True
2019-03-26
È la rivincita di Mutti, il grande accusatore
Ansa
Dalla sua latitanza dorata Cesare Battisti gli aveva sparato in faccia un giudizio definitivo: «Un boia la cui falsa testimonianza, resa in mia assenza, mi è costata l'ergastolo». Il presunto carnefice, Pietro Mutti, è uno dei fondatori dei Proletari armati per il comunismo, la formazione che arruolò Battisti ed è anche colui che alla guida di un commando armato lo fece evadere dal carcere nel 1981, dando il via alla sua quasi quarantennale latitanza. Mutti è l'uomo che con le sue dichiarazioni ha inchiodato alle sue responsabilità Battisti. Dopo essersi pentito per i reati commessi durante gli anni di piombo e aver scontato una pena di otto anni, attualmente fa l'operaio alle porte di Milano. Sessantacinque anni, fisico esile, baffetti e sigaretta sempre pronta, negli ultimi dieci anni, nonostante fosse ricercatissimo da tv e giornali di Italia, Brasile e Francia (i transalpini gli hanno anche proposto di scrivere un libro), non è mai voluto apparire. Le uniche interviste le ha concesse a chi scrive. A gennaio gli avevamo chiesto se si fosse pentito di aver fatto scappare di prigione Battisti e ci rispose, senza tradire rancore: «No, all'epoca era una decisione politica, sia chiaro che non lo feci per amicizia». Quando ieri lo abbiamo contattato non sapeva ancora nulla delle notizie che stavano occupando tutte le homepage dei siti d'informazione. Per questo gli abbiamo letto le parole attribuite dal pm Alberto Nobili a Battisti: «Tutto quello che è stato ricostruito nelle sentenze definitive sui Pac, “i quattro omicidi, i tre ferimenti e una marea di rapine e furti per autofinanziamento, corrisponde al vero"».
Mutti ci ha ascoltato in silenzio. Allora gli abbiamo ripetuto: «Battisti ha ammesso tutto ciò di cui lei lo ha accusato». Replica: «Mica avevo raccontato delle cazzate, mi scusi». Al telefono l'ex fondatore dei Pac non mostra nessuna voglia di festeggiare: «Se brinderò? Non per Battisti, io una birra dopo il lavoro me la faccio sempre a prescindere. Se ho voglia di mandare un messaggio a Battisti? Non ne ho nessuna intenzione». È impossibile strappargli dichiarazioni roboanti o registrare esultanze scomposte. Ci concede solo pochi minuti: «Il lunedì è un giorno molto pieno», ci spiega in una breve pausa del suo lavoro. La scelta dell'ex compagno di lotta armata non lo sorprende: «Mi aspettavo che avrebbe fatto il furbo e che avrebbe ammesso tutto per trovare qualche gabola per saltare un po' di galera». Per Mutti la nuova strategia è un escamotage per ottenere sconti di pena: «Ormai non ha più via d'uscita, tanto vale che provi questa strada». Domandiamo se davvero non provi soddisfazione per questa confessione: «Se devo essere sincero no, ormai sono passati troppi anni. Faccia un brindisi lei per me», è la risposta asciutta e un po' meneghina. È difficile credere che non goda dopo essere stato accusato di essere un mentitore e un boia per trent'anni. Eppure Mutti non si accende: «Quella che ho detto sin dall'inizio era la verità, per questo sono a posto con la mia coscienza. Mi sono pentito pensando a quello che avevo fatto agli altri e non per eventuali sconti di pena». La risposta potrebbe essere interpretata come una frecciata a Battisti e forse lo è. Ma la rivincita di Mutti si ferma a questo. Non sembrano aver lasciato strascichi nel suo animo le accuse che gli hanno mosso in questi anni i difensori di Battisti, in primis lo scrittore Valerio Evangelisti, il quale, nel 2004, dedicò a Mutti questa pennellata: «Figura spettrale, eternamente prossima al collasso nervoso (…) Sta di fatto che Battisti, grazie a Mutti, si ritroverà addosso quasi tutti i delitti attribuiti ai Pac». La cricca che appoggiava il terrorista scrittore lo bollava come un fantasma: «Chissà dove abita e cosa fa, sotto la nuova identità accordatagli dalle “leggi sui pentiti". Salvo Mutti, contro Battisti non esiste niente di niente».
Dopo essere stato bersaglio del disprezzo dei circolini parigini e brasiliani pro Battisti, Mutti potrebbe prendersi qualche rivincita. Ma non lo fa. Non tradisce alcun risentimento neppure contro chi aveva cercato di smontare le sue accuse contro Battisti, paragonandole ad altre dichiarazioni che non trovarono conferme, come quelle sulle armi dell'Olp alle Brigate rosse. «Le ricordo in parte, ma in quel caso io riferivo vicende di cui avevo sentito parlare da terzi, mentre i racconti su Battisti non erano de relato», conclude Mutti. Che ci congeda così: «Ora però vorrei essere dimenticato. Se può, non scriva più il mio nome».
Nel 2009 il settimanale Panorama, allora come oggi diretto da Maurizio Belpietro, pubblicò un'inchiesta a puntate sul caso Battisti, realizzando diverse esclusive, come la prima intervista a Mutti. Per quegli scoop chi scrive ebbe l'onore di essere processato sul sito Carmilla di Evangelisti. Questa fu la sentenza: «Malgrado un'evidente ostilità a Battisti, saremmo per assolvere Amadori. Se non altro, ha cercato di indagare meglio e più a fondo di altri suoi colleghi. Il suo torto, semmai, è quello di avere prestato troppa fede a pentiti, dissociati e ai magistrati che li usarono».
Dieci anni dopo Battisti ha dato ragione a Mutti e, di conseguenza, anche a noi.
Vauro, Erri De Luca e i francesi. È il silenzio degli innocentisti
Il silenzio degli innocentisti. Quelli che, fino a ieri, giuravano sull'incolpevolezza di Cesare Battisti e che oggi, davanti alle ammissioni dell'assassino dei Proletari armati per il comunismo, tacciono imbarazzati. Come lo scrittore Valerio Evangelisti, animatore della campagna a favore del terrorista sulla rivista online Carmilla che, nel 2004, raccolse 1.500 adesioni. Contattato dal nostro giornale, dopo una vita trascorsa a giurare che Battisti era estraneo ai 4 omicidi per cui è stato condannato all'ergastolo, ci risponde: «Mi dispiace, non rilascio interviste su questo tema». Peccato.
Sono almeno trent'anni che l'intelligencija di sinistra battaglia in nome e per conto del killer di Cisterna di Latina, in Italia e all'estero. Al suo fianco si sono schierati «cattivi maestri» come Oreste Scalzone e Franco Piperno, o ex terroristi rifugiati a Parigi come Marina Petrella ed Enrico Porsia, ma soprattutto intellettuali e scrittori. Schiera a cui Battisti, romanziere noir di scadente ispirazione, si fregia di appartenere. Dan Franck e Tahar Ben Jelloun sono stati i primi a sottoscrivere manifesti di solidarietà per lui, in Francia. «Liberate i polsi di Cesare Battisti e lasciate alle loro vite francesi gli italiani che hanno trovato da voi una patria, seconda e migliore», cantava in ode, sulla prima pagina di Le Monde, Erri De Luca. Su Liberation, gli rispondevano Toni Negri (presentato come «filosofo») e Nanni Balestrini soffermandosi sulla necessità del «perdono» per gli anni di piombo e per i suoi protagonisti. E così a seguire Daniel Pennac, il papà di Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio; Serge Quadruppani, Gian Paolo Serino, Massimo Carlotto, Gilles Perrault, il collettivo Wu Ming, Christian Raimo, Lello Voce, Antonio Moresco, Luigi Bernardi, Marco Philopat e il premio Strega Tiziano Scarpa. Tutti convinti, per dirla con Philippe Sollers, che l'«Italia cercasse solo una vendetta». C'è chi non si è limitato alle parole di incoraggiamento. La scrittrice Fred Vargas gli ha pagato gli avvocati e ne ha sostenuto finanziariamente i parenti. Il filosofo Bernard-Henri Levy, che firmò la prefazione al libro del terrorista, Ma cavale (La mia fuga), anni fa riuscì a coinvolgere nella sua arringa a favore dell'assassino comunista il centenario Oscar Neiemeyer, il padre dell'architettura moderna, e altri trecento intellettuali brasiliani affinché il presidente Lula negasse l'estradizione (come poi avvenne). E a paragonare Battisti a Gabriel Garcia Marquez (a sua volta compagno solidale), ai tempi dell'esilio in Messico. Tutti innamorati del ghigno del terrorista dal grilletto facile. Dopo la prima evasione in Francia, lo scrittore Giuseppe Genna si fece affascinare dalla «fuga (che) catapulta l'uomo nella leggenda». Per Battisti si sono mobilitati pure il regista Davide Ferrario, il produttore Marco Muller; i giornalisti Rossana Rossanda, Piero Sansonetti («caso clamoroso con negazione del diritto») e Gianni Minà. Roberto Saviano, appena divenne famoso, ritirò il sostegno alla campagna di Carmilla dichiarando di non aver aderito («La mia firma è finita lì per chissà quali strade del Web e alla fine di chissà quali discussioni di quel periodo», si giustificò). Il vignettista Vauro Senesi racconta di essersi ritrovato arruolato per una firma «per procura» messa da un amico. «Sbagliai a non prendere subito le distanze», spiega oggi alla Verità, «e quindi, per assumermi la responsabilità, decisi di tenere questa testimonianza». Oggi, di fronte alla confessione del killer dei Pac, il disegnatore è laconico: «L'unico commento che mi viene in mente è che è giusto che espii la pena per le azioni che, a questo punto, rivendica di aver commesso». Dai politici che allora si mobilitarono in sua difesa, quasi nessun commento. L'ex deputato di Rifondazione comunista, Giovanni Russo Spena, spiega solo ora al nostro giornale: «Firmai un appello garantista internazionale per chiedere di celebrare un nuovo processo in cui Battisti non fosse contumace». Ma ammette: «Devo dire che la sua figura non mi piace, non fa parte della mia storia».
Continua a leggereRiduci
Il fondatore dei Proletari armati collaborò con la giustizia rivelando i crimini di Battisti. In cambio, ricevette accuse dagli intellò e dallo stesso terrorista, che gli diede del boia. Oggi fa l'operaio e non crede al pentimento: «È una furbata per fare meno galera».Negli anni decine di politici e intellettuali si erano spesi per difendere l'ex Pac e ora fanno i conti con le sue ammissioni. Il vignettista: «È giusto che paghi». Giovanni Russo Spena: «Figura che non mi piace».Lo speciale contiene due articoli Dalla sua latitanza dorata Cesare Battisti gli aveva sparato in faccia un giudizio definitivo: «Un boia la cui falsa testimonianza, resa in mia assenza, mi è costata l'ergastolo». Il presunto carnefice, Pietro Mutti, è uno dei fondatori dei Proletari armati per il comunismo, la formazione che arruolò Battisti ed è anche colui che alla guida di un commando armato lo fece evadere dal carcere nel 1981, dando il via alla sua quasi quarantennale latitanza. Mutti è l'uomo che con le sue dichiarazioni ha inchiodato alle sue responsabilità Battisti. Dopo essersi pentito per i reati commessi durante gli anni di piombo e aver scontato una pena di otto anni, attualmente fa l'operaio alle porte di Milano. Sessantacinque anni, fisico esile, baffetti e sigaretta sempre pronta, negli ultimi dieci anni, nonostante fosse ricercatissimo da tv e giornali di Italia, Brasile e Francia (i transalpini gli hanno anche proposto di scrivere un libro), non è mai voluto apparire. Le uniche interviste le ha concesse a chi scrive. A gennaio gli avevamo chiesto se si fosse pentito di aver fatto scappare di prigione Battisti e ci rispose, senza tradire rancore: «No, all'epoca era una decisione politica, sia chiaro che non lo feci per amicizia». Quando ieri lo abbiamo contattato non sapeva ancora nulla delle notizie che stavano occupando tutte le homepage dei siti d'informazione. Per questo gli abbiamo letto le parole attribuite dal pm Alberto Nobili a Battisti: «Tutto quello che è stato ricostruito nelle sentenze definitive sui Pac, “i quattro omicidi, i tre ferimenti e una marea di rapine e furti per autofinanziamento, corrisponde al vero"». Mutti ci ha ascoltato in silenzio. Allora gli abbiamo ripetuto: «Battisti ha ammesso tutto ciò di cui lei lo ha accusato». Replica: «Mica avevo raccontato delle cazzate, mi scusi». Al telefono l'ex fondatore dei Pac non mostra nessuna voglia di festeggiare: «Se brinderò? Non per Battisti, io una birra dopo il lavoro me la faccio sempre a prescindere. Se ho voglia di mandare un messaggio a Battisti? Non ne ho nessuna intenzione». È impossibile strappargli dichiarazioni roboanti o registrare esultanze scomposte. Ci concede solo pochi minuti: «Il lunedì è un giorno molto pieno», ci spiega in una breve pausa del suo lavoro. La scelta dell'ex compagno di lotta armata non lo sorprende: «Mi aspettavo che avrebbe fatto il furbo e che avrebbe ammesso tutto per trovare qualche gabola per saltare un po' di galera». Per Mutti la nuova strategia è un escamotage per ottenere sconti di pena: «Ormai non ha più via d'uscita, tanto vale che provi questa strada». Domandiamo se davvero non provi soddisfazione per questa confessione: «Se devo essere sincero no, ormai sono passati troppi anni. Faccia un brindisi lei per me», è la risposta asciutta e un po' meneghina. È difficile credere che non goda dopo essere stato accusato di essere un mentitore e un boia per trent'anni. Eppure Mutti non si accende: «Quella che ho detto sin dall'inizio era la verità, per questo sono a posto con la mia coscienza. Mi sono pentito pensando a quello che avevo fatto agli altri e non per eventuali sconti di pena». La risposta potrebbe essere interpretata come una frecciata a Battisti e forse lo è. Ma la rivincita di Mutti si ferma a questo. Non sembrano aver lasciato strascichi nel suo animo le accuse che gli hanno mosso in questi anni i difensori di Battisti, in primis lo scrittore Valerio Evangelisti, il quale, nel 2004, dedicò a Mutti questa pennellata: «Figura spettrale, eternamente prossima al collasso nervoso (…) Sta di fatto che Battisti, grazie a Mutti, si ritroverà addosso quasi tutti i delitti attribuiti ai Pac». La cricca che appoggiava il terrorista scrittore lo bollava come un fantasma: «Chissà dove abita e cosa fa, sotto la nuova identità accordatagli dalle “leggi sui pentiti". Salvo Mutti, contro Battisti non esiste niente di niente».Dopo essere stato bersaglio del disprezzo dei circolini parigini e brasiliani pro Battisti, Mutti potrebbe prendersi qualche rivincita. Ma non lo fa. Non tradisce alcun risentimento neppure contro chi aveva cercato di smontare le sue accuse contro Battisti, paragonandole ad altre dichiarazioni che non trovarono conferme, come quelle sulle armi dell'Olp alle Brigate rosse. «Le ricordo in parte, ma in quel caso io riferivo vicende di cui avevo sentito parlare da terzi, mentre i racconti su Battisti non erano de relato», conclude Mutti. Che ci congeda così: «Ora però vorrei essere dimenticato. Se può, non scriva più il mio nome». Nel 2009 il settimanale Panorama, allora come oggi diretto da Maurizio Belpietro, pubblicò un'inchiesta a puntate sul caso Battisti, realizzando diverse esclusive, come la prima intervista a Mutti. Per quegli scoop chi scrive ebbe l'onore di essere processato sul sito Carmilla di Evangelisti. Questa fu la sentenza: «Malgrado un'evidente ostilità a Battisti, saremmo per assolvere Amadori. Se non altro, ha cercato di indagare meglio e più a fondo di altri suoi colleghi. Il suo torto, semmai, è quello di avere prestato troppa fede a pentiti, dissociati e ai magistrati che li usarono».Dieci anni dopo Battisti ha dato ragione a Mutti e, di conseguenza, anche a noi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-la-rivincita-di-mutti-il-grande-accusatore-2632774663.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vauro-erri-de-luca-e-i-francesi-e-il-silenzio-degli-innocentisti" data-post-id="2632774663" data-published-at="1782272382" data-use-pagination="False"> Vauro, Erri De Luca e i francesi. È il silenzio degli innocentisti Il silenzio degli innocentisti. Quelli che, fino a ieri, giuravano sull'incolpevolezza di Cesare Battisti e che oggi, davanti alle ammissioni dell'assassino dei Proletari armati per il comunismo, tacciono imbarazzati. Come lo scrittore Valerio Evangelisti, animatore della campagna a favore del terrorista sulla rivista online Carmilla che, nel 2004, raccolse 1.500 adesioni. Contattato dal nostro giornale, dopo una vita trascorsa a giurare che Battisti era estraneo ai 4 omicidi per cui è stato condannato all'ergastolo, ci risponde: «Mi dispiace, non rilascio interviste su questo tema». Peccato. Sono almeno trent'anni che l'intelligencija di sinistra battaglia in nome e per conto del killer di Cisterna di Latina, in Italia e all'estero. Al suo fianco si sono schierati «cattivi maestri» come Oreste Scalzone e Franco Piperno, o ex terroristi rifugiati a Parigi come Marina Petrella ed Enrico Porsia, ma soprattutto intellettuali e scrittori. Schiera a cui Battisti, romanziere noir di scadente ispirazione, si fregia di appartenere. Dan Franck e Tahar Ben Jelloun sono stati i primi a sottoscrivere manifesti di solidarietà per lui, in Francia. «Liberate i polsi di Cesare Battisti e lasciate alle loro vite francesi gli italiani che hanno trovato da voi una patria, seconda e migliore», cantava in ode, sulla prima pagina di Le Monde, Erri De Luca. Su Liberation, gli rispondevano Toni Negri (presentato come «filosofo») e Nanni Balestrini soffermandosi sulla necessità del «perdono» per gli anni di piombo e per i suoi protagonisti. E così a seguire Daniel Pennac, il papà di Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio; Serge Quadruppani, Gian Paolo Serino, Massimo Carlotto, Gilles Perrault, il collettivo Wu Ming, Christian Raimo, Lello Voce, Antonio Moresco, Luigi Bernardi, Marco Philopat e il premio Strega Tiziano Scarpa. Tutti convinti, per dirla con Philippe Sollers, che l'«Italia cercasse solo una vendetta». C'è chi non si è limitato alle parole di incoraggiamento. La scrittrice Fred Vargas gli ha pagato gli avvocati e ne ha sostenuto finanziariamente i parenti. Il filosofo Bernard-Henri Levy, che firmò la prefazione al libro del terrorista, Ma cavale (La mia fuga), anni fa riuscì a coinvolgere nella sua arringa a favore dell'assassino comunista il centenario Oscar Neiemeyer, il padre dell'architettura moderna, e altri trecento intellettuali brasiliani affinché il presidente Lula negasse l'estradizione (come poi avvenne). E a paragonare Battisti a Gabriel Garcia Marquez (a sua volta compagno solidale), ai tempi dell'esilio in Messico. Tutti innamorati del ghigno del terrorista dal grilletto facile. Dopo la prima evasione in Francia, lo scrittore Giuseppe Genna si fece affascinare dalla «fuga (che) catapulta l'uomo nella leggenda». Per Battisti si sono mobilitati pure il regista Davide Ferrario, il produttore Marco Muller; i giornalisti Rossana Rossanda, Piero Sansonetti («caso clamoroso con negazione del diritto») e Gianni Minà. Roberto Saviano, appena divenne famoso, ritirò il sostegno alla campagna di Carmilla dichiarando di non aver aderito («La mia firma è finita lì per chissà quali strade del Web e alla fine di chissà quali discussioni di quel periodo», si giustificò). Il vignettista Vauro Senesi racconta di essersi ritrovato arruolato per una firma «per procura» messa da un amico. «Sbagliai a non prendere subito le distanze», spiega oggi alla Verità, «e quindi, per assumermi la responsabilità, decisi di tenere questa testimonianza». Oggi, di fronte alla confessione del killer dei Pac, il disegnatore è laconico: «L'unico commento che mi viene in mente è che è giusto che espii la pena per le azioni che, a questo punto, rivendica di aver commesso». Dai politici che allora si mobilitarono in sua difesa, quasi nessun commento. L'ex deputato di Rifondazione comunista, Giovanni Russo Spena, spiega solo ora al nostro giornale: «Firmai un appello garantista internazionale per chiedere di celebrare un nuovo processo in cui Battisti non fosse contumace». Ma ammette: «Devo dire che la sua figura non mi piace, non fa parte della mia storia».
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
Continua a leggereRiduci
Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
Continua a leggereRiduci
Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
Continua a leggereRiduci
Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
Continua a leggereRiduci