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2021-04-08
L’Ema si sfila e Roma affossa Az: «Siero in preferenza agli over 60»
Emer Cooke, farmacista irlandese e direttore esecutivo dell'Agenzia europea per i medicinali (Ansa)
Astrazeneca viene oggi raccomandato in Italia per gli over 60, anche se rimane approvato a partire dai 18 anni. È questa la decisione presa dal ministero della Salute, d'intesa con Aifa. «La valutazione che è stata fatta dal Prac è che il nesso di casualità (con eventi trombotici, ndr) è plausibile, il meccanismo non è chiaro», ha dichiarato ieri sera Franco Locatelli, presidente del Css e coordinatore del Cts. «Considerando i dati sulla letalità», per Covid, «che confermano che le vittime perlopiù sono anziani, l'idea anche per Italia è di raccomandare l'uso preferenziale oltre i 60 anni», aveva anticipato un'ora prima Locatelli, durante l'incontro governo-Regioni. «Non abbiamo elementi per scoraggiare la somministrazione della seconda dose», aveva aggiunto il professore. Ieri sera i ministri della Salute europei si erano riuniti per valutare i propri interventi sulle rispettive campagne vaccinali, ipotizzando già l'uso di Astrazeneca sopra i 60 anni secondo una posizione unitaria. Un incontro concordato, dopo la conferenza stampa in cui l'Ema aveva annunciato la decisione presa in merito al vaccino anglosvedese. Era emerso che un link c'è. Un possibile collegamento tra la somministrazione di Az e i rari casi di trombosi segnalati in Paesi non va scartato, ma l'Ema del farmaco è arrivata alla conclusione che «sulla base delle prove attualmente disponibili, i fattori di rischio specifici», come l'età, il sesso o la precedente storia medica «non sono stati confermati».
Alla terza valutazione del vaccino anglosvedese, l'Ema si è tolta dall'imbarazzo con una decisione molto «pilatesca» sebbene su base scientifica. Il direttore, Emer Cooke, ha detto che gli eventi trombotici sono stati «estremamente rari», si tratta di effetti collaterali in numero infinitamente basso, «un caso su 100.000». Ha assicurato: «Verranno emesse ulteriori raccomandazioni e la sicurezza e l'efficacia del vaccino continueranno a essere monitorate». Quindi l'Agenzia non raccomanda limitazioni nell'utilizzo del farmaco per specifiche categorie o fasce di età. Decidano i singoli Stati, quello che vogliono fare, ha detto. L'Ema è sempre dell'idea che «i benefici del vaccino continuano a superare i rischi, il vaccino è efficace nella prevenzione e nella riduzione dei ricoveri e dei decessi».
Sabine Straus, presidente del Comitato sulla sicurezza dei farmaci (Prac) ha sottolineato che è vero, la maggior parte dei casi segnalati si sono verificati in donne con un'età inferiore a 60 anni ed entro due settimane dalla vaccinazione, ma secondo gli esperti non c'erano abbastanza elementi per concludere «che l'età e il sesso fossero chiari fattori di rischio». Alla domanda di un giornalista perché una giovane donna dovrebbe assumere il vaccino Az data la maggiore preponderanza di rischi di trombosi tra le under 55, Straus ha risposto che il farmaco in molti Paesi è stato dato al personale di ospedali e Rsa, in prevalenza donne, e che comunque «il rischio di mortalità da Covid -19 rimane più alto» di possibili trombosi.
Secondo la Cooke, una «spiegazione plausibile» per i rari casi trombotici associati a bassi livelli di piastrine nel sangue potrebbe essere una risposta immunitaria al vaccino. Questione sollevata anche dalla virologa Anna Ruggieri, responsabile del Centro di riferimento per la medicina di genere dell'Iss, che nei giorni scorsi aveva affermato che «dopo le vaccinazioni, le donne sviluppano livelli più alti di anticorpi, anche doppi rispetto agli uomini». Il Prac ha analizzato 62 casi di trombosi del seno venoso cerebrale e 24 casi di trombosi venosa splancnica riportati nel database sulla sicurezza dei farmaci dell'Ue (Eudravigilance) al 22 marzo scorso, 18 dei quali fatali. I casi provenivano principalmente da sistemi di segnalazione spontanea.
Gli esperti dell'Ema raccomandano agli operatori di prestare attenzione ai segnali di possibili eventi avversi legati alle trombosi, «così da individuarli rapidamente per ridurre al minimo il rischio». «Penso che il vaccino sia per lo più sicuro. Penso che i benefici superino probabilmente il rischio per una popolazione generale», affermava a fine marzo Robert Brodsky, ematologo presso la Johns Hopkins university. Il collegamento tra il vaccino Az e gli episodi di trombosi rare è «plausibile ma non confermato», dichiaravano ieri anche gli esperti dell'Oms. Il Comitato sulla sicurezza dei farmaci ha detto di aver richiesto ad Aznuovi studi e modifiche a quelli in corso.
Dopo la conclusione dell'Ema, anche Ulla Wandel Liminga della Medical products agency, l'Agenzia svedese regolatore dei farmaci, ha convenuto che «i benefici superano i rischi». La Svezia aveva sospeso a marzo l'uso di Vaxzevria, come è stato chiamato il vaccino Astrazeneca, dopo la segnalazione di alcuni casi di trombosi, per poi riprendere a somministrarlo agli over 65. Il governo belga, invece, ha affermato che limiterà l'accesso ad Astrazeneca solo agli over 55 anni mentre il Regno Unito ha deciso di somministrare un altro vaccino agli under 30, secondo quanto stabilito ieri dall'Mhra, l'Autority regolatore del farmaco. L'Agenzia ha ricordato che sono stati vaccinati più di 30 milioni di inglesi, che il numero di casi di trombosi segnalati è molto basso, «tuttavia i dati disponibili suggeriscono che potrebbe esserci una tendenza all'aumento dell'incidenza di questo evento avverso con la diminuzione dell'età». Da qui il consiglio di utilizzare altri vaccini per coloro che hanno meno di 30 anni.
«Il nostro programma vaccinale è stato davvero il più enorme successo», ha commentato Jonathan Van Tam, consulente del governo britannico e vicecapo della Sanità inglese, affermando che la raccomandazione avrà un impatto trascurabile sulla campagna in corso. «Abbiamo vaccini alternativi», ha aggiunto, ovvero Pfizer Biontech e Moderna. «L'effetto sulla tempistica dovrebbe essere zero o trascurabile».
Rientro a scuola con attacco hacker
Ieri la campanella è suonata nuovamente nella maggior parte delle scuole d'Italia: sono tornati in classe tutti gli studenti, fino alla prima media, anche nelle zone rosse.
Proprio nel giorno del rientro, allievi e professori hanno dovuto far fronte però a un problema informatico. Il registro elettronico, da sabato, è fuori uso a causa di un attacco hacker. La società Axios, che fornisce il servizio al 40 per cento degli istituti scolastici italiani, ha fatto sapere che la piattaforma funziona con un «protocollo d'emergenza» e ha assicurato il ripristino delle funzionalità del servizio entro oggi, ma l'imprevisto non è una cosa di poco conto. Si tratta infatti di una «inequivocabile conseguenza di un attacco ransomware», una modalità che interessa il 42 per cento degli attacchi gravi, che si attivano cliccando accidentalmente un link. Per tornare in possesso del sistema, gli hacker hanno chiesto un riscatto («ransom» in inglese) di decine di migliaia di euro. Il registro elettronico online è molto diffuso: ci sono le valutazioni degli alunni, presenze e assenze, ma anche i compiti da fare a casa e i contenuti didattici, oltre alle comunicazioni per le famiglie e gli studenti. Fortunatamente «non risultano perdite e/o esfiltrazioni di dati», ha chiarito l'azienda.
Ieri, hanno abbandonato la didattica a distanza (Dad) 5,6 milioni di alunni: quasi il 66% degli 8,5 milioni iscritti a scuola, ovverodue su tre. Tra loro, 2,7 milioni sono gli alunni della scuola dell'infanzia e del primo ciclo dell'area rossa. Sono restati in modalità Dad quasi 3 milioni di studenti: tutti gli alunni dalla seconda media in su nelle zone rosse e il 50 per cento degli studenti delle superiori e della zona arancione. Anche la Dad, con tutti i problemi di connessioni Internet non stabili, fonte di frustrazione per studenti, insegnanti, ma anche dei genitori, è stata oggetto, nelle ultime settimane, di attacchi hacker su commissione, da parte di studenti che volevano interrompere le lezioni.
In tempo di Covid, sulla scuola non incombono comunque solo le minacce informatiche. L'ultima circolare del governo sul rientro in classe detta regole univoche a livello nazionale e «non ammette alcun intervento in deroga» da parte di Regioni o sindaci, tranne in «casi di natura eccezionale legati alla presenza di focolai».
Prontamente, invocando la deroga, la Puglia prevede per le elementari, le medie e le secondarie, la garanzia della Dad alle famiglie che ne fanno richiesta. L'Umbria, nonostante sia in zona arancione, ha già limitato il ritorno in presenza dalle scuole dell'infanzia alla prima media: le superiori restano in Dad. La Campania «non esclude» nuove chiusure a breve. Il governo ha stabilito anche tutta una serie di norme per ridurre il contagio a scuola: il divieto per i ragazzi di sostare insieme davanti ai distributori di cibo e bevande; il divieto di svolgere qualsiasi riunione; nessuna eccezione al distanziamento sociale e unico luogo di incontro per gli studenti la propria classe.
Resta la nota dolente del trasporto pubblico. I recenti controlli dei Nas, sul rispetto delle norme anti Covid, hanno portato alla contestazione di irregolarità in 65 mezzi su 693 ispezionati e tra i tamponi di superficie raccolti sono emersi 32 casi di positività per la presenza di materiale genetico del Sars-Cov2. I prefetti dovrebbero valutare l'impatto della domanda di mobilità organizzando il trasporto pubblico per garantire il 50 per cento del riempimento dei posti, norma spesso disattesa e che può minare l'intera possibilità della scuola in presenza.
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L'Agenzia ammette il «possibile legame fra il farmaco di Astrazeneca e trombosi molto rare». Ma conferma che «i benefici superano i rischi». Cauta l'Oms. L'Ue però sceglie la linea dura e Roberto Speranza e Aifa si adeguano.Fuori uso il registro elettronico preso di mira dai pirati informatici. Chiesto un riscatto in bitcoin. I dati dei ragazzi sembrano al sicuro e il sistema dovrebbe funzionare già oggi.Lo speciale contiene due articoli.Astrazeneca viene oggi raccomandato in Italia per gli over 60, anche se rimane approvato a partire dai 18 anni. È questa la decisione presa dal ministero della Salute, d'intesa con Aifa. «La valutazione che è stata fatta dal Prac è che il nesso di casualità (con eventi trombotici, ndr) è plausibile, il meccanismo non è chiaro», ha dichiarato ieri sera Franco Locatelli, presidente del Css e coordinatore del Cts. «Considerando i dati sulla letalità», per Covid, «che confermano che le vittime perlopiù sono anziani, l'idea anche per Italia è di raccomandare l'uso preferenziale oltre i 60 anni», aveva anticipato un'ora prima Locatelli, durante l'incontro governo-Regioni. «Non abbiamo elementi per scoraggiare la somministrazione della seconda dose», aveva aggiunto il professore. Ieri sera i ministri della Salute europei si erano riuniti per valutare i propri interventi sulle rispettive campagne vaccinali, ipotizzando già l'uso di Astrazeneca sopra i 60 anni secondo una posizione unitaria. Un incontro concordato, dopo la conferenza stampa in cui l'Ema aveva annunciato la decisione presa in merito al vaccino anglosvedese. Era emerso che un link c'è. Un possibile collegamento tra la somministrazione di Az e i rari casi di trombosi segnalati in Paesi non va scartato, ma l'Ema del farmaco è arrivata alla conclusione che «sulla base delle prove attualmente disponibili, i fattori di rischio specifici», come l'età, il sesso o la precedente storia medica «non sono stati confermati».Alla terza valutazione del vaccino anglosvedese, l'Ema si è tolta dall'imbarazzo con una decisione molto «pilatesca» sebbene su base scientifica. Il direttore, Emer Cooke, ha detto che gli eventi trombotici sono stati «estremamente rari», si tratta di effetti collaterali in numero infinitamente basso, «un caso su 100.000». Ha assicurato: «Verranno emesse ulteriori raccomandazioni e la sicurezza e l'efficacia del vaccino continueranno a essere monitorate». Quindi l'Agenzia non raccomanda limitazioni nell'utilizzo del farmaco per specifiche categorie o fasce di età. Decidano i singoli Stati, quello che vogliono fare, ha detto. L'Ema è sempre dell'idea che «i benefici del vaccino continuano a superare i rischi, il vaccino è efficace nella prevenzione e nella riduzione dei ricoveri e dei decessi».Sabine Straus, presidente del Comitato sulla sicurezza dei farmaci (Prac) ha sottolineato che è vero, la maggior parte dei casi segnalati si sono verificati in donne con un'età inferiore a 60 anni ed entro due settimane dalla vaccinazione, ma secondo gli esperti non c'erano abbastanza elementi per concludere «che l'età e il sesso fossero chiari fattori di rischio». Alla domanda di un giornalista perché una giovane donna dovrebbe assumere il vaccino Az data la maggiore preponderanza di rischi di trombosi tra le under 55, Straus ha risposto che il farmaco in molti Paesi è stato dato al personale di ospedali e Rsa, in prevalenza donne, e che comunque «il rischio di mortalità da Covid -19 rimane più alto» di possibili trombosi. Secondo la Cooke, una «spiegazione plausibile» per i rari casi trombotici associati a bassi livelli di piastrine nel sangue potrebbe essere una risposta immunitaria al vaccino. Questione sollevata anche dalla virologa Anna Ruggieri, responsabile del Centro di riferimento per la medicina di genere dell'Iss, che nei giorni scorsi aveva affermato che «dopo le vaccinazioni, le donne sviluppano livelli più alti di anticorpi, anche doppi rispetto agli uomini». Il Prac ha analizzato 62 casi di trombosi del seno venoso cerebrale e 24 casi di trombosi venosa splancnica riportati nel database sulla sicurezza dei farmaci dell'Ue (Eudravigilance) al 22 marzo scorso, 18 dei quali fatali. I casi provenivano principalmente da sistemi di segnalazione spontanea. Gli esperti dell'Ema raccomandano agli operatori di prestare attenzione ai segnali di possibili eventi avversi legati alle trombosi, «così da individuarli rapidamente per ridurre al minimo il rischio». «Penso che il vaccino sia per lo più sicuro. Penso che i benefici superino probabilmente il rischio per una popolazione generale», affermava a fine marzo Robert Brodsky, ematologo presso la Johns Hopkins university. Il collegamento tra il vaccino Az e gli episodi di trombosi rare è «plausibile ma non confermato», dichiaravano ieri anche gli esperti dell'Oms. Il Comitato sulla sicurezza dei farmaci ha detto di aver richiesto ad Aznuovi studi e modifiche a quelli in corso. Dopo la conclusione dell'Ema, anche Ulla Wandel Liminga della Medical products agency, l'Agenzia svedese regolatore dei farmaci, ha convenuto che «i benefici superano i rischi». La Svezia aveva sospeso a marzo l'uso di Vaxzevria, come è stato chiamato il vaccino Astrazeneca, dopo la segnalazione di alcuni casi di trombosi, per poi riprendere a somministrarlo agli over 65. Il governo belga, invece, ha affermato che limiterà l'accesso ad Astrazeneca solo agli over 55 anni mentre il Regno Unito ha deciso di somministrare un altro vaccino agli under 30, secondo quanto stabilito ieri dall'Mhra, l'Autority regolatore del farmaco. L'Agenzia ha ricordato che sono stati vaccinati più di 30 milioni di inglesi, che il numero di casi di trombosi segnalati è molto basso, «tuttavia i dati disponibili suggeriscono che potrebbe esserci una tendenza all'aumento dell'incidenza di questo evento avverso con la diminuzione dell'età». Da qui il consiglio di utilizzare altri vaccini per coloro che hanno meno di 30 anni. «Il nostro programma vaccinale è stato davvero il più enorme successo», ha commentato Jonathan Van Tam, consulente del governo britannico e vicecapo della Sanità inglese, affermando che la raccomandazione avrà un impatto trascurabile sulla campagna in corso. «Abbiamo vaccini alternativi», ha aggiunto, ovvero Pfizer Biontech e Moderna. «L'effetto sulla tempistica dovrebbe essere zero o trascurabile». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ema-az-siero-over-60-2651402706.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rientro-a-scuola-con-attacco-hacker" data-post-id="2651402706" data-published-at="1617834265" data-use-pagination="False"> Rientro a scuola con attacco hacker Ieri la campanella è suonata nuovamente nella maggior parte delle scuole d'Italia: sono tornati in classe tutti gli studenti, fino alla prima media, anche nelle zone rosse. Proprio nel giorno del rientro, allievi e professori hanno dovuto far fronte però a un problema informatico. Il registro elettronico, da sabato, è fuori uso a causa di un attacco hacker. La società Axios, che fornisce il servizio al 40 per cento degli istituti scolastici italiani, ha fatto sapere che la piattaforma funziona con un «protocollo d'emergenza» e ha assicurato il ripristino delle funzionalità del servizio entro oggi, ma l'imprevisto non è una cosa di poco conto. Si tratta infatti di una «inequivocabile conseguenza di un attacco ransomware», una modalità che interessa il 42 per cento degli attacchi gravi, che si attivano cliccando accidentalmente un link. Per tornare in possesso del sistema, gli hacker hanno chiesto un riscatto («ransom» in inglese) di decine di migliaia di euro. Il registro elettronico online è molto diffuso: ci sono le valutazioni degli alunni, presenze e assenze, ma anche i compiti da fare a casa e i contenuti didattici, oltre alle comunicazioni per le famiglie e gli studenti. Fortunatamente «non risultano perdite e/o esfiltrazioni di dati», ha chiarito l'azienda. Ieri, hanno abbandonato la didattica a distanza (Dad) 5,6 milioni di alunni: quasi il 66% degli 8,5 milioni iscritti a scuola, ovverodue su tre. Tra loro, 2,7 milioni sono gli alunni della scuola dell'infanzia e del primo ciclo dell'area rossa. Sono restati in modalità Dad quasi 3 milioni di studenti: tutti gli alunni dalla seconda media in su nelle zone rosse e il 50 per cento degli studenti delle superiori e della zona arancione. Anche la Dad, con tutti i problemi di connessioni Internet non stabili, fonte di frustrazione per studenti, insegnanti, ma anche dei genitori, è stata oggetto, nelle ultime settimane, di attacchi hacker su commissione, da parte di studenti che volevano interrompere le lezioni. In tempo di Covid, sulla scuola non incombono comunque solo le minacce informatiche. L'ultima circolare del governo sul rientro in classe detta regole univoche a livello nazionale e «non ammette alcun intervento in deroga» da parte di Regioni o sindaci, tranne in «casi di natura eccezionale legati alla presenza di focolai». Prontamente, invocando la deroga, la Puglia prevede per le elementari, le medie e le secondarie, la garanzia della Dad alle famiglie che ne fanno richiesta. L'Umbria, nonostante sia in zona arancione, ha già limitato il ritorno in presenza dalle scuole dell'infanzia alla prima media: le superiori restano in Dad. La Campania «non esclude» nuove chiusure a breve. Il governo ha stabilito anche tutta una serie di norme per ridurre il contagio a scuola: il divieto per i ragazzi di sostare insieme davanti ai distributori di cibo e bevande; il divieto di svolgere qualsiasi riunione; nessuna eccezione al distanziamento sociale e unico luogo di incontro per gli studenti la propria classe. Resta la nota dolente del trasporto pubblico. I recenti controlli dei Nas, sul rispetto delle norme anti Covid, hanno portato alla contestazione di irregolarità in 65 mezzi su 693 ispezionati e tra i tamponi di superficie raccolti sono emersi 32 casi di positività per la presenza di materiale genetico del Sars-Cov2. I prefetti dovrebbero valutare l'impatto della domanda di mobilità organizzando il trasporto pubblico per garantire il 50 per cento del riempimento dei posti, norma spesso disattesa e che può minare l'intera possibilità della scuola in presenza.
Secondo gli inquirenti, il meccanismo si basava su una rete articolata: c’era chi reclutava i cittadini stranieri, chi raccoglieva documenti e passaporti, chi preparava le pratiche e chi metteva a disposizione imprese — reali ma ignare oppure compiacenti o fittizie — utilizzate come datori di lavoro solo sulla carta.
Le domande di nulla osta al lavoro sarebbero state presentate sulla base di rapporti di lavoro inesistenti, esigenze occupazionali fittizie e documentazione ritenuta falsa o irregolare. In diversi casi sono emerse firme apocrife, dichiarazioni incomplete e dati considerati inverosimili, oltre all’utilizzo ricorrente degli stessi recapiti telefonici ed email.
Dalle indagini è emerso anche che alcune aziende sarebbero state coinvolte a loro insaputa, mentre altre risultavano prive di reale attività o comunque incapaci di sostenere assunzioni. La serialità delle pratiche e la ripetitività delle modalità operative delineano, secondo l’accusa, un sistema strutturato.
Il fine sarebbe stato duplice: da un lato consentire a cittadini extracomunitari di ottenere indebitamente il visto e l’ingresso in Italia, dall’altro ricavare un profitto economico dalla gestione delle pratiche.
I reati contestati, allo stato delle indagini, sono riconducibili al favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, attraverso la predisposizione di pratiche fittizie, la simulazione di rapporti di lavoro e l’utilizzo di documentazione non genuina.
L’operazione rappresenta l’esito di una complessa attività investigativa volta a contrastare fenomeni che alterano i canali legali di ingresso nel Paese e compromettono il corretto funzionamento delle procedure amministrative in materia di lavoro e immigrazione.
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Suez, novembre 1956: relitti di navi affondate bloccano il canale (Getty Images)
Un tassello della Guerra fredda fu all’origine della crisi che, alla fine del 1956, interessò il Canale di Suez. Per la costruzione della diga di Assuan, il presidente egiziano Abdel Nasser aveva richiesto finanziamenti A Stati Uniti e Regno Unito. Questi ultimi ritirarono la disponibilità quando Nasser si rivolse all’Unione Sovietica per l’acquisto di armamenti. In risposta, il presidente egiziano proclamò la nazionalizzazione di Suez, fino ad allora gestito da un consorzio anglo-francese.
Attraverso il canale lungo 193 chilometri ed aperto dal 1869, nel 1956 assicurava il transito di circa 2 milioni di barili di petrolio verso un mercato europeo allora fortemente dipendente dall’oro nero. All’ intervento militare di Regno Unito, Francia e Israele, Nasser rispose con la chiusura del canale (che fu minato) e con l’affondamento delle 40 navi presenti nelle acque di Suez. All’inizio delle ostilità, oltre il 60% del traffico di greggio verso occidente fu bloccato.
In Italia la crisi del 1956 fece temere una battuta d’arresto in pieno «boom» economico, sia per l’industria in forte crescita sia per i consumi privati che seguivano la parabola ascendente dell’economia italiana. Il governo, allora guidato dal democristiano Antonio Segni, fu subito attivo in due direzioni: quella diplomatica, dove abbracciò l’atlantismo della «dottrina Eisenhower» (che considerava pericolosa l’azione di Israele e delle potenze coloniali in Medio Oriente in quanto spingevano i Paesi arabi verso l’Unione Sovietica) prendendo decisamente le distanze dalla soluzione armata di Francia e Regno Unito e presentandosi come mediatore internazionale grazie ai consolidati rapporti politici ed economici con l’Egitto.
Sull’emergenza energetica il governo, rappresentato nel settore dal ministro dell’Industria Guido Cortese (Pli), scelse di caricare sulle spalle dello Stato il maggior costo del greggio in modo mirato. Deliberò di evitare gli aumenti dei derivati fondamentali per il funzionamento dell’industria e per la produzione di energia come l’olio combustibile, che sarebbe aumentato di molto a causa dell’impennata dei noli delle navi che erano costrette alla rotta Africana. Applicò invece un aumento del costo della benzina, ma anche in questo caso intervenne per limitarne il rincaro risultante dagli effetti della crisi. Nel 1956, prima della crisi di Suez, un litro di benzina costava 128 lire al litro, di cui ben 91 di oneri fiscali. Gli aumenti dovuti alla crescita del prezzo del greggio e al costo dei trasporti avrebbero fatto crescere di ben 30 lire al litro il prezzo della benzina. Il governo italiano decise di sacrificare una parte degli introiti fiscali e scelse di applicare un aumento di sole 14 lire al litro (7 per i taxisti e i turisti), destinando parte dei proventi dell’aumento ai raffinatori nazionali per compensare i maggiori costi alla fonte. La formula funzionò, impedendo la battuta d’arresto nella crescita industriale ed economica italiana. Il 1956 si chiuse infatti con un bilancio positivo, con una crescita della produzione industriale tra il 7 e l’8%, pur terminando l’anno con l’incognita della durata del blocco di Suez. Peggio andò per le due grandi potenze coloniali, Gran Bretagna e Francia, che avevano deciso di intervenire militarmente rigettando l’idea diplomatica di una gestione multinazionale del canale. Oltre ad aver dovuto affrontare il prezzo della guerra, il blocco dei carburanti e la crescita dei prezzi costrinsero Londra e Parigi a misure ben più drastiche di quelle di Roma, con razionamenti forzati dell’energia, crescita dell’inflazione e conseguente tensione politica. La crisi del 1956 sarà il tramonto definitivo della colonizzazione anglo-francese in Medio Oriente, sostituita dall’egemonia economica degli Usa. La piccola Italia, pur in crescita, era riuscita a reggere meglio il colpo anche per la ancora limitata diffusione di beni privati energivori come automobili ed elettrodomestici (nel 1956 la motorizzazione di massa era ancora agli albori, con poco più di 1 milione di auto circolanti).
Fu nel periodo della crisi di Suez che l’Eni sviluppò la sua presenza in Medio Oriente, gettando le basi della coraggiosa e spregiudicata «dottrina Mattei». Già alla salita al potere di Nasser il presidente dell’ente italiano Enrico Mattei aveva stretto legami con il governo egiziano, offrendo tecnologia e know-how. Con Saipem aveva vinto in breve la gara per la costruzione dell’oleodotto tra Suez e il Cairo. Poco prima della crisi, Mattei entrò nella nuova società petrolifera di Stato egiziana, la International Egyptian Oil Company – IEOC), offrendo al governo del Cairo condizioni molto vantaggiose in termini economici, una formula che ripeté nel 1957 con l’Iran, aggirando la storica egemonia delle Sette Sorelle grazie alla partecipazione ad una società a capitale pubblico.
L’italia ebbe un ruolo importante anche nell’epilogo della crisi del Canale di Suez. Dal 31 ottobre 1956 ben 44 relitti di grandi navi ostruivano il passaggio. Serviva una task force per una bonifica urgente, per non prolungare ulteriormente il blocco. Tra le italiane fu scelta dalle Nazioni Unite la compagnia milanese Micoperi, con sede operativa a Ravenna. Dal 1946 si occupava di bonifica di relitti della guerra. A Suez operò con i pontoni «Squalo» e «Pegaso», affiancata dalle navi delle due società triestine Banfield e Tripcovich. Gli specialisti italiani lavorarono talmente bene da meritare un encomio solenne da parte del consorzio internazionale di bonifica a guida Danese e Olandese. Nell’aprile del 1957 il canale di Suez era libero. Ed il petrolio passò nuovamente, ma lasciando l’Europa con il sapore di una catastrofe economica devastante se solamente il blocco fosse stato prolungato solo di qualche mese.
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