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2024-08-27
Altro che pedofili e narcos. All’intelligence francese fanno gola le chat di Durov
Il fondatore di Telegram Pavel Durov (Getty Images)
I militanti di Hezbollah in Libano, così come in Iran, piuttosto che in Iraq, comunicano tramite Telegram. La stessa cosa si può dire di Africa Corps, la ex Wagner russa, che negli ultimi sei anni ha quadruplicato la propria presenza in quella che un tempo si chiamava Francafrique. I mercenari russi hanno sostenuto colpi di stato e contribuito ad armare fazioni militari prima e dopo i golpe. Dal Mali al Niger, fino al Burkina Faso. L’intelligence francese ha fatto poco. Ha perso il treno del controllo politico e sul fronte del controllo digitale non ha toccato palla. Anche nel Donbass i militari russi usano Telegram. Persino per comunicazioni sensibili e per pianificare mosse che alle intelligence inglesi e che americane garberebbe molto leggere in tempo reale. Pavel Durov, fondatore della piattaforma, arrestato tre giorni fa all’aeroporto di Le Bourget a Parigi in arrivo dall’Azerbaigian assieme alla compagna Yulia Vaviolva, non ha mai aperto i rubinetti.
Il che non significa in assoluto che è impossibile intercettare i telefoni su cui è installata l’app. Le unità specializzate israeliane lo fanno. È però un esercizio mirato. Va spedito un trojan, bucato il telefono del soggetto e da lì si legge all’interno. Il tema è però molto più ampio. Al di là delle comunicazioni end-to-end criptate con chiavi che utilizzano gli utenti, sembra proprio che la partita in gioco con l’arresto di Durov sia quella di poter hackerare un intero network regionale. Le intelligence occidentali vorrebbero poter setacciare a strascico interi network. Per capirsi, quelli utilizzati in Libano, come in Africa o nel Donbass. Gli Stati Uniti hanno preso una posizione forte sulle comunicazioni crittografate, specialmente quando si ritiene che siano usate da gruppi che rappresentano una minaccia per la sicurezza. Data la stretta collaborazione tra le nazioni occidentali su questioni di sicurezza e intelligence, è plausibile che la Francia abbia agito in concerto con i suoi alleati. Inoltre, in quanto cittadino russo, l’arresto di Durov potrebbe essere visto nel contesto delle preoccupazioni globali sulla sicurezza informatica, con la Russia spesso accusata di ospitare criminali informatici o di impegnarsi in hacking sponsorizzati dallo stato. Va ricordato che nel 2016 Apple e Fbi sono finite in tribunale. L’azienda negava la possibilità di utilizzare backdoor negli iPhone in uso a persone accusate di essere terroristi.
Il procedimento ha portato Apple ad aprire i boccaporti, così in Cina la stessa azienda Usa ha disabilitato le funzioni Airdrop che consentono di passarsi dati tra apparecchi senza passare dalla rete. Inutile dire che il Partito comunista cinese non lo consente. Tutto deve passare dalla Rete per essere monitorato in tempo reale.
Anche l’esperto Pierguido Iezzi, già sentito dalla Verità ieri, spiega con semplici parole come Telegram sia il sacro Graal dell’intelligence. «L’arresto del fondatore di Telegram rappresenta un evento critico per la sicurezza internazionale. Se le autorità francesi riuscissero a ottenere l’accesso ai dati della piattaforma, potrebbero disporre di una quantità enorme di informazioni strategiche», commenta. «Non parliamo di crimine organizzato, cybercrime, riciclaggio, pedopornografia e altro. Si tratta di comunicazioni riservate che potrebbero riguardare il mondo del terrorismo, i conflitti geopolitici in essere, come quello tra Russia e Ucraina o tra Hamas e Israele, ma anche informazioni economiche, militari e governative altamente sensibili fino a poter identificare attori e anche segreti personali di figure apicali». Iezzi, strategic business director di Tinexta cyber, desrcive così uno scenario che potrebbe mettere in discussione la neutralità di Telegram, trasformandolo in una risorsa strategica nelle mani di chi detiene il controllo sui suoi dati. «Le implicazioni per la privacy e la sicurezza delle comunicazioni sono enormi, così come le possibili conseguenze sulle relazioni internazionali, che potrebbero sfociare in scontri diplomatici su vasta scala». Il potenziale accesso a questi dati da parte delle autorità francesi potrebbe ridefinire gli equilibri di potere tra le nazioni e mettere anche alla prova la cooperazione tra i Paesi dell’Ue, che potrebbero rimanere esclusi, a differenza di Usa e Uk.
Insomma, l’arresto di Durov poco ha a che fare con le motivazioni ufficiali, seppur vere. Da anni la piattaforma viene utilizzata da trafficanti, pedofili e altro genere di delinquenti. Nessuno si è mai particolarmente mosso per trovare una soluzione. Adesso però su Telegram si fanno le guerre. È una questione complessa e sfaccettata con significative implicazioni legali, politiche e sociali. Solleva domande critiche sull’equilibrio tra sicurezza nazionale e libertà individuali, il ruolo della crittografia nella comunicazione moderna e dei governi nell’era digitale. Le proteste internazionali e il coinvolgimento di dati di alto profilo nel dibattito indicano che questo evento avrà conseguenze di vasta portata nella privacy digitale. Man mano che gli eventi si chiariranno e si capirà l’atteggiamento di Durov, sarà importante monitorare come si muoveranno l’industria tecnologica, l’opinione pubblica e i governi stessi. Oltre agli utenti di Telegram. Vedremo se Hezbollah, ad esempio, passerà in forze sulla cinese Wechat o resterà sulla piattaforma di Durov.
Parigi pubblica la lista delle accuse
Per capire l’immenso potere di Pavel Durov - il fondatore di Telegram arrestato sabato in Francia mentre scendeva dal suo aereo privato con la fidanzata Yulia Vavilova - bisogna andare in Olanda, in una vasta zona all’apparenza anonima, tra Rotterdam, Harlem e Amsterdam. In queste aree verdi, tra i canali delle cittadine di Leiden o Wassenaar, si trova la maggior parte degli indirizzi ip esposti, (circa 1.800 su quasi 10.000) della piattaforma di messaggistica criptata che vanta quasi 1 miliardo di utenti. Durov ha sempre rivendicato la totale libertà e segretezza di Telegram. I server fisici sono dislocati in tutto il mondo, anche a Dubai. La piattaforma di messaggistica è in possesso di un Asn (AS62041 - Telegram Messenger Inc) con sede nelle British Virgin Island. Eppure, basta leggere il capitolo sulla privacy per scoprire che la end-to-end encryption è usata esclusivamente per le chat segrete, mentre, per tutte le altre chat (gruppi e chat private) i dati sono altamente cifrati e le chiavi di cifratura sono segregate in diversi data center (diversi da dove risiede il dato) sotto diverse giurisdizioni. In pratica chi è in possesso di queste chiavi potrebbe decifrare tutti i dati presenti nei server Telegram appartenenti agli utenti.
Telegram è molto usato in Russia, Ucraina e nelle ex Repubbliche sovietiche. È diventato una fonte cruciale di informazioni nella guerra russo-ucraina e viene ampiamente utilizzato sia dai funzionari di Mosca che da quelli di Kiev: Telegram è di fatto il megafono dei campi di battaglia virtuale del conflitto in corso. È riposto qui tutto il potere di Durov, ovvero nel potenzialmente poter fornire alla Francia di Emmanuel Macron un tesoro di dati che spaziano dalle informazioni su gruppi terroristici o sul narcotraffico, fino alle strategie militari nelle guerre in corso fino ai segreti dell’intelligence.
Sicuramente l’arresto di Pavel Durov rappresenta un evento significativo con potenziali ripercussioni a livello geopolitico. Telegram, noto per le sue caratteristiche di privacy e sicurezza, è utilizzato da milioni di persone in tutto il mondo, inclusi cyber criminali, attivisti, giornalisti e individui interessati a proteggere le proprie comunicazioni. «Tuttavia, è importante notare che solo le chat segrete di Telegram utilizzano crittografia end-to-end, mentre le altre chat sono protette tramite crittografia client-server, rendendo eventualmente possibile la decifratura qualora in possesso delle chiavi utilizzate», ricorda Riccardo Michetti, senior threat intelligence analyst di Tinexta Cyber. «L’arresto di Durov potrebbe poi sollevare dubbi sulla sicurezza e sull’indipendenza delle piattaforme di messaggistica. La reputazione di difensore della privacy di Telegram potrebbe essere compromessa». Non è un caso che proprio domenica scorsa, secondo il canale di informazioni Baza, a Mosca sarebbero partiti i primi ordini tra i funzionari dell’amministrazione presidenziale, del governo e delle agenzie che si occupano di sicurezza a cancellare ogni tipo di conversazione. La notizia poi è stata smentita. Ma secondo il portale indipendente Meduza, l’ordine sarebbe stato effettivamente ricevuto anche da alti funzionari del ministero della Difesa. Il fatto che Durov sapesse di essere ricercato da anni (almeno dal 2015) sul territorio francese (per non aver mai collaborato con le autorità a moderare il traffico di messaggi su Telegram dove circola anche materiale pedopornografico), sta facendo pensare a un possibile accordo con Macron, anche in funzione geopolitica contro il presidente Vladimir Putin.
È noto che Durov sia andato via da Mosca nel 2014 per dissidi con il Cremlino. E che nel 2021 abbia ricevuto la cittadinanza francese. Proprio ieri Macron si è affrettato a ribadire che l’arresto «non è stato in alcun modo una decisione politica». Nel frattempo, ieri le autorità giudiziarie francesi hanno deciso di prorogare per altre 48 ore la detenzione del fondatore di Telegram, pubblicando i 12 capi d’imputazione che gli contestano: «Complicità», «rifiuto di comunicare» informazioni, «associazione a delinquere», «fornitura» e «importazione» di un mezzo di crittografia dalle caratteristiche illecite. Il trentanovenne franco-russo, accusato di aver creato una piattaforma Web per scopi come la diffusione di materiale pedopornagrafico ma anche riciclaggio, potrà essere detenuto fino a mercoledì. Al momento il Cremlino, che ieri ha smentito un presunto incontro a Baku tra Durov e Putin, continua a ribadire tramite il portavoce Dmitry Peskov di non essere a conoscenza delle accuse e preferisce non commentare. A Mosca circola un certo interesse sulla fidanzata di Durov, Yulia Vavilova, streamer, investitrice di criptovalute per un canale arabo. La donna è scomparsa dai social il 25 agosto, ma prima aveva postato su Instagram post a Dubai e Baku con un jet privato sullo sfondo. C’è chi sostiene che le autorità francesi abbiano scoperto i movimenti di Durov grazie a lei. Ma è anche possibile che nel reclamizzare la sua vita sui social non avesse nulla da temere. Forse proprio come il fidanzato.
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Sbirciando Telegram, gli 007 raccoglierebbero informazioni utili nei vari teatri bellici, da Kiev all’Africa. Perciò miliziani, tipo Hezbollah, potrebbero passare alle app cinesi.Dal rifiuto di collaborare all’associazione a delinquere: la Francia proroga il fermo del russo. E arriva una smentita dal Cremlino: «Nessun incontro a Baku con Putin».Lo speciale contiene due articoli.I militanti di Hezbollah in Libano, così come in Iran, piuttosto che in Iraq, comunicano tramite Telegram. La stessa cosa si può dire di Africa Corps, la ex Wagner russa, che negli ultimi sei anni ha quadruplicato la propria presenza in quella che un tempo si chiamava Francafrique. I mercenari russi hanno sostenuto colpi di stato e contribuito ad armare fazioni militari prima e dopo i golpe. Dal Mali al Niger, fino al Burkina Faso. L’intelligence francese ha fatto poco. Ha perso il treno del controllo politico e sul fronte del controllo digitale non ha toccato palla. Anche nel Donbass i militari russi usano Telegram. Persino per comunicazioni sensibili e per pianificare mosse che alle intelligence inglesi e che americane garberebbe molto leggere in tempo reale. Pavel Durov, fondatore della piattaforma, arrestato tre giorni fa all’aeroporto di Le Bourget a Parigi in arrivo dall’Azerbaigian assieme alla compagna Yulia Vaviolva, non ha mai aperto i rubinetti. Il che non significa in assoluto che è impossibile intercettare i telefoni su cui è installata l’app. Le unità specializzate israeliane lo fanno. È però un esercizio mirato. Va spedito un trojan, bucato il telefono del soggetto e da lì si legge all’interno. Il tema è però molto più ampio. Al di là delle comunicazioni end-to-end criptate con chiavi che utilizzano gli utenti, sembra proprio che la partita in gioco con l’arresto di Durov sia quella di poter hackerare un intero network regionale. Le intelligence occidentali vorrebbero poter setacciare a strascico interi network. Per capirsi, quelli utilizzati in Libano, come in Africa o nel Donbass. Gli Stati Uniti hanno preso una posizione forte sulle comunicazioni crittografate, specialmente quando si ritiene che siano usate da gruppi che rappresentano una minaccia per la sicurezza. Data la stretta collaborazione tra le nazioni occidentali su questioni di sicurezza e intelligence, è plausibile che la Francia abbia agito in concerto con i suoi alleati. Inoltre, in quanto cittadino russo, l’arresto di Durov potrebbe essere visto nel contesto delle preoccupazioni globali sulla sicurezza informatica, con la Russia spesso accusata di ospitare criminali informatici o di impegnarsi in hacking sponsorizzati dallo stato. Va ricordato che nel 2016 Apple e Fbi sono finite in tribunale. L’azienda negava la possibilità di utilizzare backdoor negli iPhone in uso a persone accusate di essere terroristi. Il procedimento ha portato Apple ad aprire i boccaporti, così in Cina la stessa azienda Usa ha disabilitato le funzioni Airdrop che consentono di passarsi dati tra apparecchi senza passare dalla rete. Inutile dire che il Partito comunista cinese non lo consente. Tutto deve passare dalla Rete per essere monitorato in tempo reale. Anche l’esperto Pierguido Iezzi, già sentito dalla Verità ieri, spiega con semplici parole come Telegram sia il sacro Graal dell’intelligence. «L’arresto del fondatore di Telegram rappresenta un evento critico per la sicurezza internazionale. Se le autorità francesi riuscissero a ottenere l’accesso ai dati della piattaforma, potrebbero disporre di una quantità enorme di informazioni strategiche», commenta. «Non parliamo di crimine organizzato, cybercrime, riciclaggio, pedopornografia e altro. Si tratta di comunicazioni riservate che potrebbero riguardare il mondo del terrorismo, i conflitti geopolitici in essere, come quello tra Russia e Ucraina o tra Hamas e Israele, ma anche informazioni economiche, militari e governative altamente sensibili fino a poter identificare attori e anche segreti personali di figure apicali». Iezzi, strategic business director di Tinexta cyber, desrcive così uno scenario che potrebbe mettere in discussione la neutralità di Telegram, trasformandolo in una risorsa strategica nelle mani di chi detiene il controllo sui suoi dati. «Le implicazioni per la privacy e la sicurezza delle comunicazioni sono enormi, così come le possibili conseguenze sulle relazioni internazionali, che potrebbero sfociare in scontri diplomatici su vasta scala». Il potenziale accesso a questi dati da parte delle autorità francesi potrebbe ridefinire gli equilibri di potere tra le nazioni e mettere anche alla prova la cooperazione tra i Paesi dell’Ue, che potrebbero rimanere esclusi, a differenza di Usa e Uk.Insomma, l’arresto di Durov poco ha a che fare con le motivazioni ufficiali, seppur vere. Da anni la piattaforma viene utilizzata da trafficanti, pedofili e altro genere di delinquenti. Nessuno si è mai particolarmente mosso per trovare una soluzione. Adesso però su Telegram si fanno le guerre. È una questione complessa e sfaccettata con significative implicazioni legali, politiche e sociali. Solleva domande critiche sull’equilibrio tra sicurezza nazionale e libertà individuali, il ruolo della crittografia nella comunicazione moderna e dei governi nell’era digitale. Le proteste internazionali e il coinvolgimento di dati di alto profilo nel dibattito indicano che questo evento avrà conseguenze di vasta portata nella privacy digitale. Man mano che gli eventi si chiariranno e si capirà l’atteggiamento di Durov, sarà importante monitorare come si muoveranno l’industria tecnologica, l’opinione pubblica e i governi stessi. Oltre agli utenti di Telegram. Vedremo se Hezbollah, ad esempio, passerà in forze sulla cinese Wechat o resterà sulla piattaforma di Durov.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/durov-telegram-2669077643.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="parigi-pubblica-la-lista-delle-accuse" data-post-id="2669077643" data-published-at="1724743881" data-use-pagination="False"> Parigi pubblica la lista delle accuse Per capire l’immenso potere di Pavel Durov - il fondatore di Telegram arrestato sabato in Francia mentre scendeva dal suo aereo privato con la fidanzata Yulia Vavilova - bisogna andare in Olanda, in una vasta zona all’apparenza anonima, tra Rotterdam, Harlem e Amsterdam. In queste aree verdi, tra i canali delle cittadine di Leiden o Wassenaar, si trova la maggior parte degli indirizzi ip esposti, (circa 1.800 su quasi 10.000) della piattaforma di messaggistica criptata che vanta quasi 1 miliardo di utenti. Durov ha sempre rivendicato la totale libertà e segretezza di Telegram. I server fisici sono dislocati in tutto il mondo, anche a Dubai. La piattaforma di messaggistica è in possesso di un Asn (AS62041 - Telegram Messenger Inc) con sede nelle British Virgin Island. Eppure, basta leggere il capitolo sulla privacy per scoprire che la end-to-end encryption è usata esclusivamente per le chat segrete, mentre, per tutte le altre chat (gruppi e chat private) i dati sono altamente cifrati e le chiavi di cifratura sono segregate in diversi data center (diversi da dove risiede il dato) sotto diverse giurisdizioni. In pratica chi è in possesso di queste chiavi potrebbe decifrare tutti i dati presenti nei server Telegram appartenenti agli utenti. Telegram è molto usato in Russia, Ucraina e nelle ex Repubbliche sovietiche. È diventato una fonte cruciale di informazioni nella guerra russo-ucraina e viene ampiamente utilizzato sia dai funzionari di Mosca che da quelli di Kiev: Telegram è di fatto il megafono dei campi di battaglia virtuale del conflitto in corso. È riposto qui tutto il potere di Durov, ovvero nel potenzialmente poter fornire alla Francia di Emmanuel Macron un tesoro di dati che spaziano dalle informazioni su gruppi terroristici o sul narcotraffico, fino alle strategie militari nelle guerre in corso fino ai segreti dell’intelligence. Sicuramente l’arresto di Pavel Durov rappresenta un evento significativo con potenziali ripercussioni a livello geopolitico. Telegram, noto per le sue caratteristiche di privacy e sicurezza, è utilizzato da milioni di persone in tutto il mondo, inclusi cyber criminali, attivisti, giornalisti e individui interessati a proteggere le proprie comunicazioni. «Tuttavia, è importante notare che solo le chat segrete di Telegram utilizzano crittografia end-to-end, mentre le altre chat sono protette tramite crittografia client-server, rendendo eventualmente possibile la decifratura qualora in possesso delle chiavi utilizzate», ricorda Riccardo Michetti, senior threat intelligence analyst di Tinexta Cyber. «L’arresto di Durov potrebbe poi sollevare dubbi sulla sicurezza e sull’indipendenza delle piattaforme di messaggistica. La reputazione di difensore della privacy di Telegram potrebbe essere compromessa». Non è un caso che proprio domenica scorsa, secondo il canale di informazioni Baza, a Mosca sarebbero partiti i primi ordini tra i funzionari dell’amministrazione presidenziale, del governo e delle agenzie che si occupano di sicurezza a cancellare ogni tipo di conversazione. La notizia poi è stata smentita. Ma secondo il portale indipendente Meduza, l’ordine sarebbe stato effettivamente ricevuto anche da alti funzionari del ministero della Difesa. Il fatto che Durov sapesse di essere ricercato da anni (almeno dal 2015) sul territorio francese (per non aver mai collaborato con le autorità a moderare il traffico di messaggi su Telegram dove circola anche materiale pedopornografico), sta facendo pensare a un possibile accordo con Macron, anche in funzione geopolitica contro il presidente Vladimir Putin. È noto che Durov sia andato via da Mosca nel 2014 per dissidi con il Cremlino. E che nel 2021 abbia ricevuto la cittadinanza francese. Proprio ieri Macron si è affrettato a ribadire che l’arresto «non è stato in alcun modo una decisione politica». Nel frattempo, ieri le autorità giudiziarie francesi hanno deciso di prorogare per altre 48 ore la detenzione del fondatore di Telegram, pubblicando i 12 capi d’imputazione che gli contestano: «Complicità», «rifiuto di comunicare» informazioni, «associazione a delinquere», «fornitura» e «importazione» di un mezzo di crittografia dalle caratteristiche illecite. Il trentanovenne franco-russo, accusato di aver creato una piattaforma Web per scopi come la diffusione di materiale pedopornagrafico ma anche riciclaggio, potrà essere detenuto fino a mercoledì. Al momento il Cremlino, che ieri ha smentito un presunto incontro a Baku tra Durov e Putin, continua a ribadire tramite il portavoce Dmitry Peskov di non essere a conoscenza delle accuse e preferisce non commentare. A Mosca circola un certo interesse sulla fidanzata di Durov, Yulia Vavilova, streamer, investitrice di criptovalute per un canale arabo. La donna è scomparsa dai social il 25 agosto, ma prima aveva postato su Instagram post a Dubai e Baku con un jet privato sullo sfondo. C’è chi sostiene che le autorità francesi abbiano scoperto i movimenti di Durov grazie a lei. Ma è anche possibile che nel reclamizzare la sua vita sui social non avesse nulla da temere. Forse proprio come il fidanzato.
Mentre sul lato della fiducia nelle istituzioni, il presidente della Repubblica è sempre in testa, ma viene sorpassato ampiamente da carabinieri, polizia e Guardia di finanza. Sono questi alcuni dei risultati delle ricerche condotte dall’Eurispes e condensate nel trentaseiesimo Rapporto Italia, presentato ieri dall’ente di ricerca guidato dal sociologo Gian Maria Fara. L’Italia del 2026 viene descritta come un Paese a «fragilità diffusa», dove il 47,8% dei cittadini prevede un peggioramento della situazione economica nei prossimi dodici mesi (oltre il 10% in più rispetto all’anno scorso). Ma prima di addentrarsi nella parte economica, vale la pena vedere i risultati dei sondaggi condotti dai ricercatori Eurispes anche in ambito politico, perché alcuni sono abbastanza sorprendenti, almeno per chi dà credito alle narrazioni dominanti.
Se si prende il bilancio Ue, con quel micidiale nuovo pilastro di ReArm Europe, un piano da 800 miliardi di investimenti in armamenti e infrastrutture da difesa da qui al 2030, si capisce quali sono le nuove priorità di Bruxelles. Dopo aver praticamente ammazzato l’automotive continentale con il Green deal e aver aperto le praterie europee alle case cinesi, la seconda Commissione Von der Leyen ha virato sulla produzione bellica, per la gioia delle esigenze di riconversione industriale degli amici tedeschi. Un’operazione così imponente aveva bisogno di un grande spavento e allora ci si è inventati che la Russia sta per invaderci. Giusto il tempo di spianare l’Ucraina e poi il progetto Erasmus e la Champions League, le due maggiori prove dell’esistenza dell’Ue, verranno interrotte dall’arrivo dell’Armata Rossa.
Ebbene, interpellata dal’Eurispes, la maggioranza degli italiani (61,8%) non crede che l’invasione dell’Ucraina sia il preludio di altri attacchi russi in Europa, mentre il 38,2% convive con questa paura. Il 52% pensa comunque che con l’invasione del febbraio 2022 Mosca abbia inaugurato un nuovo espansionismo, ma verso altri territori. L’altra faccia di questa enorme diffidenza per le priorità di Bruxelles è un giudizio negativo sull’Ue. Fara sostiene che «i lillipuziani che hanno immobilizzato il gigante europeo non sono nemici dell’Europa: sono i suoi stessi fondatori e custodi». Sono i governi nazionali, avari nella devoluzione di potere concreto, e le burocrazie di Bruxelles, «che hanno progressivamente trasformato lo strumento in fine, il mezzo in ostacolo, il regolamento in labirinto». Insomma, non è colpa del diritto di veto.
Tornando in Italia, sempre sul fronte delle istituzioni, il Rapporto registra il primato del presidente della Repubblica (61,8% di giudizi positivi) sul fronte della fiducia, mentre il Parlamento segue ben lontano (26,1%) e il governo si attesta al 32,1%. Sulla magistratura, il giudizio dei cittadini è spaccato a metà, come per la Chiesa cattolica, mentre c’è chi è anche più amato del Quirinale. Si tratta di carabinieri (70,2%), Guardia di finanza (71,7%), Polizia di Stato (66,8%) e forze armate in generale. Tra le altre istituzioni, quella che convince di più è l’università (73,7%). Ancora sul Colle, dice l’Eurispes che «gli italiani chiedono più potere al presidente della Repubblica per una democrazia più moderna». Voglia di presidenzialismo? Ah, saperlo.
Il lungo capitolo economico è probabilmente il meno sorprendente. Ma alcuni dati aiuteranno sicuramente la politica e i grandi decisori privati a farsi due conti e a capire le priorità.
Quasi la metà dei cittadini si aspetta per i prossimi 12 mesi un peggioramento della situazione economica del Paese, anche se la condizione economica dei cittadini resta stabile rispetto allo scorso anno. Più di sei italiani su dieci arrivano a fine mese con difficoltà e circa un terzo (33,1%) deve intaccare i propri risparmi. A mettere particolarmente in difficoltà le famiglie è l’affitto (45,6%), il vero incubo degli italiani. E poi ci sono coloro che vanno in crisi per il pagamento delle utenze (28,7%), del mutuo (27,2%) e per le spese mediche (25,5%). Ne consegue che per Eurispes il 60% dei nuclei familiari arriva a fine mese con il fiato corto e un terzo deve usare risparmi o somme ereditate, mentre due su dieci chiede prestiti. Confermata la crescente rinuncia a visite specialistiche, di prevenzione (uno su tre) e perfino alle spese veterinarie.
Tra i fenomeni sociali, infine, da segnalare che il maggior numero di divorzi ormai si concentra nella fascia di età tra i 45 e i 55 anni, e che tra il 2008 e il 2022 sono triplicati i divorziati ultracinquantenni. Non ci sono evidenze che anche l’attacco al matrimonio sia imputabile a Mosca.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 29 maggio con Carlo Cambi
Antonio Tajani (Ansa)
Il gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo lo fanno la Lega e Forza Italia, con Fratelli d’Italia che veste l’abito del mediatore. «La Lega», recita un comunicato del Carroccio diffuso l’altro ieri, «è assolutamente contraria ad ogni ipotesi di adesione dell’Ucraina all’Unione europea. Oltre a non avere i requisiti necessari, che altri mesi hanno o stanno per ottenere dopo anni di lavoro, Kiev nella Ue rappresenterebbe un danno economico e sociale di enormi proporzioni».
Un «no» lapidario e incondizionato, dunque, da Matteo Salvini. Ma ecco che arriva l’altro vicepremier, Antonio Tajani, a rassicurare gli italiani favorevoli all’ingresso di Kiev nella Ue: «Il governo», sottolinea il ministro degli Esteri, «è favorevole all’adesione dell’Ucraina all’Unione europea, il problema è di tempi. Si sta studiando a livello europeo qual è la formula migliore, ci sono tante proposte sul tavolo, ma ripeto: bene l’Ucraina, noi l’aiuteremo, ma è importante non mettere in un angolo l’adesione dei Balcani occidentali, tenendo presente che per noi è una priorità». Tornando all’Ucraina, «noi», aggiunge Tajani, «dobbiamo cominciare ad aprire i tavoli sui vari settori per aderire all’Unione europea. Abbiamo detto che c’è un tema che riguarda la corruzione. Durante l’incontro che ho avuto con Zelensky un mese fa, ho concordato una partecipazione anche della Guardia di Finanza per aiutare l’Ucraina a contrastare questo fenomeno».
Tocca a Giovanni Donzelli, mediatore per eccellenza di Fdi, dare ragione a tutti e due gli alleati, in perfetto stile democristiano (nella accezione nobile del termine): «Sicuramente», argomenta Donzelli, «il sostegno all’Ucraina è per noi fondamentale. È chiaro che un ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea in questo momento, e non in una condizione di raggiunta pace con la Russia, vorrebbe dire estendere la guerra a tutta l’Europa, per quelle che sono le norme europee e quelli che sono gli accordi internazionali. Quindi, finché non viene raggiunta la pace, è comprensibile la posizione che auspica Salvini. Raggiunta la pace», aggiunge Donzelli, «è invece ben comprensibile la posizione che auspica Tajani di un ingresso dell’Ucraina in Europa. Quindi dipende dal momento in cui si prende in considerazione l’ingresso».
E le opposizioni? Divise pure loro, con la differenza sostanziale che nel centrosinistra le lacerazioni interne non vengono praticamente mai ricomposte: «Fare entrare oggi l’Ucraina in Europa», sottolinea il leader del M5s Giuseppe Conte, «non è all’ordine del giorno. L’Ucraina io credo che non possa entrare in Europa, adesso non ci sono le condizioni. Peraltro c’è un problema serio per l’Europa che non riguarda solo l’Ucraina ma anche gli altri Paesi: un’Europa a 27 già oggi è un’Europa ormai sparita, che non ha voce, che nelle crisi internazionali non è pervenuta. C’è un deficit politico dell’Europa che riguarda anche le regole di funzionamento», aggiunge Conte, «a partire dall’unanimità. Oggi prevedere altri nuovi Paesi senza rivedere il quadro è assolutamente non raccomandabile. Secondo me si può pensare per l’Ucraina e altri Paesi lo statuto in prospettiva di partner privilegiato, che significherebbe avere la possibilità di godere di benefici reciprocamente, ma gestendo queste partnership con molta attenzione. Anche perché», conclude, «sapete che se l’Ucraina domani mattina entrasse in Europa noi avremmo un impatto devastante su alcuni settori di attività a partire dall’agricoltura». E arriva immediatamente la polemica del Pd: «Vedo che, come la Lega», sottolinea il senatore Dem Filippo Sensi, «anche per il M5s per l’ingresso dell’Ucraina nella Ue ci vorrebbero dei requisiti. Immagino non bastino quattro anni di resistenza a difesa dell’Europa dalle bombe russe. Ci vuole una gran fegato per fare il gioco dell’aggressore, appellandosi ai codicilli. Gialloverdi una volta, gialloverdi sempre».
Intanto, piovono critiche su Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea, che attraverso una lettera indirizzata ai ministri Ue responsabili della coesione e alle Regioni europee a intraprendere uno sforzo per riprogrammare i fondi per la coesione per far fronte alla crisi energetica. «I fondi di coesione non sono un bancomat», risponde a Fitto la presidente del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tutto, «e sono già stati impegnati».
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Donald Trump (Ansa)
Secondo i termini dell’intesa, le due parti prorogherebbero la tregua di 60 giorni: in questa finestra temporale, l’Iran riaprirebbe Hormuz, mentre Washington revocherebbe il blocco navale ai porti della Repubblica islamica. Inizierebbero quindi le trattative sul nucleare, con Teheran che si impegnerebbe a non conseguire la bomba atomica. Dall’altra parte, gli Usa aprirebbero la discussione sul possibile allentamento delle sanzioni. Infine, l’eventuale intesa comporterebbe la conclusione del conflitto tra Israele ed Hezbollah in Libano, mentre sarebbe previsto una sorta di meccanismo di aiuti umanitari a favore dell’Iran. Stando a quanto riferito dal Jerusalem Post, la mancata approvazione di Trump alla bozza d’intesa sarebbe legata al fatto che la Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, non avrebbe ancora dato il proprio ok al documento. Documento che vedrebbe invece favorevoli l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e il presidente del parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf.
Nel mentre, il governo di Islamabad continua a premere a favore di una soluzione diplomatica. Non a caso, il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, si recherà oggi a Washington, per incontrare il segretario di Stato americano, Marco Rubio. I due parleranno con ogni probabilità del possibile accordo tra Stati Uniti e Iran. Del resto, anche Mosca, ieri, è tornata ad auspicare la diplomazia, con il ministero degli Esteri russo che ha esortato i due contendenti a dialogare, evitando un’escalation.
Il punto è che, sempre ieri, la tensione è tornata a salire, E infatti il cessate il fuoco tra Washington e Teheran ha cominciato seriamente a scricchiolare. Le Guardie della rivoluzione iraniana hanno reso noto di aver condotto un attacco contro una base aerea americana in Kuwait. In particolare, i pasdaran hanno presentato l’operazione bellica come una ritorsione nei confronti degli Stati Uniti, che, oltre ad abbattere quattro droni militari di Teheran nello Stretto di Hormuz, avevano anche colpito il sito militare iraniano di Bandar Abbas. Azioni, quelle di Washington, che un funzionario statunitense aveva definito «misurate, puramente difensive e volte a mantenere il cessate il fuoco». La fibrillazione è rimasta particolarmente alta, anche perché, sempre ieri, le Guardie della rivoluzione hanno minacciato una «risposta ferma» in caso di ulteriori atti militari da parte di Washington. Nel mentre, il Consiglio di cooperazione del Golfo ha condannato quelli che ha definito gli «attacchi criminali iraniani» contro il Kuwait.
D’altronde, al di là del nucleare, Hormuz resta lo scoglio principale per arrivare a un accordo tra Washington e Teheran. L’altro ieri, il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato sanzioni contro l’Autorità per lo Stretto del Golfo Persico: il nuovo ente iraniano che dovrebbe sovrintendere alla gestione dello Stretto. Nelle stesse ore, Trump minacciava di far «saltare in aria» l’Oman, commentando le trattative in corso tra Teheran e Muscat per l’eventuale introduzione di pedaggi a Hormuz. «L’Oman deve sapere che il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti prenderà di mira con fermezza qualsiasi soggetto coinvolto, direttamente o indirettamente, nel facilitare l’imposizione di pedaggi sullo Stretto, e qualsiasi partner che si renda disponibile verrà penalizzato», ha aggiunto, ieri, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent.
A complicare ulteriormente il quadro sta inoltre la recrudescenza della crisi libanese. Ieri, l’Idf ha effettuato il primo bombardamento su Beirut da tre settimane a questa parte. Non è un mistero che l’Iran abbia sovente legato un eventuale accordo diplomatico con Washington alla risoluzione della questione libanese. Del resto, come abbiamo visto, la bozza d’intesa visionata da Axios comporterebbe anche la cessazione delle ostilità tra Israele ed Hezbollah. Il nuovo attacco israeliano sulla capitale del Paese dei Cedri rischia quindi di rendere ancora più in salita la diplomazia tra Stati Uniti e Iran. Tra l’altro, è abbastanza noto come Benjamin Netanyahu guardi con sospetto ai negoziati tra la Casa Bianca e gli ayatollah. Ieri il premier israeliano ha anche dichiarato di aver ordinato alle forze armate di prendere il controllo del 70% della Striscia di Gaza.
Al netto delle difficoltà, ci sono comunque alcune ragioni di ottimismo per quanto concerne la possibilità di un’intesa. Trump ha bisogno di chiudere il conflitto sia per evitare di impantanarsi sia per far abbassare il costo dell’energia. Dall’altra parte, il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, teme gli effetti economici della pressione statunitense sul regime khomeinista. In particolare, secondo il Wall Street Journal, Teheran starebbe facendo sempre più fatica ad affrontare le conseguenze sia delle sanzioni che del blocco navale statunitense. Il che potrebbe indebolire la posizione dei pasdaran, da sempre favorevoli alla linea dura nei confronti di Washington, rafforzando invece quella di Pezeshkian, che è maggiormente aperto alla possibilità di un’intesa con gli americani.
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