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2023-07-14
Elkann va in miniera. Patto con Volkswagen per estrarre metalli e spingere l’elettrico
John Elkann (Ansa)
La rivoluzione nel settore automobilistico è partita e non si fermerà. Volkswagen e Stellantis hanno deciso di unire le forze e di costituire un’alleanza nientemeno che nel settore minerario. Con un accordo del valore complessivo di un miliardo di dollari, in via di finalizzazione, le due case automobilistiche europee hanno deciso di entrare a far parte di una società che si occuperà dell’estrazione di rame e nichel. Si tratta di due metalli importantissimi per lo sviluppo dell’auto elettrica, componenti fondamentali delle pesanti batterie che sono a bordo di ogni veicolo. Si tratterebbe di un impegno di 100 milioni di dollari ciascuna per acquisire due miniere in Brasile, già attive. La guida della società sarebbe affidata ad un importante ex manager del settore minerario.
Le due aziende sono state accostate in questo affare da Acg Acquisition Company, una special purpose acquisition company (Spac) con sede a Londra, il cui comunicato stampa ha reso noti protagonisti e dettagli del gigantesco affare concluso un mese fa. Volkswagen partecipa con la propria controllata che si occupa espressamente di batterie, PowerCo, il cui versamento di 100 milioni di dollari è in realtà un prepagamento per il nickel che verrà estratto. Anche il colosso del settore minerario Glencore è interessato all’iniziativa e, oltre ad altri 100 milioni, conferirebbe l’utilizzo di alcuni stabilimenti per la lavorazione dei minerali in Europa e in Nord America. Ciò consentirebbe alla costituenda società di godere anche dei benefìci dell’Inflation reduction act, ovvero la ricca messe di sussidi americani al settore green inaugurati dall’amministrazione Biden lo scorso anno.
Questo tipo di integrazione verticale nel settore dell’auto elettrica non è una novità di questi giorni. Nei mesi scorsi, General Motors ha investito in una compagnia per l’estrazione del litio, Ford ha acquisito una miniera di nichel in Indonesia e la stessa Stellantis di John Elkann ha investito 150 milioni di euro in una miniera di rame in Argentina. Il Sudamerica, continente nel quale le radici di ciò che resta dell’ex gruppo Fiat sono antiche, è evidentemente terreno più congeniale a Stellantis, che ora infatti fa il bis con il Brasile.
L’allargamento ad una attività così radicalmente diversa da quella di costruttore di automobili è comunque un tratto nuovo, per l’industria automobilistica. Di solito, un’integrazione verticale a monte o a valle nella catena del valore è un passo successivo alla creazione di un mercato, che avviene quando questo è maturo e gli operatori manifestano la necessità, per crescere o per rispondere alla concorrenza, di espandersi nei segmenti contigui. È una dinamica tipica nei settori consolidati. In questo caso, invece, siamo di fronte a un mercato in fasce (quello dell’auto elettrica) nel quale però già ora i costruttori sentono la necessità di risalire nella catena dei fornitori fino ad arrivare all’estrazione delle materie prime. Volendo fare un paragone con il vecchio settore automobilistico, è come se la Fiat nel 1920 avesse acquisito una miniera di ferro.
Oggi però si è in una situazione del tutto differente. Il gigantesco business dell’auto elettrica ha una fame esagerata di questi metalli, i cui nuovi utilizzi, soprattutto da parte dell’industria automobilistica, ne amplificano la domanda e ne fanno salire il prezzo: per ogni batteria occorrono quasi 100 chilogrammi tra rame e nichel. In quest’ottica, l’integrazione a monte significa per Volkswagen e Stellantis una minore dipendenza dall’import dalla Cina e una riduzione del rischio prezzo nel lungo periodo. Industrialmente è un’operazione assai sensata, soprattutto se si considera che l’offerta mondiale di metalli è limitata e non potrà crescere allo stesso ritmo cui crescerà la domanda.
La disponibilità diretta delle materie prime necessarie alla transizione è quindi oggi un fattore critico di successo per il business delle case automobilistiche e in generale per l’intero business del Green deal. Casualmente, proprio ieri sono arrivate le dichiarazioni del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che su estrazione e lavorazione delle materie prime critiche in Europa ha detto: «Io penso che entro la fine dell’anno tutto il quadro sarà chiaro: la normativa europea, quella italiana e le potenzialità del nostro territorio. L’Unione Europea ha definito 34 materie prime critiche». L’Italia ha sul suo territorio, secondo il ministro, «16 di queste 34 materie prime critiche indicate», che «si trovano in miniere che sono state chiuse 30 anni fa. Occorre investire e riattivare queste potenzialità, riaprendo le miniere».
Il lampante paradosso del Green deal, che per non emettere anidride carbonica impone di aprire le miniere, è qualcosa di cui su La Verità abbiamo parlato moltissime volte. È davvero difficile trovare un’attività umana tanto devastante per l’ambiente quanto lo sfruttamento di una miniera. Ma chissà, forse un giorno certi quotidiani, dopo le prime pagine sul caldo killer e sull’urgenza indifferibile della transizione ecologica, ci spiegheranno con paginoni molto colorati quanto siano cool e come facciano bene, a noi e all’ambiente, le miniere.
I falchi della Bce spingono altri rialzi. Visco: tassi stabili entro fine 2023
A giugno i falchi avevano provato ad alzare ancora di più l’asticella sui tassi. È quanto emerge dalle minute della riunione della Bce del 14-15 giugno a Francoforte diffuse ieri: c’è stato «un consenso molto ampio» che ha sostenuto l’aumento dei tassi di 25 punti base proposto dal capoeconomista Philip Lane ma «inizialmente è stata anche espressa una preferenza per l’aumento dei tassi di interesse di riferimento di 50 punti base in considerazione del rischio che l’inflazione elevata diventi più persistente. È stato posto l’accento sull’importanza di attenersi a un approccio dipendente dai dati, riunione per riunione, in un ambiente incerto, in particolare poiché i tassi si stavano avvicinando a un possibile livello di picco», viene aggiunto nei verbali. Dove si legge che i membri del Consiglio hanno osservato che, «mentre il Consiglio direttivo potrebbe aver bisogno di continuare con ulteriori misure sui tassi di interesse, dovrebbe anche essere pronto a interrompere l’aumento dei tassi se richiesto dai dati e dall’analisi». Intanto, però, «si ritiene che il Consiglio direttivo possa prendere in considerazione un aumento dei tassi di interesse oltre il mese di luglio, se necessario».
Insomma, un altro rialzo dei tassi di interesse di 25 punti base alla prossima riunione della Bce, che si terrà tra due settimane, sembra ormai cosa fatta ma la discussione su quanto la squadra guidata da Christine Lagarde debba spingersi oltre sta diventando più accesa.
Nel frattempo, gli effetti della stretta monetaria si fanno comunque sentire sui pagamenti dei mutui. Nei primi tre mesi di quest’anno l’incidenza del flusso di prestiti che presentano ritardi nei pagamenti, anche se non ancora tali da richiedere una classificazione come deteriorati, è infatti raddoppiata, all’1,6% del complesso dei finanziamenti in bonis in ragione d’anno. Secondo il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, entro la fine dell’anno i tassi di interesse dovrebbero stabilizzarsi. L’impennata sta mettendo alla prova chi ha contratto un mutuo a tasso variabile, ma non c’è un problema sistemico e chi ha più difficoltà sarà aiutato. Le banche però devono continuare a essere prudenti, soprattutto sulla distribuzione dei dividendi. Questo il succo del suo intervento a SkyTg24. Visco ha precisato che «è giusto mantenere un orientamento restrittivo come quello attuale», ma per vedere gli effetti «ci vuole pazienza»: la leva della politica monetaria agisce con un ritardo temporale di un anno e mezzo-due anni. Parlando dell’impatto dell’aumento dei tassi sui mutui, il numero uno di palazzo Koch ha sottolineato che «solo un terzo è a tasso variabile».
Sempre ieri si è tenuto l’Eurogruppo (oggi a Bruxelles si riunirà il consiglio dell’Ecofin), l’organo informale che riunisce i ministri dell’Economia e delle Finanze dei diciannove paesi della zona euro: «Nel periodo 2020-2022 l’orientamento di bilancio nella zona euro è stato espansivo per affrontare gli choc esterni e proteggere le persone vulnerabili nelle nostre società. Allo stesso tempo, queste politiche hanno gravato ulteriormente sulle finanze pubbliche. Sebbene il risanamento sia già iniziato, sarà necessario affrontare l’effetto dell’inflazione persistente e degli oneri finanziari più elevati per ridurre nel tempo il rapporto tra disavanzo e debito», afferma il documento approvato dai ministri sull’orientamento di bilancio della zona euro per il 2024. Alla luce di questo, «è giustificata una strategia di risanamento di bilancio determinato, graduale e realistico». In assenza di nuovi choc sui prezzi dell’energia nella zona euro, viene aggiunto, «ci impegneremo a ridurre le misure di sostegno energetico, utilizzando i relativi risparmi per ridurre i disavanzi pubblici, il prima possibile nel 2023 e nel 2024».
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Accordo tra Stellantis e i tedeschi a caccia di rame e nichel per le auto. Adolfo Urso annuncia: verranno riaperti gli scavi in Italia.Tassi Bce: si va verso un altro aumento a breve. Ignazio Visco: aiuti a chi è in difficoltà con i mutui variabili.Lo speciale contiene due articoli.La rivoluzione nel settore automobilistico è partita e non si fermerà. Volkswagen e Stellantis hanno deciso di unire le forze e di costituire un’alleanza nientemeno che nel settore minerario. Con un accordo del valore complessivo di un miliardo di dollari, in via di finalizzazione, le due case automobilistiche europee hanno deciso di entrare a far parte di una società che si occuperà dell’estrazione di rame e nichel. Si tratta di due metalli importantissimi per lo sviluppo dell’auto elettrica, componenti fondamentali delle pesanti batterie che sono a bordo di ogni veicolo. Si tratterebbe di un impegno di 100 milioni di dollari ciascuna per acquisire due miniere in Brasile, già attive. La guida della società sarebbe affidata ad un importante ex manager del settore minerario.Le due aziende sono state accostate in questo affare da Acg Acquisition Company, una special purpose acquisition company (Spac) con sede a Londra, il cui comunicato stampa ha reso noti protagonisti e dettagli del gigantesco affare concluso un mese fa. Volkswagen partecipa con la propria controllata che si occupa espressamente di batterie, PowerCo, il cui versamento di 100 milioni di dollari è in realtà un prepagamento per il nickel che verrà estratto. Anche il colosso del settore minerario Glencore è interessato all’iniziativa e, oltre ad altri 100 milioni, conferirebbe l’utilizzo di alcuni stabilimenti per la lavorazione dei minerali in Europa e in Nord America. Ciò consentirebbe alla costituenda società di godere anche dei benefìci dell’Inflation reduction act, ovvero la ricca messe di sussidi americani al settore green inaugurati dall’amministrazione Biden lo scorso anno.Questo tipo di integrazione verticale nel settore dell’auto elettrica non è una novità di questi giorni. Nei mesi scorsi, General Motors ha investito in una compagnia per l’estrazione del litio, Ford ha acquisito una miniera di nichel in Indonesia e la stessa Stellantis di John Elkann ha investito 150 milioni di euro in una miniera di rame in Argentina. Il Sudamerica, continente nel quale le radici di ciò che resta dell’ex gruppo Fiat sono antiche, è evidentemente terreno più congeniale a Stellantis, che ora infatti fa il bis con il Brasile.L’allargamento ad una attività così radicalmente diversa da quella di costruttore di automobili è comunque un tratto nuovo, per l’industria automobilistica. Di solito, un’integrazione verticale a monte o a valle nella catena del valore è un passo successivo alla creazione di un mercato, che avviene quando questo è maturo e gli operatori manifestano la necessità, per crescere o per rispondere alla concorrenza, di espandersi nei segmenti contigui. È una dinamica tipica nei settori consolidati. In questo caso, invece, siamo di fronte a un mercato in fasce (quello dell’auto elettrica) nel quale però già ora i costruttori sentono la necessità di risalire nella catena dei fornitori fino ad arrivare all’estrazione delle materie prime. Volendo fare un paragone con il vecchio settore automobilistico, è come se la Fiat nel 1920 avesse acquisito una miniera di ferro. Oggi però si è in una situazione del tutto differente. Il gigantesco business dell’auto elettrica ha una fame esagerata di questi metalli, i cui nuovi utilizzi, soprattutto da parte dell’industria automobilistica, ne amplificano la domanda e ne fanno salire il prezzo: per ogni batteria occorrono quasi 100 chilogrammi tra rame e nichel. In quest’ottica, l’integrazione a monte significa per Volkswagen e Stellantis una minore dipendenza dall’import dalla Cina e una riduzione del rischio prezzo nel lungo periodo. Industrialmente è un’operazione assai sensata, soprattutto se si considera che l’offerta mondiale di metalli è limitata e non potrà crescere allo stesso ritmo cui crescerà la domanda. La disponibilità diretta delle materie prime necessarie alla transizione è quindi oggi un fattore critico di successo per il business delle case automobilistiche e in generale per l’intero business del Green deal. Casualmente, proprio ieri sono arrivate le dichiarazioni del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che su estrazione e lavorazione delle materie prime critiche in Europa ha detto: «Io penso che entro la fine dell’anno tutto il quadro sarà chiaro: la normativa europea, quella italiana e le potenzialità del nostro territorio. L’Unione Europea ha definito 34 materie prime critiche». L’Italia ha sul suo territorio, secondo il ministro, «16 di queste 34 materie prime critiche indicate», che «si trovano in miniere che sono state chiuse 30 anni fa. Occorre investire e riattivare queste potenzialità, riaprendo le miniere». Il lampante paradosso del Green deal, che per non emettere anidride carbonica impone di aprire le miniere, è qualcosa di cui su La Verità abbiamo parlato moltissime volte. È davvero difficile trovare un’attività umana tanto devastante per l’ambiente quanto lo sfruttamento di una miniera. Ma chissà, forse un giorno certi quotidiani, dopo le prime pagine sul caldo killer e sull’urgenza indifferibile della transizione ecologica, ci spiegheranno con paginoni molto colorati quanto siano cool e come facciano bene, a noi e all’ambiente, le miniere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/elkann-inpatto-con-volkswagen-elettrico-2662275834.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-falchi-della-bce-spingono-altri-rialzi-visco-tassi-stabili-entro-fine-2023" data-post-id="2662275834" data-published-at="1689274052" data-use-pagination="False"> I falchi della Bce spingono altri rialzi. Visco: tassi stabili entro fine 2023 A giugno i falchi avevano provato ad alzare ancora di più l’asticella sui tassi. È quanto emerge dalle minute della riunione della Bce del 14-15 giugno a Francoforte diffuse ieri: c’è stato «un consenso molto ampio» che ha sostenuto l’aumento dei tassi di 25 punti base proposto dal capoeconomista Philip Lane ma «inizialmente è stata anche espressa una preferenza per l’aumento dei tassi di interesse di riferimento di 50 punti base in considerazione del rischio che l’inflazione elevata diventi più persistente. È stato posto l’accento sull’importanza di attenersi a un approccio dipendente dai dati, riunione per riunione, in un ambiente incerto, in particolare poiché i tassi si stavano avvicinando a un possibile livello di picco», viene aggiunto nei verbali. Dove si legge che i membri del Consiglio hanno osservato che, «mentre il Consiglio direttivo potrebbe aver bisogno di continuare con ulteriori misure sui tassi di interesse, dovrebbe anche essere pronto a interrompere l’aumento dei tassi se richiesto dai dati e dall’analisi». Intanto, però, «si ritiene che il Consiglio direttivo possa prendere in considerazione un aumento dei tassi di interesse oltre il mese di luglio, se necessario». Insomma, un altro rialzo dei tassi di interesse di 25 punti base alla prossima riunione della Bce, che si terrà tra due settimane, sembra ormai cosa fatta ma la discussione su quanto la squadra guidata da Christine Lagarde debba spingersi oltre sta diventando più accesa. Nel frattempo, gli effetti della stretta monetaria si fanno comunque sentire sui pagamenti dei mutui. Nei primi tre mesi di quest’anno l’incidenza del flusso di prestiti che presentano ritardi nei pagamenti, anche se non ancora tali da richiedere una classificazione come deteriorati, è infatti raddoppiata, all’1,6% del complesso dei finanziamenti in bonis in ragione d’anno. Secondo il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, entro la fine dell’anno i tassi di interesse dovrebbero stabilizzarsi. L’impennata sta mettendo alla prova chi ha contratto un mutuo a tasso variabile, ma non c’è un problema sistemico e chi ha più difficoltà sarà aiutato. Le banche però devono continuare a essere prudenti, soprattutto sulla distribuzione dei dividendi. Questo il succo del suo intervento a SkyTg24. Visco ha precisato che «è giusto mantenere un orientamento restrittivo come quello attuale», ma per vedere gli effetti «ci vuole pazienza»: la leva della politica monetaria agisce con un ritardo temporale di un anno e mezzo-due anni. Parlando dell’impatto dell’aumento dei tassi sui mutui, il numero uno di palazzo Koch ha sottolineato che «solo un terzo è a tasso variabile». Sempre ieri si è tenuto l’Eurogruppo (oggi a Bruxelles si riunirà il consiglio dell’Ecofin), l’organo informale che riunisce i ministri dell’Economia e delle Finanze dei diciannove paesi della zona euro: «Nel periodo 2020-2022 l’orientamento di bilancio nella zona euro è stato espansivo per affrontare gli choc esterni e proteggere le persone vulnerabili nelle nostre società. Allo stesso tempo, queste politiche hanno gravato ulteriormente sulle finanze pubbliche. Sebbene il risanamento sia già iniziato, sarà necessario affrontare l’effetto dell’inflazione persistente e degli oneri finanziari più elevati per ridurre nel tempo il rapporto tra disavanzo e debito», afferma il documento approvato dai ministri sull’orientamento di bilancio della zona euro per il 2024. Alla luce di questo, «è giustificata una strategia di risanamento di bilancio determinato, graduale e realistico». In assenza di nuovi choc sui prezzi dell’energia nella zona euro, viene aggiunto, «ci impegneremo a ridurre le misure di sostegno energetico, utilizzando i relativi risparmi per ridurre i disavanzi pubblici, il prima possibile nel 2023 e nel 2024».
Matteo Salvini con gli ospiti della manifestazione dei Patrioti di Milano (Ansa)
Tutti in piazza del Duomo (quasi piena) fra un gelato e un selfie, in una giornata rubata alla gita ai laghi, e già questo è un segno di appartenenza. Chi si attendeva una delegazione dell’Ice e gente travestita da Joseph Goebbels; chi prefigurava scenari da deportati con gli schiavettoni; chi per due settimane ha lanciato allarmi democratici sulla «remigrazione» galoppante, dev’essere rimasto parecchio deluso. La solita fake news a mezzo stampa ribadita anche in sede di commento; della serie «non facciamoci condizionare dalla realtà».
Matteo Salvini, che ha organizzato la giornata «Senza paura, padroni a casa nostra», è stato il primo a svestirla dei panni più estremi per puntare su temi drammatici e concreti come pace, lavoro, sicurezza, che sanno di sovranismo solo perché vorrebbero essere declinati in chiave italiana senza dover fare i conti con le trappole di Bruxelles. «Tutte le polemiche su Remigration summit, razzismo e islamofobia sono isterie della sinistra», ha sottolineato il segretario della Lega. E nel suo discorso sul palco milanese ha snocciolato priorità che non hanno niente a che vedere con la propaganda, ma impattano sulla vita dei cittadini.
«I nostri figli non hanno bisogno dell’esercito europeo, invocato da una persona abbastanza permalosa come Emmanuel Macron e dai suoi simili». «Contro la crisi energetica bisogna sospendere il patto di stabilità e permettere di usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». «Gli Stati Uniti hanno sospeso fino al 16 maggio le sanzioni che bloccavano l’acquisto di petrolio russo, deve farlo anche l’Ue». Argomentazioni legittime in un Paese pluralista; si possono discutere, si possono contrastare, ma arrivare (come ha fatto la sinistra milanese in consiglio comunale) a chiedere il divieto di pronunciarle dovrebbe suscitare qualche dubbio sul Dna democratico del progressismo radical in salsa postmarxista.
Quanto ai rimpatri dei migranti clandestini che delinquono, è difficile sostenere che il concetto sia una bestemmia. Salvini propone «il permesso di soggiorno a punti, se fai errori torni a casa». A colpi di accoglienza diffusa Milano è al collasso e lo stesso sindaco Giuseppe Sala (non certo un fiancheggiatore dell’Ice) ha affermato: «La parola remigrazione non mi piace ma non sono tra quelli che dicono no ai rimpatri. Se qualcuno commette crimini tali da giustificare un rimpatrio, ben venga». Sarebbe pure una misura tollerante perché delinquenti e stupratori condannati dovrebbero avere come destinazione naturale il carcere, non il semplice ritorno a casa da eroi indesiderati.
«Padroni a casa nostra». Quando lo gridava Umberto Bossi, era il tuono di un popolo vessato da burocrazia e tasse che annunciava il temporale. Oggi è quasi una supplica, la richiesta di poter continuare a vivere con la propria identità, le proprie speranze. E «senza paura». Temi concreti, punti esclamativi, il ritorno a quei «valori occidentali» richiamati dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, per il quale «il nostro non è aggressivo nazionalismo ma sano patriottismo». Applausi e tutti a casa, proprio mentre si snodavano per Milano altri due cortei, organizzati dalla sinistra con la gastrite permanente e il fegato ingrossato per contestare la manifestazione della Lega.
Il primo allestito da Avs e Anpi, con testimonial Ilaria Salis (senza martello) e con l’intenzione di fare la prova generale per il tradizionale 25 aprile divisivo e antagonista. Il secondo messo in piedi in tutta fretta dai centri sociali storicamente protetti e sostenuti da Pierfrancesco Majorino, che avendo come unica pulsione quella di menare le mani, hanno trovato il modo di sfondare il cordone delle forze dell’ordine, di cercare lo scontro e di strumentalizzarne l’ovvia reazione con gli idranti. Fra minacce ai poliziotti («celerini lapidati») e complimenti agli avversari politici («Salvini appeso»).
Uno scenario surreale. Mentre i presunti «cattivi» hanno portato all’attenzione di tutti argomenti di interesse comune, i «buoni» per decreto sono andati in piazza con due obiettivi: impedire agli altri di parlare (reazione da assemblea studentesca in un liceo occupato) e, per proprietà transitiva, esprimere consenso alle politiche economiche dell’Europa contestate in piazza del Duomo, ma anche dai loro leader Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Il solito corto circuito a sinistra, dove abbondano gli strateghi e scarseggiano gli elettricisti.
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