creare sia una cuccagna mediterranea sia avere un’alleanza forte con l’America per rendere collaborativi e non suprematisti gli interessi tedeschi stessi. Ma c’è di più. La centralità mondiale di un futuro mercato mediterraneo richiede un riconoscimento dall’esterno. L’India c’è, pur nel suo modo di indipendenza da schieramenti, ma serve anche il Giappone: il bilaterale Italia-Giappone è già evoluto a sufficienza per un partenariato più ambizioso che porti di più Tokyo nella nostra geografia e Roma nella sua.
Sto immaginando una minore dipendenza dell’Italia dall’Ue via ruolo centrale in un’altra area geoeconomica? In realtà sto cercando di capire gli aspetti concreti che permettano all’Italia un maggiore potere entro l’Ue con lo scopo di ottenere regole nel mercato unico più favorevoli alle sue caratteristiche economiche. Per inciso, l’Italia non ha ancora invertito la sua tendenza al declino industriale, pur il governo corrente avendo fatto già molto per farlo. Per la vera inversione servirà nel prossimo decennio - oltre che una dedebitazione - una maggiore crescita del Pil, cercando un aumento dell’export dai circa 620 miliardi di oggi verso gli 850/900. E l’obiettivo detto richiede Ekumene oltre che una maggiore proiezione globale.
Probabilità? Nello scenario d’implosione del regime iraniano sciita, correlato a una minore intrusività di Cina e Russia nella geo-area di interesse, potrebbero emergere nuove conflittualità originate dalle ambizioni della Turchia, dal conflitto intrasunnita tra wahabiti (Saud) e islam politico, dalla divergenza forte tra Algeria e Marocco e da quella recente tra Emirati ed Arabia. E il fatto che Israele abbia assunto uno status di potenza regionale maggiore potrebbe riattivare un conflitto con il mondo islamico-sunnita. Ma questi problemi potenziali possono trovare soluzione con la presenza arbitrale dell’America e la percezione degli attori coinvolti che la relazione entro il nuovo mercato sia un vantaggio per tutti, capacità su cui si è specializzata l’Italia. In conclusione, stimo un 70% di probabilità che il depotenziamento dell’Iran inneschi un processo graduale, che porti a Ekumene, sperando nell’inclusione futura di un nuovo Iran.
www.carlopelanda.com
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Donald Trump (Ansa)
«Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano eliminando le minacce imminenti del regime iraniano», ha dichiarato. «L’esercito degli Stati Uniti ha intrapreso un’operazione massiccia e continuativa per impedire a questa dittatura radicale e malvagia di minacciare l’America e i nostri interessi fondamentali per la sicurezza nazionale. Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo la loro industria missilistica», ha proseguito, per poi aggiungere: «Annienteremo la loro Marina. Faremo in modo che i terroristi della regione non possano più destabilizzare la regione o il mondo, attaccare le nostre forze armate». «Faremo in modo che l’Iran non ottenga un’arma nucleare», ha continuato. «Questo regime», ha proseguito, «imparerà presto che nessuno dovrebbe mettere in discussione la forza e la potenza delle forze armate degli Stati Uniti».
Tuttavia, insieme a queste giustificazioni improntate al realismo politico, il presidente ha lasciato chiaramente intendere di sostenere la possibilità di un regime change a Teheran. «Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo. Sarà vostro», ha affermato, rivolgendosi ai cittadini iraniani. Sempre ieri, Trump, oltre ad accusare Teheran di non aver «mai voluto davvero un accordo», ha altresì dichiarato: «Tutto ciò che voglio è la libertà per il popolo».
Insomma, il presidente americano ha oscillato tra esigenze di Realpolitik e principi valoriali. Come si spiega? Per azzardare una risposta, bisogna cercare di risalire alle vere motivazioni che hanno spinto il capo della Casa Bianca a ordinare l’operazione militare. Ieri, un funzionario americano ha riferito a Reuters che, prima dell’attacco, «Trump ha ricevuto dei briefing in cui non solo si esprimevano valutazioni schiette sul rischio di gravi perdite tra gli Stati Uniti, ma si promuoveva anche la prospettiva di un cambio generazionale in Medio Oriente a favore degli interessi degli Stati Uniti». In altre parole, il presidente americano si sarebbe convinto del fatto che, al netto dei rilevanti rischi, la decapitazione del regime khomeinista possa garantire l’avvio di una nuova stagione nella regione mediorientale.
Del resto, le ritorsioni iraniane contro i Paesi arabi potrebbero avere come effetto quello di riavvicinare i sauditi tanto agli emiratini quanto agli israeliani: il che, agli occhi di Trump, sarebbe propedeutico al rilancio degli Accordi di Abramo. Senza contare che, abbattendo il potere di Ali Khamenei, Washington assesterebbe un duro colpo all’influenza regionale di Pechino e Mosca. In tal senso, il presidente americano, che ieri si è sentito telefonicamente con Benjamin Netanyahu, (oltre che con i leader di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati), ha perso interesse rispetto alla diplomazia dei colloqui sul nucleare con il regime khomeinista: colloqui che, giovedì, al netto dell’ottimismo ostentato dall’Oman, si erano fondamentalmente incagliati, come già accaduto l’anno scorso.
È dunque anche in questo quadro che l’inquilino della Casa Bianca ha dovuto fare attenzione alle dinamiche di politica interna. Sul dossier iraniano, si registra da tempo una dialettica sotterranea in seno all’amministrazione americana: se JD Vance è sempre stato scettico sull’opportunità di un intervento militare contro la Repubblica islamica, Marco Rubio è, al contrario, storicamente collocato su posizioni più combattive. L’attacco di ieri segna quindi una sconfitta politica per il vicepresidente e vede rafforzarsi la posizione del segretario di Stato. Tuttavia, se il conflitto dovesse trasformarsi in un pantano, il futuro politico di Rubio potrebbe diventare traballante.
D’altronde, divisioni si ravvisano anche al Congresso. La maggior parte dei parlamentari repubblicani si è detta a favore dell’attacco militare, mentre la maggioranza di quelli democratici ha espresso contrarietà. Tuttavia si registrano delle ragguardevoli eccezioni. Se il senatore dem John Fetterman si è schierato con Trump, il deputato repubblicano Tom Massie lo ha aspramente criticato. Tenendo insieme la retorica realista con quella idealista, il presidente, che è stato anche accusato da Joe Biden di voler «rubare» le midterm, ha quindi cercato copertura a livello di politica interna.
Ciò detto, la scommessa iraniana intrapresa da Trump è ad altissimo rischio. Se l’obiettivo è il regime change in senso classico, è realmente possibile arrivarci, senza schierare soldati sul terreno? Uno scenario, quello dell’invio di truppe, che, per il presidente americano, avrebbe un costo politico enorme, avendo lui sempre fatto dell’opposizione alle «guerre senza fine» il proprio cavallo di battaglia. Certo, Trump potrebbe tentare una soluzione venezuelana: decapitare, cioè, il regime e scegliere come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, dopo averlo adeguatamente addomesticato. Il nodo, però, risiede nel fatto che, in Iran, si registra una situazione più complessa rispetto al Venezuela. Trump deve fare quindi attenzione. Se la crisi in atto dovesse creare un’instabilità fuori controllo, i suoi ambiziosi progetti mediorientali potrebbero risentirne. L’attacco di ieri rappresenta quindi uno spartiacque: un momento che potrebbe rivelarsi cruciale nel plasmare l’eredità politica dell’attuale inquilino della Casa Bianca. La linea che separa il successo dal fallimento è sottilissima. Ma Trump, si sa, è uno a cui piace scommettere. E stavolta, come forse mai prima d’ora, è pronto a giocarsi il tutto e per tutto.
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