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2020-01-25
Echi di Bibbiano pure a Rimini. «Figli strappati alla madre a dispetto di leggi e giudici»
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Forse l'inchiesta «Angeli e demoni» della Procura di Reggio Emilia comincia a fare scuola. Quel che è certo è che nel mirino della magistratura non ci sono più solo gli assistenti sociali di Bibbiano. Duecento chilometri a est della cittadina finita suo malgrado nello scandalo dei presunti allontanamenti illeciti dei bambini, altri magistrati indagano sugli affidi minorili. Accade a Rimini, dove la responsabile dei servizi sociali, Tiziana Valer, e il capo del servizio tutela minori dell'Azienda sanitaria locale, Laura Pulvirenti, sono indagate per «mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice», reato che prevede fino a tre anni di reclusione.
La Procura di Rimini, che ha appena chiuso le indagini preliminari, ritiene che dal dicembre 2015 le due indagate abbiano arbitrariamente interrotto gli incontri tra una madre romena e i due figli che all'epoca avevano quattro e due anni. Così facendo, le responsabili dei servizi sociali avrebbero violato le direttive del Tribunale dei minori di Bologna, che nel maggio 2013 aveva affidato i bambini ai servizi sociali ma «con il compito di regolare secondo opportunità i rapporti con la madre». Secondo il pm Davide Ercolani, le due indagate avrebbero violato anche le norme sull'affidamento dei minori, in particolare la legge 149 del 2001 dove si prevede che nei confronti dei bambini allontanati il servizio sociale debba sempre agevolare «i rapporti con la famiglia di provenienza e il rientro nella stessa secondo le modalità più idonee».
La vicenda inizia nel 2012, quando Simona, la madre romena, arriva a Rimini con un figlio di un anno e incinta del secondo. Sola al mondo, priva di risorse materiali e affettive, la donna viene accolta da una comunità religiosa e presa in carico dai servizi sociali. Tutto va bene fino al settembre 2014, quando la comunità certifica agli assistenti sociali che la donna segue uno stage di lavoro, «è apprezzata per l'impegno e per il comportamento gentile», «è ordinata» e «gestisce in modo efficace il suo tempo» tra figli e i vari impegni. La situazione precipita all'improvviso nell'aprile 2015, quando i servizi decidono di separare madre e figli. Il motivo è una bruciatura. La madre parla di un incidente: il primogenito, che ha quasi quattro anni ed è vivace, l'avrebbe urtata mentre stirava. Le assistenti sociali credono invece alla versione di una maestra, cui il bimbo avrebbe detto che «la mamma gli ha messo il ferro sul ginocchio perché voleva sentire se fosse caldo». Nella relazione delle operatrici, Simona sembra trasformarsi da Dr Jeckyll in Mr Hyde: ha «atteggiamenti ambivalenti», «toni dell'umore imprevedibili», modi «minacciosi e aggressivi» verso i figli. La donna viene allontanata dalla comunità e i bimbi sono consegnati a un'altra famiglia. «L'affidamento», dice Salvatore Di Grazia, avvocato di Simona, «avviene senza nemmeno avvisare la madre, malgrado quanto prescrive la legge».
Tra agosto e dicembre 2015, la donna vede i figli appena tre volte. Alla fine del primo incontro «protetto», l'operatrice della comunità attesta che i bimbi soffrono e piangono per essere stati separati dalla madre. In dicembre, invece, i servizi scrivono al Tribunale dei minori di Bologna che Simona non si attiene alle «importanti prescrizioni comportamentali» da seguire negli incontri, e dimostra «elevata conflittualità» verso le assistenti sociali. L'avvocato Di Grazia obietta che in realtà la donna si è limitata a non ubbidire al divieto di fotografare i figli con il telefonino. Il servizio, però, sospende gli incontri «in quanto fortemente disturbanti» per i minori. Simona si dispera. Per superare il muro che le viene opposto, nel febbraio 2016 chiede un confronto con le operatrici nascondendo un registratore. Si sente rimproverare perché nell'ultimo incontro con i bimbi, prima di Natale, ha portato loro non «due bambolotti», come concordato, ma tre più un'automobilina. Mostrerebbe «difficoltà caratteriali» e «atteggiamenti di sfida». Simona supplica: «Mettetemi alla prova!».
È tutto inutile, gli incontri non ripartono. Il servizio sociale intanto riferisce al Tribunale dei minori che il figlio più piccolo si è integrato nella nuova famiglia, mentre il primogenito «dopo ogni incontro con la madre manifesta segnali preoccupanti per la sua salute psicofisica». L'avvocato Di Grazia contesta: «È come se quelle reazioni fossero causate dalla mamma e non invece dal dolore per la separazione. Per capire la verità basta dire che la famiglia affidataria, un mese dopo aver preso con sé i due bimbi, voleva restituirli ai servizi perché stavano male e chiedevano continuamente della mamma».
Nel luglio 2016 Simona non vede i figli da sei mesi e continua a chiedere comprensione alle assistenti sociali. Ogni volta registra di nascosto voci che le confermano chiusura totale: «Signora, lei non collabora… lei non comprende… lei ingrana la marcia e va per conto suo». In ottobre, colta dall'irrefrenabile desiderio di rivedere i bimbi, la donna va nella chiesa dove sa che li porta la famiglia affidataria. Il contatto è un errore. Simona viene denunciata e il servizio sociale stende un'altra relazione al Tribunale minorile: certifica che è «inadeguata» come madre e conferma la sua «difficoltà ad attenersi alle indicazioni».
Il giudice Mirko Stifano dispone una perizia psichiatrica, cui il servizio sociale risponde con nuove accuse: i bambini avrebbero rivelato che una notte la mamma li avrebbe portati sulla spiaggia a «vedere degli uomini nudi». In realtà, quando ancora era nella comunità, Simona e altre madri si erano recate con i figli sul lungomare di Rimini per uno spettacolo di ballerini brasiliani. Non servono a nulla foto e video che documentano cosa sia accaduto davvero. Non serve neppure l'autorevole controperizia firmata dallo psichiatra Camillo Valgimigli, cui peraltro non viene permesso di vedere i bambini. Nel gennaio 2019 il giudice dichiara la decadenza genitoriale di Simona. «È stato indotto a farlo», sostiene oggi Di Grazia, «e del resto al giudice i servizi sociali non avevano neppure rivelato che un mese prima, nel dicembre 2018, avevano paradossalmente riammesso i contatti tra madre e figli». L'avvocato sospetta che questo fosse accaduto perché in settembre aveva denunciato alla Procura di Rimini i mancati incontri e qualcuno, tra gli assistenti sociali, aveva saputo dell'avvio dell'indagine. «Di quegli incontri comunque abbiamo fatto dei video», conclude Di Grazia, «e ne traspare solo felicità. Se il servizio avesse informato il giudice, si sarebbe evitata una decisione devastante».
Ora la richiesta del ricongiungimento definitivo tra Simona e i bimbi è sul tavolo della Corte d'appello minorile. Intanto la Procura di Rimini riconosce che la donna «ha sempre agito nell'interesse dei figli» e si prepara a chiedere il rinvio a giudizio per gli assistenti sociali. Proprio come la Procura di Reggio Emilia sta per fare per Bibbiano.
Cacciati gli indagati del sistema «che non c’è»
«Giù le mani dai bambini!», urlano in coro gli illustri ideologi progressisti. Tutti berciano, gridano e s'affannano a ringhiare che Matteo Salvini è un uomo senza scrupoli, poiché ha avuto l'ardire di chiudere la campagna elettorale a Bibbiano. «Mamme e bambini per un pugno di voti», titola in prima pagina il Fatto quotidiano, spiegando che «l'ex ministro sfrutta fattacci di cronaca estranei alla campagna elettorale: dai bimbi di Bibbiano all'omicidio di Tommy». Su Twitter ci sono giornalisti che paragonano il caso «Angeli e demoni» alla vicenda Stamina, Gianni Riotta tira in ballo la storia di Di Bella. Il più feroce, al solito, è Gad Lerner: «Anche quest'ultima cavalcata sulla pelle dei bambini si configura come una parodia dello squadrismo», scrive su Repubblica, «mirante a degradare l'avversario riducendolo a essere spregevole, immorale». Già: degradare l'avversario. Un'arte che Lerner conosce bene, visto che si diverte a stilare liste di proscrizione, a paragonare i giornalisti di destra agli autori dei protocolli dei Savi di Sion o alle firme della Difesa della razza.
La Lega e i sovranisti fanno campagna «sulla pelle dei bambini», tuona la banda democratica al gran completo. Gad è l'inimitabile solista. Spiega che attorno al palco leghista ci sono «madri vittime di situazioni di disagio sociale mal gestito». Ovvio: le madri affrante finite nel vortice della giustizia minorile sono «vittime di disagio sociale», sono espressione delle «classi subalterne», per usare un'espressione cara al simpatico Lerner. «Ma ciò che più spaventa, di fronte al loro dolore», aggiunge il fine editorialista, «è un aspirante primo ministro del nostro Paese che si compiace di assecondarle per bieca convenienza. Aggiornando per loro la formula che di solito adopera quando promette il respingimento dei migranti: “Darò anche la vita per riportare a casa questi bimbi"».
Giù le mani dai bambini, ripetono a oltranza i progressisti. Viene da chiedersi perché non l'abbiano detto mesi fa, quando il caso «Angeli e demoni» è esploso. Invece di alzare la voce, in tutti questi mesi, hanno cercato di silenziare la faccenda, di ridurla a una banale storiaccia di cronaca. C'è pure chi ha preso le difese di due dei principali indagati, presentandoli come vittime del circo mediatico. Beh, giusto ieri si è appreso che questi due personaggi - Federica Anghinolfi e Francesco Monopoli - sono stati licenziati dai servizi sociali della Val d'Enza. Dopo gli arresti, sono stati rimessi in libertà alla fine di dicembre. Nel frattempo, nei loro confronti è stato aperto un procedimento disciplinare, con relativa sospensione dal servizio. Adesso giunge il licenziamento. Sylvia Kranz, la responsabile dei provvedimenti disciplinari al servizio dell'istituzione emiliana, ha spiegato che dalle carte dell'inchiesta riguardanti Anghinolfi e Monopoli emerge «che i loro comportamenti erano tesi a fare pressioni su colleghi e soggetti esterni per giungere a sentenze del Tribunale dei minori di Bologna tese ad allontanare i bambini dalle famiglie di origine per darli in affidamento».
Anghinolfi e Monopoli facevano pressioni sugli altri assistenti sociali parlando di pericolosi satanisti cannibali all'opera nella provincia di Reggio Emilia. Spingevano i colleghi a falsificare le relazioni. La Anghinolfi ha contribuito a dare in affidamento una bambina a una coppia Lgbt di cui faceva parte la sua ex fidanzata (e, come se non bastasse, si è scoperto che la coppia maltrattava la piccola).
Questo accadeva in Val d'Enza, altro che raffreddore. È di personaggi del genere che, nel comizio a Bibbiano, ha parlato Matteo Salvini. E se non ne avesse parlato lui, in questi mesi, se non ne avesse parlato Giorgia Meloni (e se non se ne fossero occupate trasmissioni tv come Fuori dal coro), dell'orrore degli affidi illeciti non si sarebbe interessato nessuno. Sì, certo, ci sono le inchieste giornalistiche: lo sappiamo, siamo stati i primi e spesso i soli a raccontare il caso Bibbiano. Ma se non si muove la politica, le inchieste possono poco, non bastano. Ne abbiamo le prove.
Una ventina d'anni fa, in provincia di Modena, scoppiò il caso «Veleno», analogo a Bibbiano e per certi versi ancora più inquietante. Quella storia fu raccontata per filo e per segno dal Giornale, all'epoca. Ma - a parte alcune eccezioni come Carlo Giovanardi - i politici se ne fregarono ampiamente. Risultato: dopo due decenni ci troviamo davanti a uno schifo analogo, che ha addirittura gli stessi protagonisti.
Dicono gli editorialisti indignati: ma Salvini porta in piazza madri che non sono di Bibbiano. Vero. E allora? Il problema del sistema di gestione dei minori va oltre l'Emilia Romagna, va oltre la cronaca e le inchieste. Le madri che erano sotto il palco leghista, nei mesi passati, le abbiamo incontrate ripetutamente in varie città italiane. Sono donne disperate (o uomini, perché ci sono anche tanti, troppi padri) pronte a tutto per riavere i loro bambini. «Sembrano pazze», dice qualcuno. Ah, sì? Provateci voi a stare mesi senza vedere il vostro bambino, e vediamo se non andate fuori di testa.
No, qui non ci sono delle poverette «vittime del disagio sociale». Ci sono uomini e donne fragili, magari poveri, di cui un sistema orrendo si è approfittato. Donne italiane e straniere, padri giovani e più anziani. Di queste persone non si sarebbe occupato nessuno, se non lo avessero fatto i perfidi sovranisti. Ovvio, ascoltare non basta. Bisogna dare risposte, cambiare le leggi, vigilare sui servizi sociali e sui tribunali. Ma le persone disperate che abbiamo incontrato in questi mesi avevano un'esigenza prioritaria: raccontare le proprie storie a qualcuno disposto a starle a sentire, e a ripeterle al grande pubblico. La destra ha ascoltato. Gli altri hanno fatto finta di niente e adesso si scandalizzano «per i bambini».
Francesco Borgonovo
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Secondo la Procura due assistenti sociali impediscono arbitrariamente a una giovane romena in difficoltà di incontrare i suoi piccoli. Fino a portarla all'esasperazione.La banda democratica strilla contro Matteo Salvini: «Va in Val d'Enza per lucrare voti sulla pelle dei bambini». Ma intanto i servizi locali licenziano Federica Anghinolfi e Francesco Monopoli, due figure al centro dell'inchiesta «Angeli e demoni». Altro che strumentalizzazione.Lo speciale contiene due articoliForse l'inchiesta «Angeli e demoni» della Procura di Reggio Emilia comincia a fare scuola. Quel che è certo è che nel mirino della magistratura non ci sono più solo gli assistenti sociali di Bibbiano. Duecento chilometri a est della cittadina finita suo malgrado nello scandalo dei presunti allontanamenti illeciti dei bambini, altri magistrati indagano sugli affidi minorili. Accade a Rimini, dove la responsabile dei servizi sociali, Tiziana Valer, e il capo del servizio tutela minori dell'Azienda sanitaria locale, Laura Pulvirenti, sono indagate per «mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice», reato che prevede fino a tre anni di reclusione. La Procura di Rimini, che ha appena chiuso le indagini preliminari, ritiene che dal dicembre 2015 le due indagate abbiano arbitrariamente interrotto gli incontri tra una madre romena e i due figli che all'epoca avevano quattro e due anni. Così facendo, le responsabili dei servizi sociali avrebbero violato le direttive del Tribunale dei minori di Bologna, che nel maggio 2013 aveva affidato i bambini ai servizi sociali ma «con il compito di regolare secondo opportunità i rapporti con la madre». Secondo il pm Davide Ercolani, le due indagate avrebbero violato anche le norme sull'affidamento dei minori, in particolare la legge 149 del 2001 dove si prevede che nei confronti dei bambini allontanati il servizio sociale debba sempre agevolare «i rapporti con la famiglia di provenienza e il rientro nella stessa secondo le modalità più idonee».La vicenda inizia nel 2012, quando Simona, la madre romena, arriva a Rimini con un figlio di un anno e incinta del secondo. Sola al mondo, priva di risorse materiali e affettive, la donna viene accolta da una comunità religiosa e presa in carico dai servizi sociali. Tutto va bene fino al settembre 2014, quando la comunità certifica agli assistenti sociali che la donna segue uno stage di lavoro, «è apprezzata per l'impegno e per il comportamento gentile», «è ordinata» e «gestisce in modo efficace il suo tempo» tra figli e i vari impegni. La situazione precipita all'improvviso nell'aprile 2015, quando i servizi decidono di separare madre e figli. Il motivo è una bruciatura. La madre parla di un incidente: il primogenito, che ha quasi quattro anni ed è vivace, l'avrebbe urtata mentre stirava. Le assistenti sociali credono invece alla versione di una maestra, cui il bimbo avrebbe detto che «la mamma gli ha messo il ferro sul ginocchio perché voleva sentire se fosse caldo». Nella relazione delle operatrici, Simona sembra trasformarsi da Dr Jeckyll in Mr Hyde: ha «atteggiamenti ambivalenti», «toni dell'umore imprevedibili», modi «minacciosi e aggressivi» verso i figli. La donna viene allontanata dalla comunità e i bimbi sono consegnati a un'altra famiglia. «L'affidamento», dice Salvatore Di Grazia, avvocato di Simona, «avviene senza nemmeno avvisare la madre, malgrado quanto prescrive la legge». Tra agosto e dicembre 2015, la donna vede i figli appena tre volte. Alla fine del primo incontro «protetto», l'operatrice della comunità attesta che i bimbi soffrono e piangono per essere stati separati dalla madre. In dicembre, invece, i servizi scrivono al Tribunale dei minori di Bologna che Simona non si attiene alle «importanti prescrizioni comportamentali» da seguire negli incontri, e dimostra «elevata conflittualità» verso le assistenti sociali. L'avvocato Di Grazia obietta che in realtà la donna si è limitata a non ubbidire al divieto di fotografare i figli con il telefonino. Il servizio, però, sospende gli incontri «in quanto fortemente disturbanti» per i minori. Simona si dispera. Per superare il muro che le viene opposto, nel febbraio 2016 chiede un confronto con le operatrici nascondendo un registratore. Si sente rimproverare perché nell'ultimo incontro con i bimbi, prima di Natale, ha portato loro non «due bambolotti», come concordato, ma tre più un'automobilina. Mostrerebbe «difficoltà caratteriali» e «atteggiamenti di sfida». Simona supplica: «Mettetemi alla prova!». È tutto inutile, gli incontri non ripartono. Il servizio sociale intanto riferisce al Tribunale dei minori che il figlio più piccolo si è integrato nella nuova famiglia, mentre il primogenito «dopo ogni incontro con la madre manifesta segnali preoccupanti per la sua salute psicofisica». L'avvocato Di Grazia contesta: «È come se quelle reazioni fossero causate dalla mamma e non invece dal dolore per la separazione. Per capire la verità basta dire che la famiglia affidataria, un mese dopo aver preso con sé i due bimbi, voleva restituirli ai servizi perché stavano male e chiedevano continuamente della mamma».Nel luglio 2016 Simona non vede i figli da sei mesi e continua a chiedere comprensione alle assistenti sociali. Ogni volta registra di nascosto voci che le confermano chiusura totale: «Signora, lei non collabora… lei non comprende… lei ingrana la marcia e va per conto suo». In ottobre, colta dall'irrefrenabile desiderio di rivedere i bimbi, la donna va nella chiesa dove sa che li porta la famiglia affidataria. Il contatto è un errore. Simona viene denunciata e il servizio sociale stende un'altra relazione al Tribunale minorile: certifica che è «inadeguata» come madre e conferma la sua «difficoltà ad attenersi alle indicazioni». Il giudice Mirko Stifano dispone una perizia psichiatrica, cui il servizio sociale risponde con nuove accuse: i bambini avrebbero rivelato che una notte la mamma li avrebbe portati sulla spiaggia a «vedere degli uomini nudi». In realtà, quando ancora era nella comunità, Simona e altre madri si erano recate con i figli sul lungomare di Rimini per uno spettacolo di ballerini brasiliani. Non servono a nulla foto e video che documentano cosa sia accaduto davvero. Non serve neppure l'autorevole controperizia firmata dallo psichiatra Camillo Valgimigli, cui peraltro non viene permesso di vedere i bambini. Nel gennaio 2019 il giudice dichiara la decadenza genitoriale di Simona. «È stato indotto a farlo», sostiene oggi Di Grazia, «e del resto al giudice i servizi sociali non avevano neppure rivelato che un mese prima, nel dicembre 2018, avevano paradossalmente riammesso i contatti tra madre e figli». L'avvocato sospetta che questo fosse accaduto perché in settembre aveva denunciato alla Procura di Rimini i mancati incontri e qualcuno, tra gli assistenti sociali, aveva saputo dell'avvio dell'indagine. «Di quegli incontri comunque abbiamo fatto dei video», conclude Di Grazia, «e ne traspare solo felicità. Se il servizio avesse informato il giudice, si sarebbe evitata una decisione devastante».Ora la richiesta del ricongiungimento definitivo tra Simona e i bimbi è sul tavolo della Corte d'appello minorile. Intanto la Procura di Rimini riconosce che la donna «ha sempre agito nell'interesse dei figli» e si prepara a chiedere il rinvio a giudizio per gli assistenti sociali. 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Tutti berciano, gridano e s'affannano a ringhiare che Matteo Salvini è un uomo senza scrupoli, poiché ha avuto l'ardire di chiudere la campagna elettorale a Bibbiano. «Mamme e bambini per un pugno di voti», titola in prima pagina il Fatto quotidiano, spiegando che «l'ex ministro sfrutta fattacci di cronaca estranei alla campagna elettorale: dai bimbi di Bibbiano all'omicidio di Tommy». Su Twitter ci sono giornalisti che paragonano il caso «Angeli e demoni» alla vicenda Stamina, Gianni Riotta tira in ballo la storia di Di Bella. Il più feroce, al solito, è Gad Lerner: «Anche quest'ultima cavalcata sulla pelle dei bambini si configura come una parodia dello squadrismo», scrive su Repubblica, «mirante a degradare l'avversario riducendolo a essere spregevole, immorale». Già: degradare l'avversario. Un'arte che Lerner conosce bene, visto che si diverte a stilare liste di proscrizione, a paragonare i giornalisti di destra agli autori dei protocolli dei Savi di Sion o alle firme della Difesa della razza. La Lega e i sovranisti fanno campagna «sulla pelle dei bambini», tuona la banda democratica al gran completo. Gad è l'inimitabile solista. Spiega che attorno al palco leghista ci sono «madri vittime di situazioni di disagio sociale mal gestito». Ovvio: le madri affrante finite nel vortice della giustizia minorile sono «vittime di disagio sociale», sono espressione delle «classi subalterne», per usare un'espressione cara al simpatico Lerner. «Ma ciò che più spaventa, di fronte al loro dolore», aggiunge il fine editorialista, «è un aspirante primo ministro del nostro Paese che si compiace di assecondarle per bieca convenienza. Aggiornando per loro la formula che di solito adopera quando promette il respingimento dei migranti: “Darò anche la vita per riportare a casa questi bimbi"». Giù le mani dai bambini, ripetono a oltranza i progressisti. Viene da chiedersi perché non l'abbiano detto mesi fa, quando il caso «Angeli e demoni» è esploso. Invece di alzare la voce, in tutti questi mesi, hanno cercato di silenziare la faccenda, di ridurla a una banale storiaccia di cronaca. C'è pure chi ha preso le difese di due dei principali indagati, presentandoli come vittime del circo mediatico. Beh, giusto ieri si è appreso che questi due personaggi - Federica Anghinolfi e Francesco Monopoli - sono stati licenziati dai servizi sociali della Val d'Enza. Dopo gli arresti, sono stati rimessi in libertà alla fine di dicembre. Nel frattempo, nei loro confronti è stato aperto un procedimento disciplinare, con relativa sospensione dal servizio. Adesso giunge il licenziamento. Sylvia Kranz, la responsabile dei provvedimenti disciplinari al servizio dell'istituzione emiliana, ha spiegato che dalle carte dell'inchiesta riguardanti Anghinolfi e Monopoli emerge «che i loro comportamenti erano tesi a fare pressioni su colleghi e soggetti esterni per giungere a sentenze del Tribunale dei minori di Bologna tese ad allontanare i bambini dalle famiglie di origine per darli in affidamento». Anghinolfi e Monopoli facevano pressioni sugli altri assistenti sociali parlando di pericolosi satanisti cannibali all'opera nella provincia di Reggio Emilia. Spingevano i colleghi a falsificare le relazioni. La Anghinolfi ha contribuito a dare in affidamento una bambina a una coppia Lgbt di cui faceva parte la sua ex fidanzata (e, come se non bastasse, si è scoperto che la coppia maltrattava la piccola). Questo accadeva in Val d'Enza, altro che raffreddore. È di personaggi del genere che, nel comizio a Bibbiano, ha parlato Matteo Salvini. E se non ne avesse parlato lui, in questi mesi, se non ne avesse parlato Giorgia Meloni (e se non se ne fossero occupate trasmissioni tv come Fuori dal coro), dell'orrore degli affidi illeciti non si sarebbe interessato nessuno. Sì, certo, ci sono le inchieste giornalistiche: lo sappiamo, siamo stati i primi e spesso i soli a raccontare il caso Bibbiano. Ma se non si muove la politica, le inchieste possono poco, non bastano. Ne abbiamo le prove. Una ventina d'anni fa, in provincia di Modena, scoppiò il caso «Veleno», analogo a Bibbiano e per certi versi ancora più inquietante. Quella storia fu raccontata per filo e per segno dal Giornale, all'epoca. Ma - a parte alcune eccezioni come Carlo Giovanardi - i politici se ne fregarono ampiamente. Risultato: dopo due decenni ci troviamo davanti a uno schifo analogo, che ha addirittura gli stessi protagonisti. Dicono gli editorialisti indignati: ma Salvini porta in piazza madri che non sono di Bibbiano. Vero. E allora? Il problema del sistema di gestione dei minori va oltre l'Emilia Romagna, va oltre la cronaca e le inchieste. Le madri che erano sotto il palco leghista, nei mesi passati, le abbiamo incontrate ripetutamente in varie città italiane. Sono donne disperate (o uomini, perché ci sono anche tanti, troppi padri) pronte a tutto per riavere i loro bambini. «Sembrano pazze», dice qualcuno. Ah, sì? Provateci voi a stare mesi senza vedere il vostro bambino, e vediamo se non andate fuori di testa. No, qui non ci sono delle poverette «vittime del disagio sociale». Ci sono uomini e donne fragili, magari poveri, di cui un sistema orrendo si è approfittato. Donne italiane e straniere, padri giovani e più anziani. Di queste persone non si sarebbe occupato nessuno, se non lo avessero fatto i perfidi sovranisti. Ovvio, ascoltare non basta. Bisogna dare risposte, cambiare le leggi, vigilare sui servizi sociali e sui tribunali. Ma le persone disperate che abbiamo incontrato in questi mesi avevano un'esigenza prioritaria: raccontare le proprie storie a qualcuno disposto a starle a sentire, e a ripeterle al grande pubblico. La destra ha ascoltato. Gli altri hanno fatto finta di niente e adesso si scandalizzano «per i bambini». Francesco Borgonovo
Luca Palamara (Ansa)
«Per quanto mi riguarda, il punto di partenza resta uno e uno solo: arrivare a una definitiva chiarezza della mia vicenda giudiziaria in sede penale e potermi presentare davanti al Consiglio superiore della magistratura con un certificato penale illibato, come è mio diritto. E se mi presenterò con un certificato illibato a Palazzo Bachelet non comprendo su quali presupposti io non possa ottenere anche il mio rientro in magistratura», ragiona con La Verità dopo l’importante udienza.
Sono mesi che l’ex ras della corrente di Unicost attende di poter lavare l’onta della radiazione che ha colpito solo lui, anche se in quel Sistema di spartizione delle nomine erano coinvolte decine di altri magistrati, molti dei quali ancora in auge.
«Alla luce di tutti gli sviluppi registrati in questi anni, è inevitabile che io vada fino in fondo per capire - e far capire - per quale ragione la decisione di rimozione adottata nei miei confronti possa ancora ritenersi attuale. Molti dei presupposti che avevano sorretto quella scelta appaiono oggi radicalmente modificati, se non completamente superati, proprio alla luce degli atti processuali e delle ricostruzioni giudiziarie successive». Infatti la valanga era partita con una gravissima accusa di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio ed era collegata a una presunta mazzetta da 40.000 euro che si era poi dimostrata inesistente.
Alla fine le accuse erano state ridimensionate e si erano ridotte al reato di traffico di influenze, una fattispecie quasi completamente svuotata dall’intervento della maggioranza. Da qui le recenti mosse di Palamara: «Per questo ho chiesto la revoca dei patteggiamenti e la rilettura complessiva della mia vicenda. Infatti, quando la verità emerge, non può restare confinata nel solo perimetro del processo penale, ma deve riflettersi anche sul piano disciplinare», ci dice. Parole misurate che, però, annunciano un piano clamoroso. Quello di un ritorno in grande stile: «Io sono pronto a rientrare in magistratura», ammette. «Ma prima occorre verificare se la mia rimozione regga ancora di fronte a ciò che nel frattempo è emerso, oppure se sia stata, come credo, superata dai fatti, dalle nuove acquisizioni e dalle stesse decisioni giudiziarie. Su questo andrò fino in fondo, senza timori e senza alcuna riserva: ristabilire la verità non è solo un mio diritto, è un dovere verso l’istituzione e verso tutti coloro che credono nella giustizia». Il linguaggio felpato dell’ex presidente dell’Anm lascia intendere che, pur di raggiungere l’obiettivo, è pronto a cambiare strategia: niente più libri di denuncia o interviste abrasive, ma solo ricorsi in punta di diritto per raggiungere la sospirata meta della riabilitazione. Dovesse ottenerla, potrebbe trovare una magistratura radicalmente trasformata dalla riforma voluta dal governo. Una nuova realtà in cui difficilmente potrebbe ripetersi un altro caso Palamara, a causa del depotenziamento delle correnti e dell’introduzione del sorteggio per individuare i membri dei Csm.
Oggi è attesa anche la sentenza d’Appello per il pm Stefano Fava che è stato condannato in primo grado a 5 mesi per accesso abusivo alla banca dati della Procura. Si tratta di una ricerca che Fava non ha mai negato e che riguardava atti di un procedimento in cui l’accusa era rappresentata dall’allora procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo. All’epoca Fava e Ielo avevano avuto dei contrasti sulla gestione di alcuni indagati e Fava riteneva che il suo superiore potesse avere dei conflitti di interessi.
Il sostituto procuratore generale, Paolo Barlucchi, ha chiesto l’assoluzione ritenendo che il fatto non sussista, dal momento che la condotta illecita «non può essere riferita ad atti che ancora non si conoscevano» e che, quindi, non potevano essere stati ricercati in modo strumentale.
Dopo l’udienza di mercoledì scorso c’è stata un po’ di maretta. Infatti, Fava era accusato anche di essere l’istigatore di un altro accesso abusivo, ma il cancelliere che lo aveva realizzato, Antonio Russo, ha raccontato di non ricordare richieste del pm indagato e, durante il processo del 2022, ha spiegato, però, che due giorni prima aveva interrogato il database su richiesta della Guardia di finanza che cercava notizie sullo stato di un altro procedimento di Ielo in fase di definizione e che riguardava un militare delle Fiamme gialle, tale Alessandro Serrao.
La difesa di Fava, nella discussione di mercoledì scorso, ha sostenuto che la Procura fosse a conoscenza di tale informazione, potenzialmente favorevole all’indagato, prima delle dichiarazioni in aula di Russo e che non l’avesse depositata agli atti. Il pm Mario Formisano, in una nota inviata al procuratore Cantone, ha rivendicato che sino alla testimonianza di Russo in aula anche lui ignorava la «richiesta di aggiornamenti» presentata dalla Gdf, mentre era a conoscenza del fatto che la posizione di Serrao fosse stata stralciata e che questa notizia era contenuta in un’informativa che gli era stata inviata da Ielo il 25 giugno del 2019, nota regolarmente depositata in atti.
Ma perché Formisano ha scritto al suo capo? Perché pensa di essere stato calunniato dalla difesa di Fava, che lo avrebbe accusato di avere «conosciuto, occultato o, comunque, non messo a disposizione una prova in favore dell’imputato». Formisano ritiene che «si tratti di un’affermazione destituita di fondamento» e che «uno studio sufficiente degli atti del procedimento - depositati e messi a disposizione integralmente - avrebbe fatto sì che la difesa non muovesse un’accusa infondata».
Cantone ha inviato la nota al procuratore generale Sergio Sottani, il quale, «considerata la delicatezza degli aspetti evidenziati nella nota» di Formisano, ha chiesto di «presenziare all’udienza» di replica prevista per oggi. Ma, contemporaneamente, ha domandato un rinvio della stessa per poter leggere con la dovuta attenzione le trascrizioni dei verbali di udienza.
Ieri, al momento di mandare in stampa il giornale, la Corte non aveva ancora comunicato la propria decisione.
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Sono sbarcati poco dopo le 20 di ieri sera all’aeroporto di Roma Fiumicino con il primo volo di Etihad Airways da Abu Dhabi circa 200 italiani (278 i passeggeri totali a bordo) che erano rimasti bloccati negli ultimi giorni negli Emirati Arabi dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran.
«Siamo rimasti bloccati ad Abu Dhabi dopo essere arrivati da Hanoi, Vietnam, dopo 20 giorni di vacanza: momenti di paura ci sono stati; abbiamo sentito le esplosioni, dei botti, visto luci forti; udivamo poi sirene di ambulanze e polizia. Abbiamo, però, avuto la sensazione che gli Emirati avessero il pieno controllo della situazione». È la testimonianza di un turista sardo, uno dei circa 200 italiani rientrati a Fiumicino da Abu Dhabi, sul volo che ha visto a bordo anche stranieri e membri di equipaggio, in prevalenza spagnoli. «Il primo giorno in aeroporto è stato il più brutto – racconta una turista – abbiamo sentito grandi botti, caccia che si alzavano».
Friedrich Merz e Donald Trump alla Casa Bianca (Ansa)
Donald Trump si prepara allo spiegamento di soldati in territorio iraniano? Lunedì, parlando con il New York Post, il presidente americano non aveva escluso questo scenario in caso di necessità. Ieri, citando funzionari statunitensi, il Wall Street Journal ha rivelato che l’inquilino della Casa Bianca risulterebbe «aperto a sostenere gruppi in Iran disposti a imbracciare le armi per rovesciare il regime». «Un’idea», ha precisato il quotidiano, «che potrebbe trasformare le fazioni iraniane in forze di terra». Guarda caso, Axios ha rivelato che, domenica, Trump ha parlato al telefono con i leader curdi dell’Iraq per discutere dell’operazione bellica contro l’Iran. «I curdi hanno migliaia di soldati lungo il confine tra Iran e Iraq e controllano aree strategiche che potrebbero rivelarsi significative con l’evolversi della guerra», ha sottolineato la testata, per poi aggiungere che «i curdi iracheni hanno anche stretti legami con la minoranza curda iraniana». In particolare, la telefonata di domenica sarebbe avvenuta dopo intense pressioni portate avanti da Benjamin Netanyahu. Sembra che la Casa Bianca stia quindi prendendo in considerazione di fare affidamento sulle forze militari curde per condurre delle operazioni di terra nel conflitto contro il regime khomeinista.
Qualora dovesse decidersi a favore di questa opzione, Trump finirebbe probabilmente con l’irritare Recep Tayyip Erdogan. Negli scorsi mesi, i due presidenti si erano notevolmente avvicinati: in particolare, l’inquilino della Casa Bianca aveva dato la sua benedizione all’attuale regime filoturco di Damasco, infastidendo non poco Netanyahu. Tuttavia, l’attacco all’Iran non è piaciuto al sultano. Il punto è che le ritorsioni iraniane contro i Paesi del Golfo hanno spinto Riad e Doha ad assumere una linea di severità verso Teheran: il che rompe le uova nel paniere al presidente turco che, oltre agli storici legami con il Qatar, negli ultimi mesi si era significativamente avvicinato anche all’Arabia Saudita.
Nel frattempo, ieri Trump è tornato a parlare del conflitto in corso. «La loro difesa aerea, l’Aeronautica, la Marina e la leadership sono sparite. Vogliono parlare. Ho detto: “Troppo tardi!”», ha affermato su Truth, nonostante domenica si fosse detto aperto a «parlare» con l’attuale leadership iraniana. Questo cambio di rotta potrebbe significare che il presidente americano stia abbandonando l’idea di una soluzione venezuelana, preferendo appoggiarsi a gruppi armati locali di opposizione al regime khomeinista.
Elementi che vanno in questa direzione sono emersi anche durante l’incontro che Trump ha avuto ieri, alla Casa Bianca, con Friedrich Merz. Mentre il cancelliere esprimeva piena sintonia con Washington sulla «rimozione del terribile regime di Teheran» ed esortava la Spagna a rispettare gli impegni per le spese della Nato al 5%, il presidente americano, oltre a definire il dossier ucraino una «priorità», ha affermato che i possibili successori di Khamenei a cui aveva pensato sono ormai morti. «La maggior parte delle persone che avevo in mente per la leadership sono morte», ha detto, lasciando così intendere la crescente difficoltà di realizzare una soluzione venezuelana.
Al contempo, oltre a esprimere nuovamente scetticismo su un ruolo politico di Reza Pahlavi, il presidente ha corretto le precedenti dichiarazioni di Marco Rubio, negando che Israele abbia forzato la mano agli Usa per spingerli all’intervento militare. «Potrei aver forzato io la mano agli israeliani. Stavamo negoziando con questi pazzi, e secondo me avrebbero attaccato per primi», ha dichiarato, esortando gli iraniani a non protestare durante gli attacchi. Il presidente ha poi annunciato la rottura delle relazioni commerciali con la Spagna, come ritorsione alla decisione di Madrid di non consentire agli Usa l’utilizzo delle sue basi per l’operazione contro l’Iran. «Possiamo usare la loro base se vogliamo, possiamo semplicemente volare lì e usarla, nessuno ci dirà di non usarla», ha tuonato, elogiando invece la Germania, da lui definita «ottima».
Insomma, se in un primo momento sembrava intenzionato a una soluzione venezuelana, Trump pare adesso aver iniziato a cambiare linea. D’altronde, la progressiva eliminazione delle alte sfere del regime impedisce al presidente americano di trovare un interlocutore proveniente dal vecchio sistema di potere. È probabilmente anche in quest’ottica che va inserita l’opzione curda a cui sta pensando. Questo poi non vuol dire che la soluzione venezuelana sia stata messa totalmente da parte. È da sabato che il presidente americano oscilla tra posizioni divergenti per quanto concerne il futuro politico dell’Iran. Il che potrebbe essere sintomo del fatto che, dietro le quinte, non ci sia al momento una piena identità di vedute tra Trump e Netanyahu. Il premier israeliano è infatti freddo su uno scenario venezuelano, laddove la Casa Bianca lo preferirebbe sia per evitare un salto nel buio sia per disinnescare le divisioni esplose in seno alla base Maga sulla crisi iraniana.
Donald «scontento» umilia Starmer
L’alleanza tra Stati Uniti e Regno Unito, per decenni definita la «relazione speciale», non è più così granitica. A dirlo non è un osservatore qualsiasi, ma il presidente americano in persona. In un’intervista al tabloid britannico The Sun, infatti, Donald Trump ha messo sotto accusa il premier laburista Keir Starmer. Quella con Londra, ha ricordato Trump, «era la relazione più solida di tutte ed è molto triste vedere che, evidentemente, non è più quella di una volta». Parole pesanti, pronunciate mentre la crisi con l’Iran ha riportato al centro il tema del coordinamento strategico tra alleati occidentali.
Secondo il presidente americano, il governo britannico non avrebbe fornito il sostegno atteso nelle recenti tensioni mediorientali. Esattamente come la Spagna, tanto che il tycoon ha ordinato di «tagliare tutti gli accordi commerciali» con Madrid. Anche Starmer, appunto, «non è stato d’aiuto», ha affermato Trump senza giri di parole. «Non avrei mai pensato di vedere una cosa del genere». Poi, parlando dallo Studio Ovale, il presidente è stato ancora più caustico: «Non sono contento del Regno Unito, ci sono voluti tre o quattro giorni per capire dove potevamo atterrare. Starmer? Non abbiamo certo a che fare con Winston Churchill».
Per rimarcare la voragine che si è aperta tra le due sponde dell’Atlantico, Trump elogia esplicitamente gli altri partner europei: «La Francia è stata fantastica. Sono stati tutti fantastici. Il Regno Unito, invece, è stato molto diverso dagli altri». Il messaggio politico è chiaro: Parigi, da sempre considerata più autonoma rispetto a Washington, oggi appare a Trump più affidabile di Londra. È un rovesciamento simbolico che pesa come un macigno sulla reputazione di Downing Street.
L’intervista al Sun, peraltro, non si è limitata alla politica estera. Il presidente americano ha attaccato anche le scelte interne del governo laburista, in particolare sul fronte migratorio. Secondo Trump, Starmer starebbe cercando di «ingraziarsi gli elettori musulmani», lasciando intendere che alcune cautele su Medio Oriente e immigrazione siano dettate più da calcoli elettorali che da valutazioni strategiche. È un’accusa che suona provocatoria, ma che non è certo campata per aria. Proprio ieri, infatti, un sondaggio YouGov ha certificato una scossa profonda nel sistema politico britannico: per la prima volta conservatori e laburisti (entrambi al 16%), cioè le forze tradizionali che hanno dominato Westminster per oltre un secolo, sono state superate da partiti alternativi, Reform Uk di Nigel Farage (23%) e i Verdi di Zack Polanski (21%).
Per Starmer è un ulteriore colpo dopo la sconfitta alle suppletive di Manchester, dove i Verdi hanno espugnato una roccaforte storica dei laburisti, facendo leva proprio sugli elettori islamici. Ieri, peraltro, ci ha pensato Chaudhry Mohammad Sarwar a gettare benzina sul fuoco: l’ex deputato di origini pachistane, noto per essere stato il primo eletto di fede musulmana tra le file del Labour, si è abbandonato a un elogio di Khamenei, da lui definito «un martire», sollevando un polverone di critiche e prese di distanza.
Insomma, quando Trump accusa Starmer di non essere più un alleato affidabile e di guardare più al consenso interno che alla coerenza geopolitica, il presidente americano tocca un nervo scoperto del premier laburista. La divaricazione tra Washington e Londra non è soltanto diplomatica: riflette una trasformazione profonda degli equilibri interni al Regno Unito. E la «relazione speciale», per la prima volta, appare meno speciale anche per chi, dalla Casa Bianca, l’aveva sempre data per scontata.
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Mojtaba Khamenei (Ansa)
Mojtaba Khamenei, figlio della defunta Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei, sarebbe sopravvissuto agli attacchi israelo-americani contro il Paese, secondo due fonti iraniane citate dall’agenzia Reuters. La notizia arriva dopo che ieri Iran International, testata vicina all’opposizione iraniana della diaspora, aveva annunciato l’elezione di Mojtaba come successore di Ali Khamenei, ucciso nel primo giorno di guerra. La notizia, tuttavia, per ora non è stata confermata. Israele questa mattina ha subito avvertito che qualsiasi nuovo leader iraniano diventerebbe un bersaglio dei suoi attacchi. Nonostante non sia mai stato eletto o nominato a una carica governativa, un cablogramma diplomatico statunitense del 2008 affermava che Mojtaba era «ampiamente considerato all’interno del regime come un leader e un manager capace e risoluto, che un giorno potrebbe succedergli almeno in parte alla leadership nazionale».
Per anni Mojtaba Khamenei è stato l’uomo che agiva dietro le quinte del potere iraniano. Un profilo pubblico quasi inesistente, poche apparizioni ufficiali e nessun incarico istituzionale di primo piano. Eppure il suo nome è rimasto a lungo uno dei più evocati negli ambienti politici e diplomatici quando si discuteva della futura leadership della Repubblica islamica. Nato nel 1969 a Mashhad, Mojtaba ha seguito il tradizionale percorso clericale sciita, formandosi nei seminari religiosi di Qom, il principale centro teologico del Paese. A differenza di molti esponenti dell’establishment iraniano, non ha costruito la propria carriera attraverso incarichi governativi o elettivi. La sua influenza si è sviluppata piuttosto all’interno delle reti di potere che ruotano attorno all’ufficio della Guida Suprema, diventando nel tempo una figura di raccordo tra il clero politico e gli apparati di sicurezza.
Proprio in questo spazio informale si colloca la sua reale forza. Mojtaba Khamenei è stato spesso indicato come uno degli interlocutori privilegiati dei vertici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i Pasdaran, e della milizia Basij. In un sistema dove l’autorità religiosa si intreccia con il peso degli apparati militari e di intelligence, la costruzione di relazioni personali e reti di fedeltà può risultare decisiva quanto una carica ufficiale.
Attorno alla sua figura si muove da anni un ristretto circolo di uomini che rappresentano il vero perimetro del potere nella Repubblica islamica. Non si tratta di una struttura formalizzata, ma di una rete composta da religiosi, funzionari dell’ufficio della Guida Suprema e figure chiave della sicurezza nazionale. Tra questi spicca Ali Asghar Hejazi, responsabile degli affari politico-di sicurezza dell’ufficio della Guida Suprema e considerato uno degli uomini più influenti dell’apparato di intelligence iraniano. Accanto a lui operano personalità come Mohammad Golpayegani, capo dello staff della Guida Suprema, e diplomatici di lunga esperienza come Ali Akbar Velayati e Kamal Kharazi, entrambi coinvolti da anni nei dossier strategici della politica estera di Teheran.Secondo numerose analisi, è proprio all’interno di questo nucleo di potere – composto da consiglieri religiosi, funzionari e comandanti militari – che Mojtaba Khamenei avrebbe consolidato nel tempo la propria posizione. In particolare, i suoi rapporti con i Pasdaran e con i vertici della sicurezza lo hanno trasformato in una figura di riferimento per i settori più conservatori del regime, rafforzando la percezione di un ruolo politico esercitato lontano dai riflettori. Il tema della successione alla guida del Paese ha inevitabilmente riportato il suo nome al centro del dibattito. L’ipotesi di un passaggio del potere da padre a figlio rappresenterebbe tuttavia uno scenario estremamente delicato per la Repubblica islamica. La rivoluzione del 1979 nacque anche come rottura con il sistema monarchico dello Scià, e l’idea di una successione familiare potrebbe essere percepita come una contraddizione simbolica rispetto ai principi originari del regime.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento: il rango religioso. La carica di Guida Suprema richiede un’autorità teologica riconosciuta e il consenso dell’Assemblea degli Esperti, l’organismo composto da religiosi incaricato di scegliere il leader del Paese. Mojtaba, pur essendo un religioso formato, non possiede lo stesso livello di autorevolezza dottrinale di alcuni grandi ayatollah della gerarchia sciita.
Sul piano strategico, il suo profilo viene spesso associato a una linea di continuità con la politica adottata negli ultimi decenni dalla leadership iraniana: sostegno agli alleati regionali, ruolo centrale dei Pasdaran negli equilibri interni e fermezza nei confronti delle pressioni occidentali sul programma nucleare. Tuttavia, proprio la natura discreta della sua attività rende difficile distinguere tra influenza reale e percezione costruita attorno al suo nome. In un sistema complesso e opaco come quello iraniano, il potere non si misura soltanto con le cariche ufficiali. Mojtaba Khamenei rappresenta piuttosto la dimensione meno visibile ma più incisiva della Repubblica islamica: quella delle relazioni personali, delle reti di fedeltà e degli equilibri tra clero, apparati militari e strutture di sicurezza. Un potere che spesso si esercita lontano dalla scena pubblica, ma che può rivelarsi decisivo nei momenti di transizione politica del Paese.
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