2021-01-14
Ho avuto l’onore di duettare a palazzo con l’imperatrice
Koichi Kamoshida/Getty Images
Sono stato varie volte in Giappone per la mia attività concertistica. Quando si viene a contatto con la società giapponese, si ha l'impressione che tutto funzioni. C'è una cura quasi maniacale per il dettaglio, e lo si percepisce da ogni cosa: dall'accoglienza deferente e attenta, per esempio, dai gesti calcolati e misteriosi della cerimonia del tè, dall'osservanza della tradizione, costruita sulla sintesi tra artificio e raffinatezza… Tutto questo si traduce in uno stile di vita e di conoscenza, in un Paese che attribuisce grande valore alla cultura. Nello specifico, si comprende bene quale ruolo abbia rivestito la cultura musicale, con l'assimilazione di modelli di origine occidentale, nella fase di modernizzazione necessaria allo sviluppo del Paese.
L'attività musicale in Giappone è viva e differenziata, ricca anche in confronto agli standard europei: le istituzioni concertistiche, le orchestre, le manifestazioni e le università musicali sono molte. Buona parte della popolazione coltiva la passione per la musica: si pratica attivamente lo studio degli strumenti, sorgono complessi cameristici amatoriali, piccole orchestre e gruppi corali, e ci sono solisti non professionisti in genere ben preparati. Anche i luoghi dove si svolge la pratica musicale - le sale da concerto, di registrazione, e i teatri - sono un esempio di funzionalità, di perfezione acustica e di raffinata tecnologia al servizio della musica.
È nota la mia intransigenza in fatto di resa e ricerca del «bel» suono; ma quando ho suonato nelle sale da concerto e nei teatri di Tokyo e in altre città del Giappone, ho provato gioia. Avevo la certezza di poter dare il meglio di me poiché in questi ambienti il suono, elemento fondamentale della musica, è curato con attenzione. Qualche tempo fa, ero in tournée a Tokyo. Avevo appena concluso un recital: avevo eseguito musiche classiche e romantiche con la mia partner giapponese Shuku Iwasaki, ottima musicista che aveva frequentato i corsi dell'Accademia Chigiana collaborando con Casals e altri maestri. Ero in camerino quando arriva un giovane rispettoso, dai modi cortesi e raffinati. Si complimenta con me per l'interpretazione di una Sonata per violino solo di Bach. Mi disse che suonava la viola e amava moltissimo la musica da camera, perché era un'occasione d'incontro. Si presentò con semplicità dicendomi che era il figlio dell'imperatore e che sarebbe stato onorato se avessi accettato l'invito a recarmi al palazzo imperiale. La mia partner aveva osservato sorridendo tutta la scena. Era l'insegnante di pianoforte dell'imperatrice e organizzò un incontro per il pomeriggio del giorno successivo. Mi venne inviata una macchina che mi avrebbe condotto al palazzo. La residenza imperiale sorgeva nel centro di Tokyo ed era circondata da un grande parco e da un corso d'acqua. L'edificio, in stile antico giapponese, aveva molte rifiniture in legno e presentava un'architettura essenziale. L'interno era spazioso, arredato sobriamente con mobili bassi, quasi invisibili, e porte scorrevoli alle pareti. Percorsi un lungo corridoio su un tappeto bianco e morbido: avevo l'impressione di camminare su una nuvola. L'imperatrice mi accolse con cortesia e riservatezza. Vennero offerti il tè, alcuni minuscoli spicchi di frutta e un pasticcino, posto su un piattino microscopico.
In Giappone più si è raffinati e meno ci si nutre; e il cibo è sempre e comunque all'insegna della miniatura. Chiesi all'imperatrice se volesse suonare qualcosa con me; mi rispose di sì con gioia, pregandomi di scusarla, perché la sua esecuzione non sarebbe risultata impeccabile. Iniziammo con l'Ave Maria di Charles Gounod. Poi le proposi una Sonata di Mozart, più impegnativa. L'imperatrice la eseguì con diligenza ma con una certa timidezza: le suggerii di dare vita e libertà al fraseggio e di assecondare meglio le mie intenzioni interpretative. Ripetemmo il brano dall'inizio e lei eseguì con precisione ogni mio suggerimento, tanto che, alla fine, mi congratulai. «Complimenti, maestà», le dissi. Sorrise con la gioia di un'adolescente. «È troppo bello», rispose, «voglio chiamare l'imperatore». Entrò in una stanza e tornò, accompagnata dal marito, in convalescenza per un piccolo intervento chirurgico. Ero emozionato: avere davanti il simbolo nazionale del Giappone non è cosa da tutti i giorni. L'imperatore mi salutò affabilmente. Suonava il violoncello e mi pose molte domande sul mio strumento: dove e come era fatto, che tipo di suono aveva… Ritenni di far cosa gradita all'imperatrice invitandola a partecipare al mio festival a Roma per eseguirvi un programma a sua scelta. Lei si rivolse al marito: disse che ne sarebbe stata felice, ma l'imperatore rispose che spettava al governo valutare una tale opportunità, come accadeva per ogni vicenda, anche la più semplice, che riguardasse la famiglia imperiale. Visto che anche l'organizzazione delle vacanze era di pertinenza governativa, l'imperatrice mi fece osservare che il «cambiamento d'aria» non era necessario, poiché l'aria respirata nel parco della residenza imperiale era già molto salubre. Le feci notare che intorno al parco c'era una metropoli di venti milioni di abitanti; e capii che l'imperatore e l'imperatrice erano meno liberi di un cittadino comune.
A sera mi accomiatai da loro e li ringraziai, esprimendo il desiderio di trascorrere insieme altri momenti musicali così piacevoli. Loro mi accompagnarono alla macchina e rimasero a salutarmi mentre la vettura si allontanava. Solo con i miei pensieri, rientravo nel mondo. Ho pensato, mentre le loro figure si allontanavano, che un momento del genere non si sarebbe mai più ripetuto nella mia vita… Un commiato degli imperatori del Giappone. La città mi sfrecciava attorno.
Ho ripensato spesso al Giappone quando ho avuto la gioia di tenere corsi all'Accademia Chigiana di Siena. Tra gli allievi c'era la straordinaria violinista giapponese Sayaka Shoji, che ebbe il primo premio Paganini a 16 anni appena. Era impeccabile, non dava mai il minimo segno di stanchezza durante le lezioni, anche dopo un viaggio di 18 ore dal Giappone con cambiamento di fuso orario. Alle lezioni assisteva la madre di Sayaka, che annotava su un quaderno tutti i suggerimenti interpretativi e tecnici che io davo a sua figlia, in modo da non perdere nulla di quanto veniva detto.
Quel che ammiro nei giapponesi è proprio questa capacità incredibile di sacrificio, di serietà e umiltà, il desiderio di imparare e assorbire le tradizioni delle altre culture.
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In tournée in Giappone, fui invitato a suonare con la moglie di Akihito. Alla fine mi congratulai: «Complimenti, maestà».Sono stato varie volte in Giappone per la mia attività concertistica. Quando si viene a contatto con la società giapponese, si ha l'impressione che tutto funzioni. C'è una cura quasi maniacale per il dettaglio, e lo si percepisce da ogni cosa: dall'accoglienza deferente e attenta, per esempio, dai gesti calcolati e misteriosi della cerimonia del tè, dall'osservanza della tradizione, costruita sulla sintesi tra artificio e raffinatezza… Tutto questo si traduce in uno stile di vita e di conoscenza, in un Paese che attribuisce grande valore alla cultura. Nello specifico, si comprende bene quale ruolo abbia rivestito la cultura musicale, con l'assimilazione di modelli di origine occidentale, nella fase di modernizzazione necessaria allo sviluppo del Paese.L'attività musicale in Giappone è viva e differenziata, ricca anche in confronto agli standard europei: le istituzioni concertistiche, le orchestre, le manifestazioni e le università musicali sono molte. Buona parte della popolazione coltiva la passione per la musica: si pratica attivamente lo studio degli strumenti, sorgono complessi cameristici amatoriali, piccole orchestre e gruppi corali, e ci sono solisti non professionisti in genere ben preparati. Anche i luoghi dove si svolge la pratica musicale - le sale da concerto, di registrazione, e i teatri - sono un esempio di funzionalità, di perfezione acustica e di raffinata tecnologia al servizio della musica.È nota la mia intransigenza in fatto di resa e ricerca del «bel» suono; ma quando ho suonato nelle sale da concerto e nei teatri di Tokyo e in altre città del Giappone, ho provato gioia. Avevo la certezza di poter dare il meglio di me poiché in questi ambienti il suono, elemento fondamentale della musica, è curato con attenzione. Qualche tempo fa, ero in tournée a Tokyo. Avevo appena concluso un recital: avevo eseguito musiche classiche e romantiche con la mia partner giapponese Shuku Iwasaki, ottima musicista che aveva frequentato i corsi dell'Accademia Chigiana collaborando con Casals e altri maestri. Ero in camerino quando arriva un giovane rispettoso, dai modi cortesi e raffinati. Si complimenta con me per l'interpretazione di una Sonata per violino solo di Bach. Mi disse che suonava la viola e amava moltissimo la musica da camera, perché era un'occasione d'incontro. Si presentò con semplicità dicendomi che era il figlio dell'imperatore e che sarebbe stato onorato se avessi accettato l'invito a recarmi al palazzo imperiale. La mia partner aveva osservato sorridendo tutta la scena. Era l'insegnante di pianoforte dell'imperatrice e organizzò un incontro per il pomeriggio del giorno successivo. Mi venne inviata una macchina che mi avrebbe condotto al palazzo. La residenza imperiale sorgeva nel centro di Tokyo ed era circondata da un grande parco e da un corso d'acqua. L'edificio, in stile antico giapponese, aveva molte rifiniture in legno e presentava un'architettura essenziale. L'interno era spazioso, arredato sobriamente con mobili bassi, quasi invisibili, e porte scorrevoli alle pareti. Percorsi un lungo corridoio su un tappeto bianco e morbido: avevo l'impressione di camminare su una nuvola. L'imperatrice mi accolse con cortesia e riservatezza. Vennero offerti il tè, alcuni minuscoli spicchi di frutta e un pasticcino, posto su un piattino microscopico.In Giappone più si è raffinati e meno ci si nutre; e il cibo è sempre e comunque all'insegna della miniatura. Chiesi all'imperatrice se volesse suonare qualcosa con me; mi rispose di sì con gioia, pregandomi di scusarla, perché la sua esecuzione non sarebbe risultata impeccabile. Iniziammo con l'Ave Maria di Charles Gounod. Poi le proposi una Sonata di Mozart, più impegnativa. L'imperatrice la eseguì con diligenza ma con una certa timidezza: le suggerii di dare vita e libertà al fraseggio e di assecondare meglio le mie intenzioni interpretative. Ripetemmo il brano dall'inizio e lei eseguì con precisione ogni mio suggerimento, tanto che, alla fine, mi congratulai. «Complimenti, maestà», le dissi. Sorrise con la gioia di un'adolescente. «È troppo bello», rispose, «voglio chiamare l'imperatore». Entrò in una stanza e tornò, accompagnata dal marito, in convalescenza per un piccolo intervento chirurgico. Ero emozionato: avere davanti il simbolo nazionale del Giappone non è cosa da tutti i giorni. L'imperatore mi salutò affabilmente. Suonava il violoncello e mi pose molte domande sul mio strumento: dove e come era fatto, che tipo di suono aveva… Ritenni di far cosa gradita all'imperatrice invitandola a partecipare al mio festival a Roma per eseguirvi un programma a sua scelta. Lei si rivolse al marito: disse che ne sarebbe stata felice, ma l'imperatore rispose che spettava al governo valutare una tale opportunità, come accadeva per ogni vicenda, anche la più semplice, che riguardasse la famiglia imperiale. Visto che anche l'organizzazione delle vacanze era di pertinenza governativa, l'imperatrice mi fece osservare che il «cambiamento d'aria» non era necessario, poiché l'aria respirata nel parco della residenza imperiale era già molto salubre. Le feci notare che intorno al parco c'era una metropoli di venti milioni di abitanti; e capii che l'imperatore e l'imperatrice erano meno liberi di un cittadino comune.A sera mi accomiatai da loro e li ringraziai, esprimendo il desiderio di trascorrere insieme altri momenti musicali così piacevoli. Loro mi accompagnarono alla macchina e rimasero a salutarmi mentre la vettura si allontanava. Solo con i miei pensieri, rientravo nel mondo. Ho pensato, mentre le loro figure si allontanavano, che un momento del genere non si sarebbe mai più ripetuto nella mia vita… Un commiato degli imperatori del Giappone. La città mi sfrecciava attorno.Ho ripensato spesso al Giappone quando ho avuto la gioia di tenere corsi all'Accademia Chigiana di Siena. Tra gli allievi c'era la straordinaria violinista giapponese Sayaka Shoji, che ebbe il primo premio Paganini a 16 anni appena. Era impeccabile, non dava mai il minimo segno di stanchezza durante le lezioni, anche dopo un viaggio di 18 ore dal Giappone con cambiamento di fuso orario. Alle lezioni assisteva la madre di Sayaka, che annotava su un quaderno tutti i suggerimenti interpretativi e tecnici che io davo a sua figlia, in modo da non perdere nulla di quanto veniva detto.Quel che ammiro nei giapponesi è proprio questa capacità incredibile di sacrificio, di serietà e umiltà, il desiderio di imparare e assorbire le tradizioni delle altre culture.
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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Un'articolata e complessa indagine ha permesso di assicurare alla giustizia i presunti responsabili della violenta rapina in abitazione consumata la notte tra l'11 e il 12 marzo 2025 ai danni di due coniugi a Malo (VI). Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Vicenza, Matteo Mantovani, su richiesta del Sostituto Procuratore. Hans Roderich Blattner che ha coordinato le indagini, ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di quattro individui. Gli indagati sono ritenuti gravemente indiziati, a vario titolo, dei reati di concorso in rapina pluriaggravata e furto. L'operazione è scattata alle prime ore di oggi tra Torrebelvicino (VI), Pontedera (PI) e Pisa. Ha visto l'impiego di oltre 100 Carabinieri dei Comandi Provinciali di Vicenza e Pisa, supportati da due squadre delle Aliquote di Primo Intervento (Api), dalle Squadre Operative di Supporto (Sos) e da unità cinofile.
L'incubo per la coppia di coniugi ha avuto inizio intorno alle 23:40, quando un commando composto da quattro uomini, vestiti di nero e con il volto coperto da passamontagna ha fatto irruzione nella villa, cogliendo di sorpresa il proprietario mentre faceva uscire il cane in giardino. Le vittime sono state brutalmente immobilizzate e legate ai polsi e alle caviglie con fili del telefono e lacci di scarpe. Il marito è stato inoltre torturato con getti d’acqua gelata. Sotto la costante minaccia di un bisturi puntato al volto della donna, i rapinatori hanno costretto i coniugi a consegnare le chiavi delle casseforti, razziando un bottino stimato in non meno di 50.000 euro. Tra i beni sottratti figurano orologi di lusso ( Piaget, Baume & Mercier e Longines), gioielli e pietre preziose risalenti agli anni '60. Le indagini, condotte in perfetta sinergia dal Nucleo Investigativo di Vicenza e dalla Compagnia di Schio, hanno svelato un piano criminale meticolosamente architettato. Il commando, partito dalla provincia di Pisa, si è mosso a bordo di un'autovettura DR5 noleggiata in aeroporto. Per il noleggio sono state utilizzate patenti e documenti serbi contraffatti, intestati all'identità fittizia di un inesistente Elia Simic, sui quali era stata applicata la foto di un soggetto all'epoca latitante. Per eludere i controlli, il gruppo ha comunicato esclusivamente tramite schede telefoniche "dedicate", intestate a prestanome stranieri. Una volta giunti nel Vicentino, i criminali hanno asportato le targhe da un'auto in sosta a Schio per applicarle tramite fascette da elettricista al veicolo a noleggio, muovendosi così verso l'obiettivo. L'incrocio tra i dati dei sistemi di videosorveglianza stradale, i tracciati Gps satellitari della vettura e l'analisi tempestiva delle celle telefoniche ha permesso agli inquirenti di ricostruire l'esatto percorso dei malviventi. La svolta scientifica è arrivata grazie al Ris (Reparto Investigazioni Scientifiche) di Parma, che attraverso complessi riscontri tecnici è riuscito a esaltare e identificare le impronte digitali lasciate da due dei trasfertisti toscani sulla scena del crimine. L’attività investigativa ha così svelato anche il ruolo chiave di un quarto complice, un uomo residente a Torrebelvicino (VI).
L'indagato ha funto da basista sul territorio, fornendo supporto logistico e un rifugio sicuro alla banda prima e dopo il colpo, mettendosi anche alla guida dell'auto nell'area scledense. Considerata la scaltrezza, la gravità dei fatti, l'uso di armi e il concreto e attualissimo pericolo di reiterazione dei reati – essendo tutti gli indagati gravati da plurimi precedenti e privi di stabile attività lavorativa – il Gip ha ritenuto inidonea qualsiasi misura alternativa, ordinando la custodia in carcere. Nel corso delle indagini sulla rapina di Malo, i Carabinieri hanno scoperto un inquietante retroscena. Due degli indagati, insieme ad altri due complici toscani, la sera del 18 marzo 2025 si erano introdotti in una villa a Verona, violando i sigilli giudiziari. Si tratta dell'abitazione in cui, appena tre giorni prima, erano stati rinvenuti i cadaveri mummificati di due coniugi, motivo per cui l’intera proprietà era sotto sequestro. Quella sera, l'allarme lanciato da alcuni cittadini aveva provocato il pronto intervento delle Forze dell'Ordine, costringendo i malfattori a fuggire a piedi e ad abbandonare sul posto sia gli attrezzi da scasso sia l'auto (di proprietà del padre di uno degli indagati, che per precostituirsi un alibi ne aveva denunciato il furto al 112 quella sera stessa). Anche in quell'occasione, dopo essersi nascosti in zona, i fuggitivi avevano contattato il basista di Torrebelvicino. Quest'ultimo era partito nella notte alla volta di Verona per recuperarli e ospitarli a casa sua, in attesa che un'auto «di staffetta» arrivasse dalla Toscana per riportarli a Pisa.
Sebbene nella villa di Verona siano stati trovati chiari segni di rovistamento rispetto al sopralluogo giudiziario di pochi giorni prima, ad oggi non è stato possibile stabilire se siano stati effettivamente rubati dei preziosi: i due coniugi deceduti vivevano infatti in estremo isolamento sociale e non avevano parenti prossimi in grado di fornire un inventario dei beni. «Si rappresenta che la misura è stata adottata di iniziativa da parte del Comando procedente e che per il principio della presunzione di innocenza, la colpevolezza delle persone sottoposte ad indagine in relazione alla vicenda sarà definitivamente accertata solo ove intervenga sentenza irrevocabile di condanna o forme analoghe»
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