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2021-04-08
L’Ema si sfila e Roma affossa Az: «Siero in preferenza agli over 60»
Emer Cooke, farmacista irlandese e direttore esecutivo dell'Agenzia europea per i medicinali (Ansa)
Astrazeneca viene oggi raccomandato in Italia per gli over 60, anche se rimane approvato a partire dai 18 anni. È questa la decisione presa dal ministero della Salute, d'intesa con Aifa. «La valutazione che è stata fatta dal Prac è che il nesso di casualità (con eventi trombotici, ndr) è plausibile, il meccanismo non è chiaro», ha dichiarato ieri sera Franco Locatelli, presidente del Css e coordinatore del Cts. «Considerando i dati sulla letalità», per Covid, «che confermano che le vittime perlopiù sono anziani, l'idea anche per Italia è di raccomandare l'uso preferenziale oltre i 60 anni», aveva anticipato un'ora prima Locatelli, durante l'incontro governo-Regioni. «Non abbiamo elementi per scoraggiare la somministrazione della seconda dose», aveva aggiunto il professore. Ieri sera i ministri della Salute europei si erano riuniti per valutare i propri interventi sulle rispettive campagne vaccinali, ipotizzando già l'uso di Astrazeneca sopra i 60 anni secondo una posizione unitaria. Un incontro concordato, dopo la conferenza stampa in cui l'Ema aveva annunciato la decisione presa in merito al vaccino anglosvedese. Era emerso che un link c'è. Un possibile collegamento tra la somministrazione di Az e i rari casi di trombosi segnalati in Paesi non va scartato, ma l'Ema del farmaco è arrivata alla conclusione che «sulla base delle prove attualmente disponibili, i fattori di rischio specifici», come l'età, il sesso o la precedente storia medica «non sono stati confermati».
Alla terza valutazione del vaccino anglosvedese, l'Ema si è tolta dall'imbarazzo con una decisione molto «pilatesca» sebbene su base scientifica. Il direttore, Emer Cooke, ha detto che gli eventi trombotici sono stati «estremamente rari», si tratta di effetti collaterali in numero infinitamente basso, «un caso su 100.000». Ha assicurato: «Verranno emesse ulteriori raccomandazioni e la sicurezza e l'efficacia del vaccino continueranno a essere monitorate». Quindi l'Agenzia non raccomanda limitazioni nell'utilizzo del farmaco per specifiche categorie o fasce di età. Decidano i singoli Stati, quello che vogliono fare, ha detto. L'Ema è sempre dell'idea che «i benefici del vaccino continuano a superare i rischi, il vaccino è efficace nella prevenzione e nella riduzione dei ricoveri e dei decessi».
Sabine Straus, presidente del Comitato sulla sicurezza dei farmaci (Prac) ha sottolineato che è vero, la maggior parte dei casi segnalati si sono verificati in donne con un'età inferiore a 60 anni ed entro due settimane dalla vaccinazione, ma secondo gli esperti non c'erano abbastanza elementi per concludere «che l'età e il sesso fossero chiari fattori di rischio». Alla domanda di un giornalista perché una giovane donna dovrebbe assumere il vaccino Az data la maggiore preponderanza di rischi di trombosi tra le under 55, Straus ha risposto che il farmaco in molti Paesi è stato dato al personale di ospedali e Rsa, in prevalenza donne, e che comunque «il rischio di mortalità da Covid -19 rimane più alto» di possibili trombosi.
Secondo la Cooke, una «spiegazione plausibile» per i rari casi trombotici associati a bassi livelli di piastrine nel sangue potrebbe essere una risposta immunitaria al vaccino. Questione sollevata anche dalla virologa Anna Ruggieri, responsabile del Centro di riferimento per la medicina di genere dell'Iss, che nei giorni scorsi aveva affermato che «dopo le vaccinazioni, le donne sviluppano livelli più alti di anticorpi, anche doppi rispetto agli uomini». Il Prac ha analizzato 62 casi di trombosi del seno venoso cerebrale e 24 casi di trombosi venosa splancnica riportati nel database sulla sicurezza dei farmaci dell'Ue (Eudravigilance) al 22 marzo scorso, 18 dei quali fatali. I casi provenivano principalmente da sistemi di segnalazione spontanea.
Gli esperti dell'Ema raccomandano agli operatori di prestare attenzione ai segnali di possibili eventi avversi legati alle trombosi, «così da individuarli rapidamente per ridurre al minimo il rischio». «Penso che il vaccino sia per lo più sicuro. Penso che i benefici superino probabilmente il rischio per una popolazione generale», affermava a fine marzo Robert Brodsky, ematologo presso la Johns Hopkins university. Il collegamento tra il vaccino Az e gli episodi di trombosi rare è «plausibile ma non confermato», dichiaravano ieri anche gli esperti dell'Oms. Il Comitato sulla sicurezza dei farmaci ha detto di aver richiesto ad Aznuovi studi e modifiche a quelli in corso.
Dopo la conclusione dell'Ema, anche Ulla Wandel Liminga della Medical products agency, l'Agenzia svedese regolatore dei farmaci, ha convenuto che «i benefici superano i rischi». La Svezia aveva sospeso a marzo l'uso di Vaxzevria, come è stato chiamato il vaccino Astrazeneca, dopo la segnalazione di alcuni casi di trombosi, per poi riprendere a somministrarlo agli over 65. Il governo belga, invece, ha affermato che limiterà l'accesso ad Astrazeneca solo agli over 55 anni mentre il Regno Unito ha deciso di somministrare un altro vaccino agli under 30, secondo quanto stabilito ieri dall'Mhra, l'Autority regolatore del farmaco. L'Agenzia ha ricordato che sono stati vaccinati più di 30 milioni di inglesi, che il numero di casi di trombosi segnalati è molto basso, «tuttavia i dati disponibili suggeriscono che potrebbe esserci una tendenza all'aumento dell'incidenza di questo evento avverso con la diminuzione dell'età». Da qui il consiglio di utilizzare altri vaccini per coloro che hanno meno di 30 anni.
«Il nostro programma vaccinale è stato davvero il più enorme successo», ha commentato Jonathan Van Tam, consulente del governo britannico e vicecapo della Sanità inglese, affermando che la raccomandazione avrà un impatto trascurabile sulla campagna in corso. «Abbiamo vaccini alternativi», ha aggiunto, ovvero Pfizer Biontech e Moderna. «L'effetto sulla tempistica dovrebbe essere zero o trascurabile».
Rientro a scuola con attacco hacker
Ieri la campanella è suonata nuovamente nella maggior parte delle scuole d'Italia: sono tornati in classe tutti gli studenti, fino alla prima media, anche nelle zone rosse.
Proprio nel giorno del rientro, allievi e professori hanno dovuto far fronte però a un problema informatico. Il registro elettronico, da sabato, è fuori uso a causa di un attacco hacker. La società Axios, che fornisce il servizio al 40 per cento degli istituti scolastici italiani, ha fatto sapere che la piattaforma funziona con un «protocollo d'emergenza» e ha assicurato il ripristino delle funzionalità del servizio entro oggi, ma l'imprevisto non è una cosa di poco conto. Si tratta infatti di una «inequivocabile conseguenza di un attacco ransomware», una modalità che interessa il 42 per cento degli attacchi gravi, che si attivano cliccando accidentalmente un link. Per tornare in possesso del sistema, gli hacker hanno chiesto un riscatto («ransom» in inglese) di decine di migliaia di euro. Il registro elettronico online è molto diffuso: ci sono le valutazioni degli alunni, presenze e assenze, ma anche i compiti da fare a casa e i contenuti didattici, oltre alle comunicazioni per le famiglie e gli studenti. Fortunatamente «non risultano perdite e/o esfiltrazioni di dati», ha chiarito l'azienda.
Ieri, hanno abbandonato la didattica a distanza (Dad) 5,6 milioni di alunni: quasi il 66% degli 8,5 milioni iscritti a scuola, ovverodue su tre. Tra loro, 2,7 milioni sono gli alunni della scuola dell'infanzia e del primo ciclo dell'area rossa. Sono restati in modalità Dad quasi 3 milioni di studenti: tutti gli alunni dalla seconda media in su nelle zone rosse e il 50 per cento degli studenti delle superiori e della zona arancione. Anche la Dad, con tutti i problemi di connessioni Internet non stabili, fonte di frustrazione per studenti, insegnanti, ma anche dei genitori, è stata oggetto, nelle ultime settimane, di attacchi hacker su commissione, da parte di studenti che volevano interrompere le lezioni.
In tempo di Covid, sulla scuola non incombono comunque solo le minacce informatiche. L'ultima circolare del governo sul rientro in classe detta regole univoche a livello nazionale e «non ammette alcun intervento in deroga» da parte di Regioni o sindaci, tranne in «casi di natura eccezionale legati alla presenza di focolai».
Prontamente, invocando la deroga, la Puglia prevede per le elementari, le medie e le secondarie, la garanzia della Dad alle famiglie che ne fanno richiesta. L'Umbria, nonostante sia in zona arancione, ha già limitato il ritorno in presenza dalle scuole dell'infanzia alla prima media: le superiori restano in Dad. La Campania «non esclude» nuove chiusure a breve. Il governo ha stabilito anche tutta una serie di norme per ridurre il contagio a scuola: il divieto per i ragazzi di sostare insieme davanti ai distributori di cibo e bevande; il divieto di svolgere qualsiasi riunione; nessuna eccezione al distanziamento sociale e unico luogo di incontro per gli studenti la propria classe.
Resta la nota dolente del trasporto pubblico. I recenti controlli dei Nas, sul rispetto delle norme anti Covid, hanno portato alla contestazione di irregolarità in 65 mezzi su 693 ispezionati e tra i tamponi di superficie raccolti sono emersi 32 casi di positività per la presenza di materiale genetico del Sars-Cov2. I prefetti dovrebbero valutare l'impatto della domanda di mobilità organizzando il trasporto pubblico per garantire il 50 per cento del riempimento dei posti, norma spesso disattesa e che può minare l'intera possibilità della scuola in presenza.
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L'Agenzia ammette il «possibile legame fra il farmaco di Astrazeneca e trombosi molto rare». Ma conferma che «i benefici superano i rischi». Cauta l'Oms. L'Ue però sceglie la linea dura e Roberto Speranza e Aifa si adeguano.Fuori uso il registro elettronico preso di mira dai pirati informatici. Chiesto un riscatto in bitcoin. I dati dei ragazzi sembrano al sicuro e il sistema dovrebbe funzionare già oggi.Lo speciale contiene due articoli.Astrazeneca viene oggi raccomandato in Italia per gli over 60, anche se rimane approvato a partire dai 18 anni. È questa la decisione presa dal ministero della Salute, d'intesa con Aifa. «La valutazione che è stata fatta dal Prac è che il nesso di casualità (con eventi trombotici, ndr) è plausibile, il meccanismo non è chiaro», ha dichiarato ieri sera Franco Locatelli, presidente del Css e coordinatore del Cts. «Considerando i dati sulla letalità», per Covid, «che confermano che le vittime perlopiù sono anziani, l'idea anche per Italia è di raccomandare l'uso preferenziale oltre i 60 anni», aveva anticipato un'ora prima Locatelli, durante l'incontro governo-Regioni. «Non abbiamo elementi per scoraggiare la somministrazione della seconda dose», aveva aggiunto il professore. Ieri sera i ministri della Salute europei si erano riuniti per valutare i propri interventi sulle rispettive campagne vaccinali, ipotizzando già l'uso di Astrazeneca sopra i 60 anni secondo una posizione unitaria. Un incontro concordato, dopo la conferenza stampa in cui l'Ema aveva annunciato la decisione presa in merito al vaccino anglosvedese. Era emerso che un link c'è. Un possibile collegamento tra la somministrazione di Az e i rari casi di trombosi segnalati in Paesi non va scartato, ma l'Ema del farmaco è arrivata alla conclusione che «sulla base delle prove attualmente disponibili, i fattori di rischio specifici», come l'età, il sesso o la precedente storia medica «non sono stati confermati».Alla terza valutazione del vaccino anglosvedese, l'Ema si è tolta dall'imbarazzo con una decisione molto «pilatesca» sebbene su base scientifica. Il direttore, Emer Cooke, ha detto che gli eventi trombotici sono stati «estremamente rari», si tratta di effetti collaterali in numero infinitamente basso, «un caso su 100.000». Ha assicurato: «Verranno emesse ulteriori raccomandazioni e la sicurezza e l'efficacia del vaccino continueranno a essere monitorate». Quindi l'Agenzia non raccomanda limitazioni nell'utilizzo del farmaco per specifiche categorie o fasce di età. Decidano i singoli Stati, quello che vogliono fare, ha detto. L'Ema è sempre dell'idea che «i benefici del vaccino continuano a superare i rischi, il vaccino è efficace nella prevenzione e nella riduzione dei ricoveri e dei decessi».Sabine Straus, presidente del Comitato sulla sicurezza dei farmaci (Prac) ha sottolineato che è vero, la maggior parte dei casi segnalati si sono verificati in donne con un'età inferiore a 60 anni ed entro due settimane dalla vaccinazione, ma secondo gli esperti non c'erano abbastanza elementi per concludere «che l'età e il sesso fossero chiari fattori di rischio». Alla domanda di un giornalista perché una giovane donna dovrebbe assumere il vaccino Az data la maggiore preponderanza di rischi di trombosi tra le under 55, Straus ha risposto che il farmaco in molti Paesi è stato dato al personale di ospedali e Rsa, in prevalenza donne, e che comunque «il rischio di mortalità da Covid -19 rimane più alto» di possibili trombosi. Secondo la Cooke, una «spiegazione plausibile» per i rari casi trombotici associati a bassi livelli di piastrine nel sangue potrebbe essere una risposta immunitaria al vaccino. Questione sollevata anche dalla virologa Anna Ruggieri, responsabile del Centro di riferimento per la medicina di genere dell'Iss, che nei giorni scorsi aveva affermato che «dopo le vaccinazioni, le donne sviluppano livelli più alti di anticorpi, anche doppi rispetto agli uomini». Il Prac ha analizzato 62 casi di trombosi del seno venoso cerebrale e 24 casi di trombosi venosa splancnica riportati nel database sulla sicurezza dei farmaci dell'Ue (Eudravigilance) al 22 marzo scorso, 18 dei quali fatali. I casi provenivano principalmente da sistemi di segnalazione spontanea. Gli esperti dell'Ema raccomandano agli operatori di prestare attenzione ai segnali di possibili eventi avversi legati alle trombosi, «così da individuarli rapidamente per ridurre al minimo il rischio». «Penso che il vaccino sia per lo più sicuro. Penso che i benefici superino probabilmente il rischio per una popolazione generale», affermava a fine marzo Robert Brodsky, ematologo presso la Johns Hopkins university. Il collegamento tra il vaccino Az e gli episodi di trombosi rare è «plausibile ma non confermato», dichiaravano ieri anche gli esperti dell'Oms. Il Comitato sulla sicurezza dei farmaci ha detto di aver richiesto ad Aznuovi studi e modifiche a quelli in corso. Dopo la conclusione dell'Ema, anche Ulla Wandel Liminga della Medical products agency, l'Agenzia svedese regolatore dei farmaci, ha convenuto che «i benefici superano i rischi». La Svezia aveva sospeso a marzo l'uso di Vaxzevria, come è stato chiamato il vaccino Astrazeneca, dopo la segnalazione di alcuni casi di trombosi, per poi riprendere a somministrarlo agli over 65. Il governo belga, invece, ha affermato che limiterà l'accesso ad Astrazeneca solo agli over 55 anni mentre il Regno Unito ha deciso di somministrare un altro vaccino agli under 30, secondo quanto stabilito ieri dall'Mhra, l'Autority regolatore del farmaco. L'Agenzia ha ricordato che sono stati vaccinati più di 30 milioni di inglesi, che il numero di casi di trombosi segnalati è molto basso, «tuttavia i dati disponibili suggeriscono che potrebbe esserci una tendenza all'aumento dell'incidenza di questo evento avverso con la diminuzione dell'età». Da qui il consiglio di utilizzare altri vaccini per coloro che hanno meno di 30 anni. «Il nostro programma vaccinale è stato davvero il più enorme successo», ha commentato Jonathan Van Tam, consulente del governo britannico e vicecapo della Sanità inglese, affermando che la raccomandazione avrà un impatto trascurabile sulla campagna in corso. «Abbiamo vaccini alternativi», ha aggiunto, ovvero Pfizer Biontech e Moderna. «L'effetto sulla tempistica dovrebbe essere zero o trascurabile». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ema-az-siero-over-60-2651402706.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rientro-a-scuola-con-attacco-hacker" data-post-id="2651402706" data-published-at="1617834265" data-use-pagination="False"> Rientro a scuola con attacco hacker Ieri la campanella è suonata nuovamente nella maggior parte delle scuole d'Italia: sono tornati in classe tutti gli studenti, fino alla prima media, anche nelle zone rosse. Proprio nel giorno del rientro, allievi e professori hanno dovuto far fronte però a un problema informatico. Il registro elettronico, da sabato, è fuori uso a causa di un attacco hacker. La società Axios, che fornisce il servizio al 40 per cento degli istituti scolastici italiani, ha fatto sapere che la piattaforma funziona con un «protocollo d'emergenza» e ha assicurato il ripristino delle funzionalità del servizio entro oggi, ma l'imprevisto non è una cosa di poco conto. Si tratta infatti di una «inequivocabile conseguenza di un attacco ransomware», una modalità che interessa il 42 per cento degli attacchi gravi, che si attivano cliccando accidentalmente un link. Per tornare in possesso del sistema, gli hacker hanno chiesto un riscatto («ransom» in inglese) di decine di migliaia di euro. Il registro elettronico online è molto diffuso: ci sono le valutazioni degli alunni, presenze e assenze, ma anche i compiti da fare a casa e i contenuti didattici, oltre alle comunicazioni per le famiglie e gli studenti. Fortunatamente «non risultano perdite e/o esfiltrazioni di dati», ha chiarito l'azienda. Ieri, hanno abbandonato la didattica a distanza (Dad) 5,6 milioni di alunni: quasi il 66% degli 8,5 milioni iscritti a scuola, ovverodue su tre. Tra loro, 2,7 milioni sono gli alunni della scuola dell'infanzia e del primo ciclo dell'area rossa. Sono restati in modalità Dad quasi 3 milioni di studenti: tutti gli alunni dalla seconda media in su nelle zone rosse e il 50 per cento degli studenti delle superiori e della zona arancione. Anche la Dad, con tutti i problemi di connessioni Internet non stabili, fonte di frustrazione per studenti, insegnanti, ma anche dei genitori, è stata oggetto, nelle ultime settimane, di attacchi hacker su commissione, da parte di studenti che volevano interrompere le lezioni. In tempo di Covid, sulla scuola non incombono comunque solo le minacce informatiche. L'ultima circolare del governo sul rientro in classe detta regole univoche a livello nazionale e «non ammette alcun intervento in deroga» da parte di Regioni o sindaci, tranne in «casi di natura eccezionale legati alla presenza di focolai». Prontamente, invocando la deroga, la Puglia prevede per le elementari, le medie e le secondarie, la garanzia della Dad alle famiglie che ne fanno richiesta. L'Umbria, nonostante sia in zona arancione, ha già limitato il ritorno in presenza dalle scuole dell'infanzia alla prima media: le superiori restano in Dad. La Campania «non esclude» nuove chiusure a breve. Il governo ha stabilito anche tutta una serie di norme per ridurre il contagio a scuola: il divieto per i ragazzi di sostare insieme davanti ai distributori di cibo e bevande; il divieto di svolgere qualsiasi riunione; nessuna eccezione al distanziamento sociale e unico luogo di incontro per gli studenti la propria classe. Resta la nota dolente del trasporto pubblico. I recenti controlli dei Nas, sul rispetto delle norme anti Covid, hanno portato alla contestazione di irregolarità in 65 mezzi su 693 ispezionati e tra i tamponi di superficie raccolti sono emersi 32 casi di positività per la presenza di materiale genetico del Sars-Cov2. I prefetti dovrebbero valutare l'impatto della domanda di mobilità organizzando il trasporto pubblico per garantire il 50 per cento del riempimento dei posti, norma spesso disattesa e che può minare l'intera possibilità della scuola in presenza.
iStock
Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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