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2021-04-11
Ennesima macchia sul flop manager. Adesso si tirino fuori tutte le carte
Ansa
Che altro deve succedere perché si accendano davvero i riflettori e si tracci un bilancio definitivo sull'esperienza di Domenico Arcuri al comando praticamente di tutto tra il 2020 e il primissimo scorcio del 2021?
Qui siamo e restiamo garantisti, verso tutto e tutti, senza eccezioni: e quindi non è la notizia di un'indagine a cambiare il nostro giudizio. Il punto è un conclamato fallimento politico, peraltro certificato dalla scelta di Mario Draghi di rimuovere Arcuri: fallimento di Arcuri stesso, di chi l'ha imposto, di chi l'ha pervicacemente difeso contro ogni evidenza, a partire dal ministro Roberto Speranza.
Certo, per lunghi mesi, troppi avevano fatto finta di non vedere che il governo giallorosso immaginava un Arcuri dotato di più braccia e più mani della dea Kalì: onnipresente, onnipotente, onnidecidente, capo di Invitalia, supercommissario di tutto il commissariabile. A più riprese, è stato chiamato a occuparsi - in ordine sparso - di mascherine, terapie intensive, banchi a rotelle, vaccini, e (nel tempo libero?) pure delle sorti dell'Ilva. Praticamente, un potere dello Stato a sé stante.
Già questo sovrapporsi inusitato di incarichi e funzioni in capo alla stessa persona aveva il sapore di un'inaccettabile anomalia, per chiunque considerasse le cose senza faziosità. Dopo di che, a parlare sono stati i fatti. La gestione commissariale arcuriana si è rivelata un fiasco, sia nella prima ondata (mascherine, respiratori) sia nella seconda (scuola, banchi a rotelle, terapie intensive, assunzioni ritardate). Non solo: vogliamo parlare del tempo perso - quando invece si doveva correre con la campagna vaccinale - a parlare di primule? A occuparsi di spot cinematografici come se il problema fosse quello di persuadere gli italiani?
Ancora. Rimangono memorabili le ospitate tv del supercommissario in maglioncino, in luoghi dove non ci fosse il rischio di domande urticanti; oppure le minacce, a volte orali e a volte scritte, di querele e azioni legali verso chi chiedeva conto del modo in cui venivano usati i denari dei contribuenti; o ancora i servizi celebrativi sui telegiornali, fino al leggendario viaggio del furgone con le prime dosi di vaccino, con l'infaticabile Arcuri pronto ad accogliere a Roma camion-flaconi-scaricatori. Solo le temperature invernali hanno impedito che la sequenza prevedesse un Arcuri mussolinianamente a torso nudo, stile trebbiatura del grano, per un'operazione da Istituto Luce 2.0. Per non dire di quando (era la fine di maggio del 2020) un Arcuri in versione triumphans, come testimoniano numerosi lanci di agenzia, annunciava alla commissione Affari sociali della Camera: «A settembre ci saranno sul mercato solo mascherine chirurgiche italiane». Peccato che però, oggi, undici mesi dopo quell'annuncio, l'Italia sia ancora invasa di mascherine cinesi. Peggio ancora: con interi lotti di mascherine oggetto a vario titolo di sequestri, contestazioni, dubbi su qualità e capacità di filtraggio.
Eppure, per interminabili mesi, l'uomo si sentì investito di una missione anche pedagogica, un po' maestro e un po' filosofo, una specie di guida morale e metapolitica del Paese. Quando partecipò alla presentazione del Rapporto Censis-Tendercapital, Arcuri si lanciò in voli pindarici sul «diritto alla vita» e sull'«equo accesso al benessere». A seguire, un passaggio lirico sulle «bandiere sui balconi e i palazzi illuminati», per poi arrivare al cuore dello speech (quasi) presidenziale: «L'Italia che uscirà dall'epidemia dovrà essere un paese a un livello di sostenibilità sociale, economica e produttiva maggiore di quello che c'era quando l'epidemia è iniziata», e via ammonendo e spiegando.
Confessiamolo: nella nostra ingenuità, pensavamo che il compito del commissario fosse eseguire le (troppe) funzioni affidategli. E invece ci siamo a lungo trovati davanti a un aspirante padre della patria che indicava obiettivi sociali e politici, e si proponeva come bussola filosofica ed etica.
A maggior ragione, adesso, resta una sola cosa semplice da fare, che La Verità ha chiesto ripetutamente. Del tutto a prescindere dalle inchieste giudiziarie che faranno il loro corso, il governo e il ministero della Salute farebbero bene a tirar fuori i contratti stipulati e gli acquisti effettuati dalla struttura commissariale. Ci sia total disclosure, trasparenza totale: quanti soldi, quali mediazioni e commissioni, quali e quante unità merceologiche, da quali e quanti Paesi, da quali e quante società (con i relativi dettagli), e anche con tutte le informazioni rispetto agli standard qualitativi di ogni partita di mascherine, camici, respiratori, e così via.
I contribuenti hanno diritto di sapere - per lo meno - come e per cosa siano stati spesi i loro soldi.
Dopo il benservito da Super Mario è in bilico anche la poltrona a Invitalia
Un paio di inchieste giudiziarie imbastite dalle Procure di Roma e di Gorizia hanno portato alla luce tutte le falle dell'ufficio da commissario straordinario, creato con spavalderia da Domenico Arcuri, che, accecato dalla sua esibizione di muscoli per i superpoteri che gli aveva conferito Giuseppe Conte, ha preso scivoloni che gli sono costati il posto.
Dopo aver comprato mascherine cinesi che, si è scoperto, erano pure parzialmente fallate ma che hanno arricchito i mediatori (uno dei quali, Mario Benotti, è risultato essere un suo contatto), ha preso una tranvata con l'app Immuni, affidata con una procedura lampo che ha escluso, non si sa perché, un'altra applicazione per smartphone consigliata dalla task force. Anche per le siringhe da vaccino luer lock, che tanto propagandava, il boiardo sembra aver dato mostra di essere avvezzo al pasticcio: il loro acquisto non era stato raccomandato dalle case farmaceutiche e, si è scoperto, erano le più care e difficili da reperire. Per non parlare dell'arrischiata impresa dei padiglioni-primula, i chioschi da 409.000 euro l'uno per le vaccinazioni progettati dall'archistar Stefano Boeri, che lo smargiasso venuto da Invitalia pensava di finanziare con una raccolta fondi rivolta a chi avrebbe voluto «adottare» uno dei punti vaccinali. Ovviamente è stato un fiasco anche quello. Ma a far traballare la poltrona di Mr Invitalia, all'epoca innalzato sugli scudi da una cordata Conte-dalemiana (nonostante nel curriculum di Arcuri pesasse già una sonora bocciatura della Commissione europea, che nel 2012 segnalava gravi carenze e criticità nella gestione degli interventi finanziati dal Pon Ricerca e competitività) che sembra far storcere il naso al presidente Mario Draghi, sono anche alcuni caotici dossier per il rilancio industriale.
Senza andare troppo indietro, e rivangare di quando Arcuri lavorò al rilancio del sito ex Fiat di Termini Imerese, affidandolo a un'azienda i cui dirigenti sono finiti nei guai per aver distratto i fondi, basta prendere il dossier sull'Ilva: più passa il tempo e più prende le sembianze di un mappazzone. Arcuri, con il progettato ingresso dello Stato nella compagine dell'acciaieria e un piano di rilancio mai chiarito fino in fondo, già si vedeva seduto sul trono. Ma il governo uscente non ha fatto in tempo a firmare il decreto che gli avrebbe regalato l'ulteriore carica e i 400 milioni di euro annunciati a dicembre per completare l'operazione non sono stati scuciti. E ora che il ministro dello Sviluppo economico è Giancarlo Giorgetti, che sceglierà i nomi del cda dell'Ilva, le voci di corridoio sul siluramento di Arcuri si sono fatte insistenti. Quella dell'Ilva, però, non è l'unica grana che ottenebra Arcuri, alle prese, come ha svelato qualche settimana fa Panorama, con un contenzioso monstre che faldone dopo faldone sta opprimendo Invitalia e le sue partecipate con cifre a nove zeri. Per il solo contenzioso giuslavoristico, che Invitalia con la consueta spocchia descrive nei bilanci come «fisiologico e marginale», si contano, al 2020 (ovvero quando i giudici della Corte dei conti hanno chiuso il loro report), ben 73 cause, per un valore complessivo di 8,7 milioni di euro. Ovviamente, nonostante le ottimistiche previsioni, Mr Invitalia è stato costretto ad accantonare fondi per il rischio. Il valore delle cause civili è stimato in 3,1 miliardi di euro. Alcune vanno avanti da anni. E a quelle si sommano le pratiche più recenti. Solo nel 2018, i fascicoli aperti, che riguardano le misure d'investimento gestite direttamente da Invitalia, ammontano a 152 milioni di euro. E ora che i rumors su un attrito anche con Bernardo Mattarella, amministratore delegato di Mediocredito Centrale (società partecipata da Invitalia, con la quale è stato gestito il salvataggio della Banca popolare di Bari), si fanno insistenti, Arcuri, da ex maestro della pandemia, potrebbe presto ritrovarsi a traballare anche sul trono ormai sghembo di Invitalia.
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Dpi farlocchi, banchi a rotelle, terapie intensive: Domenico Arcuri ha toppato in ognuno dei (troppi) incarichi ricevuti. Si faccia chiarezza sul suo operato: i contribuenti hanno diritto di sapere come sono stati spesi i loro soldi.Invitalia è funestata da costose grane legali. E l'ad è in rotta con il Mediocredito.Lo speciale contiene due articoli.Che altro deve succedere perché si accendano davvero i riflettori e si tracci un bilancio definitivo sull'esperienza di Domenico Arcuri al comando praticamente di tutto tra il 2020 e il primissimo scorcio del 2021? Qui siamo e restiamo garantisti, verso tutto e tutti, senza eccezioni: e quindi non è la notizia di un'indagine a cambiare il nostro giudizio. Il punto è un conclamato fallimento politico, peraltro certificato dalla scelta di Mario Draghi di rimuovere Arcuri: fallimento di Arcuri stesso, di chi l'ha imposto, di chi l'ha pervicacemente difeso contro ogni evidenza, a partire dal ministro Roberto Speranza. Certo, per lunghi mesi, troppi avevano fatto finta di non vedere che il governo giallorosso immaginava un Arcuri dotato di più braccia e più mani della dea Kalì: onnipresente, onnipotente, onnidecidente, capo di Invitalia, supercommissario di tutto il commissariabile. A più riprese, è stato chiamato a occuparsi - in ordine sparso - di mascherine, terapie intensive, banchi a rotelle, vaccini, e (nel tempo libero?) pure delle sorti dell'Ilva. Praticamente, un potere dello Stato a sé stante. Già questo sovrapporsi inusitato di incarichi e funzioni in capo alla stessa persona aveva il sapore di un'inaccettabile anomalia, per chiunque considerasse le cose senza faziosità. Dopo di che, a parlare sono stati i fatti. La gestione commissariale arcuriana si è rivelata un fiasco, sia nella prima ondata (mascherine, respiratori) sia nella seconda (scuola, banchi a rotelle, terapie intensive, assunzioni ritardate). Non solo: vogliamo parlare del tempo perso - quando invece si doveva correre con la campagna vaccinale - a parlare di primule? A occuparsi di spot cinematografici come se il problema fosse quello di persuadere gli italiani? Ancora. Rimangono memorabili le ospitate tv del supercommissario in maglioncino, in luoghi dove non ci fosse il rischio di domande urticanti; oppure le minacce, a volte orali e a volte scritte, di querele e azioni legali verso chi chiedeva conto del modo in cui venivano usati i denari dei contribuenti; o ancora i servizi celebrativi sui telegiornali, fino al leggendario viaggio del furgone con le prime dosi di vaccino, con l'infaticabile Arcuri pronto ad accogliere a Roma camion-flaconi-scaricatori. Solo le temperature invernali hanno impedito che la sequenza prevedesse un Arcuri mussolinianamente a torso nudo, stile trebbiatura del grano, per un'operazione da Istituto Luce 2.0. Per non dire di quando (era la fine di maggio del 2020) un Arcuri in versione triumphans, come testimoniano numerosi lanci di agenzia, annunciava alla commissione Affari sociali della Camera: «A settembre ci saranno sul mercato solo mascherine chirurgiche italiane». Peccato che però, oggi, undici mesi dopo quell'annuncio, l'Italia sia ancora invasa di mascherine cinesi. Peggio ancora: con interi lotti di mascherine oggetto a vario titolo di sequestri, contestazioni, dubbi su qualità e capacità di filtraggio. Eppure, per interminabili mesi, l'uomo si sentì investito di una missione anche pedagogica, un po' maestro e un po' filosofo, una specie di guida morale e metapolitica del Paese. Quando partecipò alla presentazione del Rapporto Censis-Tendercapital, Arcuri si lanciò in voli pindarici sul «diritto alla vita» e sull'«equo accesso al benessere». A seguire, un passaggio lirico sulle «bandiere sui balconi e i palazzi illuminati», per poi arrivare al cuore dello speech (quasi) presidenziale: «L'Italia che uscirà dall'epidemia dovrà essere un paese a un livello di sostenibilità sociale, economica e produttiva maggiore di quello che c'era quando l'epidemia è iniziata», e via ammonendo e spiegando.Confessiamolo: nella nostra ingenuità, pensavamo che il compito del commissario fosse eseguire le (troppe) funzioni affidategli. E invece ci siamo a lungo trovati davanti a un aspirante padre della patria che indicava obiettivi sociali e politici, e si proponeva come bussola filosofica ed etica. A maggior ragione, adesso, resta una sola cosa semplice da fare, che La Verità ha chiesto ripetutamente. Del tutto a prescindere dalle inchieste giudiziarie che faranno il loro corso, il governo e il ministero della Salute farebbero bene a tirar fuori i contratti stipulati e gli acquisti effettuati dalla struttura commissariale. Ci sia total disclosure, trasparenza totale: quanti soldi, quali mediazioni e commissioni, quali e quante unità merceologiche, da quali e quanti Paesi, da quali e quante società (con i relativi dettagli), e anche con tutte le informazioni rispetto agli standard qualitativi di ogni partita di mascherine, camici, respiratori, e così via. I contribuenti hanno diritto di sapere - per lo meno - come e per cosa siano stati spesi i loro soldi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ennesima-macchia-sul-flop-manager-adesso-si-tirino-fuori-tutte-le-carte-2652491160.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dopo-il-benservito-da-super-mario-e-in-bilico-anche-la-poltrona-a-invitalia" data-post-id="2652491160" data-published-at="1618082863" data-use-pagination="False"> Dopo il benservito da Super Mario è in bilico anche la poltrona a Invitalia Un paio di inchieste giudiziarie imbastite dalle Procure di Roma e di Gorizia hanno portato alla luce tutte le falle dell'ufficio da commissario straordinario, creato con spavalderia da Domenico Arcuri, che, accecato dalla sua esibizione di muscoli per i superpoteri che gli aveva conferito Giuseppe Conte, ha preso scivoloni che gli sono costati il posto. Dopo aver comprato mascherine cinesi che, si è scoperto, erano pure parzialmente fallate ma che hanno arricchito i mediatori (uno dei quali, Mario Benotti, è risultato essere un suo contatto), ha preso una tranvata con l'app Immuni, affidata con una procedura lampo che ha escluso, non si sa perché, un'altra applicazione per smartphone consigliata dalla task force. Anche per le siringhe da vaccino luer lock, che tanto propagandava, il boiardo sembra aver dato mostra di essere avvezzo al pasticcio: il loro acquisto non era stato raccomandato dalle case farmaceutiche e, si è scoperto, erano le più care e difficili da reperire. Per non parlare dell'arrischiata impresa dei padiglioni-primula, i chioschi da 409.000 euro l'uno per le vaccinazioni progettati dall'archistar Stefano Boeri, che lo smargiasso venuto da Invitalia pensava di finanziare con una raccolta fondi rivolta a chi avrebbe voluto «adottare» uno dei punti vaccinali. Ovviamente è stato un fiasco anche quello. Ma a far traballare la poltrona di Mr Invitalia, all'epoca innalzato sugli scudi da una cordata Conte-dalemiana (nonostante nel curriculum di Arcuri pesasse già una sonora bocciatura della Commissione europea, che nel 2012 segnalava gravi carenze e criticità nella gestione degli interventi finanziati dal Pon Ricerca e competitività) che sembra far storcere il naso al presidente Mario Draghi, sono anche alcuni caotici dossier per il rilancio industriale. Senza andare troppo indietro, e rivangare di quando Arcuri lavorò al rilancio del sito ex Fiat di Termini Imerese, affidandolo a un'azienda i cui dirigenti sono finiti nei guai per aver distratto i fondi, basta prendere il dossier sull'Ilva: più passa il tempo e più prende le sembianze di un mappazzone. Arcuri, con il progettato ingresso dello Stato nella compagine dell'acciaieria e un piano di rilancio mai chiarito fino in fondo, già si vedeva seduto sul trono. Ma il governo uscente non ha fatto in tempo a firmare il decreto che gli avrebbe regalato l'ulteriore carica e i 400 milioni di euro annunciati a dicembre per completare l'operazione non sono stati scuciti. E ora che il ministro dello Sviluppo economico è Giancarlo Giorgetti, che sceglierà i nomi del cda dell'Ilva, le voci di corridoio sul siluramento di Arcuri si sono fatte insistenti. Quella dell'Ilva, però, non è l'unica grana che ottenebra Arcuri, alle prese, come ha svelato qualche settimana fa Panorama, con un contenzioso monstre che faldone dopo faldone sta opprimendo Invitalia e le sue partecipate con cifre a nove zeri. Per il solo contenzioso giuslavoristico, che Invitalia con la consueta spocchia descrive nei bilanci come «fisiologico e marginale», si contano, al 2020 (ovvero quando i giudici della Corte dei conti hanno chiuso il loro report), ben 73 cause, per un valore complessivo di 8,7 milioni di euro. Ovviamente, nonostante le ottimistiche previsioni, Mr Invitalia è stato costretto ad accantonare fondi per il rischio. Il valore delle cause civili è stimato in 3,1 miliardi di euro. Alcune vanno avanti da anni. E a quelle si sommano le pratiche più recenti. Solo nel 2018, i fascicoli aperti, che riguardano le misure d'investimento gestite direttamente da Invitalia, ammontano a 152 milioni di euro. E ora che i rumors su un attrito anche con Bernardo Mattarella, amministratore delegato di Mediocredito Centrale (società partecipata da Invitalia, con la quale è stato gestito il salvataggio della Banca popolare di Bari), si fanno insistenti, Arcuri, da ex maestro della pandemia, potrebbe presto ritrovarsi a traballare anche sul trono ormai sghembo di Invitalia.
Vladimir Putin (Ansa)
Fatto sta che ieri, nelle sue comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, il presidente del Consiglio, reduce dall’irritante esclusione dal vertice E3 con Volodymyr Zelensky, ha espresso chiaramente la sua preferenza per un’iniziativa diplomatica comune nei confronti di Mosca: «L’Unione europea», ha detto il premier, «deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo». Sia se a guidare le danze fossero gli Stati Uniti da soli, sia se, per le manie di protagonismo di certi leader nazionali, si procedesse «a tentoni, con formati variabili» che producono «frammentazione, confusione, debolezza». «Ma per farlo», ha aggiunto l’inquilina di Palazzo Chigi, «una volta stabilito quale sia, dal nostro punto di vista, l’obiettivo finale del negoziato, occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale». È un aspetto su cui si registra una convergenza più rara che unica con Sergio Mattarella, secondo il quale è «molto opportuno che l’Unione europea, nei confronti dell’Ucraina e della Russia, si presenti con una voce sola». Opinione che, non a caso, il presidente ha espresso al pranzo di ieri con il premier. Ma ora che pure Francia, Germania e Regno Unito si sono decisi a intavolare una trattativa, tanto che, ieri, hanno spedito i loro ambasciatori al ministero degli Esteri russo, la sfida complicata è proprio quella di scegliere una figura adatta, che metta d’accordo tutti gli Stati membri dell’Ue e magari pure Londra.
È escluso che l’incarico possa essere ricoperto dall’Alto rappresentante di Bruxelles, Kaja Kallas. Oltranzista nei confronti del Cremlino, nonostante il passato sovietico della sua famiglia, adesso è ulteriormente delegittimata da chi briga per liquidarla, prendendo atto della sua irrilevanza. Il Financial Times ha infatti svelato che Parigi e Berlino, stizzite per l’«inefficacia» del servizio diplomatico Ue, sarebbero pronte a ritrasferire il grosso delle sue competenze alla Commissione, o in capo agli Stati membri. E, soprattutto, a sottrargli un budget da oltre un miliardo di euro. L’autorevolezza per andare da Vladimir Putin, la Kallas non ce l’ha affatto; anzi, la sua parabola certifica che l’Unione europea rimane priva di una politica estera. E questo è un ostacolo serio, se l’obiettivo è raggiungere un accordo ampio, superando le coalizioni ristrette.
A fine maggio, il quotidiano britannico aveva messo in cima alla lista dei potenziali mediatori il sempreverde «nonno» della Repubblica italiana: Mario Draghi. Affidargli un ruolo del genere potrebbe avere un qualche impatto anche sulla successione al Colle, nel 2029. L’ex banchiere potrebbe trovarsi impelagato in un lungo e difficile processo politico, che finirebbe per tenerlo lontano dal Quirinale. Il che lascerebbe campo più libero a un’alternativa più organica al centrodestra - ammettendo che il centrodestra si trovi, fra due anni e mezzo, nella posizione di dare le carte. Addirittura, un eventuale fallimento della mediazione potrebbe bruciare per la seconda volta l’ascesa di Draghi; la prima, era bastata la ricandidatura di Sergio Mattarella. Viceversa, un successo storico lo renderebbe la scelta naturale per subentrare all’attuale capo dello Stato. E la Meloni potrebbe intestarselo, facendo valere i buoni rapporti che ha intrattenuto con il suo predecessore.
Al di là dei risvolti e dei calcoli di politica interna, il limite alla missione di Draghi sarebbero le sue scarse credenziali nei confronti dello zar. La Federazione russa ha mandato segnali contraddittori. Ha biasimato l’Europa per la rinuncia al dialogo, ma poi ha bocciato ogni papabile interlocutore, a eccezione dell’ex cancelliere tedesco socialdemocratico, Gerhard Schröder, che ha il problema opposto: è troppo compromesso con Mosca per avere la fiducia dell’Ue.
Fermo restando che le intenzioni di Putin, come da tradizioni di Oltrecortina, non sono cristalline, e che la Russia potrebbe semplicemente considerare Bruxelles troppo ininfluente per sedersi a un tavolo che verrebbe gestito solo dalle grandi potenze imperiali, un altro ex capo del governo proveniente dalla Germania è stato più volte tirato in ballo: si tratta di Angela Merkel, la principale artefice del vecchio asse Berlino-Mosca, fondato sulle forniture energetiche a basso costo, ma anche responsabile e rea confessa del matrimonio infelice con un «nemico dell’Europa», come lei stessa definì lo zar nel 2024. La Russia, per di più, le rimprovera di aver propiziato gli accordi di Minsk, con cui si pose fine alla prima guerra nel Donbass, dodici anni fa: lungi dall’aver posto le basi per una pace duratura, quei patti, secondo Putin, consentirono a Kiev di beneficiare di una tregua tattica, che l’Ucraina ha utilizzato per prepararsi al successivo scontro con Mosca. Inoltre, meno di un mese fa, la stessa Merkel, pur dicendosi rammaricata perché l’Europa non stava «facendo sufficiente uso del suo potenziale diplomatico», aveva escluso di poter intervenire in prima persona: riferendosi al precedente negoziato, aveva precisato che esso era stato possibile «solo perché avevamo il potere politico, perché eravamo capi di governo. C’è bisogno di quel potere». Lei, ora, è fuori dai giochi.
Gli altri nomi circolati nelle ultime settimane sembrano di secondo piano. E se ciò, da un lato, li libera da eredità pesanti, dall’altro li rende poco credibili al cospetto di Putin: l’ex presidente finlandese, Sauli Niinistö, o il premier in carica, Alexander Stubb. L’inviato europeo, ha concluso ieri Antonio Tajani, «non lo decide né Putin né i Paesi da soli, ma tutta l’Unione europea».
Ci sarebbe, in effetti, da scongiurare l’ipotesi forse più indigeribile: che Emmanuel Macron, in uscita dall’Eliseo, ai giardinetti preferisca una dacia, pur di continuare a nutrire il suo ego.
Per il momento, se l’Ue non ha avuto il coraggio di dissociarsi dai volenterosi («In effetti i negoziati stanno avvenendo in diversi formati, in diversi luoghi, anche a diversi livelli», si è limitata a confermare ieri una portavoce della Commissione), la Russia li ha ricevuti per umiliarli: i membri dell’E3, ha tuonato Maria Zakharova, «stanno perseguendo una linea d’azione volta a impedire la creazione delle condizioni per i negoziati su una pace veramente globale, giusta e duratura». Sicuri ci si debba rammaricare che la Meloni sia uscita dal gruppo?
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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