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2019-03-26
È la rivincita di Mutti, il grande accusatore
Ansa
Dalla sua latitanza dorata Cesare Battisti gli aveva sparato in faccia un giudizio definitivo: «Un boia la cui falsa testimonianza, resa in mia assenza, mi è costata l'ergastolo». Il presunto carnefice, Pietro Mutti, è uno dei fondatori dei Proletari armati per il comunismo, la formazione che arruolò Battisti ed è anche colui che alla guida di un commando armato lo fece evadere dal carcere nel 1981, dando il via alla sua quasi quarantennale latitanza. Mutti è l'uomo che con le sue dichiarazioni ha inchiodato alle sue responsabilità Battisti. Dopo essersi pentito per i reati commessi durante gli anni di piombo e aver scontato una pena di otto anni, attualmente fa l'operaio alle porte di Milano. Sessantacinque anni, fisico esile, baffetti e sigaretta sempre pronta, negli ultimi dieci anni, nonostante fosse ricercatissimo da tv e giornali di Italia, Brasile e Francia (i transalpini gli hanno anche proposto di scrivere un libro), non è mai voluto apparire. Le uniche interviste le ha concesse a chi scrive. A gennaio gli avevamo chiesto se si fosse pentito di aver fatto scappare di prigione Battisti e ci rispose, senza tradire rancore: «No, all'epoca era una decisione politica, sia chiaro che non lo feci per amicizia». Quando ieri lo abbiamo contattato non sapeva ancora nulla delle notizie che stavano occupando tutte le homepage dei siti d'informazione. Per questo gli abbiamo letto le parole attribuite dal pm Alberto Nobili a Battisti: «Tutto quello che è stato ricostruito nelle sentenze definitive sui Pac, “i quattro omicidi, i tre ferimenti e una marea di rapine e furti per autofinanziamento, corrisponde al vero"».
Mutti ci ha ascoltato in silenzio. Allora gli abbiamo ripetuto: «Battisti ha ammesso tutto ciò di cui lei lo ha accusato». Replica: «Mica avevo raccontato delle cazzate, mi scusi». Al telefono l'ex fondatore dei Pac non mostra nessuna voglia di festeggiare: «Se brinderò? Non per Battisti, io una birra dopo il lavoro me la faccio sempre a prescindere. Se ho voglia di mandare un messaggio a Battisti? Non ne ho nessuna intenzione». È impossibile strappargli dichiarazioni roboanti o registrare esultanze scomposte. Ci concede solo pochi minuti: «Il lunedì è un giorno molto pieno», ci spiega in una breve pausa del suo lavoro. La scelta dell'ex compagno di lotta armata non lo sorprende: «Mi aspettavo che avrebbe fatto il furbo e che avrebbe ammesso tutto per trovare qualche gabola per saltare un po' di galera». Per Mutti la nuova strategia è un escamotage per ottenere sconti di pena: «Ormai non ha più via d'uscita, tanto vale che provi questa strada». Domandiamo se davvero non provi soddisfazione per questa confessione: «Se devo essere sincero no, ormai sono passati troppi anni. Faccia un brindisi lei per me», è la risposta asciutta e un po' meneghina. È difficile credere che non goda dopo essere stato accusato di essere un mentitore e un boia per trent'anni. Eppure Mutti non si accende: «Quella che ho detto sin dall'inizio era la verità, per questo sono a posto con la mia coscienza. Mi sono pentito pensando a quello che avevo fatto agli altri e non per eventuali sconti di pena». La risposta potrebbe essere interpretata come una frecciata a Battisti e forse lo è. Ma la rivincita di Mutti si ferma a questo. Non sembrano aver lasciato strascichi nel suo animo le accuse che gli hanno mosso in questi anni i difensori di Battisti, in primis lo scrittore Valerio Evangelisti, il quale, nel 2004, dedicò a Mutti questa pennellata: «Figura spettrale, eternamente prossima al collasso nervoso (…) Sta di fatto che Battisti, grazie a Mutti, si ritroverà addosso quasi tutti i delitti attribuiti ai Pac». La cricca che appoggiava il terrorista scrittore lo bollava come un fantasma: «Chissà dove abita e cosa fa, sotto la nuova identità accordatagli dalle “leggi sui pentiti". Salvo Mutti, contro Battisti non esiste niente di niente».
Dopo essere stato bersaglio del disprezzo dei circolini parigini e brasiliani pro Battisti, Mutti potrebbe prendersi qualche rivincita. Ma non lo fa. Non tradisce alcun risentimento neppure contro chi aveva cercato di smontare le sue accuse contro Battisti, paragonandole ad altre dichiarazioni che non trovarono conferme, come quelle sulle armi dell'Olp alle Brigate rosse. «Le ricordo in parte, ma in quel caso io riferivo vicende di cui avevo sentito parlare da terzi, mentre i racconti su Battisti non erano de relato», conclude Mutti. Che ci congeda così: «Ora però vorrei essere dimenticato. Se può, non scriva più il mio nome».
Nel 2009 il settimanale Panorama, allora come oggi diretto da Maurizio Belpietro, pubblicò un'inchiesta a puntate sul caso Battisti, realizzando diverse esclusive, come la prima intervista a Mutti. Per quegli scoop chi scrive ebbe l'onore di essere processato sul sito Carmilla di Evangelisti. Questa fu la sentenza: «Malgrado un'evidente ostilità a Battisti, saremmo per assolvere Amadori. Se non altro, ha cercato di indagare meglio e più a fondo di altri suoi colleghi. Il suo torto, semmai, è quello di avere prestato troppa fede a pentiti, dissociati e ai magistrati che li usarono».
Dieci anni dopo Battisti ha dato ragione a Mutti e, di conseguenza, anche a noi.
Vauro, Erri De Luca e i francesi. È il silenzio degli innocentisti
Il silenzio degli innocentisti. Quelli che, fino a ieri, giuravano sull'incolpevolezza di Cesare Battisti e che oggi, davanti alle ammissioni dell'assassino dei Proletari armati per il comunismo, tacciono imbarazzati. Come lo scrittore Valerio Evangelisti, animatore della campagna a favore del terrorista sulla rivista online Carmilla che, nel 2004, raccolse 1.500 adesioni. Contattato dal nostro giornale, dopo una vita trascorsa a giurare che Battisti era estraneo ai 4 omicidi per cui è stato condannato all'ergastolo, ci risponde: «Mi dispiace, non rilascio interviste su questo tema». Peccato.
Sono almeno trent'anni che l'intelligencija di sinistra battaglia in nome e per conto del killer di Cisterna di Latina, in Italia e all'estero. Al suo fianco si sono schierati «cattivi maestri» come Oreste Scalzone e Franco Piperno, o ex terroristi rifugiati a Parigi come Marina Petrella ed Enrico Porsia, ma soprattutto intellettuali e scrittori. Schiera a cui Battisti, romanziere noir di scadente ispirazione, si fregia di appartenere. Dan Franck e Tahar Ben Jelloun sono stati i primi a sottoscrivere manifesti di solidarietà per lui, in Francia. «Liberate i polsi di Cesare Battisti e lasciate alle loro vite francesi gli italiani che hanno trovato da voi una patria, seconda e migliore», cantava in ode, sulla prima pagina di Le Monde, Erri De Luca. Su Liberation, gli rispondevano Toni Negri (presentato come «filosofo») e Nanni Balestrini soffermandosi sulla necessità del «perdono» per gli anni di piombo e per i suoi protagonisti. E così a seguire Daniel Pennac, il papà di Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio; Serge Quadruppani, Gian Paolo Serino, Massimo Carlotto, Gilles Perrault, il collettivo Wu Ming, Christian Raimo, Lello Voce, Antonio Moresco, Luigi Bernardi, Marco Philopat e il premio Strega Tiziano Scarpa. Tutti convinti, per dirla con Philippe Sollers, che l'«Italia cercasse solo una vendetta». C'è chi non si è limitato alle parole di incoraggiamento. La scrittrice Fred Vargas gli ha pagato gli avvocati e ne ha sostenuto finanziariamente i parenti. Il filosofo Bernard-Henri Levy, che firmò la prefazione al libro del terrorista, Ma cavale (La mia fuga), anni fa riuscì a coinvolgere nella sua arringa a favore dell'assassino comunista il centenario Oscar Neiemeyer, il padre dell'architettura moderna, e altri trecento intellettuali brasiliani affinché il presidente Lula negasse l'estradizione (come poi avvenne). E a paragonare Battisti a Gabriel Garcia Marquez (a sua volta compagno solidale), ai tempi dell'esilio in Messico. Tutti innamorati del ghigno del terrorista dal grilletto facile. Dopo la prima evasione in Francia, lo scrittore Giuseppe Genna si fece affascinare dalla «fuga (che) catapulta l'uomo nella leggenda». Per Battisti si sono mobilitati pure il regista Davide Ferrario, il produttore Marco Muller; i giornalisti Rossana Rossanda, Piero Sansonetti («caso clamoroso con negazione del diritto») e Gianni Minà. Roberto Saviano, appena divenne famoso, ritirò il sostegno alla campagna di Carmilla dichiarando di non aver aderito («La mia firma è finita lì per chissà quali strade del Web e alla fine di chissà quali discussioni di quel periodo», si giustificò). Il vignettista Vauro Senesi racconta di essersi ritrovato arruolato per una firma «per procura» messa da un amico. «Sbagliai a non prendere subito le distanze», spiega oggi alla Verità, «e quindi, per assumermi la responsabilità, decisi di tenere questa testimonianza». Oggi, di fronte alla confessione del killer dei Pac, il disegnatore è laconico: «L'unico commento che mi viene in mente è che è giusto che espii la pena per le azioni che, a questo punto, rivendica di aver commesso». Dai politici che allora si mobilitarono in sua difesa, quasi nessun commento. L'ex deputato di Rifondazione comunista, Giovanni Russo Spena, spiega solo ora al nostro giornale: «Firmai un appello garantista internazionale per chiedere di celebrare un nuovo processo in cui Battisti non fosse contumace». Ma ammette: «Devo dire che la sua figura non mi piace, non fa parte della mia storia».
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Il fondatore dei Proletari armati collaborò con la giustizia rivelando i crimini di Battisti. In cambio, ricevette accuse dagli intellò e dallo stesso terrorista, che gli diede del boia. Oggi fa l'operaio e non crede al pentimento: «È una furbata per fare meno galera».Negli anni decine di politici e intellettuali si erano spesi per difendere l'ex Pac e ora fanno i conti con le sue ammissioni. Il vignettista: «È giusto che paghi». Giovanni Russo Spena: «Figura che non mi piace».Lo speciale contiene due articoli Dalla sua latitanza dorata Cesare Battisti gli aveva sparato in faccia un giudizio definitivo: «Un boia la cui falsa testimonianza, resa in mia assenza, mi è costata l'ergastolo». Il presunto carnefice, Pietro Mutti, è uno dei fondatori dei Proletari armati per il comunismo, la formazione che arruolò Battisti ed è anche colui che alla guida di un commando armato lo fece evadere dal carcere nel 1981, dando il via alla sua quasi quarantennale latitanza. Mutti è l'uomo che con le sue dichiarazioni ha inchiodato alle sue responsabilità Battisti. Dopo essersi pentito per i reati commessi durante gli anni di piombo e aver scontato una pena di otto anni, attualmente fa l'operaio alle porte di Milano. Sessantacinque anni, fisico esile, baffetti e sigaretta sempre pronta, negli ultimi dieci anni, nonostante fosse ricercatissimo da tv e giornali di Italia, Brasile e Francia (i transalpini gli hanno anche proposto di scrivere un libro), non è mai voluto apparire. Le uniche interviste le ha concesse a chi scrive. A gennaio gli avevamo chiesto se si fosse pentito di aver fatto scappare di prigione Battisti e ci rispose, senza tradire rancore: «No, all'epoca era una decisione politica, sia chiaro che non lo feci per amicizia». Quando ieri lo abbiamo contattato non sapeva ancora nulla delle notizie che stavano occupando tutte le homepage dei siti d'informazione. Per questo gli abbiamo letto le parole attribuite dal pm Alberto Nobili a Battisti: «Tutto quello che è stato ricostruito nelle sentenze definitive sui Pac, “i quattro omicidi, i tre ferimenti e una marea di rapine e furti per autofinanziamento, corrisponde al vero"». Mutti ci ha ascoltato in silenzio. Allora gli abbiamo ripetuto: «Battisti ha ammesso tutto ciò di cui lei lo ha accusato». Replica: «Mica avevo raccontato delle cazzate, mi scusi». Al telefono l'ex fondatore dei Pac non mostra nessuna voglia di festeggiare: «Se brinderò? Non per Battisti, io una birra dopo il lavoro me la faccio sempre a prescindere. Se ho voglia di mandare un messaggio a Battisti? Non ne ho nessuna intenzione». È impossibile strappargli dichiarazioni roboanti o registrare esultanze scomposte. Ci concede solo pochi minuti: «Il lunedì è un giorno molto pieno», ci spiega in una breve pausa del suo lavoro. La scelta dell'ex compagno di lotta armata non lo sorprende: «Mi aspettavo che avrebbe fatto il furbo e che avrebbe ammesso tutto per trovare qualche gabola per saltare un po' di galera». Per Mutti la nuova strategia è un escamotage per ottenere sconti di pena: «Ormai non ha più via d'uscita, tanto vale che provi questa strada». Domandiamo se davvero non provi soddisfazione per questa confessione: «Se devo essere sincero no, ormai sono passati troppi anni. Faccia un brindisi lei per me», è la risposta asciutta e un po' meneghina. È difficile credere che non goda dopo essere stato accusato di essere un mentitore e un boia per trent'anni. Eppure Mutti non si accende: «Quella che ho detto sin dall'inizio era la verità, per questo sono a posto con la mia coscienza. Mi sono pentito pensando a quello che avevo fatto agli altri e non per eventuali sconti di pena». La risposta potrebbe essere interpretata come una frecciata a Battisti e forse lo è. Ma la rivincita di Mutti si ferma a questo. Non sembrano aver lasciato strascichi nel suo animo le accuse che gli hanno mosso in questi anni i difensori di Battisti, in primis lo scrittore Valerio Evangelisti, il quale, nel 2004, dedicò a Mutti questa pennellata: «Figura spettrale, eternamente prossima al collasso nervoso (…) Sta di fatto che Battisti, grazie a Mutti, si ritroverà addosso quasi tutti i delitti attribuiti ai Pac». La cricca che appoggiava il terrorista scrittore lo bollava come un fantasma: «Chissà dove abita e cosa fa, sotto la nuova identità accordatagli dalle “leggi sui pentiti". Salvo Mutti, contro Battisti non esiste niente di niente».Dopo essere stato bersaglio del disprezzo dei circolini parigini e brasiliani pro Battisti, Mutti potrebbe prendersi qualche rivincita. Ma non lo fa. Non tradisce alcun risentimento neppure contro chi aveva cercato di smontare le sue accuse contro Battisti, paragonandole ad altre dichiarazioni che non trovarono conferme, come quelle sulle armi dell'Olp alle Brigate rosse. «Le ricordo in parte, ma in quel caso io riferivo vicende di cui avevo sentito parlare da terzi, mentre i racconti su Battisti non erano de relato», conclude Mutti. Che ci congeda così: «Ora però vorrei essere dimenticato. Se può, non scriva più il mio nome». Nel 2009 il settimanale Panorama, allora come oggi diretto da Maurizio Belpietro, pubblicò un'inchiesta a puntate sul caso Battisti, realizzando diverse esclusive, come la prima intervista a Mutti. Per quegli scoop chi scrive ebbe l'onore di essere processato sul sito Carmilla di Evangelisti. Questa fu la sentenza: «Malgrado un'evidente ostilità a Battisti, saremmo per assolvere Amadori. Se non altro, ha cercato di indagare meglio e più a fondo di altri suoi colleghi. Il suo torto, semmai, è quello di avere prestato troppa fede a pentiti, dissociati e ai magistrati che li usarono».Dieci anni dopo Battisti ha dato ragione a Mutti e, di conseguenza, anche a noi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-la-rivincita-di-mutti-il-grande-accusatore-2632774663.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vauro-erri-de-luca-e-i-francesi-e-il-silenzio-degli-innocentisti" data-post-id="2632774663" data-published-at="1781362344" data-use-pagination="False"> Vauro, Erri De Luca e i francesi. È il silenzio degli innocentisti Il silenzio degli innocentisti. Quelli che, fino a ieri, giuravano sull'incolpevolezza di Cesare Battisti e che oggi, davanti alle ammissioni dell'assassino dei Proletari armati per il comunismo, tacciono imbarazzati. Come lo scrittore Valerio Evangelisti, animatore della campagna a favore del terrorista sulla rivista online Carmilla che, nel 2004, raccolse 1.500 adesioni. Contattato dal nostro giornale, dopo una vita trascorsa a giurare che Battisti era estraneo ai 4 omicidi per cui è stato condannato all'ergastolo, ci risponde: «Mi dispiace, non rilascio interviste su questo tema». Peccato. Sono almeno trent'anni che l'intelligencija di sinistra battaglia in nome e per conto del killer di Cisterna di Latina, in Italia e all'estero. Al suo fianco si sono schierati «cattivi maestri» come Oreste Scalzone e Franco Piperno, o ex terroristi rifugiati a Parigi come Marina Petrella ed Enrico Porsia, ma soprattutto intellettuali e scrittori. Schiera a cui Battisti, romanziere noir di scadente ispirazione, si fregia di appartenere. Dan Franck e Tahar Ben Jelloun sono stati i primi a sottoscrivere manifesti di solidarietà per lui, in Francia. «Liberate i polsi di Cesare Battisti e lasciate alle loro vite francesi gli italiani che hanno trovato da voi una patria, seconda e migliore», cantava in ode, sulla prima pagina di Le Monde, Erri De Luca. Su Liberation, gli rispondevano Toni Negri (presentato come «filosofo») e Nanni Balestrini soffermandosi sulla necessità del «perdono» per gli anni di piombo e per i suoi protagonisti. E così a seguire Daniel Pennac, il papà di Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio; Serge Quadruppani, Gian Paolo Serino, Massimo Carlotto, Gilles Perrault, il collettivo Wu Ming, Christian Raimo, Lello Voce, Antonio Moresco, Luigi Bernardi, Marco Philopat e il premio Strega Tiziano Scarpa. Tutti convinti, per dirla con Philippe Sollers, che l'«Italia cercasse solo una vendetta». C'è chi non si è limitato alle parole di incoraggiamento. La scrittrice Fred Vargas gli ha pagato gli avvocati e ne ha sostenuto finanziariamente i parenti. Il filosofo Bernard-Henri Levy, che firmò la prefazione al libro del terrorista, Ma cavale (La mia fuga), anni fa riuscì a coinvolgere nella sua arringa a favore dell'assassino comunista il centenario Oscar Neiemeyer, il padre dell'architettura moderna, e altri trecento intellettuali brasiliani affinché il presidente Lula negasse l'estradizione (come poi avvenne). E a paragonare Battisti a Gabriel Garcia Marquez (a sua volta compagno solidale), ai tempi dell'esilio in Messico. Tutti innamorati del ghigno del terrorista dal grilletto facile. Dopo la prima evasione in Francia, lo scrittore Giuseppe Genna si fece affascinare dalla «fuga (che) catapulta l'uomo nella leggenda». Per Battisti si sono mobilitati pure il regista Davide Ferrario, il produttore Marco Muller; i giornalisti Rossana Rossanda, Piero Sansonetti («caso clamoroso con negazione del diritto») e Gianni Minà. Roberto Saviano, appena divenne famoso, ritirò il sostegno alla campagna di Carmilla dichiarando di non aver aderito («La mia firma è finita lì per chissà quali strade del Web e alla fine di chissà quali discussioni di quel periodo», si giustificò). Il vignettista Vauro Senesi racconta di essersi ritrovato arruolato per una firma «per procura» messa da un amico. «Sbagliai a non prendere subito le distanze», spiega oggi alla Verità, «e quindi, per assumermi la responsabilità, decisi di tenere questa testimonianza». Oggi, di fronte alla confessione del killer dei Pac, il disegnatore è laconico: «L'unico commento che mi viene in mente è che è giusto che espii la pena per le azioni che, a questo punto, rivendica di aver commesso». Dai politici che allora si mobilitarono in sua difesa, quasi nessun commento. L'ex deputato di Rifondazione comunista, Giovanni Russo Spena, spiega solo ora al nostro giornale: «Firmai un appello garantista internazionale per chiedere di celebrare un nuovo processo in cui Battisti non fosse contumace». Ma ammette: «Devo dire che la sua figura non mi piace, non fa parte della mia storia».
Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
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Guido Crosetto (Ansa)
Il progetto è contenuto in uno schema di Disegno di legge dal titolo «Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al governo per la revisione dello strumento militare», che abbiamo avuto modo di visionare.
Naturalmente, lo schema dovrà innanzitutto essere presentato dal ministro Guido Crosetto in Consiglio dei ministri: una volta licenziato dal Cdm, passerà all’esame del Parlamento, che potrà apportare eventuali modifiche. Dalla Difesa apprendiamo che a illustrare i contenuti del Ddl saranno anche esponenti di vertice delle Forze armate, attraverso specifiche audizioni. Veniamo ai dettagli. Per incrementare la capacità operativa dello strumento militare nazionale, si legge nello schema del Ddl, è istituita la riserva operativa, al fine di disporre di un adeguato bacino di personale addestrato e prontamente impiegabile, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, anche in tempo di pace. Ne farà parte personale militare in congedo da non più di cinque anni, che potrà essere richiamato in servizio, ma chi vorrà potrà fare domanda per una proroga. Il personale della riserva operativa può essere richiamato in servizio annualmente per lo svolgimento delle attività di addestramento finalizzate allo sviluppo e al mantenimento della prontezza operativa, secondo modalità definite dalla Forza armata di appartenenza. La riserva volontaria specialistica nasce invece al fine di disporre di un adeguato bacino di personale in possesso di peculiari competenze professionali, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, sin dal tempo di pace, per l’assolvimento dei compiti di cui all’articolo 89.
È costituita da ufficiali, marescialli, sergenti e graduati di complemento. Chi ne fa parte, può essere richiamato in servizio, a domanda, per specifiche esigenze della Forza armata di appartenenza o del Corpo unico della Sanità militare. Infine, la riserva territoriale: stando allo schema del Ddl, questo personale è impiegato in attività addestrative, operative e logistiche, limitatamente al territorio nazionale, presso comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione. Questa riserva ha l’obiettivo di avere a disposizione un bacino di personale radicato sul territorio nazionale, rapidamente impiegabile a supporto delle esigenze funzionali delle Forze armate, incluso quello a supporto delle Forze di polizia, alla gestione delle emergenze e delle calamità, al soccorso e all’assistenza. Per partecipare alle procedure selettive per il reclutamento dei volontari della riserva territoriale occorre avere un’età non inferiore a 25 anni e non superiore a 35, e un diploma di terza media. I vincitori delle procedure selettive sono ammessi alla ferma prefissata di dodici mesi e sono disponibili, limitatamente al territorio nazionale, per l’assegnazione a comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione.
Come dicevamo l’obiettivo è raggiungere gradualmente le 40.000 unità in più, a seconda delle risorse disponibili (un membro della riserva operativa richiamato in servizio, ad esempio, viene pagato 130 euro per ogni giornata di lavoro) e delle effettive capacità di reclutamento, con questo cronoprogramma: un massimo di 5.071 unità per il 2028, 5.321 per il 2029, 7.001 per il 2030, 7.444 per il 2031, 7.500 per il 2032 e 7.663 per il 2033. Questo aumento, a regime, porterebbe le forze armate italiane a superare le 200.000 unità. Intanto l’Italia si appresta a tagliare in maniera consistente rispetto a quanto previsto la somma da chiedere in prestito al fondo Safe (Security Action for Europe), uno strumento finanziario europeo da 150 miliardi di euro nato per sostenere gli Stati membri negli investimenti nel settore della difesa e negli appalti congiunti. Al nostro Paese è stata riservata una quota di prestiti agevolati pari a 14,9 miliardi di euro, ma l’intenzione del governo è ridurre i prestiti previsti a circa 5 miliardi di euro per dare priorità alle misure contro il caro energia. Del resto, come ha spesso ripetuto il premier Giorgia Meloni, se non si affronta la drammatica crescita dei prezzi dei carburanti, in Italia resterà ben poco da difendere.
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