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2019-03-26
È la rivincita di Mutti, il grande accusatore
Ansa
Dalla sua latitanza dorata Cesare Battisti gli aveva sparato in faccia un giudizio definitivo: «Un boia la cui falsa testimonianza, resa in mia assenza, mi è costata l'ergastolo». Il presunto carnefice, Pietro Mutti, è uno dei fondatori dei Proletari armati per il comunismo, la formazione che arruolò Battisti ed è anche colui che alla guida di un commando armato lo fece evadere dal carcere nel 1981, dando il via alla sua quasi quarantennale latitanza. Mutti è l'uomo che con le sue dichiarazioni ha inchiodato alle sue responsabilità Battisti. Dopo essersi pentito per i reati commessi durante gli anni di piombo e aver scontato una pena di otto anni, attualmente fa l'operaio alle porte di Milano. Sessantacinque anni, fisico esile, baffetti e sigaretta sempre pronta, negli ultimi dieci anni, nonostante fosse ricercatissimo da tv e giornali di Italia, Brasile e Francia (i transalpini gli hanno anche proposto di scrivere un libro), non è mai voluto apparire. Le uniche interviste le ha concesse a chi scrive. A gennaio gli avevamo chiesto se si fosse pentito di aver fatto scappare di prigione Battisti e ci rispose, senza tradire rancore: «No, all'epoca era una decisione politica, sia chiaro che non lo feci per amicizia». Quando ieri lo abbiamo contattato non sapeva ancora nulla delle notizie che stavano occupando tutte le homepage dei siti d'informazione. Per questo gli abbiamo letto le parole attribuite dal pm Alberto Nobili a Battisti: «Tutto quello che è stato ricostruito nelle sentenze definitive sui Pac, “i quattro omicidi, i tre ferimenti e una marea di rapine e furti per autofinanziamento, corrisponde al vero"».
Mutti ci ha ascoltato in silenzio. Allora gli abbiamo ripetuto: «Battisti ha ammesso tutto ciò di cui lei lo ha accusato». Replica: «Mica avevo raccontato delle cazzate, mi scusi». Al telefono l'ex fondatore dei Pac non mostra nessuna voglia di festeggiare: «Se brinderò? Non per Battisti, io una birra dopo il lavoro me la faccio sempre a prescindere. Se ho voglia di mandare un messaggio a Battisti? Non ne ho nessuna intenzione». È impossibile strappargli dichiarazioni roboanti o registrare esultanze scomposte. Ci concede solo pochi minuti: «Il lunedì è un giorno molto pieno», ci spiega in una breve pausa del suo lavoro. La scelta dell'ex compagno di lotta armata non lo sorprende: «Mi aspettavo che avrebbe fatto il furbo e che avrebbe ammesso tutto per trovare qualche gabola per saltare un po' di galera». Per Mutti la nuova strategia è un escamotage per ottenere sconti di pena: «Ormai non ha più via d'uscita, tanto vale che provi questa strada». Domandiamo se davvero non provi soddisfazione per questa confessione: «Se devo essere sincero no, ormai sono passati troppi anni. Faccia un brindisi lei per me», è la risposta asciutta e un po' meneghina. È difficile credere che non goda dopo essere stato accusato di essere un mentitore e un boia per trent'anni. Eppure Mutti non si accende: «Quella che ho detto sin dall'inizio era la verità, per questo sono a posto con la mia coscienza. Mi sono pentito pensando a quello che avevo fatto agli altri e non per eventuali sconti di pena». La risposta potrebbe essere interpretata come una frecciata a Battisti e forse lo è. Ma la rivincita di Mutti si ferma a questo. Non sembrano aver lasciato strascichi nel suo animo le accuse che gli hanno mosso in questi anni i difensori di Battisti, in primis lo scrittore Valerio Evangelisti, il quale, nel 2004, dedicò a Mutti questa pennellata: «Figura spettrale, eternamente prossima al collasso nervoso (…) Sta di fatto che Battisti, grazie a Mutti, si ritroverà addosso quasi tutti i delitti attribuiti ai Pac». La cricca che appoggiava il terrorista scrittore lo bollava come un fantasma: «Chissà dove abita e cosa fa, sotto la nuova identità accordatagli dalle “leggi sui pentiti". Salvo Mutti, contro Battisti non esiste niente di niente».
Dopo essere stato bersaglio del disprezzo dei circolini parigini e brasiliani pro Battisti, Mutti potrebbe prendersi qualche rivincita. Ma non lo fa. Non tradisce alcun risentimento neppure contro chi aveva cercato di smontare le sue accuse contro Battisti, paragonandole ad altre dichiarazioni che non trovarono conferme, come quelle sulle armi dell'Olp alle Brigate rosse. «Le ricordo in parte, ma in quel caso io riferivo vicende di cui avevo sentito parlare da terzi, mentre i racconti su Battisti non erano de relato», conclude Mutti. Che ci congeda così: «Ora però vorrei essere dimenticato. Se può, non scriva più il mio nome».
Nel 2009 il settimanale Panorama, allora come oggi diretto da Maurizio Belpietro, pubblicò un'inchiesta a puntate sul caso Battisti, realizzando diverse esclusive, come la prima intervista a Mutti. Per quegli scoop chi scrive ebbe l'onore di essere processato sul sito Carmilla di Evangelisti. Questa fu la sentenza: «Malgrado un'evidente ostilità a Battisti, saremmo per assolvere Amadori. Se non altro, ha cercato di indagare meglio e più a fondo di altri suoi colleghi. Il suo torto, semmai, è quello di avere prestato troppa fede a pentiti, dissociati e ai magistrati che li usarono».
Dieci anni dopo Battisti ha dato ragione a Mutti e, di conseguenza, anche a noi.
Vauro, Erri De Luca e i francesi. È il silenzio degli innocentisti
Il silenzio degli innocentisti. Quelli che, fino a ieri, giuravano sull'incolpevolezza di Cesare Battisti e che oggi, davanti alle ammissioni dell'assassino dei Proletari armati per il comunismo, tacciono imbarazzati. Come lo scrittore Valerio Evangelisti, animatore della campagna a favore del terrorista sulla rivista online Carmilla che, nel 2004, raccolse 1.500 adesioni. Contattato dal nostro giornale, dopo una vita trascorsa a giurare che Battisti era estraneo ai 4 omicidi per cui è stato condannato all'ergastolo, ci risponde: «Mi dispiace, non rilascio interviste su questo tema». Peccato.
Sono almeno trent'anni che l'intelligencija di sinistra battaglia in nome e per conto del killer di Cisterna di Latina, in Italia e all'estero. Al suo fianco si sono schierati «cattivi maestri» come Oreste Scalzone e Franco Piperno, o ex terroristi rifugiati a Parigi come Marina Petrella ed Enrico Porsia, ma soprattutto intellettuali e scrittori. Schiera a cui Battisti, romanziere noir di scadente ispirazione, si fregia di appartenere. Dan Franck e Tahar Ben Jelloun sono stati i primi a sottoscrivere manifesti di solidarietà per lui, in Francia. «Liberate i polsi di Cesare Battisti e lasciate alle loro vite francesi gli italiani che hanno trovato da voi una patria, seconda e migliore», cantava in ode, sulla prima pagina di Le Monde, Erri De Luca. Su Liberation, gli rispondevano Toni Negri (presentato come «filosofo») e Nanni Balestrini soffermandosi sulla necessità del «perdono» per gli anni di piombo e per i suoi protagonisti. E così a seguire Daniel Pennac, il papà di Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio; Serge Quadruppani, Gian Paolo Serino, Massimo Carlotto, Gilles Perrault, il collettivo Wu Ming, Christian Raimo, Lello Voce, Antonio Moresco, Luigi Bernardi, Marco Philopat e il premio Strega Tiziano Scarpa. Tutti convinti, per dirla con Philippe Sollers, che l'«Italia cercasse solo una vendetta». C'è chi non si è limitato alle parole di incoraggiamento. La scrittrice Fred Vargas gli ha pagato gli avvocati e ne ha sostenuto finanziariamente i parenti. Il filosofo Bernard-Henri Levy, che firmò la prefazione al libro del terrorista, Ma cavale (La mia fuga), anni fa riuscì a coinvolgere nella sua arringa a favore dell'assassino comunista il centenario Oscar Neiemeyer, il padre dell'architettura moderna, e altri trecento intellettuali brasiliani affinché il presidente Lula negasse l'estradizione (come poi avvenne). E a paragonare Battisti a Gabriel Garcia Marquez (a sua volta compagno solidale), ai tempi dell'esilio in Messico. Tutti innamorati del ghigno del terrorista dal grilletto facile. Dopo la prima evasione in Francia, lo scrittore Giuseppe Genna si fece affascinare dalla «fuga (che) catapulta l'uomo nella leggenda». Per Battisti si sono mobilitati pure il regista Davide Ferrario, il produttore Marco Muller; i giornalisti Rossana Rossanda, Piero Sansonetti («caso clamoroso con negazione del diritto») e Gianni Minà. Roberto Saviano, appena divenne famoso, ritirò il sostegno alla campagna di Carmilla dichiarando di non aver aderito («La mia firma è finita lì per chissà quali strade del Web e alla fine di chissà quali discussioni di quel periodo», si giustificò). Il vignettista Vauro Senesi racconta di essersi ritrovato arruolato per una firma «per procura» messa da un amico. «Sbagliai a non prendere subito le distanze», spiega oggi alla Verità, «e quindi, per assumermi la responsabilità, decisi di tenere questa testimonianza». Oggi, di fronte alla confessione del killer dei Pac, il disegnatore è laconico: «L'unico commento che mi viene in mente è che è giusto che espii la pena per le azioni che, a questo punto, rivendica di aver commesso». Dai politici che allora si mobilitarono in sua difesa, quasi nessun commento. L'ex deputato di Rifondazione comunista, Giovanni Russo Spena, spiega solo ora al nostro giornale: «Firmai un appello garantista internazionale per chiedere di celebrare un nuovo processo in cui Battisti non fosse contumace». Ma ammette: «Devo dire che la sua figura non mi piace, non fa parte della mia storia».
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Il fondatore dei Proletari armati collaborò con la giustizia rivelando i crimini di Battisti. In cambio, ricevette accuse dagli intellò e dallo stesso terrorista, che gli diede del boia. Oggi fa l'operaio e non crede al pentimento: «È una furbata per fare meno galera».Negli anni decine di politici e intellettuali si erano spesi per difendere l'ex Pac e ora fanno i conti con le sue ammissioni. Il vignettista: «È giusto che paghi». Giovanni Russo Spena: «Figura che non mi piace».Lo speciale contiene due articoli Dalla sua latitanza dorata Cesare Battisti gli aveva sparato in faccia un giudizio definitivo: «Un boia la cui falsa testimonianza, resa in mia assenza, mi è costata l'ergastolo». Il presunto carnefice, Pietro Mutti, è uno dei fondatori dei Proletari armati per il comunismo, la formazione che arruolò Battisti ed è anche colui che alla guida di un commando armato lo fece evadere dal carcere nel 1981, dando il via alla sua quasi quarantennale latitanza. Mutti è l'uomo che con le sue dichiarazioni ha inchiodato alle sue responsabilità Battisti. Dopo essersi pentito per i reati commessi durante gli anni di piombo e aver scontato una pena di otto anni, attualmente fa l'operaio alle porte di Milano. Sessantacinque anni, fisico esile, baffetti e sigaretta sempre pronta, negli ultimi dieci anni, nonostante fosse ricercatissimo da tv e giornali di Italia, Brasile e Francia (i transalpini gli hanno anche proposto di scrivere un libro), non è mai voluto apparire. Le uniche interviste le ha concesse a chi scrive. A gennaio gli avevamo chiesto se si fosse pentito di aver fatto scappare di prigione Battisti e ci rispose, senza tradire rancore: «No, all'epoca era una decisione politica, sia chiaro che non lo feci per amicizia». Quando ieri lo abbiamo contattato non sapeva ancora nulla delle notizie che stavano occupando tutte le homepage dei siti d'informazione. Per questo gli abbiamo letto le parole attribuite dal pm Alberto Nobili a Battisti: «Tutto quello che è stato ricostruito nelle sentenze definitive sui Pac, “i quattro omicidi, i tre ferimenti e una marea di rapine e furti per autofinanziamento, corrisponde al vero"». Mutti ci ha ascoltato in silenzio. Allora gli abbiamo ripetuto: «Battisti ha ammesso tutto ciò di cui lei lo ha accusato». Replica: «Mica avevo raccontato delle cazzate, mi scusi». Al telefono l'ex fondatore dei Pac non mostra nessuna voglia di festeggiare: «Se brinderò? Non per Battisti, io una birra dopo il lavoro me la faccio sempre a prescindere. Se ho voglia di mandare un messaggio a Battisti? Non ne ho nessuna intenzione». È impossibile strappargli dichiarazioni roboanti o registrare esultanze scomposte. Ci concede solo pochi minuti: «Il lunedì è un giorno molto pieno», ci spiega in una breve pausa del suo lavoro. La scelta dell'ex compagno di lotta armata non lo sorprende: «Mi aspettavo che avrebbe fatto il furbo e che avrebbe ammesso tutto per trovare qualche gabola per saltare un po' di galera». Per Mutti la nuova strategia è un escamotage per ottenere sconti di pena: «Ormai non ha più via d'uscita, tanto vale che provi questa strada». Domandiamo se davvero non provi soddisfazione per questa confessione: «Se devo essere sincero no, ormai sono passati troppi anni. Faccia un brindisi lei per me», è la risposta asciutta e un po' meneghina. È difficile credere che non goda dopo essere stato accusato di essere un mentitore e un boia per trent'anni. Eppure Mutti non si accende: «Quella che ho detto sin dall'inizio era la verità, per questo sono a posto con la mia coscienza. Mi sono pentito pensando a quello che avevo fatto agli altri e non per eventuali sconti di pena». La risposta potrebbe essere interpretata come una frecciata a Battisti e forse lo è. Ma la rivincita di Mutti si ferma a questo. Non sembrano aver lasciato strascichi nel suo animo le accuse che gli hanno mosso in questi anni i difensori di Battisti, in primis lo scrittore Valerio Evangelisti, il quale, nel 2004, dedicò a Mutti questa pennellata: «Figura spettrale, eternamente prossima al collasso nervoso (…) Sta di fatto che Battisti, grazie a Mutti, si ritroverà addosso quasi tutti i delitti attribuiti ai Pac». La cricca che appoggiava il terrorista scrittore lo bollava come un fantasma: «Chissà dove abita e cosa fa, sotto la nuova identità accordatagli dalle “leggi sui pentiti". Salvo Mutti, contro Battisti non esiste niente di niente».Dopo essere stato bersaglio del disprezzo dei circolini parigini e brasiliani pro Battisti, Mutti potrebbe prendersi qualche rivincita. Ma non lo fa. Non tradisce alcun risentimento neppure contro chi aveva cercato di smontare le sue accuse contro Battisti, paragonandole ad altre dichiarazioni che non trovarono conferme, come quelle sulle armi dell'Olp alle Brigate rosse. «Le ricordo in parte, ma in quel caso io riferivo vicende di cui avevo sentito parlare da terzi, mentre i racconti su Battisti non erano de relato», conclude Mutti. Che ci congeda così: «Ora però vorrei essere dimenticato. Se può, non scriva più il mio nome». Nel 2009 il settimanale Panorama, allora come oggi diretto da Maurizio Belpietro, pubblicò un'inchiesta a puntate sul caso Battisti, realizzando diverse esclusive, come la prima intervista a Mutti. Per quegli scoop chi scrive ebbe l'onore di essere processato sul sito Carmilla di Evangelisti. Questa fu la sentenza: «Malgrado un'evidente ostilità a Battisti, saremmo per assolvere Amadori. Se non altro, ha cercato di indagare meglio e più a fondo di altri suoi colleghi. Il suo torto, semmai, è quello di avere prestato troppa fede a pentiti, dissociati e ai magistrati che li usarono».Dieci anni dopo Battisti ha dato ragione a Mutti e, di conseguenza, anche a noi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-la-rivincita-di-mutti-il-grande-accusatore-2632774663.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vauro-erri-de-luca-e-i-francesi-e-il-silenzio-degli-innocentisti" data-post-id="2632774663" data-published-at="1779373009" data-use-pagination="False"> Vauro, Erri De Luca e i francesi. È il silenzio degli innocentisti Il silenzio degli innocentisti. Quelli che, fino a ieri, giuravano sull'incolpevolezza di Cesare Battisti e che oggi, davanti alle ammissioni dell'assassino dei Proletari armati per il comunismo, tacciono imbarazzati. Come lo scrittore Valerio Evangelisti, animatore della campagna a favore del terrorista sulla rivista online Carmilla che, nel 2004, raccolse 1.500 adesioni. Contattato dal nostro giornale, dopo una vita trascorsa a giurare che Battisti era estraneo ai 4 omicidi per cui è stato condannato all'ergastolo, ci risponde: «Mi dispiace, non rilascio interviste su questo tema». Peccato. Sono almeno trent'anni che l'intelligencija di sinistra battaglia in nome e per conto del killer di Cisterna di Latina, in Italia e all'estero. Al suo fianco si sono schierati «cattivi maestri» come Oreste Scalzone e Franco Piperno, o ex terroristi rifugiati a Parigi come Marina Petrella ed Enrico Porsia, ma soprattutto intellettuali e scrittori. Schiera a cui Battisti, romanziere noir di scadente ispirazione, si fregia di appartenere. Dan Franck e Tahar Ben Jelloun sono stati i primi a sottoscrivere manifesti di solidarietà per lui, in Francia. «Liberate i polsi di Cesare Battisti e lasciate alle loro vite francesi gli italiani che hanno trovato da voi una patria, seconda e migliore», cantava in ode, sulla prima pagina di Le Monde, Erri De Luca. Su Liberation, gli rispondevano Toni Negri (presentato come «filosofo») e Nanni Balestrini soffermandosi sulla necessità del «perdono» per gli anni di piombo e per i suoi protagonisti. E così a seguire Daniel Pennac, il papà di Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio; Serge Quadruppani, Gian Paolo Serino, Massimo Carlotto, Gilles Perrault, il collettivo Wu Ming, Christian Raimo, Lello Voce, Antonio Moresco, Luigi Bernardi, Marco Philopat e il premio Strega Tiziano Scarpa. Tutti convinti, per dirla con Philippe Sollers, che l'«Italia cercasse solo una vendetta». C'è chi non si è limitato alle parole di incoraggiamento. La scrittrice Fred Vargas gli ha pagato gli avvocati e ne ha sostenuto finanziariamente i parenti. Il filosofo Bernard-Henri Levy, che firmò la prefazione al libro del terrorista, Ma cavale (La mia fuga), anni fa riuscì a coinvolgere nella sua arringa a favore dell'assassino comunista il centenario Oscar Neiemeyer, il padre dell'architettura moderna, e altri trecento intellettuali brasiliani affinché il presidente Lula negasse l'estradizione (come poi avvenne). E a paragonare Battisti a Gabriel Garcia Marquez (a sua volta compagno solidale), ai tempi dell'esilio in Messico. Tutti innamorati del ghigno del terrorista dal grilletto facile. Dopo la prima evasione in Francia, lo scrittore Giuseppe Genna si fece affascinare dalla «fuga (che) catapulta l'uomo nella leggenda». Per Battisti si sono mobilitati pure il regista Davide Ferrario, il produttore Marco Muller; i giornalisti Rossana Rossanda, Piero Sansonetti («caso clamoroso con negazione del diritto») e Gianni Minà. Roberto Saviano, appena divenne famoso, ritirò il sostegno alla campagna di Carmilla dichiarando di non aver aderito («La mia firma è finita lì per chissà quali strade del Web e alla fine di chissà quali discussioni di quel periodo», si giustificò). Il vignettista Vauro Senesi racconta di essersi ritrovato arruolato per una firma «per procura» messa da un amico. «Sbagliai a non prendere subito le distanze», spiega oggi alla Verità, «e quindi, per assumermi la responsabilità, decisi di tenere questa testimonianza». Oggi, di fronte alla confessione del killer dei Pac, il disegnatore è laconico: «L'unico commento che mi viene in mente è che è giusto che espii la pena per le azioni che, a questo punto, rivendica di aver commesso». Dai politici che allora si mobilitarono in sua difesa, quasi nessun commento. L'ex deputato di Rifondazione comunista, Giovanni Russo Spena, spiega solo ora al nostro giornale: «Firmai un appello garantista internazionale per chiedere di celebrare un nuovo processo in cui Battisti non fosse contumace». Ma ammette: «Devo dire che la sua figura non mi piace, non fa parte della mia storia».
Piero Portaluppi (Fondazione Portaluppi-FAI)
Nei grandi palazzi che hanno disegnato la storia abitativa della grande borghesia industriale della prima metà del secolo XX, sono talvolta i piccoli dettagli a svelare il carattere unico di Piero Portaluppi, uno dei massimi esponenti dell’architettura italiana tra gli anni Venti e gli Anni Cinquanta. Nei particolari poetici e sognanti, inseriti nel contesto dei capolavori più importanti dell’architettura borghese di Milano, è la sintesi di un’opera grandiosa e unica. Un’opera che ha firmato per sempre l’aspetto della capitale industriale d’Italia negli anni della massima espressione della borghesia industriale e allo stesso tempo intellettuale della città. Da oggi, a Villa Necchi Campiglio, sarà possibile rivivere l’opera del grande architetto grazie all’acquisizione da parte del Fondo per l’Ambiente Italiano del patrimonio archivistico proveniente dalla Fondazione Piero Portaluppi, gestita per decenni dai discendenti dell’architetto ed ora messa a disposizione del pubblico. Stiamo parlando di oltre 1.000 disegni autografi tra il 1909 e il 1967, di altrettante stampe fotografiche, appunti e schizzi, 15.000 cartoline oltre a 100 bobine di pellicola che fanno rivivere la storia dei grandi personaggi con cui Portaluppi si relazionava. E ancora, all’ultimo piano della residenza milanese che fu degli industriali Necchi, la ricostruzione fedele dello studio dell’architetto. Da quella scrivania particolare, battezzata «Omnibus» dal suo inventore, nacquero i progetti che cambiarono il volto della Milano che produceva e cresceva vertiginosamente all’inizio del XX secolo.
Piero Portaluppi era nato a Milano nel 1888, quando la città era nel vivo del progresso positivista delle scienze e dell'industria. Figlio di un ingegnere edile, si laurea al Politecnico nel 1910. Nel 1915 partecipando poco più tardi alla Grande Guerra come ufficiale nel Corpo del Genio. La carriera di architetto prese piede da quell’elemento che fece grande la Milano della «belle époque», l’elettricità. Nel 1913 sposa Lia Baglia, nipote dell’industriale elettrico Ettore Conti, che aprì le porte all’estro di Portaluppi affidandogli la realizzazione degli edifici di centrali idroelettriche come quelle ossolane di Verampio e Cadarese, caratterizzate dallo stile eclettico tipico della cultura architettonica industriale dell’epoca. Il carattere estremamente versatile di Portaluppi, rigoroso ma ironico allo stesso tempo (era autore di vignette e bozzetti satirici pubblicati su alcuni giornali), lo resero presto famoso tra la borghesia industriale più in vista del capoluogo lombardo.
Tra gli anni ’20 e gli anni ’40 Portaluppi viveva il momento di massimo successo professionale. Non solo come architetto, ma anche come urbanista, designato come membro insigne della commissione per il piano di sviluppo milanese. Tra le due guerre, nascono i progetti e le realizzazioni più importanti dell'architetto, tra cui la stessa Villa Necchi Campiglio, concepita con canoni che superavano il razionalismo dominante del ventennio con elementi caratteristici del modernismo, con un’attenzione particolare alla distribuzione degli spazi e all’importanza nei dettagli che resero unica la firma dell’architetto milanese. Per la grande borghesia realizza Palazzo Crespi, dimora della grande famiglia di industriali tessili e proprietari del «Corriere della Sera». Edificio monumentale per imponenza, è alleggerito dalle invenzioni e dalla creatività di Portaluppi, nelle geometrie delle scalinate a spirale, nelle nicchie, nei dettagli impreziositi da una scelta precisa dei materiali, funzionali alle forme. La casa degli Atellani fu anche la sua dimora. Originariamente palazzo storico risalente al Quattrocento (dove è custodita la famosa vigna di Leonardo da Vinci), viene riletto totalmente da Portaluppi nella distribuzione degli spazi e, ancora una volta, dà sfogo ad una creatività che superava le mode e gli stili canonici. L’ironia e la maestria si leggono bene nella facciata interna dell’edificio, dove l’architetto-proprietario realizza una sorta di neobarocco inserito armonicamente nel contesto della casa dell’epoca di Ludovico il Moro. Del periodo è anche il progetto del Planetario Ulrico Hoepli, donato alla città di Milano dall’editore, caratterizzato da elementi apertamente neoclassici come il pronao alleggeriti all’interno dalle decorazioni con scie di costellazioni e elementi geometrici. Quasi di fronte al Planetario, Portaluppi realizza per la borghesia milanese il palazzo della Società Buonarroti-Carpaccio-Giotto in corso Venezia, un edificio con pianta a «u» ispirato dallo stile Secessionista e caratterizzato da un imponente passaggio coperto da un grande arco a tutto sesto decorato al suo interno con elementi romboidali.
Nel dopoguerra, decadute totalmente le ipotesi di collaborazione con il regime fascista, Portaluppi rimase al centro del dibattito sul futuro architettonico di una Milano da ripensare assieme ai più grandi studi come BBPR e Giò Ponti, continuando l’attività di progettazione di palazzi e interni per la committenza alto borghese. Piero Portaluppi si ritira dalla docenza al Politecnico nel 1958, muore nella sua Milano il 6 luglio 1967.
Oggi, grazie alla Fondazione che porta il suo nome ed al Fondo per l’Ambiente Italiano, possiamo immaginare nuovamente il grande architetto al lavoro nel suo studio di via Morozzo della Rocca, fedelmente ricostruito nelle stanze all’ultimo piano di Villa Necchi Campiglio, tra i suoi capolavori più apprezzati nel mondo. A Milano, in via Mozart 14.
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L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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