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2021-01-19
E scatta la rivolta dei governatori a secco
Ansa
Mentre il premier Giuseppe Conte gioisce perché l'Italia «è prima in Ue per numero di persone vaccinate. Un dato incoraggiante. Andiamo avanti così», ben 14 Regioni devono vedersela con una contrazione consistente delle dosi a loro disposizione. Addio primato nel vaccinare ma non per tutti, infatti i governatori di Abruzzo, Basilicata, Marche, Molise, Umbria e Valle d'Aosta possono proseguire con la tabella di marcia programmata perché la catena delle forniture di Pfizer (e meno vaccini effettuati) li ha «risparmiati» dai tagli, mentre Lombardia, Emilia Romagna e il Veneto si dovranno accontentare di circa 25.000 dosi in meno ciascuna. Forniture ridotte anche di 10.000 o 12.000 dosi per Lazio, Puglia, Sicilia e Toscana. «Un'arbitraria distribuzione decisa dall'azienda», mette le mani avanti il commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri, che ha aggiornato la ripartizione tra le Regioni protestando sì, ma sommessamente, contro il taglio del 29% imposto all'Italia. Tant'è che le dosi contrattate non arriveranno sui territori.
Duro il commento del governatore del Veneto, Luca Zaia: «Sul taglio dei vaccini Pfizer è vergognoso quel che sta accadendo. Non si può fare un piano di forniture, che si traduce in un piano vaccinale sul territorio, in appuntamenti fissati e in organizzazione, e che ci venga poi detto che vengono sospese le forniture del 53%». Zaia avverte: «Se viene a mancare anche solo una dose, noi rischiamo di far saltare i richiami».
Per l'assessore alla Sanità della Regione Emilia Romagna, Raffaele Donini, «questo ci costringe a rimodulare l'attuazione del piano vaccinale». Tra ieri ed oggi, ha aggiunto l'assessore, «riceveremo 26.910 dosi, anziché 52.650». Quindi nella Regione a trazione Pd si procede con la somministrazione delle seconde iniezioni per garantire l'immunità al virus, mentre «il personale amministrativo che lavora nelle strutture sanitarie ospedaliere e del territorio proseguirà la vaccinazione non appena avremo le dosi necessarie».
C'è infatti il grande problema dei richiami, troppi ritardi tra la prima e la seconda dose riducono l'efficacia del vaccino. Forse la vanificano, anche se nessuno lo dice apertamente perché per vaccinare quante più persone si stanno saltando le indicazioni delle aziende farmaceutiche.
Non a caso, il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, ha raccomandato: «Essendo concrete le possibilità di ritardi nelle forniture, mantenere una percentuale di dosi di sicurezza è fondamentale per essere certi di arrivare alla fase dei richiami con quelle necessarie», altrimenti il rischio concreto «è quello di vanificare la prima vaccinazione in caso di mancato richiamo». Letizia Moratti, neo vicepresidente della Regione e assessore al Welfare con delega alla Sanità, avrebbe inviato una lettera ad Arcuri suggerendo nuovi indicatori da utilizzare per suddividere equamente la distribuzione dei vaccini, tra questi il contributo che le Regioni danno al Pil, mobilità, densità abitativa e zone più colpite dal virus.
Anche il presidente della Liguria, Giovanni Toti, fa sapere di avere scritto al commissario per l'emergenza per «conoscere al più presto le quantità di dosi previste per la Liguria e se l'assegnazione terrà conto delle caratteristiche demografiche delle singole Regioni». Il presidente Massimiliano Fedriga ha definito «inaccettabile il -53,8% del Friuli Venezia Giulia». La Regione è tra le più colpite dai tagli assieme a Veneto, come già ricordato, l'Emilia Romagna (-48,8%), la Sardegna (-50,0%), le Province autonome di Trento (-60,0%) e Bolzano (-57,1%). L'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato, ha spiegato al Messaggero: «Contavamo di vaccinare tutti gli over 60, vale a dire 1,6 milioni di persone, entro giugno. Ma così finiremo ad agosto, due mesi dopo, con tutti i richiami». Intanto il governo ha convocato per oggi alle 20 le Regioni.
Non arrivano vaccini e mancano vaccinatori. Antonio De Palma, presidente nazionale del sindacato infermieri Nursing up, fa sapere che «stanno arrivando testimonianze di colleghi che aspettano da oltre un mese la risposta del governo, dopo aver inviato la loro proposta di adesione al bando vaccini. Professionisti della sanità che hanno dato la loro disponibilità, ma che sono stati totalmente ignorati». Le domande arrivate sono solo 3.900, troppo poche e nemmeno tutte prese in considerazione. De Palma chiede «un nuovo bando, rivolto anche agli infermieri dipendenti del Servizio sanitario nazionale, adeguatamente retribuiti. I fondi ci sono, i professionisti pure». Però Arcuri sembra più coinvolto dagli spot pro vaccinazione del regista Giuseppe Tornatore, che dalla campagna vera e propria con tutte le incognite che ancora rimangono sui centri di somministrazione e sul personale. È così occupato che nemmeno trova il tempo di dirci con quali aziende ha firmato i contratti per le forniture delle prime siringhe, quelle di dicembre, gennaio e febbraio. Dopo il decreto di aggiudicazione, con l'elenco delle offerte arrivate, nulla è più stato reso pubblico dal super commissario. Alla fine quanto le staremo pagando le luer lock?
In Francia la profilassi è un disastro. E Sanofi licenzia pure 400 persone
Può una casa farmaceutica licenziare 400 addetti a ricerca e sviluppo nel bel mezzo di una pandemia? Se l'azienda in questione è Sanofi, la risposta è sì. E pazienza se la stessa azienda sia riuscita ad accumulare un imbarazzante ritardo nella produzione del vaccino anti Covid «made in France».
I tagli decisi dal gigante farmaceutico francese sono stati denunciati dai rappresentanti di varie sigle sindacali. Tra questi figura Thierry Bodin - delegato della Cgt - che ha dichiarato a France Inter che i licenziamenti sono stati confermati dallo stesso direttore generale di Sanofi, Paul Hudson, «in questi ultimi giorni».
Che il numero uno della casa farmaceutica fosse intenzionato a ridurre il numero dei dipendenti non è una novità, visto che, già al suo arrivo al vertice nel settembre del 2019, aveva parlato della necessità di rivedere le priorità del gruppo. Nel dicembre dello stesso anno, Hudson aveva anche parlato di «scelte difficili ma necessarie». Sempre secondo la radio France Inter, la direzione del gigante farmaceutico non fa mistero delle sue intenzioni affermando che «i futuri tagli rientrano in un piano di partenze volontarie».
Ma la scelta di sopprimere posti di lavoro, durante una crisi sanitaria lascia stupiti molti osservatori. Come ha notato il leader della Cgt, Philippe Martinez, su Franceinfo «se c'è un'impresa che va bene e che potrebbe investire in assunzioni e stipendi, questa è Sanofi». Per i sindacati inoltre, ai piani alti di Sanofi, ci si vorrebbe concentrare sulla produzione del vaccino e lasciare perdere il resto.
Certo, il ritardo accumulato dalla casa farmaceutica d'Oltralpe è una bella gatta da pelare, oltre ad essere una figuraccia per il governo di Parigi. Questo perché la lentezza di Sanofi ha costretto i governi dei 27 membri dell'Ue (Italia compresa) a rivedere le proprie campagne di vaccinazione nazionali dopo che l'Ue aveva ordinato 200 milioni di dosi del vaccino transalpino. Un vaccino che avrebbe dovuto essere disponibile per la prossima primavera e che invece arriverà sul mercato a fine 2021. Per questo siero anti Covid - realizzato in collaborazione con la britannica Gsk - è stato riscontrato un dosaggio insufficiente degli antigeni e quindi tutto il processo ha subito una frenata.
La lentezza con la quale Sanofi lavora al lancio del proprio vaccino non rappresenta solo un pessimo biglietto da visita per il settore della ricerca francese, ma anche uno schiaffo alla grandeur ostentata in ogni occasione da Emmanuel Macron e dai suoi ministri. Come dimenticare, ad esempio, le parole twittate dal capo di Stato francese il 28 agosto 2020? Quel giorno - durante una delle passerelle autocelebrative così apprezzate anche al di qua delle Alpi da Giuseppe Conte, Roberto Speranza e compagni - Macron aveva twittato: «Dobbiamo rilocalizzare e ricreare delle forze di produzione nei nostri territori. La sovranità sanitaria e industriale sarà uno dei pilastri del piano di rilancio» della Francia.
Indubbiamente, il rimpatrio delle linee produttive dell'industria farmaceutica non si può fare con uno schiocco di dita, ma dal tweet estivo dell'inquilino dell'Eliseo a oggi, la situazione non è cambiata di molto. Al contrario, la Francia, come l'Italia e altri Paesi europei, si è trovata in ostaggio dei calcoli sbagliati fatti dall'Unione, che ha voluto centralizzare l'acquisto delle dosi dei vaccini contro la malattia nata in Cina, fallendo clamorosamente.
Come se non bastasse, il governo guidato da Jean Castex, è riuscito a fare cilecca anche nella campagna di vaccinazione. Il numero di persone vaccinate in Francia era, alla data di ieri, pari a 422.127. Questo a fronte di 16.642 nuovi casi di Covid registrati domenica mentre, la scorsa settimana, si è arrivati anche a più di 23.000 nuovi malati in un solo giorno. Insomma, sembra che la presidenza e l'esecutivo francesi non riescano ad azzeccarne una e i malumori tra i cittadini, le Pmi, i ristoratori non fanno che aumentare.
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Veneto, Friuli, Emilia, Lazio e Lombardia sul piede di guerra: «A rischio i richiami, dovremo lasciare indietro alcune categorie». Il Pirellone suggerisce di inserire il Pil regionale tra i parametri per la ridistribuzione delle scorte. Flop del bando degli infermieri.Il big farmaceutico Sanofi, in ritardo monstre con il siero, taglia nel settore ricerca e sviluppo.Lo speciale contiene due articoli.Mentre il premier Giuseppe Conte gioisce perché l'Italia «è prima in Ue per numero di persone vaccinate. Un dato incoraggiante. Andiamo avanti così», ben 14 Regioni devono vedersela con una contrazione consistente delle dosi a loro disposizione. Addio primato nel vaccinare ma non per tutti, infatti i governatori di Abruzzo, Basilicata, Marche, Molise, Umbria e Valle d'Aosta possono proseguire con la tabella di marcia programmata perché la catena delle forniture di Pfizer (e meno vaccini effettuati) li ha «risparmiati» dai tagli, mentre Lombardia, Emilia Romagna e il Veneto si dovranno accontentare di circa 25.000 dosi in meno ciascuna. Forniture ridotte anche di 10.000 o 12.000 dosi per Lazio, Puglia, Sicilia e Toscana. «Un'arbitraria distribuzione decisa dall'azienda», mette le mani avanti il commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri, che ha aggiornato la ripartizione tra le Regioni protestando sì, ma sommessamente, contro il taglio del 29% imposto all'Italia. Tant'è che le dosi contrattate non arriveranno sui territori. Duro il commento del governatore del Veneto, Luca Zaia: «Sul taglio dei vaccini Pfizer è vergognoso quel che sta accadendo. Non si può fare un piano di forniture, che si traduce in un piano vaccinale sul territorio, in appuntamenti fissati e in organizzazione, e che ci venga poi detto che vengono sospese le forniture del 53%». Zaia avverte: «Se viene a mancare anche solo una dose, noi rischiamo di far saltare i richiami». Per l'assessore alla Sanità della Regione Emilia Romagna, Raffaele Donini, «questo ci costringe a rimodulare l'attuazione del piano vaccinale». Tra ieri ed oggi, ha aggiunto l'assessore, «riceveremo 26.910 dosi, anziché 52.650». Quindi nella Regione a trazione Pd si procede con la somministrazione delle seconde iniezioni per garantire l'immunità al virus, mentre «il personale amministrativo che lavora nelle strutture sanitarie ospedaliere e del territorio proseguirà la vaccinazione non appena avremo le dosi necessarie». C'è infatti il grande problema dei richiami, troppi ritardi tra la prima e la seconda dose riducono l'efficacia del vaccino. Forse la vanificano, anche se nessuno lo dice apertamente perché per vaccinare quante più persone si stanno saltando le indicazioni delle aziende farmaceutiche. Non a caso, il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, ha raccomandato: «Essendo concrete le possibilità di ritardi nelle forniture, mantenere una percentuale di dosi di sicurezza è fondamentale per essere certi di arrivare alla fase dei richiami con quelle necessarie», altrimenti il rischio concreto «è quello di vanificare la prima vaccinazione in caso di mancato richiamo». Letizia Moratti, neo vicepresidente della Regione e assessore al Welfare con delega alla Sanità, avrebbe inviato una lettera ad Arcuri suggerendo nuovi indicatori da utilizzare per suddividere equamente la distribuzione dei vaccini, tra questi il contributo che le Regioni danno al Pil, mobilità, densità abitativa e zone più colpite dal virus. Anche il presidente della Liguria, Giovanni Toti, fa sapere di avere scritto al commissario per l'emergenza per «conoscere al più presto le quantità di dosi previste per la Liguria e se l'assegnazione terrà conto delle caratteristiche demografiche delle singole Regioni». Il presidente Massimiliano Fedriga ha definito «inaccettabile il -53,8% del Friuli Venezia Giulia». La Regione è tra le più colpite dai tagli assieme a Veneto, come già ricordato, l'Emilia Romagna (-48,8%), la Sardegna (-50,0%), le Province autonome di Trento (-60,0%) e Bolzano (-57,1%). L'assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato, ha spiegato al Messaggero: «Contavamo di vaccinare tutti gli over 60, vale a dire 1,6 milioni di persone, entro giugno. Ma così finiremo ad agosto, due mesi dopo, con tutti i richiami». Intanto il governo ha convocato per oggi alle 20 le Regioni. Non arrivano vaccini e mancano vaccinatori. Antonio De Palma, presidente nazionale del sindacato infermieri Nursing up, fa sapere che «stanno arrivando testimonianze di colleghi che aspettano da oltre un mese la risposta del governo, dopo aver inviato la loro proposta di adesione al bando vaccini. Professionisti della sanità che hanno dato la loro disponibilità, ma che sono stati totalmente ignorati». Le domande arrivate sono solo 3.900, troppo poche e nemmeno tutte prese in considerazione. De Palma chiede «un nuovo bando, rivolto anche agli infermieri dipendenti del Servizio sanitario nazionale, adeguatamente retribuiti. I fondi ci sono, i professionisti pure». Però Arcuri sembra più coinvolto dagli spot pro vaccinazione del regista Giuseppe Tornatore, che dalla campagna vera e propria con tutte le incognite che ancora rimangono sui centri di somministrazione e sul personale. È così occupato che nemmeno trova il tempo di dirci con quali aziende ha firmato i contratti per le forniture delle prime siringhe, quelle di dicembre, gennaio e febbraio. Dopo il decreto di aggiudicazione, con l'elenco delle offerte arrivate, nulla è più stato reso pubblico dal super commissario. Alla fine quanto le staremo pagando le luer lock?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-scatta-la-rivolta-dei-governatori-a-secco-2650015652.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-francia-la-profilassi-e-un-disastro-e-sanofi-licenzia-pure-400-persone" data-post-id="2650015652" data-published-at="1611000580" data-use-pagination="False"> In Francia la profilassi è un disastro. E Sanofi licenzia pure 400 persone Può una casa farmaceutica licenziare 400 addetti a ricerca e sviluppo nel bel mezzo di una pandemia? Se l'azienda in questione è Sanofi, la risposta è sì. E pazienza se la stessa azienda sia riuscita ad accumulare un imbarazzante ritardo nella produzione del vaccino anti Covid «made in France». I tagli decisi dal gigante farmaceutico francese sono stati denunciati dai rappresentanti di varie sigle sindacali. Tra questi figura Thierry Bodin - delegato della Cgt - che ha dichiarato a France Inter che i licenziamenti sono stati confermati dallo stesso direttore generale di Sanofi, Paul Hudson, «in questi ultimi giorni». Che il numero uno della casa farmaceutica fosse intenzionato a ridurre il numero dei dipendenti non è una novità, visto che, già al suo arrivo al vertice nel settembre del 2019, aveva parlato della necessità di rivedere le priorità del gruppo. Nel dicembre dello stesso anno, Hudson aveva anche parlato di «scelte difficili ma necessarie». Sempre secondo la radio France Inter, la direzione del gigante farmaceutico non fa mistero delle sue intenzioni affermando che «i futuri tagli rientrano in un piano di partenze volontarie». Ma la scelta di sopprimere posti di lavoro, durante una crisi sanitaria lascia stupiti molti osservatori. Come ha notato il leader della Cgt, Philippe Martinez, su Franceinfo «se c'è un'impresa che va bene e che potrebbe investire in assunzioni e stipendi, questa è Sanofi». Per i sindacati inoltre, ai piani alti di Sanofi, ci si vorrebbe concentrare sulla produzione del vaccino e lasciare perdere il resto. Certo, il ritardo accumulato dalla casa farmaceutica d'Oltralpe è una bella gatta da pelare, oltre ad essere una figuraccia per il governo di Parigi. Questo perché la lentezza di Sanofi ha costretto i governi dei 27 membri dell'Ue (Italia compresa) a rivedere le proprie campagne di vaccinazione nazionali dopo che l'Ue aveva ordinato 200 milioni di dosi del vaccino transalpino. Un vaccino che avrebbe dovuto essere disponibile per la prossima primavera e che invece arriverà sul mercato a fine 2021. Per questo siero anti Covid - realizzato in collaborazione con la britannica Gsk - è stato riscontrato un dosaggio insufficiente degli antigeni e quindi tutto il processo ha subito una frenata. La lentezza con la quale Sanofi lavora al lancio del proprio vaccino non rappresenta solo un pessimo biglietto da visita per il settore della ricerca francese, ma anche uno schiaffo alla grandeur ostentata in ogni occasione da Emmanuel Macron e dai suoi ministri. Come dimenticare, ad esempio, le parole twittate dal capo di Stato francese il 28 agosto 2020? Quel giorno - durante una delle passerelle autocelebrative così apprezzate anche al di qua delle Alpi da Giuseppe Conte, Roberto Speranza e compagni - Macron aveva twittato: «Dobbiamo rilocalizzare e ricreare delle forze di produzione nei nostri territori. La sovranità sanitaria e industriale sarà uno dei pilastri del piano di rilancio» della Francia. Indubbiamente, il rimpatrio delle linee produttive dell'industria farmaceutica non si può fare con uno schiocco di dita, ma dal tweet estivo dell'inquilino dell'Eliseo a oggi, la situazione non è cambiata di molto. Al contrario, la Francia, come l'Italia e altri Paesi europei, si è trovata in ostaggio dei calcoli sbagliati fatti dall'Unione, che ha voluto centralizzare l'acquisto delle dosi dei vaccini contro la malattia nata in Cina, fallendo clamorosamente. Come se non bastasse, il governo guidato da Jean Castex, è riuscito a fare cilecca anche nella campagna di vaccinazione. Il numero di persone vaccinate in Francia era, alla data di ieri, pari a 422.127. Questo a fronte di 16.642 nuovi casi di Covid registrati domenica mentre, la scorsa settimana, si è arrivati anche a più di 23.000 nuovi malati in un solo giorno. Insomma, sembra che la presidenza e l'esecutivo francesi non riescano ad azzeccarne una e i malumori tra i cittadini, le Pmi, i ristoratori non fanno che aumentare.
Getty Images
La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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John Elkann (Imagoeconomica)
Il capo d’accusa per il quale i pm hanno preparato la richiesta di rinvio a giudizio, a seguito della quale, entro due giorni dalla formulazione dell’imputazione, il giudice fissa con decreto l’udienza preliminare, riguarda le presunte dichiarazioni infedeli in relazione a due annualità delle dichiarazioni di Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato, per le quali la Procura, che ritiene che la residenza svizzera della nonna di Elkann fosse fittizia, aveva chiesto l’archiviazione. Che il giudice aveva disposto invece nei confronti di Ginevra Elkann, Lapo Elkann e del notaio Urs Robert von Gruenigen, accogliendo la richiesta della Procura torinese. Sulle altre due ipotesi di reato il gip aveva invece ritenuto di esercitare i poteri che gli permettono di ordinare al pm di esercitare l’azione penale, formulando l’imputazione, quando ritiene errata la richiesta di archiviazione della Procura, superando così l’inerzia dell’accusa e garantendo il diritto di difesa. Nel settembre scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa 1 miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione».
Dopo la notifica della richiesta di rinvio a giudizio, il prossimo passaggio della vicenda sarà una nuova udienza preliminare, davanti a un giudice diverso da quello che ha chiesto l’imputazione coatta. Tra le supposizioni circolate ieri c’era quella che la Procura, se decidesse di non discostarsi dall’ipotesi di indagine iniziale, potrebbe chiedere il «non luogo a procedere» nei confronti di Elkann. Un’eventualità che però vedrebbe la Procura sconfessare la richiesta di rinvio a giudizio, che per quanto imposta dal gip sarà comunque un atto che porterà la firma dei pm che la dovranno discutere in udienza. Difficile quindi prevedere gli sviluppi futuri, tranne che su un punto: la battaglia legale tra gli eredi dell’Avvocato, che ha provocato l’inchiesta di Torino, è ben lontana dall’essere conclusa.
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Blocco del traffico davanti alla Stazione Centrale: decine di trattori in piazza Duca d’Aosta per dire no all’accordo Ue-Mercosur. Gli agricoltori denunciano concorrenza sleale e chiedono tutele per il settore.
«Io non credo nell’ipotesi che gli Usa avviino un’azione militare sulla Groenlandia, che non condividerei» e «che non converrebbe a nessuno». «L’ipotesi di un intervento per assumere il controllo della Groenlandia è stata esclusa da Rubio e dallo stesso Donald Trump. Io credo che l’amministrazione Trump, con i suoi metodi molto assertivi, stia ponendo l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia per i suoi interessi e per la sua sicurezza. È un’area in cui agiscono molti attori stranieri e credo che il messaggio degli Usa è che non accetteranno ingerenze eccessive di attori stranieri». Così il premier Giorgia Meloni nella conferenza di fine anno.