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2024-08-27
Altro che pedofili e narcos. All’intelligence francese fanno gola le chat di Durov
Il fondatore di Telegram Pavel Durov (Getty Images)
I militanti di Hezbollah in Libano, così come in Iran, piuttosto che in Iraq, comunicano tramite Telegram. La stessa cosa si può dire di Africa Corps, la ex Wagner russa, che negli ultimi sei anni ha quadruplicato la propria presenza in quella che un tempo si chiamava Francafrique. I mercenari russi hanno sostenuto colpi di stato e contribuito ad armare fazioni militari prima e dopo i golpe. Dal Mali al Niger, fino al Burkina Faso. L’intelligence francese ha fatto poco. Ha perso il treno del controllo politico e sul fronte del controllo digitale non ha toccato palla. Anche nel Donbass i militari russi usano Telegram. Persino per comunicazioni sensibili e per pianificare mosse che alle intelligence inglesi e che americane garberebbe molto leggere in tempo reale. Pavel Durov, fondatore della piattaforma, arrestato tre giorni fa all’aeroporto di Le Bourget a Parigi in arrivo dall’Azerbaigian assieme alla compagna Yulia Vaviolva, non ha mai aperto i rubinetti.
Il che non significa in assoluto che è impossibile intercettare i telefoni su cui è installata l’app. Le unità specializzate israeliane lo fanno. È però un esercizio mirato. Va spedito un trojan, bucato il telefono del soggetto e da lì si legge all’interno. Il tema è però molto più ampio. Al di là delle comunicazioni end-to-end criptate con chiavi che utilizzano gli utenti, sembra proprio che la partita in gioco con l’arresto di Durov sia quella di poter hackerare un intero network regionale. Le intelligence occidentali vorrebbero poter setacciare a strascico interi network. Per capirsi, quelli utilizzati in Libano, come in Africa o nel Donbass. Gli Stati Uniti hanno preso una posizione forte sulle comunicazioni crittografate, specialmente quando si ritiene che siano usate da gruppi che rappresentano una minaccia per la sicurezza. Data la stretta collaborazione tra le nazioni occidentali su questioni di sicurezza e intelligence, è plausibile che la Francia abbia agito in concerto con i suoi alleati. Inoltre, in quanto cittadino russo, l’arresto di Durov potrebbe essere visto nel contesto delle preoccupazioni globali sulla sicurezza informatica, con la Russia spesso accusata di ospitare criminali informatici o di impegnarsi in hacking sponsorizzati dallo stato. Va ricordato che nel 2016 Apple e Fbi sono finite in tribunale. L’azienda negava la possibilità di utilizzare backdoor negli iPhone in uso a persone accusate di essere terroristi.
Il procedimento ha portato Apple ad aprire i boccaporti, così in Cina la stessa azienda Usa ha disabilitato le funzioni Airdrop che consentono di passarsi dati tra apparecchi senza passare dalla rete. Inutile dire che il Partito comunista cinese non lo consente. Tutto deve passare dalla Rete per essere monitorato in tempo reale.
Anche l’esperto Pierguido Iezzi, già sentito dalla Verità ieri, spiega con semplici parole come Telegram sia il sacro Graal dell’intelligence. «L’arresto del fondatore di Telegram rappresenta un evento critico per la sicurezza internazionale. Se le autorità francesi riuscissero a ottenere l’accesso ai dati della piattaforma, potrebbero disporre di una quantità enorme di informazioni strategiche», commenta. «Non parliamo di crimine organizzato, cybercrime, riciclaggio, pedopornografia e altro. Si tratta di comunicazioni riservate che potrebbero riguardare il mondo del terrorismo, i conflitti geopolitici in essere, come quello tra Russia e Ucraina o tra Hamas e Israele, ma anche informazioni economiche, militari e governative altamente sensibili fino a poter identificare attori e anche segreti personali di figure apicali». Iezzi, strategic business director di Tinexta cyber, desrcive così uno scenario che potrebbe mettere in discussione la neutralità di Telegram, trasformandolo in una risorsa strategica nelle mani di chi detiene il controllo sui suoi dati. «Le implicazioni per la privacy e la sicurezza delle comunicazioni sono enormi, così come le possibili conseguenze sulle relazioni internazionali, che potrebbero sfociare in scontri diplomatici su vasta scala». Il potenziale accesso a questi dati da parte delle autorità francesi potrebbe ridefinire gli equilibri di potere tra le nazioni e mettere anche alla prova la cooperazione tra i Paesi dell’Ue, che potrebbero rimanere esclusi, a differenza di Usa e Uk.
Insomma, l’arresto di Durov poco ha a che fare con le motivazioni ufficiali, seppur vere. Da anni la piattaforma viene utilizzata da trafficanti, pedofili e altro genere di delinquenti. Nessuno si è mai particolarmente mosso per trovare una soluzione. Adesso però su Telegram si fanno le guerre. È una questione complessa e sfaccettata con significative implicazioni legali, politiche e sociali. Solleva domande critiche sull’equilibrio tra sicurezza nazionale e libertà individuali, il ruolo della crittografia nella comunicazione moderna e dei governi nell’era digitale. Le proteste internazionali e il coinvolgimento di dati di alto profilo nel dibattito indicano che questo evento avrà conseguenze di vasta portata nella privacy digitale. Man mano che gli eventi si chiariranno e si capirà l’atteggiamento di Durov, sarà importante monitorare come si muoveranno l’industria tecnologica, l’opinione pubblica e i governi stessi. Oltre agli utenti di Telegram. Vedremo se Hezbollah, ad esempio, passerà in forze sulla cinese Wechat o resterà sulla piattaforma di Durov.
Parigi pubblica la lista delle accuse
Per capire l’immenso potere di Pavel Durov - il fondatore di Telegram arrestato sabato in Francia mentre scendeva dal suo aereo privato con la fidanzata Yulia Vavilova - bisogna andare in Olanda, in una vasta zona all’apparenza anonima, tra Rotterdam, Harlem e Amsterdam. In queste aree verdi, tra i canali delle cittadine di Leiden o Wassenaar, si trova la maggior parte degli indirizzi ip esposti, (circa 1.800 su quasi 10.000) della piattaforma di messaggistica criptata che vanta quasi 1 miliardo di utenti. Durov ha sempre rivendicato la totale libertà e segretezza di Telegram. I server fisici sono dislocati in tutto il mondo, anche a Dubai. La piattaforma di messaggistica è in possesso di un Asn (AS62041 - Telegram Messenger Inc) con sede nelle British Virgin Island. Eppure, basta leggere il capitolo sulla privacy per scoprire che la end-to-end encryption è usata esclusivamente per le chat segrete, mentre, per tutte le altre chat (gruppi e chat private) i dati sono altamente cifrati e le chiavi di cifratura sono segregate in diversi data center (diversi da dove risiede il dato) sotto diverse giurisdizioni. In pratica chi è in possesso di queste chiavi potrebbe decifrare tutti i dati presenti nei server Telegram appartenenti agli utenti.
Telegram è molto usato in Russia, Ucraina e nelle ex Repubbliche sovietiche. È diventato una fonte cruciale di informazioni nella guerra russo-ucraina e viene ampiamente utilizzato sia dai funzionari di Mosca che da quelli di Kiev: Telegram è di fatto il megafono dei campi di battaglia virtuale del conflitto in corso. È riposto qui tutto il potere di Durov, ovvero nel potenzialmente poter fornire alla Francia di Emmanuel Macron un tesoro di dati che spaziano dalle informazioni su gruppi terroristici o sul narcotraffico, fino alle strategie militari nelle guerre in corso fino ai segreti dell’intelligence.
Sicuramente l’arresto di Pavel Durov rappresenta un evento significativo con potenziali ripercussioni a livello geopolitico. Telegram, noto per le sue caratteristiche di privacy e sicurezza, è utilizzato da milioni di persone in tutto il mondo, inclusi cyber criminali, attivisti, giornalisti e individui interessati a proteggere le proprie comunicazioni. «Tuttavia, è importante notare che solo le chat segrete di Telegram utilizzano crittografia end-to-end, mentre le altre chat sono protette tramite crittografia client-server, rendendo eventualmente possibile la decifratura qualora in possesso delle chiavi utilizzate», ricorda Riccardo Michetti, senior threat intelligence analyst di Tinexta Cyber. «L’arresto di Durov potrebbe poi sollevare dubbi sulla sicurezza e sull’indipendenza delle piattaforme di messaggistica. La reputazione di difensore della privacy di Telegram potrebbe essere compromessa». Non è un caso che proprio domenica scorsa, secondo il canale di informazioni Baza, a Mosca sarebbero partiti i primi ordini tra i funzionari dell’amministrazione presidenziale, del governo e delle agenzie che si occupano di sicurezza a cancellare ogni tipo di conversazione. La notizia poi è stata smentita. Ma secondo il portale indipendente Meduza, l’ordine sarebbe stato effettivamente ricevuto anche da alti funzionari del ministero della Difesa. Il fatto che Durov sapesse di essere ricercato da anni (almeno dal 2015) sul territorio francese (per non aver mai collaborato con le autorità a moderare il traffico di messaggi su Telegram dove circola anche materiale pedopornografico), sta facendo pensare a un possibile accordo con Macron, anche in funzione geopolitica contro il presidente Vladimir Putin.
È noto che Durov sia andato via da Mosca nel 2014 per dissidi con il Cremlino. E che nel 2021 abbia ricevuto la cittadinanza francese. Proprio ieri Macron si è affrettato a ribadire che l’arresto «non è stato in alcun modo una decisione politica». Nel frattempo, ieri le autorità giudiziarie francesi hanno deciso di prorogare per altre 48 ore la detenzione del fondatore di Telegram, pubblicando i 12 capi d’imputazione che gli contestano: «Complicità», «rifiuto di comunicare» informazioni, «associazione a delinquere», «fornitura» e «importazione» di un mezzo di crittografia dalle caratteristiche illecite. Il trentanovenne franco-russo, accusato di aver creato una piattaforma Web per scopi come la diffusione di materiale pedopornagrafico ma anche riciclaggio, potrà essere detenuto fino a mercoledì. Al momento il Cremlino, che ieri ha smentito un presunto incontro a Baku tra Durov e Putin, continua a ribadire tramite il portavoce Dmitry Peskov di non essere a conoscenza delle accuse e preferisce non commentare. A Mosca circola un certo interesse sulla fidanzata di Durov, Yulia Vavilova, streamer, investitrice di criptovalute per un canale arabo. La donna è scomparsa dai social il 25 agosto, ma prima aveva postato su Instagram post a Dubai e Baku con un jet privato sullo sfondo. C’è chi sostiene che le autorità francesi abbiano scoperto i movimenti di Durov grazie a lei. Ma è anche possibile che nel reclamizzare la sua vita sui social non avesse nulla da temere. Forse proprio come il fidanzato.
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Sbirciando Telegram, gli 007 raccoglierebbero informazioni utili nei vari teatri bellici, da Kiev all’Africa. Perciò miliziani, tipo Hezbollah, potrebbero passare alle app cinesi.Dal rifiuto di collaborare all’associazione a delinquere: la Francia proroga il fermo del russo. E arriva una smentita dal Cremlino: «Nessun incontro a Baku con Putin».Lo speciale contiene due articoli.I militanti di Hezbollah in Libano, così come in Iran, piuttosto che in Iraq, comunicano tramite Telegram. La stessa cosa si può dire di Africa Corps, la ex Wagner russa, che negli ultimi sei anni ha quadruplicato la propria presenza in quella che un tempo si chiamava Francafrique. I mercenari russi hanno sostenuto colpi di stato e contribuito ad armare fazioni militari prima e dopo i golpe. Dal Mali al Niger, fino al Burkina Faso. L’intelligence francese ha fatto poco. Ha perso il treno del controllo politico e sul fronte del controllo digitale non ha toccato palla. Anche nel Donbass i militari russi usano Telegram. Persino per comunicazioni sensibili e per pianificare mosse che alle intelligence inglesi e che americane garberebbe molto leggere in tempo reale. Pavel Durov, fondatore della piattaforma, arrestato tre giorni fa all’aeroporto di Le Bourget a Parigi in arrivo dall’Azerbaigian assieme alla compagna Yulia Vaviolva, non ha mai aperto i rubinetti. Il che non significa in assoluto che è impossibile intercettare i telefoni su cui è installata l’app. Le unità specializzate israeliane lo fanno. È però un esercizio mirato. Va spedito un trojan, bucato il telefono del soggetto e da lì si legge all’interno. Il tema è però molto più ampio. Al di là delle comunicazioni end-to-end criptate con chiavi che utilizzano gli utenti, sembra proprio che la partita in gioco con l’arresto di Durov sia quella di poter hackerare un intero network regionale. Le intelligence occidentali vorrebbero poter setacciare a strascico interi network. Per capirsi, quelli utilizzati in Libano, come in Africa o nel Donbass. Gli Stati Uniti hanno preso una posizione forte sulle comunicazioni crittografate, specialmente quando si ritiene che siano usate da gruppi che rappresentano una minaccia per la sicurezza. Data la stretta collaborazione tra le nazioni occidentali su questioni di sicurezza e intelligence, è plausibile che la Francia abbia agito in concerto con i suoi alleati. Inoltre, in quanto cittadino russo, l’arresto di Durov potrebbe essere visto nel contesto delle preoccupazioni globali sulla sicurezza informatica, con la Russia spesso accusata di ospitare criminali informatici o di impegnarsi in hacking sponsorizzati dallo stato. Va ricordato che nel 2016 Apple e Fbi sono finite in tribunale. L’azienda negava la possibilità di utilizzare backdoor negli iPhone in uso a persone accusate di essere terroristi. Il procedimento ha portato Apple ad aprire i boccaporti, così in Cina la stessa azienda Usa ha disabilitato le funzioni Airdrop che consentono di passarsi dati tra apparecchi senza passare dalla rete. Inutile dire che il Partito comunista cinese non lo consente. Tutto deve passare dalla Rete per essere monitorato in tempo reale. Anche l’esperto Pierguido Iezzi, già sentito dalla Verità ieri, spiega con semplici parole come Telegram sia il sacro Graal dell’intelligence. «L’arresto del fondatore di Telegram rappresenta un evento critico per la sicurezza internazionale. Se le autorità francesi riuscissero a ottenere l’accesso ai dati della piattaforma, potrebbero disporre di una quantità enorme di informazioni strategiche», commenta. «Non parliamo di crimine organizzato, cybercrime, riciclaggio, pedopornografia e altro. Si tratta di comunicazioni riservate che potrebbero riguardare il mondo del terrorismo, i conflitti geopolitici in essere, come quello tra Russia e Ucraina o tra Hamas e Israele, ma anche informazioni economiche, militari e governative altamente sensibili fino a poter identificare attori e anche segreti personali di figure apicali». Iezzi, strategic business director di Tinexta cyber, desrcive così uno scenario che potrebbe mettere in discussione la neutralità di Telegram, trasformandolo in una risorsa strategica nelle mani di chi detiene il controllo sui suoi dati. «Le implicazioni per la privacy e la sicurezza delle comunicazioni sono enormi, così come le possibili conseguenze sulle relazioni internazionali, che potrebbero sfociare in scontri diplomatici su vasta scala». Il potenziale accesso a questi dati da parte delle autorità francesi potrebbe ridefinire gli equilibri di potere tra le nazioni e mettere anche alla prova la cooperazione tra i Paesi dell’Ue, che potrebbero rimanere esclusi, a differenza di Usa e Uk.Insomma, l’arresto di Durov poco ha a che fare con le motivazioni ufficiali, seppur vere. Da anni la piattaforma viene utilizzata da trafficanti, pedofili e altro genere di delinquenti. Nessuno si è mai particolarmente mosso per trovare una soluzione. Adesso però su Telegram si fanno le guerre. È una questione complessa e sfaccettata con significative implicazioni legali, politiche e sociali. Solleva domande critiche sull’equilibrio tra sicurezza nazionale e libertà individuali, il ruolo della crittografia nella comunicazione moderna e dei governi nell’era digitale. Le proteste internazionali e il coinvolgimento di dati di alto profilo nel dibattito indicano che questo evento avrà conseguenze di vasta portata nella privacy digitale. Man mano che gli eventi si chiariranno e si capirà l’atteggiamento di Durov, sarà importante monitorare come si muoveranno l’industria tecnologica, l’opinione pubblica e i governi stessi. Oltre agli utenti di Telegram. Vedremo se Hezbollah, ad esempio, passerà in forze sulla cinese Wechat o resterà sulla piattaforma di Durov.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/durov-telegram-2669077643.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="parigi-pubblica-la-lista-delle-accuse" data-post-id="2669077643" data-published-at="1724743881" data-use-pagination="False"> Parigi pubblica la lista delle accuse Per capire l’immenso potere di Pavel Durov - il fondatore di Telegram arrestato sabato in Francia mentre scendeva dal suo aereo privato con la fidanzata Yulia Vavilova - bisogna andare in Olanda, in una vasta zona all’apparenza anonima, tra Rotterdam, Harlem e Amsterdam. In queste aree verdi, tra i canali delle cittadine di Leiden o Wassenaar, si trova la maggior parte degli indirizzi ip esposti, (circa 1.800 su quasi 10.000) della piattaforma di messaggistica criptata che vanta quasi 1 miliardo di utenti. Durov ha sempre rivendicato la totale libertà e segretezza di Telegram. I server fisici sono dislocati in tutto il mondo, anche a Dubai. La piattaforma di messaggistica è in possesso di un Asn (AS62041 - Telegram Messenger Inc) con sede nelle British Virgin Island. Eppure, basta leggere il capitolo sulla privacy per scoprire che la end-to-end encryption è usata esclusivamente per le chat segrete, mentre, per tutte le altre chat (gruppi e chat private) i dati sono altamente cifrati e le chiavi di cifratura sono segregate in diversi data center (diversi da dove risiede il dato) sotto diverse giurisdizioni. In pratica chi è in possesso di queste chiavi potrebbe decifrare tutti i dati presenti nei server Telegram appartenenti agli utenti. Telegram è molto usato in Russia, Ucraina e nelle ex Repubbliche sovietiche. È diventato una fonte cruciale di informazioni nella guerra russo-ucraina e viene ampiamente utilizzato sia dai funzionari di Mosca che da quelli di Kiev: Telegram è di fatto il megafono dei campi di battaglia virtuale del conflitto in corso. È riposto qui tutto il potere di Durov, ovvero nel potenzialmente poter fornire alla Francia di Emmanuel Macron un tesoro di dati che spaziano dalle informazioni su gruppi terroristici o sul narcotraffico, fino alle strategie militari nelle guerre in corso fino ai segreti dell’intelligence. Sicuramente l’arresto di Pavel Durov rappresenta un evento significativo con potenziali ripercussioni a livello geopolitico. Telegram, noto per le sue caratteristiche di privacy e sicurezza, è utilizzato da milioni di persone in tutto il mondo, inclusi cyber criminali, attivisti, giornalisti e individui interessati a proteggere le proprie comunicazioni. «Tuttavia, è importante notare che solo le chat segrete di Telegram utilizzano crittografia end-to-end, mentre le altre chat sono protette tramite crittografia client-server, rendendo eventualmente possibile la decifratura qualora in possesso delle chiavi utilizzate», ricorda Riccardo Michetti, senior threat intelligence analyst di Tinexta Cyber. «L’arresto di Durov potrebbe poi sollevare dubbi sulla sicurezza e sull’indipendenza delle piattaforme di messaggistica. La reputazione di difensore della privacy di Telegram potrebbe essere compromessa». Non è un caso che proprio domenica scorsa, secondo il canale di informazioni Baza, a Mosca sarebbero partiti i primi ordini tra i funzionari dell’amministrazione presidenziale, del governo e delle agenzie che si occupano di sicurezza a cancellare ogni tipo di conversazione. La notizia poi è stata smentita. Ma secondo il portale indipendente Meduza, l’ordine sarebbe stato effettivamente ricevuto anche da alti funzionari del ministero della Difesa. Il fatto che Durov sapesse di essere ricercato da anni (almeno dal 2015) sul territorio francese (per non aver mai collaborato con le autorità a moderare il traffico di messaggi su Telegram dove circola anche materiale pedopornografico), sta facendo pensare a un possibile accordo con Macron, anche in funzione geopolitica contro il presidente Vladimir Putin. È noto che Durov sia andato via da Mosca nel 2014 per dissidi con il Cremlino. E che nel 2021 abbia ricevuto la cittadinanza francese. Proprio ieri Macron si è affrettato a ribadire che l’arresto «non è stato in alcun modo una decisione politica». Nel frattempo, ieri le autorità giudiziarie francesi hanno deciso di prorogare per altre 48 ore la detenzione del fondatore di Telegram, pubblicando i 12 capi d’imputazione che gli contestano: «Complicità», «rifiuto di comunicare» informazioni, «associazione a delinquere», «fornitura» e «importazione» di un mezzo di crittografia dalle caratteristiche illecite. Il trentanovenne franco-russo, accusato di aver creato una piattaforma Web per scopi come la diffusione di materiale pedopornagrafico ma anche riciclaggio, potrà essere detenuto fino a mercoledì. Al momento il Cremlino, che ieri ha smentito un presunto incontro a Baku tra Durov e Putin, continua a ribadire tramite il portavoce Dmitry Peskov di non essere a conoscenza delle accuse e preferisce non commentare. A Mosca circola un certo interesse sulla fidanzata di Durov, Yulia Vavilova, streamer, investitrice di criptovalute per un canale arabo. La donna è scomparsa dai social il 25 agosto, ma prima aveva postato su Instagram post a Dubai e Baku con un jet privato sullo sfondo. C’è chi sostiene che le autorità francesi abbiano scoperto i movimenti di Durov grazie a lei. Ma è anche possibile che nel reclamizzare la sua vita sui social non avesse nulla da temere. Forse proprio come il fidanzato.
Alessia Pifferi (Ansa)
Secondo la corte d’Appello (presidente Ivana Caputo) i giornalisti e i conduttori di programmi tv avrebbero dovuto appiattirsi nella penombra, mandare in onda brani di musica classica ed esimersi dal trattare uno dei più terribili delitti degli ultimi anni, quello commesso da Alessia Pifferi, che nel luglio del 2022 lasciò morire di stenti da sola in casa la figlia Diana di 18 mesi per andare a festeggiare per sei giorni con il fidanzato. Poiché la faccenda suscitò parecchio clamore e una forte ondata di legittima indignazione, moltiplicata (difficile negarlo) dal consueto cialtronismo social, la corte ha deciso di riformare la pena inflitta in primo grado all’imputata (ergastolo) togliendo le aggravanti dei futili e abietti motivi, e riconoscendo le circostanze attenuanti (totale 24 anni).
Per il collegio giudicante di secondo grado, in favore della donna hanno pesato il contesto socio-famigliare nel quale era cresciuta, qualche défaillance cognitiva e soprattutto l’incidenza perniciosa di «quel malvezzo contemporaneo, approdato a vette parossistiche con i moderni mezzi di comunicazione, chiamato processo mediatico, che ha fatto del processo penale un genere televisivo di svago e intrattenimento, dove si è adusi a condannare e ad assolvere secondo pregiudizio e secondo copione». La sorpresa innesca una duplice reazione. E lo spontaneo «bentornati sulla Terra» alle toghe si spegne immediatamente, all’apparire del quesito supremo: cosa ci azzecca (per dirla alla Antonio Di Pietro) il circo con i suoi molesti malvezzi con la sacralità di una sentenza che dovrebbe sorvolare-annullare-dimenticare le esibizioni da bar di telecamere e popolino?
Verrebbe da dire, nulla. Almeno si spera. Sennò invece del codice penale, per stabilire innocenti e colpevoli sarebbe più opportuno usare il sorteggio. Da Avetrana alla strage di Erba passando per il delitto di Perugia (do you remember Meredith Kercher?); dalla tragedia di Yara Gambirasio all’omicidio di Giulia Tramontano, nessun processo ha potuto esimersi dall’essere affiancato da articoli, interviste, retroscena, inciampi e litigi nelle Procure, revisioni annunciate, programmi televisivi, comparsate di criminologi più o meno accreditati. Con apparizioni scomparenti di medium, cartomanti e del mago Otelma. Tutto ciò senza che la giustizia tenesse conto del Barnum. O almeno non lo ammettesse con candore, visto che - dopo averlo scatenato - nulla può per arginarlo o imbavagliarlo. Se davvero, in assenza di legittima suspicione, dovessimo pensare che Chi l’ha visto?, Quarto grado, «Ignoto X» condizionano non solo l’opinione pubblica (poco male, sono i media bellezza) ma anche quella dei giudici, saremmo nel giorno zero del diritto. E dovremmo autoconvocarci tutti in vista del Garlasco Show.
Il 14 luglio 2022 Alessia Pifferi aveva abbandonato nel lettino da campo della casa di Pontelambro (Como) la figlia Diana di un anno e mezzo, mentre dormiva, con accanto una bottiglietta d’acqua e un biberon di latte. Ed era uscita con una valigia contenente un buon numero di abiti da sera per andare a trovare a Leffe (Bergamo) il fidanzato. La bimba è rimasta sei giorni da sola. Alla nonna, che telefonava per sapere come stava la nipote, Alessia faceva credere di essere a casa e rispondeva: «Bene, sta dormendo». Invece stava morendo di stenti. Invece, prima di esalare l’ultimo respiro, tentò di mangiare un pannolino. Quando la trovò senza vita, la madre si giustificò dicendo che l’aveva affidata a una babysitter inesistente. Poi, lentamente, ammise l’agghiacciante verità. Due perizie psichiatriche hanno stabilito che era in grado di intendere e di volere.
La sentenza che, in assenza di fatti nuovi, smonta le architravi di un omicidio volontario efferato e derubrica la pena per «l’asfissiante morbosità mediatica» e per «la lapidazione verbale» costituisce un precedente. E non può non sorprendere anche per la deriva freudiana, per la volontà del collegio di andare oltre i codici e avventurarsi negli empirei rarefatti della psicanalisi. Scrivono i giudici: «Il processo televisivo ha avuto ricadute deleterie e devastanti sulla condotta processuale, ha esercitato interferenze sul paradigma di assunzione delle prove». Un’ammissione di debolezza, di condizionamento di tutto il sistema giudiziario. Con un finale da brivido: «Le sentenze vengono emesse in nome del popolo italiano, non dal popolo italiano». Lo davamo per scontato dal primo anno di giurisprudenza. Ora non più.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 14 gennaio con Carlo Cambi
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Secondo il giudice «non c’è stata violenza», anche se l’uomo ha agito senza che la bambina, vista l’età, potesse essere in grado di esprimere il consenso. È in questo spazio di equilibrismo giuridico, proprio mentre è in corso un acceso dibattito politico sulla riforma dell’articolo 609 bis del codice penale, che introduce il concetto del «consenso libero e attuale» (in assenza di una volontà chiara, presente e consapevole è violenza, stando al testo approvato alla Camera e che, al momento, è fermo al Senato per approfondimenti), che si colloca una pena che va dai 5 ai 10 anni invece dei 6-12 previsti per la violenza sessuale su minore. Tra i due reati, lo dice lo stesso impianto normativo richiamato nel processo, la differenza di pena è di 2 anni. Ed è esattamente lì che il ragionamento giudiziario si è spostato.
«I fatti sussistono e sono connotati sicuramente da particolare gravità», ammette l’avvocato Davide Scaroni, che difende l’imputato. Ma quella parola, violenza, è uscita dal dispositivo. L’avvocato Scaroni rivendica la correttezza giuridica: «Il mio assistito, sin dal momento del fermo, ha spiegato che tra di loro c’era una sorta di relazione e che non c’è stata mai violenza. Non ha mai negato quanto avvenuto, spiegando che si trattava di episodi consensuali». Poi ha aggiunto: «Il nostro codice prevede che ci sia possibilità di consensualità. Lo prevede anche sotto i dieci anni di età. Quindi vuol dire che il sistema contempla che possa esserci un consenso anche da persone di età molto contenuta». L’avvocato evidenzia anche la distanza dalla soglia minima della pena: «Il giudice si è ampiamente discostato dal minimo edittale. Come ritengo giusto che sia in un caso del genere che, seppur non connotato da violenza, mantiene ovviamente la propria gravità assoluta». Secondo Scaroni, il procedimento si è giocato tra «due versioni» contrapposte, «quella della persona offesa e quella dell’assistito». E «confrontando le due versioni con gli elementi di prova emersi durante le indagini preliminari», spiega, «immagino che il giudice possa aver ritenuto che ci fosse quantomeno un ragionevole dubbio che si sia trattato di atti sessuali con minorenne e non di violenza». Per il deposito delle motivazioni il giudice si è preso 90 giorni.
I fatti risalgono all’estate del 2024. Il luogo è il centro d’accoglienza di San Colombano in Val Trompia, un ex albergo che ospitava una ventina di richiedenti asilo (chiuso poco dopo l’arresto del bengalese). La bambina viveva lì con la madre. E anche il bengalese era ospite della struttura. Un giorno la bambina viene portata in ospedale per forti dolori addominali. I medici scoprono che è incinta. Madre e figlia vengono trasferite in una struttura protetta. L’uomo viene arrestato dopo aver ammesso di aver avuto dei rapporti con la piccola. Nel fascicolo del pubblico ministero viene ricostruito che la madre aveva notato un cambiamento nella figlia, «taciturna, triste e apatica», e aveva chiesto aiuto a un’educatrice. La verità emerge solo quando i medici decidono di procedere con un aborto terapeutico. Dal posto di polizia dell’ospedale parte la segnalazione. La squadra mobile si concentra su un unico sospettato, il profugo proveniente dal Bangladesh. Una dozzina di giorni dopo scatta il fermo. Davanti al gip, al momento della convalida, il ventinovenne fa scena muta.
Nel frattempo la testimonianza della bambina viene raccolta con incidente probatorio, in un’aula protetta. E proprio a seguito di quella deposizione la Procura aveva inquadrato i fatti come corrispondenti al reato di violenza sessuale aggravata. Ma tutto si è giocato sul consenso. Né durante l’inchiesta né all’udienza preliminare è diventato centrale il fattore culturale. «Ci tengo a evidenziarlo», dice ancora l’avvocato Scaroni, «questo non è stato un punto della discussione». Il legale ha affidato ai giornalisti anche un’altra precisazione: «Il termine pedofilia nel nostro codice penale non esiste, la pedofilia è una parafilia ma non è un termine utilizzato all’interno del codice penale, che parla invece di atti sessuali con minorenne e, proprio perché il consenso è viziato, si applicano esattamente le stesse pene della violenza sessuale». Contestazione che a Ciro Grillo è costata 8 anni. Una sproporzione che non è passata inosservata. «Aspettiamo le motivazioni e decideremo se fare appello», afferma il capo della Procura di Brescia Francesco Prete, che aggiunge: «C’è da valutare la corretta qualificazione giuridica del fatto». Gli atti sessuali con minorenne non convincono neppure chi in aula ha sostenuto l’accusa.
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