«Europa, attenta alle donne dell’Isis, non sono meno spietate dei mariti»

- L'esperta di terrorismo Nia Guaita: «Dalla strage di Beslan alle “madri" di Al Baghdadi, le jihadiste in rosa vedono la guerra santa come unica speranza di riscatto e vendetta. Ecco perché il Califfo ora punta su di loro».
- Nasce in Francia un istituto che insegna la lingua e la cultura dei musulmani allo scopo di evangelizzarli. Dopo anni di malinteso «dialogo», i cattolici riprendono la missione.
Lo speciale contiene due articoli.
Dopo un periodo di silenzio l'Isis è tornato a farsi sentire con la voce di Abu Bakr Al Baghdadi - che secondo gli analisti doveva essere morto - e con una serie di rapimenti e uccisioni di prigionieri. Ebbene, il volto dello Stato islamico sta cambiando, e lo confermano le parole di quell'audio riconducibile proprio al Califfo, che invita gli affiliati a spostare la strategia del terrore dallo scontro fisico all'attacco diplomatico, al fine di mettere in ginocchio l'Occidente. Gli esperti temono che sia l'anticamera di una nuova stagione di attentati in Europa, freschi dell'attacco a Westminster compiuto da un sudanese con cittadinanza britannica, e che i terroristi abbiano nuove cartucce: le cosiddette «madri Isis», e una serie di donne militanti addestrate nei paesi di origine e pronte a lottare. Ne abbiamo parlato con la sociologa Nia Guaita, conoscitrice dell'Isis e consulente delle forze di polizia italiane sui temi del terrorismo.
Dottoressa Guaita, in Inghilterra è arrivata la prima condanna di una donna che istigava le figlie a fare attentati, e secondo il King's college il ruolo delle donne nell'Isis è stato a lungo sottovalutato…
«Ciò deriva dallo stereotipo che noi occidentali abbiamo della donna e dall'errata convinzione che “la terrorista" sia un mero strumento nelle mani dei jihadisti. La realtà è assai diversa: per tante donne nel mondo islamico la jihad è la grande occasione di riscatto morale e sociale».
Ci dica di più.
«È importante capire l'evoluzione del fenomeno. Le prime notizie di terrorismo al femminile sono emerse negli anni Ottanta in Libano, Turchia e Sri Lanka. Queste donne non erano affiliate a organizzazioni come Al Qaeda e Isis, appartenevano a gruppi di diverse ideologie e religioni. Solo dagli inizi degli anni Duemila le grandi organizzazioni internazionali iniziano ad assoldare terroriste donne. Mi viene in mente Ahlam Tamimi, che ancora oggi rappresenta il volto femminile di Hamas. Lei è stata la mente della strage del 9 agosto 2001 contro il ristorante Sbarro, uno dei locali più affollati di Gerusalemme Est, in cui morirono 15 persone tra cui 8 bambini. Questo per confutare la tesi che le donne sarebbero meno sanguinarie e spietate degli uomini. Donne kamikaze hanno spesso colpito il Caucaso, partecipando al famoso massacro di Beslan nel 2004, ma è solo nel settembre del 2005 che Al Qaeda in Iraq ha iniziato a coinvolgere le donne nella lotta, con la prima europea belga, Muriel Deguaque, che si è immolata in un attacco suicida contro un convoglio militare americano vicino a Baghdad».
Poi negli anni seguenti?
«Se un proclama dell'Isis del 2015 affermava che le donne potevano dedicarsi al combattimento solo in circostanze eccezionali, dall'ottobre del 2017 il gruppo ha autorizzato un loro coinvolgimento diretto in battaglia, includendole anche nella propaganda. Il proclama del cambio di politica è stato diffuso attraverso la newsletter dell'Isis, Al Naba».
Perché hanno cambiato strategia?
«Le gravi perdite in seno alle milizie del califfato in Siria e Iraq ha imposto questa scelta. Le donne, dunque, rappresentano un bacino di reclutamento di notevole importanza».
Quali sono le motivazioni che spingono queste donne a farsi strumenti di terrore?
«Sono principalmente quattro. Al primo posto c'è la vendetta: le tristemente famose vedove nere, viste all'opera in Cecenia, hanno avuto un marito o un familiare ucciso dagli occidentali e vogliono regolare i conti. Poi ci sono quelle che vogliono dimostrare soprattutto ai musulmani che vivono in Occidente che la donna è in grado di fare le stesse cose dell'uomo. Terzo, lo fanno per dare l'esempio alle simpatizzanti in giro per il mondo. Infine c'è lo scopo di ottenere il rispetto dalla propria comunità, che ha sempre relegato la donna a un ruolo ancillare».
Quante donne terroriste sono state arrestate negli ultimi anni?
«In Europa, nel 2014 ne sono state fermate 96, 171 nel 2015, 180 nel 2016 e 123 nel 2017 (ma quest'ultimo dato è relativo ai soli primi 10 mesi dell'anno)».
Qual è il fenomeno che ritiene più inquietante nelle dinamiche del terrorismo internazionale di natura islamica?
«Di sicuro il tema dei rientri nella patria di origine delle donne mediorientali e africane con cittadinanza europea. Si tratta di persone che sono tornate in Iraq, Siria, Nigeria e altri Paesi per sposarsi, per ricongiungersi con le loro famiglie o per ideologia. Non è stato fatto uno studio sulle etnie a cui appartenevano le persone che sono poi diventate cittadine europee e quindi è un fenomeno fuori controllo dal punto di vista dei rischi sul medio-lungo termine».
Perché queste donne decidono di tornare in Siria, Iraq, eccetera? Cosa accade una volta arrivate lì?
«Alcune partono per ritrovare le proprie famiglie e poi vengono catturate dai miliziani dello Stato islamico, altre partono da Francia e Inghilterra perché adescate sul Web da fantomatici principi azzurri che promettono di sposarle e di dar loro una vita da sogno, ma appena mettono piede lì, le obbligano a fare le tiratici scelte, le martiri o a fare più figli possibile da indottrinare. Altre ancora vanno per scelta a farsi formare dall'Isis, per poter tornare clandestinamente in Europa e mettere in atto attentati, fare proseliti».
Che profilo hanno queste ultime?
«Spesso sono donne di cultura, medici, ingegneri, economiste, esperte nelle varie materie, che una volta tornate in Europa guidano cellule terroristiche o fanno da virtual planner, ossia da pianificatrici “da remoto" per l'Isis».
E cosa dire delle cosiddette «madri Isis»?
«Sono donne ideologicamente vicine alla jihad che educano i figli fin dal primo giorno di vita all'estremismo».
I bambini a che età possono essere considerati terroristi formati?
«Dirò una cosa forte: già a 12 anni sono delle macchine da guerra, insensibili alla violenza perché cresciuti con esposizione alla morte e alle torture su altri esseri umani. Il dato allarmante è che tra questi bambini, tanti sono figli di donne mediorientali o africane con cittadinanza europea, rientrati poi illegalmente in Europa e di cui si sono perse le tracce: cosa fanno e dove sono finiti non è dato saperlo».










