Il no alla Von der Leyen fu giudicato un flop dai soloni di carta. «Il premier non capisce l’Europa, adesso siamo irrilevanti».
Il no alla Von der Leyen fu giudicato un flop dai soloni di carta. «Il premier non capisce l’Europa, adesso siamo irrilevanti».Cicerone diceva che «la memoria è tesoro e custode di tutte le cose». Ieri il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha presentato la nuova squadra, con sei vicepresidenze esecutive. E così, insieme a molte colleghe e un collega, nell’esecutivo ci sarà - guarda un po’ - anche Raffale Fitto, con delega alla coesione e alle riforme. Proprio quel Fitto che, è giusto ricordarlo, certi intellettuali consideravano sconfitto in partenza, povera pedina fra le mani di una premier «vicina all’isolamento». E invece si tratta di un buon risultato per Giorgia Meloni. Tanto più che nei mesi trascorsi i giornaloni della sinistra snocciolavano dotte analisi sulla scelta «fallimentare» e «dissennata» della leader di Fdi di non votare la fiducia alla von der Leyen, dopo l’esito delle europee. Dal sito Dagospia, che parlava del «Ferragosto di fuoco per la ducetta», alle interviste a «statisti» come Enrico Letta o Romano Prodi che spiegavano paternalisticamente alla Meloni come si sta al mondo, la stampa benpensante non ha fatto che tifare contro l’Italia. In un articolo di Repubblica del 19 luglio scorso, l’inviato dal summit che si era tenuto a Oxford riferiva di una premier imbarazzata che si teneva alla larga di giornalisti. Lo stesso giorno, sul Foglio, si leggeva di come il presidente del Consiglio italiano fosse riuscito a risultare irrilevante nell’Ue e della sua confusione a proposito del commissario: «Giorgia Meloni, considerata la “queenmaker” dopo il voto del 9 giugno, con la sua tattica sulle nomine è diventata irrilevante e ha dato indicazione ai deputati di Fratelli d’Italia di votare contro von der Leyen. La presidente della Commissione ieri è stata riconfermata con 401 voti al Parlamento europeo , sostenuta da una nuova maggioranza europeista». Una delle previsioni più illuminanti, che oggi evidentemente si scontra con l’evidenza dei fatti, è quella pubblicata sulla Stampa il 21 luglio: «Con la decisione di votare contro Ursula von der Leyen, Giorgia Meloni ha commesso un errore, probabilmente dettato da una non chiarissima comprensione dei meccanismi europei». Quasi che la Meloni fosse una specie di sprovveduta e l’Italia fosse una nazione da «zeru tituli», come titolava tre giorni più tardi Il Foglio, salito in cattedra a dare lezioni di politologia. «Si è detto spesso che la mossa spericolata della premier, in Europa, avrà l’effetto di allontanare sempre di più il governo dalle posizioni che pesano e non c’è dubbio che avere un’Europa che dimostra di poter andare avanti senza l’Italia non rappresenta la premessa migliore per dimostrare di essere tutto tranne che isolati nelle scelte che conteranno nel futuro istituzionale del nostro continente». Il pezzo proseguiva poi con affermazioni del tipo: «Non sappiamo se Giorgia Meloni, di qui all’autunno, avrà la forza di far pesare, negli equilibri europei, ciò che rappresenta l’Italia in Europa, ovverosia la terza forza economica del continente e la seconda potenza manifatturiera più importante d’Europa. Sappiamo però con una ragionevole certezza che l’Italia rischia di essere molto più debole rispetto a ciò che è stata negli ultimi anni». Un’Italia, quella di oggi, che, stando alle previsioni dei mesi scorsi, dovrebbe essere «la periferia dell’Europa», come scriveva Il Domani. «la ragione del ridimensionamento è la vanità politica di Fratelli d’Italia, incapace di compiere un’evoluzione. Anche solo per tutelare “quell’interesse nazionale” indicato, almeno nello storytelling, come una stella polare del partito». Chissà se qualcuno adesso saprà fare autocritica.
Roberta Pinotti, ministro della Difesa durante il governo Renzi (Ansa)
Per 20 anni ha avuto ruoli cruciali nello sviluppo del sistema di sicurezza spaziale. Con le imprese francesi protagoniste.
Anziché avventurarsi nello spazio alla ricerca delle competenze in tema di Difesa e sicurezza del consigliere del Colle, Francesco Saverio Garofani, viene molto più semplice restare con i piedi per terra, tornare indietro di quasi 20 anni, e spulciare quello che l’allora rappresentante dell’Ulivo diceva in commissione.Era il 21 giugno 2007 e la commissione presieduta dal poi ministro Roberta Pinotti, era neanche a dirlo la commissione Difesa. Si discuteva del programma annuale relativo al lancio di un satellite militare denominato SICRAL-1B e Garofani da bravo relatore del programma ritenne opportuno dare qualche specifica.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 21 novembre con Flaminia Camilletti
Gianfranco Lande durante un’udienza del processo che l’ha coinvolto (Ansa)
I parenti del consigliere hanno investito una fortuna con Gianfranco Lande. Che per prendere tempo li spingeva a fare «condoni» sui capitali.
Francesco Saverio Garofani in questi giorni viene raccontato come il gentiluomo delle istituzioni, il cattolico democratico che ha attraversato mezzo secolo di politica italiana con la felpa della responsabilità cucita addosso. Quello che nessuno racconta è che lui, insieme a una fetta consistente della sua famiglia, è stato per anni nel giro di Gianfranco Lande, il «Madoff dei Parioli». E che il suo nome, con quello dei tre fratelli, Carlo, Giorgio e Giovanna (che negli atti della Guardia di finanza vengono indicati in una voce cumulativa anche come fratelli Garofani), riempie la lista Garofani nell’elenco delle vittime allegato alla sentenza che ha raccontato, numeri alla mano, la più grande stangata finanziaria della Roma bene, insieme a quello di un certo Lorenzo (deceduto nel 1999) e di Michele, suo figlio, del cui grado di eventuale parentela però non ci sono informazioni.
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Travaglio: «Garofani deve dimettersi». Foa: «Non è super partes, lasci». Porro: «È una cosa pazzesca e tentano di silenziarla». Padellaro: «Una fior di notizia che andava pubblicata, ma farlo pare una scelta stravagante». Giarrusso: «Reazioni assurde a una storia vera». L’ex ambasciatore Vecchioni: «Presidente, cacci il consigliere».







