Donald Trump, Peter Thiel, Intelligenza artificiale e Anticristo sono tutti aspetti di una verità più ampia: l'Occidente è in preda al delirio transumanista ed è assediato da forze blasfeme e demoniache. Lo dimostra l'affronto del presidente americano a papa Leone XIV.
Peter Thiel (Ansa)
Frammentazione del sapere e incapacità di sintesi, controllo «woke» sulle metafore che descrivono il vero e stagnazione ormai consolidata: l’accademia va ripensata.
Come accade sempre nei convegni accademici, i momenti più interessanti non sono le prolusioni ma i capannelli finali o le cene, quando le discussioni diventano più autentiche e ricche. Le recenti Conferenze sull’Anticristo di Peter Thiel a Roma non hanno fatto eccezione e, tra i vari temi trattati dopo il momento centrale, è emerso quello del mondo universitario come realtà ormai destinata al declino. Secondo Thiel, che sostiene questa tesi sin dai tempi di Stanford, l’università non rappresenta più il luogo privilegiato della ricerca intesa in senso ampio, bensì un’istituzione concettualmente obsoleta, momento terminale del percorso dell’Universitas medievale e del modello ottocentesco humboldtiano.
Il primo problema individuato da Thiel consiste nella progressiva erosione del dialogo interdisciplinare tra le varie facoltà, una volta simbolo stesso dell’idea di contaminazione dei saperi e di stimolo reciproco. Fisica e filosofia, economia e antropologia, biologia e storia operano oggi come entità isolate, prive di un linguaggio comune e di un orizzonte condiviso, e ciò a causa della specializzazione estrema imposta dal modello filosofico positivista-marxista del Secondo novecento, sfociato nella conseguenza pratica della produzione di pubblicazioni sempre più settoriali e specifiche finalizzate a carriere interne e presidio dei temi. Qualcuno mise in guardia sul fatto che «la scienza non pensa», e l’aver negato l’idea di pensiero unificante giunge oggi al suo approdo finale: il sapere inteso come insieme di discipline tecniche ha volutamente rigettato la domanda sul senso complessivo per concentrarsi sull’accumulazione di dati, producendo così l’inevitabile e prevista frammentazione. Ad oggi l’università non è più in grado di formare élite capaci di pensiero sintetico ma iperspecialisti funzionali al mercato e incapaci di affrontare sia le questioni più ampie sia le necessarie sintesi alla base della creatività teoretica.
Su un quadro già minato nelle sue radici filosofiche, nell’ultimo decennio si è poi abbattuta la tempesta carnascialesca del woke, che ha sfigurato programmi universitari, cattedre e facoltà inducendo lo studio obbligatorio di conoscenze di tipo sostanzialmente religioso basate sul fine ideologico di creare nuove generazioni subordinate a dogmi politici globalisti. Oggi in ambito accademico gli argomenti decisivi dal punto di vista politico, filosofico, sociologico o psicologico non possono accedere ufficialmente alla cosiddetta «ricerca empirica» ma devono aderire a un quadro normativo predefinito: dati biologici sul sesso, studi sulla genetica del quoziente intellettivo o valutazioni comparative tra fonti energetiche vengono respinti non per insufficienza metodologica ma per incompatibilità ideologica. La cancel culture non rappresenta un fenomeno marginale ma un meccanismo sistemico di controllo epistemico e, se è vero che la verità è un «esercito di metafore», l’assetto woke dell’università contemporanea decide quali metafore sono ammesse e quali devono essere espulse.
Thiel ha sintetizzato questa evoluzione definendo il woke come «il nuovo comunismo» e osservando che, al pari della lotta di classe marxista, i «nuovi diritti» sostituiscono l’indagine aperta basata sul reale attraverso un criterio di ortodossia. A questo proposito Thiel si rifà alla sua idea negativa di katechon e usa l’università come metafora del sapere trattenuto dall’ideologia che ha come esito il proseguimento del nichilismo e il freno al salto quantico che guida da sempre le scoperte umane: ciò che Thiel chiama salto «da zero a uno».
Qui si tocca un tema politico fondamentale - reso evidente peraltro anche qui in Italia dall’esito del referendum - che consiste nell’idea di «conservatorismo degli assetti di potere» la cui radice si trova proprio nell’idea di sapere non più inteso come «scoperta» ma come dispositivo di controllo. E non è certo un caso se non soltanto nelle discipline umanistiche si registra una stagnazione ormai consolidata - i filosofi parlano ancora di «postmodernità» e di «pensiero analitico» come trent’anni fa - ma anche nella punta teoretica avanzata della meccanica quantistica ci si ritrova su argomenti stagnanti e problemi insoluti ormai da anni. Di fronte a un simile blocco sistemico, Thiel esclude la possibilità di una riforma graduale: l’unica via percorribile è un salto culturale trainato da nuove realtà che nascano al di fuori del vecchio mondo accademico. Esperimenti concreti come le fellowship, che implichino totale libertà scientifica, o la nascita di nuovi istituti indipendenti rappresentano i segni di una possibile rinascita, ma sul piano sistemico occorrono misure più radicali: la rottura del monopolio del titolo di studio, il superamento del finanziamento pubblico centralizzato e la creazione di «antiuniversità» come sta accadendo in alcuni casi anche in Europa. Ma sopra tutto ciò aleggia la grande ipoteca dell’Intelligenza artificiale: nell’intervista del 2024 con Tyler Cowen, Thiel osservava che l’Ia renderà obsoleti i «filtri matematici» tradizionali delle ammissioni alle facoltà scientifiche ma, per quanto riguarda invece l’essenza stessa del pensiero umano, e cioè la facoltà intuitiva che seleziona e modella le idee, non è possibile pensare che un Large Language Model possa giungere all’originalità della scoperta, ed è proprio su questo punto che l’università può essere ripensata dalle fondamenta.
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Peter Thiel (Imagoeconomica)
Le sue riflessioni poggiano sul presupposto heideggeriano di ineluttabilità della Tecnica e su un’idea del progresso come portato cristiano. Il pur discutibile accelerazionismo, mutuato da Nick Land, nasce dal timore che un potere globale schiacci l’innovazione.
Finito il breve momento di critica preventiva alle Conferenze sull’Anticristo che Peter Thiel ha tenuto a Roma, si possono ora leggere i resoconti - ottimo quello di Stefano Graziosi - di chi alle conferenze c’è andato davvero, e si può constatare come il giornalismo delle maestrine che corrono a chiudere le orecchie ai bambini che non devono sentire quello che dice un «fascista» [sic] non colga altro risultato se non quello di ribadire la grande ignoranza di chi pensa di parlare di filosofia e teologia ma, in realtà, sta solo obbedendo all’imperativo della sua vita: ribadire di essere un benpensante.
Entrando, invece, nel merito e rivolgendoci a un pubblico realmente interessato ai temi complessi trattati nelle conferenze, è bene chiarire alcuni elementi senza i quali ciò che Thiel ha detto rischia di risultare non del tutto chiaro. Ci sono due premesse teoriche imprescindibili, la prima consiste nel ricordare il «dogma della Tecnica» per come formulato da Martin Heidegger, presupposto senza il quale ogni spunto di Thiel corre effettivamente il rischio di apparire un pro domo sua: nel mondo della Tecnica, se una cosa si può fare allora si deve fare.
L’intrinseca ineluttabilità della Tecnica, che in fondo costituisce la sua spinta anticristica, consiste proprio in questo: se la bomba atomica si può fare allora si deve fare perché comunque ogni rinvio, ogni limite e ogni esitazione saranno destinati a essere travolti da qualcun altro. La Tecnica rende l’umanità una riserva a sua disposizione esattamente per questo: perché non può essere fermata. Sarà poi l’uomo - ma a quel punto fuori dalla Tecnica - a decidere di usare o non usare la bomba atomica mostrando così tutta la tragica tensione esistente tra Tecnica e Mondo. Su questo presupposto si giocano tutte le considerazioni che Thiel fa a proposito dell’Anticristo, giungendo a conclusioni non sempre condivisibili ma senza dubbio dotate di una loro coerenza.
Il secondo presupposto fondamentale da considerare sta nell’annosa questione della sovrapposizione concettuale tra Cristianesimo e progresso. Questa teoria si basa sui Padri della Chiesa, specialmente su Origene, e afferma che se il Nuovo Testamento è un «superamento» dell’Antico - e ciò è una verità di fede - allora tutto il senso della storia deve essere letto come «progresso» graduale, come graduale chiarimento e inveramento del Cristianesimo sino a giungere alla Seconda venuta del Cristo, alla ricapitolazione finale (apocatastasi) e quindi all’Apocalisse. Hegel costruì la sua filosofia della storia su questo presupposto ed è innegabile che esso abbia rappresentato una delle forze imprescindibili nella costruzione della «civiltà cristiana». Non è questa la sede per argomentare i limiti di tale tesi, ma fatto sta che Thiel la considera vera e su questo presupposto egli costruisce la sua interpretazione dell’Anticristo: se il «superamento» è il senso del Cristianesimo, allora impedire quel superamento è proprio dell’Anticristo. Nello specifico, Thiel legge la Tecnica non come un esito tragico ma come il trionfo della volontà umana sulla natura, e vede nella sua corsa verso l’eliminazione delle «conseguenze del peccato» (fatica, lavoro, malattie) una sorta di benedizione che sarebbe malvagio ostacolare.
Ecco dunque entrare in gioco l’Anticristo: secondo Peter Thiel sono ormai decenni che i risultati della Tecnica risultano in realtà ostacolati da limiti e normative ispirati dalle forze anticristiche, cioè dalle forze che promettendo «pace e sicurezza» stanno in realtà lavorando per la costruzione di un governo globale, basato su istituzioni non governative, che tolga la libertà all’uomo e lo sottometta al volere di pochi illuminati occulti. Questa è la prima considerazione difficilmente negabile nell’analisi di Thiel perché, se è vero che ci troviamo oggi di fronte all’Intelligenza artificiale intesa come nuovo strumento in grado di cambiare il paradigma della civiltà umana, è altresì vero che dall’invenzione di Internet in poi la tecnologia non ha fatto grandi salti, né dal punto di vista dell’affinamento della stessa Rete, né per quanto riguarda l’uso esteso delle tecnologie digitali, né per quanto attiene la medicina - giustamente Thiel fa notare che la cura per il cancro, che sembrava a portata di mano nel 1970, non ha conosciuto in realtà progressi decisivi -, né per quanto riguarda il grande orizzonte teoretico dei nostri tempi: la meccanica quantistica.
Secondo Thiel, la causa di questi esiti deludenti è da imputare alle forze anticristiche che vogliono ostacolare il progresso tecnologico per controllarlo unilateralmente e impostarlo secondo i propri fini ideologici. A questo punto Thiel propone la sua soluzione, che è in fondo anche quella di Elon Musk, la quale, presupponendo il dogma della Tecnica e della sua ineluttabilità, prevede l’assunzione degli esiti della Tecnica in prima persona garantendo così una «salvaguardia umanista» e sottraendo gli esiti ultimi della Tecnica all’uso che ne farebbero i nichilisti. Qui alcuni osservatori hanno sollevato dubbi sulla buona fede del proprietario di Palantir, il quale starebbe in pratica dicendo che, visto che il panoptikon e il controllo esteso dell’umanità è ineluttabile, meglio che in questa corsa arrivino per primi i tecnolibertari occidentali che la Cina. I dubbi sono più che giustificati e, malgrado la superficialità di chi vive mentalmente in un eterno 1979 e parla di «capitalismo fascista che punta a massimizzare i profitti», emergono in questo senso anche voci articolate e competenti.
Nel richiamare al grande pubblico i tributi che Peter Thiel deve a René Girard, col quale si laureò, segnatamente all’idea di Cristianesimo come di evento che rompe il meccanismo calcolante dell’atto sacrificale alla base delle società, Antonio Spadaro, riferendosi alle Conferenze, obietta che Girard, soprattutto in Portando Clausewitz all’estremo, in realtà ipotizzò la possibile neutralizzazione etica del nichilismo e delle dinamiche mimetiche nella storia, ma tale obiezione riposa sulla criticità di non individuare con chiarezza quale umanità - la Chiesa? - dovrebbe farsi carico di ciò e come. A maggior ragione appaiono già obsolete, oltre che singolarmente funzionali all’idea di «governo globale» o peggio di «partito unico», le teorie onniregolamentative che pensano di poter scendere a patti con il mostro tecnologico imponendogli una «algoretica» quando, seppur ancora non entrati nella singolarità, si stiano già verificando, nell’ambito dell’Ia, fenomeni eversivi e ostili contro gli umani, e ciò malgrado i limiti etici impostati. Non sbaglia però Spadaro quando fa notare che non è semplice parlare di Anticristo senza parlare di Cristo ma, se è plausibile l’accusa a Thiel di configurare soluzioni che sembrano proprio su misura delle sue imprese, lo stesso tipo di rischio si corre quando, per richiamare a Cristo, lo si fa ricorrendo alla categoria sociologica dei «poveri» - coloro che «avremo sempre con noi» - ricadendo forse nello stesso immanentismo di Thiel, un immanentismo che nega nei fatti il significato escatologico della Redenzione, antecedente a storia e società perché trascendente.
Rimane senza dubbio il grande paradosso accelerazionista di chi dice che per limitare bisogna togliere i limiti ma, chiarendo il fatto che ogni accelerazionismo è un messianismo e, in quanto tale, negante la funzione redentrice della Resurrezione, per comprendere questo snodo cruciale occorre rifarsi, più che a Leo Strauss o a René Girard, al convitato di pietra che raramente viene citato dai commentatori di Thiel: Nick Land. L’originalissimo pensatore inglese, tra i vari concetti elaborati nel corso degli anni, ha proposto l’idea secondo la quale, nel mondo governato dalla Tecnica giunta al suo massimo sviluppo, non sia il passato a condizionare il futuro quanto in realtà il futuro a «trascinare verso di sé» il passato e il presente retroagendo su di essi nei modi di una «iperstizione». In questo presupposto risiede l’accelerazionismo di Thiel cioè, in fin dei conti, ancora nell’imprescindibilità del dogma heideggeriano e nel tentativo di elaborazione di strategie di gestione della Tecnica: una sorta di presa d’atto del rischio ontologico che l’Apocalisse implica insieme alla venuta dell’Anticristo. Saremmo perduti se, laddove cresce il pericolo, non crescesse anche ciò che salva, e l’anticipazione heideggeriana della fase nella quale ci troviamo si svela come l’unica possibilità di pensare in termini di risposta alla Tecnica.
Certo, quando Heidegger parlò del nostro «dover dire sì e no allo stesso tempo» indicò una direzione e non un metodo, e a noi che viviamo nel mondo della natura corrotta non resta forse che approntare le difese, i confini, i castelli e le isole di libertà nelle quali rifugiarci per stabilire l’esistenza di un mondo possibile e alternativo a quello che la Tecnica sta costruendo. E se per riflettere su tutto ciò lo stimolo viene dal miliardario che ha inventato Palantir, dobbiamo avere l’onestà di ammettere che, se le fonti preposte a ciò tacciono, allora la Provvidenza sta facendo parlare le pietre.
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Boni Castellane ci guida dentro il cuore filosofico delle conferenze di Thiel, smascherando la superficialità con cui è stato trattato il tema. Non si tratta di folklore, ma di una sfida radicale al nostro futuro.
Peter Thiel (Ansa)
Durante l’evento romano con il miliardario, si sono alternati riferimenti ai grandi teologi con citazioni pop da libri manga. Sullo sfondo, la lotta contro un futuro governo mondiale dei «filantropi» edificato sulla paura.
«Cosciente di possedere in sé una grande forza spirituale, era sempre stato un convinto spiritualista e la sua vivida intelligenza gli aveva sempre indicato la verità di ciò a cui si deve credere: il bene, Dio, il messia. Egli credeva in ciò, ma non amava che sé stesso».
Con queste parole, il teologo russo, Vladimir Soloviev, nei suoi Tre Dialoghi, introduceva la figura dell’anticristo, da lui dipinto come un «superuomo» pacifista, vegetariano, universalista e campione di tolleranza. Una figura che, promuovendo esclusivamente il benessere e la tranquillità materiali, conduce gli esseri umani a dimenticare la trascendenza, sostituendo l’amor sui all’amor Dei. Fu del resto San Paolo, nella prima lettera ai Tessalonicesi, a scrivere che «come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore», per poi aggiungere: «E quando si dirà: “Pace e sicurezza”, allora d’improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà».
L’anticristo non è dunque un personaggio esplicitamente malvagio, ma una figura subdola che, imitando Cristo, ne perverte la natura, trasformandola nel suo opposto per negarla e condurre l’umanità alla perdizione. Ripresa anche da Benedetto XVI e dal cardinale Giacomo Biffi, l’opera di Soloviev ha avuto il merito di proiettare il problema dell’anticristo nella società contemporanea. In altre parole, i Tre Dialoghi ci mettono di fronte a un nodo che non può essere semplicisticamente derubricato a mito o ad anticaglia del passato. L’Occidente, tanto nella sua dimensione religiosa che filosofica, non può prescindere dal confronto con il cristianesimo. Ed è per questo che riflettere sull’anticristo è inscindibilmente connesso alla struttura della nostra identità sia sul piano spirituale che su quello culturale.
Non a caso, proprio l’anticristo ha rappresentato il centro gravitazionale attorno a cui sono ruotate le quattro conferenze che Peter Thiel ha tenuto a Roma tra domenica e mercoledì. Conferenze che, organizzate dall’Associazione Vincenzo Gioberti, si sono svolte nella cornice barocca di Palazzo Taverna, davanti a un pubblico di circa 200 persone, principalmente composto da accademici, giornalisti e religiosi, oltre che da esponenti di think tank internazionali e italiani. Un aspetto indubbiamente interessante è stato anche il considerevole numero di giovani presenti, oltre a un significativo numero di domande del pubblico al termine di ogni conferenza. Vestito casual (spesso in maglietta) e con alcune slide proiettate su uno schermo, Thiel, vicino politicamente tanto a Donald Trump quanto soprattutto a JD Vance, ha affascinato dal suo leggio quest’uditorio composito, che lo ha seguito in religioso silenzio, alternando dotti riferimenti ai teologi medievali con frequenti citazioni di manga giapponesi. Senza trascurare riferimenti pop a Star Wars. Le lezioni si sono dipanate mescolando momenti di alta densità concettuale con toni maggiormente colloquiali (e qualche battuta di spirito). Non è del resto un mistero che Thiel si sia da tempo concentrato sulla questione dell’anticristo. E infatti, a ottobre, il co-fondatore di PayPal aveva tenuto conferenze sull’argomento anche a San Francisco.
Nel corso dell’evento romano, si è parlato della modalità con cui l’anticristo prende il potere: una modalità che consiste nel fomentare la paura dell’Armageddon, vale a dire della distruzione apocalittica. Può essere il panico per le armi nucleari, il terrore della catastrofe ambientale o il timore per i risvolti dell’Intelligenza artificiale. L’anticristo alimenta la paura e si propone come artefice nonché garante di quella «pace e sicurezza» citata nella lettera ai Tessalonicesi. E proprio in nome della pace e della sicurezza l’anticristo costruisce il suo miracolo politico, realizzando man mano uno Stato mondiale attraverso cui pretende di regolare e raffrenare il progresso della tecnologia: una situazione, questa, che porta alla stagnazione tecnologica. E proprio di stagnazione tecnologica Thiel parla almeno dal 2015, quando, durante una videointervista, sostenne che questo processo avrebbe avuto inizio negli anni Settanta riguardando soprattutto settori come energia, medicina e alta ingegneria. La stagnazione non è, in quest’ottica, assenza di progresso, ma progresso iper-regolamentato e, quindi, indebitamente raffrenato.
È chiaro che, a prima vista, una tale prospettiva potrebbe essere letta come lo sforzo lobbistico di un magnate che ha tutto l’interesse a sradicare i paletti politici e i regolamenti che possano ostacolare il suo business. E non è affatto detto che non ci sia del vero in questa interpretazione. Tuttavia, dall’altra parte, va sottolineato come l’opposizione allo Stato universale sia un elemento molto presente tra alcuni dei principali filosofi politici del Novecento. Carl Schmitt riteneva che un mondo pacificato sotto un’unica bandiera avrebbe reso impossibile una scelta di campo tra la fede nella trascendenza e quella nella religione dell’aldiquà: negando la dicotomia tra amico e nemico, uno Stato mondiale avrebbe, in altre parole, cancellato ogni possibile teologia politica. Leo Strauss, dall’altra parte, riteneva che lo «Stato universale e omogeneo» teorizzato da Alexandre Kojève avrebbe portato a un connubio tra ideologia e tecnica, spalancando così le porte alla tirannide moderna e sterilizzando alla radice ogni autentica attività filosofica.
Non a caso, a Roma si è parlato dei rischi che l’anticristo pone nei confronti della sopravvivenza della stessa filosofia. In questo quadro, è interessante notare come Schmitt e Strauss siano stati autori molto presenti negli incontri di Palazzo Taverna. Senza trascurare che Thiel li aveva ampiamente citati, assieme a René Girard, nel suo noto saggio del 2007, Il momento straussiano. Lo stesso Soloviev, più volte menzionato a Roma, legava d’altronde l’emergere dell’anticristo all’unificazione dell’Europa e del mondo. Guarda caso, echi di questa opposizione allo Stato mondiale emergono anche dalla politica dell’amministrazione Trump. L’attuale presidente americano è infatti sempre stato un aspro critico tanto del globalismo quanto delle regolamentazioni adottate dall’Ue nel settore tecnologico.
Questo poi non significa che dall’evento romano sia emersa un’apologia incondizionata e ingenua della tecnologia. La tecnica può infatti sfuggire di mano e quello dell’Armageddon resta uno scenario tristemente possibile. A essere contestata è semmai stata l’alternativa dicotomica tra la distruzione apocalittica e la creazione di uno Stato mondiale: alternativa dicotomica che, si è detto a Roma, è proprio l’anticristo a suggerire e a fomentare. Esisterebbe invece una terza via, in grado di arrivare a un’armonia tra cristianesimo e tecnologia, disinnescando la loro atavica diffidenza reciproca. Sarebbe, in altre parole, possibile superare lo stallo tra la tecnologia anticristiana di Francesco Bacone e il cristianesimo antitecnologico di Jonathan Swift. La soluzione si intravedrebbe nel manga One Piece in cui si parla di una tecnologia buona, repressa tuttavia da un governo mondiale.
Il tema è complesso e chiama indirettamente in causa la concezione della Storia: una questione, questa, emersa durante gli appuntamenti romani. In particolare, sono due le principali linee interpretative di cui si è parlato. Innanzitutto, quella del katechon: figura misteriosa, citata nella seconda lettera ai Tessalonicesi. Si tratta del potere che «trattiene» l’avvento dell’anticristo. Tradizionalmente identificato con l’impero romano (e in alcuni casi con la Chiesa cattolica), questa realtà è stata centrale nella riflessione teologico-politica di Schmitt. A Roma, è emerso come la cristianità katechontica si opponga a quella di natura millenarista: il che ha, in un certo senso, messo in luce la contiguità, almeno parziale, tra l’approccio millenarista stesso e la retorica anticristica volta ad alimentare la paura dell’Armageddon.
Dall’altra parte, si è però anche parlato dei limiti della sola impostazione katechontica che, presa in sé stessa, appare come una forza esclusivamente difensiva e reattiva, incapace di guardare al futuro. E proprio la mera reattività del katechon fa sì che, al suo apparire, l’anticristo sia in grado di prenderne il controllo, pervertendone il significato e usandolo per i suoi scopi. È così che, per esempio, dai partiti democratico-cristiani della seconda metà del Novecento si è passati alla sempre più asfissiante burocrazia europea. Ed è qui che, a Roma, è emersa un’altra concezione della Storia, che non sostituisce ma integra quella del katechon: la concezione mariana, che guarda avanti nel segno della speranza. Una concezione assolutamente necessaria per contrastare l’anticristo: quell’anticristo che, è stato ricordato a Roma, lo stesso Joseph Ratzinger collegò, nel 2020, a «una dittatura mondiale di ideologie apparentemente umanistiche».
È interessante notare come, durante le conferenze nella capitale, alcuni princìpi cattolici siano stati legati a una prospettiva libertarian. Sono anni del resto che Thiel professa il suo libertarianism. Ed esso emerge chiaramente nella concezione dell’anticristo come figura politica fautrice dello Stato mondiale. Non a caso, a Roma, si è parlato criticamente di vari organi internazionali, come la Corte penale internazionale, o di agenzie federali statunitensi che, come Usaid, avrebbero sostenuto delle forze volte a favorire l’istituzione di uno governo universale. A questo proposito, è interessante ricordare la linea dura dell’amministrazione Trump contro la Cpi, nonché i suoi energici tagli ai fondi della stessa Usaid. Insomma, quella emersa durante gli incontri di Roma è stata una visione potente: certo non priva di aspetti controversi, ma lontana anni luce da alcune banalizzazioni che si sono lette negli scorsi giorni. Il tutto è stato inserito in un quadro geopolitico più ampio, che ha direttamente chiamato in causa la crescente competizione in corso tra Stati Uniti e Cina. Il futuro, è emerso a Roma, appare in bilico tra due scenari: una Terza guerra mondiale o una nuova Guerra fredda. È la seconda opzione che va perseguita, limitando il più possibile il pericolo del totalitarismo tecnologico proveniente dal Partito comunista cinese.
Certo, molti critici hanno puntato il dito contro il fatto che Thiel, pur dichiarandosi libertarian, è presidente di una società, Palantir, che si occupa di sorveglianza governativa. Senza dubbio possono esserci punti controversi e anche non condivisibili nelle sue analisi. Tuttavia, le polemiche giornalistiche che hanno accompagnato le sue lezioni romane sono state in gran parte esagerate e pretestuose. C’è chi ha parlato dei pericoli della «tecnodestra» alleata di Trump. Eppure, fu l’amministrazione Obama che, nel 2014, fece un contratto da 41 milioni di dollari con Palantir in sostegno - udite, udite! - dell’Immigration and Customs Enforcement. Altri hanno polemizzato per il fatto che Thiel citi spesso Carl Schmitt il quale, per un periodo della sua vita, aderì al Partito nazionalsocialista. Peccato che il magnate faccia anche spesso riferimento a Leo Strauss: ebreo tedesco, che si rifugiò negli Stati Uniti proprio per sfuggire alle persecuzioni hitleriane. Altri ancora hanno gridato alla «geopolitica apocalittica» di Thiel, non capendo che, come abbiamo visto, il diretto interessato è tutt’altro che un apocalittico: sostiene, anzi, che è l’anticristo stesso a fomentare la paura dell’Armageddon, creando così controllo soffocante e stagnazione tecnologica.
Tuttavia, se vogliamo, a lasciare maggiormente perplessi è stato il comportamento livoroso e isterico di una parte del mondo cattolico: quella parte che, nello specifico, si è spesso riempita la bocca di parole come «misericordia», ma che, davanti a Thiel, ha lanciato strali di fuoco, cercando di alimentare a tutti i costi uno scontro tra il magnate e Leone XIV. Certo: qui nessuno nega che possano registrarsi delle tensioni concettuali tra le teorie di Thiel e il cattolicesimo né che sull’Intelligenza artificiale l’atteggiamento di papa Prevost sia molto più guardingo rispetto a quello del magnate. Tuttavia, un conto è riconoscere le differenze, altro conto è l’anatema preventivo.
Il gesuita Antonio Spadaro si è lamentato del fatto che, nella visione di Thiel, mancano Cristo e la preghiera. Ma Thiel non si è mai presentato come un predicatore. E comunque a Roma, per inciso, si è parlato della Madonna. Paolo Benanti, su Le Grand Continent, ha accusato il magnate di «eresia», sostenendo che punterebbe a creare «un ordine tecnocratico imposto da un’élite di sovrani». Peccato però che, mentre evocava scenari antidemocratici a causa di Palantir, il francescano si sia stranamente dimenticato di parlare dei pericoli di sorveglianza tecnologica rappresentati dal Partito comunista cinese. Il cattolicesimo si fonda sul dialogo tra fede e ragione. Il che implica un confronto anche con chi è distante. Ratzinger notoriamente dialogò con Jürgen Habermas. Ebbene, Thiel potrà anche non piacere, ma i temi che pone sono rilevanti, perché non trattano di «ospedali da campo» ma dei destini ultimi dell’essere umano. Confrontarsi con lui non significa necessariamente approvare tutto quello che dice. Ma il maccartismo isterico mostrato da un certo cattolicesimo progressista, solitamente abituato a predicare misericordia a destra e a manca, lascia di stucco. Ma, alla fin fine, neanche troppo. Non fu del resto proprio Soloviev a sottolineare come la falsa tolleranza sia una delle principali caratteristiche dell’anticristo?
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