True
2021-04-11
Ennesima macchia sul flop manager. Adesso si tirino fuori tutte le carte
Ansa
Che altro deve succedere perché si accendano davvero i riflettori e si tracci un bilancio definitivo sull'esperienza di Domenico Arcuri al comando praticamente di tutto tra il 2020 e il primissimo scorcio del 2021?
Qui siamo e restiamo garantisti, verso tutto e tutti, senza eccezioni: e quindi non è la notizia di un'indagine a cambiare il nostro giudizio. Il punto è un conclamato fallimento politico, peraltro certificato dalla scelta di Mario Draghi di rimuovere Arcuri: fallimento di Arcuri stesso, di chi l'ha imposto, di chi l'ha pervicacemente difeso contro ogni evidenza, a partire dal ministro Roberto Speranza.
Certo, per lunghi mesi, troppi avevano fatto finta di non vedere che il governo giallorosso immaginava un Arcuri dotato di più braccia e più mani della dea Kalì: onnipresente, onnipotente, onnidecidente, capo di Invitalia, supercommissario di tutto il commissariabile. A più riprese, è stato chiamato a occuparsi - in ordine sparso - di mascherine, terapie intensive, banchi a rotelle, vaccini, e (nel tempo libero?) pure delle sorti dell'Ilva. Praticamente, un potere dello Stato a sé stante.
Già questo sovrapporsi inusitato di incarichi e funzioni in capo alla stessa persona aveva il sapore di un'inaccettabile anomalia, per chiunque considerasse le cose senza faziosità. Dopo di che, a parlare sono stati i fatti. La gestione commissariale arcuriana si è rivelata un fiasco, sia nella prima ondata (mascherine, respiratori) sia nella seconda (scuola, banchi a rotelle, terapie intensive, assunzioni ritardate). Non solo: vogliamo parlare del tempo perso - quando invece si doveva correre con la campagna vaccinale - a parlare di primule? A occuparsi di spot cinematografici come se il problema fosse quello di persuadere gli italiani?
Ancora. Rimangono memorabili le ospitate tv del supercommissario in maglioncino, in luoghi dove non ci fosse il rischio di domande urticanti; oppure le minacce, a volte orali e a volte scritte, di querele e azioni legali verso chi chiedeva conto del modo in cui venivano usati i denari dei contribuenti; o ancora i servizi celebrativi sui telegiornali, fino al leggendario viaggio del furgone con le prime dosi di vaccino, con l'infaticabile Arcuri pronto ad accogliere a Roma camion-flaconi-scaricatori. Solo le temperature invernali hanno impedito che la sequenza prevedesse un Arcuri mussolinianamente a torso nudo, stile trebbiatura del grano, per un'operazione da Istituto Luce 2.0. Per non dire di quando (era la fine di maggio del 2020) un Arcuri in versione triumphans, come testimoniano numerosi lanci di agenzia, annunciava alla commissione Affari sociali della Camera: «A settembre ci saranno sul mercato solo mascherine chirurgiche italiane». Peccato che però, oggi, undici mesi dopo quell'annuncio, l'Italia sia ancora invasa di mascherine cinesi. Peggio ancora: con interi lotti di mascherine oggetto a vario titolo di sequestri, contestazioni, dubbi su qualità e capacità di filtraggio.
Eppure, per interminabili mesi, l'uomo si sentì investito di una missione anche pedagogica, un po' maestro e un po' filosofo, una specie di guida morale e metapolitica del Paese. Quando partecipò alla presentazione del Rapporto Censis-Tendercapital, Arcuri si lanciò in voli pindarici sul «diritto alla vita» e sull'«equo accesso al benessere». A seguire, un passaggio lirico sulle «bandiere sui balconi e i palazzi illuminati», per poi arrivare al cuore dello speech (quasi) presidenziale: «L'Italia che uscirà dall'epidemia dovrà essere un paese a un livello di sostenibilità sociale, economica e produttiva maggiore di quello che c'era quando l'epidemia è iniziata», e via ammonendo e spiegando.
Confessiamolo: nella nostra ingenuità, pensavamo che il compito del commissario fosse eseguire le (troppe) funzioni affidategli. E invece ci siamo a lungo trovati davanti a un aspirante padre della patria che indicava obiettivi sociali e politici, e si proponeva come bussola filosofica ed etica.
A maggior ragione, adesso, resta una sola cosa semplice da fare, che La Verità ha chiesto ripetutamente. Del tutto a prescindere dalle inchieste giudiziarie che faranno il loro corso, il governo e il ministero della Salute farebbero bene a tirar fuori i contratti stipulati e gli acquisti effettuati dalla struttura commissariale. Ci sia total disclosure, trasparenza totale: quanti soldi, quali mediazioni e commissioni, quali e quante unità merceologiche, da quali e quanti Paesi, da quali e quante società (con i relativi dettagli), e anche con tutte le informazioni rispetto agli standard qualitativi di ogni partita di mascherine, camici, respiratori, e così via.
I contribuenti hanno diritto di sapere - per lo meno - come e per cosa siano stati spesi i loro soldi.
Dopo il benservito da Super Mario è in bilico anche la poltrona a Invitalia
Un paio di inchieste giudiziarie imbastite dalle Procure di Roma e di Gorizia hanno portato alla luce tutte le falle dell'ufficio da commissario straordinario, creato con spavalderia da Domenico Arcuri, che, accecato dalla sua esibizione di muscoli per i superpoteri che gli aveva conferito Giuseppe Conte, ha preso scivoloni che gli sono costati il posto.
Dopo aver comprato mascherine cinesi che, si è scoperto, erano pure parzialmente fallate ma che hanno arricchito i mediatori (uno dei quali, Mario Benotti, è risultato essere un suo contatto), ha preso una tranvata con l'app Immuni, affidata con una procedura lampo che ha escluso, non si sa perché, un'altra applicazione per smartphone consigliata dalla task force. Anche per le siringhe da vaccino luer lock, che tanto propagandava, il boiardo sembra aver dato mostra di essere avvezzo al pasticcio: il loro acquisto non era stato raccomandato dalle case farmaceutiche e, si è scoperto, erano le più care e difficili da reperire. Per non parlare dell'arrischiata impresa dei padiglioni-primula, i chioschi da 409.000 euro l'uno per le vaccinazioni progettati dall'archistar Stefano Boeri, che lo smargiasso venuto da Invitalia pensava di finanziare con una raccolta fondi rivolta a chi avrebbe voluto «adottare» uno dei punti vaccinali. Ovviamente è stato un fiasco anche quello. Ma a far traballare la poltrona di Mr Invitalia, all'epoca innalzato sugli scudi da una cordata Conte-dalemiana (nonostante nel curriculum di Arcuri pesasse già una sonora bocciatura della Commissione europea, che nel 2012 segnalava gravi carenze e criticità nella gestione degli interventi finanziati dal Pon Ricerca e competitività) che sembra far storcere il naso al presidente Mario Draghi, sono anche alcuni caotici dossier per il rilancio industriale.
Senza andare troppo indietro, e rivangare di quando Arcuri lavorò al rilancio del sito ex Fiat di Termini Imerese, affidandolo a un'azienda i cui dirigenti sono finiti nei guai per aver distratto i fondi, basta prendere il dossier sull'Ilva: più passa il tempo e più prende le sembianze di un mappazzone. Arcuri, con il progettato ingresso dello Stato nella compagine dell'acciaieria e un piano di rilancio mai chiarito fino in fondo, già si vedeva seduto sul trono. Ma il governo uscente non ha fatto in tempo a firmare il decreto che gli avrebbe regalato l'ulteriore carica e i 400 milioni di euro annunciati a dicembre per completare l'operazione non sono stati scuciti. E ora che il ministro dello Sviluppo economico è Giancarlo Giorgetti, che sceglierà i nomi del cda dell'Ilva, le voci di corridoio sul siluramento di Arcuri si sono fatte insistenti. Quella dell'Ilva, però, non è l'unica grana che ottenebra Arcuri, alle prese, come ha svelato qualche settimana fa Panorama, con un contenzioso monstre che faldone dopo faldone sta opprimendo Invitalia e le sue partecipate con cifre a nove zeri. Per il solo contenzioso giuslavoristico, che Invitalia con la consueta spocchia descrive nei bilanci come «fisiologico e marginale», si contano, al 2020 (ovvero quando i giudici della Corte dei conti hanno chiuso il loro report), ben 73 cause, per un valore complessivo di 8,7 milioni di euro. Ovviamente, nonostante le ottimistiche previsioni, Mr Invitalia è stato costretto ad accantonare fondi per il rischio. Il valore delle cause civili è stimato in 3,1 miliardi di euro. Alcune vanno avanti da anni. E a quelle si sommano le pratiche più recenti. Solo nel 2018, i fascicoli aperti, che riguardano le misure d'investimento gestite direttamente da Invitalia, ammontano a 152 milioni di euro. E ora che i rumors su un attrito anche con Bernardo Mattarella, amministratore delegato di Mediocredito Centrale (società partecipata da Invitalia, con la quale è stato gestito il salvataggio della Banca popolare di Bari), si fanno insistenti, Arcuri, da ex maestro della pandemia, potrebbe presto ritrovarsi a traballare anche sul trono ormai sghembo di Invitalia.
Continua a leggereRiduci
Dpi farlocchi, banchi a rotelle, terapie intensive: Domenico Arcuri ha toppato in ognuno dei (troppi) incarichi ricevuti. Si faccia chiarezza sul suo operato: i contribuenti hanno diritto di sapere come sono stati spesi i loro soldi.Invitalia è funestata da costose grane legali. E l'ad è in rotta con il Mediocredito.Lo speciale contiene due articoli.Che altro deve succedere perché si accendano davvero i riflettori e si tracci un bilancio definitivo sull'esperienza di Domenico Arcuri al comando praticamente di tutto tra il 2020 e il primissimo scorcio del 2021? Qui siamo e restiamo garantisti, verso tutto e tutti, senza eccezioni: e quindi non è la notizia di un'indagine a cambiare il nostro giudizio. Il punto è un conclamato fallimento politico, peraltro certificato dalla scelta di Mario Draghi di rimuovere Arcuri: fallimento di Arcuri stesso, di chi l'ha imposto, di chi l'ha pervicacemente difeso contro ogni evidenza, a partire dal ministro Roberto Speranza. Certo, per lunghi mesi, troppi avevano fatto finta di non vedere che il governo giallorosso immaginava un Arcuri dotato di più braccia e più mani della dea Kalì: onnipresente, onnipotente, onnidecidente, capo di Invitalia, supercommissario di tutto il commissariabile. A più riprese, è stato chiamato a occuparsi - in ordine sparso - di mascherine, terapie intensive, banchi a rotelle, vaccini, e (nel tempo libero?) pure delle sorti dell'Ilva. Praticamente, un potere dello Stato a sé stante. Già questo sovrapporsi inusitato di incarichi e funzioni in capo alla stessa persona aveva il sapore di un'inaccettabile anomalia, per chiunque considerasse le cose senza faziosità. Dopo di che, a parlare sono stati i fatti. La gestione commissariale arcuriana si è rivelata un fiasco, sia nella prima ondata (mascherine, respiratori) sia nella seconda (scuola, banchi a rotelle, terapie intensive, assunzioni ritardate). Non solo: vogliamo parlare del tempo perso - quando invece si doveva correre con la campagna vaccinale - a parlare di primule? A occuparsi di spot cinematografici come se il problema fosse quello di persuadere gli italiani? Ancora. Rimangono memorabili le ospitate tv del supercommissario in maglioncino, in luoghi dove non ci fosse il rischio di domande urticanti; oppure le minacce, a volte orali e a volte scritte, di querele e azioni legali verso chi chiedeva conto del modo in cui venivano usati i denari dei contribuenti; o ancora i servizi celebrativi sui telegiornali, fino al leggendario viaggio del furgone con le prime dosi di vaccino, con l'infaticabile Arcuri pronto ad accogliere a Roma camion-flaconi-scaricatori. Solo le temperature invernali hanno impedito che la sequenza prevedesse un Arcuri mussolinianamente a torso nudo, stile trebbiatura del grano, per un'operazione da Istituto Luce 2.0. Per non dire di quando (era la fine di maggio del 2020) un Arcuri in versione triumphans, come testimoniano numerosi lanci di agenzia, annunciava alla commissione Affari sociali della Camera: «A settembre ci saranno sul mercato solo mascherine chirurgiche italiane». Peccato che però, oggi, undici mesi dopo quell'annuncio, l'Italia sia ancora invasa di mascherine cinesi. Peggio ancora: con interi lotti di mascherine oggetto a vario titolo di sequestri, contestazioni, dubbi su qualità e capacità di filtraggio. Eppure, per interminabili mesi, l'uomo si sentì investito di una missione anche pedagogica, un po' maestro e un po' filosofo, una specie di guida morale e metapolitica del Paese. Quando partecipò alla presentazione del Rapporto Censis-Tendercapital, Arcuri si lanciò in voli pindarici sul «diritto alla vita» e sull'«equo accesso al benessere». A seguire, un passaggio lirico sulle «bandiere sui balconi e i palazzi illuminati», per poi arrivare al cuore dello speech (quasi) presidenziale: «L'Italia che uscirà dall'epidemia dovrà essere un paese a un livello di sostenibilità sociale, economica e produttiva maggiore di quello che c'era quando l'epidemia è iniziata», e via ammonendo e spiegando.Confessiamolo: nella nostra ingenuità, pensavamo che il compito del commissario fosse eseguire le (troppe) funzioni affidategli. E invece ci siamo a lungo trovati davanti a un aspirante padre della patria che indicava obiettivi sociali e politici, e si proponeva come bussola filosofica ed etica. A maggior ragione, adesso, resta una sola cosa semplice da fare, che La Verità ha chiesto ripetutamente. Del tutto a prescindere dalle inchieste giudiziarie che faranno il loro corso, il governo e il ministero della Salute farebbero bene a tirar fuori i contratti stipulati e gli acquisti effettuati dalla struttura commissariale. Ci sia total disclosure, trasparenza totale: quanti soldi, quali mediazioni e commissioni, quali e quante unità merceologiche, da quali e quanti Paesi, da quali e quante società (con i relativi dettagli), e anche con tutte le informazioni rispetto agli standard qualitativi di ogni partita di mascherine, camici, respiratori, e così via. I contribuenti hanno diritto di sapere - per lo meno - come e per cosa siano stati spesi i loro soldi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ennesima-macchia-sul-flop-manager-adesso-si-tirino-fuori-tutte-le-carte-2652491160.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dopo-il-benservito-da-super-mario-e-in-bilico-anche-la-poltrona-a-invitalia" data-post-id="2652491160" data-published-at="1618082863" data-use-pagination="False"> Dopo il benservito da Super Mario è in bilico anche la poltrona a Invitalia Un paio di inchieste giudiziarie imbastite dalle Procure di Roma e di Gorizia hanno portato alla luce tutte le falle dell'ufficio da commissario straordinario, creato con spavalderia da Domenico Arcuri, che, accecato dalla sua esibizione di muscoli per i superpoteri che gli aveva conferito Giuseppe Conte, ha preso scivoloni che gli sono costati il posto. Dopo aver comprato mascherine cinesi che, si è scoperto, erano pure parzialmente fallate ma che hanno arricchito i mediatori (uno dei quali, Mario Benotti, è risultato essere un suo contatto), ha preso una tranvata con l'app Immuni, affidata con una procedura lampo che ha escluso, non si sa perché, un'altra applicazione per smartphone consigliata dalla task force. Anche per le siringhe da vaccino luer lock, che tanto propagandava, il boiardo sembra aver dato mostra di essere avvezzo al pasticcio: il loro acquisto non era stato raccomandato dalle case farmaceutiche e, si è scoperto, erano le più care e difficili da reperire. Per non parlare dell'arrischiata impresa dei padiglioni-primula, i chioschi da 409.000 euro l'uno per le vaccinazioni progettati dall'archistar Stefano Boeri, che lo smargiasso venuto da Invitalia pensava di finanziare con una raccolta fondi rivolta a chi avrebbe voluto «adottare» uno dei punti vaccinali. Ovviamente è stato un fiasco anche quello. Ma a far traballare la poltrona di Mr Invitalia, all'epoca innalzato sugli scudi da una cordata Conte-dalemiana (nonostante nel curriculum di Arcuri pesasse già una sonora bocciatura della Commissione europea, che nel 2012 segnalava gravi carenze e criticità nella gestione degli interventi finanziati dal Pon Ricerca e competitività) che sembra far storcere il naso al presidente Mario Draghi, sono anche alcuni caotici dossier per il rilancio industriale. Senza andare troppo indietro, e rivangare di quando Arcuri lavorò al rilancio del sito ex Fiat di Termini Imerese, affidandolo a un'azienda i cui dirigenti sono finiti nei guai per aver distratto i fondi, basta prendere il dossier sull'Ilva: più passa il tempo e più prende le sembianze di un mappazzone. Arcuri, con il progettato ingresso dello Stato nella compagine dell'acciaieria e un piano di rilancio mai chiarito fino in fondo, già si vedeva seduto sul trono. Ma il governo uscente non ha fatto in tempo a firmare il decreto che gli avrebbe regalato l'ulteriore carica e i 400 milioni di euro annunciati a dicembre per completare l'operazione non sono stati scuciti. E ora che il ministro dello Sviluppo economico è Giancarlo Giorgetti, che sceglierà i nomi del cda dell'Ilva, le voci di corridoio sul siluramento di Arcuri si sono fatte insistenti. Quella dell'Ilva, però, non è l'unica grana che ottenebra Arcuri, alle prese, come ha svelato qualche settimana fa Panorama, con un contenzioso monstre che faldone dopo faldone sta opprimendo Invitalia e le sue partecipate con cifre a nove zeri. Per il solo contenzioso giuslavoristico, che Invitalia con la consueta spocchia descrive nei bilanci come «fisiologico e marginale», si contano, al 2020 (ovvero quando i giudici della Corte dei conti hanno chiuso il loro report), ben 73 cause, per un valore complessivo di 8,7 milioni di euro. Ovviamente, nonostante le ottimistiche previsioni, Mr Invitalia è stato costretto ad accantonare fondi per il rischio. Il valore delle cause civili è stimato in 3,1 miliardi di euro. Alcune vanno avanti da anni. E a quelle si sommano le pratiche più recenti. Solo nel 2018, i fascicoli aperti, che riguardano le misure d'investimento gestite direttamente da Invitalia, ammontano a 152 milioni di euro. E ora che i rumors su un attrito anche con Bernardo Mattarella, amministratore delegato di Mediocredito Centrale (società partecipata da Invitalia, con la quale è stato gestito il salvataggio della Banca popolare di Bari), si fanno insistenti, Arcuri, da ex maestro della pandemia, potrebbe presto ritrovarsi a traballare anche sul trono ormai sghembo di Invitalia.
Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.
Pierbattista Pizzaballa (Getty Images)
La lettera, indirizzata alla chiesa di Gerusalemme, che ha giurisdizione su Israele, Palestina, Giordania e Cipro, offre innanzitutto una diagnosi lucida del presente. La guerra, scrive il Patriarca, «è diventata oggetto di un culto idolatra: non ci si siede più ai tavoli per evitare in modo assoluto i conflitti, ma li si tiene ben presenti come scenario possibile o, addirittura, inevitabile». In questo orizzonte, «i civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo». La guerra, insomma, «agisce come fine a sé stessa».
Da questa constatazione emergono interrogativi etici inediti, specialmente di fronte all’uso dell’intelligenza artificiale nelle operazioni belliche. «Non si tratta più solo di armi sempre più sofisticate o di droni telecomandati: stiamo entrando in una fase in cui sono gli algoritmi a selezionare obiettivi, a compiere scelte che fino a ieri rimanevano esclusivamente umane». Il patriarca si chiede: «Cosa accade quando a decidere chi vive e chi muore è una macchina? Quale responsabilità resta all’uomo?».
La lettera affronta poi il tema del dolore e della vittimizzazione che nascono dalla guerra, con una distinzione che non può passare inosservata, specialmente con riferimento proprio alla situazione in Medio Oriente e a Gaza. «Di fronte alle tragedie e alle ingiustizie di questo tempo, il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta», ma «esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità».
Al cuore della riflessione del patriarca c’è Gerusalemme, non solo come realtà fisica ma come «modello di riferimento ideale». Uno sguardo che il Patriarca sviluppa a partire dal libro dell’Apocalisse. La città, nella visione biblica, «ha un cielo. Può sembrare banale o scontato», scrive Pizzaballa, «ma è il suo tratto distintivo più eloquente». Così il cuore della questione non è tecnico o politico, ma teologico: per costruire la città e tessere relazioni autentiche, «si deve partire innanzitutto dalla coscienza della presenza di Dio, il primato di Dio, la fede. Dio non deve essere escluso. Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici. La sua identità principale - la caratteristica più importante della Città e di tutta la Terra Santa - è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio, il luogo dove le fedi sono a casa».
La lettera si sofferma quindi sulla Gerusalemme celeste dell’Apocalisse, «che scende dal cielo, da Dio», e ne trae una lezione decisiva per la città terrena. «Giovanni afferma: “Non vidi alcun tempio”. Non perché venga meno la Presenza di Dio, ma perché Essa non è più concentrata in uno spazio separato». Di conseguenza, «non esistono spazi nei quali Dio è presente e altri nei quali non lo è. Non ci sono luoghi in cui Egli ascolta e altri in cui non ascolta». Per la Gerusalemme terrena, spesso lacerata dall’«ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà», questo è un monito severo: l’uso di Dio per giustificare barriere o esclusioni nega la sua stessa natura.
Per abitare questa storia martoriata, occorre quindi un nuovo modo di vedere la realtà attraverso la «lampada dell’Agnello», una luce «pasquale», scrive Pizzaballa, che appartiene a chi ha donato la vita per amore. Questa luce permette di scorgere la vita anche tra le macerie, insegnando a riconoscere in ogni persona una creatura fatta a immagine di Dio.
La terza parte della lettera delinea 13 ambiti pastorali, dal dialogo ecumenico all’accoglienza, dalla cura degli anziani al rifiuto della cultura di violenza. Vie da percorrere per incarnare questa luce nuova. È significativo però che il Patriarca indichi come primo ambito «il primato della liturgia e della preghiera». Perché, scrive, «c’è una tentazione sottile che dobbiamo riconoscere: quella di ridurre la liturgia e la preghiera a uno strumento, a qualcosa che serve per ottenere qualcos’altro, fosse pure la pace, la fine della guerra, la soluzione dei problemi. La preghiera non è un mezzo. […] Chi prega trova fiducia, anche quando sembra impossibile, perché forse la preghiera non cambia tutto né porta risultati immediati e tangibili, ma trasforma il nostro modo di vedere le cose».
La lettera si chiude con l’immagine evangelica che le dà il titolo: i discepoli che, dopo l’ascensione, «tornarono a Gerusalemme con grande gioia». «Anche noi», conclude il Patriarca, «desideriamo tornare alla nostra Gerusalemme quotidiana - le nostre case, le nostre parrocchie, le nostre comunità, il nostro impegno quotidiano - con quella stessa gioia. Non una gioia ingenua, che ignora le fatiche. Ma una gioia pasquale, che sa che la luce vince le tenebre, che la vita sconfigge la morte, che l’amore disarma l’odio». Questa gioia è la vera resistenza per quella che papa Leone XIV ha definito «ora oscura della storia».
Continua a leggereRiduci
Maurizio Landini
Si tratta di decisioni da adottare in una fase molto complicata, perché il tema delle risorse finanziare resta centrale in un quadro di forte incertezza, causata dall’impatto economico e energetico del conflitto in Medio Oriente e dal mancato rispetto dell’obiettivo di deficit al 3%. Che come è noto comporta il mantenimento della procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea nei confronti dell’Italia e lascia aperta la possibilità, da parte del nostro governo, di valutare un possibile scostamento di bilancio. Tutte questioni che dovranno essere oggetto di un auspicabile confronto con la Commissione europea, con l’obiettivo di ottenere una maggiore flessibilità finanziaria.
Immaginiamo già le critiche dell’opposizione di sinistra nei confronti del governo reo di non aver fatto nulla per impedire questo stato di cose e persino di aver strumentalmente convocato il cdm per assumere le decisioni sul lavoro a ridosso del Primo Maggio, solo per silenziare i sindacati e i lavoratori, saturando lo spazio mediatico, e inviando messaggi rassicuranti per garantire in qualche modo che il potere d’acquisto non sarà ulteriormente intaccato dall’onda lunga delle speculazioni.
La verità è che l’anno appena trascorso ha segnato un punto di svolta nel modo in cui la questione salariale è stata affrontata nel dibattito pubblico italiano. Dopo anni di attenzione discontinua, il tema è emerso come problema strutturale. Anche nelle zone economicamente più avanzate del Paese, la dinamica salariale è oggi al centro delle attenzioni non solo perché è una questione nazionale ma anche perché è sempre più evidente che non riguarda soltanto l’equità sociale, ma incide direttamente sulla competitività del sistema economico.
Ma al di là dei compiti che un governo deve avere nell’attivare politiche fiscali a favore del lavoro e nella predisposizione di un quadro macroeconomico che permetta al sistema produttivo di operare nel migliore dei modi, vi è da dire che l’esecutivo, in quanto datore di lavoro pubblico, ha agito relativamente bene, rinnovando i contratti della scuola e degli enti locali e predisponendo il tavolo per il rinnovo del contratto della sanità pubblica. Possiamo dire altrettanto delle organizzazioni sindacali e datoriali?
Non sarebbe davvero stato male se nel recente dibattito il segretario Cgil e il presidente di Confindustria avessero preso coscienza dei loro compiti e delle loro responsabilità nell’affrontare i problemi del mondo del lavoro e dei lavoratori. Ad esempio prendendo atto che nonostante il sistema contrattuale italiano sia da considerarsi tra i migliori in Europa, in realtà la contrattazione ha mostrato limiti strutturali: oltre agli enormi ritardi nei rinnovi del settore privato, non è riuscita a garantire aumenti adeguati, spesso legati a una produttività ferma a diversi anni fa. Sindacati e imprese dovrebbero sapere che le ragioni di questo ritardo persistente sono note e strutturali: il peso elevato delle pmi, la centralità di settori a basso valore aggiunto come il turismo, edilizia e i servizi alla persona, un sistema di relazioni industriali frammentato e in alcuni comparti molto debole, livelli di competenze ancora insufficienti - sia dal lato dei lavoratori sia dei manager - e un passaggio scuola-lavoro ampiamente migliorabile - continuano a comprimere la dinamica delle retribuzioni.
Soprattutto appare evidente l’incapacità di adattarsi alle trasformazioni tecnologiche e di mercato e di conseguenza mantenendosi non raramente minimi retributivi molto bassi. Inoltre in questi anni si è assistito ad una proliferazione di contratti siglati da organizzazioni sindacali e datoriali con una bassa rappresentatività, generando effetti perversi di «dumping salariale e contrattuale».
A queste criticità si aggiunge un paradosso, ovvero che i record occupazionali possono costituire il terreno per una nuova stagnazione salariale. Con l’aumento del costo del capitale, molte imprese hanno scelto di espandere il fattore lavoro rinviando investimenti e digitalizzazione. In definitiva sé si vuole affrontare la questione salariale, il governo dovrà fare la sua parte ma le parti sociali, sindacato e datori di lavoro, non possono essere da meno e dovrebbero mostrare più coraggio e lungimiranza. Ingredienti che finora hanno dimostrato di non avere.
Continua a leggereRiduci
L’operazione, coordinata dalla Questura di Roma, è stata preceduta da un’attività di analisi informativa e di mappatura delle criticità, con particolare attenzione alle dinamiche di occupazione abusiva stratificatesi nel tempo all’interno del complesso di proprietà di Ater Roma. Subito dopo l’accesso allo stabile da parte delle forze dell’ordine, i tecnici di Ater hanno avviato le operazioni di bonifica degli spazi. Durante l’intervento non è stato trovato alcun occupante all’interno della struttura. Un gruppo iniziale di una decina di attivisti, poi cresciuto fino a quasi un centinaio, si è arrampicato sul tetto in segno di protesta.
Continua a leggereRiduci