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2024-02-13
L’eutanasia spacca le roccaforti Pd
Eugenio Giani e Stefano Bonaccini (Ansa)
L’ex bomber di Campogalliano pensava di essere riuscito a dribblare tutti. Per evitare di venir battuto in consiglio regionale con i voti dei cattolici dem, Stefano Bonaccini in pochi giorni ha approvato il fine vita all’emiliano-romagnola. La sua Regione è la prima ad avere tempi e procedure certe: passeranno non più di 42 giorni dalla richiesta del suicidio medicalmente assistito alla risposta istituzionale. Ci sono le linee di indirizzo. E soprattutto un’apposita delibera. Delibera, appunto. Non legge. Quella che doveva essere discussa oggi in Aula. Ma la giunta ha deciso da sé, temendo che la maggioranza andasse in frantumi. Com’è già successo in Veneto, del resto: la legge sul fine vita è stata respinta grazie all’astensione di Anna Maria Bigon, piddina renitente.
Ecco, Bonaccini pensava di aver scansato polemici e refrattari. Lungi da riconoscergli l’abilità del gesto, mezzo Pd prende però debita distanza. Con un certo imbarazzo, tra l’altro. L’eutanasia spacca perfino le roccaforti dem. Eugenio Giani, governatore della confinante Toscana, entra in scivolata: «Finora non abbiamo avuto bisogno di una legge» spiega. Nella sua Regione, dettaglia, ci sono stati due casi dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2019. «Finché riusciamo a gestire tutto come abbiamo fatto finora, non vedo perché cacciarmi in un dibattito divisivo», infierisce Giani. «Secondo me, il surriscaldarsi del clima potrebbe portare a crociate sui singoli casi. Per ora, invece, quello che è successo si è sempre fatto serenamente, senza grandi casi polemici». Insomma: la Toscana non seguirà l’esempio.
Una critica, nemmeno tanto velata, al protagonismo del collega. Ma anche un campionissimo dei diritti civili come Beppe Sala, non sembra entusiasta: «Non possiamo immaginare che il fine vita sia ammesso in Emilia-Romagna e non in Lombardia». Dunque deve occuparsene il governo, compendia il sindaco di Milano.
Paradossalmente, la mandrakata di Bonaccini non piace nemmeno al più indomito vessillifero della causa: Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, colui che accompagnò dj Fabo a morire in Svizzera. L’ex radicale taccia il governatore di pavidità. «Sarebbe grave se un Consiglio regionale non si assumesse la responsabilità di votare la legge per paura di perdere». Esattamente quello che è successo. «Ciò che cambia è la natura giuridica dell’atto. La legge crea un diritto alla persona che soffre, le linee di indirizzo no». Concetto già ribadito a Michele Emiliano, altro governatore piddino. La sua Puglia è stata la prima Regione ad approvare una delibera di giunta sul suicidio medicalmente assistito. Ma ora Cappato, con un’accorata missiva, chiede di passare dalle parole ai fatti. Sollecito a cui Emiliano ha indirettamente risposto con un’intervista sul Corriere: «Tra le proposte di legge rilanciate da Schlein c’è quella per assicurare un fine vita dignitoso. Il dibattito che si è riacceso in Veneto sia un’occasione per discutere di questo tema a livello nazionale». Pure in Puglia, quindi, nessun impeto emulativo.
I distinguo non sono arrivati solo dai compagni, ovviamente. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, non cita il dispositivo regionale ma si dimostra molto scettico perfino sulla sua fondatezza: «Gli impianti giuridici che stabiliscono il diritto alla morte sono degli inganni e sono di dubbia validità. La questione non è tanto confessionale, quanto laica. L’umanesimo su cui si basa la nostra società ci porta a concludere che esisterà sempre e solo un diritto alla cura». Il presidente della Cei, quindi, aggiunge: «La sofferenza la si affronta cancellando il dolore e non spegnendo la vita. Quest’ultima va protetta con cure adeguate che diano dignità fino alla fine e che siano mera prestazione sanitaria».
Il diritto alla morte è un inganno, sintetizza il presidente della Cei. Bonaccini ribadisce la stima per l’arcivescovo e «il rispetto per ogni opinione». Dopo aver gettato il sasso, nasconde però la mano: «Con la nostra delibera applichiamo una sentenza della Consulta. Ora tocca al Parlamento fare una legge nazionale sul fine vita», dice il governatore. Già, il Parlamento: tutti guardano alle Aule romane per trovare una via d’uscita (positiva, per i fan) alla dolce morte. E la manovra a tenaglia su deputati e senatori l’ha resa palese ieri Marta Cartabia, presidente emerito della Corte costituzionale, affermando: «Noi ci siamo abituati o rassegnati al fatto che molte sentenze della Corte costituzionale non abbiano un seguito nel legislatore. È una rassegnazione che andrebbe riconsiderata e che i presidenti della Corte più volte hanno segnalato. Ed è una anomalia che può essere considerata uno sgarbo istituzionale non tollerabile». Insomma, la Consulta dice: noi abbiamo tratteggiato la strada da seguire. Sull’eutanasia, ora deve legiferare in questo senso il Parlamento. Forza Italia, intanto, annuncia ricorso al Tar: «La segretaria democratica Elly Schlein commissaria di fatto l’assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna». Lo schema bonacciniano, in definitiva. Un audace dribbling politico. Fischiato perfino dagli indispettiti compagni di squadra.
Fine vita, cattodem e M5s contro Bonaccini
La decisione di Stefano Bonaccini, presidente pd dell’Emilia-Romagna, di stabilire attraverso una delibera di giunta e delle linee di indirizzo per le Asl il percorso per Il suicidio medicalmente assistito entro 42 giorni dalla richiesta, finisce per scontentare tutti, sia i favorevoli che i contrari all’eutanasia. Il sospetto che Bonaccini abbia voluto aggirare l’iter previsto per l’approvazione di una legge regionale, per non incappare in una bocciatura come accaduto a Luca Zaia in Veneto, aleggia su tutta la vicenda: «Le sentenze si applicano», ha detto ieri Bonaccini, «c’è stata una sentenza della Corte costituzionale, vorrei non lo dimenticasse nessuno, questa va applicata e su questo principio non vedo chi possa eccepire, visto che siamo tutti per il principio di legalità e di rispetto delle sentenze».
Il tema, però, è tutto politico: perché ricorrere a una delibera di giunta, quando proprio oggi approda in Aula la legge regionale sull’argomento? A pensar male si fa peccato, ma la sensazione è che l’iter per la discussione in Consiglio regionale sarà allungato il più possibile per evitare che il centrodestra, insieme ai cattolici dem, riesca a bocciare la proposta di legge.
Per comprendere quanto sia scivoloso il crinale sul quale si tiene in (precario) equilibrio Bonaccini, basta ascoltare Giuseppe Paruolo, consigliere regionale del Pd, già in passato critico sulle posizioni di Elly Schlein sulla maternità surrogata: «Come noto», ha sottolineato Paruolo, «sono contrario al suicidio medicalmente assistito anche se rispetto chi ha pareri diversi. Credo che il Parlamento sia in grave ritardo a legiferare su questo argomento, come credo che le norme scritte nella sentenza della Corte costituzionale, anche se uno non le condivide, siano da rispettare. Cosa farò quando il testo arriverà in Aula? Non è un segreto che il mio voto sarebbe contrario», ha aggiunto Paruolo, «però non so dire quale possa essere la tempistica di trattazione di questa proposta di legge».
La tempistica si annuncia assai lunga, come ha fatto intendere ieri lo stesso Bonaccini: «Domani (oggi, ndr) in aula», ha spiegato il presidente dell’Emilia-Romagna, «inizia un percorso procedurale che prevede la presa in carico, come sempre, del progetto di legge secondo le prassi e lo statuto regionale. Quindi l’Aula si farà carico del procedimento, io sono sempre molto rispettoso di quello che l’Aula valuterà andando, immagino, prima in commissione e poi procederà. A chi teme tempi lunghi dico, però, che qui la risposta nel frattempo noi l’abbiamo data e ci siamo presi la responsabilità mettendo le nostre strutture sanitarie nelle condizioni di garantire un diritto del malato che è sancito dalla sentenza della Corte costituzionale, per non lasciare sole tante famiglie. Abbiamo istituto il Corec», ha detto ancora Bonaccini, «che è il Comitato regionale per l’etica nella clinica, tra i cui compiti ci sono la consulenza etica sui singoli casi, l’espressione dei pareri non vincolanti su singole richieste di suicidio medicalmente assistito e aspetti bioetici connessi ad attività sanitarie e sociosanitarie. Abbiamo inviato alle aziende sanitarie linee guida con indicazioni operative per la gestione dei singoli casi, con l’aiuto di apposite commissioni di area vasta».
La delibera della giunta di Bonaccini sarà oggetto di un ricorso al Tar, annunciato dalla capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale, Valentina Castaldini, mentre le opposizioni presenteranno una risoluzione per un parere dell’Avvocatura di Stato. «Io ho grande rispetto dell’ipotesi di ricorrere al Tar», ha commentato Bonaccini, «dalla Castaldini mi aspetto altrettanta solerzia visto che il suo partito sta governando il Paese, che l’appello lo faccia al Parlamento e al suo governo. E anche qui non ho nulla da replicare perché siamo per fortuna in una democrazia nella quale ognuno ha il diritto di ricorrere a tutte le forme che prevedono ricorsi rispetto a scelte che un’istituzione può fare. Ho grande rispetto di qualsiasi scelta che la consigliera e l’opposizione vorranno fare; noi siamo convinti di avere ragioni molto solide, altrimenti non avremo fatto quello che abbiamo fatto».
La Verità ha cercato di avere qualche parere da esponenti di vertice della componente cattolica del Pd, ma stavolta invano. Eppure, quando poche settimane fa il consigliere regionale dem del Veneto, Anna Maria Bigon, dopo essersi astenuta in dissenso dal gruppo sulla legge sul fine vita contribuendo ad affossarla, è stata sollevata dall’incarico di vicesegretario del partito a Verona, in molti, a partire da Graziano Delrio, si erano schierati pubblicamente a sua difesa. Stavolta è diverso, probabilmente per il peso politico di Bonaccini che, dopo aver sfidato (perdendo) la Schlein alle primarie, ha stretto un accordo con la segretaria e potrebbe candidarsi alle Europee.
Intanto, come dicevamo, Bonaccini dovrà vedersela anche con il M5s: «Se Bonaccini è davvero favorevole, come dice, all’approvazione della legge popolare sul fine vita», ha attaccato ieri il consigliere regionale pentastellato, Silvia Piccinini, «faccia ricorso all’articolo 33 del regolamento dell’Assemblea legislativa che gli consente di richiedere una procedura d’urgenza per la votazione di un progetto di legge. Basta giocare a nascondino sulla pelle di chi soffre. Domani (oggi, ndr) presenterò un question time per chiedere al presidente Bonaccini se intende avvalersi dei poteri che il nostro regolamento gli concede e, quindi, attivare la procedura d’urgenza».
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La delibera serve a Stefano Bonaccini per aggirare le contrarietà nel suo partito che rendono quanto mai incerta l’approvazione della legge regionale. Ma persino il suo collega Eugenio Giani lo boccia: «In Toscana non lo faremo». Marta Cartabia a gamba tesa: «Parlamento intollerabile».Lo scatto del governatore con la delibera che l’autorizza in Emilia-Romagna spacca il suo partito: il consigliere Giuseppe Paruolo annuncia il «no» alla legge. E i grillini non si fidano dell’iter scelto: «Se è davvero favorevole, usi la procedura d’urgenza e venga in Aula».Lo speciale contiene due articoli.L’ex bomber di Campogalliano pensava di essere riuscito a dribblare tutti. Per evitare di venir battuto in consiglio regionale con i voti dei cattolici dem, Stefano Bonaccini in pochi giorni ha approvato il fine vita all’emiliano-romagnola. La sua Regione è la prima ad avere tempi e procedure certe: passeranno non più di 42 giorni dalla richiesta del suicidio medicalmente assistito alla risposta istituzionale. Ci sono le linee di indirizzo. E soprattutto un’apposita delibera. Delibera, appunto. Non legge. Quella che doveva essere discussa oggi in Aula. Ma la giunta ha deciso da sé, temendo che la maggioranza andasse in frantumi. Com’è già successo in Veneto, del resto: la legge sul fine vita è stata respinta grazie all’astensione di Anna Maria Bigon, piddina renitente.Ecco, Bonaccini pensava di aver scansato polemici e refrattari. Lungi da riconoscergli l’abilità del gesto, mezzo Pd prende però debita distanza. Con un certo imbarazzo, tra l’altro. L’eutanasia spacca perfino le roccaforti dem. Eugenio Giani, governatore della confinante Toscana, entra in scivolata: «Finora non abbiamo avuto bisogno di una legge» spiega. Nella sua Regione, dettaglia, ci sono stati due casi dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2019. «Finché riusciamo a gestire tutto come abbiamo fatto finora, non vedo perché cacciarmi in un dibattito divisivo», infierisce Giani. «Secondo me, il surriscaldarsi del clima potrebbe portare a crociate sui singoli casi. Per ora, invece, quello che è successo si è sempre fatto serenamente, senza grandi casi polemici». Insomma: la Toscana non seguirà l’esempio.Una critica, nemmeno tanto velata, al protagonismo del collega. Ma anche un campionissimo dei diritti civili come Beppe Sala, non sembra entusiasta: «Non possiamo immaginare che il fine vita sia ammesso in Emilia-Romagna e non in Lombardia». Dunque deve occuparsene il governo, compendia il sindaco di Milano.Paradossalmente, la mandrakata di Bonaccini non piace nemmeno al più indomito vessillifero della causa: Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, colui che accompagnò dj Fabo a morire in Svizzera. L’ex radicale taccia il governatore di pavidità. «Sarebbe grave se un Consiglio regionale non si assumesse la responsabilità di votare la legge per paura di perdere». Esattamente quello che è successo. «Ciò che cambia è la natura giuridica dell’atto. La legge crea un diritto alla persona che soffre, le linee di indirizzo no». Concetto già ribadito a Michele Emiliano, altro governatore piddino. La sua Puglia è stata la prima Regione ad approvare una delibera di giunta sul suicidio medicalmente assistito. Ma ora Cappato, con un’accorata missiva, chiede di passare dalle parole ai fatti. Sollecito a cui Emiliano ha indirettamente risposto con un’intervista sul Corriere: «Tra le proposte di legge rilanciate da Schlein c’è quella per assicurare un fine vita dignitoso. Il dibattito che si è riacceso in Veneto sia un’occasione per discutere di questo tema a livello nazionale». Pure in Puglia, quindi, nessun impeto emulativo.I distinguo non sono arrivati solo dai compagni, ovviamente. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, non cita il dispositivo regionale ma si dimostra molto scettico perfino sulla sua fondatezza: «Gli impianti giuridici che stabiliscono il diritto alla morte sono degli inganni e sono di dubbia validità. La questione non è tanto confessionale, quanto laica. L’umanesimo su cui si basa la nostra società ci porta a concludere che esisterà sempre e solo un diritto alla cura». Il presidente della Cei, quindi, aggiunge: «La sofferenza la si affronta cancellando il dolore e non spegnendo la vita. Quest’ultima va protetta con cure adeguate che diano dignità fino alla fine e che siano mera prestazione sanitaria».Il diritto alla morte è un inganno, sintetizza il presidente della Cei. Bonaccini ribadisce la stima per l’arcivescovo e «il rispetto per ogni opinione». Dopo aver gettato il sasso, nasconde però la mano: «Con la nostra delibera applichiamo una sentenza della Consulta. Ora tocca al Parlamento fare una legge nazionale sul fine vita», dice il governatore. Già, il Parlamento: tutti guardano alle Aule romane per trovare una via d’uscita (positiva, per i fan) alla dolce morte. E la manovra a tenaglia su deputati e senatori l’ha resa palese ieri Marta Cartabia, presidente emerito della Corte costituzionale, affermando: «Noi ci siamo abituati o rassegnati al fatto che molte sentenze della Corte costituzionale non abbiano un seguito nel legislatore. È una rassegnazione che andrebbe riconsiderata e che i presidenti della Corte più volte hanno segnalato. Ed è una anomalia che può essere considerata uno sgarbo istituzionale non tollerabile». Insomma, la Consulta dice: noi abbiamo tratteggiato la strada da seguire. Sull’eutanasia, ora deve legiferare in questo senso il Parlamento. Forza Italia, intanto, annuncia ricorso al Tar: «La segretaria democratica Elly Schlein commissaria di fatto l’assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna». Lo schema bonacciniano, in definitiva. Un audace dribbling politico. Fischiato perfino dagli indispettiti compagni di squadra.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eutanasia-spacca-roccaforti-pd-2667267004.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fine-vita-cattodem-e-m5s-contro-bonaccini" data-post-id="2667267004" data-published-at="1707803461" data-use-pagination="False"> Fine vita, cattodem e M5s contro Bonaccini La decisione di Stefano Bonaccini, presidente pd dell’Emilia-Romagna, di stabilire attraverso una delibera di giunta e delle linee di indirizzo per le Asl il percorso per Il suicidio medicalmente assistito entro 42 giorni dalla richiesta, finisce per scontentare tutti, sia i favorevoli che i contrari all’eutanasia. Il sospetto che Bonaccini abbia voluto aggirare l’iter previsto per l’approvazione di una legge regionale, per non incappare in una bocciatura come accaduto a Luca Zaia in Veneto, aleggia su tutta la vicenda: «Le sentenze si applicano», ha detto ieri Bonaccini, «c’è stata una sentenza della Corte costituzionale, vorrei non lo dimenticasse nessuno, questa va applicata e su questo principio non vedo chi possa eccepire, visto che siamo tutti per il principio di legalità e di rispetto delle sentenze». Il tema, però, è tutto politico: perché ricorrere a una delibera di giunta, quando proprio oggi approda in Aula la legge regionale sull’argomento? A pensar male si fa peccato, ma la sensazione è che l’iter per la discussione in Consiglio regionale sarà allungato il più possibile per evitare che il centrodestra, insieme ai cattolici dem, riesca a bocciare la proposta di legge. Per comprendere quanto sia scivoloso il crinale sul quale si tiene in (precario) equilibrio Bonaccini, basta ascoltare Giuseppe Paruolo, consigliere regionale del Pd, già in passato critico sulle posizioni di Elly Schlein sulla maternità surrogata: «Come noto», ha sottolineato Paruolo, «sono contrario al suicidio medicalmente assistito anche se rispetto chi ha pareri diversi. Credo che il Parlamento sia in grave ritardo a legiferare su questo argomento, come credo che le norme scritte nella sentenza della Corte costituzionale, anche se uno non le condivide, siano da rispettare. Cosa farò quando il testo arriverà in Aula? Non è un segreto che il mio voto sarebbe contrario», ha aggiunto Paruolo, «però non so dire quale possa essere la tempistica di trattazione di questa proposta di legge». La tempistica si annuncia assai lunga, come ha fatto intendere ieri lo stesso Bonaccini: «Domani (oggi, ndr) in aula», ha spiegato il presidente dell’Emilia-Romagna, «inizia un percorso procedurale che prevede la presa in carico, come sempre, del progetto di legge secondo le prassi e lo statuto regionale. Quindi l’Aula si farà carico del procedimento, io sono sempre molto rispettoso di quello che l’Aula valuterà andando, immagino, prima in commissione e poi procederà. A chi teme tempi lunghi dico, però, che qui la risposta nel frattempo noi l’abbiamo data e ci siamo presi la responsabilità mettendo le nostre strutture sanitarie nelle condizioni di garantire un diritto del malato che è sancito dalla sentenza della Corte costituzionale, per non lasciare sole tante famiglie. Abbiamo istituto il Corec», ha detto ancora Bonaccini, «che è il Comitato regionale per l’etica nella clinica, tra i cui compiti ci sono la consulenza etica sui singoli casi, l’espressione dei pareri non vincolanti su singole richieste di suicidio medicalmente assistito e aspetti bioetici connessi ad attività sanitarie e sociosanitarie. Abbiamo inviato alle aziende sanitarie linee guida con indicazioni operative per la gestione dei singoli casi, con l’aiuto di apposite commissioni di area vasta». La delibera della giunta di Bonaccini sarà oggetto di un ricorso al Tar, annunciato dalla capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale, Valentina Castaldini, mentre le opposizioni presenteranno una risoluzione per un parere dell’Avvocatura di Stato. «Io ho grande rispetto dell’ipotesi di ricorrere al Tar», ha commentato Bonaccini, «dalla Castaldini mi aspetto altrettanta solerzia visto che il suo partito sta governando il Paese, che l’appello lo faccia al Parlamento e al suo governo. E anche qui non ho nulla da replicare perché siamo per fortuna in una democrazia nella quale ognuno ha il diritto di ricorrere a tutte le forme che prevedono ricorsi rispetto a scelte che un’istituzione può fare. Ho grande rispetto di qualsiasi scelta che la consigliera e l’opposizione vorranno fare; noi siamo convinti di avere ragioni molto solide, altrimenti non avremo fatto quello che abbiamo fatto». La Verità ha cercato di avere qualche parere da esponenti di vertice della componente cattolica del Pd, ma stavolta invano. Eppure, quando poche settimane fa il consigliere regionale dem del Veneto, Anna Maria Bigon, dopo essersi astenuta in dissenso dal gruppo sulla legge sul fine vita contribuendo ad affossarla, è stata sollevata dall’incarico di vicesegretario del partito a Verona, in molti, a partire da Graziano Delrio, si erano schierati pubblicamente a sua difesa. Stavolta è diverso, probabilmente per il peso politico di Bonaccini che, dopo aver sfidato (perdendo) la Schlein alle primarie, ha stretto un accordo con la segretaria e potrebbe candidarsi alle Europee. Intanto, come dicevamo, Bonaccini dovrà vedersela anche con il M5s: «Se Bonaccini è davvero favorevole, come dice, all’approvazione della legge popolare sul fine vita», ha attaccato ieri il consigliere regionale pentastellato, Silvia Piccinini, «faccia ricorso all’articolo 33 del regolamento dell’Assemblea legislativa che gli consente di richiedere una procedura d’urgenza per la votazione di un progetto di legge. Basta giocare a nascondino sulla pelle di chi soffre. Domani (oggi, ndr) presenterò un question time per chiedere al presidente Bonaccini se intende avvalersi dei poteri che il nostro regolamento gli concede e, quindi, attivare la procedura d’urgenza».
Ansa
Secondo quanto riferito, i militari della Bundeswehr saranno impiegati principalmente in attività di ingegneria militare. Un portavoce del dicastero ha spiegato che il loro compito consisterà in «attività di ingegneria», che potrebbero includere «la costruzione di fortificazioni, lo scavo di trincee, la posa di filo spinato o la costruzione di barriere anticarro». Sempre secondo il ministero, il dispiegamento non richiederà però un mandato parlamentare, poiché «non vi è alcun pericolo immediato per i soldati legato a un conflitto militare».
Ma se il pericolo non c’è allora perché inviarli oltretutto senza passare dal Parlamento? Il rafforzamento delle difese lungo il confine orientale dell’Alleanza si inserisce in un contesto segnato dal protrarsi della guerra in Ucraina e dall’intensificarsi delle operazioni militari russe sul terreno. Secondo un rapporto analitico dell’intelligence britannica datato 13 dicembre, rilanciato da Rbc, le forze russe stanno tentando di avanzare nell’area di Siversk, nella regione di Donetsk, approfittando delle difficili condizioni meteorologiche. Londra smentisce però le dichiarazioni di Mosca sul controllo totale della città. Gli analisti ritengono che reparti russi siano riusciti a infiltrarsi nella zona centrale sfruttando la nebbia, mentre le Forze di difesa ucraine continuano a presidiare i quartieri occidentali, a conferma che i combattimenti sono ancora in corso anche se la città risulta ormai in gran parte perduta e per tentare di riconquistarla sarebbero necessarie nuove riserve. L’intelligence britannica sottolinea inoltre come Siversk rappresenti da tempo un obiettivo strategico per Mosca. Il controllo della città, spiegano gli analisti, consentirebbe alle forze russe di aprire un corridoio verso centri urbani più grandi e decisivi del Donetsk, come Sloviansk e Kramatorsk, che restano sotto il controllo ucraino. Il rapporto segnala inoltre una capacità limitata delle truppe ucraine di condurre operazioni di raid localizzate nella parte settentrionale di Pokrovsk e sottolinea come le forze russe continuino a subire perdite consistenti lungo l’intera linea del fronte. Secondo le stime di Londra, nel 2025 il numero complessivo di morti e feriti tra le fila russe potrebbe arrivare a circa 395.000 unità.
Sul piano umanitario ed energetico, l’Ucraina sta affrontando le conseguenze degli ultimi attacchi russi contro le infrastrutture elettriche. Dopo i bombardamenti notturni, oltre un milione di utenze sono rimaste senza corrente. Le squadre di emergenza hanno però già avviato gli interventi di ripristino. «Attualmente oltre un milione di utenze sono senza elettricità. Ma le squadre di riparazione, sia di UkrEnergo che degli operatori del sistema di distribuzione, hanno già avviato i lavori di riparazione per garantire la fornitura ai consumatori. Spero che oggi riusciremo a riparare la maggior parte di ciò che è stato interrotto durante la notte», ha dichiarato Vitaliy Zaychenko, presidente del cda dell’operatore pubblico della rete elettrica, citato dall’agenzia statale Ukrinform. Zaychenko ha aggiunto che le situazioni più critiche si registrano nelle regioni di Odessa, Mykolaiv e Kherson, confermando come il conflitto continui a colpire in modo diretto la popolazione civile e le infrastrutture essenziali del Paese.
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Donald Trump (Ansa)
Insomma, se di nuovo attaccato, in soccorso del Paese di Volodymyr Zelensky scenderebbero gli Stati membri dell’Alleanza. Probabilmente - come nel caso dell’organizzazione nordatlantica - non ci sarebbero automatismi e sarebbero necessarie prima delle consultazioni politiche. La Russia, però, sarebbe avvisata. E la novità è che anche gli Stati Uniti, benché recalcitranti a impegnarsi per Kiev e per il Vecchio continente, hanno accolto il lodo Meloni.
Axios, citando fonti dell’amministrazione americana, ha scritto che la Casa Bianca sarebbe pronta a dare il suo assenso, sottoponendo comunque l’intesa al voto del Congresso. «Vogliamo offrire agli ucraini», ha dichiarato un funzionario Usa, «una garanzia di sicurezza che non sia un assegno in bianco da un lato, ma che sia sufficientemente solida dall’altro».
La definizione dello scenario postbellico sarebbe uno dei tre accordi da firmare separatamente: uno per la pace, uno per la sicurezza, uno per la ricostruzione. L’esponente dell’esecutivo statunitense considera positivo che, per la prima volta, la nazione aggredita abbia mostrato una visione per il dopoguerra. A dispetto dell’apparente stallo dei negoziati, peraltro, il collaboratore di Donald Trump ha riferito ad Axios che, negli Usa, l’apertura di Zelensky almeno a un referendum sullo status dei territori occupati viene considerata «un progresso». All’America sarebbe stato giurato che gli europei sosterrebbero il capo della resistenza, se decidesse di mandare in porto la consultazione.
Steve Witkoff e Jared Kushner si sarebbero confrontati su piano per creare una zona demilitarizzata a ridosso del fronte, insieme ai consiglieri per la sicurezza di Ucraina, Germania, Francia e Regno Unito. I passi avanti sarebbero stati tali da convincere Trump a spedire il genero e l’inviato speciale in Europa. Entrambi, in vista del vertice di domani, sono attesi oggi a Berlino per dei colloqui con rappresentanti ucraini e tedeschi. Domani, invece, i delegati di The Donald vedranno il cancelliere, Friedrich Merz, Macron e il premier britannico, Keir Starmer. Al summit parteciperanno anche altri leader Ue e Nato, tra cui Giorgia Meloni. Reduce, a questo punto, da un successo politico e diplomatico.
Un’accelerazione delle trattative potrebbe aiutarla a trarsi d’impaccio pure dalle difficoltà interne: i malumori della Lega per il decreto armi e l’intervento a gamba tesa del Colle sulla necessità di sostenere Kiev. La reprimenda di Sergio Mattarella poteva certo essere diretta contro il Carroccio, che infatti ieri ha risposto, con toni insolitamente duri, tramite Paolo Borchia: al capo dello Stato, ha lamentato l’eurodeputato, «piace far politica». A giudicare dai commenti di Matteo Salvini e Claudio Borghi, però, sembra improbabile una crisi della maggioranza. Ma la coincidenza davvero interessante è che l’inquilino del Quirinale ha pronunciato il suo discorso appena dopo il faccia a faccia tra Meloni e Zelensky, cui il nostro premier avrebbe fatto presente l’inevitabilità di «concessioni territoriali dolorose». Ieri è toccato ad Antonio Tajani smentire le presunte pressioni italiane affinché l’Ucraina accetti le condizioni del piano di Trump. «Sui territori», ha precisato il ministro degli Esteri, seguito a ruota da Guido Crosetto, «la decisione è solo degli ucraini». Fatto sta che, pure sull’utilizzo degli asset russi - una partita delicatissima, nella quale nemmeno la posizione della Germania è priva di ambiguità - Roma sta cercando di disinnescare le mine piazzate dalla Commissione europea, che sarebbero di intralcio alla pace.
Chi, intanto, si sta riaffacciando nella veste di mediatore è Recep Tayyip Erdogan. Teme che il Mar Nero, nel quale Ankara mantiene interessi vitali, diventi «un campo di battaglia», come ha detto ieri il Sultano. Non a caso, Kiev ha accusato Mosca di aver colpito un cargo turco che trasportava olio di girasole. Erdogan ha garantito che «la pace non è lontana» ed espresso apprezzamenti per l’iniziativa di The Donald. «Discuteremo il piano anche con il presidente degli Stati Uniti Trump, se possibile», ha annunciato. Con Vladimir Putin, ha aggiunto il presidente, «abbiamo parlato degli sforzi della Turchia per raggiungere la pace. Entrambi riteniamo positivo il tentativo di impostare un dialogo per porre fine al conflitto. Trump si è attivato e noi siamo al suo fianco, i nostri contatti con gli Usa sono continui».
Ieri, sono stati trasferiti in Ucraina quasi tutti i prigionieri liberati dalla Bielorussia in cambio dello stop alle sanzioni statunitensi, compresa l’oppositrice al regime Maria Kolesnikova. Pure questo è un piccolo segnale. Se ne attende qualcuno dall’Europa. Prima che la guerra diventi la sua tragica profezia che si autoavvera.
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Il trionfo globale del carbone. Assalto AI alle reti elettriche. Shale oil, parte il consolidamento negli USA. Aumentano i conflitti commerciali sulle risorse critiche. Volatilità sui mercati dei metalli.