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2020-01-25
Echi di Bibbiano pure a Rimini. «Figli strappati alla madre a dispetto di leggi e giudici»
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Forse l'inchiesta «Angeli e demoni» della Procura di Reggio Emilia comincia a fare scuola. Quel che è certo è che nel mirino della magistratura non ci sono più solo gli assistenti sociali di Bibbiano. Duecento chilometri a est della cittadina finita suo malgrado nello scandalo dei presunti allontanamenti illeciti dei bambini, altri magistrati indagano sugli affidi minorili. Accade a Rimini, dove la responsabile dei servizi sociali, Tiziana Valer, e il capo del servizio tutela minori dell'Azienda sanitaria locale, Laura Pulvirenti, sono indagate per «mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice», reato che prevede fino a tre anni di reclusione.
La Procura di Rimini, che ha appena chiuso le indagini preliminari, ritiene che dal dicembre 2015 le due indagate abbiano arbitrariamente interrotto gli incontri tra una madre romena e i due figli che all'epoca avevano quattro e due anni. Così facendo, le responsabili dei servizi sociali avrebbero violato le direttive del Tribunale dei minori di Bologna, che nel maggio 2013 aveva affidato i bambini ai servizi sociali ma «con il compito di regolare secondo opportunità i rapporti con la madre». Secondo il pm Davide Ercolani, le due indagate avrebbero violato anche le norme sull'affidamento dei minori, in particolare la legge 149 del 2001 dove si prevede che nei confronti dei bambini allontanati il servizio sociale debba sempre agevolare «i rapporti con la famiglia di provenienza e il rientro nella stessa secondo le modalità più idonee».
La vicenda inizia nel 2012, quando Simona, la madre romena, arriva a Rimini con un figlio di un anno e incinta del secondo. Sola al mondo, priva di risorse materiali e affettive, la donna viene accolta da una comunità religiosa e presa in carico dai servizi sociali. Tutto va bene fino al settembre 2014, quando la comunità certifica agli assistenti sociali che la donna segue uno stage di lavoro, «è apprezzata per l'impegno e per il comportamento gentile», «è ordinata» e «gestisce in modo efficace il suo tempo» tra figli e i vari impegni. La situazione precipita all'improvviso nell'aprile 2015, quando i servizi decidono di separare madre e figli. Il motivo è una bruciatura. La madre parla di un incidente: il primogenito, che ha quasi quattro anni ed è vivace, l'avrebbe urtata mentre stirava. Le assistenti sociali credono invece alla versione di una maestra, cui il bimbo avrebbe detto che «la mamma gli ha messo il ferro sul ginocchio perché voleva sentire se fosse caldo». Nella relazione delle operatrici, Simona sembra trasformarsi da Dr Jeckyll in Mr Hyde: ha «atteggiamenti ambivalenti», «toni dell'umore imprevedibili», modi «minacciosi e aggressivi» verso i figli. La donna viene allontanata dalla comunità e i bimbi sono consegnati a un'altra famiglia. «L'affidamento», dice Salvatore Di Grazia, avvocato di Simona, «avviene senza nemmeno avvisare la madre, malgrado quanto prescrive la legge».
Tra agosto e dicembre 2015, la donna vede i figli appena tre volte. Alla fine del primo incontro «protetto», l'operatrice della comunità attesta che i bimbi soffrono e piangono per essere stati separati dalla madre. In dicembre, invece, i servizi scrivono al Tribunale dei minori di Bologna che Simona non si attiene alle «importanti prescrizioni comportamentali» da seguire negli incontri, e dimostra «elevata conflittualità» verso le assistenti sociali. L'avvocato Di Grazia obietta che in realtà la donna si è limitata a non ubbidire al divieto di fotografare i figli con il telefonino. Il servizio, però, sospende gli incontri «in quanto fortemente disturbanti» per i minori. Simona si dispera. Per superare il muro che le viene opposto, nel febbraio 2016 chiede un confronto con le operatrici nascondendo un registratore. Si sente rimproverare perché nell'ultimo incontro con i bimbi, prima di Natale, ha portato loro non «due bambolotti», come concordato, ma tre più un'automobilina. Mostrerebbe «difficoltà caratteriali» e «atteggiamenti di sfida». Simona supplica: «Mettetemi alla prova!».
È tutto inutile, gli incontri non ripartono. Il servizio sociale intanto riferisce al Tribunale dei minori che il figlio più piccolo si è integrato nella nuova famiglia, mentre il primogenito «dopo ogni incontro con la madre manifesta segnali preoccupanti per la sua salute psicofisica». L'avvocato Di Grazia contesta: «È come se quelle reazioni fossero causate dalla mamma e non invece dal dolore per la separazione. Per capire la verità basta dire che la famiglia affidataria, un mese dopo aver preso con sé i due bimbi, voleva restituirli ai servizi perché stavano male e chiedevano continuamente della mamma».
Nel luglio 2016 Simona non vede i figli da sei mesi e continua a chiedere comprensione alle assistenti sociali. Ogni volta registra di nascosto voci che le confermano chiusura totale: «Signora, lei non collabora… lei non comprende… lei ingrana la marcia e va per conto suo». In ottobre, colta dall'irrefrenabile desiderio di rivedere i bimbi, la donna va nella chiesa dove sa che li porta la famiglia affidataria. Il contatto è un errore. Simona viene denunciata e il servizio sociale stende un'altra relazione al Tribunale minorile: certifica che è «inadeguata» come madre e conferma la sua «difficoltà ad attenersi alle indicazioni».
Il giudice Mirko Stifano dispone una perizia psichiatrica, cui il servizio sociale risponde con nuove accuse: i bambini avrebbero rivelato che una notte la mamma li avrebbe portati sulla spiaggia a «vedere degli uomini nudi». In realtà, quando ancora era nella comunità, Simona e altre madri si erano recate con i figli sul lungomare di Rimini per uno spettacolo di ballerini brasiliani. Non servono a nulla foto e video che documentano cosa sia accaduto davvero. Non serve neppure l'autorevole controperizia firmata dallo psichiatra Camillo Valgimigli, cui peraltro non viene permesso di vedere i bambini. Nel gennaio 2019 il giudice dichiara la decadenza genitoriale di Simona. «È stato indotto a farlo», sostiene oggi Di Grazia, «e del resto al giudice i servizi sociali non avevano neppure rivelato che un mese prima, nel dicembre 2018, avevano paradossalmente riammesso i contatti tra madre e figli». L'avvocato sospetta che questo fosse accaduto perché in settembre aveva denunciato alla Procura di Rimini i mancati incontri e qualcuno, tra gli assistenti sociali, aveva saputo dell'avvio dell'indagine. «Di quegli incontri comunque abbiamo fatto dei video», conclude Di Grazia, «e ne traspare solo felicità. Se il servizio avesse informato il giudice, si sarebbe evitata una decisione devastante».
Ora la richiesta del ricongiungimento definitivo tra Simona e i bimbi è sul tavolo della Corte d'appello minorile. Intanto la Procura di Rimini riconosce che la donna «ha sempre agito nell'interesse dei figli» e si prepara a chiedere il rinvio a giudizio per gli assistenti sociali. Proprio come la Procura di Reggio Emilia sta per fare per Bibbiano.
Cacciati gli indagati del sistema «che non c’è»
«Giù le mani dai bambini!», urlano in coro gli illustri ideologi progressisti. Tutti berciano, gridano e s'affannano a ringhiare che Matteo Salvini è un uomo senza scrupoli, poiché ha avuto l'ardire di chiudere la campagna elettorale a Bibbiano. «Mamme e bambini per un pugno di voti», titola in prima pagina il Fatto quotidiano, spiegando che «l'ex ministro sfrutta fattacci di cronaca estranei alla campagna elettorale: dai bimbi di Bibbiano all'omicidio di Tommy». Su Twitter ci sono giornalisti che paragonano il caso «Angeli e demoni» alla vicenda Stamina, Gianni Riotta tira in ballo la storia di Di Bella. Il più feroce, al solito, è Gad Lerner: «Anche quest'ultima cavalcata sulla pelle dei bambini si configura come una parodia dello squadrismo», scrive su Repubblica, «mirante a degradare l'avversario riducendolo a essere spregevole, immorale». Già: degradare l'avversario. Un'arte che Lerner conosce bene, visto che si diverte a stilare liste di proscrizione, a paragonare i giornalisti di destra agli autori dei protocolli dei Savi di Sion o alle firme della Difesa della razza.
La Lega e i sovranisti fanno campagna «sulla pelle dei bambini», tuona la banda democratica al gran completo. Gad è l'inimitabile solista. Spiega che attorno al palco leghista ci sono «madri vittime di situazioni di disagio sociale mal gestito». Ovvio: le madri affrante finite nel vortice della giustizia minorile sono «vittime di disagio sociale», sono espressione delle «classi subalterne», per usare un'espressione cara al simpatico Lerner. «Ma ciò che più spaventa, di fronte al loro dolore», aggiunge il fine editorialista, «è un aspirante primo ministro del nostro Paese che si compiace di assecondarle per bieca convenienza. Aggiornando per loro la formula che di solito adopera quando promette il respingimento dei migranti: “Darò anche la vita per riportare a casa questi bimbi"».
Giù le mani dai bambini, ripetono a oltranza i progressisti. Viene da chiedersi perché non l'abbiano detto mesi fa, quando il caso «Angeli e demoni» è esploso. Invece di alzare la voce, in tutti questi mesi, hanno cercato di silenziare la faccenda, di ridurla a una banale storiaccia di cronaca. C'è pure chi ha preso le difese di due dei principali indagati, presentandoli come vittime del circo mediatico. Beh, giusto ieri si è appreso che questi due personaggi - Federica Anghinolfi e Francesco Monopoli - sono stati licenziati dai servizi sociali della Val d'Enza. Dopo gli arresti, sono stati rimessi in libertà alla fine di dicembre. Nel frattempo, nei loro confronti è stato aperto un procedimento disciplinare, con relativa sospensione dal servizio. Adesso giunge il licenziamento. Sylvia Kranz, la responsabile dei provvedimenti disciplinari al servizio dell'istituzione emiliana, ha spiegato che dalle carte dell'inchiesta riguardanti Anghinolfi e Monopoli emerge «che i loro comportamenti erano tesi a fare pressioni su colleghi e soggetti esterni per giungere a sentenze del Tribunale dei minori di Bologna tese ad allontanare i bambini dalle famiglie di origine per darli in affidamento».
Anghinolfi e Monopoli facevano pressioni sugli altri assistenti sociali parlando di pericolosi satanisti cannibali all'opera nella provincia di Reggio Emilia. Spingevano i colleghi a falsificare le relazioni. La Anghinolfi ha contribuito a dare in affidamento una bambina a una coppia Lgbt di cui faceva parte la sua ex fidanzata (e, come se non bastasse, si è scoperto che la coppia maltrattava la piccola).
Questo accadeva in Val d'Enza, altro che raffreddore. È di personaggi del genere che, nel comizio a Bibbiano, ha parlato Matteo Salvini. E se non ne avesse parlato lui, in questi mesi, se non ne avesse parlato Giorgia Meloni (e se non se ne fossero occupate trasmissioni tv come Fuori dal coro), dell'orrore degli affidi illeciti non si sarebbe interessato nessuno. Sì, certo, ci sono le inchieste giornalistiche: lo sappiamo, siamo stati i primi e spesso i soli a raccontare il caso Bibbiano. Ma se non si muove la politica, le inchieste possono poco, non bastano. Ne abbiamo le prove.
Una ventina d'anni fa, in provincia di Modena, scoppiò il caso «Veleno», analogo a Bibbiano e per certi versi ancora più inquietante. Quella storia fu raccontata per filo e per segno dal Giornale, all'epoca. Ma - a parte alcune eccezioni come Carlo Giovanardi - i politici se ne fregarono ampiamente. Risultato: dopo due decenni ci troviamo davanti a uno schifo analogo, che ha addirittura gli stessi protagonisti.
Dicono gli editorialisti indignati: ma Salvini porta in piazza madri che non sono di Bibbiano. Vero. E allora? Il problema del sistema di gestione dei minori va oltre l'Emilia Romagna, va oltre la cronaca e le inchieste. Le madri che erano sotto il palco leghista, nei mesi passati, le abbiamo incontrate ripetutamente in varie città italiane. Sono donne disperate (o uomini, perché ci sono anche tanti, troppi padri) pronte a tutto per riavere i loro bambini. «Sembrano pazze», dice qualcuno. Ah, sì? Provateci voi a stare mesi senza vedere il vostro bambino, e vediamo se non andate fuori di testa.
No, qui non ci sono delle poverette «vittime del disagio sociale». Ci sono uomini e donne fragili, magari poveri, di cui un sistema orrendo si è approfittato. Donne italiane e straniere, padri giovani e più anziani. Di queste persone non si sarebbe occupato nessuno, se non lo avessero fatto i perfidi sovranisti. Ovvio, ascoltare non basta. Bisogna dare risposte, cambiare le leggi, vigilare sui servizi sociali e sui tribunali. Ma le persone disperate che abbiamo incontrato in questi mesi avevano un'esigenza prioritaria: raccontare le proprie storie a qualcuno disposto a starle a sentire, e a ripeterle al grande pubblico. La destra ha ascoltato. Gli altri hanno fatto finta di niente e adesso si scandalizzano «per i bambini».
Francesco Borgonovo
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Secondo la Procura due assistenti sociali impediscono arbitrariamente a una giovane romena in difficoltà di incontrare i suoi piccoli. Fino a portarla all'esasperazione.La banda democratica strilla contro Matteo Salvini: «Va in Val d'Enza per lucrare voti sulla pelle dei bambini». Ma intanto i servizi locali licenziano Federica Anghinolfi e Francesco Monopoli, due figure al centro dell'inchiesta «Angeli e demoni». Altro che strumentalizzazione.Lo speciale contiene due articoliForse l'inchiesta «Angeli e demoni» della Procura di Reggio Emilia comincia a fare scuola. Quel che è certo è che nel mirino della magistratura non ci sono più solo gli assistenti sociali di Bibbiano. Duecento chilometri a est della cittadina finita suo malgrado nello scandalo dei presunti allontanamenti illeciti dei bambini, altri magistrati indagano sugli affidi minorili. Accade a Rimini, dove la responsabile dei servizi sociali, Tiziana Valer, e il capo del servizio tutela minori dell'Azienda sanitaria locale, Laura Pulvirenti, sono indagate per «mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice», reato che prevede fino a tre anni di reclusione. La Procura di Rimini, che ha appena chiuso le indagini preliminari, ritiene che dal dicembre 2015 le due indagate abbiano arbitrariamente interrotto gli incontri tra una madre romena e i due figli che all'epoca avevano quattro e due anni. Così facendo, le responsabili dei servizi sociali avrebbero violato le direttive del Tribunale dei minori di Bologna, che nel maggio 2013 aveva affidato i bambini ai servizi sociali ma «con il compito di regolare secondo opportunità i rapporti con la madre». Secondo il pm Davide Ercolani, le due indagate avrebbero violato anche le norme sull'affidamento dei minori, in particolare la legge 149 del 2001 dove si prevede che nei confronti dei bambini allontanati il servizio sociale debba sempre agevolare «i rapporti con la famiglia di provenienza e il rientro nella stessa secondo le modalità più idonee».La vicenda inizia nel 2012, quando Simona, la madre romena, arriva a Rimini con un figlio di un anno e incinta del secondo. Sola al mondo, priva di risorse materiali e affettive, la donna viene accolta da una comunità religiosa e presa in carico dai servizi sociali. Tutto va bene fino al settembre 2014, quando la comunità certifica agli assistenti sociali che la donna segue uno stage di lavoro, «è apprezzata per l'impegno e per il comportamento gentile», «è ordinata» e «gestisce in modo efficace il suo tempo» tra figli e i vari impegni. La situazione precipita all'improvviso nell'aprile 2015, quando i servizi decidono di separare madre e figli. Il motivo è una bruciatura. La madre parla di un incidente: il primogenito, che ha quasi quattro anni ed è vivace, l'avrebbe urtata mentre stirava. Le assistenti sociali credono invece alla versione di una maestra, cui il bimbo avrebbe detto che «la mamma gli ha messo il ferro sul ginocchio perché voleva sentire se fosse caldo». Nella relazione delle operatrici, Simona sembra trasformarsi da Dr Jeckyll in Mr Hyde: ha «atteggiamenti ambivalenti», «toni dell'umore imprevedibili», modi «minacciosi e aggressivi» verso i figli. La donna viene allontanata dalla comunità e i bimbi sono consegnati a un'altra famiglia. «L'affidamento», dice Salvatore Di Grazia, avvocato di Simona, «avviene senza nemmeno avvisare la madre, malgrado quanto prescrive la legge». Tra agosto e dicembre 2015, la donna vede i figli appena tre volte. Alla fine del primo incontro «protetto», l'operatrice della comunità attesta che i bimbi soffrono e piangono per essere stati separati dalla madre. In dicembre, invece, i servizi scrivono al Tribunale dei minori di Bologna che Simona non si attiene alle «importanti prescrizioni comportamentali» da seguire negli incontri, e dimostra «elevata conflittualità» verso le assistenti sociali. L'avvocato Di Grazia obietta che in realtà la donna si è limitata a non ubbidire al divieto di fotografare i figli con il telefonino. Il servizio, però, sospende gli incontri «in quanto fortemente disturbanti» per i minori. Simona si dispera. Per superare il muro che le viene opposto, nel febbraio 2016 chiede un confronto con le operatrici nascondendo un registratore. Si sente rimproverare perché nell'ultimo incontro con i bimbi, prima di Natale, ha portato loro non «due bambolotti», come concordato, ma tre più un'automobilina. Mostrerebbe «difficoltà caratteriali» e «atteggiamenti di sfida». Simona supplica: «Mettetemi alla prova!». È tutto inutile, gli incontri non ripartono. Il servizio sociale intanto riferisce al Tribunale dei minori che il figlio più piccolo si è integrato nella nuova famiglia, mentre il primogenito «dopo ogni incontro con la madre manifesta segnali preoccupanti per la sua salute psicofisica». L'avvocato Di Grazia contesta: «È come se quelle reazioni fossero causate dalla mamma e non invece dal dolore per la separazione. Per capire la verità basta dire che la famiglia affidataria, un mese dopo aver preso con sé i due bimbi, voleva restituirli ai servizi perché stavano male e chiedevano continuamente della mamma».Nel luglio 2016 Simona non vede i figli da sei mesi e continua a chiedere comprensione alle assistenti sociali. Ogni volta registra di nascosto voci che le confermano chiusura totale: «Signora, lei non collabora… lei non comprende… lei ingrana la marcia e va per conto suo». In ottobre, colta dall'irrefrenabile desiderio di rivedere i bimbi, la donna va nella chiesa dove sa che li porta la famiglia affidataria. Il contatto è un errore. Simona viene denunciata e il servizio sociale stende un'altra relazione al Tribunale minorile: certifica che è «inadeguata» come madre e conferma la sua «difficoltà ad attenersi alle indicazioni». Il giudice Mirko Stifano dispone una perizia psichiatrica, cui il servizio sociale risponde con nuove accuse: i bambini avrebbero rivelato che una notte la mamma li avrebbe portati sulla spiaggia a «vedere degli uomini nudi». In realtà, quando ancora era nella comunità, Simona e altre madri si erano recate con i figli sul lungomare di Rimini per uno spettacolo di ballerini brasiliani. Non servono a nulla foto e video che documentano cosa sia accaduto davvero. Non serve neppure l'autorevole controperizia firmata dallo psichiatra Camillo Valgimigli, cui peraltro non viene permesso di vedere i bambini. Nel gennaio 2019 il giudice dichiara la decadenza genitoriale di Simona. «È stato indotto a farlo», sostiene oggi Di Grazia, «e del resto al giudice i servizi sociali non avevano neppure rivelato che un mese prima, nel dicembre 2018, avevano paradossalmente riammesso i contatti tra madre e figli». L'avvocato sospetta che questo fosse accaduto perché in settembre aveva denunciato alla Procura di Rimini i mancati incontri e qualcuno, tra gli assistenti sociali, aveva saputo dell'avvio dell'indagine. «Di quegli incontri comunque abbiamo fatto dei video», conclude Di Grazia, «e ne traspare solo felicità. Se il servizio avesse informato il giudice, si sarebbe evitata una decisione devastante».Ora la richiesta del ricongiungimento definitivo tra Simona e i bimbi è sul tavolo della Corte d'appello minorile. Intanto la Procura di Rimini riconosce che la donna «ha sempre agito nell'interesse dei figli» e si prepara a chiedere il rinvio a giudizio per gli assistenti sociali. 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Tutti berciano, gridano e s'affannano a ringhiare che Matteo Salvini è un uomo senza scrupoli, poiché ha avuto l'ardire di chiudere la campagna elettorale a Bibbiano. «Mamme e bambini per un pugno di voti», titola in prima pagina il Fatto quotidiano, spiegando che «l'ex ministro sfrutta fattacci di cronaca estranei alla campagna elettorale: dai bimbi di Bibbiano all'omicidio di Tommy». Su Twitter ci sono giornalisti che paragonano il caso «Angeli e demoni» alla vicenda Stamina, Gianni Riotta tira in ballo la storia di Di Bella. Il più feroce, al solito, è Gad Lerner: «Anche quest'ultima cavalcata sulla pelle dei bambini si configura come una parodia dello squadrismo», scrive su Repubblica, «mirante a degradare l'avversario riducendolo a essere spregevole, immorale». Già: degradare l'avversario. Un'arte che Lerner conosce bene, visto che si diverte a stilare liste di proscrizione, a paragonare i giornalisti di destra agli autori dei protocolli dei Savi di Sion o alle firme della Difesa della razza. La Lega e i sovranisti fanno campagna «sulla pelle dei bambini», tuona la banda democratica al gran completo. Gad è l'inimitabile solista. Spiega che attorno al palco leghista ci sono «madri vittime di situazioni di disagio sociale mal gestito». Ovvio: le madri affrante finite nel vortice della giustizia minorile sono «vittime di disagio sociale», sono espressione delle «classi subalterne», per usare un'espressione cara al simpatico Lerner. «Ma ciò che più spaventa, di fronte al loro dolore», aggiunge il fine editorialista, «è un aspirante primo ministro del nostro Paese che si compiace di assecondarle per bieca convenienza. Aggiornando per loro la formula che di solito adopera quando promette il respingimento dei migranti: “Darò anche la vita per riportare a casa questi bimbi"». Giù le mani dai bambini, ripetono a oltranza i progressisti. Viene da chiedersi perché non l'abbiano detto mesi fa, quando il caso «Angeli e demoni» è esploso. Invece di alzare la voce, in tutti questi mesi, hanno cercato di silenziare la faccenda, di ridurla a una banale storiaccia di cronaca. C'è pure chi ha preso le difese di due dei principali indagati, presentandoli come vittime del circo mediatico. Beh, giusto ieri si è appreso che questi due personaggi - Federica Anghinolfi e Francesco Monopoli - sono stati licenziati dai servizi sociali della Val d'Enza. Dopo gli arresti, sono stati rimessi in libertà alla fine di dicembre. Nel frattempo, nei loro confronti è stato aperto un procedimento disciplinare, con relativa sospensione dal servizio. Adesso giunge il licenziamento. Sylvia Kranz, la responsabile dei provvedimenti disciplinari al servizio dell'istituzione emiliana, ha spiegato che dalle carte dell'inchiesta riguardanti Anghinolfi e Monopoli emerge «che i loro comportamenti erano tesi a fare pressioni su colleghi e soggetti esterni per giungere a sentenze del Tribunale dei minori di Bologna tese ad allontanare i bambini dalle famiglie di origine per darli in affidamento». Anghinolfi e Monopoli facevano pressioni sugli altri assistenti sociali parlando di pericolosi satanisti cannibali all'opera nella provincia di Reggio Emilia. Spingevano i colleghi a falsificare le relazioni. La Anghinolfi ha contribuito a dare in affidamento una bambina a una coppia Lgbt di cui faceva parte la sua ex fidanzata (e, come se non bastasse, si è scoperto che la coppia maltrattava la piccola). Questo accadeva in Val d'Enza, altro che raffreddore. È di personaggi del genere che, nel comizio a Bibbiano, ha parlato Matteo Salvini. E se non ne avesse parlato lui, in questi mesi, se non ne avesse parlato Giorgia Meloni (e se non se ne fossero occupate trasmissioni tv come Fuori dal coro), dell'orrore degli affidi illeciti non si sarebbe interessato nessuno. Sì, certo, ci sono le inchieste giornalistiche: lo sappiamo, siamo stati i primi e spesso i soli a raccontare il caso Bibbiano. Ma se non si muove la politica, le inchieste possono poco, non bastano. Ne abbiamo le prove. Una ventina d'anni fa, in provincia di Modena, scoppiò il caso «Veleno», analogo a Bibbiano e per certi versi ancora più inquietante. Quella storia fu raccontata per filo e per segno dal Giornale, all'epoca. Ma - a parte alcune eccezioni come Carlo Giovanardi - i politici se ne fregarono ampiamente. Risultato: dopo due decenni ci troviamo davanti a uno schifo analogo, che ha addirittura gli stessi protagonisti. Dicono gli editorialisti indignati: ma Salvini porta in piazza madri che non sono di Bibbiano. Vero. E allora? Il problema del sistema di gestione dei minori va oltre l'Emilia Romagna, va oltre la cronaca e le inchieste. Le madri che erano sotto il palco leghista, nei mesi passati, le abbiamo incontrate ripetutamente in varie città italiane. Sono donne disperate (o uomini, perché ci sono anche tanti, troppi padri) pronte a tutto per riavere i loro bambini. «Sembrano pazze», dice qualcuno. Ah, sì? Provateci voi a stare mesi senza vedere il vostro bambino, e vediamo se non andate fuori di testa. No, qui non ci sono delle poverette «vittime del disagio sociale». Ci sono uomini e donne fragili, magari poveri, di cui un sistema orrendo si è approfittato. Donne italiane e straniere, padri giovani e più anziani. Di queste persone non si sarebbe occupato nessuno, se non lo avessero fatto i perfidi sovranisti. Ovvio, ascoltare non basta. Bisogna dare risposte, cambiare le leggi, vigilare sui servizi sociali e sui tribunali. Ma le persone disperate che abbiamo incontrato in questi mesi avevano un'esigenza prioritaria: raccontare le proprie storie a qualcuno disposto a starle a sentire, e a ripeterle al grande pubblico. La destra ha ascoltato. Gli altri hanno fatto finta di niente e adesso si scandalizzano «per i bambini». Francesco Borgonovo
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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