True
2020-01-25
Echi di Bibbiano pure a Rimini. «Figli strappati alla madre a dispetto di leggi e giudici»
iStock
Forse l'inchiesta «Angeli e demoni» della Procura di Reggio Emilia comincia a fare scuola. Quel che è certo è che nel mirino della magistratura non ci sono più solo gli assistenti sociali di Bibbiano. Duecento chilometri a est della cittadina finita suo malgrado nello scandalo dei presunti allontanamenti illeciti dei bambini, altri magistrati indagano sugli affidi minorili. Accade a Rimini, dove la responsabile dei servizi sociali, Tiziana Valer, e il capo del servizio tutela minori dell'Azienda sanitaria locale, Laura Pulvirenti, sono indagate per «mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice», reato che prevede fino a tre anni di reclusione.
La Procura di Rimini, che ha appena chiuso le indagini preliminari, ritiene che dal dicembre 2015 le due indagate abbiano arbitrariamente interrotto gli incontri tra una madre romena e i due figli che all'epoca avevano quattro e due anni. Così facendo, le responsabili dei servizi sociali avrebbero violato le direttive del Tribunale dei minori di Bologna, che nel maggio 2013 aveva affidato i bambini ai servizi sociali ma «con il compito di regolare secondo opportunità i rapporti con la madre». Secondo il pm Davide Ercolani, le due indagate avrebbero violato anche le norme sull'affidamento dei minori, in particolare la legge 149 del 2001 dove si prevede che nei confronti dei bambini allontanati il servizio sociale debba sempre agevolare «i rapporti con la famiglia di provenienza e il rientro nella stessa secondo le modalità più idonee».
La vicenda inizia nel 2012, quando Simona, la madre romena, arriva a Rimini con un figlio di un anno e incinta del secondo. Sola al mondo, priva di risorse materiali e affettive, la donna viene accolta da una comunità religiosa e presa in carico dai servizi sociali. Tutto va bene fino al settembre 2014, quando la comunità certifica agli assistenti sociali che la donna segue uno stage di lavoro, «è apprezzata per l'impegno e per il comportamento gentile», «è ordinata» e «gestisce in modo efficace il suo tempo» tra figli e i vari impegni. La situazione precipita all'improvviso nell'aprile 2015, quando i servizi decidono di separare madre e figli. Il motivo è una bruciatura. La madre parla di un incidente: il primogenito, che ha quasi quattro anni ed è vivace, l'avrebbe urtata mentre stirava. Le assistenti sociali credono invece alla versione di una maestra, cui il bimbo avrebbe detto che «la mamma gli ha messo il ferro sul ginocchio perché voleva sentire se fosse caldo». Nella relazione delle operatrici, Simona sembra trasformarsi da Dr Jeckyll in Mr Hyde: ha «atteggiamenti ambivalenti», «toni dell'umore imprevedibili», modi «minacciosi e aggressivi» verso i figli. La donna viene allontanata dalla comunità e i bimbi sono consegnati a un'altra famiglia. «L'affidamento», dice Salvatore Di Grazia, avvocato di Simona, «avviene senza nemmeno avvisare la madre, malgrado quanto prescrive la legge».
Tra agosto e dicembre 2015, la donna vede i figli appena tre volte. Alla fine del primo incontro «protetto», l'operatrice della comunità attesta che i bimbi soffrono e piangono per essere stati separati dalla madre. In dicembre, invece, i servizi scrivono al Tribunale dei minori di Bologna che Simona non si attiene alle «importanti prescrizioni comportamentali» da seguire negli incontri, e dimostra «elevata conflittualità» verso le assistenti sociali. L'avvocato Di Grazia obietta che in realtà la donna si è limitata a non ubbidire al divieto di fotografare i figli con il telefonino. Il servizio, però, sospende gli incontri «in quanto fortemente disturbanti» per i minori. Simona si dispera. Per superare il muro che le viene opposto, nel febbraio 2016 chiede un confronto con le operatrici nascondendo un registratore. Si sente rimproverare perché nell'ultimo incontro con i bimbi, prima di Natale, ha portato loro non «due bambolotti», come concordato, ma tre più un'automobilina. Mostrerebbe «difficoltà caratteriali» e «atteggiamenti di sfida». Simona supplica: «Mettetemi alla prova!».
È tutto inutile, gli incontri non ripartono. Il servizio sociale intanto riferisce al Tribunale dei minori che il figlio più piccolo si è integrato nella nuova famiglia, mentre il primogenito «dopo ogni incontro con la madre manifesta segnali preoccupanti per la sua salute psicofisica». L'avvocato Di Grazia contesta: «È come se quelle reazioni fossero causate dalla mamma e non invece dal dolore per la separazione. Per capire la verità basta dire che la famiglia affidataria, un mese dopo aver preso con sé i due bimbi, voleva restituirli ai servizi perché stavano male e chiedevano continuamente della mamma».
Nel luglio 2016 Simona non vede i figli da sei mesi e continua a chiedere comprensione alle assistenti sociali. Ogni volta registra di nascosto voci che le confermano chiusura totale: «Signora, lei non collabora… lei non comprende… lei ingrana la marcia e va per conto suo». In ottobre, colta dall'irrefrenabile desiderio di rivedere i bimbi, la donna va nella chiesa dove sa che li porta la famiglia affidataria. Il contatto è un errore. Simona viene denunciata e il servizio sociale stende un'altra relazione al Tribunale minorile: certifica che è «inadeguata» come madre e conferma la sua «difficoltà ad attenersi alle indicazioni».
Il giudice Mirko Stifano dispone una perizia psichiatrica, cui il servizio sociale risponde con nuove accuse: i bambini avrebbero rivelato che una notte la mamma li avrebbe portati sulla spiaggia a «vedere degli uomini nudi». In realtà, quando ancora era nella comunità, Simona e altre madri si erano recate con i figli sul lungomare di Rimini per uno spettacolo di ballerini brasiliani. Non servono a nulla foto e video che documentano cosa sia accaduto davvero. Non serve neppure l'autorevole controperizia firmata dallo psichiatra Camillo Valgimigli, cui peraltro non viene permesso di vedere i bambini. Nel gennaio 2019 il giudice dichiara la decadenza genitoriale di Simona. «È stato indotto a farlo», sostiene oggi Di Grazia, «e del resto al giudice i servizi sociali non avevano neppure rivelato che un mese prima, nel dicembre 2018, avevano paradossalmente riammesso i contatti tra madre e figli». L'avvocato sospetta che questo fosse accaduto perché in settembre aveva denunciato alla Procura di Rimini i mancati incontri e qualcuno, tra gli assistenti sociali, aveva saputo dell'avvio dell'indagine. «Di quegli incontri comunque abbiamo fatto dei video», conclude Di Grazia, «e ne traspare solo felicità. Se il servizio avesse informato il giudice, si sarebbe evitata una decisione devastante».
Ora la richiesta del ricongiungimento definitivo tra Simona e i bimbi è sul tavolo della Corte d'appello minorile. Intanto la Procura di Rimini riconosce che la donna «ha sempre agito nell'interesse dei figli» e si prepara a chiedere il rinvio a giudizio per gli assistenti sociali. Proprio come la Procura di Reggio Emilia sta per fare per Bibbiano.
Cacciati gli indagati del sistema «che non c’è»
«Giù le mani dai bambini!», urlano in coro gli illustri ideologi progressisti. Tutti berciano, gridano e s'affannano a ringhiare che Matteo Salvini è un uomo senza scrupoli, poiché ha avuto l'ardire di chiudere la campagna elettorale a Bibbiano. «Mamme e bambini per un pugno di voti», titola in prima pagina il Fatto quotidiano, spiegando che «l'ex ministro sfrutta fattacci di cronaca estranei alla campagna elettorale: dai bimbi di Bibbiano all'omicidio di Tommy». Su Twitter ci sono giornalisti che paragonano il caso «Angeli e demoni» alla vicenda Stamina, Gianni Riotta tira in ballo la storia di Di Bella. Il più feroce, al solito, è Gad Lerner: «Anche quest'ultima cavalcata sulla pelle dei bambini si configura come una parodia dello squadrismo», scrive su Repubblica, «mirante a degradare l'avversario riducendolo a essere spregevole, immorale». Già: degradare l'avversario. Un'arte che Lerner conosce bene, visto che si diverte a stilare liste di proscrizione, a paragonare i giornalisti di destra agli autori dei protocolli dei Savi di Sion o alle firme della Difesa della razza.
La Lega e i sovranisti fanno campagna «sulla pelle dei bambini», tuona la banda democratica al gran completo. Gad è l'inimitabile solista. Spiega che attorno al palco leghista ci sono «madri vittime di situazioni di disagio sociale mal gestito». Ovvio: le madri affrante finite nel vortice della giustizia minorile sono «vittime di disagio sociale», sono espressione delle «classi subalterne», per usare un'espressione cara al simpatico Lerner. «Ma ciò che più spaventa, di fronte al loro dolore», aggiunge il fine editorialista, «è un aspirante primo ministro del nostro Paese che si compiace di assecondarle per bieca convenienza. Aggiornando per loro la formula che di solito adopera quando promette il respingimento dei migranti: “Darò anche la vita per riportare a casa questi bimbi"».
Giù le mani dai bambini, ripetono a oltranza i progressisti. Viene da chiedersi perché non l'abbiano detto mesi fa, quando il caso «Angeli e demoni» è esploso. Invece di alzare la voce, in tutti questi mesi, hanno cercato di silenziare la faccenda, di ridurla a una banale storiaccia di cronaca. C'è pure chi ha preso le difese di due dei principali indagati, presentandoli come vittime del circo mediatico. Beh, giusto ieri si è appreso che questi due personaggi - Federica Anghinolfi e Francesco Monopoli - sono stati licenziati dai servizi sociali della Val d'Enza. Dopo gli arresti, sono stati rimessi in libertà alla fine di dicembre. Nel frattempo, nei loro confronti è stato aperto un procedimento disciplinare, con relativa sospensione dal servizio. Adesso giunge il licenziamento. Sylvia Kranz, la responsabile dei provvedimenti disciplinari al servizio dell'istituzione emiliana, ha spiegato che dalle carte dell'inchiesta riguardanti Anghinolfi e Monopoli emerge «che i loro comportamenti erano tesi a fare pressioni su colleghi e soggetti esterni per giungere a sentenze del Tribunale dei minori di Bologna tese ad allontanare i bambini dalle famiglie di origine per darli in affidamento».
Anghinolfi e Monopoli facevano pressioni sugli altri assistenti sociali parlando di pericolosi satanisti cannibali all'opera nella provincia di Reggio Emilia. Spingevano i colleghi a falsificare le relazioni. La Anghinolfi ha contribuito a dare in affidamento una bambina a una coppia Lgbt di cui faceva parte la sua ex fidanzata (e, come se non bastasse, si è scoperto che la coppia maltrattava la piccola).
Questo accadeva in Val d'Enza, altro che raffreddore. È di personaggi del genere che, nel comizio a Bibbiano, ha parlato Matteo Salvini. E se non ne avesse parlato lui, in questi mesi, se non ne avesse parlato Giorgia Meloni (e se non se ne fossero occupate trasmissioni tv come Fuori dal coro), dell'orrore degli affidi illeciti non si sarebbe interessato nessuno. Sì, certo, ci sono le inchieste giornalistiche: lo sappiamo, siamo stati i primi e spesso i soli a raccontare il caso Bibbiano. Ma se non si muove la politica, le inchieste possono poco, non bastano. Ne abbiamo le prove.
Una ventina d'anni fa, in provincia di Modena, scoppiò il caso «Veleno», analogo a Bibbiano e per certi versi ancora più inquietante. Quella storia fu raccontata per filo e per segno dal Giornale, all'epoca. Ma - a parte alcune eccezioni come Carlo Giovanardi - i politici se ne fregarono ampiamente. Risultato: dopo due decenni ci troviamo davanti a uno schifo analogo, che ha addirittura gli stessi protagonisti.
Dicono gli editorialisti indignati: ma Salvini porta in piazza madri che non sono di Bibbiano. Vero. E allora? Il problema del sistema di gestione dei minori va oltre l'Emilia Romagna, va oltre la cronaca e le inchieste. Le madri che erano sotto il palco leghista, nei mesi passati, le abbiamo incontrate ripetutamente in varie città italiane. Sono donne disperate (o uomini, perché ci sono anche tanti, troppi padri) pronte a tutto per riavere i loro bambini. «Sembrano pazze», dice qualcuno. Ah, sì? Provateci voi a stare mesi senza vedere il vostro bambino, e vediamo se non andate fuori di testa.
No, qui non ci sono delle poverette «vittime del disagio sociale». Ci sono uomini e donne fragili, magari poveri, di cui un sistema orrendo si è approfittato. Donne italiane e straniere, padri giovani e più anziani. Di queste persone non si sarebbe occupato nessuno, se non lo avessero fatto i perfidi sovranisti. Ovvio, ascoltare non basta. Bisogna dare risposte, cambiare le leggi, vigilare sui servizi sociali e sui tribunali. Ma le persone disperate che abbiamo incontrato in questi mesi avevano un'esigenza prioritaria: raccontare le proprie storie a qualcuno disposto a starle a sentire, e a ripeterle al grande pubblico. La destra ha ascoltato. Gli altri hanno fatto finta di niente e adesso si scandalizzano «per i bambini».
Francesco Borgonovo
Continua a leggereRiduci
Secondo la Procura due assistenti sociali impediscono arbitrariamente a una giovane romena in difficoltà di incontrare i suoi piccoli. Fino a portarla all'esasperazione.La banda democratica strilla contro Matteo Salvini: «Va in Val d'Enza per lucrare voti sulla pelle dei bambini». Ma intanto i servizi locali licenziano Federica Anghinolfi e Francesco Monopoli, due figure al centro dell'inchiesta «Angeli e demoni». Altro che strumentalizzazione.Lo speciale contiene due articoliForse l'inchiesta «Angeli e demoni» della Procura di Reggio Emilia comincia a fare scuola. Quel che è certo è che nel mirino della magistratura non ci sono più solo gli assistenti sociali di Bibbiano. Duecento chilometri a est della cittadina finita suo malgrado nello scandalo dei presunti allontanamenti illeciti dei bambini, altri magistrati indagano sugli affidi minorili. Accade a Rimini, dove la responsabile dei servizi sociali, Tiziana Valer, e il capo del servizio tutela minori dell'Azienda sanitaria locale, Laura Pulvirenti, sono indagate per «mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice», reato che prevede fino a tre anni di reclusione. La Procura di Rimini, che ha appena chiuso le indagini preliminari, ritiene che dal dicembre 2015 le due indagate abbiano arbitrariamente interrotto gli incontri tra una madre romena e i due figli che all'epoca avevano quattro e due anni. Così facendo, le responsabili dei servizi sociali avrebbero violato le direttive del Tribunale dei minori di Bologna, che nel maggio 2013 aveva affidato i bambini ai servizi sociali ma «con il compito di regolare secondo opportunità i rapporti con la madre». Secondo il pm Davide Ercolani, le due indagate avrebbero violato anche le norme sull'affidamento dei minori, in particolare la legge 149 del 2001 dove si prevede che nei confronti dei bambini allontanati il servizio sociale debba sempre agevolare «i rapporti con la famiglia di provenienza e il rientro nella stessa secondo le modalità più idonee».La vicenda inizia nel 2012, quando Simona, la madre romena, arriva a Rimini con un figlio di un anno e incinta del secondo. Sola al mondo, priva di risorse materiali e affettive, la donna viene accolta da una comunità religiosa e presa in carico dai servizi sociali. Tutto va bene fino al settembre 2014, quando la comunità certifica agli assistenti sociali che la donna segue uno stage di lavoro, «è apprezzata per l'impegno e per il comportamento gentile», «è ordinata» e «gestisce in modo efficace il suo tempo» tra figli e i vari impegni. La situazione precipita all'improvviso nell'aprile 2015, quando i servizi decidono di separare madre e figli. Il motivo è una bruciatura. La madre parla di un incidente: il primogenito, che ha quasi quattro anni ed è vivace, l'avrebbe urtata mentre stirava. Le assistenti sociali credono invece alla versione di una maestra, cui il bimbo avrebbe detto che «la mamma gli ha messo il ferro sul ginocchio perché voleva sentire se fosse caldo». Nella relazione delle operatrici, Simona sembra trasformarsi da Dr Jeckyll in Mr Hyde: ha «atteggiamenti ambivalenti», «toni dell'umore imprevedibili», modi «minacciosi e aggressivi» verso i figli. La donna viene allontanata dalla comunità e i bimbi sono consegnati a un'altra famiglia. «L'affidamento», dice Salvatore Di Grazia, avvocato di Simona, «avviene senza nemmeno avvisare la madre, malgrado quanto prescrive la legge». Tra agosto e dicembre 2015, la donna vede i figli appena tre volte. Alla fine del primo incontro «protetto», l'operatrice della comunità attesta che i bimbi soffrono e piangono per essere stati separati dalla madre. In dicembre, invece, i servizi scrivono al Tribunale dei minori di Bologna che Simona non si attiene alle «importanti prescrizioni comportamentali» da seguire negli incontri, e dimostra «elevata conflittualità» verso le assistenti sociali. L'avvocato Di Grazia obietta che in realtà la donna si è limitata a non ubbidire al divieto di fotografare i figli con il telefonino. Il servizio, però, sospende gli incontri «in quanto fortemente disturbanti» per i minori. Simona si dispera. Per superare il muro che le viene opposto, nel febbraio 2016 chiede un confronto con le operatrici nascondendo un registratore. Si sente rimproverare perché nell'ultimo incontro con i bimbi, prima di Natale, ha portato loro non «due bambolotti», come concordato, ma tre più un'automobilina. Mostrerebbe «difficoltà caratteriali» e «atteggiamenti di sfida». Simona supplica: «Mettetemi alla prova!». È tutto inutile, gli incontri non ripartono. Il servizio sociale intanto riferisce al Tribunale dei minori che il figlio più piccolo si è integrato nella nuova famiglia, mentre il primogenito «dopo ogni incontro con la madre manifesta segnali preoccupanti per la sua salute psicofisica». L'avvocato Di Grazia contesta: «È come se quelle reazioni fossero causate dalla mamma e non invece dal dolore per la separazione. Per capire la verità basta dire che la famiglia affidataria, un mese dopo aver preso con sé i due bimbi, voleva restituirli ai servizi perché stavano male e chiedevano continuamente della mamma».Nel luglio 2016 Simona non vede i figli da sei mesi e continua a chiedere comprensione alle assistenti sociali. Ogni volta registra di nascosto voci che le confermano chiusura totale: «Signora, lei non collabora… lei non comprende… lei ingrana la marcia e va per conto suo». In ottobre, colta dall'irrefrenabile desiderio di rivedere i bimbi, la donna va nella chiesa dove sa che li porta la famiglia affidataria. Il contatto è un errore. Simona viene denunciata e il servizio sociale stende un'altra relazione al Tribunale minorile: certifica che è «inadeguata» come madre e conferma la sua «difficoltà ad attenersi alle indicazioni». Il giudice Mirko Stifano dispone una perizia psichiatrica, cui il servizio sociale risponde con nuove accuse: i bambini avrebbero rivelato che una notte la mamma li avrebbe portati sulla spiaggia a «vedere degli uomini nudi». In realtà, quando ancora era nella comunità, Simona e altre madri si erano recate con i figli sul lungomare di Rimini per uno spettacolo di ballerini brasiliani. Non servono a nulla foto e video che documentano cosa sia accaduto davvero. Non serve neppure l'autorevole controperizia firmata dallo psichiatra Camillo Valgimigli, cui peraltro non viene permesso di vedere i bambini. Nel gennaio 2019 il giudice dichiara la decadenza genitoriale di Simona. «È stato indotto a farlo», sostiene oggi Di Grazia, «e del resto al giudice i servizi sociali non avevano neppure rivelato che un mese prima, nel dicembre 2018, avevano paradossalmente riammesso i contatti tra madre e figli». L'avvocato sospetta che questo fosse accaduto perché in settembre aveva denunciato alla Procura di Rimini i mancati incontri e qualcuno, tra gli assistenti sociali, aveva saputo dell'avvio dell'indagine. «Di quegli incontri comunque abbiamo fatto dei video», conclude Di Grazia, «e ne traspare solo felicità. Se il servizio avesse informato il giudice, si sarebbe evitata una decisione devastante».Ora la richiesta del ricongiungimento definitivo tra Simona e i bimbi è sul tavolo della Corte d'appello minorile. Intanto la Procura di Rimini riconosce che la donna «ha sempre agito nell'interesse dei figli» e si prepara a chiedere il rinvio a giudizio per gli assistenti sociali. Proprio come la Procura di Reggio Emilia sta per fare per Bibbiano.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/echi-di-bibbiano-pure-a-rimini-figli-strappati-alla-madre-a-dispetto-di-leggi-e-giudici-2644908956.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cacciati-gli-indagati-del-sistema-che-non-ce" data-post-id="2644908956" data-published-at="1769502068" data-use-pagination="False"> Cacciati gli indagati del sistema «che non c’è» «Giù le mani dai bambini!», urlano in coro gli illustri ideologi progressisti. Tutti berciano, gridano e s'affannano a ringhiare che Matteo Salvini è un uomo senza scrupoli, poiché ha avuto l'ardire di chiudere la campagna elettorale a Bibbiano. «Mamme e bambini per un pugno di voti», titola in prima pagina il Fatto quotidiano, spiegando che «l'ex ministro sfrutta fattacci di cronaca estranei alla campagna elettorale: dai bimbi di Bibbiano all'omicidio di Tommy». Su Twitter ci sono giornalisti che paragonano il caso «Angeli e demoni» alla vicenda Stamina, Gianni Riotta tira in ballo la storia di Di Bella. Il più feroce, al solito, è Gad Lerner: «Anche quest'ultima cavalcata sulla pelle dei bambini si configura come una parodia dello squadrismo», scrive su Repubblica, «mirante a degradare l'avversario riducendolo a essere spregevole, immorale». Già: degradare l'avversario. Un'arte che Lerner conosce bene, visto che si diverte a stilare liste di proscrizione, a paragonare i giornalisti di destra agli autori dei protocolli dei Savi di Sion o alle firme della Difesa della razza. La Lega e i sovranisti fanno campagna «sulla pelle dei bambini», tuona la banda democratica al gran completo. Gad è l'inimitabile solista. Spiega che attorno al palco leghista ci sono «madri vittime di situazioni di disagio sociale mal gestito». Ovvio: le madri affrante finite nel vortice della giustizia minorile sono «vittime di disagio sociale», sono espressione delle «classi subalterne», per usare un'espressione cara al simpatico Lerner. «Ma ciò che più spaventa, di fronte al loro dolore», aggiunge il fine editorialista, «è un aspirante primo ministro del nostro Paese che si compiace di assecondarle per bieca convenienza. Aggiornando per loro la formula che di solito adopera quando promette il respingimento dei migranti: “Darò anche la vita per riportare a casa questi bimbi"». Giù le mani dai bambini, ripetono a oltranza i progressisti. Viene da chiedersi perché non l'abbiano detto mesi fa, quando il caso «Angeli e demoni» è esploso. Invece di alzare la voce, in tutti questi mesi, hanno cercato di silenziare la faccenda, di ridurla a una banale storiaccia di cronaca. C'è pure chi ha preso le difese di due dei principali indagati, presentandoli come vittime del circo mediatico. Beh, giusto ieri si è appreso che questi due personaggi - Federica Anghinolfi e Francesco Monopoli - sono stati licenziati dai servizi sociali della Val d'Enza. Dopo gli arresti, sono stati rimessi in libertà alla fine di dicembre. Nel frattempo, nei loro confronti è stato aperto un procedimento disciplinare, con relativa sospensione dal servizio. Adesso giunge il licenziamento. Sylvia Kranz, la responsabile dei provvedimenti disciplinari al servizio dell'istituzione emiliana, ha spiegato che dalle carte dell'inchiesta riguardanti Anghinolfi e Monopoli emerge «che i loro comportamenti erano tesi a fare pressioni su colleghi e soggetti esterni per giungere a sentenze del Tribunale dei minori di Bologna tese ad allontanare i bambini dalle famiglie di origine per darli in affidamento». Anghinolfi e Monopoli facevano pressioni sugli altri assistenti sociali parlando di pericolosi satanisti cannibali all'opera nella provincia di Reggio Emilia. Spingevano i colleghi a falsificare le relazioni. La Anghinolfi ha contribuito a dare in affidamento una bambina a una coppia Lgbt di cui faceva parte la sua ex fidanzata (e, come se non bastasse, si è scoperto che la coppia maltrattava la piccola). Questo accadeva in Val d'Enza, altro che raffreddore. È di personaggi del genere che, nel comizio a Bibbiano, ha parlato Matteo Salvini. E se non ne avesse parlato lui, in questi mesi, se non ne avesse parlato Giorgia Meloni (e se non se ne fossero occupate trasmissioni tv come Fuori dal coro), dell'orrore degli affidi illeciti non si sarebbe interessato nessuno. Sì, certo, ci sono le inchieste giornalistiche: lo sappiamo, siamo stati i primi e spesso i soli a raccontare il caso Bibbiano. Ma se non si muove la politica, le inchieste possono poco, non bastano. Ne abbiamo le prove. Una ventina d'anni fa, in provincia di Modena, scoppiò il caso «Veleno», analogo a Bibbiano e per certi versi ancora più inquietante. Quella storia fu raccontata per filo e per segno dal Giornale, all'epoca. Ma - a parte alcune eccezioni come Carlo Giovanardi - i politici se ne fregarono ampiamente. Risultato: dopo due decenni ci troviamo davanti a uno schifo analogo, che ha addirittura gli stessi protagonisti. Dicono gli editorialisti indignati: ma Salvini porta in piazza madri che non sono di Bibbiano. Vero. E allora? Il problema del sistema di gestione dei minori va oltre l'Emilia Romagna, va oltre la cronaca e le inchieste. Le madri che erano sotto il palco leghista, nei mesi passati, le abbiamo incontrate ripetutamente in varie città italiane. Sono donne disperate (o uomini, perché ci sono anche tanti, troppi padri) pronte a tutto per riavere i loro bambini. «Sembrano pazze», dice qualcuno. Ah, sì? Provateci voi a stare mesi senza vedere il vostro bambino, e vediamo se non andate fuori di testa. No, qui non ci sono delle poverette «vittime del disagio sociale». Ci sono uomini e donne fragili, magari poveri, di cui un sistema orrendo si è approfittato. Donne italiane e straniere, padri giovani e più anziani. Di queste persone non si sarebbe occupato nessuno, se non lo avessero fatto i perfidi sovranisti. Ovvio, ascoltare non basta. Bisogna dare risposte, cambiare le leggi, vigilare sui servizi sociali e sui tribunali. Ma le persone disperate che abbiamo incontrato in questi mesi avevano un'esigenza prioritaria: raccontare le proprie storie a qualcuno disposto a starle a sentire, e a ripeterle al grande pubblico. La destra ha ascoltato. Gli altri hanno fatto finta di niente e adesso si scandalizzano «per i bambini». Francesco Borgonovo
«I due militari», si legge nella nota, «sono stati bloccati in territorio palestinese, vicino Ramallah, probabilmente da un “colono” sotto la minaccia di un fucile mitragliatore». La Farnesina ha inoltre riferito che «l’ambasciata d’Italia a Tel Aviv ha già rivolto una protesta formale al governo israeliano rivolgendosi al ministero degli Affari esteri, al Cogat (il comando militare israeliano per il Territori palestinesi occupati), allo Stato maggiore delle Idf, la polizia e allo Shin Bet (il servizio di sicurezza israeliano competente per i Territori palestinesi)». I dettagli dell’accaduto non sono ancora chiari. Secondo le prima ricostruzioni i due militari stavano effettuando un sopralluogo in vista di una missione degli ambasciatori della Ue in un villaggio nei pressi di Ramallah, in territorio della Autorità nazionale palestinese.
Gli uomini dell’Arma, che erano a bordo di un’auto con targa diplomatica e muniti di passaporti e tesserini diplomatici, come detto, sono stati «interrogati» dall’uomo, armato e in abiti civili, che si presume essere un colono israeliano. I due militari hanno però rifiutato di rispondere. Secondo quanto riferito dalla Farnesina l’uomo avrebbe poi passato ai due carabinieri una persona al telefono, che senza identificarsi, li ha informati che si trovavano all’interno di un’area militare e dovevano allontanarsi. Il ministero degli Esteri ha poi precisato che una verifica con il Cogat ha però confermato che non esiste nessuna area militare in quel punto. I due carabinieri sono poi rientrati incolumi in consolato e hanno riportato all’ambasciata e alla catena di comando dell’Arma quanto era avvenuto.
Al momento di andare in stampa nessun esponente del governo aveva ancora preso posizione con una dichiarazione sull’accaduto. Una scelta probabilmente dettata dall’esigenza di non interferire con i passi formali portati avanti dalla Farnesina. Ma da Palazzo Chigi è filtrata informalmente una forte irritazione del premier Giorgia Meloni che condivide in pieno l’azione di Tajani.
Un ulteriore comunicato della Farnesina ha poi spiegato che «l’ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, è stato convocato» ieri «pomeriggio alla Farnesina, su decisione del ministro degli Esteri Antonio Tajani, dopo il grave episodio che ha coinvolto due carabinieri in servizio presso il consolato generale d’Italia a Gerusalemme». «All’ambasciatore israeliano», prosegue il comunicato, «è stato espresso il forte disappunto e la dura protesta
dell’Italia per quanto accaduto. È stato ribadito come l’episodio sia di particolare gravità, anche alla luce del ruolo svolto dai carabinieri e del contesto operativo in cui si trovavano».
Infine, conclude la Farnesina, «si è colta l’occasione per reiterare la preoccupazione del governo sui comportamenti dei coloni violenti in Cisgiordania, in linea con quanto il ministro Tajani ha ricordato al suo omologo israeliano in occasione di numerosi colloqui. L’ambasciatore Peled ha espresso rincrescimento per l’incidente e ha indicato che il suo governo provvederà a effettuare le opportune indagini su quanto accaduto».
A prendere posizione per la maggioranza è stata la senatrice di Forza Italia e presidente della commissione Affari esteri e difesa a Palazzo Madama, Stefania Craxi, che in una nota ha espresso la sua «più ferma condanna per il gravissimo episodio avvenuto nei pressi di Ramallah». Aggiungendo poi che «se confermato, risulta ancor più grave che i due militari siano stati interrogati e trattenuti sotto minaccia nonostante fossero in possesso di passaporti e tesserini diplomatici». Per la senatrice di Fi quello avvenuto domenica «è un atto inaccettabile, che rappresenta una seria violazione delle norme internazionali». Per la segretaria del Pd Elly Schlein però, «i coloni uccidono, minacciano i palestinesi e stanno perpetrando da tempo - e indisturbati - abusi e violenze di ogni genere». Per questo, sostiene, «convocare l’ambasciatore non basta». E il governo dovrebbe dire «piuttosto a Netanyahu di fermarsi».
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 27 gennaio con Carlo Cambi
L’ambasciatore d’Italia in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado (Ansa)
L’ambasciatore era stato richiamato in Italia, nei giorni scorsi, dopo la scarcerazione di Jacques Moretti, proprietario, insieme alla moglie Jessica del locale Le Constellation, rilasciato a fronte di una cauzione di 200.000 franchi pagata da un facoltoso imprenditore a lui vicino che ha preteso, e ottenuto, di rimanere anonimo.
Meloni aveva definito questa scelta un «insulto alla memoria delle vittime», mentre il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, aveva rimarcato la necessità di «sapere chi ha pagato la cauzione e se ci sono complicità in quanto avvenuto la notte di Capodanno a Le Constellation».
A queste richieste esplicite, Beatrice Pilloud, procuratore del Canton Vallese, si era limitata a rispondere con un laconico «la decisione non è stata presa da me, ma dal Tribunale per i provvedimenti coercitivi», e senza aggiungere altro, aveva chiuso lì l’argomento.
Lo strappo istituzionale, rimarcato ieri, risulta quindi l’unico modo per esercitare una pressione sulla Svizzera sufficiente - si spera - ad ottenere un cambio di marcia nelle indagini. Per ora sull’inchiesta svizzera, che dovrebbe portare all’accertamento delle responsabilità per l’incendio di capodanno nel quale hanno perso la vita 40 giovanissimi e altri 116 sono rimasti gravemente feriti, continuano ad accumularsi ombre.
Non solo, infatti, la Procura del Canton Vallese è rimasta ferma all’ipotesi di reato per omicidio, lesioni ed incendio colposi, senza contemplare il dolo eventuale, nonostante le evidenti e innegabili mancanze nell’ambito della prevenzione incendi e della sicurezza del locale, ma i due proprietari de Le Constellation risultano ancora gli unici indagati, anche a fronte delle ammissioni del sindaco di Crans Montana, Nicolas Feraud, sui mancati controlli che da cinque anni non venivano effettuati come da obbligo di legge. La forma della «collaborazione effettiva» che dovrebbe avviarsi tra le autorità giudiziarie di Svizzera e Italia è contenuta nella rogatoria che la Procura Roma ha presentato ai magistrati di Sion. Nella rogatoria si chiede «l’acquisizione di tutti i documenti relativi all’attività istruttoria svolta fino ad oggi», compresa anche la «documentazione relativa alle autorizzazioni ottenute in passato dal locale Le Costellation», e quella relativa ai controlli delle autorità locali che per ammissione dello stesso sindaco di Crans Montana risultano mancanti. Al momento, infatti, il fascicolo aperto dalla Procura di Roma per omicidio colposo e disastro colposo, è contro ignoti, e i documenti richiesti alla Svizzera sono necessari per poter iscrivere i primi indagati. La rogatoria prevede, inoltre, l’invio di un team di investigatori che dovranno affiancare i colleghi svizzeri nell’attività di indagine. Nel frattempo arrivano le prime stime sui risarcimenti che spettano alle vittime della strage. Si parla di cifre che vanno da 600 milioni a oltre un miliardo di franchi svizzeri. A calcolarli, semplicemente utilizzando le tabelle di capitalizzazione e simulando lo scenario in termini di danni stimati, è stato Pascal Pichonnaz, professore di diritto privato all’Università di Friburgo, come riportato dal quotidiano francese Le Nouvelliste. La cifra ipotizzata servirà a coprire le cure mediche che, da sole, potrebbero costare fino a 1,6 milioni di franchi a persona e, poi, a tentare di ripagare la perdita di guadagno, attuale e futura per i feriti, che sono sono in maggioranza minorenni e che per anni - nessuno sa quanti - si troveranno a fare i conti con quello che hanno vissuto, invece di dedicarsi appieno alle sfide che aspettano i giovani adulti. In teoria, i risarcimenti che verranno chiesti, dovrebbero coprire anche i danni morali subiti dalle famiglie dei ragazzi morti tra le fiamme e da chi è ancora oggi in ospedale a lottare contro le bruciature profonde. Ma per rifondere quelli nessuna somma sarà mai sufficiente.
Da venerdì a domenica, proprio a Crans Montana, si terranno le gare di sci di Coppa del Mondo, l’ultimo appuntamento prima dei Giochi olimpici di Milano Cortina: per condividere il dolore delle famiglie e delle vittime della tragedia di capodanno le azzurre e gli azzurri dello sci alpino gareggeranno con il lutto al braccio.
Continua a leggereRiduci
Polizia e mezzi di soccorso a Rogoredo (Ansa)
Un nordafricano di quasi 30 anni (classe 1997), di origine marocchina, irregolare e pregiudicato (precedenti per droga, resistenza e lesioni), è morto nel tardo pomeriggio di lunedì 26 gennaio in via Peppino Impastato a Milano, zona Rogoredo, vicino al celebre boschetto della droga, durante un’operazione antispaccio della polizia. Il clandestino impugnava una pistola priva di cappuccio rosso, identica a un’arma vera, modello Beretta 92, in dotazione da anni anche alle nostre forze dell’ordine. A sparare è stato un agente in borghese (ora indagato), impegnato insieme ad altri colleghi in un servizio di pattugliamento nell’area.
La sparatoria è avvenuta a poche centinaia di metri dall’Arena di Santa Giulia, una delle sedi principali delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, che inizieranno tra dieci giorni. Rogoredo è uno degli snodi logistici indicati per l’accesso degli spettatori e l’area è da tempo sottoposta a controlli rafforzati anche in vista dell’evento olimpico. Per di più è una zona che era stata citata durante la conferenza stampa di Natale dal sindaco Beppe Sala, che aveva parlato di un miglioramento della situazione nel tristemente celebre boschetto della droga di Rogoredo.
Secondo la prima ricostruzione, ora al vaglio della Squadra Mobile, gli agenti operavano in abiti civili lungo via Impastato, una delle direttrici più sensibili del quartiere, a ridosso dei binari ferroviari e delle aree verdi. L’uomo avrebbe incrociato i poliziotti, impegnati con una terza persona, e si sarebbe avvicinato, mettendosi di traverso. In pochi secondi avrebbe estratto una pistola e l’avrebbe puntata contro di loro. L’arma non presentava alcun segno distintivo, né il tappo rosso previsto per le armi giocattolo, rendendola indistinguibile da una pistola reale.
Uno degli agenti ha reagito sparando. I colpi hanno raggiunto il trentenne alla parte alta del corpo. L’uomo è morto sul posto. Inutili i tentativi di soccorso del 118. Accanto al corpo è stata rinvenuta la pistola, risultata poi essere un’arma a salve, una replica fedele di un modello in dotazione anche alle forze dell’ordine. Un elemento che gli investigatori considerano centrale nella valutazione della percezione del pericolo da parte degli agenti.
Sul posto sono intervenuti il medico legale, la polizia scientifica e gli uomini della Squadra Mobile, che stanno verificando la dinamica dell’accaduto, la distanza dei colpi e la posizione dei presenti. Al vaglio anche eventuali immagini di videosorveglianza e le testimonianze raccolte nelle ore successive. L’uomo ucciso risultava noto alle forze dell’ordine. La sua presenza nell’area si inserisce in un contesto che da anni resta uno dei più critici di Milano sul fronte dello spaccio di droga. Secondo dati e resoconti ufficiali delle forze dell’ordine, il parco e le aree verdi di Rogoredo e San Donato rappresentano da oltre un decennio una delle principali piazze di spaccio del Nord Italia. Negli ultimi anni si sono susseguite decine di operazioni di polizia: arresti per associazione a delinquere, sequestri di chili di stupefacenti, identificazioni di centinaia di persone in singole giornate di controllo.
Solo nel 2025, durante controlli straordinari disposti dalla Prefettura, sono state identificate oltre 1.000 persone in poche settimane ed effettuati numerosi arresti per spaccio e reati collegati. Le forze dell’ordine descrivono l’area come una «scena aperta» di consumo e traffico di droga, con flussi continui di acquirenti provenienti anche da fuori città. Le operazioni di bonifica hanno più volte ridotto la visibilità del fenomeno, senza però eliminarlo.
Negli ultimi anni il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha più volte dichiarato di aver «ripulito» il boschetto di Rogoredo e di aver migliorato la situazione dell’area, rivendicando l’efficacia degli interventi messi in campo dal Comune insieme alle forze dell’ordine. Dichiarazioni rilanciate anche in vista delle Olimpiadi, con l’obiettivo di presentare un quadrante urbano finalmente normalizzato, a ridosso di una delle principali infrastrutture sportive dei Giochi.
La cronaca, però, continua a raccontare un’altra storia. Lo spaccio non è mai scomparso, ma si è spostato di poche decine o centinaia di metri, adattandosi alle operazioni di controllo. Via Impastato resta una zona ad alta tensione, dove gli agenti operano in borghese e dove il rischio di interventi improvvisi è elevato. Negli ultimi anni Rogoredo ha continuato a registrare arresti quotidiani, morti per overdose, aggressioni e interventi d’emergenza.
La sparatoria di lunedì si inserisce in questa continuità. Avviene a ridosso di un evento mondiale, in un’area indicata come risanata, ma che continua a richiedere un presidio costante e operazioni ad alto rischio. Il degrado denunciato da residenti, operatori sociali e forze dell’ordine non è stato superato, ma gestito. E mentre Milano si prepara a mostrarsi al mondo con l’Arena di Santa Giulia come simbolo della città olimpica, Rogoredo continua a produrre la stessa cronaca di sempre, fatta di pattugliamenti, armi - vere o presunte - e morti che riaprono, ogni volta, lo stesso problema mai davvero risolto.
Salvini: «Io sto con il poliziotto». Sala balbetta: «Niente slogan»
La tragedia nel gelo di una sera a Rogoredo. E nel gelo di una città che non vede e non ascolta gli allarmi sicurezza. Tutto comincia a ribollire a margine dell’uccisione del giovane nel boschetto milanese della droga. Quella pistola Beretta 92 (risultata finta) puntata contro un poliziotto dal ventenne immigrato, si contrappone al revolver vero che ha fatto fuoco e innescato il dramma. Il caso diventa immediatamente politico. Mentre l’opposizione ha già cominciato a strumentalizzare la vicenda in chiave colpevolista, il governo fa muro.
Il vicepremier Matteo Salvini non ha dubbi e si schiera con le forze dell’ordine, ancora una volta sotto pressione: «Sono dalla parte del poliziotto senza se e senza ma. Il giovane aveva estratto una pistola e per questo è stato colpito. Solidarietà alle donne e agli uomini in divisa che ogni giorno difendono i cittadini perbene. L’auspicio è che, davanti alla tragedia appena avvenuta a Milano, nessun agente finisca ingiustamente nel tritacarne. La Lega ribadisce anche la necessità e l’urgenza di approvare il pacchetto Sicurezza per aiutare le forze dell’ordine a tutelare i cittadini con sempre maggior efficacia».
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, preferisce attendere i rapporti ufficiali della Questura. «Le prime notizie ovviamente scontano un margine ancora di approssimazione. Non ho motivo di presumere sulla legittimità o proporzionalità dell’intervento fatto, ma non diamo scudi immunitari a nessuno. Le autorità competenti adesso vaglieranno il caso. Chiedo solo di non fare presunzioni di colpevolezza. Da parte mia assicuro che non ci saranno scudi immunitari. Ci rimetteremo in maniera serena alla valutazione di quello che sarà stato lo svolgimento dei fatti, ancora una volta in un contesto molto complicato».
Un contesto di degrado e di emergenza continuata, che in 15 anni di amministrazioni di sinistra (prima Giuliano Pisapia, poi la doppietta di Giuseppe Sala) è diventato un cancro per la metropoli lombarda anche per la sottovalutazione, quando non il disinteresse, di una politica sociale improntata all’accoglienza diffusa anche quando si è dimostrata un fallimento. Con la deriva di ragazzi allo sbando, lasciati nel bivio fra la schiavitù nel sottobosco del lavoro e la discesa negli inferi della droga e della criminalità. Con la cloaca di Rogoredo come punto di riferimento quasi extragiudiziale.
Anche per questo, in una simile situazione da baratro civile, è singolare che il sindaco Sala continui a ritenere l’emergenza sicurezza «una narrazione». Ancora ieri, a margine di un evento con il leader di Azione Carlo Calenda, il borgomastro del fallimento si difendeva così: «La sicurezza a Milano non sta sfuggendo di mano e non può essere trattata a slogan. È una situazione che riguarda l’intero Paese. Trovo ridicolo chi ci accusa di esserci svegliati adesso, io ne ho fatto oggetto della mia campagna elettorale. Ma quando chiedo quante sono le forze di polizia, la risposta non c’è. Il problema non è solo mio, servono più divise per strada».
La delega alla sicurezza però è in capo al sindaco. Riccardo De Corato (Fdi) contesta la scelta: «A pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi, Milano non si fa mancare nulla, ora anche una sparatoria in città. Servono subito presidi di polizia locale ed è inammissibile che Sala tenga la delega per sé». Il sindaco per anni ha criticato - comodità politica - le iniziative della Questura sugli sgomberi, sui controlli, sui blitz in Stazione Centrale nel tentativo di contrastare l’avanzata del crimine, soprattutto da parte dei disperati clandestini. Ora dice: «Servono più divise per strada». Fino a ieri, mentre i maranza si appropriavano del territorio, serviva «più inclusione culturale». Poi arrivano gli spari di Rogoredo ad aprirgli gli occhi.
Continua a leggereRiduci