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2021-04-08
L’Ema si sfila e Roma affossa Az: «Siero in preferenza agli over 60»
Emer Cooke, farmacista irlandese e direttore esecutivo dell'Agenzia europea per i medicinali (Ansa)
Astrazeneca viene oggi raccomandato in Italia per gli over 60, anche se rimane approvato a partire dai 18 anni. È questa la decisione presa dal ministero della Salute, d'intesa con Aifa. «La valutazione che è stata fatta dal Prac è che il nesso di casualità (con eventi trombotici, ndr) è plausibile, il meccanismo non è chiaro», ha dichiarato ieri sera Franco Locatelli, presidente del Css e coordinatore del Cts. «Considerando i dati sulla letalità», per Covid, «che confermano che le vittime perlopiù sono anziani, l'idea anche per Italia è di raccomandare l'uso preferenziale oltre i 60 anni», aveva anticipato un'ora prima Locatelli, durante l'incontro governo-Regioni. «Non abbiamo elementi per scoraggiare la somministrazione della seconda dose», aveva aggiunto il professore. Ieri sera i ministri della Salute europei si erano riuniti per valutare i propri interventi sulle rispettive campagne vaccinali, ipotizzando già l'uso di Astrazeneca sopra i 60 anni secondo una posizione unitaria. Un incontro concordato, dopo la conferenza stampa in cui l'Ema aveva annunciato la decisione presa in merito al vaccino anglosvedese. Era emerso che un link c'è. Un possibile collegamento tra la somministrazione di Az e i rari casi di trombosi segnalati in Paesi non va scartato, ma l'Ema del farmaco è arrivata alla conclusione che «sulla base delle prove attualmente disponibili, i fattori di rischio specifici», come l'età, il sesso o la precedente storia medica «non sono stati confermati».
Alla terza valutazione del vaccino anglosvedese, l'Ema si è tolta dall'imbarazzo con una decisione molto «pilatesca» sebbene su base scientifica. Il direttore, Emer Cooke, ha detto che gli eventi trombotici sono stati «estremamente rari», si tratta di effetti collaterali in numero infinitamente basso, «un caso su 100.000». Ha assicurato: «Verranno emesse ulteriori raccomandazioni e la sicurezza e l'efficacia del vaccino continueranno a essere monitorate». Quindi l'Agenzia non raccomanda limitazioni nell'utilizzo del farmaco per specifiche categorie o fasce di età. Decidano i singoli Stati, quello che vogliono fare, ha detto. L'Ema è sempre dell'idea che «i benefici del vaccino continuano a superare i rischi, il vaccino è efficace nella prevenzione e nella riduzione dei ricoveri e dei decessi».
Sabine Straus, presidente del Comitato sulla sicurezza dei farmaci (Prac) ha sottolineato che è vero, la maggior parte dei casi segnalati si sono verificati in donne con un'età inferiore a 60 anni ed entro due settimane dalla vaccinazione, ma secondo gli esperti non c'erano abbastanza elementi per concludere «che l'età e il sesso fossero chiari fattori di rischio». Alla domanda di un giornalista perché una giovane donna dovrebbe assumere il vaccino Az data la maggiore preponderanza di rischi di trombosi tra le under 55, Straus ha risposto che il farmaco in molti Paesi è stato dato al personale di ospedali e Rsa, in prevalenza donne, e che comunque «il rischio di mortalità da Covid -19 rimane più alto» di possibili trombosi.
Secondo la Cooke, una «spiegazione plausibile» per i rari casi trombotici associati a bassi livelli di piastrine nel sangue potrebbe essere una risposta immunitaria al vaccino. Questione sollevata anche dalla virologa Anna Ruggieri, responsabile del Centro di riferimento per la medicina di genere dell'Iss, che nei giorni scorsi aveva affermato che «dopo le vaccinazioni, le donne sviluppano livelli più alti di anticorpi, anche doppi rispetto agli uomini». Il Prac ha analizzato 62 casi di trombosi del seno venoso cerebrale e 24 casi di trombosi venosa splancnica riportati nel database sulla sicurezza dei farmaci dell'Ue (Eudravigilance) al 22 marzo scorso, 18 dei quali fatali. I casi provenivano principalmente da sistemi di segnalazione spontanea.
Gli esperti dell'Ema raccomandano agli operatori di prestare attenzione ai segnali di possibili eventi avversi legati alle trombosi, «così da individuarli rapidamente per ridurre al minimo il rischio». «Penso che il vaccino sia per lo più sicuro. Penso che i benefici superino probabilmente il rischio per una popolazione generale», affermava a fine marzo Robert Brodsky, ematologo presso la Johns Hopkins university. Il collegamento tra il vaccino Az e gli episodi di trombosi rare è «plausibile ma non confermato», dichiaravano ieri anche gli esperti dell'Oms. Il Comitato sulla sicurezza dei farmaci ha detto di aver richiesto ad Aznuovi studi e modifiche a quelli in corso.
Dopo la conclusione dell'Ema, anche Ulla Wandel Liminga della Medical products agency, l'Agenzia svedese regolatore dei farmaci, ha convenuto che «i benefici superano i rischi». La Svezia aveva sospeso a marzo l'uso di Vaxzevria, come è stato chiamato il vaccino Astrazeneca, dopo la segnalazione di alcuni casi di trombosi, per poi riprendere a somministrarlo agli over 65. Il governo belga, invece, ha affermato che limiterà l'accesso ad Astrazeneca solo agli over 55 anni mentre il Regno Unito ha deciso di somministrare un altro vaccino agli under 30, secondo quanto stabilito ieri dall'Mhra, l'Autority regolatore del farmaco. L'Agenzia ha ricordato che sono stati vaccinati più di 30 milioni di inglesi, che il numero di casi di trombosi segnalati è molto basso, «tuttavia i dati disponibili suggeriscono che potrebbe esserci una tendenza all'aumento dell'incidenza di questo evento avverso con la diminuzione dell'età». Da qui il consiglio di utilizzare altri vaccini per coloro che hanno meno di 30 anni.
«Il nostro programma vaccinale è stato davvero il più enorme successo», ha commentato Jonathan Van Tam, consulente del governo britannico e vicecapo della Sanità inglese, affermando che la raccomandazione avrà un impatto trascurabile sulla campagna in corso. «Abbiamo vaccini alternativi», ha aggiunto, ovvero Pfizer Biontech e Moderna. «L'effetto sulla tempistica dovrebbe essere zero o trascurabile».
Rientro a scuola con attacco hacker
Ieri la campanella è suonata nuovamente nella maggior parte delle scuole d'Italia: sono tornati in classe tutti gli studenti, fino alla prima media, anche nelle zone rosse.
Proprio nel giorno del rientro, allievi e professori hanno dovuto far fronte però a un problema informatico. Il registro elettronico, da sabato, è fuori uso a causa di un attacco hacker. La società Axios, che fornisce il servizio al 40 per cento degli istituti scolastici italiani, ha fatto sapere che la piattaforma funziona con un «protocollo d'emergenza» e ha assicurato il ripristino delle funzionalità del servizio entro oggi, ma l'imprevisto non è una cosa di poco conto. Si tratta infatti di una «inequivocabile conseguenza di un attacco ransomware», una modalità che interessa il 42 per cento degli attacchi gravi, che si attivano cliccando accidentalmente un link. Per tornare in possesso del sistema, gli hacker hanno chiesto un riscatto («ransom» in inglese) di decine di migliaia di euro. Il registro elettronico online è molto diffuso: ci sono le valutazioni degli alunni, presenze e assenze, ma anche i compiti da fare a casa e i contenuti didattici, oltre alle comunicazioni per le famiglie e gli studenti. Fortunatamente «non risultano perdite e/o esfiltrazioni di dati», ha chiarito l'azienda.
Ieri, hanno abbandonato la didattica a distanza (Dad) 5,6 milioni di alunni: quasi il 66% degli 8,5 milioni iscritti a scuola, ovverodue su tre. Tra loro, 2,7 milioni sono gli alunni della scuola dell'infanzia e del primo ciclo dell'area rossa. Sono restati in modalità Dad quasi 3 milioni di studenti: tutti gli alunni dalla seconda media in su nelle zone rosse e il 50 per cento degli studenti delle superiori e della zona arancione. Anche la Dad, con tutti i problemi di connessioni Internet non stabili, fonte di frustrazione per studenti, insegnanti, ma anche dei genitori, è stata oggetto, nelle ultime settimane, di attacchi hacker su commissione, da parte di studenti che volevano interrompere le lezioni.
In tempo di Covid, sulla scuola non incombono comunque solo le minacce informatiche. L'ultima circolare del governo sul rientro in classe detta regole univoche a livello nazionale e «non ammette alcun intervento in deroga» da parte di Regioni o sindaci, tranne in «casi di natura eccezionale legati alla presenza di focolai».
Prontamente, invocando la deroga, la Puglia prevede per le elementari, le medie e le secondarie, la garanzia della Dad alle famiglie che ne fanno richiesta. L'Umbria, nonostante sia in zona arancione, ha già limitato il ritorno in presenza dalle scuole dell'infanzia alla prima media: le superiori restano in Dad. La Campania «non esclude» nuove chiusure a breve. Il governo ha stabilito anche tutta una serie di norme per ridurre il contagio a scuola: il divieto per i ragazzi di sostare insieme davanti ai distributori di cibo e bevande; il divieto di svolgere qualsiasi riunione; nessuna eccezione al distanziamento sociale e unico luogo di incontro per gli studenti la propria classe.
Resta la nota dolente del trasporto pubblico. I recenti controlli dei Nas, sul rispetto delle norme anti Covid, hanno portato alla contestazione di irregolarità in 65 mezzi su 693 ispezionati e tra i tamponi di superficie raccolti sono emersi 32 casi di positività per la presenza di materiale genetico del Sars-Cov2. I prefetti dovrebbero valutare l'impatto della domanda di mobilità organizzando il trasporto pubblico per garantire il 50 per cento del riempimento dei posti, norma spesso disattesa e che può minare l'intera possibilità della scuola in presenza.
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L'Agenzia ammette il «possibile legame fra il farmaco di Astrazeneca e trombosi molto rare». Ma conferma che «i benefici superano i rischi». Cauta l'Oms. L'Ue però sceglie la linea dura e Roberto Speranza e Aifa si adeguano.Fuori uso il registro elettronico preso di mira dai pirati informatici. Chiesto un riscatto in bitcoin. I dati dei ragazzi sembrano al sicuro e il sistema dovrebbe funzionare già oggi.Lo speciale contiene due articoli.Astrazeneca viene oggi raccomandato in Italia per gli over 60, anche se rimane approvato a partire dai 18 anni. È questa la decisione presa dal ministero della Salute, d'intesa con Aifa. «La valutazione che è stata fatta dal Prac è che il nesso di casualità (con eventi trombotici, ndr) è plausibile, il meccanismo non è chiaro», ha dichiarato ieri sera Franco Locatelli, presidente del Css e coordinatore del Cts. «Considerando i dati sulla letalità», per Covid, «che confermano che le vittime perlopiù sono anziani, l'idea anche per Italia è di raccomandare l'uso preferenziale oltre i 60 anni», aveva anticipato un'ora prima Locatelli, durante l'incontro governo-Regioni. «Non abbiamo elementi per scoraggiare la somministrazione della seconda dose», aveva aggiunto il professore. Ieri sera i ministri della Salute europei si erano riuniti per valutare i propri interventi sulle rispettive campagne vaccinali, ipotizzando già l'uso di Astrazeneca sopra i 60 anni secondo una posizione unitaria. Un incontro concordato, dopo la conferenza stampa in cui l'Ema aveva annunciato la decisione presa in merito al vaccino anglosvedese. Era emerso che un link c'è. Un possibile collegamento tra la somministrazione di Az e i rari casi di trombosi segnalati in Paesi non va scartato, ma l'Ema del farmaco è arrivata alla conclusione che «sulla base delle prove attualmente disponibili, i fattori di rischio specifici», come l'età, il sesso o la precedente storia medica «non sono stati confermati».Alla terza valutazione del vaccino anglosvedese, l'Ema si è tolta dall'imbarazzo con una decisione molto «pilatesca» sebbene su base scientifica. Il direttore, Emer Cooke, ha detto che gli eventi trombotici sono stati «estremamente rari», si tratta di effetti collaterali in numero infinitamente basso, «un caso su 100.000». Ha assicurato: «Verranno emesse ulteriori raccomandazioni e la sicurezza e l'efficacia del vaccino continueranno a essere monitorate». Quindi l'Agenzia non raccomanda limitazioni nell'utilizzo del farmaco per specifiche categorie o fasce di età. Decidano i singoli Stati, quello che vogliono fare, ha detto. L'Ema è sempre dell'idea che «i benefici del vaccino continuano a superare i rischi, il vaccino è efficace nella prevenzione e nella riduzione dei ricoveri e dei decessi».Sabine Straus, presidente del Comitato sulla sicurezza dei farmaci (Prac) ha sottolineato che è vero, la maggior parte dei casi segnalati si sono verificati in donne con un'età inferiore a 60 anni ed entro due settimane dalla vaccinazione, ma secondo gli esperti non c'erano abbastanza elementi per concludere «che l'età e il sesso fossero chiari fattori di rischio». Alla domanda di un giornalista perché una giovane donna dovrebbe assumere il vaccino Az data la maggiore preponderanza di rischi di trombosi tra le under 55, Straus ha risposto che il farmaco in molti Paesi è stato dato al personale di ospedali e Rsa, in prevalenza donne, e che comunque «il rischio di mortalità da Covid -19 rimane più alto» di possibili trombosi. Secondo la Cooke, una «spiegazione plausibile» per i rari casi trombotici associati a bassi livelli di piastrine nel sangue potrebbe essere una risposta immunitaria al vaccino. Questione sollevata anche dalla virologa Anna Ruggieri, responsabile del Centro di riferimento per la medicina di genere dell'Iss, che nei giorni scorsi aveva affermato che «dopo le vaccinazioni, le donne sviluppano livelli più alti di anticorpi, anche doppi rispetto agli uomini». Il Prac ha analizzato 62 casi di trombosi del seno venoso cerebrale e 24 casi di trombosi venosa splancnica riportati nel database sulla sicurezza dei farmaci dell'Ue (Eudravigilance) al 22 marzo scorso, 18 dei quali fatali. I casi provenivano principalmente da sistemi di segnalazione spontanea. Gli esperti dell'Ema raccomandano agli operatori di prestare attenzione ai segnali di possibili eventi avversi legati alle trombosi, «così da individuarli rapidamente per ridurre al minimo il rischio». «Penso che il vaccino sia per lo più sicuro. Penso che i benefici superino probabilmente il rischio per una popolazione generale», affermava a fine marzo Robert Brodsky, ematologo presso la Johns Hopkins university. Il collegamento tra il vaccino Az e gli episodi di trombosi rare è «plausibile ma non confermato», dichiaravano ieri anche gli esperti dell'Oms. Il Comitato sulla sicurezza dei farmaci ha detto di aver richiesto ad Aznuovi studi e modifiche a quelli in corso. Dopo la conclusione dell'Ema, anche Ulla Wandel Liminga della Medical products agency, l'Agenzia svedese regolatore dei farmaci, ha convenuto che «i benefici superano i rischi». La Svezia aveva sospeso a marzo l'uso di Vaxzevria, come è stato chiamato il vaccino Astrazeneca, dopo la segnalazione di alcuni casi di trombosi, per poi riprendere a somministrarlo agli over 65. Il governo belga, invece, ha affermato che limiterà l'accesso ad Astrazeneca solo agli over 55 anni mentre il Regno Unito ha deciso di somministrare un altro vaccino agli under 30, secondo quanto stabilito ieri dall'Mhra, l'Autority regolatore del farmaco. L'Agenzia ha ricordato che sono stati vaccinati più di 30 milioni di inglesi, che il numero di casi di trombosi segnalati è molto basso, «tuttavia i dati disponibili suggeriscono che potrebbe esserci una tendenza all'aumento dell'incidenza di questo evento avverso con la diminuzione dell'età». Da qui il consiglio di utilizzare altri vaccini per coloro che hanno meno di 30 anni. «Il nostro programma vaccinale è stato davvero il più enorme successo», ha commentato Jonathan Van Tam, consulente del governo britannico e vicecapo della Sanità inglese, affermando che la raccomandazione avrà un impatto trascurabile sulla campagna in corso. «Abbiamo vaccini alternativi», ha aggiunto, ovvero Pfizer Biontech e Moderna. «L'effetto sulla tempistica dovrebbe essere zero o trascurabile». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ema-az-siero-over-60-2651402706.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rientro-a-scuola-con-attacco-hacker" data-post-id="2651402706" data-published-at="1617834265" data-use-pagination="False"> Rientro a scuola con attacco hacker Ieri la campanella è suonata nuovamente nella maggior parte delle scuole d'Italia: sono tornati in classe tutti gli studenti, fino alla prima media, anche nelle zone rosse. Proprio nel giorno del rientro, allievi e professori hanno dovuto far fronte però a un problema informatico. Il registro elettronico, da sabato, è fuori uso a causa di un attacco hacker. La società Axios, che fornisce il servizio al 40 per cento degli istituti scolastici italiani, ha fatto sapere che la piattaforma funziona con un «protocollo d'emergenza» e ha assicurato il ripristino delle funzionalità del servizio entro oggi, ma l'imprevisto non è una cosa di poco conto. Si tratta infatti di una «inequivocabile conseguenza di un attacco ransomware», una modalità che interessa il 42 per cento degli attacchi gravi, che si attivano cliccando accidentalmente un link. Per tornare in possesso del sistema, gli hacker hanno chiesto un riscatto («ransom» in inglese) di decine di migliaia di euro. Il registro elettronico online è molto diffuso: ci sono le valutazioni degli alunni, presenze e assenze, ma anche i compiti da fare a casa e i contenuti didattici, oltre alle comunicazioni per le famiglie e gli studenti. Fortunatamente «non risultano perdite e/o esfiltrazioni di dati», ha chiarito l'azienda. Ieri, hanno abbandonato la didattica a distanza (Dad) 5,6 milioni di alunni: quasi il 66% degli 8,5 milioni iscritti a scuola, ovverodue su tre. Tra loro, 2,7 milioni sono gli alunni della scuola dell'infanzia e del primo ciclo dell'area rossa. Sono restati in modalità Dad quasi 3 milioni di studenti: tutti gli alunni dalla seconda media in su nelle zone rosse e il 50 per cento degli studenti delle superiori e della zona arancione. Anche la Dad, con tutti i problemi di connessioni Internet non stabili, fonte di frustrazione per studenti, insegnanti, ma anche dei genitori, è stata oggetto, nelle ultime settimane, di attacchi hacker su commissione, da parte di studenti che volevano interrompere le lezioni. In tempo di Covid, sulla scuola non incombono comunque solo le minacce informatiche. L'ultima circolare del governo sul rientro in classe detta regole univoche a livello nazionale e «non ammette alcun intervento in deroga» da parte di Regioni o sindaci, tranne in «casi di natura eccezionale legati alla presenza di focolai». Prontamente, invocando la deroga, la Puglia prevede per le elementari, le medie e le secondarie, la garanzia della Dad alle famiglie che ne fanno richiesta. L'Umbria, nonostante sia in zona arancione, ha già limitato il ritorno in presenza dalle scuole dell'infanzia alla prima media: le superiori restano in Dad. La Campania «non esclude» nuove chiusure a breve. Il governo ha stabilito anche tutta una serie di norme per ridurre il contagio a scuola: il divieto per i ragazzi di sostare insieme davanti ai distributori di cibo e bevande; il divieto di svolgere qualsiasi riunione; nessuna eccezione al distanziamento sociale e unico luogo di incontro per gli studenti la propria classe. Resta la nota dolente del trasporto pubblico. I recenti controlli dei Nas, sul rispetto delle norme anti Covid, hanno portato alla contestazione di irregolarità in 65 mezzi su 693 ispezionati e tra i tamponi di superficie raccolti sono emersi 32 casi di positività per la presenza di materiale genetico del Sars-Cov2. I prefetti dovrebbero valutare l'impatto della domanda di mobilità organizzando il trasporto pubblico per garantire il 50 per cento del riempimento dei posti, norma spesso disattesa e che può minare l'intera possibilità della scuola in presenza.
Getty Images
È così? Per capirlo bisogna tornare indietro di qualche puntata, in una «serie» che ne ha già mandate in onda diverse. Tutto nasce infatti dal proliferare di siti pirata e accessi irregolari agli eventi, soprattutto le partite di calcio, a pagamento.
L’Autorità garante delle comunicazioni e la Lega Calcio avevano chiesto mesi fa a Cloudflare di deindicizzare i trasgressori e fornire i dati relativi ai clienti che le provano tutte per bypassare illegalmente gli abbonamenti. Insomma, stoppare le piattaforme abusive.
Detta così, può sembrare un’operazione banale e condivisibile, il punto è che bloccare o censurare un’applicazione non rientra tra le attività della società californiana che anzi preferisce tenersene ben lontana. Seguendo le indicazioni Agcom, sarebbero i provider stessi a fermare i contenuti segnalati da privati senza nessuna supervisione giudiziaria. Insomma si prenderebbero tutta la responsabilità della scelta. Cloudflare -così spiegano dal quartier generale di San Francisco - subirebbe, come altre aziende del settore, un potente disincentivo economico a investire in Italia: cosa che, si suppone, un governo sia interessato a evitare.
Senza contare che, se dovesse cedere al pressing dell’authority italiana, la piattaforma americana sarebbe sommersa da richieste analoghe in arrivo da mezzo mondo.
Non solo. C’è anche una questione tecnica dirimente. L’operazione chiesta a più ripresa dall’Agcom agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi mette a rischio anche siti e app che lavorano nel pieno rispetto delle regole. Come ne uscirebbe la reputazione di una delle azienda leader per la connettività globale?
Senza dimenticare che l’ammontare stesso della multa è considerato sproporzionato. In Italia, Cloudflare gestisce infrastrutture critiche per e-commerce, piattaforme di servizi digitali e siti istituzionali, certo, ma le entrate nel Belpaese non superano gli 8 milioni. Una sanzione pari all’1% del fatturato mondiale appare oggettivamente fuori scala.
Per questo a gennaio, a multa fresca, Prince aveva minacciato di interrompere i servizi di sicurezza informatica pro bono da diversi milioni di dollari assicurati all’Italia, compresi quelli per le allora imminenti Olimpiadi di Milano-Cortina. Si era rischiato un incidente geopolitico con tanto di coinvolgimento di Elon Musk e del vicepresidente americano Vance. Ma poi i toni si sono placati. C’è stata una sorta di tregua olimpica che, adesso, a Giochi conclusi, termina ufficialmente con l’annuncio della presentazione del ricorso al Tar.
Oltre ai punti di merito visti prima la multinazionale Usa dovrebbe anche ricordare che a fine 2025, il Consiglio di Stato aveva ordinato all’Agcom di condividere i documenti su cui si basa il sistema Piracy Shield. Parliamo della piattaforma online gestita dalla stessa authority che ha l’obiettivo di bloccare in tempo reale i siti web e gli indirizzi IP che trasmettono illegalmente eventi sportivi in diretta. Quelli che Cloudflare, appunto, avrebbe dovuto segnalargli.
Ecco, secondo i manager sella società di San Francisco, quell’ordinanza non è mai stata rispettata. Anzi. Cloudflare avrebbe potuto consultare solo un numero assai limitato di atti esclusivamente attraverso legali esterni. Dove? Per la sede sarebbero stati scelti gli uffici distaccati dell’authority a Napoli e comunque con la supervisione di funzionari della stessa agenzia. Una sorta di corsa ad ostacoli.
Perché un comportamento così ostativo? Come è stata possibile una tale mancanza di trasparenza? Per giunta con la necessità di avere dei controllori all’atto della consultazione? Anche per questo in California, la decisione di fare ricorso al Tar è sembrata praticamente obbligata.
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Sea eye
Una frase che rovescia l’impianto della contestazione amministrativa. Ma solo in parte.
Per capire il senso della decisione bisogna partire da cosa veniva contestato alla nave. Nel ricorso contro il fermo, l’Ong elencava cinque contestazioni: la presunta illegittimità della procedura sanzionatoria, il difetto di motivazione e di proporzionalità del fermo, rivendicava il «mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche», confutava la contestazione di non avere fornito le informazioni richieste dall’autorità italiana e di non essersi uniformata alle indicazioni ricevute, e infine respingeva la violazione legata al fatto di non avere raggiunto «senza ritardo il porto di Taranto», indicato come place of safety. La sentenza non dà ragione alla Ong su tutta la linea. Il giudice ha rigettato la «violazione degli obblighi di motivazione» del fermo e del principio di proporzionalità della sanzione. Che risultano regolari. La sentenza boccia anche la tesi sulla carenza di giurisdizione italiana: «Il fatto […] pur avvenuto in alto mare, diviene rilevante per l’ordinamento giuridico italiano» e, una volta richiesto il porto di sbarco all’autorità italiana, «il comandante della nave si è assoggettato alle norme italiane». Poi però arriva il rovesciamento. Il giudice premette che l’opposizione è comunque fondata nel merito e spiega dove sarebbe crollato il provvedimento della Prefettura. Il perno è l’onere della prova. La sentenza richiama un principio definito come «unanimemente acquisito». Ed è questo: «Nei giudizi di opposizione a sanzione amministrativa, l’onere di dimostrare l’effettiva consumazione dell’illecito amministrativo, ove il fatto sia contestato, grava integralmente sull’autorità amministrativa». E subito dopo cala la lama: «L’onere in questione non può dirsi assolto nel caso di specie». È qui che la decisione fa una giravolta. Lo Stato, per il tribunale, aveva titolo per intervenire, ma non ha portato in tribunale abbastanza prove. La prima contestazione affrontata nel merito riguarda il mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche per l’assegnazione del porto di sbarco. Dalla documentazione, scrive il tribunale, «si evince chiaramente che alle autorità libiche sono state inviate» delle «email» per segnalare l’evento. Era il 14 giugno 2025. Da Tripoli non arrivò alcuna risposta. La nave, secondo la Prefettura, non avrebbe quindi fornito le informazioni richieste dalle autorità italiane e non si sarebbe uniformata alle indicazioni ricevute. Inoltre, non avrebbe raggiunto senza ritardo Taranto, individuato come porto sicuro. Anche qui il giudice sta dalla parte della Sea Eye 5. Scrive che «il comandante ha sempre dato risposta ad ogni richiesta». Eccetto una. Che appare anche particolarmente grave: «Non è stato in grado» di selezionare «le persone maggiormente vulnerabili» a causa «dell’elevato numero delle persone a bordo (ben 62)» e delle «gravissime condizioni» in cui versavano. La sentenza richiama una mail del 15 giugno in cui il comandante segnalava «persone ustionate, disidratate, in ipotermia e con bruciature e inalazioni da carburante», aggiungendo che «i naufraghi si trovavano in mare da oltre 48 ore». Qui, però, a fronte dell’incapacità in capo al comandante, ci sarebbe un secondo gap della Prefettura: «L’amministrazione» non avrebbe «dato prova del fatto che le persone salvate, una volta sbarcate, non versavano nelle condizioni dichiarate». Sul porto di Taranto, il giudice scrive che la situazione era aggravata anche dalla «carenza d’acqua» e che questa circostanza contribuiva a rendere impossibile raggiungere Taranto, giudicato «troppo distante». Da qui il cambio di rotta: «È stato solo a seguito del dialogo intercorso tra le parti, a fronte delle difficoltà ed esigenze palesate dal comandante, che (l’autorità, ndr) provvedeva ad assegnare il più vicino porto di Pozzallo». La conseguenza è scolpita in una frase: «Il mancato raggiungimento del porto di Taranto non è stato frutto di una ingiustificata disobbedienza, bensì delle comunicazioni intercorse tra la nave e l’autorità italiana». La contestazione secondo cui la Sea Eye 5 non avrebbe fornito le informazioni richieste o si sarebbe rifiutata di uniformarsi alle indicazioni ricevute «non appare corretta». Sostenere il contrario, secondo il giudice, «equivarrebbe ad affermare che il comandante di una nave», unico ad avere esperienza diretta della situazione di bordo, non avrebbe avuto «la possibilità di palesare le concrete difficoltà pratiche di eseguire una data indicazione» e sarebbe stato costretto a eseguire «passivamente» ordini che avrebbero potuto mettere in pericolo «la vita propria, dell’equipaggio e dei naufraghi salvati». Ed è così che il fermo cade. La Ong passa l’esame, ma non a pieni voti: «Sono ravvisabili delle ragioni sufficienti per l’accoglimento della proposta opposizione».
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Nel riquadro, l'istituto Sassetti-Peruzzi (Istock)
Una iniziativa che la scuola, nota in zona per il suo approccio multiculturale, aveva da subito rivendicato con orgoglio. «La scelta di rispondere positivamente alla richiesta degli studenti di poter usufruire di uno spazio quotidiano per il momento di preghiera nel periodo di Ramadan non è stata ideologica né tantomeno politica»: così il dirigente scolastico, Osvaldo Di Cuffa, in un comunicato pubblicato sull’account social dell’istituto. «Solo una risposta concreta a una esigenza di una parte degli studenti». Nessuna moschea o luogo di culto, aveva precisato, ma semplicemente uno spazio non utilizzato che la scuola ha deciso di dedicare a quanti volessero fare le loro preghiere. Questo perché una risposta negativa, aveva aggiunto Di Cuffa, «avrebbe potuto portare molti ragazzi ad assentarsi per parecchi giorni. Con questa soluzione, invece, si è inteso garantire il diritto allo studio in modo semplice e nel rispetto di tutti. Senza esibizionismi o clamori».
Poi però gli spazi sono diventati due, perché con l’islam ogni eccezione ne trascina con sé un’altra. Ragazze e ragazzi non possono certo pregare insieme quindi, oltre a consentire loro di restare fuori dall’aula dai 15 ai 30 minuti per pregare, e dici poco, la scuola ha dovuto organizzare non uno ma ben due spazi. Una scelta che ha sollevato nuove polemiche. «La cosa ancora più incredibile e surreale», scrivono in una nota, consiglieri regionali di Fratelli d’Italia Jacopo Cellai e Matteo Zoppini (componente della commissione Cultura), «è che lo sdoppiamento dell’aula non sarebbe nemmeno frutto di una richiesta diretta degli studenti, ma un’iniziativa autonoma dell’istituto per prevenire polemiche sulle discriminazioni di genere. Una decisione che fa capire a che punto si sia arrivati pur di compiacere certi ambienti e che testimonia la totale genuflessione alla cultura islamica da parte di chi dovrebbe invece rappresentare tutti».
La notizia arriva dopo che, un paio di settimane fa, il Comune di Firenze aveva detto no a una mozione partita da Noi moderati tesa a reintrodurre il presepe e il crocifisso nelle scuole. Una bocciatura decisa proprio in nome della laicità della scuola. Ma a chi rimbrotta il Sassetti-Peruzzi sul punto, chiedendo di rimettere il crocifisso, «integrare vuol dire aggiungere, non annullare una (religione) rispetto all’altra» scrive il capogruppo della Lega Guglielmo Mossuto, il dirigente ha la foto pronta. Eccolo lì il crocifisso, appeso sopra l’orologio nel corridoio. In attesa di capire come Palazzo Vecchio intenda conciliare la scelta dell’istituto con la recente battaglia a favore della laicità, se alcuni si schierano con il dirigente scolastico altri parlano di asservimento all’islam e di danno agli studenti di famiglie islamiche che non vogliono conformarsi al dogma.
«Se un ragazzo stava intraprendendo un percorso di laicizzazione o di adesione ai valori civili occidentali, l’istituzione scolastica, concedendo l’aula per la preghiera, lo ha tradito», scrive Francesco Gorini su La Firenze che vorrei. «Lo ha ricacciato forzatamente nell’alveo dell’appartenenza religiosa proprio nella scuola, che avrebbe dovuto essere lo spazio neutro della sua emancipazione».
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(Ansa)
Per gli altri cinque indagati sempre del reparto delle malattie infettive dell’ospedale di Ravenna (più, di recente, una dottoressa si è trasferita a Forlì), è scattato, anche in questo caso per 10 mesi, il divieto di occuparsi dei certificati per l’idoneità ai Cpr, centri di permanenza per i rimpatri.
Sulla base delle verifiche della polizia, i pm Daniele Barberini e Angela Scorza, titolari del fascicolo, avevano chiesto per tutti gli otto sanitari indagati (accusati di falso ideologico continuato e di interruzione di pubblico servizio) l’interdizione per un anno dalla professione. Anche se il gip ha disposto per cinque indagati una misura più lieve di quella richiesta, dalla decisione di emettere provvedimenti cautelari per tutti gli indagati emerge il fatto che la toga abbia fondato il quadro di gravi indizi e confermato il pericolo di reiterazione del reato.
A rafforzare la posizione dell’accusa è anche il fatto che il gip ha disposto i provvedimenti sebbene l’Ausl Romagna avesse fatto sapere, alla vigilia dell’interrogatorio di garanzia di giovedì mattina, di avere già escluso tutti i medici indagati dalla mansione di certificazione per i Cpr. Una sconfitta per la linea dei difensori, gli avvocati Carlo Alberto Baruzzi, Francesca Cancellaro, Sonia Lama, Marco Martines, Maria Elena Monaco, Salvatore Tesoriero e Maria Virgilio che, in una nota congiunta, avevano sottolineato come, secondo loro, «il provvedimento di esonero dell’Ausl dalle specifiche attività faceva venire meno «i presupposti per l’applicazione di una misura interdittiva che, in assenza di concrete esigenze cautelari, sarebbe inutilmente afflittiva e sproporzionata». Ma di fronte al gip, il pm Scorza aveva obiettato che l’esonero disposto dall’Ausl appariva essere generico e che il pericolo di reiterazione sussisteva in quanto il falso contestato è ideologico: potrebbe cioè riverberarsi anche su altri tipi di certificati oltre a quelli per i Cpr. Davanti al gip, tutti gli indagati si erano avvalsi della facoltà di non rispondere limitandosi ad alcune dichiarazioni sulla «totale correttezza» del loro operato svolto «con professionalità e dedizione, ponendo al centro la tutela della salute e della dignità delle persone, conformemente alla deontologia medica», avrebbero poi precisato i legali, che nei giorni scorsi avevano comunicato la rinuncia al ricorso al Riesame in relazione ai sequestri svolti durante le perquisizioni. I difensori dei sanitari indagati avevano presentato ricorso in relazione al sequestro del un computer aziendale e del telefonino di una delle indagate in quel momento non presente in Italia.
Sul tavolo poteva finire anche la complessa questione dell’acquisizione delle chat, ottenute degli investigatori senza sequestrare i telefonini degli altri sette sanitari coinvolti. Gli agenti che hanno effettuato la perquisizione hanno infatti filmato il contenuto delle chat con il proprietario del telefonino presente. Si tratta, dunque, di materiale informatico «virtuale», ma in alcuni casi la Cassazione lo considerato materia che può essere oggetto di ricorso al Riesame. Ma la rinuncia dei difensori ha messo la parola fine su tutti gli argomenti.
Sulla base delle informative di Sco e Squadra mobile e di parte delle chat sequestrate nella perquisizione informatica del 12 febbraio scorso, la Procura ha ipotizzato che gli otto, in maniera preordinata e ideologica, abbiano attestato false non idoneità alla detenzione amministrativa nei Cpr per diversi stranieri irregolari, perlopiù arrestati dopo avere commesso reati.
Durante l’indagine, partita nel luglio 2025 è emerso che, dei 64 stranieri accompagnati in reparto a Ravenna tra settembre 2024 e gennaio 2026, 34 erano stati ritenuti non idonei e 10 si erano rifiutati di sottoporsi a visita. E che, secondo il quadro accusatorio sottoposto dai pm al gip Lipovscek, dei 44 stranieri irregolari così tornati liberi, 10 avevano poi commesso una ventina di reati. Una decina di giorni fa una delle dottoresse indagate era stata soccorsa dai sanitari del 118 dopo che si era procurata alcune ferite compatibili con un tentativo di suicidio.
Secondo i quotidiani locali Il Resto del Carlino e Corriere di Romagna, la donna avrebbe detto ai soccorritori intervenuti presso la sua abitazione «dovete fare sapere ai media che ho fatto questo gesto perché mi hanno indagato».
Stando alle ricostruzioni trapelate dopo il fatto, a lanciare l’allarme sarebbe presumibilmente stata la stessa dottoressa, che già all’indomani della perquisizione informatica della Squadra mobile del 12 febbraio, aveva minacciato una prima volta un gesto estremo, chiamando in quell’occasione un collega che aveva poi allertato le forze dell’ordine di quanto stava accadendo.
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