Elkann va in miniera. Patto con Volkswagen per estrarre metalli e spingere l’elettrico
John Elkann (Ansa)
  • Accordo tra Stellantis e i tedeschi a caccia di rame e nichel per le auto. Adolfo Urso annuncia: verranno riaperti gli scavi in Italia.
  • Tassi Bce: si va verso un altro aumento a breve. Ignazio Visco: aiuti a chi è in difficoltà con i mutui variabili.

Lo speciale contiene due articoli.

La rivoluzione nel settore automobilistico è partita e non si fermerà. Volkswagen e Stellantis hanno deciso di unire le forze e di costituire un’alleanza nientemeno che nel settore minerario. Con un accordo del valore complessivo di un miliardo di dollari, in via di finalizzazione, le due case automobilistiche europee hanno deciso di entrare a far parte di una società che si occuperà dell’estrazione di rame e nichel. Si tratta di due metalli importantissimi per lo sviluppo dell’auto elettrica, componenti fondamentali delle pesanti batterie che sono a bordo di ogni veicolo. Si tratterebbe di un impegno di 100 milioni di dollari ciascuna per acquisire due miniere in Brasile, già attive. La guida della società sarebbe affidata ad un importante ex manager del settore minerario.

Le due aziende sono state accostate in questo affare da Acg Acquisition Company, una special purpose acquisition company (Spac) con sede a Londra, il cui comunicato stampa ha reso noti protagonisti e dettagli del gigantesco affare concluso un mese fa. Volkswagen partecipa con la propria controllata che si occupa espressamente di batterie, PowerCo, il cui versamento di 100 milioni di dollari è in realtà un prepagamento per il nickel che verrà estratto. Anche il colosso del settore minerario Glencore è interessato all’iniziativa e, oltre ad altri 100 milioni, conferirebbe l’utilizzo di alcuni stabilimenti per la lavorazione dei minerali in Europa e in Nord America. Ciò consentirebbe alla costituenda società di godere anche dei benefìci dell’Inflation reduction act, ovvero la ricca messe di sussidi americani al settore green inaugurati dall’amministrazione Biden lo scorso anno.

Questo tipo di integrazione verticale nel settore dell’auto elettrica non è una novità di questi giorni. Nei mesi scorsi, General Motors ha investito in una compagnia per l’estrazione del litio, Ford ha acquisito una miniera di nichel in Indonesia e la stessa Stellantis di John Elkann ha investito 150 milioni di euro in una miniera di rame in Argentina. Il Sudamerica, continente nel quale le radici di ciò che resta dell’ex gruppo Fiat sono antiche, è evidentemente terreno più congeniale a Stellantis, che ora infatti fa il bis con il Brasile.

L’allargamento ad una attività così radicalmente diversa da quella di costruttore di automobili è comunque un tratto nuovo, per l’industria automobilistica. Di solito, un’integrazione verticale a monte o a valle nella catena del valore è un passo successivo alla creazione di un mercato, che avviene quando questo è maturo e gli operatori manifestano la necessità, per crescere o per rispondere alla concorrenza, di espandersi nei segmenti contigui. È una dinamica tipica nei settori consolidati. In questo caso, invece, siamo di fronte a un mercato in fasce (quello dell’auto elettrica) nel quale però già ora i costruttori sentono la necessità di risalire nella catena dei fornitori fino ad arrivare all’estrazione delle materie prime. Volendo fare un paragone con il vecchio settore automobilistico, è come se la Fiat nel 1920 avesse acquisito una miniera di ferro.

Oggi però si è in una situazione del tutto differente. Il gigantesco business dell’auto elettrica ha una fame esagerata di questi metalli, i cui nuovi utilizzi, soprattutto da parte dell’industria automobilistica, ne amplificano la domanda e ne fanno salire il prezzo: per ogni batteria occorrono quasi 100 chilogrammi tra rame e nichel. In quest’ottica, l’integrazione a monte significa per Volkswagen e Stellantis una minore dipendenza dall’import dalla Cina e una riduzione del rischio prezzo nel lungo periodo. Industrialmente è un’operazione assai sensata, soprattutto se si considera che l’offerta mondiale di metalli è limitata e non potrà crescere allo stesso ritmo cui crescerà la domanda.

La disponibilità diretta delle materie prime necessarie alla transizione è quindi oggi un fattore critico di successo per il business delle case automobilistiche e in generale per l’intero business del Green deal. Casualmente, proprio ieri sono arrivate le dichiarazioni del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che su estrazione e lavorazione delle materie prime critiche in Europa ha detto: «Io penso che entro la fine dell’anno tutto il quadro sarà chiaro: la normativa europea, quella italiana e le potenzialità del nostro territorio. L’Unione Europea ha definito 34 materie prime critiche». L’Italia ha sul suo territorio, secondo il ministro, «16 di queste 34 materie prime critiche indicate», che «si trovano in miniere che sono state chiuse 30 anni fa. Occorre investire e riattivare queste potenzialità, riaprendo le miniere».

Il lampante paradosso del Green deal, che per non emettere anidride carbonica impone di aprire le miniere, è qualcosa di cui su La Verità abbiamo parlato moltissime volte. È davvero difficile trovare un’attività umana tanto devastante per l’ambiente quanto lo sfruttamento di una miniera. Ma chissà, forse un giorno certi quotidiani, dopo le prime pagine sul caldo killer e sull’urgenza indifferibile della transizione ecologica, ci spiegheranno con paginoni molto colorati quanto siano cool e come facciano bene, a noi e all’ambiente, le miniere.

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