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2021-11-22
Tutti i rischi che incombono sulle elezioni libiche
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Manifestazione a Tripoli contro la candidatura di Saif Gheddafi, figlio del Raìs (Getty Images)
Sul piano internazionale, va innanzitutto rilevato che la Turchia ha di fatto respinto la richiesta, avanzata dal presidente francese Emmanuel Macron nell'ambito della recente conferenza tenutasi a Parigi, di ritirare le proprie forze militari dal Paese nordafricano. "Se si individua il ritiro delle forze straniere dalla Libia come il più importante, come il problema principale, riteniamo che sia sbagliato", ha dichiarato Ibrahim Kalin, principale consigliere per la politica estera del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. "La Libia ha bisogno di sostegno per il suo processo politico, le elezioni, le questioni economiche", ha aggiunto. "La nostra presenza militare è per aiutare l'esercito libico ad addestrarsi", ha proseguito, "Siamo lì come forza di stabilità e aiuto al popolo libico. E la nostra priorità per quanto riguarda la sicurezza è aiutare i libici a mettere in piedi il loro esercito nazionale libico unito". Del resto, che Ankara non avesse dato troppo peso alla conferenza parigina era risultato subito chiaro dal fatto che, anziché partecipare di persona, Erdogan avesse inviato soltanto il proprio viceministro degli Esteri. Il Sultano non aveva tra l'altro digerito l'invito della Grecia al summit, senza poi dimenticare gli antichi screzi avuti in passato con lo stesso Macron su vari dossier (tra cui proprio quello libico).
Un secondo aspetto problematico è invece di natura interna e riguarda le recenti candidature alle elezioni presidenziali libiche, previste per la fine di dicembre. Negli scorsi giorni, sono infatti scesi in campo due (controversi) nomi di peso: il figlio di Muammar Gheddafi, Saif al-Islam, e il generale Khalifa Haftar. Due candidature che hanno già acceso polemiche: come sottolineato da The Libya Observer, il procuratore militare libico ha infatti chiesto all'Alta Commissione elettorale nazionale di bloccare la registrazione di entrambi, a causa delle accuse di crimini che pendono sul loro capo. Inoltre, al di là delle questioni giudiziarie, è chiaro che queste candidature rispecchino delle dinamiche geopolitiche. Il figlio del defunto rais, intrattiene legami con il Regno Unito, mentre – secondo quanto riferito da The Guardian – sarebbe plausibile ritenere che la Turchia si opporrà alla sua eventuale elezione. Un'opinione, questa, tuttavia non condivisa da tutti: a settembre, la testata Al Monitor ha infatti parlato di un tentativo di avvicinamento politico alla famiglia Gheddafi da parte di Ankara.
Come che sia, il nemico giurato di Erdogan resta Haftar: il generale che, acerrimo avversario dei Fratelli Musulmani, ha potuto storicamente contare sull'appoggio di Arabia Saudita, Egitto, Russia e Francia. D'altronde sarà un caso, ma negli ultimi tempi Macron sembra aver notevolmente rinsaldato i propri rapporti con il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi. Tutto questo, mentre Mosca – solitamente restia a lasciarsi troppo coinvolgere nella diplomazia occidentale sulla Libia – ha inviato il potente ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, alla recente conferenza di Parigi. Tra l'altro, Haaretz ha riportato che il figlio di Haftar, Saddam, avrebbe effettuato di recente un viaggio in Israele per ottenere appoggio a favore del padre: quello stesso Saddam che, sempre secondo Haaretz, sarebbe assistito da un'agenzia di Pr con sede in Francia e negli Emirati arabi uniti.
Alla luce di tutto ciò, non è escludibile che l'asse internazionale a favore di Haftar si stia sotterraneamente ricostituendo. Il che spiegherebbe anche l'irritazione della Turchia. Una Turchia che, almeno al momento, vede probabilmente il proprio candidato di riferimento nell'attuale premier ad interim, Abdul Hamid Dbeibah, da sempre considerato vicino ad Ankara e alla Fratellanza musulmana. Da quanto emerge, è chiaro che le divisioni (interne e internazionali) restano significative. E che la strada verso le elezioni di dicembre rischia di rivelarsi molto più accidentata del previsto.
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Non sono segnali troppo positivi quelli che si stanno registrando sul delicato dossier libico. Un problema, questo, che chiama in causa nodi internazionali e interni. Sul piano internazionale, va innanzitutto rilevato che la Turchia ha di fatto respinto la richiesta, avanzata dal presidente francese Emmanuel Macron nell'ambito della recente conferenza tenutasi a Parigi, di ritirare le proprie forze militari dal Paese nordafricano. "Se si individua il ritiro delle forze straniere dalla Libia come il più importante, come il problema principale, riteniamo che sia sbagliato", ha dichiarato Ibrahim Kalin, principale consigliere per la politica estera del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. "La Libia ha bisogno di sostegno per il suo processo politico, le elezioni, le questioni economiche", ha aggiunto. "La nostra presenza militare è per aiutare l'esercito libico ad addestrarsi", ha proseguito, "Siamo lì come forza di stabilità e aiuto al popolo libico. E la nostra priorità per quanto riguarda la sicurezza è aiutare i libici a mettere in piedi il loro esercito nazionale libico unito". Del resto, che Ankara non avesse dato troppo peso alla conferenza parigina era risultato subito chiaro dal fatto che, anziché partecipare di persona, Erdogan avesse inviato soltanto il proprio viceministro degli Esteri. Il Sultano non aveva tra l'altro digerito l'invito della Grecia al summit, senza poi dimenticare gli antichi screzi avuti in passato con lo stesso Macron su vari dossier (tra cui proprio quello libico). Un secondo aspetto problematico è invece di natura interna e riguarda le recenti candidature alle elezioni presidenziali libiche, previste per la fine di dicembre. Negli scorsi giorni, sono infatti scesi in campo due (controversi) nomi di peso: il figlio di Muammar Gheddafi, Saif al-Islam, e il generale Khalifa Haftar. Due candidature che hanno già acceso polemiche: come sottolineato da The Libya Observer, il procuratore militare libico ha infatti chiesto all'Alta Commissione elettorale nazionale di bloccare la registrazione di entrambi, a causa delle accuse di crimini che pendono sul loro capo. Inoltre, al di là delle questioni giudiziarie, è chiaro che queste candidature rispecchino delle dinamiche geopolitiche. Il figlio del defunto rais, intrattiene legami con il Regno Unito, mentre – secondo quanto riferito da The Guardian – sarebbe plausibile ritenere che la Turchia si opporrà alla sua eventuale elezione. Un'opinione, questa, tuttavia non condivisa da tutti: a settembre, la testata Al Monitor ha infatti parlato di un tentativo di avvicinamento politico alla famiglia Gheddafi da parte di Ankara. Come che sia, il nemico giurato di Erdogan resta Haftar: il generale che, acerrimo avversario dei Fratelli Musulmani, ha potuto storicamente contare sull'appoggio di Arabia Saudita, Egitto, Russia e Francia. D'altronde sarà un caso, ma negli ultimi tempi Macron sembra aver notevolmente rinsaldato i propri rapporti con il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi. Tutto questo, mentre Mosca – solitamente restia a lasciarsi troppo coinvolgere nella diplomazia occidentale sulla Libia – ha inviato il potente ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, alla recente conferenza di Parigi. Tra l'altro, Haaretz ha riportato che il figlio di Haftar, Saddam, avrebbe effettuato di recente un viaggio in Israele per ottenere appoggio a favore del padre: quello stesso Saddam che, sempre secondo Haaretz, sarebbe assistito da un'agenzia di Pr con sede in Francia e negli Emirati arabi uniti. Alla luce di tutto ciò, non è escludibile che l'asse internazionale a favore di Haftar si stia sotterraneamente ricostituendo. Il che spiegherebbe anche l'irritazione della Turchia. Una Turchia che, almeno al momento, vede probabilmente il proprio candidato di riferimento nell'attuale premier ad interim, Abdul Hamid Dbeibah, da sempre considerato vicino ad Ankara e alla Fratellanza musulmana. Da quanto emerge, è chiaro che le divisioni (interne e internazionali) restano significative. E che la strada verso le elezioni di dicembre rischia di rivelarsi molto più accidentata del previsto.
Giorgia Meloni (Ansa)
La posizione del governo italiano era nota da tempo, ma ieri la Meloni ha compiuto un passo ufficiale inviando una lettera al presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National escape clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica, senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti», si legge nella missiva. «In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste». Il riferimento è al piano di prestiti Ue per gli investimenti nella Difesa.
Una prima risposta è arrivata in serata da un portavoce della Commissione, Olof Gill: «La posizione della Commissione non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica» e tra queste non c’è la clausola di salvaguardia. Ma la chiusura non è netta: «Osserviamo l’evoluzione della situazione».
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Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
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L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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