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2026-01-03
Parigi esulta: i salari non crescono. È grazie all’euro, ma la sinistra tace
Emmanuel Macron (Ansa)
Un’inflazione intorno all’1%, secondo l’Insee (l’Istat d’Oltralpe), a fronte di un dato europeo che a novembre del 2025 registra ancora +2,4%. L’articolo suggerisce due ragioni fondamentali: la riduzione delle tariffe regolamentate dell’elettricità a partire da febbraio e «una dinamica salariale più moderata» degli altri Paesi. Laddove la moderazione, che nell’ambito della filosofia morale rappresenta indubbiamente una virtù, si rivolge qui alle buste paga dei lavoratori: una virtù, forse, solo per chi le eroga, non certo per chi le incassa. Si parla di aumenti dei salari nominali nell’ordine del 2% annuo, contro una media del 3,5-4% nell’area euro. In altre parole, il quotidiano francese gode del fatto che la Francia sta guadagnando competitività abbassando il costo del lavoro, ossia inaugurando - benché in maniera molto meno traumatica - quella stagione di compressione salariale che l’Italia ha iniziato circa 15 anni fa e che oggi tutti, dal capo dello Stato ai leader di sindacati e sinistra, sconfessano. Eppure, dai nostri ritrovati paladini della giustizia sociale mai si è udito un monito contro la vera causa della «moderazione» salariale: la moneta unica. D’altra parte, i salari reali in Italia sono fermi da decenni ma loro alzano la voce solo quando si intravedono segnali di ripresa. Lo scorso ottobre, dopo quasi undici anni da presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha denunciato gli «squilibri» salariali nel nostro Paese. I governi di destra servirebbero anche solo per questo. Ora, però, la stagione della macelleria sociale ha raggiunto Parigi. L’Italia, a costi umani elevatissimi, è ormai divenuta un cavallo di razza nel modello di crescita imposto dai tedeschi e, quest’anno, ha superato il Giappone nell’esportazione di beni.
La Francia, invece, si ritrova in una posizione simile a quella dell’Italia nel 2011, coi cosiddetti deficit gemelli: deficit di bilancio pubblico e deficit di bilancia dei pagamenti. Parigi, in crisi di competitività, accumula debito estero per finanziare le proprie importazioni, non sostenute da adeguate esportazioni. Mentre Berlino continua a registrare cospicui surplus commerciali (pagati da tutti coi dazi di Trump), Parigi per la seconda volta di fila inizia l’anno in esercizio provvisorio perché nessuna forza politica vuole intestarsi una finanziaria che comunque prevede un rapporto deficit-Pil intorno al 5% (nulla a che vedere con le nostre manovre lacrime e sangue, ma lì non si trova un Mario Monti). La Germania avrebbe spazio per riflazionare la propria economia e alleggerire la pressione sulla Francia, ma questo non succederà, in barba al tanto decantato asse franco-tedesco. E così a Emmanuel Macron e ai suoi governicchi nominati per non tornare alle urne non resta che l’unica via rimasta all’interno dell’euro, cioè senza poter svalutare la propria moneta, per recuperare competitività: svalutare il lavoro. Non si preannuncia un buon 2026 per i nostri cugini. Ma sia concesso dubitare che loro, al contrario nostro, saranno alla fine disposti a morire per l’euro.
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In Francia nessuno vuole intestarsi un’austerità molto più mite di quella imposta a noi.Da quando il governo Meloni si è insediato, il presidente della Repubblica e tutta l’allegra compagnia della sinistra nostrana si sono accorti che in Italia esiste un problema salari. Ironia della sorte: con la maggioranza di centrodestra gli stipendi sono tornati a crescere, benché non ancora a sufficienza, più dell’inflazione. Al di là le Alpi, invece, qualcuno esulta per il motivo opposto. «La bassa inflazione rafforza la competitività della Francia», titola un articolo del principale quotidiano economico francese, Les Echos, di proprietà di Bernard Arnault, patron di Lvmh nonché l’uomo più ricco di Francia.Un’inflazione intorno all’1%, secondo l’Insee (l’Istat d’Oltralpe), a fronte di un dato europeo che a novembre del 2025 registra ancora +2,4%. L’articolo suggerisce due ragioni fondamentali: la riduzione delle tariffe regolamentate dell’elettricità a partire da febbraio e «una dinamica salariale più moderata» degli altri Paesi. Laddove la moderazione, che nell’ambito della filosofia morale rappresenta indubbiamente una virtù, si rivolge qui alle buste paga dei lavoratori: una virtù, forse, solo per chi le eroga, non certo per chi le incassa. Si parla di aumenti dei salari nominali nell’ordine del 2% annuo, contro una media del 3,5-4% nell’area euro. In altre parole, il quotidiano francese gode del fatto che la Francia sta guadagnando competitività abbassando il costo del lavoro, ossia inaugurando - benché in maniera molto meno traumatica - quella stagione di compressione salariale che l’Italia ha iniziato circa 15 anni fa e che oggi tutti, dal capo dello Stato ai leader di sindacati e sinistra, sconfessano. Eppure, dai nostri ritrovati paladini della giustizia sociale mai si è udito un monito contro la vera causa della «moderazione» salariale: la moneta unica. D’altra parte, i salari reali in Italia sono fermi da decenni ma loro alzano la voce solo quando si intravedono segnali di ripresa. Lo scorso ottobre, dopo quasi undici anni da presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha denunciato gli «squilibri» salariali nel nostro Paese. I governi di destra servirebbero anche solo per questo. Ora, però, la stagione della macelleria sociale ha raggiunto Parigi. L’Italia, a costi umani elevatissimi, è ormai divenuta un cavallo di razza nel modello di crescita imposto dai tedeschi e, quest’anno, ha superato il Giappone nell’esportazione di beni. La Francia, invece, si ritrova in una posizione simile a quella dell’Italia nel 2011, coi cosiddetti deficit gemelli: deficit di bilancio pubblico e deficit di bilancia dei pagamenti. Parigi, in crisi di competitività, accumula debito estero per finanziare le proprie importazioni, non sostenute da adeguate esportazioni. Mentre Berlino continua a registrare cospicui surplus commerciali (pagati da tutti coi dazi di Trump), Parigi per la seconda volta di fila inizia l’anno in esercizio provvisorio perché nessuna forza politica vuole intestarsi una finanziaria che comunque prevede un rapporto deficit-Pil intorno al 5% (nulla a che vedere con le nostre manovre lacrime e sangue, ma lì non si trova un Mario Monti). La Germania avrebbe spazio per riflazionare la propria economia e alleggerire la pressione sulla Francia, ma questo non succederà, in barba al tanto decantato asse franco-tedesco. E così a Emmanuel Macron e ai suoi governicchi nominati per non tornare alle urne non resta che l’unica via rimasta all’interno dell’euro, cioè senza poter svalutare la propria moneta, per recuperare competitività: svalutare il lavoro. Non si preannuncia un buon 2026 per i nostri cugini. Ma sia concesso dubitare che loro, al contrario nostro, saranno alla fine disposti a morire per l’euro.
«Creatives» (Amazon Prime Video)
Avrebbero perso la salute, il sonno. I propri, legittimi proventi. Eppure, nonostante l'ambiguità del caso, nonostante le rimostranze di chi lo ha vissuto sulla propria pelle, Amazon Prime Video ha deciso di proporre una narrazione diversa di quel che è accaduto a Velvet Media.
Di intessere una trama romantica, corredata di sliding doors dall'esito felice. Creatives, serie televisiva cui è stato affidato il compito di rileggere l'intera vicenda senza mai farvi accenno diretto, nasce per dare forma all'ipotesi che sia una buona intenzione all'origine del tutto. Un'idea pura, quella di anime decise a creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto e la comprensione delle persone che ne siano coinvolte.
Creatives, al debutto sulla piattaforma streaming venerdì 20 febbraio, torna nella provincia di Treviso, tra le sue strade strette. Torna a un gruppo di giovani, che, senza troppo badare agli esiti dell'impresa, specie a quelli nefasti, ha deciso di mettere in piedi un'agenzia sui generis, regalando ai propri dipendenti la più totale autonomia. L'agenzia di cui racconta la serie televisiva, non aveva un orario di lavoro. Ciascuno era libero di autogestirsi. C'era uno psicologo a disposizione dei lavoratori, un'attenzione rara al benessere delle persone. C'era la piena convinzione di come la felicità fosse condicio sine qua non per ottenere produttività. E c'era, pure, una sorta di prova empirica rispetto alla validità del metodo. In poco tempo, l'agenzia è cresciuta, e con lei il numero dei dipendenti, arrivato a superare il centinaio. Sembrava tutto funzionasse, specie l'idea che le persone potessero valere più dei numeri, delle regole. Ma, come spesso accade, la realtà ha fatto presto irruzione nel castello di sogni, svelandone le crepe, le ombre, le fragilità. Complice la pandemia, l'agenzia di cui racconta la serie tv di Amazon Prime Video s'è fermata. Una battuta d'arresto dolorosa e violenta, che, nell'economia del racconto, non ha tolto all'esperimento umano il suo romanticismo.
Creatives, in sei episodi, documenta gli sforzi del gruppo, il colpo di reni per rialzarsi, più forti di prima. Tace il resto, però: quello che le cronache hanno riportato, la disillusione di chi lì dentro ha lavorato, di chi giura di essere stato preso in giro. Tace e il confine rimane labile, sospeso tra verità giudiziaria e narrazione televisiva.
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Il luogo della strage a Pawtucket, Rhode Island (Getty Images)
Intorno al 2020, Robert Dorgan, uomo cinquantenne, si sottopone a un intervento chirurgico per cambiare genere e “diventare” Roberta Esposito. Da lì iniziano i conflitti familiari, come racconta l’emittente locale WPRI-TV riferendosi ai documenti giudiziari.
Nei mesi successivi Dorgan si reca al dipartimento di polizia di North Providence per denunciare suo suocero per le minacce di «farlo assassinare da una gang di strada asiatica se non se ne fosse andato di casa». Dorgan ha dichiarato di aver vissuto in quella casa per sette anni ma di essere diventato un ospite sgradito dopo il cambio di genere. Inoltre, sul suocero sono rivolte le accuse – poi archiviate – di intimidazione dei testimoni e di intralcio al sistema giudiziario.
Nel frattempo, l’allora moglie di Dorgan, Rhonda Dorgan, ha presentato istanza di divorzio. Inizialmente la motivazione riguardava «l’intervento di riassegnazione di genere, i tratti narcisistici e i disturbi della personalità». Ma in un secondo momento, si è preferito rimuovere ogni puntualizzazione e fare un più generico riferimento a delle «differenze inconciliabili che hanno causato l'immediata rottura del matrimonio». Il divorzio viene formalizzato nel giugno 2021.
La furia di Dorgan non ha risparmiato neanche sua madre che viene accusata di aggressione e di una condotta «violenta, minacciosa e tumultuosa», come recitano i verbali della polizia. La vicenda è stata anche un ulteriore motivo di attrito con il suocero. Rivolgendosi alla polizia, Dorgan ha dichiarato: «mio suocero mi ha detto che se non avessi ritirato le accuse di aggressione contro mia madre, ci si sarebbero potute aspettare ulteriori ritorsioni e questo era un altro motivo per farmi uccidere».
Alla fine, però, ad uccidere è stato lo stesso Dorgan. Infatti, l'epilogo di questa lunga storia arriva con la strage di ieri. Un video diffuso sul web ritrae i 14 colpi di arma da fuoco sparati consecutivamente, i giocatori e le decine di spettatori che si danno alla fuga. Uno dei presenti ha provato a disarmare Dorgan che però era provvisto di una seconda arma da fuoco. Le due vittime sono il fratello del figlio di Dorgan e sua madre (non è chiaro se è la stessa donna del divorzio). I tre feriti sono altri due parenti e un amico di famiglia: tutti in pericolo di vita.
Al di là della lunga storia del carnefice, le premesse della strage erano rintracciabili anche sulla rete. Su X erano svariati i contenuti ripostati all’insegna dell’odio contro i critici dei trans, dell'antisemitismo e dei diritti Lgbt. In più, nei giorni precedenti Jesse Van Rootselaar, un diciottenne transgender, aveva ucciso la madre, il fratellastro e altre sei persone nella sua ex scuola a Tumbler Ridge, nella Columbia Britannica. Molti conservatori sottolineano la correlazione tra le persone trans e le sparatorie di massa fino a proporre la dismorfia di genere come condizione squalificante per il possesso di armi.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 febbraio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo la dissoluzione dell'Europa dei burocrati.