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2023-07-14
Elkann va in miniera. Patto con Volkswagen per estrarre metalli e spingere l’elettrico
John Elkann (Ansa)
La rivoluzione nel settore automobilistico è partita e non si fermerà. Volkswagen e Stellantis hanno deciso di unire le forze e di costituire un’alleanza nientemeno che nel settore minerario. Con un accordo del valore complessivo di un miliardo di dollari, in via di finalizzazione, le due case automobilistiche europee hanno deciso di entrare a far parte di una società che si occuperà dell’estrazione di rame e nichel. Si tratta di due metalli importantissimi per lo sviluppo dell’auto elettrica, componenti fondamentali delle pesanti batterie che sono a bordo di ogni veicolo. Si tratterebbe di un impegno di 100 milioni di dollari ciascuna per acquisire due miniere in Brasile, già attive. La guida della società sarebbe affidata ad un importante ex manager del settore minerario.
Le due aziende sono state accostate in questo affare da Acg Acquisition Company, una special purpose acquisition company (Spac) con sede a Londra, il cui comunicato stampa ha reso noti protagonisti e dettagli del gigantesco affare concluso un mese fa. Volkswagen partecipa con la propria controllata che si occupa espressamente di batterie, PowerCo, il cui versamento di 100 milioni di dollari è in realtà un prepagamento per il nickel che verrà estratto. Anche il colosso del settore minerario Glencore è interessato all’iniziativa e, oltre ad altri 100 milioni, conferirebbe l’utilizzo di alcuni stabilimenti per la lavorazione dei minerali in Europa e in Nord America. Ciò consentirebbe alla costituenda società di godere anche dei benefìci dell’Inflation reduction act, ovvero la ricca messe di sussidi americani al settore green inaugurati dall’amministrazione Biden lo scorso anno.
Questo tipo di integrazione verticale nel settore dell’auto elettrica non è una novità di questi giorni. Nei mesi scorsi, General Motors ha investito in una compagnia per l’estrazione del litio, Ford ha acquisito una miniera di nichel in Indonesia e la stessa Stellantis di John Elkann ha investito 150 milioni di euro in una miniera di rame in Argentina. Il Sudamerica, continente nel quale le radici di ciò che resta dell’ex gruppo Fiat sono antiche, è evidentemente terreno più congeniale a Stellantis, che ora infatti fa il bis con il Brasile.
L’allargamento ad una attività così radicalmente diversa da quella di costruttore di automobili è comunque un tratto nuovo, per l’industria automobilistica. Di solito, un’integrazione verticale a monte o a valle nella catena del valore è un passo successivo alla creazione di un mercato, che avviene quando questo è maturo e gli operatori manifestano la necessità, per crescere o per rispondere alla concorrenza, di espandersi nei segmenti contigui. È una dinamica tipica nei settori consolidati. In questo caso, invece, siamo di fronte a un mercato in fasce (quello dell’auto elettrica) nel quale però già ora i costruttori sentono la necessità di risalire nella catena dei fornitori fino ad arrivare all’estrazione delle materie prime. Volendo fare un paragone con il vecchio settore automobilistico, è come se la Fiat nel 1920 avesse acquisito una miniera di ferro.
Oggi però si è in una situazione del tutto differente. Il gigantesco business dell’auto elettrica ha una fame esagerata di questi metalli, i cui nuovi utilizzi, soprattutto da parte dell’industria automobilistica, ne amplificano la domanda e ne fanno salire il prezzo: per ogni batteria occorrono quasi 100 chilogrammi tra rame e nichel. In quest’ottica, l’integrazione a monte significa per Volkswagen e Stellantis una minore dipendenza dall’import dalla Cina e una riduzione del rischio prezzo nel lungo periodo. Industrialmente è un’operazione assai sensata, soprattutto se si considera che l’offerta mondiale di metalli è limitata e non potrà crescere allo stesso ritmo cui crescerà la domanda.
La disponibilità diretta delle materie prime necessarie alla transizione è quindi oggi un fattore critico di successo per il business delle case automobilistiche e in generale per l’intero business del Green deal. Casualmente, proprio ieri sono arrivate le dichiarazioni del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che su estrazione e lavorazione delle materie prime critiche in Europa ha detto: «Io penso che entro la fine dell’anno tutto il quadro sarà chiaro: la normativa europea, quella italiana e le potenzialità del nostro territorio. L’Unione Europea ha definito 34 materie prime critiche». L’Italia ha sul suo territorio, secondo il ministro, «16 di queste 34 materie prime critiche indicate», che «si trovano in miniere che sono state chiuse 30 anni fa. Occorre investire e riattivare queste potenzialità, riaprendo le miniere».
Il lampante paradosso del Green deal, che per non emettere anidride carbonica impone di aprire le miniere, è qualcosa di cui su La Verità abbiamo parlato moltissime volte. È davvero difficile trovare un’attività umana tanto devastante per l’ambiente quanto lo sfruttamento di una miniera. Ma chissà, forse un giorno certi quotidiani, dopo le prime pagine sul caldo killer e sull’urgenza indifferibile della transizione ecologica, ci spiegheranno con paginoni molto colorati quanto siano cool e come facciano bene, a noi e all’ambiente, le miniere.
I falchi della Bce spingono altri rialzi. Visco: tassi stabili entro fine 2023
A giugno i falchi avevano provato ad alzare ancora di più l’asticella sui tassi. È quanto emerge dalle minute della riunione della Bce del 14-15 giugno a Francoforte diffuse ieri: c’è stato «un consenso molto ampio» che ha sostenuto l’aumento dei tassi di 25 punti base proposto dal capoeconomista Philip Lane ma «inizialmente è stata anche espressa una preferenza per l’aumento dei tassi di interesse di riferimento di 50 punti base in considerazione del rischio che l’inflazione elevata diventi più persistente. È stato posto l’accento sull’importanza di attenersi a un approccio dipendente dai dati, riunione per riunione, in un ambiente incerto, in particolare poiché i tassi si stavano avvicinando a un possibile livello di picco», viene aggiunto nei verbali. Dove si legge che i membri del Consiglio hanno osservato che, «mentre il Consiglio direttivo potrebbe aver bisogno di continuare con ulteriori misure sui tassi di interesse, dovrebbe anche essere pronto a interrompere l’aumento dei tassi se richiesto dai dati e dall’analisi». Intanto, però, «si ritiene che il Consiglio direttivo possa prendere in considerazione un aumento dei tassi di interesse oltre il mese di luglio, se necessario».
Insomma, un altro rialzo dei tassi di interesse di 25 punti base alla prossima riunione della Bce, che si terrà tra due settimane, sembra ormai cosa fatta ma la discussione su quanto la squadra guidata da Christine Lagarde debba spingersi oltre sta diventando più accesa.
Nel frattempo, gli effetti della stretta monetaria si fanno comunque sentire sui pagamenti dei mutui. Nei primi tre mesi di quest’anno l’incidenza del flusso di prestiti che presentano ritardi nei pagamenti, anche se non ancora tali da richiedere una classificazione come deteriorati, è infatti raddoppiata, all’1,6% del complesso dei finanziamenti in bonis in ragione d’anno. Secondo il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, entro la fine dell’anno i tassi di interesse dovrebbero stabilizzarsi. L’impennata sta mettendo alla prova chi ha contratto un mutuo a tasso variabile, ma non c’è un problema sistemico e chi ha più difficoltà sarà aiutato. Le banche però devono continuare a essere prudenti, soprattutto sulla distribuzione dei dividendi. Questo il succo del suo intervento a SkyTg24. Visco ha precisato che «è giusto mantenere un orientamento restrittivo come quello attuale», ma per vedere gli effetti «ci vuole pazienza»: la leva della politica monetaria agisce con un ritardo temporale di un anno e mezzo-due anni. Parlando dell’impatto dell’aumento dei tassi sui mutui, il numero uno di palazzo Koch ha sottolineato che «solo un terzo è a tasso variabile».
Sempre ieri si è tenuto l’Eurogruppo (oggi a Bruxelles si riunirà il consiglio dell’Ecofin), l’organo informale che riunisce i ministri dell’Economia e delle Finanze dei diciannove paesi della zona euro: «Nel periodo 2020-2022 l’orientamento di bilancio nella zona euro è stato espansivo per affrontare gli choc esterni e proteggere le persone vulnerabili nelle nostre società. Allo stesso tempo, queste politiche hanno gravato ulteriormente sulle finanze pubbliche. Sebbene il risanamento sia già iniziato, sarà necessario affrontare l’effetto dell’inflazione persistente e degli oneri finanziari più elevati per ridurre nel tempo il rapporto tra disavanzo e debito», afferma il documento approvato dai ministri sull’orientamento di bilancio della zona euro per il 2024. Alla luce di questo, «è giustificata una strategia di risanamento di bilancio determinato, graduale e realistico». In assenza di nuovi choc sui prezzi dell’energia nella zona euro, viene aggiunto, «ci impegneremo a ridurre le misure di sostegno energetico, utilizzando i relativi risparmi per ridurre i disavanzi pubblici, il prima possibile nel 2023 e nel 2024».
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Accordo tra Stellantis e i tedeschi a caccia di rame e nichel per le auto. Adolfo Urso annuncia: verranno riaperti gli scavi in Italia.Tassi Bce: si va verso un altro aumento a breve. Ignazio Visco: aiuti a chi è in difficoltà con i mutui variabili.Lo speciale contiene due articoli.La rivoluzione nel settore automobilistico è partita e non si fermerà. Volkswagen e Stellantis hanno deciso di unire le forze e di costituire un’alleanza nientemeno che nel settore minerario. Con un accordo del valore complessivo di un miliardo di dollari, in via di finalizzazione, le due case automobilistiche europee hanno deciso di entrare a far parte di una società che si occuperà dell’estrazione di rame e nichel. Si tratta di due metalli importantissimi per lo sviluppo dell’auto elettrica, componenti fondamentali delle pesanti batterie che sono a bordo di ogni veicolo. Si tratterebbe di un impegno di 100 milioni di dollari ciascuna per acquisire due miniere in Brasile, già attive. La guida della società sarebbe affidata ad un importante ex manager del settore minerario.Le due aziende sono state accostate in questo affare da Acg Acquisition Company, una special purpose acquisition company (Spac) con sede a Londra, il cui comunicato stampa ha reso noti protagonisti e dettagli del gigantesco affare concluso un mese fa. Volkswagen partecipa con la propria controllata che si occupa espressamente di batterie, PowerCo, il cui versamento di 100 milioni di dollari è in realtà un prepagamento per il nickel che verrà estratto. Anche il colosso del settore minerario Glencore è interessato all’iniziativa e, oltre ad altri 100 milioni, conferirebbe l’utilizzo di alcuni stabilimenti per la lavorazione dei minerali in Europa e in Nord America. Ciò consentirebbe alla costituenda società di godere anche dei benefìci dell’Inflation reduction act, ovvero la ricca messe di sussidi americani al settore green inaugurati dall’amministrazione Biden lo scorso anno.Questo tipo di integrazione verticale nel settore dell’auto elettrica non è una novità di questi giorni. Nei mesi scorsi, General Motors ha investito in una compagnia per l’estrazione del litio, Ford ha acquisito una miniera di nichel in Indonesia e la stessa Stellantis di John Elkann ha investito 150 milioni di euro in una miniera di rame in Argentina. Il Sudamerica, continente nel quale le radici di ciò che resta dell’ex gruppo Fiat sono antiche, è evidentemente terreno più congeniale a Stellantis, che ora infatti fa il bis con il Brasile.L’allargamento ad una attività così radicalmente diversa da quella di costruttore di automobili è comunque un tratto nuovo, per l’industria automobilistica. Di solito, un’integrazione verticale a monte o a valle nella catena del valore è un passo successivo alla creazione di un mercato, che avviene quando questo è maturo e gli operatori manifestano la necessità, per crescere o per rispondere alla concorrenza, di espandersi nei segmenti contigui. È una dinamica tipica nei settori consolidati. In questo caso, invece, siamo di fronte a un mercato in fasce (quello dell’auto elettrica) nel quale però già ora i costruttori sentono la necessità di risalire nella catena dei fornitori fino ad arrivare all’estrazione delle materie prime. Volendo fare un paragone con il vecchio settore automobilistico, è come se la Fiat nel 1920 avesse acquisito una miniera di ferro. Oggi però si è in una situazione del tutto differente. Il gigantesco business dell’auto elettrica ha una fame esagerata di questi metalli, i cui nuovi utilizzi, soprattutto da parte dell’industria automobilistica, ne amplificano la domanda e ne fanno salire il prezzo: per ogni batteria occorrono quasi 100 chilogrammi tra rame e nichel. In quest’ottica, l’integrazione a monte significa per Volkswagen e Stellantis una minore dipendenza dall’import dalla Cina e una riduzione del rischio prezzo nel lungo periodo. Industrialmente è un’operazione assai sensata, soprattutto se si considera che l’offerta mondiale di metalli è limitata e non potrà crescere allo stesso ritmo cui crescerà la domanda. La disponibilità diretta delle materie prime necessarie alla transizione è quindi oggi un fattore critico di successo per il business delle case automobilistiche e in generale per l’intero business del Green deal. Casualmente, proprio ieri sono arrivate le dichiarazioni del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che su estrazione e lavorazione delle materie prime critiche in Europa ha detto: «Io penso che entro la fine dell’anno tutto il quadro sarà chiaro: la normativa europea, quella italiana e le potenzialità del nostro territorio. L’Unione Europea ha definito 34 materie prime critiche». L’Italia ha sul suo territorio, secondo il ministro, «16 di queste 34 materie prime critiche indicate», che «si trovano in miniere che sono state chiuse 30 anni fa. Occorre investire e riattivare queste potenzialità, riaprendo le miniere». Il lampante paradosso del Green deal, che per non emettere anidride carbonica impone di aprire le miniere, è qualcosa di cui su La Verità abbiamo parlato moltissime volte. È davvero difficile trovare un’attività umana tanto devastante per l’ambiente quanto lo sfruttamento di una miniera. Ma chissà, forse un giorno certi quotidiani, dopo le prime pagine sul caldo killer e sull’urgenza indifferibile della transizione ecologica, ci spiegheranno con paginoni molto colorati quanto siano cool e come facciano bene, a noi e all’ambiente, le miniere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/elkann-inpatto-con-volkswagen-elettrico-2662275834.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-falchi-della-bce-spingono-altri-rialzi-visco-tassi-stabili-entro-fine-2023" data-post-id="2662275834" data-published-at="1689274052" data-use-pagination="False"> I falchi della Bce spingono altri rialzi. Visco: tassi stabili entro fine 2023 A giugno i falchi avevano provato ad alzare ancora di più l’asticella sui tassi. È quanto emerge dalle minute della riunione della Bce del 14-15 giugno a Francoforte diffuse ieri: c’è stato «un consenso molto ampio» che ha sostenuto l’aumento dei tassi di 25 punti base proposto dal capoeconomista Philip Lane ma «inizialmente è stata anche espressa una preferenza per l’aumento dei tassi di interesse di riferimento di 50 punti base in considerazione del rischio che l’inflazione elevata diventi più persistente. È stato posto l’accento sull’importanza di attenersi a un approccio dipendente dai dati, riunione per riunione, in un ambiente incerto, in particolare poiché i tassi si stavano avvicinando a un possibile livello di picco», viene aggiunto nei verbali. Dove si legge che i membri del Consiglio hanno osservato che, «mentre il Consiglio direttivo potrebbe aver bisogno di continuare con ulteriori misure sui tassi di interesse, dovrebbe anche essere pronto a interrompere l’aumento dei tassi se richiesto dai dati e dall’analisi». Intanto, però, «si ritiene che il Consiglio direttivo possa prendere in considerazione un aumento dei tassi di interesse oltre il mese di luglio, se necessario». Insomma, un altro rialzo dei tassi di interesse di 25 punti base alla prossima riunione della Bce, che si terrà tra due settimane, sembra ormai cosa fatta ma la discussione su quanto la squadra guidata da Christine Lagarde debba spingersi oltre sta diventando più accesa. Nel frattempo, gli effetti della stretta monetaria si fanno comunque sentire sui pagamenti dei mutui. Nei primi tre mesi di quest’anno l’incidenza del flusso di prestiti che presentano ritardi nei pagamenti, anche se non ancora tali da richiedere una classificazione come deteriorati, è infatti raddoppiata, all’1,6% del complesso dei finanziamenti in bonis in ragione d’anno. Secondo il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, entro la fine dell’anno i tassi di interesse dovrebbero stabilizzarsi. L’impennata sta mettendo alla prova chi ha contratto un mutuo a tasso variabile, ma non c’è un problema sistemico e chi ha più difficoltà sarà aiutato. Le banche però devono continuare a essere prudenti, soprattutto sulla distribuzione dei dividendi. Questo il succo del suo intervento a SkyTg24. Visco ha precisato che «è giusto mantenere un orientamento restrittivo come quello attuale», ma per vedere gli effetti «ci vuole pazienza»: la leva della politica monetaria agisce con un ritardo temporale di un anno e mezzo-due anni. Parlando dell’impatto dell’aumento dei tassi sui mutui, il numero uno di palazzo Koch ha sottolineato che «solo un terzo è a tasso variabile». Sempre ieri si è tenuto l’Eurogruppo (oggi a Bruxelles si riunirà il consiglio dell’Ecofin), l’organo informale che riunisce i ministri dell’Economia e delle Finanze dei diciannove paesi della zona euro: «Nel periodo 2020-2022 l’orientamento di bilancio nella zona euro è stato espansivo per affrontare gli choc esterni e proteggere le persone vulnerabili nelle nostre società. Allo stesso tempo, queste politiche hanno gravato ulteriormente sulle finanze pubbliche. Sebbene il risanamento sia già iniziato, sarà necessario affrontare l’effetto dell’inflazione persistente e degli oneri finanziari più elevati per ridurre nel tempo il rapporto tra disavanzo e debito», afferma il documento approvato dai ministri sull’orientamento di bilancio della zona euro per il 2024. Alla luce di questo, «è giustificata una strategia di risanamento di bilancio determinato, graduale e realistico». In assenza di nuovi choc sui prezzi dell’energia nella zona euro, viene aggiunto, «ci impegneremo a ridurre le misure di sostegno energetico, utilizzando i relativi risparmi per ridurre i disavanzi pubblici, il prima possibile nel 2023 e nel 2024».
Una veduta di una parte del giacimento di gas di South Pars ad Assalooyeh, sulla costa iraniana del Golfo Persico (Getty Images)
Con l’attacco agli impianti di gas di South Pars, nel sud della Repubblica islamica, il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti sta salendo di livello. E la risposta di Teheran non si è fatta attendere. Sul piano operativo, l’Iran ha lanciato una nuova offensiva contro Israele. Missili balistici hanno raggiunto il centro del Paese, provocando due morti a Tel Aviv e feriti tra Ramat Gan e Petah Tikva. Diversi i danni materiali, con abitazioni colpite, una stazione distrutta e detriti che hanno raggiunto anche l’area dell’aeroporto Ben Gurion, dove tre velivoli privati sono stati danneggiati. In contemporanea, le sirene d’allarme sono risuonate in Galilea, sulle Alture del Golan e a Eilat, mentre attacchi con droni attribuiti a Hezbollah si sono sovrapposti ai lanci balistici iraniani. Un missile è stato inoltre intercettato nell’area di Al-Kharj, nella regione di Riad.
I pasdaran hanno rivendicato l’operazione parlando di oltre cento obiettivi colpiti nel territorio israeliano, nell’ambito della «sessantunesima ondata» dall’inizio dell’operazione «True Promise 4». Stando al corpo d’élite iraniano, i missili avrebbero penetrato il sistema israeliano di difesa aerea, colpendo obiettivi militari «nel cuore dei territori occupati». L’azione è stata esplicitamente collegata alla volontà di vendicare la morte di Ali Larijani, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ucciso in un raid di Israele. Sulla sua morte si è espresso ieri Mojtaba Khamenei, che ha promesso vendetta: «Ogni sangue ha un prezzo, che i criminali assassini dovranno presto pagare». Ma non c’è solo Israele nel mirino: le Guardie rivoluzionarie hanno indicato come «obiettivi legittimi» una serie di infrastrutture energetiche in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati, invitando esplicitamente civili e lavoratori ad allontanarsi da raffinerie e complessi petrolchimici. Tra i siti citati figurano la raffineria Samref e il polo industriale di al-Jubail in Arabia Saudita, il giacimento di gas di al-Hosn negli Emirati e i complessi di Mesaieed e Ras Laffan in Qatar. Proprio in Qatar ieri un incendio è divampato nel principale impianto di gas sulla costa settentrionale, dopo un attacco iraniano. L’Arabia Saudita ha distrutto invece in serata un drone diretto verso un impianto a gas nell’Est del Paese. In parallelo, la marina dei pasdaran ha avvertito che anche le infrastrutture energetiche statunitensi rientrano tra i possibili bersagli.
La partita non si gioca solo sul piano militare. Lo ha sottolineato con forza il governatore di Asaluyeh, Eskandar Pasalar, che ha parlato apertamente di una «guerra economica su larga scala», sostenendo che la sicurezza energetica della regione ha ormai raggiunto «il punto zero» e definendo l’attacco a South Pars un «suicidio politico» da parte di Stati Uniti e Israele. Sulla stessa linea anche il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha parlato di «nuovo livello di confronto», evocando la «legge del taglione» e definendo l’attacco alle infrastrutture un atto destinato a ritorcersi contro i suoi autori. Sempre ieri, l’Iran ha anche eseguito la condanna a morte di un cittadino con doppia nazionalità svedese-iraniana, accusato di spionaggio a favore di Israele. Stoccolma ha reagito con una dura protesta, convocando l’ambasciatore iraniano. Un episodio che, pur avulso dall’ambito militare, testimonia un atteggiamento sempre più duro da parte della Repubblica islamica, sia all’esterno sia sul fronte interno. E in effetti, gli appelli americani alla dissidenza non sembrano sortire risultati apprezzabili: ieri, in piena crisi bellica, i cittadini di Teheran sono scesi in piazza, dove hanno dato alle fiamme i fantocci di Trump e Netanyahu. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha anzi ribaltato la narrativa americana, condividendo su X il messaggio di dimissioni del funzionario statunitense Joe Kent: «Questa guerra», ha scritto Baghaei, «non è la guerra del popolo americano; prendere le distanze da questa guerra illegale è il minimo che ogni cittadino o funzionario americano con una coscienza limpida può e dovrebbe fare». Come sul piano comunicativo, anche sul piano militare - nonostante i colpi subiti - Teheran non appare del resto priva di risorse. Le stime più recenti e accreditate indicano che prima del conflitto l’Iran disponeva del più ampio arsenale missilistico del Medio Oriente, con una dotazione compresa tra i 2.500 e i 3.000 vettori. Alcune valutazioni arrivano fino a 6.000, secondo analisi citate da Reuters. Una parte significativa è già stata utilizzata o distrutta, e la capacità di lancio è stata ridotta dai raid israelo-americani. Ma, sempre secondo fonti occidentali riportate da Reuters, il Paese conserverebbe ancora una quota rilevante delle proprie scorte. In altre parole, l’Iran è ancora in grado di combattere.
Eliminato il super 007 degli iraniani. Blitz Usa-Israele su un impianto di gas
Contro il regime iraniano, Israele ha alzato l’asticella: oltre a continuare a spazzare via i vertici, ha attaccato per la prima volta il più grande giacimento di gas del Paese, aprendo a una fase di ripercussioni ancora più critica. Innanzitutto, Teheran deve fare i conti con la perdita del ministro dell’Intelligence iraniano, Esmail Khatib. A confermare ufficialmente la sua uccisione è stato il ministro della Difesa di Israele, Israel Katz. Che ha pure annunciato: «Nel corso della giornata (ieri, ndr) sono previste importanti sorprese su tutti i fronti, che intensificheranno la guerra che stiamo conducendo contro l’Iran e Hezbollah». Le Idf hanno svelato che Khatib è stato eliminato nella notte tra martedì e mercoledì a Teheran in «un attacco mirato» condotto «dall’aviazione israeliana». Khatib aveva assunto l’incarico nel 2021: nominato da Ali Khamenei, è stato quindi a capo del dicastero sia durante la presidenza di Ebrahim Raisi sia in quella di Masoud Pezeshkian. In Iran, come riferisce una nota delle forze di difesa israeliane, il ministero dell’Intelligence «costituisce uno dei principali meccanismi di repressione e terrorismo del regime. Possiede capacità di intelligence avanzate e funge da braccio centrale nella supervisione, nello spionaggio e nell’esecuzione di operazioni segrete in tutto il mondo». Tra l’altro il ministro è stato tra i protagonisti delle recenti repressioni contro le proteste interne e allo stesso modo «ha agito contro i cittadini iraniani nel contesto delle proteste per l’hijab» nel 2022.
Ma le operazioni contro i vertici iraniani proseguiranno. Visto che «in Iran sono tutti nel mirino», Katz e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, hanno autorizzato l’esercito a «eliminare qualsiasi alto funzionario iraniano senza che sia necessaria un’ulteriore approvazione». Tra l’altro, le Idf hanno reso noto che a Beirut è stato ucciso il comandante della divisione Imam Hussein, Hassan Ali Marwan. Il terrorista, insediatosi solo sei giorni prima, «in precedenza ricopriva il ruolo di capo delle operazioni della divisione ed era responsabile del collegamento tra quest’ultima e gli alti ufficiali militari di Hezbollah e della Forza Quds».
Riguardo ai raid di Israele contro la leadership iraniana, c’è da dire che non hanno smantellato il regime. A confermarlo, durante un’audizione al Senato statunitense, è stata la direttrice dell’Intelligence nazionale Usa, Tulsi Gabbard: «Il governo di Teheran è intatto» seppur «ampiamente indebolito a causa degli attacchi alla sua leadership e alla sua capacità militare».
Ciononostante, le «sorprese» preannunciate da Katz non sono tardate ad arrivare, con Israele che ha colpito un impianto di gas iraniano nel Sud del Paese, innescando un pericoloso effetto domino sul mercato energetico globale con la rappresaglia del regime che è già iniziata. Il primo a confermare l’attacco è stato il vicegovernatore della provincia meridionale di Bushehr alla tv di Stato iraniana: «Pochi istanti fa, alcune parti degli impianti di gas» della raffineria strategica di South Pars, situata nella città di Kangan, «sono state colpite da proiettili del nemico americano-sionista». Stando a quanto riferito dall’agenzia di stampa iraniana Fars, sono stati bersagliati i serbatoi di gas e parti di una raffineria. Altri funzionari iraniani hanno parlato di quattro sezioni degli impianti petrolchimici di South Pars colpiti. In merito ai danni, il governatore di Asaluyeh, centro iraniano per il gas e la petrolchimica, alimentato dal giacimento di South Pars, ha comunicato che «non è stata segnalata alcuna perdita di sostanze tossiche dopo l’attacco». Si tratta della prima volta, dall’inizio dell’operazione Furia epica, di un attacco contro gli impianti iraniani di gas, di vitale importanza per l’economia del Paese. South Pars, che fa parte del più grande giacimento di gas naturale al mondo, è infatti fondamentale per la produzione di energia elettrica dell’Iran. Stando a quanto riferito dal Financial Times, le sue infrastrutture forniscono oltre due terzi del gas consumato nel Paese. E non è escluso che l’iniziativa di Israele abbia ricevuto l’appoggio del presidente americano, Donald Trump. A confermare ad Axios il via libera degli Stati Uniti sono state alcune fonti israeliane. Poco dopo, un funzionario statunitense ha però smentito alla Cnn il coinvolgimento di Washington. A reagire duramente contro l’attacco è stata Doha, anche perché il giacimento finito nel mirino è condiviso con il Qatar attraverso il Golfo. Il portavoce del ministro degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha dichiarato: «Il fatto che Israele prenda di mira le infrastrutture legate al giacimento di gas iraniano di South Pars, che rappresenta un’estensione del giacimento di North Field del Qatar, è un passo pericoloso e irresponsabile». Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno criticato il raid, sostenendo che «colpire le infrastrutture energetiche rappresenta una minaccia diretta per la sicurezza energetica globale, nonché per la sicurezza e la stabilità della regione». Sulla stessa linea l’Oman: «L’attacco israeliano è una pericolosa escalation, una minaccia diretta alla sicurezza e alle forniture energetiche della regione».
Per il dialogo serve la rivolta interna
La guerra in Iran sta seguendo una direttrice strategica precisa: colpire i vertici del potere per disarticolare l’intero sistema. Non si tratta più soltanto di neutralizzare infrastrutture militari, ma di smontare progressivamente la catena di comando attraverso eliminazioni mirate. Dopo la morte di Ali Larijani, un nuovo raid ha colpito anche Esmail Khatib, capo dell’intelligence dal 2021 e figura centrale nella gestione della sicurezza interna e nella repressione delle proteste. L’ipotesi operativa di Israele è che la pressione aerea stia producendo effetti concreti sul funzionamento dello Stato iraniano. I centri decisionali sono costretti a spostarsi continuamente, alla ricerca di luoghi ritenuti sicuri, mentre jet e droni mantengono una presenza costante nei cieli. In alcuni casi, le attività operative vengono trasferite in strutture civili, scuole o impianti sportivi, segno di una crescente difficoltà logistica anche considerato che tutte le comunicazioni sono intercettate. A questo si aggiungono segnali di cedimento interno, con defezioni tra esercito e forze di polizia che indicano una prima erosione della coesione.
Misurare però l’efficacia reale della campagna resta complesso. Teheran ha imposto un rigido controllo dell’informazione: accesso limitato alla rete, censura sistematica e arresti per chi diffonde immagini dei danni. La guerra si gioca così, anche sul piano della percezione, in un contesto opaco dove è difficile distinguere tra realtà e narrazione. All’origine del conflitto vi è una rottura diplomatica maturata nei negoziati di Ginevra. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha rivendicato il diritto dell’Iran a proseguire l’arricchimento dell’uranio, scontrandosi con la posizione statunitense. Il confronto è rapidamente degenerato. L’assenza di segnali distensivi ha offerto alla Casa Bianca il contesto per autorizzare un’operazione militare già pianificata da tempo con Israele.
La strategia israelo-americana appare orientata a svuotare progressivamente il sistema di potere iraniano, eliminando i suoi principali protagonisti fino a renderlo incapace di funzionare. Ma questa impostazione si scontra con la natura stessa della Repubblica islamica, che in oltre 40 anni ha costruito una struttura complessa, resiliente e profondamente radicata. Pensare di provocarne il collasso esclusivamente con la forza militare rischia di essere una valutazione incompleta. Il nodo centrale resta l’assenza di un’opposizione interna in grado di raccogliere il vuoto di potere. Senza una mobilitazione popolare organizzata e armata, la pressione esterna difficilmente può tradursi in un cambio di regime. Alcuni segnali si sono intravisti, come gli attacchi dei Mojahedin del Popolo contro installazioni dei pasdaran a Teheran prima dell’inizio del conflitto, con un numero elevato di vittime, e le ipotesi di un coinvolgimento curdo, che Washington ha lasciato intendere di voler valutare. Poi più nulla. Nonostante l’intensità degli attacchi, il sistema iraniano non è collassato. Secondo la direttrice dell’intelligence nazionale statunitense Tulsi Gabbard, il governo resta in piedi, pur essendo stato fortemente degradato. Se la leadership dovesse sopravvivere, Teheran potrebbe ricostruire rapidamente le proprie capacità militari, in particolare nel settore dei droni e dei missili. Proprio sul dossier nucleare emerge una contraddizione significativa. Nella relazione scritta presentata al Senato, Gabbard aveva affermato che dopo i bombardamenti del giugno 2025 contro le infrastrutture nucleari iraniane non era stato compiuto «alcuno sforzo» per ricostruire le capacità di arricchimento dell’uranio. Una valutazione che metteva in discussione una delle principali giustificazioni utilizzate dall’amministrazione Trump per lanciare l’offensiva. Durante l’audizione orale, però, la stessa Gabbard ha corretto il tiro, sostenendo che Teheran starebbe «cercando di riprendersi» dai danni subiti. Il senatore democratico Mark Warner ha contestato apertamente questa discrepanza, accusandola di aver omesso gli elementi in contrasto con la linea della Casa Bianca. Resta inoltre aperto il nodo del materiale nucleare che si ritiene ancora nascosto nell’area di Isfahan. Un’eventuale operazione per sequestrarlo o distruggerlo comporterebbe rischi elevatissimi, legati sia all’incertezza sulla localizzazione sia alla possibilità di dispersione di sostanze radioattive o reazioni incontrollate.
Sul piano politico interno, il quadro appare molto incerto e frammentato. Della nuova guida suprema Mojtaba Khamenei, indicato come successore del padre, si sono perse le tracce nelle prime fasi del conflitto. Il presidente Masoud Pezeshkian, considerato più aperto al dialogo, appare marginale e privo di reale potere decisionale. A dominare restano le figure della linea dura, come il capo della magistratura Mohseni-Ejei e il vertice dei pasdaran Ahmad Vahidi, mentre altri attori chiave come Alireza Arafi e Mohammad Bagher Ghalibaf continuano a muoversi in un equilibrio ancora fluido.
Di fatto mantengono ancora un ruolo centrale nella gestione politica e finanziaria della risposta bellica, senza essere finora stati colpiti, segno di una possibile valutazione strategica su equilibri ancora in evoluzione. Il quadro complessivo evidenzia una contraddizione strutturale: la strategia della decapitazione sta producendo risultati sul piano militare, ma non si traduce in un esito politico. Senza una leadership alternativa e senza una dinamica interna capace di accompagnare la pressione esterna, il rischio è quello di un conflitto lungo e logorante. L’Iran è stato colpito duramente, ma non è crollato, e continua a dimostrare una capacità di adattamento che rende incerto qualsiasi sviluppo futuro.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Il provvedimento è tutt’altro che un «pannicello caldo»: il taglio delle accise è una misura che già da questa mattina si tradurrà in un corposo risparmio per automobilisti e autotrasportatori che faranno rifornimento alla pompa di benzina, vedendo finalmente sparire il famigerato numero 2 dalle tabelle dei distributori: il diesel scenderà sotto i 2 euro al litro. Una misura che vale per tutti, mentre una delle ipotesi circolate nei giorni scorsi, quella di un bonus per le sole famiglie con un Isee basso, avrebbe escluso dal beneficio milioni e milioni di italiani. Ieri mattina, a Palazzo Chigi, si è svolta una riunione alla quale hanno partecipato il premier Giorgia Meloni, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, con al centro il dossier carburanti, al quale il governo ha lavorato incessantemente in questi giorni, per cercare il modo migliore per fronteggiare l’aumento dei prezzi dopo la crisi in Medio Oriente per la guerra in Iran. Nel primo pomeriggio poi, è stato il vicepremier Matteo Salvini a riunire in Prefettura, a Milano, le compagnie petrolifere. Curiosità: il tavolo avrebbe dovuto in teoria convocarlo, per competenza, il ministro delle Imprese Adolfo Urso, ma è sceso in campo direttamente il vicepremier. Del resto, pochi giorni fa, Urso aveva dichiarato di considerare inefficace il taglio delle accise, criticando i benefici del provvedimento preso nel marzo 2022 dal governo allora guidato da Mario Draghi. Troppo importante fare presto e bene: il malcontento per l’aumento dei prezzi dovuto alla guerra si stava saldando con la campagna elettorale del No al referendum, giunta agli sgoccioli. «Occhio ai rincari», ha scritto domenica scorsa il nostro direttore Maurizio Belpietro, «il portafogli spinge il No. Prima del voto è necessario calmare le acque. Il governo non può porre fine a bombardamenti che non ha scatenato, ma può almeno limitare gli effetti dei rincari di benzina e gasolio. Alle urne non si fa il pieno di carburante, ma disinnescare questa preoccupazione può aiutare a fare il pieno di Sì». Una riflessione che evidentemente ha fatto breccia anche a Palazzo Chigi, convincendo il governo che fosse necessario un provvedimento forte per togliere ai sostenitori del No un’arma impropria, assolutamente strumentale ma potenzialmente efficace.
«Siamo intervenuti in consiglio dei ministri», dice il premier Giorgia Meloni al Tg1, al termine del cdm, «con un decreto che riguarda il prezzo del carburante, la priorità in questo momento. Siamo intervenuti con tre misure: tagliamo di 25 centesimi al litro, introduciamo il credito d’imposta per gli autotrasportatori, perché non vogliamo che l’aumento del prezzo si trasferisca sui prezzi di consumo, e diamo vita al meccanismo antispeculazione che, di fatto, lega il prezzo del carburante all’andamento reale del prezzo del petrolio, introducendo delle sanzioni per chi dovesse discostarsi. Quindi combattiamo la speculazione», aggiunge la Meloni, «e intanto abbassiamo immediatamente il prezzo».
«Con il taglio delle accise deciso dal governo», esulta Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori, «considerando i prezzi medi resi noti oggi dal Mimit, il gasolio in modalità self service in autostrada, nell’ipotesi di prezzi industriali costanti, scenderà a 1,864 euro, con un risparmio per un pieno di 50 litri pari a 15,25 euro; la benzina diminuirà a 1,645 euro con una minor spesa a rifornimento sempre pari a 15,25 euro, mentre nella rete stradale nazionale il gasolio calerà a 1,798 euro e la benzina a 1,562 euro. Il fatto che l'intervento duri solo 20 giorni, non è un problema. Anche il decreto di Draghi durava inizialmente solo 30 giorni e poi veniva prorogato di mese in mese, sia per poter trovare nel frattempo le coperture, sia perché, se la guerra finisce i prezzi scendono, anche se più lentamente, quindi l'abbassamento può essere modulato».
Il cdm di ieri ha inoltre deciso un credito d’imposta del 20% per l’acquisto dei carburanti per il settore ittico, per un valore di 10 milioni di euro. «Il governo», commenta il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, «dà un sostegno concreto al settore ittico italiano, con il credito di imposta del 20% per l’acquisto dei carburanti. A partire da domani le nostre marinerie, i nostri pescatori, potranno attutire i rincari del costo del carburante necessario a far lavorare le imbarcazioni. È una misura che ha un impatto sia sulle nostre imprese ittiche che sui cittadini che potranno continuare a scegliere cibo di qualità senza ulteriori aumenti derivanti dall’aumento dei costi di produzione sopportati dai pescatori».
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