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2026-02-17
«Non tutte le vite sono rispettate». Sull’eutanasia Leone sveglia la Cei
Papa Leone XIV (Ansa)
Pur procedendo con la mitezza che gli è propria, il Santo Padre ha fatto molteplici richiami. In primo luogo, citando papa Francesco, il pontefice statunitense ha ricordato che la salute non rappresenta «un bene di consumo», essendo «un diritto universale, per cui l’accesso ai servizi sanitari non può essere un privilegio».
Prevost ha poi segnalato come spesso la cura e la salute siano fonti di «diseguaglianze» crescenti, anche perché troppe volte le istituzioni sono impegnate in guerre o corse al riarmo. «In un mondo segnato dai conflitti, che consumano enormi risorse economiche, tecnologiche e organizzative nella produzione di armi e di altri tipi di equipaggiamento militare», sono state le parole del Papa, «non è mai stato così importante dedicare tempo, persone e competenze alla salvaguardia della vita e della salute». Da Leone XIV è poi arrivata un’altra frecciata, stavolta alle cause delle «diseguaglianze» nell’accesso alle cure, cause ignorate negli stessi contesti in cui - almeno a parole - la difesa della vita è celebrata.
«Si dice spesso che la vita e la salute siano valori fondamentali per tutti», ha fatto notare il Papa, facendo presente come tale «affermazione» risulti «ipocrita se, allo stesso tempo, ignoriamo le cause strutturali e le politiche che determinano le disuguaglianze. In realtà, nonostante dichiarazioni e prese di posizione contrarie, non tutte le vite sono rispettate allo stesso modo e la salute non è tutelata né promossa nello stesso modo per tutti». A seguire, Prevost ha invitato tutti alla riscoperta dell’«atteggiamento fondamentale della cura come sostegno e vicinanza all’altro, non solo perché qualcuno è nel bisogno o è malato, ma perché sperimenta la vulnerabilità, la vulnerabilità che è comune a tutti gli esseri umani».
Ora, come le parole sulla «produzione di armi» suonano alla stregua di una critica al riarmo europeo, queste ultime sull’«atteggiamento fondamentale della cura» sono difficili da accostare a quelle del segretario della Cei, monsignor Francesco Savino, il quale domenica - mentre, con singolare coordinamento, sul Corriere della Sera usciva un’intera paginata di Marco Ascione che rilanciava «la linea della Cei» sul fine vita - ha rilasciato un’intervista alla Stampa, sostenendo che «c’è un pericoloso vuoto normativo», che tale «caos danneggia pazienti e familiari» e che, quindi, la legge sul fine vita va fatta. Una posizione che, a onore del vero, nell’ultima assemblea della Cei il cardinale Matteo Zuppi aveva lasciato da parte, soffermandosi più sulla necessità di dare assistenza alla vita sofferente, assistenza che le norme sul suicidio assistito rischiano di depotenziare.
Del resto, che papa Leone XIV sia contrario alle leggi sul fine vita, anche prima di ieri, era già chiaro. Tanto che, nel dicembre scorso, si era detto «molto deluso» dalla firma del governatore dell’Illinois, J.B. Pritzker, su una legge sulla morte assistita. C’è di più. Nel giugno scorso, salutando dei pellegrini di lingua francese, Prevost aveva criticato chi non trova «valore alla vita umana, anche nella sua ultima ora». Parole che i media francesi avevano subito letto come critica alla legge in discussione al Parlamento. Non a caso, marcando una differenza di approccio con quella italiana, la Chiesa francese guidata dal cardinale Jean-Marc Aveline, non certo un conservatore, è ora in prima linea contro la legge sul fine vita e in vista del 20 febbraio - quattro giorni prima del voto - invita i cattolici al digiuno; e questo «in comunione con papa Leone XIV».
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Il Papa raddrizza la barra dopo le uscite di monsignor Francesco Savino. Moniti pure sul riarmo.«Non tutte le vite sono ugualmente rispettate e la salute non è né protetta né promossa allo stesso modo per tutti». È una denuncia netta, quella scandita ieri da papa Leone XIV nel discorso rivolto nella Sala Clementina del Palazzo apostolico ai membri della Pontificia accademia per la Vita, riunita sul tema «Healthcare for all. Sustainability and equity». Pur procedendo con la mitezza che gli è propria, il Santo Padre ha fatto molteplici richiami. In primo luogo, citando papa Francesco, il pontefice statunitense ha ricordato che la salute non rappresenta «un bene di consumo», essendo «un diritto universale, per cui l’accesso ai servizi sanitari non può essere un privilegio». Prevost ha poi segnalato come spesso la cura e la salute siano fonti di «diseguaglianze» crescenti, anche perché troppe volte le istituzioni sono impegnate in guerre o corse al riarmo. «In un mondo segnato dai conflitti, che consumano enormi risorse economiche, tecnologiche e organizzative nella produzione di armi e di altri tipi di equipaggiamento militare», sono state le parole del Papa, «non è mai stato così importante dedicare tempo, persone e competenze alla salvaguardia della vita e della salute». Da Leone XIV è poi arrivata un’altra frecciata, stavolta alle cause delle «diseguaglianze» nell’accesso alle cure, cause ignorate negli stessi contesti in cui - almeno a parole - la difesa della vita è celebrata.«Si dice spesso che la vita e la salute siano valori fondamentali per tutti», ha fatto notare il Papa, facendo presente come tale «affermazione» risulti «ipocrita se, allo stesso tempo, ignoriamo le cause strutturali e le politiche che determinano le disuguaglianze. In realtà, nonostante dichiarazioni e prese di posizione contrarie, non tutte le vite sono rispettate allo stesso modo e la salute non è tutelata né promossa nello stesso modo per tutti». A seguire, Prevost ha invitato tutti alla riscoperta dell’«atteggiamento fondamentale della cura come sostegno e vicinanza all’altro, non solo perché qualcuno è nel bisogno o è malato, ma perché sperimenta la vulnerabilità, la vulnerabilità che è comune a tutti gli esseri umani».Ora, come le parole sulla «produzione di armi» suonano alla stregua di una critica al riarmo europeo, queste ultime sull’«atteggiamento fondamentale della cura» sono difficili da accostare a quelle del segretario della Cei, monsignor Francesco Savino, il quale domenica - mentre, con singolare coordinamento, sul Corriere della Sera usciva un’intera paginata di Marco Ascione che rilanciava «la linea della Cei» sul fine vita - ha rilasciato un’intervista alla Stampa, sostenendo che «c’è un pericoloso vuoto normativo», che tale «caos danneggia pazienti e familiari» e che, quindi, la legge sul fine vita va fatta. Una posizione che, a onore del vero, nell’ultima assemblea della Cei il cardinale Matteo Zuppi aveva lasciato da parte, soffermandosi più sulla necessità di dare assistenza alla vita sofferente, assistenza che le norme sul suicidio assistito rischiano di depotenziare.Del resto, che papa Leone XIV sia contrario alle leggi sul fine vita, anche prima di ieri, era già chiaro. Tanto che, nel dicembre scorso, si era detto «molto deluso» dalla firma del governatore dell’Illinois, J.B. Pritzker, su una legge sulla morte assistita. C’è di più. Nel giugno scorso, salutando dei pellegrini di lingua francese, Prevost aveva criticato chi non trova «valore alla vita umana, anche nella sua ultima ora». Parole che i media francesi avevano subito letto come critica alla legge in discussione al Parlamento. Non a caso, marcando una differenza di approccio con quella italiana, la Chiesa francese guidata dal cardinale Jean-Marc Aveline, non certo un conservatore, è ora in prima linea contro la legge sul fine vita e in vista del 20 febbraio - quattro giorni prima del voto - invita i cattolici al digiuno; e questo «in comunione con papa Leone XIV».
«Creatives» (Amazon Prime Video)
Avrebbero perso la salute, il sonno. I propri, legittimi proventi. Eppure, nonostante l'ambiguità del caso, nonostante le rimostranze di chi lo ha vissuto sulla propria pelle, Amazon Prime Video ha deciso di proporre una narrazione diversa di quel che è accaduto a Velvet Media.
Di intessere una trama romantica, corredata di sliding doors dall'esito felice. Creatives, serie televisiva cui è stato affidato il compito di rileggere l'intera vicenda senza mai farvi accenno diretto, nasce per dare forma all'ipotesi che sia una buona intenzione all'origine del tutto. Un'idea pura, quella di anime decise a creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto e la comprensione delle persone che ne siano coinvolte.
Creatives, al debutto sulla piattaforma streaming venerdì 20 febbraio, torna nella provincia di Treviso, tra le sue strade strette. Torna a un gruppo di giovani, che, senza troppo badare agli esiti dell'impresa, specie a quelli nefasti, ha deciso di mettere in piedi un'agenzia sui generis, regalando ai propri dipendenti la più totale autonomia. L'agenzia di cui racconta la serie televisiva, non aveva un orario di lavoro. Ciascuno era libero di autogestirsi. C'era uno psicologo a disposizione dei lavoratori, un'attenzione rara al benessere delle persone. C'era la piena convinzione di come la felicità fosse condicio sine qua non per ottenere produttività. E c'era, pure, una sorta di prova empirica rispetto alla validità del metodo. In poco tempo, l'agenzia è cresciuta, e con lei il numero dei dipendenti, arrivato a superare il centinaio. Sembrava tutto funzionasse, specie l'idea che le persone potessero valere più dei numeri, delle regole. Ma, come spesso accade, la realtà ha fatto presto irruzione nel castello di sogni, svelandone le crepe, le ombre, le fragilità. Complice la pandemia, l'agenzia di cui racconta la serie tv di Amazon Prime Video s'è fermata. Una battuta d'arresto dolorosa e violenta, che, nell'economia del racconto, non ha tolto all'esperimento umano il suo romanticismo.
Creatives, in sei episodi, documenta gli sforzi del gruppo, il colpo di reni per rialzarsi, più forti di prima. Tace il resto, però: quello che le cronache hanno riportato, la disillusione di chi lì dentro ha lavorato, di chi giura di essere stato preso in giro. Tace e il confine rimane labile, sospeso tra verità giudiziaria e narrazione televisiva.
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Il luogo della strage a Pawtucket, Rhode Island (Getty Images)
Intorno al 2020, Robert Dorgan, uomo cinquantenne, si sottopone a un intervento chirurgico per cambiare genere e “diventare” Roberta Esposito. Da lì iniziano i conflitti familiari, come racconta l’emittente locale WPRI-TV riferendosi ai documenti giudiziari.
Nei mesi successivi Dorgan si reca al dipartimento di polizia di North Providence per denunciare suo suocero per le minacce di «farlo assassinare da una gang di strada asiatica se non se ne fosse andato di casa». Dorgan ha dichiarato di aver vissuto in quella casa per sette anni ma di essere diventato un ospite sgradito dopo il cambio di genere. Inoltre, sul suocero sono rivolte le accuse – poi archiviate – di intimidazione dei testimoni e di intralcio al sistema giudiziario.
Nel frattempo, l’allora moglie di Dorgan, Rhonda Dorgan, ha presentato istanza di divorzio. Inizialmente la motivazione riguardava «l’intervento di riassegnazione di genere, i tratti narcisistici e i disturbi della personalità». Ma in un secondo momento, si è preferito rimuovere ogni puntualizzazione e fare un più generico riferimento a delle «differenze inconciliabili che hanno causato l'immediata rottura del matrimonio». Il divorzio viene formalizzato nel giugno 2021.
La furia di Dorgan non ha risparmiato neanche sua madre che viene accusata di aggressione e di una condotta «violenta, minacciosa e tumultuosa», come recitano i verbali della polizia. La vicenda è stata anche un ulteriore motivo di attrito con il suocero. Rivolgendosi alla polizia, Dorgan ha dichiarato: «mio suocero mi ha detto che se non avessi ritirato le accuse di aggressione contro mia madre, ci si sarebbero potute aspettare ulteriori ritorsioni e questo era un altro motivo per farmi uccidere».
Alla fine, però, ad uccidere è stato lo stesso Dorgan. Infatti, l'epilogo di questa lunga storia arriva con la strage di ieri. Un video diffuso sul web ritrae i 14 colpi di arma da fuoco sparati consecutivamente, i giocatori e le decine di spettatori che si danno alla fuga. Uno dei presenti ha provato a disarmare Dorgan che però era provvisto di una seconda arma da fuoco. Le due vittime sono il fratello del figlio di Dorgan e sua madre (non è chiaro se è la stessa donna del divorzio). I tre feriti sono altri due parenti e un amico di famiglia: tutti in pericolo di vita.
Al di là della lunga storia del carnefice, le premesse della strage erano rintracciabili anche sulla rete. Su X erano svariati i contenuti ripostati all’insegna dell’odio contro i critici dei trans, dell'antisemitismo e dei diritti Lgbt. In più, nei giorni precedenti Jesse Van Rootselaar, un diciottenne transgender, aveva ucciso la madre, il fratellastro e altre sei persone nella sua ex scuola a Tumbler Ridge, nella Columbia Britannica. Molti conservatori sottolineano la correlazione tra le persone trans e le sparatorie di massa fino a proporre la dismorfia di genere come condizione squalificante per il possesso di armi.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 febbraio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo la dissoluzione dell'Europa dei burocrati.