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2021-11-01
Eutanasia, se passa il referendum a rischio 30.000 persone l’anno
Ansa
Che cosa accade in un Paese dove si legalizzino l'eutanasia e il suicidio assistito? Nulla. Anzi, no: riconosce un fondamentale diritto per quanti, semplicemente, vogliono essere «liberi di scegliere». Questo assicurano i promotori del referendum sull'eutanasia legale, Marco Cappato in primis, che nei mesi scorsi hanno potuto contare sul convinto supporto di numerosi volti noti, a partire da quelli delle star di Instagram Fedez e Chiara Ferragni. Sfortunatamente, la faccenda è un più complessa e non la teoria né gli spauracchi di qualche oscurantista, bensì l'esperienza indica che, ovunque sia stata consentita, la «dolce morte» ha avviato una spirale con serie conseguenze sociali e culturali.
Iniziando con le prime, il dato che balza all'occhio è il boom della morte assistita che, dapprima presentata come rimedio per casi disperati, poi si fa tendenza. È andata così in Olanda, dove i 1.882 casi del 2002 nel 2020 sono diventati 6.938, con una crescita di quasi il 270%. Non solo. Secondo quanto pubblicato nel 2017 sul New England journal of medicine, oltre il 20% delle morti assistite nei Paesi Bassi non sarebbe registrato; il che vuol dire che il boom eutanasico è di fatto ancora più devastante di quanto appaia e che legalizzare il fenomeno non elimina affatto, neppure dopo anni, il suo lato clandestino. Il ritornello secondo cui, se legalizzi un fenomeno, ne elimini il prosperare clandestino viene dunque smentito dalla realtà.
Quello olandese non è il solo esempio di come la «dolce morte» tenda a dilagare. In Canada, in appena quattro anni -dal 2016 al 2020 - le eutanasie sono cresciute di oltre il 665%. Colpisce poi l'esempio del Belgio dove, dal 2003 al 2019, le morti on demand sono lievitate di oltre il 1.000%. C'è stata, è vero, una lieve flessione nel 2020 - con comunque circa 7 persone al giorno eliminate -, ma c'è chi stima che i decessi indotti registrati siano poco più della metà degli effettivi. Se si scava oltre, emerge un quadro più allarmante, che prova come legalizzare il diritto a essere uccisi generi un clima di morte duro da arginare, e che rischia di portare all'aumento pure dei suicidi. Ne è convinto Theo Boer, bioeticista dell'Università di Groningen, secondo cui in Olanda legalizzare l'eutanasia «non solo ha portato a più morti assistite, ma potrebbe anche essere una delle cause dell'aumento del numero di suicidi».
Sta di fatto che non di rado i medici, inclusi i favorevoli all'eutanasia, non riescono più a sopportare ciò cui sono costretti ad assistere con la «dolce morte», arrivando a dimettersi. Emblematica, al riguardo, la vicenda della dottoressa Berna van Baarsen, bioeticista che nel 2018, dopo dieci anni di onorato servizio, non se l'è più sentita di continuare a far parte di un comitato regionale del suo Paese, l'Olanda.
La riluttanza di tanti medici davanti all'iniezione letale ha portato alla creazione, sempre nei Paesi Bassi, di alcune cliniche preposte. Come la End of life clinic, dove lavorano 140 tra dottori e infermieri che prendono in carico, appunto, i pazienti il cui medico curante non se la sente di uccidere. Ma questo ai sostenitori della «dolce morte» ancora non basta. Essi chiedono ancora più. Istruttiva, su questo, è la testimonianza di Wim van Dijk, psicologo di 78 anni residente a Den Bosch, che due settimane fa era stato fermato dalla polizia nell'ambito di una indagine sul suicidio assistito illegale, avviata da mesi e che, ad agosto, aveva già portato all'arresto di Alex S., ventottenne accusato d'aver fornito a dozzine di persone, almeno sei delle quali sono poi morte, del «Middel X», un conservante letale (uccide in 30, massimo 60 secondi) sotto forma di polvere bianca, ben noto ai grossisti di prodotti chimici.
Ebbene, subito rilasciato van Dijk - che dal 2013 milita nella Coöperatie Laatste Wil, gruppo di pressione in favore del suicidio assistito - non si è impaurito, ma ha rincarato la dose. Infatti, dialogando con il giornale Volkskrant, ha rivendicato di aver contribuito alla morte di oltre 100 persone. «Sono molto consapevole delle conseguenze della mia storia, ma non mi interessa», ha dichiarato, subito aggiungendo: «Non mi importa molto se mi arrestano o mi mettono in prigione. Anzi, voglio che succeda qualcosa, che la magistratura agisca». Morale, dopo 20 anni di «dolce morte» in Olanda c'è ancora chi, a costo d'essere arrestato, confida nei giudici perché aprano nuovi varchi.
Un'altra conseguenza del riconoscimento, per via legislativa, del diritto di essere uccisi è la stigmatizzazione delle persone malate. Si prenda il citato Canada dove ancora nel 2017, sul Canadian medical association journal, si erano stimati in 138 milioni di dollari annui i risparmi per le casse pubbliche della morte indotta. E coincidenza, proprio da quel Paese un paio di anni fa era venuta la notizia di Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, serio disturbo neurovegetativo, alle prese con il diritto... di vivere. L'uomo si era trovato davanti a un tragico bivio: sborsare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui aveva bisogno - e che non poteva permettersi - oppure l'eutanasia. Foley decise di denunciare l'ospedale e il governo dell'Ontario, producendo pure due audio (una del 2017, l'altra del 2018) nelle quali il personale ospedaliero cercava ripetutamente di spingerlo a farla finita.
Inevitabile, allora, chiedersi che accadrebbe se pure l'Italia legalizzasse la «dolce morte», scenario tutto fuorché remoto viste le firme per il referendum e il disegno di legge sul suicidio assistito che a breve finirà alla Camera. Basandosi sui dati olandesi, Assuntina Morresi, docente universitaria e componente del Comitato nazionale di bioetica, ha stimato che l'Italia rischia 30.000 morti per eutanasia all'anno, oltre 80 al giorno. Considerato questo, e visto l'andazzo nei Paesi ricordati, meglio pensarci bene, prima d'imboccare una via così cupa.
«Qualcosa si muove nella politica. La caduta del ddl Zan è solo l’inizio»
Figlia d'arte, suo padre Carlo Casini è stato leader del Movimento per la Vita per decenni, Marina Casini Bandini è giurista e bioeticista all'Università Cattolica. Da poco confermata alla presidenza del Movimento, in questi giorni è impegnata nel 41° convegno nazionale di Mpv, Cav e case di accoglienza.
Presidente, lei ha dichiarato che il referendum sull'eutanasia proposto dai radicali è un'altra nube scura che fanno piombare sul nostro Paese: non è, invece, un altro passo sulla via della libertà?
«Il tema della libertà è importantissimo, la libertà è un bene prezioso. Il punto è come si interpreta la libertà. Secondo l'ideologia che promuove aborto e eutanasia, la libertà è intesa come autodeterminazione assoluta e autoreferenziale, come fine in sé, forza cieca che non riconosce l'altro, il valore della sua vita, e quindi lo calpesta. La libertà è invece un mistero profondamente umano, ricchissimo e denso, legato alla verità e all'amore. La libertà ha una profonda valenza relazionale, e va giudicata anche rispetto al contenuto e ai fini che si prefigge: la libertà di fare una passeggiata per raggiungere la banca da rapinare è diversa dalla libertà di passeggiare per andare a fare la spesa. La parola “libertà" usata per legittimare l'uccisione, è sopraffazione, non libertà».
Mi scusi, ma se uno sceglie di farla finita non ruba niente a nessuno…
«Parlando di eutanasia, va detto che il tema della libertà è strumentalizzato perché quando negli ordinamenti giuridici si introducono eutanasia e suicidio assistito, la parola ultima e definitiva non è quella della libertà individuale, ma quella della società che valuta in termini qualitativamente diversi la dignità umana, e dunque il valore della vita, delle persone malate o disabili non autosufficienti. Questa strumentalizzazione introduce nuove forme di discriminazione perché mette le persone più fragili in salute, e quindi più bisognose di assistenza, nella condizione di sentirsi dei “pesi" per la comunità, ospiti socialmente sgraditi e onerosi. In certe situazioni drammatiche è chiaro che dare sostegno alla “libertà di morire", accompagnata magari da scarsità di assistenza sanitaria e umana, di fatto finirebbe per indebolire la “libertà di vivere". Forse, invece che di autodeterminazione, bisognerebbe parlare di autoesclusione per eterodeterminazione. “Amare fino alla fine" dovrebbe essere il motto del fine vita, perché siamo tutti responsabili gli uni degli altri, perché la vita umana è un valore in sé, perché la morte si accetta e non si cagiona, perché solo così la convivenza è davvero civile».
Per nessuno è facile porsi di fronte alla sofferenza, quali sono le alternative concrete per prendersi cura delle persone?
«La sofferenza non va banalizzata, ha tanti volti, fa paura a tutti, così come lo stravolgimento della propria e dell'altrui vita. Per le persone colpite dalle malattie, specialmente quelle prive di spazi di guarigione, difficoltà e problemi di ogni genere esistono, eccome. Fatica, preoccupazioni, stato di allerta sono compagni quotidiani. La burocrazia sanitaria sfianca. Il Ssn offre una base minima, spesso fatta di parti di un puzzle da costruire per capire cosa e come viene offerto dallo Stato; il carico, anche economico, è prevalentemente tutto sulle famiglie. Ciò che la società dovrebbe garantire è il massimo impegno scientifico, tecnico, organizzativo per assicurare a tutti, e su tutto il territorio, cure palliative e terapia del dolore; rinforzo e qualità dell'assistenza sanitaria anche a domicilio; sicurezza di ottenere cure adeguate e fruibili, ma anche non imposizione di interventi sproporzionati e clinicamente non adeguati; maggiore diffusione degli hospice; alleggerimento della burocrazia sanitaria e migliore organizzazione dei servizi; aiuto alle famiglie e ai caregiver; miglioramento delle strutture ospedaliere, compresi i pronto soccorso, e di quelle assistenziali sia dal punto di vista ambientale che dal punto di vista della formazione umana e professionale degli operatori».
Non le sembra un po' il libro dei sogni nella nostra realtà?
«No, aggiungo che si dovrebbe anche parlare della cura, del garbo, dell'amorevolezza. Se non diamo risposte concrete alla sofferenza delle persone, è facile che suicidio assistito ed eutanasia siano visti come soluzione disperata».
Il Movimento per la vita si riferisce a un concetto di dignità della persona per cui non è lecito per nessuno soffocare la vita dal momento del concepimento, fino alla sua fine naturale. Aborto ed eutanasia sono due facce della stessa medaglia?
«L'idea della dignità a cui si riferisce il Mpv è quella della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo: il principio di uguaglianza si fonda sul riconoscimento dell'intrinseca dignità di ogni essere umano, dunque dal concepimento. Pace, giustizia e libertà, si legge, sono fondati proprio sul riconoscimento dell'uguale e inerente dignità di ogni uomo. Colui che è generato da un uomo e una donna è un figlio, uno di noi. Ecco perché, pur nelle differenze di situazioni e circostanze, si può dire che la richiesta di introdurre l'eutanasia è l'altra faccia della medaglia della cultura abortista, perché se una società accetta di uccidere l'uomo che ha di fronte a sé tutta la vita e che non chiede la morte, facilmente poi darà la morte a chi la chiede, ammesso che la domanda di morte sia veramente libera. In gioco c'è sempre il tema del valore della vita umana».
Di fronte a questa cultura, che papa Giovanni Paolo II definiva «della morte», c'è ancora una sensibilità politica capace di alzarsi in piedi?
«Nel tempo le sfide poste dalla cultura della morte o dello scarto sono aumentate e si accavallano. Questo rende tutto più difficile e complicato. Non si deve però cadere nel pessimismo; queste battaglie implicano tempi lunghi e tenacia operosa secondo il criterio della gradualità. Qualcosa nella politica si sta muovendo e il recente esito del ddl Zan ne è la prova. Certamente non bisogna arrendersi e lavorare affinché si affermi una politica alta, dove chi ci rappresenta sappia spendersi per il bene comune, portando al centro il tema della vita. È questa la base del nuovo umanesimo e le donne hanno un ruolo fondamentale per il loro legame con il figlio dal concepimento alla nascita».
«Il trend è simile in tutto il mondo»

Assuntina Morresi (Ansa)
Applicando le percentuali dell'Olanda, in Italia ci sarebbero 30.000 morti con l'eutanasia legale. Questo il funereo conteggio di Assuntina Morresi, membro del Comitato nazionale per la bioetica, scritto su Avvenire.
Tra la «liberalissima» Olanda e la «cattolicissima» Italia non ci sono più differenze?
«Non ho voluto provocare nessuno, piuttosto ho cercato di far percepire le dimensioni del fenomeno. Un percentuale a una cifra può trarre in inganno, può dare l'idea di qualcosa di marginale. Quando si passa ai numeri assoluti, invece, si contano le persone, e si capisce meglio di cosa si sta parlando. Nei 20 anni di applicazione della legge sull'eutanasia, gli olandesi che hanno chiesto e ottenuto di essere uccisi dai medici del servizio sanitario sono aumentati sempre, anno dopo anno, fino a raggiungere un numero ragguardevole, e non abbiamo neppure motivo di pensare che ci si fermi qui. È un trend che osserviamo in tutti i Paesi in cui l'eutanasia è stata legalizzata: per quale motivo in Italia dovrebbe andare diversamente, se si approvasse la morte medicalmente assistita anche da noi?».
In un Paese come il nostro che muore di vecchiaia, l'eutanasia potrebbe essere lo strumento per ammazzare una volta per tutte un problema che è anche esistenziale, oltre che sociale.
«In effetti fra le richieste di eutanasia aumentano quelle per “polipatologie", cioè da parte di persone che sono colpite da più patologie contemporaneamente, nessuna delle quali, però, mortale: è la tipica condizione della vecchiaia, quando problemi alla vista, all'udito, alla deambulazione, e magari anche cardiaci sono spesso coesistenti. Va considerato anche che nell'inverno demografico che stiamo vivendo sarà sempre più difficile per le persone anziane essere assistite in casa, dai propri figli, negli ultimi anni di vita. In una società che non fa più figli la perdita progressiva dell'autonomia, inevitabile con il passare degli anni, sarà sempre più spesso accompagnata dalla solitudine, e di conseguenza da una istituzionalizzazione sempre più diffusa degli anziani, impossibilitati a vivere da soli. Una condizione drammaticamente triste, per la quale la morte può facilmente apparire una liberazione, l'unica via d'uscita».
E allora ecco comparire i servizi offerti per la dolce morte, centri che assomigliano sempre di più a delle Spa. In fondo che c'è di male nel cercare di morire in modo pulito?
«Ha detto bene: “morire in modo pulito". Medicalizzare la morte significa sterilizzarla, togliere lo “sporco" della sofferenza e soprattutto dell'incertezza che da sempre avvolge l'ultimo tratto della vita di ogni essere umano, eliminare il mistero della fine di ciascuno di noi. D'altra parte è evidente che non possiamo avere l'esperienza personale della nostra morte, e vedere qualcuno morire è un'esperienza sempre meno comune. La morte fa paura perché resta sempre una sconosciuta. Con l'eutanasia, invece, sappiamo tutto e quindi possiamo controllare tutto, o per lo meno ci illudiamo di poterlo fare: c'è una procedura medica precisa, ben dettagliata, di tutto quello che succederà nelle ultime ore di vita, dei sintomi che appariranno, e tutto avverrà senza dolore. Tutto previsto e pianificato, senza sorprese. A nostra misura. E se possiamo controllare qualcosa, ci fa meno paura. Morire dignitosamente, senza soffrire, è certamente un legittimo desiderio di tutti noi, ma siamo sicuri che per farlo la strada migliore sia organizzare un omicidio su richiesta? Perché non affidarsi, invece, alle cure palliative e alle terapie del dolore? Percorsi ormai efficaci, tanto che l'esperienza mostra che dagli hospice non vengono mai richieste di eutanasia».
Cosa significa questa crescente domanda di morire «assistiti»?
«Oltre a quanto ho appena detto sulla nuova solitudine degli anziani, significa che per un numero sempre maggiore di persone la morte appare l'unico rimedio a una sofferenza insopportabile. Una sofferenza che va oltre il dolore fisico del morente, e che è innanzitutto una sofferenza per una condizione umana che non si riesce a sostenere. Una insostenibilità dovuta da una parte alle ideologie incentrate sulla autodeterminazione come condizione necessaria per la propria realizzazione personale, e dall'altra alla scristianizzazione progressiva che toglie inevitabilmente ogni speranza. Ma se ammettiamo che in certe condizioni la morte può essere preferibile alla vita, tanto da poter essere procurata dallo stato, su richiesta, per quale motivo dovremmo trovare soluzioni alternative?»
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In Olanda i 1.882 casi del 2002 sono saliti a 6.938 nel 2020: + 270%. In Canada dal 2016 l'aumento è stato di oltre il 665% e in Belgio del 1.000% in tre lustri. E se da noi passasse il quesito dei radicali? Ecco le tremende previsioni.Marina Casini Bandini, presidente del Movimento per la vita: «Non sono pessimista, queste battaglie hanno tempi lunghi. Il Parlamento deve dare risposte concrete alle sofferenze delle persone perché non siano disperate».La bioeticista Assuntina Morresi: «Dove sono in vigore leggi permissive le richieste continuano a crescere. Fenomeno di dimensioni allarmanti. E non c'è motivo per pensare che ci si fermi qui».Lo speciale contiene tre articoli.Che cosa accade in un Paese dove si legalizzino l'eutanasia e il suicidio assistito? Nulla. Anzi, no: riconosce un fondamentale diritto per quanti, semplicemente, vogliono essere «liberi di scegliere». Questo assicurano i promotori del referendum sull'eutanasia legale, Marco Cappato in primis, che nei mesi scorsi hanno potuto contare sul convinto supporto di numerosi volti noti, a partire da quelli delle star di Instagram Fedez e Chiara Ferragni. Sfortunatamente, la faccenda è un più complessa e non la teoria né gli spauracchi di qualche oscurantista, bensì l'esperienza indica che, ovunque sia stata consentita, la «dolce morte» ha avviato una spirale con serie conseguenze sociali e culturali. Iniziando con le prime, il dato che balza all'occhio è il boom della morte assistita che, dapprima presentata come rimedio per casi disperati, poi si fa tendenza. È andata così in Olanda, dove i 1.882 casi del 2002 nel 2020 sono diventati 6.938, con una crescita di quasi il 270%. Non solo. Secondo quanto pubblicato nel 2017 sul New England journal of medicine, oltre il 20% delle morti assistite nei Paesi Bassi non sarebbe registrato; il che vuol dire che il boom eutanasico è di fatto ancora più devastante di quanto appaia e che legalizzare il fenomeno non elimina affatto, neppure dopo anni, il suo lato clandestino. Il ritornello secondo cui, se legalizzi un fenomeno, ne elimini il prosperare clandestino viene dunque smentito dalla realtà.Quello olandese non è il solo esempio di come la «dolce morte» tenda a dilagare. In Canada, in appena quattro anni -dal 2016 al 2020 - le eutanasie sono cresciute di oltre il 665%. Colpisce poi l'esempio del Belgio dove, dal 2003 al 2019, le morti on demand sono lievitate di oltre il 1.000%. C'è stata, è vero, una lieve flessione nel 2020 - con comunque circa 7 persone al giorno eliminate -, ma c'è chi stima che i decessi indotti registrati siano poco più della metà degli effettivi. Se si scava oltre, emerge un quadro più allarmante, che prova come legalizzare il diritto a essere uccisi generi un clima di morte duro da arginare, e che rischia di portare all'aumento pure dei suicidi. Ne è convinto Theo Boer, bioeticista dell'Università di Groningen, secondo cui in Olanda legalizzare l'eutanasia «non solo ha portato a più morti assistite, ma potrebbe anche essere una delle cause dell'aumento del numero di suicidi». Sta di fatto che non di rado i medici, inclusi i favorevoli all'eutanasia, non riescono più a sopportare ciò cui sono costretti ad assistere con la «dolce morte», arrivando a dimettersi. Emblematica, al riguardo, la vicenda della dottoressa Berna van Baarsen, bioeticista che nel 2018, dopo dieci anni di onorato servizio, non se l'è più sentita di continuare a far parte di un comitato regionale del suo Paese, l'Olanda. La riluttanza di tanti medici davanti all'iniezione letale ha portato alla creazione, sempre nei Paesi Bassi, di alcune cliniche preposte. Come la End of life clinic, dove lavorano 140 tra dottori e infermieri che prendono in carico, appunto, i pazienti il cui medico curante non se la sente di uccidere. Ma questo ai sostenitori della «dolce morte» ancora non basta. Essi chiedono ancora più. Istruttiva, su questo, è la testimonianza di Wim van Dijk, psicologo di 78 anni residente a Den Bosch, che due settimane fa era stato fermato dalla polizia nell'ambito di una indagine sul suicidio assistito illegale, avviata da mesi e che, ad agosto, aveva già portato all'arresto di Alex S., ventottenne accusato d'aver fornito a dozzine di persone, almeno sei delle quali sono poi morte, del «Middel X», un conservante letale (uccide in 30, massimo 60 secondi) sotto forma di polvere bianca, ben noto ai grossisti di prodotti chimici. Ebbene, subito rilasciato van Dijk - che dal 2013 milita nella Coöperatie Laatste Wil, gruppo di pressione in favore del suicidio assistito - non si è impaurito, ma ha rincarato la dose. Infatti, dialogando con il giornale Volkskrant, ha rivendicato di aver contribuito alla morte di oltre 100 persone. «Sono molto consapevole delle conseguenze della mia storia, ma non mi interessa», ha dichiarato, subito aggiungendo: «Non mi importa molto se mi arrestano o mi mettono in prigione. Anzi, voglio che succeda qualcosa, che la magistratura agisca». Morale, dopo 20 anni di «dolce morte» in Olanda c'è ancora chi, a costo d'essere arrestato, confida nei giudici perché aprano nuovi varchi.Un'altra conseguenza del riconoscimento, per via legislativa, del diritto di essere uccisi è la stigmatizzazione delle persone malate. Si prenda il citato Canada dove ancora nel 2017, sul Canadian medical association journal, si erano stimati in 138 milioni di dollari annui i risparmi per le casse pubbliche della morte indotta. E coincidenza, proprio da quel Paese un paio di anni fa era venuta la notizia di Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, serio disturbo neurovegetativo, alle prese con il diritto... di vivere. L'uomo si era trovato davanti a un tragico bivio: sborsare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui aveva bisogno - e che non poteva permettersi - oppure l'eutanasia. Foley decise di denunciare l'ospedale e il governo dell'Ontario, producendo pure due audio (una del 2017, l'altra del 2018) nelle quali il personale ospedaliero cercava ripetutamente di spingerlo a farla finita.Inevitabile, allora, chiedersi che accadrebbe se pure l'Italia legalizzasse la «dolce morte», scenario tutto fuorché remoto viste le firme per il referendum e il disegno di legge sul suicidio assistito che a breve finirà alla Camera. Basandosi sui dati olandesi, Assuntina Morresi, docente universitaria e componente del Comitato nazionale di bioetica, ha stimato che l'Italia rischia 30.000 morti per eutanasia all'anno, oltre 80 al giorno. Considerato questo, e visto l'andazzo nei Paesi ricordati, meglio pensarci bene, prima d'imboccare una via così cupa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eutanasia-referendum-30000-morti-anno-2655464321.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="qualcosa-si-muove-nella-politica-la-caduta-del-ddl-zan-e-solo-linizio" data-post-id="2655464321" data-published-at="1635700014" data-use-pagination="False"> «Qualcosa si muove nella politica. La caduta del ddl Zan è solo l’inizio» Figlia d'arte, suo padre Carlo Casini è stato leader del Movimento per la Vita per decenni, Marina Casini Bandini è giurista e bioeticista all'Università Cattolica. Da poco confermata alla presidenza del Movimento, in questi giorni è impegnata nel 41° convegno nazionale di Mpv, Cav e case di accoglienza. Presidente, lei ha dichiarato che il referendum sull'eutanasia proposto dai radicali è un'altra nube scura che fanno piombare sul nostro Paese: non è, invece, un altro passo sulla via della libertà? «Il tema della libertà è importantissimo, la libertà è un bene prezioso. Il punto è come si interpreta la libertà. Secondo l'ideologia che promuove aborto e eutanasia, la libertà è intesa come autodeterminazione assoluta e autoreferenziale, come fine in sé, forza cieca che non riconosce l'altro, il valore della sua vita, e quindi lo calpesta. La libertà è invece un mistero profondamente umano, ricchissimo e denso, legato alla verità e all'amore. La libertà ha una profonda valenza relazionale, e va giudicata anche rispetto al contenuto e ai fini che si prefigge: la libertà di fare una passeggiata per raggiungere la banca da rapinare è diversa dalla libertà di passeggiare per andare a fare la spesa. La parola “libertà" usata per legittimare l'uccisione, è sopraffazione, non libertà». Mi scusi, ma se uno sceglie di farla finita non ruba niente a nessuno… «Parlando di eutanasia, va detto che il tema della libertà è strumentalizzato perché quando negli ordinamenti giuridici si introducono eutanasia e suicidio assistito, la parola ultima e definitiva non è quella della libertà individuale, ma quella della società che valuta in termini qualitativamente diversi la dignità umana, e dunque il valore della vita, delle persone malate o disabili non autosufficienti. Questa strumentalizzazione introduce nuove forme di discriminazione perché mette le persone più fragili in salute, e quindi più bisognose di assistenza, nella condizione di sentirsi dei “pesi" per la comunità, ospiti socialmente sgraditi e onerosi. In certe situazioni drammatiche è chiaro che dare sostegno alla “libertà di morire", accompagnata magari da scarsità di assistenza sanitaria e umana, di fatto finirebbe per indebolire la “libertà di vivere". Forse, invece che di autodeterminazione, bisognerebbe parlare di autoesclusione per eterodeterminazione. “Amare fino alla fine" dovrebbe essere il motto del fine vita, perché siamo tutti responsabili gli uni degli altri, perché la vita umana è un valore in sé, perché la morte si accetta e non si cagiona, perché solo così la convivenza è davvero civile». Per nessuno è facile porsi di fronte alla sofferenza, quali sono le alternative concrete per prendersi cura delle persone? «La sofferenza non va banalizzata, ha tanti volti, fa paura a tutti, così come lo stravolgimento della propria e dell'altrui vita. Per le persone colpite dalle malattie, specialmente quelle prive di spazi di guarigione, difficoltà e problemi di ogni genere esistono, eccome. Fatica, preoccupazioni, stato di allerta sono compagni quotidiani. La burocrazia sanitaria sfianca. Il Ssn offre una base minima, spesso fatta di parti di un puzzle da costruire per capire cosa e come viene offerto dallo Stato; il carico, anche economico, è prevalentemente tutto sulle famiglie. Ciò che la società dovrebbe garantire è il massimo impegno scientifico, tecnico, organizzativo per assicurare a tutti, e su tutto il territorio, cure palliative e terapia del dolore; rinforzo e qualità dell'assistenza sanitaria anche a domicilio; sicurezza di ottenere cure adeguate e fruibili, ma anche non imposizione di interventi sproporzionati e clinicamente non adeguati; maggiore diffusione degli hospice; alleggerimento della burocrazia sanitaria e migliore organizzazione dei servizi; aiuto alle famiglie e ai caregiver; miglioramento delle strutture ospedaliere, compresi i pronto soccorso, e di quelle assistenziali sia dal punto di vista ambientale che dal punto di vista della formazione umana e professionale degli operatori». Non le sembra un po' il libro dei sogni nella nostra realtà? «No, aggiungo che si dovrebbe anche parlare della cura, del garbo, dell'amorevolezza. Se non diamo risposte concrete alla sofferenza delle persone, è facile che suicidio assistito ed eutanasia siano visti come soluzione disperata». Il Movimento per la vita si riferisce a un concetto di dignità della persona per cui non è lecito per nessuno soffocare la vita dal momento del concepimento, fino alla sua fine naturale. Aborto ed eutanasia sono due facce della stessa medaglia? «L'idea della dignità a cui si riferisce il Mpv è quella della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo: il principio di uguaglianza si fonda sul riconoscimento dell'intrinseca dignità di ogni essere umano, dunque dal concepimento. Pace, giustizia e libertà, si legge, sono fondati proprio sul riconoscimento dell'uguale e inerente dignità di ogni uomo. Colui che è generato da un uomo e una donna è un figlio, uno di noi. Ecco perché, pur nelle differenze di situazioni e circostanze, si può dire che la richiesta di introdurre l'eutanasia è l'altra faccia della medaglia della cultura abortista, perché se una società accetta di uccidere l'uomo che ha di fronte a sé tutta la vita e che non chiede la morte, facilmente poi darà la morte a chi la chiede, ammesso che la domanda di morte sia veramente libera. In gioco c'è sempre il tema del valore della vita umana». Di fronte a questa cultura, che papa Giovanni Paolo II definiva «della morte», c'è ancora una sensibilità politica capace di alzarsi in piedi? «Nel tempo le sfide poste dalla cultura della morte o dello scarto sono aumentate e si accavallano. Questo rende tutto più difficile e complicato. Non si deve però cadere nel pessimismo; queste battaglie implicano tempi lunghi e tenacia operosa secondo il criterio della gradualità. Qualcosa nella politica si sta muovendo e il recente esito del ddl Zan ne è la prova. Certamente non bisogna arrendersi e lavorare affinché si affermi una politica alta, dove chi ci rappresenta sappia spendersi per il bene comune, portando al centro il tema della vita. È questa la base del nuovo umanesimo e le donne hanno un ruolo fondamentale per il loro legame con il figlio dal concepimento alla nascita». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/eutanasia-referendum-30000-morti-anno-2655464321.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-trend-e-simile-in-tutto-il-mondo" data-post-id="2655464321" data-published-at="1635700014" data-use-pagination="False"> «Il trend è simile in tutto il mondo» Assuntina Morresi (Ansa) Applicando le percentuali dell'Olanda, in Italia ci sarebbero 30.000 morti con l'eutanasia legale. Questo il funereo conteggio di Assuntina Morresi, membro del Comitato nazionale per la bioetica, scritto su Avvenire. Tra la «liberalissima» Olanda e la «cattolicissima» Italia non ci sono più differenze? «Non ho voluto provocare nessuno, piuttosto ho cercato di far percepire le dimensioni del fenomeno. Un percentuale a una cifra può trarre in inganno, può dare l'idea di qualcosa di marginale. Quando si passa ai numeri assoluti, invece, si contano le persone, e si capisce meglio di cosa si sta parlando. Nei 20 anni di applicazione della legge sull'eutanasia, gli olandesi che hanno chiesto e ottenuto di essere uccisi dai medici del servizio sanitario sono aumentati sempre, anno dopo anno, fino a raggiungere un numero ragguardevole, e non abbiamo neppure motivo di pensare che ci si fermi qui. È un trend che osserviamo in tutti i Paesi in cui l'eutanasia è stata legalizzata: per quale motivo in Italia dovrebbe andare diversamente, se si approvasse la morte medicalmente assistita anche da noi?». In un Paese come il nostro che muore di vecchiaia, l'eutanasia potrebbe essere lo strumento per ammazzare una volta per tutte un problema che è anche esistenziale, oltre che sociale. «In effetti fra le richieste di eutanasia aumentano quelle per “polipatologie", cioè da parte di persone che sono colpite da più patologie contemporaneamente, nessuna delle quali, però, mortale: è la tipica condizione della vecchiaia, quando problemi alla vista, all'udito, alla deambulazione, e magari anche cardiaci sono spesso coesistenti. Va considerato anche che nell'inverno demografico che stiamo vivendo sarà sempre più difficile per le persone anziane essere assistite in casa, dai propri figli, negli ultimi anni di vita. In una società che non fa più figli la perdita progressiva dell'autonomia, inevitabile con il passare degli anni, sarà sempre più spesso accompagnata dalla solitudine, e di conseguenza da una istituzionalizzazione sempre più diffusa degli anziani, impossibilitati a vivere da soli. Una condizione drammaticamente triste, per la quale la morte può facilmente apparire una liberazione, l'unica via d'uscita». E allora ecco comparire i servizi offerti per la dolce morte, centri che assomigliano sempre di più a delle Spa. In fondo che c'è di male nel cercare di morire in modo pulito? «Ha detto bene: “morire in modo pulito". Medicalizzare la morte significa sterilizzarla, togliere lo “sporco" della sofferenza e soprattutto dell'incertezza che da sempre avvolge l'ultimo tratto della vita di ogni essere umano, eliminare il mistero della fine di ciascuno di noi. D'altra parte è evidente che non possiamo avere l'esperienza personale della nostra morte, e vedere qualcuno morire è un'esperienza sempre meno comune. La morte fa paura perché resta sempre una sconosciuta. Con l'eutanasia, invece, sappiamo tutto e quindi possiamo controllare tutto, o per lo meno ci illudiamo di poterlo fare: c'è una procedura medica precisa, ben dettagliata, di tutto quello che succederà nelle ultime ore di vita, dei sintomi che appariranno, e tutto avverrà senza dolore. Tutto previsto e pianificato, senza sorprese. A nostra misura. E se possiamo controllare qualcosa, ci fa meno paura. Morire dignitosamente, senza soffrire, è certamente un legittimo desiderio di tutti noi, ma siamo sicuri che per farlo la strada migliore sia organizzare un omicidio su richiesta? Perché non affidarsi, invece, alle cure palliative e alle terapie del dolore? Percorsi ormai efficaci, tanto che l'esperienza mostra che dagli hospice non vengono mai richieste di eutanasia». Cosa significa questa crescente domanda di morire «assistiti»? «Oltre a quanto ho appena detto sulla nuova solitudine degli anziani, significa che per un numero sempre maggiore di persone la morte appare l'unico rimedio a una sofferenza insopportabile. Una sofferenza che va oltre il dolore fisico del morente, e che è innanzitutto una sofferenza per una condizione umana che non si riesce a sostenere. Una insostenibilità dovuta da una parte alle ideologie incentrate sulla autodeterminazione come condizione necessaria per la propria realizzazione personale, e dall'altra alla scristianizzazione progressiva che toglie inevitabilmente ogni speranza. Ma se ammettiamo che in certe condizioni la morte può essere preferibile alla vita, tanto da poter essere procurata dallo stato, su richiesta, per quale motivo dovremmo trovare soluzioni alternative?»
Ansa
Dal vento che soffia in Gran Bretagna tira brutta aria per i partiti tradizionali, tanto per i Labour (dalle cui fila arrivano sia Starmer che Burnham) quanto per i Tories, che hanno «offerto» Sunak, Truss, Johnson, May e proprio quel David Cameron da cui cominciò tutto.
Primo pensiero: la Brexit è stato il più potente esercizio di democrazia dentro lo spazio Ue. E proprio per questo, da allora, nessuno ha mai voluto affrontare la madre delle questioni, ossia la mancanza di legittimazione dal basso dell’Europa. Che invece viene battezzata da banchieri centrali, analisti, uomini d’affari, leader di partito a cui manca il coraggio di affermare il peccato originale europeo. Dicono: «O l’Europa cambia passo e diventa adulta, oppure sarà la fine». Questo fatalismo non è nuovo, anzi è un po’ come la vecchia storiella che i nonni tiravano fuori per spaventare i nipoti, una specie di babau; del resto le generazioni Erasmus sono state tirate su a botte di belle parole: la pace, il superamento dei confini, le opportunità di lavoro… Poi, sul tavolo, è arrivato un conto più salato del preventivo e così qualche giovane ha aperto gli occhi e si è unito ai genitori o ai fratelli più grandi, i quali hanno protestato in piazza a difesa dell’agricoltura vera e non quella di Bill Gates, a difesa della pesca, dell’identità.
Più di dieci anni fa, in Gran Bretagna, un politico fuori dagli schemi di nome Nigel Farage aveva capito che il tappo stava saltando, almeno lì da lui; e ha ingaggiato una battaglia democratica: la richiesta di un referendum, consultivo e non vincolante. L’allora premier (che era appunto David Cameron) accettò la sfida, «istituzionalizzò» il referendum e, dopo la vittoria del Leave, si dimise. Quel che accadde dieci anni fa fu il più grande esercizio di democrazia dentro lo spazio dell’Unione europea. Che di fronte ai due casi precedenti di consultazione referendaria - in Francia e in Olanda, dove i cittadini bocciarono il lascito della Convenzione europea, poi riscritto nel trattato di Lisbona - preferì fare spallucce e tirar dritto. Ecco, siamo ancora lì, alla mancanza di coraggio di chiedere al popolo: cosa vogliamo fare di questa Europa?
Seconda questione, che è figlia della prima: la crisi dei partiti. Siccome la terza questione sarà sul quadro economico e sociale post Brexit, è giusto anticipare quel che le ultime consultazioni elettorali britanniche e i sondaggi stanno facendo emergere: perché un blocco sociale importante si sta muovendo dai contenitori storici verso contenitori nuovi e radicali, qualcuno anche estremista? Semplice, perché Farage resta il campione assoluto nell’intercettare le emergenze: sicurezza, immigrazione, lavoro. Era lo stesso paradigma del Maga trumpiano prima che Donald lo tradisse. Quindi Farage con il suo Reform Uk pesca a destra come a sinistra, lasciando qualcosa alla sua sinistra (ai Verdi) e alla sua destra (Advance Uk e Restore Britain, i quali hanno l’appoggio esplicito di Musk). Farage resta l’interprete di ciò che i sostenitori del Leave volevano allora e che a Downing Street, nei dieci anni successivi, non hanno saputo fare ma solo abbozzare. Il prossimo premier Burnham - che ha battuto alle suppletive un esponente del Reform Uk - riuscirà a fermare Mr. Brexit?
Arriviamo così al terzo e quarto punto: com’è la situazione oggi e se si facesse un referendum cosa voterebbero gli inglesi? Cominciamo da qui. Nessun politico oggi si sognerebbe di affermare: «Voglio un referendum per ritornare nella Ue»; se lo facesse perderebbe immediatamente voti. I britannici non sono soddisfatti della Brexit ma non vogliono ritornare nella Ue, ecco perché nessun politico metterebbe la faccia su un rientro.
Chiudiamo allora con la situazione lasciata dalla Brexit. Uno studio firmato da economisti della Banca d’Inghilterra e da Nick Bloom della Stanford University stima che la Brexit abbia sottratto circa il 6% alla crescita economica britannica nell’ultimo decennio rispetto a uno scenario in cui Londra fosse rimasta nell’Unione europea. L’Ufficio per la responsabilità del bilancio (Obr) fissa la perdita a lungo termine al 4% del Pil; Goldman Sachs e il National bureau of economic research arrivano fino all’8%. In termini assoluti, si parla di circa 125 miliardi di sterline di Pil annuale bruciati, e di quasi 50 miliardi di mancate entrate fiscali.
Verdetto sancito dunque? No, perché gli stessi studi parlano di luci e ombre: ridurre tutto alla Brexit sarebbe intellettualmente disonesto. La pandemia ha devastato tutte le economie avanzate. La guerra in Ucraina ha fatto esplodere i prezzi energetici e alimentari su scala continentale. La Germania ha vissuto una recessione più lunga e profonda di quella britannica. La Francia ristagna. Il confronto con i partner europei, dunque, mostra che il Regno Unito ha sofferto di problemi in larga parte condivisi - con la differenza cruciale che la Brexit ha operato come variante autoctona, quasi da punire a scopo esemplificativo.
Brexit non ha di per sé scassato i conti o fatto sprofondare la Gran Bretagna nella crisi e lo dimostra la crisi delle sue stesse istituzioni e dei suoi partiti storici (quasi un logoramento): ha funzionato come grande prova di democrazia, ma non ha sbloccato le cause di malcontento. Una lezione che vale per tutti.
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Pedro Sánchez e Keir Starmer (Ansa)
E a Cipro, alle elezioni dello scorso maggio, il partito più votato è stato il Raggruppamento democratico che, a dispetto del nome non ha nulla a che spartire con il nostro Pd ma, anzi, si colloca sul fronte opposto: senza contare che l’estrema destra ha raddoppiato i propri seggi. Certo, ci si può consolare con la sconfitta di Viktor Orbán, ma al trionfo di Peter Magyar (ha conquistato la maggioranza assoluta) si contrappone la scomparsa della sinistra dal Parlamento di Budapest.
Per socialisti e compagni, dunque, il quadro non è confortevole, ma se si aggiunge quanto accaduto ieri è, se possibile, addirittura drammatico. Cominciamo da Keir Starmer, premier di un Paese che da dieci anni non fa più parte dell’Unione, ma che ultimamente aspirerebbe a ritornarvi. Il leader laburista, dopo mesi di passione, si è rassegnato a fare le valigie. Il suo consenso era ridotto al minimo: i sondaggi, infatti, lo davano da tempo in caduta libera, con percentuali che quasi facevano rimpiangere Boris Johnson e perfino Liz Truss. A fargli rapidamente perdere il gradimento pare siano state una serie di scelte sbagliate molto progressiste, tipo togliere i sussidi per il riscaldamento o prendersela con chi protestava contro gli effetti di una immigrazione senza controllo. Risultato, adesso il Labour si affida al sindaco di Manchester, altro socialista, il quale oscilla fra Tony Blair e Jeremy Corbyn, ovvero due che più lontani non potrebbero essere. Le premesse per un nuovo fallimento dunque ci sono tutte, con grande soddisfazione di Nigel Farage, leader di Reform Uk, un tipo che, fino a poco tempo fa, era considerato una specie di guitto (ha partecipato anche alla versione inglese dell’Isola dei famosi), ma che di recente spopola a ogni elezione.
Tuttavia, se la sinistra inglese piange, quella spagnola di certo non ride. Delle difficoltà in cui si dibatte Pedro Sánchez, leader del Psoe, si sa: la coalizione che lo ha portato al governo perde i pezzi e per mantenersi a galla il politico più amato da Elly Schlein è costretto a ogni genere di mediazione. Di recente, però, le cose si sono fatte più complicate, anche perché i guai non sono politici ma giudiziari. Prima le indagini a carico dei familiari, poi quelle sulla sua cerchia di collaboratori, quindi l’irruzione della Guardia civil prima a casa e negli uffici di Luis Zapatero, nume tutelare dei compagni, e poi nella sede dello stesso partito operaio. Nella cassaforte dell’ex premier gli agenti hanno trovato un tesoro, composto da orologi di lusso e gioielli oltre, naturalmente, ai contanti. Un colpo capace di tramortire chiunque, perché nel mirino della magistratura è finita l’icona del progressismo e della moralità. Sánchez ha provato a fare finta di niente, anzi a gridare al complotto, ma è difficile credergli, soprattutto dopo quanto successo negli ultimi due giorni. Prima il rinvio a giudizio della moglie Begoña Gómez, accusata di traffico d’influenze e contro cui è stato deciso il ritiro del passaporto. Per uno che deve guidare un Paese, avere la moglie che non può espatriare non è proprio un bel biglietto da visita. Se poi a questo si aggiunge la condanna del suo ex braccio destro José Luis Ábalos a 24 anni e tre mesi di reclusione per i reati di criminalità organizzata, corruzione, traffico di influenze e appropriazione indebita, si capisce che il faro della sinistra italiana rischia di spegnersi a breve.
A questo punto, visto che su 27 Paesi europei, 14 sono guidati da coalizioni di centrodestra, tre da destra, cinque da partiti liberali e solo quattro dalla sinistra (anche se sulla Slovacchia ci sarebbe da dire), viene spontanea una domanda: ma se l’Europa è sostanzialmente spostata a destra, perché la Ue continua a fare scelte di sinistra? In altre parole: fino a quando Bruxelles potrà continuare a ignorare il fallimento dei socialisti?
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Corrado Augias (Ansa)
Mi è tornata in mente - la pochade nella pochade - davanti al (preteso) scandalo che si è consumato su quel pulmino diretto a Bisceglie, in cui viaggiavano i finalisti dell’edizione 2026 del premio Strega, vicenda su cui si è già intrattenuto ieri su queste pagine Francesco Borgonovo.
E che vede una dialettica molto accesa tutta interna all’universo progressista, tra uomini - patriarchi? - che invitano a non dare rilievo al pissipissi privato, e donne - neo o post-femministe? - che replicano: manco per niente, è una violenza inaudita, altro che «Mari un martire della libertà di espressione», come ha tuonato ieri un’appassionata Simonetta Sciandivasci su La Stampa, con incipit fulminante: «Stregacidio, giorno 3» (ussignur).
Con annessa preghiera di Maria Grazia Calandrone, finalista allo Strega 2023: «Non è il momento di litigare», appello rivolto a «chiunque faccia parte del mondo intellettuale, specie se di sinistra» (per poi aggiungere, testualmente: «Ignoro in effetti se ce ne sia uno di destra». E poi a sinistra si sorprendono se li si accusa di essere animati da pregiudizi, presunzione e arroganza).
«L’affaire Mari» è scandito da tre momenti.
Il primo, la messa al rogo di Michele Mari, «trasfigurato in un perfetto interprete del “meschino” maschilismo, va da sé, senile», come lo ha fotografato - con una lettera a Dagospia - lo scrittore Fulvio Abbate, demiurgo del concetto di «amichettismo» de sinistra, e questo nonostante il medesimo Mari abbia assicurato di non aver mai detto quanto attribuitogli, e cioè di ritenere Michela Murgia «una donna intransigente e violenta, perché era brutta e per questo motivo sfogava così la sua rabbia».
Parole che avrebbero provocato l’intervento di un’altra finalista, Teresa Ciabatti.
Il secondo, l’entrata in campo dell’«intera rubrica telefonica amichettistica della Confraternita della Beata Michela».
Che si è «mobilitata, tra “figli d’anima”, femministe devote alla schwa, narratrici pronte a citare frasi degne dei Baci Perugina di Fleur Jaeggy (scrittrice vedova dell’adelphiano editore Roberto Calasso, nda) e ancora, non ultimo, l’editore Feltrinelli, interessato ad abbattere il “cavallo” dato per sicuro vincente, a favore del suo concorrente, Matteo Nucci, autore presente con il romanzo Platone», ha continuato Abbate, che ha fatto pure coming out: «Si sappia che il sottoscritto ha votato I convitati di pietra, il romanzo di Mari, pubblicato da Einaudi, ritenendo il suo autore tra i maggiori narratori viventi» (per par condicio, ricordo che nel 2017 lo stesso Abbate aveva dichiarato di aver votato per Ciabatti e il suo La più amata, editore Mondadori).
Il terzo, con uno stuolo di interventi - a opera di giornalisti, scrittori, opinionisti maschi - il cui senso era riassumibile nel grido di dolore di Michele Serra: «Ma così, scusate, non si può più andare avanti».
Perché di questo passo «non si può più dire niente»?
No.
Il «basta» è alla pretesa che non ci siano «sporcature» nell’aulico Pantheon dei letterati, «laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso»: «Perché mai dovrei pretendere che vadano d’accordo?».
Non fa una grinza.
Se non fosse per un marginale, quanto fastidioso sospetto.
Se le presunte opinioni offensive espresse da Mari le avesse «sparate» uno scrittore estraneo al circoletto degli «Amici della domenica», quelli della fondatrice del premio Strega Maria Bellonci ma pure di Walter Veltroni, nume tutelare degli artisti engagé, «allineati e coperti», cosa sarebbe accaduto?
Per andare giù piatti: se quella sentenza «sessista» l’avesse pronunciata un irregolare fuori dagli schemi, dalle confraternite e dalle conventicole, anarchico o, Dio non voglia, dichiaratamente «di destra», cultore di, che so, Ezra Pound, Louis-Ferdinand Céline e Charles Bukowski con il suo famoso «realismo sporco», il «soccorso rosso» sarebbe ugualmente scattato?
Il dubbio mi è sorto leggendo l’esortazione formulata ieri dalle colonne di Repubblica da Corrado Augias: «Saper distinguere l’opera e l’autore» (anche lui quindi facente inconsapevolmente parte della categoria dei «compagni della mozione: vale il romanzo, non il romanziere», irrisi da Sciandivasci).
Argomento non inedito, trattato ad esempio da Claire Dederer nel suo Mostri - Distinguere o non distinguere le vite dallo opere: il tormento dei fan (il Post - Iperborea, 2023).
Augias, per dare forza alla sua tesi, evoca invece Umberto Eco e Marcel Proust.
Dimenticando - ma qui è il Franti che è in me a parlare - le polemiche in cui è finito lui medesimo, per il sospetto che in almeno un suo scritto non si riuscisse a distinguere non tanto l’autore dall’opera, bensì dell’opera (nel 2009 ci fu la querelle sul volume Disputa su Dio e dintorni, scritto con il teologo Vito Mancuso, in cui le conclusioni di Augias ricalcavano quasi alla lettera quelle di Edward Osborne Wilson nel suo saggio La Creazione. Augias non fece un plissé: «Mi sono avvalso di numerose testimonianze, dalla Confessioni di Sant'Agostino a Internet, citando la fonte ogni volta che è stato possibile». Mancuso fu invece più tranchant: «Sono amareggiato, completamente sbalordito, non capisco come sia potuta accadere una cosa del genere»).
Conclusione odierna di Augias: niente caccia alle streghe, basata per di più sull’«eventuale chiacchiericcio rubato in un pulmino».
Niente affatto, lo aveva anticipato Donatella Di Pietrantonio, vincitrice dello Strega 2024, sul quotidiano Il Centro: «Se vere, sono frasi gravissime. Non sono garantista al punto da pensare che quello del van, che portava insieme tutte quelle persone, fosse da considerare come un luogo “privato”».
Di più: «Chi parla di conversazione privata mi sembra che finisca per sfruttare la stessa argomentazione usata a difesa dei partecipanti alle chat sessiste degli autisti Atm» (a difesa della cui privacy è peraltro intervenuto il Garante).
Giusto.
Ma perché, a questo punto, non far concorrere anche loro?
Anzi: in nome dell’interclassismo, se la loro è la stessa prosa di Mari, perché non premiare - con una clamorosa iniziativa situazionista - direttamente i tranvieri meneghini?
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