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2021-11-01
Eutanasia, se passa il referendum a rischio 30.000 persone l’anno
Ansa
Che cosa accade in un Paese dove si legalizzino l'eutanasia e il suicidio assistito? Nulla. Anzi, no: riconosce un fondamentale diritto per quanti, semplicemente, vogliono essere «liberi di scegliere». Questo assicurano i promotori del referendum sull'eutanasia legale, Marco Cappato in primis, che nei mesi scorsi hanno potuto contare sul convinto supporto di numerosi volti noti, a partire da quelli delle star di Instagram Fedez e Chiara Ferragni. Sfortunatamente, la faccenda è un più complessa e non la teoria né gli spauracchi di qualche oscurantista, bensì l'esperienza indica che, ovunque sia stata consentita, la «dolce morte» ha avviato una spirale con serie conseguenze sociali e culturali.
Iniziando con le prime, il dato che balza all'occhio è il boom della morte assistita che, dapprima presentata come rimedio per casi disperati, poi si fa tendenza. È andata così in Olanda, dove i 1.882 casi del 2002 nel 2020 sono diventati 6.938, con una crescita di quasi il 270%. Non solo. Secondo quanto pubblicato nel 2017 sul New England journal of medicine, oltre il 20% delle morti assistite nei Paesi Bassi non sarebbe registrato; il che vuol dire che il boom eutanasico è di fatto ancora più devastante di quanto appaia e che legalizzare il fenomeno non elimina affatto, neppure dopo anni, il suo lato clandestino. Il ritornello secondo cui, se legalizzi un fenomeno, ne elimini il prosperare clandestino viene dunque smentito dalla realtà.
Quello olandese non è il solo esempio di come la «dolce morte» tenda a dilagare. In Canada, in appena quattro anni -dal 2016 al 2020 - le eutanasie sono cresciute di oltre il 665%. Colpisce poi l'esempio del Belgio dove, dal 2003 al 2019, le morti on demand sono lievitate di oltre il 1.000%. C'è stata, è vero, una lieve flessione nel 2020 - con comunque circa 7 persone al giorno eliminate -, ma c'è chi stima che i decessi indotti registrati siano poco più della metà degli effettivi. Se si scava oltre, emerge un quadro più allarmante, che prova come legalizzare il diritto a essere uccisi generi un clima di morte duro da arginare, e che rischia di portare all'aumento pure dei suicidi. Ne è convinto Theo Boer, bioeticista dell'Università di Groningen, secondo cui in Olanda legalizzare l'eutanasia «non solo ha portato a più morti assistite, ma potrebbe anche essere una delle cause dell'aumento del numero di suicidi».
Sta di fatto che non di rado i medici, inclusi i favorevoli all'eutanasia, non riescono più a sopportare ciò cui sono costretti ad assistere con la «dolce morte», arrivando a dimettersi. Emblematica, al riguardo, la vicenda della dottoressa Berna van Baarsen, bioeticista che nel 2018, dopo dieci anni di onorato servizio, non se l'è più sentita di continuare a far parte di un comitato regionale del suo Paese, l'Olanda.
La riluttanza di tanti medici davanti all'iniezione letale ha portato alla creazione, sempre nei Paesi Bassi, di alcune cliniche preposte. Come la End of life clinic, dove lavorano 140 tra dottori e infermieri che prendono in carico, appunto, i pazienti il cui medico curante non se la sente di uccidere. Ma questo ai sostenitori della «dolce morte» ancora non basta. Essi chiedono ancora più. Istruttiva, su questo, è la testimonianza di Wim van Dijk, psicologo di 78 anni residente a Den Bosch, che due settimane fa era stato fermato dalla polizia nell'ambito di una indagine sul suicidio assistito illegale, avviata da mesi e che, ad agosto, aveva già portato all'arresto di Alex S., ventottenne accusato d'aver fornito a dozzine di persone, almeno sei delle quali sono poi morte, del «Middel X», un conservante letale (uccide in 30, massimo 60 secondi) sotto forma di polvere bianca, ben noto ai grossisti di prodotti chimici.
Ebbene, subito rilasciato van Dijk - che dal 2013 milita nella Coöperatie Laatste Wil, gruppo di pressione in favore del suicidio assistito - non si è impaurito, ma ha rincarato la dose. Infatti, dialogando con il giornale Volkskrant, ha rivendicato di aver contribuito alla morte di oltre 100 persone. «Sono molto consapevole delle conseguenze della mia storia, ma non mi interessa», ha dichiarato, subito aggiungendo: «Non mi importa molto se mi arrestano o mi mettono in prigione. Anzi, voglio che succeda qualcosa, che la magistratura agisca». Morale, dopo 20 anni di «dolce morte» in Olanda c'è ancora chi, a costo d'essere arrestato, confida nei giudici perché aprano nuovi varchi.
Un'altra conseguenza del riconoscimento, per via legislativa, del diritto di essere uccisi è la stigmatizzazione delle persone malate. Si prenda il citato Canada dove ancora nel 2017, sul Canadian medical association journal, si erano stimati in 138 milioni di dollari annui i risparmi per le casse pubbliche della morte indotta. E coincidenza, proprio da quel Paese un paio di anni fa era venuta la notizia di Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, serio disturbo neurovegetativo, alle prese con il diritto... di vivere. L'uomo si era trovato davanti a un tragico bivio: sborsare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui aveva bisogno - e che non poteva permettersi - oppure l'eutanasia. Foley decise di denunciare l'ospedale e il governo dell'Ontario, producendo pure due audio (una del 2017, l'altra del 2018) nelle quali il personale ospedaliero cercava ripetutamente di spingerlo a farla finita.
Inevitabile, allora, chiedersi che accadrebbe se pure l'Italia legalizzasse la «dolce morte», scenario tutto fuorché remoto viste le firme per il referendum e il disegno di legge sul suicidio assistito che a breve finirà alla Camera. Basandosi sui dati olandesi, Assuntina Morresi, docente universitaria e componente del Comitato nazionale di bioetica, ha stimato che l'Italia rischia 30.000 morti per eutanasia all'anno, oltre 80 al giorno. Considerato questo, e visto l'andazzo nei Paesi ricordati, meglio pensarci bene, prima d'imboccare una via così cupa.
«Qualcosa si muove nella politica. La caduta del ddl Zan è solo l’inizio»
Figlia d'arte, suo padre Carlo Casini è stato leader del Movimento per la Vita per decenni, Marina Casini Bandini è giurista e bioeticista all'Università Cattolica. Da poco confermata alla presidenza del Movimento, in questi giorni è impegnata nel 41° convegno nazionale di Mpv, Cav e case di accoglienza.
Presidente, lei ha dichiarato che il referendum sull'eutanasia proposto dai radicali è un'altra nube scura che fanno piombare sul nostro Paese: non è, invece, un altro passo sulla via della libertà?
«Il tema della libertà è importantissimo, la libertà è un bene prezioso. Il punto è come si interpreta la libertà. Secondo l'ideologia che promuove aborto e eutanasia, la libertà è intesa come autodeterminazione assoluta e autoreferenziale, come fine in sé, forza cieca che non riconosce l'altro, il valore della sua vita, e quindi lo calpesta. La libertà è invece un mistero profondamente umano, ricchissimo e denso, legato alla verità e all'amore. La libertà ha una profonda valenza relazionale, e va giudicata anche rispetto al contenuto e ai fini che si prefigge: la libertà di fare una passeggiata per raggiungere la banca da rapinare è diversa dalla libertà di passeggiare per andare a fare la spesa. La parola “libertà" usata per legittimare l'uccisione, è sopraffazione, non libertà».
Mi scusi, ma se uno sceglie di farla finita non ruba niente a nessuno…
«Parlando di eutanasia, va detto che il tema della libertà è strumentalizzato perché quando negli ordinamenti giuridici si introducono eutanasia e suicidio assistito, la parola ultima e definitiva non è quella della libertà individuale, ma quella della società che valuta in termini qualitativamente diversi la dignità umana, e dunque il valore della vita, delle persone malate o disabili non autosufficienti. Questa strumentalizzazione introduce nuove forme di discriminazione perché mette le persone più fragili in salute, e quindi più bisognose di assistenza, nella condizione di sentirsi dei “pesi" per la comunità, ospiti socialmente sgraditi e onerosi. In certe situazioni drammatiche è chiaro che dare sostegno alla “libertà di morire", accompagnata magari da scarsità di assistenza sanitaria e umana, di fatto finirebbe per indebolire la “libertà di vivere". Forse, invece che di autodeterminazione, bisognerebbe parlare di autoesclusione per eterodeterminazione. “Amare fino alla fine" dovrebbe essere il motto del fine vita, perché siamo tutti responsabili gli uni degli altri, perché la vita umana è un valore in sé, perché la morte si accetta e non si cagiona, perché solo così la convivenza è davvero civile».
Per nessuno è facile porsi di fronte alla sofferenza, quali sono le alternative concrete per prendersi cura delle persone?
«La sofferenza non va banalizzata, ha tanti volti, fa paura a tutti, così come lo stravolgimento della propria e dell'altrui vita. Per le persone colpite dalle malattie, specialmente quelle prive di spazi di guarigione, difficoltà e problemi di ogni genere esistono, eccome. Fatica, preoccupazioni, stato di allerta sono compagni quotidiani. La burocrazia sanitaria sfianca. Il Ssn offre una base minima, spesso fatta di parti di un puzzle da costruire per capire cosa e come viene offerto dallo Stato; il carico, anche economico, è prevalentemente tutto sulle famiglie. Ciò che la società dovrebbe garantire è il massimo impegno scientifico, tecnico, organizzativo per assicurare a tutti, e su tutto il territorio, cure palliative e terapia del dolore; rinforzo e qualità dell'assistenza sanitaria anche a domicilio; sicurezza di ottenere cure adeguate e fruibili, ma anche non imposizione di interventi sproporzionati e clinicamente non adeguati; maggiore diffusione degli hospice; alleggerimento della burocrazia sanitaria e migliore organizzazione dei servizi; aiuto alle famiglie e ai caregiver; miglioramento delle strutture ospedaliere, compresi i pronto soccorso, e di quelle assistenziali sia dal punto di vista ambientale che dal punto di vista della formazione umana e professionale degli operatori».
Non le sembra un po' il libro dei sogni nella nostra realtà?
«No, aggiungo che si dovrebbe anche parlare della cura, del garbo, dell'amorevolezza. Se non diamo risposte concrete alla sofferenza delle persone, è facile che suicidio assistito ed eutanasia siano visti come soluzione disperata».
Il Movimento per la vita si riferisce a un concetto di dignità della persona per cui non è lecito per nessuno soffocare la vita dal momento del concepimento, fino alla sua fine naturale. Aborto ed eutanasia sono due facce della stessa medaglia?
«L'idea della dignità a cui si riferisce il Mpv è quella della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo: il principio di uguaglianza si fonda sul riconoscimento dell'intrinseca dignità di ogni essere umano, dunque dal concepimento. Pace, giustizia e libertà, si legge, sono fondati proprio sul riconoscimento dell'uguale e inerente dignità di ogni uomo. Colui che è generato da un uomo e una donna è un figlio, uno di noi. Ecco perché, pur nelle differenze di situazioni e circostanze, si può dire che la richiesta di introdurre l'eutanasia è l'altra faccia della medaglia della cultura abortista, perché se una società accetta di uccidere l'uomo che ha di fronte a sé tutta la vita e che non chiede la morte, facilmente poi darà la morte a chi la chiede, ammesso che la domanda di morte sia veramente libera. In gioco c'è sempre il tema del valore della vita umana».
Di fronte a questa cultura, che papa Giovanni Paolo II definiva «della morte», c'è ancora una sensibilità politica capace di alzarsi in piedi?
«Nel tempo le sfide poste dalla cultura della morte o dello scarto sono aumentate e si accavallano. Questo rende tutto più difficile e complicato. Non si deve però cadere nel pessimismo; queste battaglie implicano tempi lunghi e tenacia operosa secondo il criterio della gradualità. Qualcosa nella politica si sta muovendo e il recente esito del ddl Zan ne è la prova. Certamente non bisogna arrendersi e lavorare affinché si affermi una politica alta, dove chi ci rappresenta sappia spendersi per il bene comune, portando al centro il tema della vita. È questa la base del nuovo umanesimo e le donne hanno un ruolo fondamentale per il loro legame con il figlio dal concepimento alla nascita».
«Il trend è simile in tutto il mondo»

Assuntina Morresi (Ansa)
Applicando le percentuali dell'Olanda, in Italia ci sarebbero 30.000 morti con l'eutanasia legale. Questo il funereo conteggio di Assuntina Morresi, membro del Comitato nazionale per la bioetica, scritto su Avvenire.
Tra la «liberalissima» Olanda e la «cattolicissima» Italia non ci sono più differenze?
«Non ho voluto provocare nessuno, piuttosto ho cercato di far percepire le dimensioni del fenomeno. Un percentuale a una cifra può trarre in inganno, può dare l'idea di qualcosa di marginale. Quando si passa ai numeri assoluti, invece, si contano le persone, e si capisce meglio di cosa si sta parlando. Nei 20 anni di applicazione della legge sull'eutanasia, gli olandesi che hanno chiesto e ottenuto di essere uccisi dai medici del servizio sanitario sono aumentati sempre, anno dopo anno, fino a raggiungere un numero ragguardevole, e non abbiamo neppure motivo di pensare che ci si fermi qui. È un trend che osserviamo in tutti i Paesi in cui l'eutanasia è stata legalizzata: per quale motivo in Italia dovrebbe andare diversamente, se si approvasse la morte medicalmente assistita anche da noi?».
In un Paese come il nostro che muore di vecchiaia, l'eutanasia potrebbe essere lo strumento per ammazzare una volta per tutte un problema che è anche esistenziale, oltre che sociale.
«In effetti fra le richieste di eutanasia aumentano quelle per “polipatologie", cioè da parte di persone che sono colpite da più patologie contemporaneamente, nessuna delle quali, però, mortale: è la tipica condizione della vecchiaia, quando problemi alla vista, all'udito, alla deambulazione, e magari anche cardiaci sono spesso coesistenti. Va considerato anche che nell'inverno demografico che stiamo vivendo sarà sempre più difficile per le persone anziane essere assistite in casa, dai propri figli, negli ultimi anni di vita. In una società che non fa più figli la perdita progressiva dell'autonomia, inevitabile con il passare degli anni, sarà sempre più spesso accompagnata dalla solitudine, e di conseguenza da una istituzionalizzazione sempre più diffusa degli anziani, impossibilitati a vivere da soli. Una condizione drammaticamente triste, per la quale la morte può facilmente apparire una liberazione, l'unica via d'uscita».
E allora ecco comparire i servizi offerti per la dolce morte, centri che assomigliano sempre di più a delle Spa. In fondo che c'è di male nel cercare di morire in modo pulito?
«Ha detto bene: “morire in modo pulito". Medicalizzare la morte significa sterilizzarla, togliere lo “sporco" della sofferenza e soprattutto dell'incertezza che da sempre avvolge l'ultimo tratto della vita di ogni essere umano, eliminare il mistero della fine di ciascuno di noi. D'altra parte è evidente che non possiamo avere l'esperienza personale della nostra morte, e vedere qualcuno morire è un'esperienza sempre meno comune. La morte fa paura perché resta sempre una sconosciuta. Con l'eutanasia, invece, sappiamo tutto e quindi possiamo controllare tutto, o per lo meno ci illudiamo di poterlo fare: c'è una procedura medica precisa, ben dettagliata, di tutto quello che succederà nelle ultime ore di vita, dei sintomi che appariranno, e tutto avverrà senza dolore. Tutto previsto e pianificato, senza sorprese. A nostra misura. E se possiamo controllare qualcosa, ci fa meno paura. Morire dignitosamente, senza soffrire, è certamente un legittimo desiderio di tutti noi, ma siamo sicuri che per farlo la strada migliore sia organizzare un omicidio su richiesta? Perché non affidarsi, invece, alle cure palliative e alle terapie del dolore? Percorsi ormai efficaci, tanto che l'esperienza mostra che dagli hospice non vengono mai richieste di eutanasia».
Cosa significa questa crescente domanda di morire «assistiti»?
«Oltre a quanto ho appena detto sulla nuova solitudine degli anziani, significa che per un numero sempre maggiore di persone la morte appare l'unico rimedio a una sofferenza insopportabile. Una sofferenza che va oltre il dolore fisico del morente, e che è innanzitutto una sofferenza per una condizione umana che non si riesce a sostenere. Una insostenibilità dovuta da una parte alle ideologie incentrate sulla autodeterminazione come condizione necessaria per la propria realizzazione personale, e dall'altra alla scristianizzazione progressiva che toglie inevitabilmente ogni speranza. Ma se ammettiamo che in certe condizioni la morte può essere preferibile alla vita, tanto da poter essere procurata dallo stato, su richiesta, per quale motivo dovremmo trovare soluzioni alternative?»
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In Olanda i 1.882 casi del 2002 sono saliti a 6.938 nel 2020: + 270%. In Canada dal 2016 l'aumento è stato di oltre il 665% e in Belgio del 1.000% in tre lustri. E se da noi passasse il quesito dei radicali? Ecco le tremende previsioni.Marina Casini Bandini, presidente del Movimento per la vita: «Non sono pessimista, queste battaglie hanno tempi lunghi. Il Parlamento deve dare risposte concrete alle sofferenze delle persone perché non siano disperate».La bioeticista Assuntina Morresi: «Dove sono in vigore leggi permissive le richieste continuano a crescere. Fenomeno di dimensioni allarmanti. E non c'è motivo per pensare che ci si fermi qui».Lo speciale contiene tre articoli.Che cosa accade in un Paese dove si legalizzino l'eutanasia e il suicidio assistito? Nulla. Anzi, no: riconosce un fondamentale diritto per quanti, semplicemente, vogliono essere «liberi di scegliere». Questo assicurano i promotori del referendum sull'eutanasia legale, Marco Cappato in primis, che nei mesi scorsi hanno potuto contare sul convinto supporto di numerosi volti noti, a partire da quelli delle star di Instagram Fedez e Chiara Ferragni. Sfortunatamente, la faccenda è un più complessa e non la teoria né gli spauracchi di qualche oscurantista, bensì l'esperienza indica che, ovunque sia stata consentita, la «dolce morte» ha avviato una spirale con serie conseguenze sociali e culturali. Iniziando con le prime, il dato che balza all'occhio è il boom della morte assistita che, dapprima presentata come rimedio per casi disperati, poi si fa tendenza. È andata così in Olanda, dove i 1.882 casi del 2002 nel 2020 sono diventati 6.938, con una crescita di quasi il 270%. Non solo. Secondo quanto pubblicato nel 2017 sul New England journal of medicine, oltre il 20% delle morti assistite nei Paesi Bassi non sarebbe registrato; il che vuol dire che il boom eutanasico è di fatto ancora più devastante di quanto appaia e che legalizzare il fenomeno non elimina affatto, neppure dopo anni, il suo lato clandestino. Il ritornello secondo cui, se legalizzi un fenomeno, ne elimini il prosperare clandestino viene dunque smentito dalla realtà.Quello olandese non è il solo esempio di come la «dolce morte» tenda a dilagare. In Canada, in appena quattro anni -dal 2016 al 2020 - le eutanasie sono cresciute di oltre il 665%. Colpisce poi l'esempio del Belgio dove, dal 2003 al 2019, le morti on demand sono lievitate di oltre il 1.000%. C'è stata, è vero, una lieve flessione nel 2020 - con comunque circa 7 persone al giorno eliminate -, ma c'è chi stima che i decessi indotti registrati siano poco più della metà degli effettivi. Se si scava oltre, emerge un quadro più allarmante, che prova come legalizzare il diritto a essere uccisi generi un clima di morte duro da arginare, e che rischia di portare all'aumento pure dei suicidi. Ne è convinto Theo Boer, bioeticista dell'Università di Groningen, secondo cui in Olanda legalizzare l'eutanasia «non solo ha portato a più morti assistite, ma potrebbe anche essere una delle cause dell'aumento del numero di suicidi». Sta di fatto che non di rado i medici, inclusi i favorevoli all'eutanasia, non riescono più a sopportare ciò cui sono costretti ad assistere con la «dolce morte», arrivando a dimettersi. Emblematica, al riguardo, la vicenda della dottoressa Berna van Baarsen, bioeticista che nel 2018, dopo dieci anni di onorato servizio, non se l'è più sentita di continuare a far parte di un comitato regionale del suo Paese, l'Olanda. La riluttanza di tanti medici davanti all'iniezione letale ha portato alla creazione, sempre nei Paesi Bassi, di alcune cliniche preposte. Come la End of life clinic, dove lavorano 140 tra dottori e infermieri che prendono in carico, appunto, i pazienti il cui medico curante non se la sente di uccidere. Ma questo ai sostenitori della «dolce morte» ancora non basta. Essi chiedono ancora più. Istruttiva, su questo, è la testimonianza di Wim van Dijk, psicologo di 78 anni residente a Den Bosch, che due settimane fa era stato fermato dalla polizia nell'ambito di una indagine sul suicidio assistito illegale, avviata da mesi e che, ad agosto, aveva già portato all'arresto di Alex S., ventottenne accusato d'aver fornito a dozzine di persone, almeno sei delle quali sono poi morte, del «Middel X», un conservante letale (uccide in 30, massimo 60 secondi) sotto forma di polvere bianca, ben noto ai grossisti di prodotti chimici. Ebbene, subito rilasciato van Dijk - che dal 2013 milita nella Coöperatie Laatste Wil, gruppo di pressione in favore del suicidio assistito - non si è impaurito, ma ha rincarato la dose. Infatti, dialogando con il giornale Volkskrant, ha rivendicato di aver contribuito alla morte di oltre 100 persone. «Sono molto consapevole delle conseguenze della mia storia, ma non mi interessa», ha dichiarato, subito aggiungendo: «Non mi importa molto se mi arrestano o mi mettono in prigione. Anzi, voglio che succeda qualcosa, che la magistratura agisca». Morale, dopo 20 anni di «dolce morte» in Olanda c'è ancora chi, a costo d'essere arrestato, confida nei giudici perché aprano nuovi varchi.Un'altra conseguenza del riconoscimento, per via legislativa, del diritto di essere uccisi è la stigmatizzazione delle persone malate. Si prenda il citato Canada dove ancora nel 2017, sul Canadian medical association journal, si erano stimati in 138 milioni di dollari annui i risparmi per le casse pubbliche della morte indotta. E coincidenza, proprio da quel Paese un paio di anni fa era venuta la notizia di Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, serio disturbo neurovegetativo, alle prese con il diritto... di vivere. L'uomo si era trovato davanti a un tragico bivio: sborsare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui aveva bisogno - e che non poteva permettersi - oppure l'eutanasia. Foley decise di denunciare l'ospedale e il governo dell'Ontario, producendo pure due audio (una del 2017, l'altra del 2018) nelle quali il personale ospedaliero cercava ripetutamente di spingerlo a farla finita.Inevitabile, allora, chiedersi che accadrebbe se pure l'Italia legalizzasse la «dolce morte», scenario tutto fuorché remoto viste le firme per il referendum e il disegno di legge sul suicidio assistito che a breve finirà alla Camera. Basandosi sui dati olandesi, Assuntina Morresi, docente universitaria e componente del Comitato nazionale di bioetica, ha stimato che l'Italia rischia 30.000 morti per eutanasia all'anno, oltre 80 al giorno. Considerato questo, e visto l'andazzo nei Paesi ricordati, meglio pensarci bene, prima d'imboccare una via così cupa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eutanasia-referendum-30000-morti-anno-2655464321.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="qualcosa-si-muove-nella-politica-la-caduta-del-ddl-zan-e-solo-linizio" data-post-id="2655464321" data-published-at="1635700014" data-use-pagination="False"> «Qualcosa si muove nella politica. La caduta del ddl Zan è solo l’inizio» Figlia d'arte, suo padre Carlo Casini è stato leader del Movimento per la Vita per decenni, Marina Casini Bandini è giurista e bioeticista all'Università Cattolica. Da poco confermata alla presidenza del Movimento, in questi giorni è impegnata nel 41° convegno nazionale di Mpv, Cav e case di accoglienza. Presidente, lei ha dichiarato che il referendum sull'eutanasia proposto dai radicali è un'altra nube scura che fanno piombare sul nostro Paese: non è, invece, un altro passo sulla via della libertà? «Il tema della libertà è importantissimo, la libertà è un bene prezioso. Il punto è come si interpreta la libertà. Secondo l'ideologia che promuove aborto e eutanasia, la libertà è intesa come autodeterminazione assoluta e autoreferenziale, come fine in sé, forza cieca che non riconosce l'altro, il valore della sua vita, e quindi lo calpesta. La libertà è invece un mistero profondamente umano, ricchissimo e denso, legato alla verità e all'amore. La libertà ha una profonda valenza relazionale, e va giudicata anche rispetto al contenuto e ai fini che si prefigge: la libertà di fare una passeggiata per raggiungere la banca da rapinare è diversa dalla libertà di passeggiare per andare a fare la spesa. La parola “libertà" usata per legittimare l'uccisione, è sopraffazione, non libertà». Mi scusi, ma se uno sceglie di farla finita non ruba niente a nessuno… «Parlando di eutanasia, va detto che il tema della libertà è strumentalizzato perché quando negli ordinamenti giuridici si introducono eutanasia e suicidio assistito, la parola ultima e definitiva non è quella della libertà individuale, ma quella della società che valuta in termini qualitativamente diversi la dignità umana, e dunque il valore della vita, delle persone malate o disabili non autosufficienti. Questa strumentalizzazione introduce nuove forme di discriminazione perché mette le persone più fragili in salute, e quindi più bisognose di assistenza, nella condizione di sentirsi dei “pesi" per la comunità, ospiti socialmente sgraditi e onerosi. In certe situazioni drammatiche è chiaro che dare sostegno alla “libertà di morire", accompagnata magari da scarsità di assistenza sanitaria e umana, di fatto finirebbe per indebolire la “libertà di vivere". Forse, invece che di autodeterminazione, bisognerebbe parlare di autoesclusione per eterodeterminazione. “Amare fino alla fine" dovrebbe essere il motto del fine vita, perché siamo tutti responsabili gli uni degli altri, perché la vita umana è un valore in sé, perché la morte si accetta e non si cagiona, perché solo così la convivenza è davvero civile». Per nessuno è facile porsi di fronte alla sofferenza, quali sono le alternative concrete per prendersi cura delle persone? «La sofferenza non va banalizzata, ha tanti volti, fa paura a tutti, così come lo stravolgimento della propria e dell'altrui vita. Per le persone colpite dalle malattie, specialmente quelle prive di spazi di guarigione, difficoltà e problemi di ogni genere esistono, eccome. Fatica, preoccupazioni, stato di allerta sono compagni quotidiani. La burocrazia sanitaria sfianca. Il Ssn offre una base minima, spesso fatta di parti di un puzzle da costruire per capire cosa e come viene offerto dallo Stato; il carico, anche economico, è prevalentemente tutto sulle famiglie. Ciò che la società dovrebbe garantire è il massimo impegno scientifico, tecnico, organizzativo per assicurare a tutti, e su tutto il territorio, cure palliative e terapia del dolore; rinforzo e qualità dell'assistenza sanitaria anche a domicilio; sicurezza di ottenere cure adeguate e fruibili, ma anche non imposizione di interventi sproporzionati e clinicamente non adeguati; maggiore diffusione degli hospice; alleggerimento della burocrazia sanitaria e migliore organizzazione dei servizi; aiuto alle famiglie e ai caregiver; miglioramento delle strutture ospedaliere, compresi i pronto soccorso, e di quelle assistenziali sia dal punto di vista ambientale che dal punto di vista della formazione umana e professionale degli operatori». Non le sembra un po' il libro dei sogni nella nostra realtà? «No, aggiungo che si dovrebbe anche parlare della cura, del garbo, dell'amorevolezza. Se non diamo risposte concrete alla sofferenza delle persone, è facile che suicidio assistito ed eutanasia siano visti come soluzione disperata». Il Movimento per la vita si riferisce a un concetto di dignità della persona per cui non è lecito per nessuno soffocare la vita dal momento del concepimento, fino alla sua fine naturale. Aborto ed eutanasia sono due facce della stessa medaglia? «L'idea della dignità a cui si riferisce il Mpv è quella della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo: il principio di uguaglianza si fonda sul riconoscimento dell'intrinseca dignità di ogni essere umano, dunque dal concepimento. Pace, giustizia e libertà, si legge, sono fondati proprio sul riconoscimento dell'uguale e inerente dignità di ogni uomo. Colui che è generato da un uomo e una donna è un figlio, uno di noi. Ecco perché, pur nelle differenze di situazioni e circostanze, si può dire che la richiesta di introdurre l'eutanasia è l'altra faccia della medaglia della cultura abortista, perché se una società accetta di uccidere l'uomo che ha di fronte a sé tutta la vita e che non chiede la morte, facilmente poi darà la morte a chi la chiede, ammesso che la domanda di morte sia veramente libera. In gioco c'è sempre il tema del valore della vita umana». Di fronte a questa cultura, che papa Giovanni Paolo II definiva «della morte», c'è ancora una sensibilità politica capace di alzarsi in piedi? «Nel tempo le sfide poste dalla cultura della morte o dello scarto sono aumentate e si accavallano. Questo rende tutto più difficile e complicato. Non si deve però cadere nel pessimismo; queste battaglie implicano tempi lunghi e tenacia operosa secondo il criterio della gradualità. Qualcosa nella politica si sta muovendo e il recente esito del ddl Zan ne è la prova. Certamente non bisogna arrendersi e lavorare affinché si affermi una politica alta, dove chi ci rappresenta sappia spendersi per il bene comune, portando al centro il tema della vita. È questa la base del nuovo umanesimo e le donne hanno un ruolo fondamentale per il loro legame con il figlio dal concepimento alla nascita». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/eutanasia-referendum-30000-morti-anno-2655464321.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-trend-e-simile-in-tutto-il-mondo" data-post-id="2655464321" data-published-at="1635700014" data-use-pagination="False"> «Il trend è simile in tutto il mondo» Assuntina Morresi (Ansa) Applicando le percentuali dell'Olanda, in Italia ci sarebbero 30.000 morti con l'eutanasia legale. Questo il funereo conteggio di Assuntina Morresi, membro del Comitato nazionale per la bioetica, scritto su Avvenire. Tra la «liberalissima» Olanda e la «cattolicissima» Italia non ci sono più differenze? «Non ho voluto provocare nessuno, piuttosto ho cercato di far percepire le dimensioni del fenomeno. Un percentuale a una cifra può trarre in inganno, può dare l'idea di qualcosa di marginale. Quando si passa ai numeri assoluti, invece, si contano le persone, e si capisce meglio di cosa si sta parlando. Nei 20 anni di applicazione della legge sull'eutanasia, gli olandesi che hanno chiesto e ottenuto di essere uccisi dai medici del servizio sanitario sono aumentati sempre, anno dopo anno, fino a raggiungere un numero ragguardevole, e non abbiamo neppure motivo di pensare che ci si fermi qui. È un trend che osserviamo in tutti i Paesi in cui l'eutanasia è stata legalizzata: per quale motivo in Italia dovrebbe andare diversamente, se si approvasse la morte medicalmente assistita anche da noi?». In un Paese come il nostro che muore di vecchiaia, l'eutanasia potrebbe essere lo strumento per ammazzare una volta per tutte un problema che è anche esistenziale, oltre che sociale. «In effetti fra le richieste di eutanasia aumentano quelle per “polipatologie", cioè da parte di persone che sono colpite da più patologie contemporaneamente, nessuna delle quali, però, mortale: è la tipica condizione della vecchiaia, quando problemi alla vista, all'udito, alla deambulazione, e magari anche cardiaci sono spesso coesistenti. Va considerato anche che nell'inverno demografico che stiamo vivendo sarà sempre più difficile per le persone anziane essere assistite in casa, dai propri figli, negli ultimi anni di vita. In una società che non fa più figli la perdita progressiva dell'autonomia, inevitabile con il passare degli anni, sarà sempre più spesso accompagnata dalla solitudine, e di conseguenza da una istituzionalizzazione sempre più diffusa degli anziani, impossibilitati a vivere da soli. Una condizione drammaticamente triste, per la quale la morte può facilmente apparire una liberazione, l'unica via d'uscita». E allora ecco comparire i servizi offerti per la dolce morte, centri che assomigliano sempre di più a delle Spa. In fondo che c'è di male nel cercare di morire in modo pulito? «Ha detto bene: “morire in modo pulito". Medicalizzare la morte significa sterilizzarla, togliere lo “sporco" della sofferenza e soprattutto dell'incertezza che da sempre avvolge l'ultimo tratto della vita di ogni essere umano, eliminare il mistero della fine di ciascuno di noi. D'altra parte è evidente che non possiamo avere l'esperienza personale della nostra morte, e vedere qualcuno morire è un'esperienza sempre meno comune. La morte fa paura perché resta sempre una sconosciuta. Con l'eutanasia, invece, sappiamo tutto e quindi possiamo controllare tutto, o per lo meno ci illudiamo di poterlo fare: c'è una procedura medica precisa, ben dettagliata, di tutto quello che succederà nelle ultime ore di vita, dei sintomi che appariranno, e tutto avverrà senza dolore. Tutto previsto e pianificato, senza sorprese. A nostra misura. E se possiamo controllare qualcosa, ci fa meno paura. Morire dignitosamente, senza soffrire, è certamente un legittimo desiderio di tutti noi, ma siamo sicuri che per farlo la strada migliore sia organizzare un omicidio su richiesta? Perché non affidarsi, invece, alle cure palliative e alle terapie del dolore? Percorsi ormai efficaci, tanto che l'esperienza mostra che dagli hospice non vengono mai richieste di eutanasia». Cosa significa questa crescente domanda di morire «assistiti»? «Oltre a quanto ho appena detto sulla nuova solitudine degli anziani, significa che per un numero sempre maggiore di persone la morte appare l'unico rimedio a una sofferenza insopportabile. Una sofferenza che va oltre il dolore fisico del morente, e che è innanzitutto una sofferenza per una condizione umana che non si riesce a sostenere. Una insostenibilità dovuta da una parte alle ideologie incentrate sulla autodeterminazione come condizione necessaria per la propria realizzazione personale, e dall'altra alla scristianizzazione progressiva che toglie inevitabilmente ogni speranza. Ma se ammettiamo che in certe condizioni la morte può essere preferibile alla vita, tanto da poter essere procurata dallo stato, su richiesta, per quale motivo dovremmo trovare soluzioni alternative?»
Sandro Tonali festeggia il gol dell'1-0 nello spareggio per le qualificazioni al Mondiale contro l'Irlanda del Nord (Getty Images)
Prima la paura, com’è naturale che sia quando il rischio è rappresentato dalla terza mancata qualificazione a un Mondiale consecutiva. Poi la liberazione, quando dopo quasi un’ora di spettri il destro al volo scagliato da Sandro Tonali si è infilato alle spalle di Charles scacciando via ogni cattivo presagio. E infine il sospiro di sollievo, con il raddoppio firmato da Kean, unito a una buona dose di adrenalina e autostima in vista dell’ultimo, vero, ostacolo verso Usa, Canada e Messico 2026.
Nella semifinale dei playoff di qualificazione alla prossima Coppa del mondo, l’Italia compie pienamente il proprio dovere contro l’Irlanda del Nord, vince 2-0 e vola in Bosnia dove martedì 31 marzo si giocherà il tutto per tutto per staccare il pass iridato. Il successo di Bergamo, conquistato non senza qualche fisiologica difficoltà, dovuta più alla tensione che ha accompagnato questo delicato appuntamento che alla forza di un avversario nettamente inferiore, oltre a essere il primo spartiacque sulla strada del Mondiale, consente agli azzurri di Gennaro Gattuso di scrollarsi di dosso una quantità non indifferente di tensione anche e soprattutto in vista di Sarajevo, dove l’ambiente sarà tutt’altro che amichevole. Contro la Bosnia, che ha superato ai rigori il Galles nell'altra nella semifinale playoff, servirà un altro tipo di prestazione e di approccio.
Già, perché il primo tempo ha messo in evidenza i limiti che da tempo accompagnano questa nazionale, fermo restando che la notizia più importante nella serata bergamasca era una e soltanto una: ottenere un risultato che tenesse aperta la corsa al Mondiale.
La tensione che accompagna l’avvio dell’Italia è infatti stato evidente fin dai primi minuti: ritmo basso, manovra prevedibile e Irlanda del Nord ordinata nel difendersi e pronta ad allungare ogni pausa per spezzare il gioco. Gli azzurri tengono il possesso ma faticano a trovare linee di passaggio pulite, si affidano troppo al giro palla tra i difensori e raramente riescono a innescare con continuità Kean e Retegui. Le occasioni del primo tempo nascono quasi esclusivamente da situazioni da fermo - il colpo di testa di Bastoni e il tentativo di Politano - mentre dall’altra parte basta una ripartenza o un pallone vagante per alimentare qualche apprensione, come sulla sortita di Galbraith o sul corner che attraversa l’area senza deviazioni. Nella ripresa l’inerzia non cambia subito, ma l’Italia trova progressivamente più campo e soprattutto più convinzione. L’episodio che rompe l’equilibrio arriva al 55’, quando su un pallone respinto corto dalla difesa nordirlandese Tonali coordina il destro al volo che sblocca la partita e alleggerisce il peso della serata. Da lì in avanti gli azzurri di Gattuso prendono definitivamente il controllo: Kean va vicino al raddoppio in più occasioni prima di trovarlo all’80’, con un sinistro preciso che chiude i conti e trasforma l’ultimo quarto d’ora in una gestione senza scossoni, accompagnata dal sollievo del pubblico della New Balance Arena che saluta gli azzurri con un coro che più eloquente non si può: «Portaci al Mondiale oh oh! Portaci al Mondiale oh oh!».
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Per molti anni il turismo internazionale è stato accompagnato da una narrazione molto precisa: quella della scoperta. Ogni destinazione veniva presentata come un altrove misterioso, pronto a rivelarsi allo sguardo curioso del viaggiatore occidentale. Guide, reportage, blog e social hanno alimentato questa promessa per almeno due decenni.
Poi qualcosa è cambiato.
Non perché si viaggi di meno — i numeri globali del turismo continuano a crescere — ma perché alcuni paesi sono stati raccontati così tanto da non avere più bisogno di essere scoperti. Le immagini sono già lì, sedimentate: le medine del Marocco, i templi del Giappone, le auto americane degli anni Cinquanta a Cuba.
Viaggiare in questi luoghi oggi significa accettare una realtà semplice: il viaggiatore non è più il protagonista della storia. Non arriva per rivelare un mondo nascosto. Arriva piuttosto in un luogo che è già stato visto, scritto, raccontato migliaia di volte.
E forse è proprio questo ridimensionamento a rendere il viaggio contemporaneo più interessante.
Casablanca, Marocco. Vista frontale della moschea di Hassan II e del minareto più alto del mondo (iStock)
Marocco: l’altrove diventato quotidiano
Per molto tempo il Marocco ha rappresentato una delle porte d’ingresso all’altrove per l’Europa. Vicino geograficamente, ma abbastanza diverso da alimentare un immaginario esotico potente: spezie, tappeti, deserti, souk affollati, chiamate alla preghiera al tramonto.
Ancora oggi molte narrazioni turistiche insistono su questo repertorio visivo, ma basta arrivare a Marrakech o a Fès per accorgersi che la realtà è molto più pragmatica.
Le medine sono organismi urbani complessi, vivi, spesso caotici. I negozi aprono all’alba, i motorini sfrecciano nei vicoli strettissimi, gli artigiani lavorano con una velocità che non ha nulla di romantico. Il turismo è parte del sistema economico, ma non lo domina completamente.
Il risultato è che il visitatore smette abbastanza in fretta di sentirsi un esploratore. Il Marocco non ha bisogno di essere interpretato: continua semplicemente a funzionare secondo i suoi ritmi.
Il modo migliore per viverlo oggi è accettare questa normalità. Perdersi nella medina senza cercare continuamente l’immagine perfetta, sedersi in un caffè locale, osservare il traffico umano che attraversa i souk.
Dove dormire (bello e accessibile)
Riad Dar El Yasmine - Marrakech
Un piccolo riad nel cuore della medina, con patio interno e piscina sul tetto. Camere curate e prezzi ancora accessibili rispetto a molte strutture della città.
Riad Laaroussa - Fès
Casa tradizionale restaurata con gusto, terrazza panoramica e hammam. Un’ottima base per esplorare la medina.
Dove mangiare
Nomad – Marrakech
Ristorante molto frequentato anche dai locali più giovani, con cucina marocchina reinterpretata e una delle terrazze più belle della città.
Café Clock - Marrakech
Un luogo diventato quasi istituzionale tra viaggiatori e studenti stranieri: tajine, cous cous e il celebre camel burger.
Sakura in Giappone (iStock)
Giappone: il paese che non ha bisogno di spiegazioni
Il Giappone è forse uno dei paesi più raccontati degli ultimi anni. Libri, documentari, blog di viaggio, social network: tutto ha contribuito a costruire un’immagine affascinante e coerente.
Tecnologia avanzata, rituali antichi, estetica minimalista, disciplina sociale.
Arrivando a Tokyo o Kyoto, però, si scopre una realtà molto meno misteriosa di quanto ci si aspetti. Il Giappone non è un enigma da decifrare. È un paese incredibilmente organizzato che ha già integrato il turismo nei suoi sistemi quotidiani.
Le stazioni ferroviarie gestiscono milioni di persone al giorno con una precisione quasi matematica. I ristoranti espongono modelli di plastica dei piatti in vetrina. I templi più famosi sono pieni di visitatori.
In altre parole: il viaggio non consiste nel capire il Giappone, ma nel viverlo.
Le esperienze più interessanti spesso sono le più semplici: mangiare ramen al bancone di un minuscolo ristorante, camminare per ore nei quartieri residenziali di Tokyo, osservare la vita quotidiana nei convenience store aperti ventiquattr’ore su ventiquattro.
Il Giappone non ha bisogno di essere spiegato. Funziona perfettamente anche senza interpretazioni.
Dove dormire
Hotel Gracery Shinjuku - Tokyo
Un hotel moderno nel cuore di Shinjuku, perfetto per chi vuole vivere la dimensione più urbana della città.
Piece Hostel Kyoto
Uno degli ostelli più eleganti del Giappone: design minimal, camere private e spazi comuni molto curati.
Dove mangiare
Ichiran
Catena famosa per il sistema di cabine individuali: si mangia ramen in solitudine, concentrati solo sul piatto.
Gyoza Hohei - Kyoto
Piccolo ristorante nel quartiere di Gion, specializzato in gyoza (ravioli di carne) e piatti semplici della tradizione.
L'Avana, Cuba skyline del centro (iStock)
Cuba: la realtà oltre la cartolina
Se c’è un paese che negli ultimi decenni è stato romanticizzato all’infinito, quello è Cuba.
Rivoluzione, musica, salsa, sigari, auto d’epoca, nostalgia. L’isola è diventata quasi un simbolo culturale prima ancora che una destinazione turistica.
Ma arrivando all’Avana si scopre subito che Cuba non è una scenografia costruita per il visitatore. È un paese complesso, con un’economia fragile, infrastrutture irregolari e una quotidianità fatta di adattamenti continui.
Le immagini iconiche esistono — le Chevrolet degli anni ’50, il Malecón al tramonto, le case coloniali colorate — ma convivono con code per il pane, interruzioni di corrente e un sistema di vita molto diverso da quello occidentale.
Il viaggiatore smette presto di sentirsi al centro dell’esperienza. Piuttosto diventa un osservatore temporaneo di una realtà che continua indipendentemente dalla sua presenza.
Ed è proprio questo che rende Cuba ancora interessante: non cerca di compiacere il turismo.
Dove dormire
Casa Vieja 1840 – La Habana
Casa particular restaurata nel centro storico dell’Avana, con terrazza panoramica e camere eleganti.
Lola Trinidad Boutique Hotel - Trinidad
Una casa coloniale colorata nel cuore della città di Trinidad, accogliente e gestita da una famiglia locale.
Dove mangiare
La Guarida – La Habana
Uno dei ristoranti più celebri dell’isola, ospitato in un palazzo decadente diventato simbolo della nuova ristorazione cubana.
Taberna La Botija - Trinidad
Locale semplice e molto frequentato, con musica dal vivo e piatti tradizionali.
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Il viaggiatore dopo il mito
Il turismo globale sta forse entrando in una fase più adulta.
Per molto tempo il viaggio è stato raccontato come una forma di conquista simbolica: il viaggiatore partiva per scoprire, comprendere, rivelare. Oggi molti luoghi del mondo non hanno più bisogno di essere rivelati.
Sono già stati visti da milioni di persone.
Questo non significa che il viaggio perda valore. Significa piuttosto che cambia prospettiva. Non è più una scoperta eroica, ma una presenza temporanea dentro una realtà che esiste indipendentemente da noi.
Forse è proprio questo il turismo dopo l’entusiasmo: meno epica, meno esotismo costruito, più attenzione alla vita reale dei luoghi attraversati.
E, paradossalmente, proprio da questa normalità può nascere un modo nuovo — e forse più interessante — di viaggiare.
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Mentre il mondo osserva lo Stretto di Hormuz, Pechino raccoglie i frutti di una strategia fondata sull’autonomia energetica. Pur con una crescita interna debole e le difficoltà del real estate, la Cina si è resa meno vulnerabile ai ricatti energetici globali. «La lungimiranza della Cina in materia di politica energetica sta pagando dividendi importanti in questa fase di mercato», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «poiché grazie a riserve strategiche per 1,2 miliardi di barili e alla fitta rete di oleodotti terrestri con Russia e Kazakistan, il Dragone ha ridotto la sua dipendenza dai blocchi navali mediorientali a una quota gestibile, tra il 40% e il 50%, contro l’80% di pochi anni fa».
Ma la tenuta macro non basta: molte società cinesi investono pesantemente in tecnologia e nel breve possono deludere. Alibaba, con utili in calo del 67%, paga gli investimenti in Ia e cloud; Jd.com regge meglio grazie a una logistica proprietaria «alla Amazon».
Se la Cina tiene, la Corea del Sud incarna insieme riscossa e fragilità. Dopo la guerra in Iran il Kospi ha accusato crolli anche oltre il 12% in una seduta. Qui la dipendenza energetica resta estrema e si somma a un listino dominato dai chip. «L’economia coreana è oggi un caso studio sulla vulnerabilità agli shock geopolitici», osserva Salvatore Gaziano, «perché ogni fiammata del petrolio si traduce in un aumento immediato dei costi per giganti come Samsung Electronics. Nonostante il titolo Samsung vanti una performance monstre a un anno (+201,94%) e traini la Borsa coreana grazie al peso importante, l’escalation in Iran ha bruciato quasi il 20% dai massimi di febbraio, ricordandoci che in Asia la tecnologia corre veloce, ma il petrolio decide la direzione».
Anche l’India scopre che i rapporti con il Medio Oriente vanno oltre l’energia. Il Sensex è sceso ai minimi da 11 mesi per il timore che il conflitto destabilizzi gli Emirati Arabi Uniti, partner vitale per Nuova Delhi. «Per l’India la minaccia iraniana va ben oltre il prezzo della benzina alla pompa», avverte Gaziano, «poiché mette a rischio il flusso di rimesse degli 8-9 milioni di indiani nel Golfo. Parliamo di un gettito che vale circa il 3% del Pil nazionale. Se la stabilità degli Emirati dovesse vacillare, l’impatto sulle partite correnti di Nuova Delhi sarebbe non trascurabile».
L’Etf iShares Msci India segna -14,11% da inizio anno. In un contesto di dollaro forte, la parola d’ordine è «selettività»: titoli come Keyence e Tsmc restano snodi cruciali dell’innovazione asiatica.
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