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2019-03-26
È la rivincita di Mutti, il grande accusatore
Ansa
Dalla sua latitanza dorata Cesare Battisti gli aveva sparato in faccia un giudizio definitivo: «Un boia la cui falsa testimonianza, resa in mia assenza, mi è costata l'ergastolo». Il presunto carnefice, Pietro Mutti, è uno dei fondatori dei Proletari armati per il comunismo, la formazione che arruolò Battisti ed è anche colui che alla guida di un commando armato lo fece evadere dal carcere nel 1981, dando il via alla sua quasi quarantennale latitanza. Mutti è l'uomo che con le sue dichiarazioni ha inchiodato alle sue responsabilità Battisti. Dopo essersi pentito per i reati commessi durante gli anni di piombo e aver scontato una pena di otto anni, attualmente fa l'operaio alle porte di Milano. Sessantacinque anni, fisico esile, baffetti e sigaretta sempre pronta, negli ultimi dieci anni, nonostante fosse ricercatissimo da tv e giornali di Italia, Brasile e Francia (i transalpini gli hanno anche proposto di scrivere un libro), non è mai voluto apparire. Le uniche interviste le ha concesse a chi scrive. A gennaio gli avevamo chiesto se si fosse pentito di aver fatto scappare di prigione Battisti e ci rispose, senza tradire rancore: «No, all'epoca era una decisione politica, sia chiaro che non lo feci per amicizia». Quando ieri lo abbiamo contattato non sapeva ancora nulla delle notizie che stavano occupando tutte le homepage dei siti d'informazione. Per questo gli abbiamo letto le parole attribuite dal pm Alberto Nobili a Battisti: «Tutto quello che è stato ricostruito nelle sentenze definitive sui Pac, “i quattro omicidi, i tre ferimenti e una marea di rapine e furti per autofinanziamento, corrisponde al vero"».
Mutti ci ha ascoltato in silenzio. Allora gli abbiamo ripetuto: «Battisti ha ammesso tutto ciò di cui lei lo ha accusato». Replica: «Mica avevo raccontato delle cazzate, mi scusi». Al telefono l'ex fondatore dei Pac non mostra nessuna voglia di festeggiare: «Se brinderò? Non per Battisti, io una birra dopo il lavoro me la faccio sempre a prescindere. Se ho voglia di mandare un messaggio a Battisti? Non ne ho nessuna intenzione». È impossibile strappargli dichiarazioni roboanti o registrare esultanze scomposte. Ci concede solo pochi minuti: «Il lunedì è un giorno molto pieno», ci spiega in una breve pausa del suo lavoro. La scelta dell'ex compagno di lotta armata non lo sorprende: «Mi aspettavo che avrebbe fatto il furbo e che avrebbe ammesso tutto per trovare qualche gabola per saltare un po' di galera». Per Mutti la nuova strategia è un escamotage per ottenere sconti di pena: «Ormai non ha più via d'uscita, tanto vale che provi questa strada». Domandiamo se davvero non provi soddisfazione per questa confessione: «Se devo essere sincero no, ormai sono passati troppi anni. Faccia un brindisi lei per me», è la risposta asciutta e un po' meneghina. È difficile credere che non goda dopo essere stato accusato di essere un mentitore e un boia per trent'anni. Eppure Mutti non si accende: «Quella che ho detto sin dall'inizio era la verità, per questo sono a posto con la mia coscienza. Mi sono pentito pensando a quello che avevo fatto agli altri e non per eventuali sconti di pena». La risposta potrebbe essere interpretata come una frecciata a Battisti e forse lo è. Ma la rivincita di Mutti si ferma a questo. Non sembrano aver lasciato strascichi nel suo animo le accuse che gli hanno mosso in questi anni i difensori di Battisti, in primis lo scrittore Valerio Evangelisti, il quale, nel 2004, dedicò a Mutti questa pennellata: «Figura spettrale, eternamente prossima al collasso nervoso (…) Sta di fatto che Battisti, grazie a Mutti, si ritroverà addosso quasi tutti i delitti attribuiti ai Pac». La cricca che appoggiava il terrorista scrittore lo bollava come un fantasma: «Chissà dove abita e cosa fa, sotto la nuova identità accordatagli dalle “leggi sui pentiti". Salvo Mutti, contro Battisti non esiste niente di niente».
Dopo essere stato bersaglio del disprezzo dei circolini parigini e brasiliani pro Battisti, Mutti potrebbe prendersi qualche rivincita. Ma non lo fa. Non tradisce alcun risentimento neppure contro chi aveva cercato di smontare le sue accuse contro Battisti, paragonandole ad altre dichiarazioni che non trovarono conferme, come quelle sulle armi dell'Olp alle Brigate rosse. «Le ricordo in parte, ma in quel caso io riferivo vicende di cui avevo sentito parlare da terzi, mentre i racconti su Battisti non erano de relato», conclude Mutti. Che ci congeda così: «Ora però vorrei essere dimenticato. Se può, non scriva più il mio nome».
Nel 2009 il settimanale Panorama, allora come oggi diretto da Maurizio Belpietro, pubblicò un'inchiesta a puntate sul caso Battisti, realizzando diverse esclusive, come la prima intervista a Mutti. Per quegli scoop chi scrive ebbe l'onore di essere processato sul sito Carmilla di Evangelisti. Questa fu la sentenza: «Malgrado un'evidente ostilità a Battisti, saremmo per assolvere Amadori. Se non altro, ha cercato di indagare meglio e più a fondo di altri suoi colleghi. Il suo torto, semmai, è quello di avere prestato troppa fede a pentiti, dissociati e ai magistrati che li usarono».
Dieci anni dopo Battisti ha dato ragione a Mutti e, di conseguenza, anche a noi.
Vauro, Erri De Luca e i francesi. È il silenzio degli innocentisti
Il silenzio degli innocentisti. Quelli che, fino a ieri, giuravano sull'incolpevolezza di Cesare Battisti e che oggi, davanti alle ammissioni dell'assassino dei Proletari armati per il comunismo, tacciono imbarazzati. Come lo scrittore Valerio Evangelisti, animatore della campagna a favore del terrorista sulla rivista online Carmilla che, nel 2004, raccolse 1.500 adesioni. Contattato dal nostro giornale, dopo una vita trascorsa a giurare che Battisti era estraneo ai 4 omicidi per cui è stato condannato all'ergastolo, ci risponde: «Mi dispiace, non rilascio interviste su questo tema». Peccato.
Sono almeno trent'anni che l'intelligencija di sinistra battaglia in nome e per conto del killer di Cisterna di Latina, in Italia e all'estero. Al suo fianco si sono schierati «cattivi maestri» come Oreste Scalzone e Franco Piperno, o ex terroristi rifugiati a Parigi come Marina Petrella ed Enrico Porsia, ma soprattutto intellettuali e scrittori. Schiera a cui Battisti, romanziere noir di scadente ispirazione, si fregia di appartenere. Dan Franck e Tahar Ben Jelloun sono stati i primi a sottoscrivere manifesti di solidarietà per lui, in Francia. «Liberate i polsi di Cesare Battisti e lasciate alle loro vite francesi gli italiani che hanno trovato da voi una patria, seconda e migliore», cantava in ode, sulla prima pagina di Le Monde, Erri De Luca. Su Liberation, gli rispondevano Toni Negri (presentato come «filosofo») e Nanni Balestrini soffermandosi sulla necessità del «perdono» per gli anni di piombo e per i suoi protagonisti. E così a seguire Daniel Pennac, il papà di Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio; Serge Quadruppani, Gian Paolo Serino, Massimo Carlotto, Gilles Perrault, il collettivo Wu Ming, Christian Raimo, Lello Voce, Antonio Moresco, Luigi Bernardi, Marco Philopat e il premio Strega Tiziano Scarpa. Tutti convinti, per dirla con Philippe Sollers, che l'«Italia cercasse solo una vendetta». C'è chi non si è limitato alle parole di incoraggiamento. La scrittrice Fred Vargas gli ha pagato gli avvocati e ne ha sostenuto finanziariamente i parenti. Il filosofo Bernard-Henri Levy, che firmò la prefazione al libro del terrorista, Ma cavale (La mia fuga), anni fa riuscì a coinvolgere nella sua arringa a favore dell'assassino comunista il centenario Oscar Neiemeyer, il padre dell'architettura moderna, e altri trecento intellettuali brasiliani affinché il presidente Lula negasse l'estradizione (come poi avvenne). E a paragonare Battisti a Gabriel Garcia Marquez (a sua volta compagno solidale), ai tempi dell'esilio in Messico. Tutti innamorati del ghigno del terrorista dal grilletto facile. Dopo la prima evasione in Francia, lo scrittore Giuseppe Genna si fece affascinare dalla «fuga (che) catapulta l'uomo nella leggenda». Per Battisti si sono mobilitati pure il regista Davide Ferrario, il produttore Marco Muller; i giornalisti Rossana Rossanda, Piero Sansonetti («caso clamoroso con negazione del diritto») e Gianni Minà. Roberto Saviano, appena divenne famoso, ritirò il sostegno alla campagna di Carmilla dichiarando di non aver aderito («La mia firma è finita lì per chissà quali strade del Web e alla fine di chissà quali discussioni di quel periodo», si giustificò). Il vignettista Vauro Senesi racconta di essersi ritrovato arruolato per una firma «per procura» messa da un amico. «Sbagliai a non prendere subito le distanze», spiega oggi alla Verità, «e quindi, per assumermi la responsabilità, decisi di tenere questa testimonianza». Oggi, di fronte alla confessione del killer dei Pac, il disegnatore è laconico: «L'unico commento che mi viene in mente è che è giusto che espii la pena per le azioni che, a questo punto, rivendica di aver commesso». Dai politici che allora si mobilitarono in sua difesa, quasi nessun commento. L'ex deputato di Rifondazione comunista, Giovanni Russo Spena, spiega solo ora al nostro giornale: «Firmai un appello garantista internazionale per chiedere di celebrare un nuovo processo in cui Battisti non fosse contumace». Ma ammette: «Devo dire che la sua figura non mi piace, non fa parte della mia storia».
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Il fondatore dei Proletari armati collaborò con la giustizia rivelando i crimini di Battisti. In cambio, ricevette accuse dagli intellò e dallo stesso terrorista, che gli diede del boia. Oggi fa l'operaio e non crede al pentimento: «È una furbata per fare meno galera».Negli anni decine di politici e intellettuali si erano spesi per difendere l'ex Pac e ora fanno i conti con le sue ammissioni. Il vignettista: «È giusto che paghi». Giovanni Russo Spena: «Figura che non mi piace».Lo speciale contiene due articoli Dalla sua latitanza dorata Cesare Battisti gli aveva sparato in faccia un giudizio definitivo: «Un boia la cui falsa testimonianza, resa in mia assenza, mi è costata l'ergastolo». Il presunto carnefice, Pietro Mutti, è uno dei fondatori dei Proletari armati per il comunismo, la formazione che arruolò Battisti ed è anche colui che alla guida di un commando armato lo fece evadere dal carcere nel 1981, dando il via alla sua quasi quarantennale latitanza. Mutti è l'uomo che con le sue dichiarazioni ha inchiodato alle sue responsabilità Battisti. Dopo essersi pentito per i reati commessi durante gli anni di piombo e aver scontato una pena di otto anni, attualmente fa l'operaio alle porte di Milano. Sessantacinque anni, fisico esile, baffetti e sigaretta sempre pronta, negli ultimi dieci anni, nonostante fosse ricercatissimo da tv e giornali di Italia, Brasile e Francia (i transalpini gli hanno anche proposto di scrivere un libro), non è mai voluto apparire. Le uniche interviste le ha concesse a chi scrive. A gennaio gli avevamo chiesto se si fosse pentito di aver fatto scappare di prigione Battisti e ci rispose, senza tradire rancore: «No, all'epoca era una decisione politica, sia chiaro che non lo feci per amicizia». Quando ieri lo abbiamo contattato non sapeva ancora nulla delle notizie che stavano occupando tutte le homepage dei siti d'informazione. Per questo gli abbiamo letto le parole attribuite dal pm Alberto Nobili a Battisti: «Tutto quello che è stato ricostruito nelle sentenze definitive sui Pac, “i quattro omicidi, i tre ferimenti e una marea di rapine e furti per autofinanziamento, corrisponde al vero"». Mutti ci ha ascoltato in silenzio. Allora gli abbiamo ripetuto: «Battisti ha ammesso tutto ciò di cui lei lo ha accusato». Replica: «Mica avevo raccontato delle cazzate, mi scusi». Al telefono l'ex fondatore dei Pac non mostra nessuna voglia di festeggiare: «Se brinderò? Non per Battisti, io una birra dopo il lavoro me la faccio sempre a prescindere. Se ho voglia di mandare un messaggio a Battisti? Non ne ho nessuna intenzione». È impossibile strappargli dichiarazioni roboanti o registrare esultanze scomposte. Ci concede solo pochi minuti: «Il lunedì è un giorno molto pieno», ci spiega in una breve pausa del suo lavoro. La scelta dell'ex compagno di lotta armata non lo sorprende: «Mi aspettavo che avrebbe fatto il furbo e che avrebbe ammesso tutto per trovare qualche gabola per saltare un po' di galera». Per Mutti la nuova strategia è un escamotage per ottenere sconti di pena: «Ormai non ha più via d'uscita, tanto vale che provi questa strada». Domandiamo se davvero non provi soddisfazione per questa confessione: «Se devo essere sincero no, ormai sono passati troppi anni. Faccia un brindisi lei per me», è la risposta asciutta e un po' meneghina. È difficile credere che non goda dopo essere stato accusato di essere un mentitore e un boia per trent'anni. Eppure Mutti non si accende: «Quella che ho detto sin dall'inizio era la verità, per questo sono a posto con la mia coscienza. Mi sono pentito pensando a quello che avevo fatto agli altri e non per eventuali sconti di pena». La risposta potrebbe essere interpretata come una frecciata a Battisti e forse lo è. Ma la rivincita di Mutti si ferma a questo. Non sembrano aver lasciato strascichi nel suo animo le accuse che gli hanno mosso in questi anni i difensori di Battisti, in primis lo scrittore Valerio Evangelisti, il quale, nel 2004, dedicò a Mutti questa pennellata: «Figura spettrale, eternamente prossima al collasso nervoso (…) Sta di fatto che Battisti, grazie a Mutti, si ritroverà addosso quasi tutti i delitti attribuiti ai Pac». La cricca che appoggiava il terrorista scrittore lo bollava come un fantasma: «Chissà dove abita e cosa fa, sotto la nuova identità accordatagli dalle “leggi sui pentiti". Salvo Mutti, contro Battisti non esiste niente di niente».Dopo essere stato bersaglio del disprezzo dei circolini parigini e brasiliani pro Battisti, Mutti potrebbe prendersi qualche rivincita. Ma non lo fa. Non tradisce alcun risentimento neppure contro chi aveva cercato di smontare le sue accuse contro Battisti, paragonandole ad altre dichiarazioni che non trovarono conferme, come quelle sulle armi dell'Olp alle Brigate rosse. «Le ricordo in parte, ma in quel caso io riferivo vicende di cui avevo sentito parlare da terzi, mentre i racconti su Battisti non erano de relato», conclude Mutti. Che ci congeda così: «Ora però vorrei essere dimenticato. Se può, non scriva più il mio nome». Nel 2009 il settimanale Panorama, allora come oggi diretto da Maurizio Belpietro, pubblicò un'inchiesta a puntate sul caso Battisti, realizzando diverse esclusive, come la prima intervista a Mutti. Per quegli scoop chi scrive ebbe l'onore di essere processato sul sito Carmilla di Evangelisti. Questa fu la sentenza: «Malgrado un'evidente ostilità a Battisti, saremmo per assolvere Amadori. Se non altro, ha cercato di indagare meglio e più a fondo di altri suoi colleghi. Il suo torto, semmai, è quello di avere prestato troppa fede a pentiti, dissociati e ai magistrati che li usarono».Dieci anni dopo Battisti ha dato ragione a Mutti e, di conseguenza, anche a noi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-la-rivincita-di-mutti-il-grande-accusatore-2632774663.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vauro-erri-de-luca-e-i-francesi-e-il-silenzio-degli-innocentisti" data-post-id="2632774663" data-published-at="1781946885" data-use-pagination="False"> Vauro, Erri De Luca e i francesi. È il silenzio degli innocentisti Il silenzio degli innocentisti. Quelli che, fino a ieri, giuravano sull'incolpevolezza di Cesare Battisti e che oggi, davanti alle ammissioni dell'assassino dei Proletari armati per il comunismo, tacciono imbarazzati. Come lo scrittore Valerio Evangelisti, animatore della campagna a favore del terrorista sulla rivista online Carmilla che, nel 2004, raccolse 1.500 adesioni. Contattato dal nostro giornale, dopo una vita trascorsa a giurare che Battisti era estraneo ai 4 omicidi per cui è stato condannato all'ergastolo, ci risponde: «Mi dispiace, non rilascio interviste su questo tema». Peccato. Sono almeno trent'anni che l'intelligencija di sinistra battaglia in nome e per conto del killer di Cisterna di Latina, in Italia e all'estero. Al suo fianco si sono schierati «cattivi maestri» come Oreste Scalzone e Franco Piperno, o ex terroristi rifugiati a Parigi come Marina Petrella ed Enrico Porsia, ma soprattutto intellettuali e scrittori. Schiera a cui Battisti, romanziere noir di scadente ispirazione, si fregia di appartenere. Dan Franck e Tahar Ben Jelloun sono stati i primi a sottoscrivere manifesti di solidarietà per lui, in Francia. «Liberate i polsi di Cesare Battisti e lasciate alle loro vite francesi gli italiani che hanno trovato da voi una patria, seconda e migliore», cantava in ode, sulla prima pagina di Le Monde, Erri De Luca. Su Liberation, gli rispondevano Toni Negri (presentato come «filosofo») e Nanni Balestrini soffermandosi sulla necessità del «perdono» per gli anni di piombo e per i suoi protagonisti. E così a seguire Daniel Pennac, il papà di Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio; Serge Quadruppani, Gian Paolo Serino, Massimo Carlotto, Gilles Perrault, il collettivo Wu Ming, Christian Raimo, Lello Voce, Antonio Moresco, Luigi Bernardi, Marco Philopat e il premio Strega Tiziano Scarpa. Tutti convinti, per dirla con Philippe Sollers, che l'«Italia cercasse solo una vendetta». C'è chi non si è limitato alle parole di incoraggiamento. La scrittrice Fred Vargas gli ha pagato gli avvocati e ne ha sostenuto finanziariamente i parenti. Il filosofo Bernard-Henri Levy, che firmò la prefazione al libro del terrorista, Ma cavale (La mia fuga), anni fa riuscì a coinvolgere nella sua arringa a favore dell'assassino comunista il centenario Oscar Neiemeyer, il padre dell'architettura moderna, e altri trecento intellettuali brasiliani affinché il presidente Lula negasse l'estradizione (come poi avvenne). E a paragonare Battisti a Gabriel Garcia Marquez (a sua volta compagno solidale), ai tempi dell'esilio in Messico. Tutti innamorati del ghigno del terrorista dal grilletto facile. Dopo la prima evasione in Francia, lo scrittore Giuseppe Genna si fece affascinare dalla «fuga (che) catapulta l'uomo nella leggenda». Per Battisti si sono mobilitati pure il regista Davide Ferrario, il produttore Marco Muller; i giornalisti Rossana Rossanda, Piero Sansonetti («caso clamoroso con negazione del diritto») e Gianni Minà. Roberto Saviano, appena divenne famoso, ritirò il sostegno alla campagna di Carmilla dichiarando di non aver aderito («La mia firma è finita lì per chissà quali strade del Web e alla fine di chissà quali discussioni di quel periodo», si giustificò). Il vignettista Vauro Senesi racconta di essersi ritrovato arruolato per una firma «per procura» messa da un amico. «Sbagliai a non prendere subito le distanze», spiega oggi alla Verità, «e quindi, per assumermi la responsabilità, decisi di tenere questa testimonianza». Oggi, di fronte alla confessione del killer dei Pac, il disegnatore è laconico: «L'unico commento che mi viene in mente è che è giusto che espii la pena per le azioni che, a questo punto, rivendica di aver commesso». Dai politici che allora si mobilitarono in sua difesa, quasi nessun commento. L'ex deputato di Rifondazione comunista, Giovanni Russo Spena, spiega solo ora al nostro giornale: «Firmai un appello garantista internazionale per chiedere di celebrare un nuovo processo in cui Battisti non fosse contumace». Ma ammette: «Devo dire che la sua figura non mi piace, non fa parte della mia storia».
L'ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene (Ansa). Nel riquadro il suo post su X
Insomma, un endorsement in piena regola. Il che è significativo. Nonostante al momento non rivesta un peso politico troppo rilevante, la Taylor Greene è stata un tempo una delle principali sostenitrici di Trump. Poi, a partire dall’anno scorso, i loro rapporti si sono progressivamente incrinati. L’allora deputata ha infatti iniziato a criticare il presidente americano su vari fronti: la sua politica su Israele e Siria, l’inflazione e i file di Jeffrey Epstein. In altre parole, la Greene è una di quelle figure del mondo politico-mediatico Maga che hanno drammaticamente rotto con l’attuale inquilino della Casa Bianca, accusandolo di aver abbandonato il trumpismo delle origini. Da questo punto di vista, un altro personaggio collocato su una linea simile è il giornalista conservatore Tucker Carlson che, un tempo deciso fautore dell’attuale presidente, ha litigato con lui soprattutto a causa della guerra in Iran.
Queste rotture sono, almeno in parte, la diretta conseguenza della «traversata nel deserto» che il trumpismo ha condotto nei quattro anni dell’amministrazione Biden. Delusi dal Partito democratico, vari mondi un tempo ostili a Trump (Silicon Valley, apparati della sicurezza nazionale, alta burocrazia del Pentagono) si sono man mano avvicinati ai repubblicani, innestandosi sul trumpismo originario, che, pur non essendo monoliticamente isolazionista, era più concentrato sulla tutela dei colletti blu della Rust Belt e, quindi, sui temi della reindustrializzazione e della post globalizzazione. Dal 2025, queste due anime del mondo Maga sono entrate spesso in dialettica, arrivando a produrre alcune rotture, come quelle della Greene e di Carlson.
È quindi interessante il fatto che l’ex deputata repubblicana si sia schierata con la Meloni. Una Meloni che aveva già comunque, almeno in parte, diviso il mondo Maga. Se la maggioranza di esso la vedeva in modo favorevole, Steve Bannon, a marzo, la criticò per non aver dato abbastanza sostegno a Trump nella crisi di Hormuz. Un ulteriore aspetto interessante da notare è che Bannon, la Greene e Carlson provengono tutti, pur con tratti e sensibilità differenti, da quel trumpismo originario di cui abbiamo parlato: trumpismo originario che, nella sua sfera mediatico-politica, si è spaccato sul conflitto in Iran (se Carlson , come detto, è contrario alla guerra, Laura Loomer la sostiene). Da questo punto di vista, a essere interessante è anche la sponda che, nel 2025, si registrò tra la Meloni ed Elon Musk: un esponente di quei nuovi «innesti» che era, non a caso, ai ferri corti con Bannon. Tra l’altro, anche Musk l’anno scorso ruppe con Trump, per poi significativamente ricucire (vista soprattutto la crescente interdipendenza tra SpaceX e il Pentagono).
Ma attenzione. I risvolti della nuova rottura tra il presidente americano e la Meloni potrebbero irrompere nella stessa amministrazione statunitense. Nell’ultimo anno e mezzo, l’inquilina di Palazzo Chigi ha stretto un rapporto molto cordiale con Marco Rubio e con JD Vance (il quale, dopo aver firmato la prefazione all’edizione statunitense del volume «La versione di Giorgia», ha anche citato la premier nel suo ultimo libro, «Communion»). Ora, nel breve termine, lo scontro tra Trump e la Meloni rischia di mettere in una posizione scomoda tanto il vicepresidente quanto il segretario di Stato. Tuttavia il tema è più complesso. Sì, perché sia Vance che Rubio sono assai interessati a candidarsi alla nomination presidenziale repubblicana del 2028. In quest’ottica, entrambi guardano con favore al mantenimento di una convergenza con la Meloni. Se il centrodestra italiano dovesse vincere le elezioni l’anno prossimo e, nel 2029, dovesse insediarsi alla presidenza statunitense uno dei due, sia Vance che Rubio auspicherebbero una sponda con Roma per arginare l’asse franco-tedesco e, soprattutto, per cercare di allentare i rapporti tra l’Ue e la Cina.
Nel frattempo, la stampa statunitense ha riportato la notizia del nuovo scontro tra Trump e la Meloni: da Nbc News al Wall Street Journal, passando per il Washington Post, le varie testate hanno raccontato le tensioni, ricordando che ci fu un tempo in cui i due leader erano stretti alleati. Per quanto non impossibile, sembra sempre più difficile che quel tempo possa tornare. Il conflitto iraniano ha del resto contribuito a scavare un solco profondo tra le due sponde dell’Atlantico. È dunque da qui che Vance e Rubio dovranno partire per cercare di riavvicinarle.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Altro che «riavvicinamento»: poche ore dopo la fine del G7 di Evian, tra Donald Trump e Giorgia Meloni esplode uno dei più gravi incidenti diplomatici mai registrati nella storia dell’Italia repubblicana tra un presidente degli Stati Uniti e un premier italiano, secondo solo al famoso caso di Sigonella, che nel 1985 vide Bettino Craxi opporsi a Donald Reagan per la sorte dei miliziani palestinesi che avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro. In quel caso si rischiò lo scontro armato tra la Delta Force da una parte e i carabinieri e i Vam dall’altra, ieri invece il conflitto è stato tutto dialettico, ma quanto mai aspro.
La cronaca di questa surreale, incredibile giornata, inizia poco dopo le 10 italiane, le 4 di notte a Washington, quando La7 diffonde un annuncio: «Oggi in esclusiva a L’Aria che tira su La7 una nuova telefonata con Donald Trump. Il programma di David Parenzo ha raggiunto telefonicamente il presidente statunitense per un colloquio. Al centro, le ultime dal G7 sulla pace in Medio Oriente e, soprattutto, sull’incontro tra il tycoon e il premier italiana Meloni dopo le tensioni delle ultime settimane». Siamo abituati al fatto che, tra le tante stravaganze (eufemismo) di Trump, ci sia pure quella di chiacchierare al telefono con i giornalisti. Alle 11, però, scoppia la bomba: Parenzo manda in onda la trascrizione della telefonata tra il tycoon e il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, Daniele Compatangelo: «Come sta il suo primo ministro? Come sta lei?», chiede a un certo punto Trump. «Beh, l’ha appena incontrata al G7», risponde il giornalista, «cosa ne pensa?». «Probabilmente è felice», replica Trump, «che io le abbia parlato! Non ero obbligato a farlo! Non so cosa dire! Mi ha supplicato di fare una foto! Voleva a tutti i costi una foto con me. Non l’avrei fatto, ma mi ha fatto pena!».
La7 non pubblica l’audio originale della telefonata, ma direttamente la traduzione: perché? A quanto spiega il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, per precise direttive dello staff del presidente Usa, le registrazioni delle telefonate non possono essere diffuse con l’audio originale. La trascrizione in lingua originale dell’ultima frase di Trump è la seguente: «She begged me for a picture! She wanted a picture with me so badly. I would haven’t done it, but I felt sorry for her!».
«I felt sorry for her» viene tradotto con «mi ha fatto pena», il che è formalmente corretto, ma la stessa frase può anche essere tradotta con un molto meno maleducato «mi dispiaceva per lei» o «mi è dispiaciuto per lei», come fa notare in diretta Antonio Di Bella, tra l’altro ex direttore del Tg3 e di Rai3 e già corrispondente da New York per il Tg1. Fatto sta che la Meloni la prende, come è ovvio, malissimo: impugna lo smartphone e da Bruxelles, dove sta partecipando al Consiglio europeo, registra un durissimo video di risposta: «Certe cose», scandisce Giorgia Meloni, «meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati e non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia, non imploriamo mai». L’aria che tira, potremmo dire, è quella di tempesta: piovono reazioni indignate da tutto il mondo politico e istituzionale, italiano e non solo. Si muove il Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona alla Meloni e le esprime solidarietà.
Immediate anche le reazioni dei due vicepremier: «Le gravi e offensive parole del presidente Trump nei confronti del presidente del Consiglio», scrive su X il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «offendono tutta l’Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Anche Confindustria cancella la sua partecipazione al business forum di Miami del 22 giugno. Più tardi, parlando con i cronisti, Tajani aggiunge: «Non possiamo pensare che qualcuno offenda l’Italia così come ha fatto il presidente Usa», invitando comunque a «mantenere il rapporto transatlantico come stella polare». L’altro vicepremier, il ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini, sui social scrive: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». E adesso che succede? La Verità ha avuto modo di sondare ambienti di governo e maggioranza, e c’è una sostanziale unanimità su un punto: i dubbi sull’equilibrio di Donald Trump. Sono diventate troppo frequenti e sempre più deliranti, ormai, le sparate del tycoon, tra insulti ad alleati, avversari e giornalisti, prese di posizione surreali, video, foto e post deliranti postati a raffica sui social, e, cosa più grave, continui cambi di strategia e opinione sulle questioni più importanti di politica internazionale.
Compiacimento abbiamo poi registrato per l’intervento di Mattarella, arrivato mentre tra le opposizioni non mancava chi, pur esprimendo solidarietà alla Meloni, aggiungeva che è stata però proprio lei a scegliere il presidente degli Stati Uniti come alleato privilegiato, manco fosse una colpa o avesse altra scelta. Sono una donna dotata di doti divinatorie poteva prevedere che Trump sarebbe diventato quello che è oggi: per non sbilanciarci troppo, sicuramente un gran maleducato. Che, dopo la replica di Meloni, ha rincarato la dose: «Non la voglio come fan perché lei, così come gli altri del gruppo Nato, non c'è stata riguardo allo Stretto di Hormuz».
Eppure la sinistra incolpa Giorgia
Centinaia, dall’Italia e dall’estero, le reazioni allo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni: «Sono stato sorpreso», commenta il presidente francese Emmanuel Macron, «dall’attacco di Trump a Meloni, ne parlerò con lei». «Riguardo alla Meloni», dice il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, «vorrei dire due cose: la prima, tutta la mia solidarietà. In secondo luogo, vorrei dirvi che non solo l’ho espressa pubblicamente ora, ma l’ho fatto anche in privato. Le ho espresso la mia solidarietà direttamente in Consiglio di fronte a questo attacco che non è né politico né personale. In realtà, non so nemmeno come qualificarlo».
Passiamo all’Italia: «Le parole del presidente Donald Trump, chiaramente false», attacca il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «sono un evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai voleri del tycoon. Conoscendola molto bene, posso scommettere di mangiare un pollo vivo piuttosto che credere che Giorgia Meloni supplichi qualcuno. Fa pena chi lo sostiene». «La mia solidarietà al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le parole pronunciate nei suoi confronti», argomenta il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto fondamentale nei rapporti tra paesi amici e alleati». Durissimo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni», azzanna Fazzolari, «sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti».
In serata, ospite di 10 minuti su Retequattro, Fazzolari fornisce una inedita interpretazione dell’accaduto: «Una delle interpretazioni che è stata data oltreoceano», spiega Fazzolari, «è che il video del G7 di Evian è diventato virale negli Usa, e i commenti erano: Meloni mette al suo posto Trump. Il presidente americano è particolarmente attento e sensibile alle dinamiche delle rete. Una delle interpretazioni che è stata data è che è stata una reazione per questo video che era stato particolarmente diffuso negli Stati Uniti».
Arrivano anche i commenti degli esponenti di opposizione: «La triste realtà», sottolinea il leder del M5s, Giuseppe Conte, «è che abbiamo subito una grande mortificazione da parte di Trump e queste sono parole assolutamente inaccettabili nei confronti dei nostri vertici istituzionali. Però dobbiamo anche riflettere. Giorgia Meloni e il suo governo hanno detto sì a tutto e hanno svenduto l’interesse nazionale». «Gli attacchi di Trump alla Meloni», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «sono inaccettabili, da respingere con forza. Noi non accettiamo attacchi né insulti rivolti al governo del nostro paese e continueremo a difendere le istituzioni italiane. Ci aspettiamo però che lo faccia, e cominci a farlo di più, anche la destra di questo paese e che capisca quanto è stata sbagliata la strategia di un atteggiamento remissivo verso Trump». «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente», scrive su X il leader di Italia viva Matteo Renzi, «se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump».
La missione del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, negli Stati Uniti, prevista per la prossima settimana, è stata annullata, dopo le offese di Trump Arriva anche il commento del generale Roberto Vannacci: «L’Italia», dice il leader di Futuro nazionale, «non può diventare terreno di scontro per calcoli di parte o convenienze politiche del momento. Non condivido chi, per attaccare Giorgia Meloni o il suo governo, finisce per gettare fango sul presidente del Consiglio e, con esso, sull’immagine della nostra nazione». Solidarietà alla Meloni e condanna della prepotenza da parte di Domenico Menorello, portavoce del network associativo «Ditelo sui tetti».
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