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2021-01-19
E scatta la rivolta dei governatori a secco
Ansa
Mentre il premier Giuseppe Conte gioisce perché l'Italia «è prima in Ue per numero di persone vaccinate. Un dato incoraggiante. Andiamo avanti così», ben 14 Regioni devono vedersela con una contrazione consistente delle dosi a loro disposizione. Addio primato nel vaccinare ma non per tutti, infatti i governatori di Abruzzo, Basilicata, Marche, Molise, Umbria e Valle d'Aosta possono proseguire con la tabella di marcia programmata perché la catena delle forniture di Pfizer (e meno vaccini effettuati) li ha «risparmiati» dai tagli, mentre Lombardia, Emilia Romagna e il Veneto si dovranno accontentare di circa 25.000 dosi in meno ciascuna. Forniture ridotte anche di 10.000 o 12.000 dosi per Lazio, Puglia, Sicilia e Toscana. «Un'arbitraria distribuzione decisa dall'azienda», mette le mani avanti il commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri, che ha aggiornato la ripartizione tra le Regioni protestando sì, ma sommessamente, contro il taglio del 29% imposto all'Italia. Tant'è che le dosi contrattate non arriveranno sui territori.
Duro il commento del governatore del Veneto, Luca Zaia: «Sul taglio dei vaccini Pfizer è vergognoso quel che sta accadendo. Non si può fare un piano di forniture, che si traduce in un piano vaccinale sul territorio, in appuntamenti fissati e in organizzazione, e che ci venga poi detto che vengono sospese le forniture del 53%». Zaia avverte: «Se viene a mancare anche solo una dose, noi rischiamo di far saltare i richiami».
Per l'assessore alla Sanità della Regione Emilia Romagna, Raffaele Donini, «questo ci costringe a rimodulare l'attuazione del piano vaccinale». Tra ieri ed oggi, ha aggiunto l'assessore, «riceveremo 26.910 dosi, anziché 52.650». Quindi nella Regione a trazione Pd si procede con la somministrazione delle seconde iniezioni per garantire l'immunità al virus, mentre «il personale amministrativo che lavora nelle strutture sanitarie ospedaliere e del territorio proseguirà la vaccinazione non appena avremo le dosi necessarie».
C'è infatti il grande problema dei richiami, troppi ritardi tra la prima e la seconda dose riducono l'efficacia del vaccino. Forse la vanificano, anche se nessuno lo dice apertamente perché per vaccinare quante più persone si stanno saltando le indicazioni delle aziende farmaceutiche.
Non a caso, il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, ha raccomandato: «Essendo concrete le possibilità di ritardi nelle forniture, mantenere una percentuale di dosi di sicurezza è fondamentale per essere certi di arrivare alla fase dei richiami con quelle necessarie», altrimenti il rischio concreto «è quello di vanificare la prima vaccinazione in caso di mancato richiamo». Letizia Moratti, neo vicepresidente della Regione e assessore al Welfare con delega alla Sanità, avrebbe inviato una lettera ad Arcuri suggerendo nuovi indicatori da utilizzare per suddividere equamente la distribuzione dei vaccini, tra questi il contributo che le Regioni danno al Pil, mobilità, densità abitativa e zone più colpite dal virus.
Anche il presidente della Liguria, Giovanni Toti, fa sapere di avere scritto al commissario per l'emergenza per «conoscere al più presto le quantità di dosi previste per la Liguria e se l'assegnazione terrà conto delle caratteristiche demografiche delle singole Regioni». Il presidente Massimiliano Fedriga ha definito «inaccettabile il -53,8% del Friuli Venezia Giulia». La Regione è tra le più colpite dai tagli assieme a Veneto, come già ricordato, l'Emilia Romagna (-48,8%), la Sardegna (-50,0%), le Province autonome di Trento (-60,0%) e Bolzano (-57,1%). L'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato, ha spiegato al Messaggero: «Contavamo di vaccinare tutti gli over 60, vale a dire 1,6 milioni di persone, entro giugno. Ma così finiremo ad agosto, due mesi dopo, con tutti i richiami». Intanto il governo ha convocato per oggi alle 20 le Regioni.
Non arrivano vaccini e mancano vaccinatori. Antonio De Palma, presidente nazionale del sindacato infermieri Nursing up, fa sapere che «stanno arrivando testimonianze di colleghi che aspettano da oltre un mese la risposta del governo, dopo aver inviato la loro proposta di adesione al bando vaccini. Professionisti della sanità che hanno dato la loro disponibilità, ma che sono stati totalmente ignorati». Le domande arrivate sono solo 3.900, troppo poche e nemmeno tutte prese in considerazione. De Palma chiede «un nuovo bando, rivolto anche agli infermieri dipendenti del Servizio sanitario nazionale, adeguatamente retribuiti. I fondi ci sono, i professionisti pure». Però Arcuri sembra più coinvolto dagli spot pro vaccinazione del regista Giuseppe Tornatore, che dalla campagna vera e propria con tutte le incognite che ancora rimangono sui centri di somministrazione e sul personale. È così occupato che nemmeno trova il tempo di dirci con quali aziende ha firmato i contratti per le forniture delle prime siringhe, quelle di dicembre, gennaio e febbraio. Dopo il decreto di aggiudicazione, con l'elenco delle offerte arrivate, nulla è più stato reso pubblico dal super commissario. Alla fine quanto le staremo pagando le luer lock?
In Francia la profilassi è un disastro. E Sanofi licenzia pure 400 persone
Può una casa farmaceutica licenziare 400 addetti a ricerca e sviluppo nel bel mezzo di una pandemia? Se l'azienda in questione è Sanofi, la risposta è sì. E pazienza se la stessa azienda sia riuscita ad accumulare un imbarazzante ritardo nella produzione del vaccino anti Covid «made in France».
I tagli decisi dal gigante farmaceutico francese sono stati denunciati dai rappresentanti di varie sigle sindacali. Tra questi figura Thierry Bodin - delegato della Cgt - che ha dichiarato a France Inter che i licenziamenti sono stati confermati dallo stesso direttore generale di Sanofi, Paul Hudson, «in questi ultimi giorni».
Che il numero uno della casa farmaceutica fosse intenzionato a ridurre il numero dei dipendenti non è una novità, visto che, già al suo arrivo al vertice nel settembre del 2019, aveva parlato della necessità di rivedere le priorità del gruppo. Nel dicembre dello stesso anno, Hudson aveva anche parlato di «scelte difficili ma necessarie». Sempre secondo la radio France Inter, la direzione del gigante farmaceutico non fa mistero delle sue intenzioni affermando che «i futuri tagli rientrano in un piano di partenze volontarie».
Ma la scelta di sopprimere posti di lavoro, durante una crisi sanitaria lascia stupiti molti osservatori. Come ha notato il leader della Cgt, Philippe Martinez, su Franceinfo «se c'è un'impresa che va bene e che potrebbe investire in assunzioni e stipendi, questa è Sanofi». Per i sindacati inoltre, ai piani alti di Sanofi, ci si vorrebbe concentrare sulla produzione del vaccino e lasciare perdere il resto.
Certo, il ritardo accumulato dalla casa farmaceutica d'Oltralpe è una bella gatta da pelare, oltre ad essere una figuraccia per il governo di Parigi. Questo perché la lentezza di Sanofi ha costretto i governi dei 27 membri dell'Ue (Italia compresa) a rivedere le proprie campagne di vaccinazione nazionali dopo che l'Ue aveva ordinato 200 milioni di dosi del vaccino transalpino. Un vaccino che avrebbe dovuto essere disponibile per la prossima primavera e che invece arriverà sul mercato a fine 2021. Per questo siero anti Covid - realizzato in collaborazione con la britannica Gsk - è stato riscontrato un dosaggio insufficiente degli antigeni e quindi tutto il processo ha subito una frenata.
La lentezza con la quale Sanofi lavora al lancio del proprio vaccino non rappresenta solo un pessimo biglietto da visita per il settore della ricerca francese, ma anche uno schiaffo alla grandeur ostentata in ogni occasione da Emmanuel Macron e dai suoi ministri. Come dimenticare, ad esempio, le parole twittate dal capo di Stato francese il 28 agosto 2020? Quel giorno - durante una delle passerelle autocelebrative così apprezzate anche al di qua delle Alpi da Giuseppe Conte, Roberto Speranza e compagni - Macron aveva twittato: «Dobbiamo rilocalizzare e ricreare delle forze di produzione nei nostri territori. La sovranità sanitaria e industriale sarà uno dei pilastri del piano di rilancio» della Francia.
Indubbiamente, il rimpatrio delle linee produttive dell'industria farmaceutica non si può fare con uno schiocco di dita, ma dal tweet estivo dell'inquilino dell'Eliseo a oggi, la situazione non è cambiata di molto. Al contrario, la Francia, come l'Italia e altri Paesi europei, si è trovata in ostaggio dei calcoli sbagliati fatti dall'Unione, che ha voluto centralizzare l'acquisto delle dosi dei vaccini contro la malattia nata in Cina, fallendo clamorosamente.
Come se non bastasse, il governo guidato da Jean Castex, è riuscito a fare cilecca anche nella campagna di vaccinazione. Il numero di persone vaccinate in Francia era, alla data di ieri, pari a 422.127. Questo a fronte di 16.642 nuovi casi di Covid registrati domenica mentre, la scorsa settimana, si è arrivati anche a più di 23.000 nuovi malati in un solo giorno. Insomma, sembra che la presidenza e l'esecutivo francesi non riescano ad azzeccarne una e i malumori tra i cittadini, le Pmi, i ristoratori non fanno che aumentare.
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Veneto, Friuli, Emilia, Lazio e Lombardia sul piede di guerra: «A rischio i richiami, dovremo lasciare indietro alcune categorie». Il Pirellone suggerisce di inserire il Pil regionale tra i parametri per la ridistribuzione delle scorte. Flop del bando degli infermieri.Il big farmaceutico Sanofi, in ritardo monstre con il siero, taglia nel settore ricerca e sviluppo.Lo speciale contiene due articoli.Mentre il premier Giuseppe Conte gioisce perché l'Italia «è prima in Ue per numero di persone vaccinate. Un dato incoraggiante. Andiamo avanti così», ben 14 Regioni devono vedersela con una contrazione consistente delle dosi a loro disposizione. Addio primato nel vaccinare ma non per tutti, infatti i governatori di Abruzzo, Basilicata, Marche, Molise, Umbria e Valle d'Aosta possono proseguire con la tabella di marcia programmata perché la catena delle forniture di Pfizer (e meno vaccini effettuati) li ha «risparmiati» dai tagli, mentre Lombardia, Emilia Romagna e il Veneto si dovranno accontentare di circa 25.000 dosi in meno ciascuna. Forniture ridotte anche di 10.000 o 12.000 dosi per Lazio, Puglia, Sicilia e Toscana. «Un'arbitraria distribuzione decisa dall'azienda», mette le mani avanti il commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri, che ha aggiornato la ripartizione tra le Regioni protestando sì, ma sommessamente, contro il taglio del 29% imposto all'Italia. Tant'è che le dosi contrattate non arriveranno sui territori. Duro il commento del governatore del Veneto, Luca Zaia: «Sul taglio dei vaccini Pfizer è vergognoso quel che sta accadendo. Non si può fare un piano di forniture, che si traduce in un piano vaccinale sul territorio, in appuntamenti fissati e in organizzazione, e che ci venga poi detto che vengono sospese le forniture del 53%». Zaia avverte: «Se viene a mancare anche solo una dose, noi rischiamo di far saltare i richiami». Per l'assessore alla Sanità della Regione Emilia Romagna, Raffaele Donini, «questo ci costringe a rimodulare l'attuazione del piano vaccinale». Tra ieri ed oggi, ha aggiunto l'assessore, «riceveremo 26.910 dosi, anziché 52.650». Quindi nella Regione a trazione Pd si procede con la somministrazione delle seconde iniezioni per garantire l'immunità al virus, mentre «il personale amministrativo che lavora nelle strutture sanitarie ospedaliere e del territorio proseguirà la vaccinazione non appena avremo le dosi necessarie». C'è infatti il grande problema dei richiami, troppi ritardi tra la prima e la seconda dose riducono l'efficacia del vaccino. Forse la vanificano, anche se nessuno lo dice apertamente perché per vaccinare quante più persone si stanno saltando le indicazioni delle aziende farmaceutiche. Non a caso, il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, ha raccomandato: «Essendo concrete le possibilità di ritardi nelle forniture, mantenere una percentuale di dosi di sicurezza è fondamentale per essere certi di arrivare alla fase dei richiami con quelle necessarie», altrimenti il rischio concreto «è quello di vanificare la prima vaccinazione in caso di mancato richiamo». Letizia Moratti, neo vicepresidente della Regione e assessore al Welfare con delega alla Sanità, avrebbe inviato una lettera ad Arcuri suggerendo nuovi indicatori da utilizzare per suddividere equamente la distribuzione dei vaccini, tra questi il contributo che le Regioni danno al Pil, mobilità, densità abitativa e zone più colpite dal virus. Anche il presidente della Liguria, Giovanni Toti, fa sapere di avere scritto al commissario per l'emergenza per «conoscere al più presto le quantità di dosi previste per la Liguria e se l'assegnazione terrà conto delle caratteristiche demografiche delle singole Regioni». Il presidente Massimiliano Fedriga ha definito «inaccettabile il -53,8% del Friuli Venezia Giulia». La Regione è tra le più colpite dai tagli assieme a Veneto, come già ricordato, l'Emilia Romagna (-48,8%), la Sardegna (-50,0%), le Province autonome di Trento (-60,0%) e Bolzano (-57,1%). L'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato, ha spiegato al Messaggero: «Contavamo di vaccinare tutti gli over 60, vale a dire 1,6 milioni di persone, entro giugno. Ma così finiremo ad agosto, due mesi dopo, con tutti i richiami». Intanto il governo ha convocato per oggi alle 20 le Regioni. Non arrivano vaccini e mancano vaccinatori. Antonio De Palma, presidente nazionale del sindacato infermieri Nursing up, fa sapere che «stanno arrivando testimonianze di colleghi che aspettano da oltre un mese la risposta del governo, dopo aver inviato la loro proposta di adesione al bando vaccini. Professionisti della sanità che hanno dato la loro disponibilità, ma che sono stati totalmente ignorati». Le domande arrivate sono solo 3.900, troppo poche e nemmeno tutte prese in considerazione. De Palma chiede «un nuovo bando, rivolto anche agli infermieri dipendenti del Servizio sanitario nazionale, adeguatamente retribuiti. I fondi ci sono, i professionisti pure». Però Arcuri sembra più coinvolto dagli spot pro vaccinazione del regista Giuseppe Tornatore, che dalla campagna vera e propria con tutte le incognite che ancora rimangono sui centri di somministrazione e sul personale. È così occupato che nemmeno trova il tempo di dirci con quali aziende ha firmato i contratti per le forniture delle prime siringhe, quelle di dicembre, gennaio e febbraio. Dopo il decreto di aggiudicazione, con l'elenco delle offerte arrivate, nulla è più stato reso pubblico dal super commissario. Alla fine quanto le staremo pagando le luer lock?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-scatta-la-rivolta-dei-governatori-a-secco-2650015652.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-francia-la-profilassi-e-un-disastro-e-sanofi-licenzia-pure-400-persone" data-post-id="2650015652" data-published-at="1611000580" data-use-pagination="False"> In Francia la profilassi è un disastro. E Sanofi licenzia pure 400 persone Può una casa farmaceutica licenziare 400 addetti a ricerca e sviluppo nel bel mezzo di una pandemia? Se l'azienda in questione è Sanofi, la risposta è sì. E pazienza se la stessa azienda sia riuscita ad accumulare un imbarazzante ritardo nella produzione del vaccino anti Covid «made in France». I tagli decisi dal gigante farmaceutico francese sono stati denunciati dai rappresentanti di varie sigle sindacali. Tra questi figura Thierry Bodin - delegato della Cgt - che ha dichiarato a France Inter che i licenziamenti sono stati confermati dallo stesso direttore generale di Sanofi, Paul Hudson, «in questi ultimi giorni». Che il numero uno della casa farmaceutica fosse intenzionato a ridurre il numero dei dipendenti non è una novità, visto che, già al suo arrivo al vertice nel settembre del 2019, aveva parlato della necessità di rivedere le priorità del gruppo. Nel dicembre dello stesso anno, Hudson aveva anche parlato di «scelte difficili ma necessarie». Sempre secondo la radio France Inter, la direzione del gigante farmaceutico non fa mistero delle sue intenzioni affermando che «i futuri tagli rientrano in un piano di partenze volontarie». Ma la scelta di sopprimere posti di lavoro, durante una crisi sanitaria lascia stupiti molti osservatori. Come ha notato il leader della Cgt, Philippe Martinez, su Franceinfo «se c'è un'impresa che va bene e che potrebbe investire in assunzioni e stipendi, questa è Sanofi». Per i sindacati inoltre, ai piani alti di Sanofi, ci si vorrebbe concentrare sulla produzione del vaccino e lasciare perdere il resto. Certo, il ritardo accumulato dalla casa farmaceutica d'Oltralpe è una bella gatta da pelare, oltre ad essere una figuraccia per il governo di Parigi. Questo perché la lentezza di Sanofi ha costretto i governi dei 27 membri dell'Ue (Italia compresa) a rivedere le proprie campagne di vaccinazione nazionali dopo che l'Ue aveva ordinato 200 milioni di dosi del vaccino transalpino. Un vaccino che avrebbe dovuto essere disponibile per la prossima primavera e che invece arriverà sul mercato a fine 2021. Per questo siero anti Covid - realizzato in collaborazione con la britannica Gsk - è stato riscontrato un dosaggio insufficiente degli antigeni e quindi tutto il processo ha subito una frenata. La lentezza con la quale Sanofi lavora al lancio del proprio vaccino non rappresenta solo un pessimo biglietto da visita per il settore della ricerca francese, ma anche uno schiaffo alla grandeur ostentata in ogni occasione da Emmanuel Macron e dai suoi ministri. Come dimenticare, ad esempio, le parole twittate dal capo di Stato francese il 28 agosto 2020? Quel giorno - durante una delle passerelle autocelebrative così apprezzate anche al di qua delle Alpi da Giuseppe Conte, Roberto Speranza e compagni - Macron aveva twittato: «Dobbiamo rilocalizzare e ricreare delle forze di produzione nei nostri territori. La sovranità sanitaria e industriale sarà uno dei pilastri del piano di rilancio» della Francia. Indubbiamente, il rimpatrio delle linee produttive dell'industria farmaceutica non si può fare con uno schiocco di dita, ma dal tweet estivo dell'inquilino dell'Eliseo a oggi, la situazione non è cambiata di molto. Al contrario, la Francia, come l'Italia e altri Paesi europei, si è trovata in ostaggio dei calcoli sbagliati fatti dall'Unione, che ha voluto centralizzare l'acquisto delle dosi dei vaccini contro la malattia nata in Cina, fallendo clamorosamente. Come se non bastasse, il governo guidato da Jean Castex, è riuscito a fare cilecca anche nella campagna di vaccinazione. Il numero di persone vaccinate in Francia era, alla data di ieri, pari a 422.127. Questo a fronte di 16.642 nuovi casi di Covid registrati domenica mentre, la scorsa settimana, si è arrivati anche a più di 23.000 nuovi malati in un solo giorno. Insomma, sembra che la presidenza e l'esecutivo francesi non riescano ad azzeccarne una e i malumori tra i cittadini, le Pmi, i ristoratori non fanno che aumentare.
iStock
Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.