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2021-01-19
E scatta la rivolta dei governatori a secco
Ansa
Mentre il premier Giuseppe Conte gioisce perché l'Italia «è prima in Ue per numero di persone vaccinate. Un dato incoraggiante. Andiamo avanti così», ben 14 Regioni devono vedersela con una contrazione consistente delle dosi a loro disposizione. Addio primato nel vaccinare ma non per tutti, infatti i governatori di Abruzzo, Basilicata, Marche, Molise, Umbria e Valle d'Aosta possono proseguire con la tabella di marcia programmata perché la catena delle forniture di Pfizer (e meno vaccini effettuati) li ha «risparmiati» dai tagli, mentre Lombardia, Emilia Romagna e il Veneto si dovranno accontentare di circa 25.000 dosi in meno ciascuna. Forniture ridotte anche di 10.000 o 12.000 dosi per Lazio, Puglia, Sicilia e Toscana. «Un'arbitraria distribuzione decisa dall'azienda», mette le mani avanti il commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri, che ha aggiornato la ripartizione tra le Regioni protestando sì, ma sommessamente, contro il taglio del 29% imposto all'Italia. Tant'è che le dosi contrattate non arriveranno sui territori.
Duro il commento del governatore del Veneto, Luca Zaia: «Sul taglio dei vaccini Pfizer è vergognoso quel che sta accadendo. Non si può fare un piano di forniture, che si traduce in un piano vaccinale sul territorio, in appuntamenti fissati e in organizzazione, e che ci venga poi detto che vengono sospese le forniture del 53%». Zaia avverte: «Se viene a mancare anche solo una dose, noi rischiamo di far saltare i richiami».
Per l'assessore alla Sanità della Regione Emilia Romagna, Raffaele Donini, «questo ci costringe a rimodulare l'attuazione del piano vaccinale». Tra ieri ed oggi, ha aggiunto l'assessore, «riceveremo 26.910 dosi, anziché 52.650». Quindi nella Regione a trazione Pd si procede con la somministrazione delle seconde iniezioni per garantire l'immunità al virus, mentre «il personale amministrativo che lavora nelle strutture sanitarie ospedaliere e del territorio proseguirà la vaccinazione non appena avremo le dosi necessarie».
C'è infatti il grande problema dei richiami, troppi ritardi tra la prima e la seconda dose riducono l'efficacia del vaccino. Forse la vanificano, anche se nessuno lo dice apertamente perché per vaccinare quante più persone si stanno saltando le indicazioni delle aziende farmaceutiche.
Non a caso, il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, ha raccomandato: «Essendo concrete le possibilità di ritardi nelle forniture, mantenere una percentuale di dosi di sicurezza è fondamentale per essere certi di arrivare alla fase dei richiami con quelle necessarie», altrimenti il rischio concreto «è quello di vanificare la prima vaccinazione in caso di mancato richiamo». Letizia Moratti, neo vicepresidente della Regione e assessore al Welfare con delega alla Sanità, avrebbe inviato una lettera ad Arcuri suggerendo nuovi indicatori da utilizzare per suddividere equamente la distribuzione dei vaccini, tra questi il contributo che le Regioni danno al Pil, mobilità, densità abitativa e zone più colpite dal virus.
Anche il presidente della Liguria, Giovanni Toti, fa sapere di avere scritto al commissario per l'emergenza per «conoscere al più presto le quantità di dosi previste per la Liguria e se l'assegnazione terrà conto delle caratteristiche demografiche delle singole Regioni». Il presidente Massimiliano Fedriga ha definito «inaccettabile il -53,8% del Friuli Venezia Giulia». La Regione è tra le più colpite dai tagli assieme a Veneto, come già ricordato, l'Emilia Romagna (-48,8%), la Sardegna (-50,0%), le Province autonome di Trento (-60,0%) e Bolzano (-57,1%). L'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato, ha spiegato al Messaggero: «Contavamo di vaccinare tutti gli over 60, vale a dire 1,6 milioni di persone, entro giugno. Ma così finiremo ad agosto, due mesi dopo, con tutti i richiami». Intanto il governo ha convocato per oggi alle 20 le Regioni.
Non arrivano vaccini e mancano vaccinatori. Antonio De Palma, presidente nazionale del sindacato infermieri Nursing up, fa sapere che «stanno arrivando testimonianze di colleghi che aspettano da oltre un mese la risposta del governo, dopo aver inviato la loro proposta di adesione al bando vaccini. Professionisti della sanità che hanno dato la loro disponibilità, ma che sono stati totalmente ignorati». Le domande arrivate sono solo 3.900, troppo poche e nemmeno tutte prese in considerazione. De Palma chiede «un nuovo bando, rivolto anche agli infermieri dipendenti del Servizio sanitario nazionale, adeguatamente retribuiti. I fondi ci sono, i professionisti pure». Però Arcuri sembra più coinvolto dagli spot pro vaccinazione del regista Giuseppe Tornatore, che dalla campagna vera e propria con tutte le incognite che ancora rimangono sui centri di somministrazione e sul personale. È così occupato che nemmeno trova il tempo di dirci con quali aziende ha firmato i contratti per le forniture delle prime siringhe, quelle di dicembre, gennaio e febbraio. Dopo il decreto di aggiudicazione, con l'elenco delle offerte arrivate, nulla è più stato reso pubblico dal super commissario. Alla fine quanto le staremo pagando le luer lock?
In Francia la profilassi è un disastro. E Sanofi licenzia pure 400 persone
Può una casa farmaceutica licenziare 400 addetti a ricerca e sviluppo nel bel mezzo di una pandemia? Se l'azienda in questione è Sanofi, la risposta è sì. E pazienza se la stessa azienda sia riuscita ad accumulare un imbarazzante ritardo nella produzione del vaccino anti Covid «made in France».
I tagli decisi dal gigante farmaceutico francese sono stati denunciati dai rappresentanti di varie sigle sindacali. Tra questi figura Thierry Bodin - delegato della Cgt - che ha dichiarato a France Inter che i licenziamenti sono stati confermati dallo stesso direttore generale di Sanofi, Paul Hudson, «in questi ultimi giorni».
Che il numero uno della casa farmaceutica fosse intenzionato a ridurre il numero dei dipendenti non è una novità, visto che, già al suo arrivo al vertice nel settembre del 2019, aveva parlato della necessità di rivedere le priorità del gruppo. Nel dicembre dello stesso anno, Hudson aveva anche parlato di «scelte difficili ma necessarie». Sempre secondo la radio France Inter, la direzione del gigante farmaceutico non fa mistero delle sue intenzioni affermando che «i futuri tagli rientrano in un piano di partenze volontarie».
Ma la scelta di sopprimere posti di lavoro, durante una crisi sanitaria lascia stupiti molti osservatori. Come ha notato il leader della Cgt, Philippe Martinez, su Franceinfo «se c'è un'impresa che va bene e che potrebbe investire in assunzioni e stipendi, questa è Sanofi». Per i sindacati inoltre, ai piani alti di Sanofi, ci si vorrebbe concentrare sulla produzione del vaccino e lasciare perdere il resto.
Certo, il ritardo accumulato dalla casa farmaceutica d'Oltralpe è una bella gatta da pelare, oltre ad essere una figuraccia per il governo di Parigi. Questo perché la lentezza di Sanofi ha costretto i governi dei 27 membri dell'Ue (Italia compresa) a rivedere le proprie campagne di vaccinazione nazionali dopo che l'Ue aveva ordinato 200 milioni di dosi del vaccino transalpino. Un vaccino che avrebbe dovuto essere disponibile per la prossima primavera e che invece arriverà sul mercato a fine 2021. Per questo siero anti Covid - realizzato in collaborazione con la britannica Gsk - è stato riscontrato un dosaggio insufficiente degli antigeni e quindi tutto il processo ha subito una frenata.
La lentezza con la quale Sanofi lavora al lancio del proprio vaccino non rappresenta solo un pessimo biglietto da visita per il settore della ricerca francese, ma anche uno schiaffo alla grandeur ostentata in ogni occasione da Emmanuel Macron e dai suoi ministri. Come dimenticare, ad esempio, le parole twittate dal capo di Stato francese il 28 agosto 2020? Quel giorno - durante una delle passerelle autocelebrative così apprezzate anche al di qua delle Alpi da Giuseppe Conte, Roberto Speranza e compagni - Macron aveva twittato: «Dobbiamo rilocalizzare e ricreare delle forze di produzione nei nostri territori. La sovranità sanitaria e industriale sarà uno dei pilastri del piano di rilancio» della Francia.
Indubbiamente, il rimpatrio delle linee produttive dell'industria farmaceutica non si può fare con uno schiocco di dita, ma dal tweet estivo dell'inquilino dell'Eliseo a oggi, la situazione non è cambiata di molto. Al contrario, la Francia, come l'Italia e altri Paesi europei, si è trovata in ostaggio dei calcoli sbagliati fatti dall'Unione, che ha voluto centralizzare l'acquisto delle dosi dei vaccini contro la malattia nata in Cina, fallendo clamorosamente.
Come se non bastasse, il governo guidato da Jean Castex, è riuscito a fare cilecca anche nella campagna di vaccinazione. Il numero di persone vaccinate in Francia era, alla data di ieri, pari a 422.127. Questo a fronte di 16.642 nuovi casi di Covid registrati domenica mentre, la scorsa settimana, si è arrivati anche a più di 23.000 nuovi malati in un solo giorno. Insomma, sembra che la presidenza e l'esecutivo francesi non riescano ad azzeccarne una e i malumori tra i cittadini, le Pmi, i ristoratori non fanno che aumentare.
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Veneto, Friuli, Emilia, Lazio e Lombardia sul piede di guerra: «A rischio i richiami, dovremo lasciare indietro alcune categorie». Il Pirellone suggerisce di inserire il Pil regionale tra i parametri per la ridistribuzione delle scorte. Flop del bando degli infermieri.Il big farmaceutico Sanofi, in ritardo monstre con il siero, taglia nel settore ricerca e sviluppo.Lo speciale contiene due articoli.Mentre il premier Giuseppe Conte gioisce perché l'Italia «è prima in Ue per numero di persone vaccinate. Un dato incoraggiante. Andiamo avanti così», ben 14 Regioni devono vedersela con una contrazione consistente delle dosi a loro disposizione. Addio primato nel vaccinare ma non per tutti, infatti i governatori di Abruzzo, Basilicata, Marche, Molise, Umbria e Valle d'Aosta possono proseguire con la tabella di marcia programmata perché la catena delle forniture di Pfizer (e meno vaccini effettuati) li ha «risparmiati» dai tagli, mentre Lombardia, Emilia Romagna e il Veneto si dovranno accontentare di circa 25.000 dosi in meno ciascuna. Forniture ridotte anche di 10.000 o 12.000 dosi per Lazio, Puglia, Sicilia e Toscana. «Un'arbitraria distribuzione decisa dall'azienda», mette le mani avanti il commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri, che ha aggiornato la ripartizione tra le Regioni protestando sì, ma sommessamente, contro il taglio del 29% imposto all'Italia. Tant'è che le dosi contrattate non arriveranno sui territori. Duro il commento del governatore del Veneto, Luca Zaia: «Sul taglio dei vaccini Pfizer è vergognoso quel che sta accadendo. Non si può fare un piano di forniture, che si traduce in un piano vaccinale sul territorio, in appuntamenti fissati e in organizzazione, e che ci venga poi detto che vengono sospese le forniture del 53%». Zaia avverte: «Se viene a mancare anche solo una dose, noi rischiamo di far saltare i richiami». Per l'assessore alla Sanità della Regione Emilia Romagna, Raffaele Donini, «questo ci costringe a rimodulare l'attuazione del piano vaccinale». Tra ieri ed oggi, ha aggiunto l'assessore, «riceveremo 26.910 dosi, anziché 52.650». Quindi nella Regione a trazione Pd si procede con la somministrazione delle seconde iniezioni per garantire l'immunità al virus, mentre «il personale amministrativo che lavora nelle strutture sanitarie ospedaliere e del territorio proseguirà la vaccinazione non appena avremo le dosi necessarie». C'è infatti il grande problema dei richiami, troppi ritardi tra la prima e la seconda dose riducono l'efficacia del vaccino. Forse la vanificano, anche se nessuno lo dice apertamente perché per vaccinare quante più persone si stanno saltando le indicazioni delle aziende farmaceutiche. Non a caso, il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, ha raccomandato: «Essendo concrete le possibilità di ritardi nelle forniture, mantenere una percentuale di dosi di sicurezza è fondamentale per essere certi di arrivare alla fase dei richiami con quelle necessarie», altrimenti il rischio concreto «è quello di vanificare la prima vaccinazione in caso di mancato richiamo». Letizia Moratti, neo vicepresidente della Regione e assessore al Welfare con delega alla Sanità, avrebbe inviato una lettera ad Arcuri suggerendo nuovi indicatori da utilizzare per suddividere equamente la distribuzione dei vaccini, tra questi il contributo che le Regioni danno al Pil, mobilità, densità abitativa e zone più colpite dal virus. Anche il presidente della Liguria, Giovanni Toti, fa sapere di avere scritto al commissario per l'emergenza per «conoscere al più presto le quantità di dosi previste per la Liguria e se l'assegnazione terrà conto delle caratteristiche demografiche delle singole Regioni». Il presidente Massimiliano Fedriga ha definito «inaccettabile il -53,8% del Friuli Venezia Giulia». La Regione è tra le più colpite dai tagli assieme a Veneto, come già ricordato, l'Emilia Romagna (-48,8%), la Sardegna (-50,0%), le Province autonome di Trento (-60,0%) e Bolzano (-57,1%). L'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato, ha spiegato al Messaggero: «Contavamo di vaccinare tutti gli over 60, vale a dire 1,6 milioni di persone, entro giugno. Ma così finiremo ad agosto, due mesi dopo, con tutti i richiami». Intanto il governo ha convocato per oggi alle 20 le Regioni. Non arrivano vaccini e mancano vaccinatori. Antonio De Palma, presidente nazionale del sindacato infermieri Nursing up, fa sapere che «stanno arrivando testimonianze di colleghi che aspettano da oltre un mese la risposta del governo, dopo aver inviato la loro proposta di adesione al bando vaccini. Professionisti della sanità che hanno dato la loro disponibilità, ma che sono stati totalmente ignorati». Le domande arrivate sono solo 3.900, troppo poche e nemmeno tutte prese in considerazione. De Palma chiede «un nuovo bando, rivolto anche agli infermieri dipendenti del Servizio sanitario nazionale, adeguatamente retribuiti. I fondi ci sono, i professionisti pure». Però Arcuri sembra più coinvolto dagli spot pro vaccinazione del regista Giuseppe Tornatore, che dalla campagna vera e propria con tutte le incognite che ancora rimangono sui centri di somministrazione e sul personale. È così occupato che nemmeno trova il tempo di dirci con quali aziende ha firmato i contratti per le forniture delle prime siringhe, quelle di dicembre, gennaio e febbraio. Dopo il decreto di aggiudicazione, con l'elenco delle offerte arrivate, nulla è più stato reso pubblico dal super commissario. Alla fine quanto le staremo pagando le luer lock?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-scatta-la-rivolta-dei-governatori-a-secco-2650015652.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-francia-la-profilassi-e-un-disastro-e-sanofi-licenzia-pure-400-persone" data-post-id="2650015652" data-published-at="1611000580" data-use-pagination="False"> In Francia la profilassi è un disastro. E Sanofi licenzia pure 400 persone Può una casa farmaceutica licenziare 400 addetti a ricerca e sviluppo nel bel mezzo di una pandemia? Se l'azienda in questione è Sanofi, la risposta è sì. E pazienza se la stessa azienda sia riuscita ad accumulare un imbarazzante ritardo nella produzione del vaccino anti Covid «made in France». I tagli decisi dal gigante farmaceutico francese sono stati denunciati dai rappresentanti di varie sigle sindacali. Tra questi figura Thierry Bodin - delegato della Cgt - che ha dichiarato a France Inter che i licenziamenti sono stati confermati dallo stesso direttore generale di Sanofi, Paul Hudson, «in questi ultimi giorni». Che il numero uno della casa farmaceutica fosse intenzionato a ridurre il numero dei dipendenti non è una novità, visto che, già al suo arrivo al vertice nel settembre del 2019, aveva parlato della necessità di rivedere le priorità del gruppo. Nel dicembre dello stesso anno, Hudson aveva anche parlato di «scelte difficili ma necessarie». Sempre secondo la radio France Inter, la direzione del gigante farmaceutico non fa mistero delle sue intenzioni affermando che «i futuri tagli rientrano in un piano di partenze volontarie». Ma la scelta di sopprimere posti di lavoro, durante una crisi sanitaria lascia stupiti molti osservatori. Come ha notato il leader della Cgt, Philippe Martinez, su Franceinfo «se c'è un'impresa che va bene e che potrebbe investire in assunzioni e stipendi, questa è Sanofi». Per i sindacati inoltre, ai piani alti di Sanofi, ci si vorrebbe concentrare sulla produzione del vaccino e lasciare perdere il resto. Certo, il ritardo accumulato dalla casa farmaceutica d'Oltralpe è una bella gatta da pelare, oltre ad essere una figuraccia per il governo di Parigi. Questo perché la lentezza di Sanofi ha costretto i governi dei 27 membri dell'Ue (Italia compresa) a rivedere le proprie campagne di vaccinazione nazionali dopo che l'Ue aveva ordinato 200 milioni di dosi del vaccino transalpino. Un vaccino che avrebbe dovuto essere disponibile per la prossima primavera e che invece arriverà sul mercato a fine 2021. Per questo siero anti Covid - realizzato in collaborazione con la britannica Gsk - è stato riscontrato un dosaggio insufficiente degli antigeni e quindi tutto il processo ha subito una frenata. La lentezza con la quale Sanofi lavora al lancio del proprio vaccino non rappresenta solo un pessimo biglietto da visita per il settore della ricerca francese, ma anche uno schiaffo alla grandeur ostentata in ogni occasione da Emmanuel Macron e dai suoi ministri. Come dimenticare, ad esempio, le parole twittate dal capo di Stato francese il 28 agosto 2020? Quel giorno - durante una delle passerelle autocelebrative così apprezzate anche al di qua delle Alpi da Giuseppe Conte, Roberto Speranza e compagni - Macron aveva twittato: «Dobbiamo rilocalizzare e ricreare delle forze di produzione nei nostri territori. La sovranità sanitaria e industriale sarà uno dei pilastri del piano di rilancio» della Francia. Indubbiamente, il rimpatrio delle linee produttive dell'industria farmaceutica non si può fare con uno schiocco di dita, ma dal tweet estivo dell'inquilino dell'Eliseo a oggi, la situazione non è cambiata di molto. Al contrario, la Francia, come l'Italia e altri Paesi europei, si è trovata in ostaggio dei calcoli sbagliati fatti dall'Unione, che ha voluto centralizzare l'acquisto delle dosi dei vaccini contro la malattia nata in Cina, fallendo clamorosamente. Come se non bastasse, il governo guidato da Jean Castex, è riuscito a fare cilecca anche nella campagna di vaccinazione. Il numero di persone vaccinate in Francia era, alla data di ieri, pari a 422.127. Questo a fronte di 16.642 nuovi casi di Covid registrati domenica mentre, la scorsa settimana, si è arrivati anche a più di 23.000 nuovi malati in un solo giorno. Insomma, sembra che la presidenza e l'esecutivo francesi non riescano ad azzeccarne una e i malumori tra i cittadini, le Pmi, i ristoratori non fanno che aumentare.
Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
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Ecco #DimmiLaVerità del 6 maggio 2026. L'avvocato Capozzo, vicepresidente Accademia Italiana Scienze Forensi, sugli sviluppi del caso Garlasco.