2021-01-14
Ho avuto l’onore di duettare a palazzo con l’imperatrice
Koichi Kamoshida/Getty Images
Sono stato varie volte in Giappone per la mia attività concertistica. Quando si viene a contatto con la società giapponese, si ha l'impressione che tutto funzioni. C'è una cura quasi maniacale per il dettaglio, e lo si percepisce da ogni cosa: dall'accoglienza deferente e attenta, per esempio, dai gesti calcolati e misteriosi della cerimonia del tè, dall'osservanza della tradizione, costruita sulla sintesi tra artificio e raffinatezza… Tutto questo si traduce in uno stile di vita e di conoscenza, in un Paese che attribuisce grande valore alla cultura. Nello specifico, si comprende bene quale ruolo abbia rivestito la cultura musicale, con l'assimilazione di modelli di origine occidentale, nella fase di modernizzazione necessaria allo sviluppo del Paese.
L'attività musicale in Giappone è viva e differenziata, ricca anche in confronto agli standard europei: le istituzioni concertistiche, le orchestre, le manifestazioni e le università musicali sono molte. Buona parte della popolazione coltiva la passione per la musica: si pratica attivamente lo studio degli strumenti, sorgono complessi cameristici amatoriali, piccole orchestre e gruppi corali, e ci sono solisti non professionisti in genere ben preparati. Anche i luoghi dove si svolge la pratica musicale - le sale da concerto, di registrazione, e i teatri - sono un esempio di funzionalità, di perfezione acustica e di raffinata tecnologia al servizio della musica.
È nota la mia intransigenza in fatto di resa e ricerca del «bel» suono; ma quando ho suonato nelle sale da concerto e nei teatri di Tokyo e in altre città del Giappone, ho provato gioia. Avevo la certezza di poter dare il meglio di me poiché in questi ambienti il suono, elemento fondamentale della musica, è curato con attenzione. Qualche tempo fa, ero in tournée a Tokyo. Avevo appena concluso un recital: avevo eseguito musiche classiche e romantiche con la mia partner giapponese Shuku Iwasaki, ottima musicista che aveva frequentato i corsi dell'Accademia Chigiana collaborando con Casals e altri maestri. Ero in camerino quando arriva un giovane rispettoso, dai modi cortesi e raffinati. Si complimenta con me per l'interpretazione di una Sonata per violino solo di Bach. Mi disse che suonava la viola e amava moltissimo la musica da camera, perché era un'occasione d'incontro. Si presentò con semplicità dicendomi che era il figlio dell'imperatore e che sarebbe stato onorato se avessi accettato l'invito a recarmi al palazzo imperiale. La mia partner aveva osservato sorridendo tutta la scena. Era l'insegnante di pianoforte dell'imperatrice e organizzò un incontro per il pomeriggio del giorno successivo. Mi venne inviata una macchina che mi avrebbe condotto al palazzo. La residenza imperiale sorgeva nel centro di Tokyo ed era circondata da un grande parco e da un corso d'acqua. L'edificio, in stile antico giapponese, aveva molte rifiniture in legno e presentava un'architettura essenziale. L'interno era spazioso, arredato sobriamente con mobili bassi, quasi invisibili, e porte scorrevoli alle pareti. Percorsi un lungo corridoio su un tappeto bianco e morbido: avevo l'impressione di camminare su una nuvola. L'imperatrice mi accolse con cortesia e riservatezza. Vennero offerti il tè, alcuni minuscoli spicchi di frutta e un pasticcino, posto su un piattino microscopico.
In Giappone più si è raffinati e meno ci si nutre; e il cibo è sempre e comunque all'insegna della miniatura. Chiesi all'imperatrice se volesse suonare qualcosa con me; mi rispose di sì con gioia, pregandomi di scusarla, perché la sua esecuzione non sarebbe risultata impeccabile. Iniziammo con l'Ave Maria di Charles Gounod. Poi le proposi una Sonata di Mozart, più impegnativa. L'imperatrice la eseguì con diligenza ma con una certa timidezza: le suggerii di dare vita e libertà al fraseggio e di assecondare meglio le mie intenzioni interpretative. Ripetemmo il brano dall'inizio e lei eseguì con precisione ogni mio suggerimento, tanto che, alla fine, mi congratulai. «Complimenti, maestà», le dissi. Sorrise con la gioia di un'adolescente. «È troppo bello», rispose, «voglio chiamare l'imperatore». Entrò in una stanza e tornò, accompagnata dal marito, in convalescenza per un piccolo intervento chirurgico. Ero emozionato: avere davanti il simbolo nazionale del Giappone non è cosa da tutti i giorni. L'imperatore mi salutò affabilmente. Suonava il violoncello e mi pose molte domande sul mio strumento: dove e come era fatto, che tipo di suono aveva… Ritenni di far cosa gradita all'imperatrice invitandola a partecipare al mio festival a Roma per eseguirvi un programma a sua scelta. Lei si rivolse al marito: disse che ne sarebbe stata felice, ma l'imperatore rispose che spettava al governo valutare una tale opportunità, come accadeva per ogni vicenda, anche la più semplice, che riguardasse la famiglia imperiale. Visto che anche l'organizzazione delle vacanze era di pertinenza governativa, l'imperatrice mi fece osservare che il «cambiamento d'aria» non era necessario, poiché l'aria respirata nel parco della residenza imperiale era già molto salubre. Le feci notare che intorno al parco c'era una metropoli di venti milioni di abitanti; e capii che l'imperatore e l'imperatrice erano meno liberi di un cittadino comune.
A sera mi accomiatai da loro e li ringraziai, esprimendo il desiderio di trascorrere insieme altri momenti musicali così piacevoli. Loro mi accompagnarono alla macchina e rimasero a salutarmi mentre la vettura si allontanava. Solo con i miei pensieri, rientravo nel mondo. Ho pensato, mentre le loro figure si allontanavano, che un momento del genere non si sarebbe mai più ripetuto nella mia vita… Un commiato degli imperatori del Giappone. La città mi sfrecciava attorno.
Ho ripensato spesso al Giappone quando ho avuto la gioia di tenere corsi all'Accademia Chigiana di Siena. Tra gli allievi c'era la straordinaria violinista giapponese Sayaka Shoji, che ebbe il primo premio Paganini a 16 anni appena. Era impeccabile, non dava mai il minimo segno di stanchezza durante le lezioni, anche dopo un viaggio di 18 ore dal Giappone con cambiamento di fuso orario. Alle lezioni assisteva la madre di Sayaka, che annotava su un quaderno tutti i suggerimenti interpretativi e tecnici che io davo a sua figlia, in modo da non perdere nulla di quanto veniva detto.
Quel che ammiro nei giapponesi è proprio questa capacità incredibile di sacrificio, di serietà e umiltà, il desiderio di imparare e assorbire le tradizioni delle altre culture.
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In tournée in Giappone, fui invitato a suonare con la moglie di Akihito. Alla fine mi congratulai: «Complimenti, maestà».Sono stato varie volte in Giappone per la mia attività concertistica. Quando si viene a contatto con la società giapponese, si ha l'impressione che tutto funzioni. C'è una cura quasi maniacale per il dettaglio, e lo si percepisce da ogni cosa: dall'accoglienza deferente e attenta, per esempio, dai gesti calcolati e misteriosi della cerimonia del tè, dall'osservanza della tradizione, costruita sulla sintesi tra artificio e raffinatezza… Tutto questo si traduce in uno stile di vita e di conoscenza, in un Paese che attribuisce grande valore alla cultura. Nello specifico, si comprende bene quale ruolo abbia rivestito la cultura musicale, con l'assimilazione di modelli di origine occidentale, nella fase di modernizzazione necessaria allo sviluppo del Paese.L'attività musicale in Giappone è viva e differenziata, ricca anche in confronto agli standard europei: le istituzioni concertistiche, le orchestre, le manifestazioni e le università musicali sono molte. Buona parte della popolazione coltiva la passione per la musica: si pratica attivamente lo studio degli strumenti, sorgono complessi cameristici amatoriali, piccole orchestre e gruppi corali, e ci sono solisti non professionisti in genere ben preparati. Anche i luoghi dove si svolge la pratica musicale - le sale da concerto, di registrazione, e i teatri - sono un esempio di funzionalità, di perfezione acustica e di raffinata tecnologia al servizio della musica.È nota la mia intransigenza in fatto di resa e ricerca del «bel» suono; ma quando ho suonato nelle sale da concerto e nei teatri di Tokyo e in altre città del Giappone, ho provato gioia. Avevo la certezza di poter dare il meglio di me poiché in questi ambienti il suono, elemento fondamentale della musica, è curato con attenzione. Qualche tempo fa, ero in tournée a Tokyo. Avevo appena concluso un recital: avevo eseguito musiche classiche e romantiche con la mia partner giapponese Shuku Iwasaki, ottima musicista che aveva frequentato i corsi dell'Accademia Chigiana collaborando con Casals e altri maestri. Ero in camerino quando arriva un giovane rispettoso, dai modi cortesi e raffinati. Si complimenta con me per l'interpretazione di una Sonata per violino solo di Bach. Mi disse che suonava la viola e amava moltissimo la musica da camera, perché era un'occasione d'incontro. Si presentò con semplicità dicendomi che era il figlio dell'imperatore e che sarebbe stato onorato se avessi accettato l'invito a recarmi al palazzo imperiale. La mia partner aveva osservato sorridendo tutta la scena. Era l'insegnante di pianoforte dell'imperatrice e organizzò un incontro per il pomeriggio del giorno successivo. Mi venne inviata una macchina che mi avrebbe condotto al palazzo. La residenza imperiale sorgeva nel centro di Tokyo ed era circondata da un grande parco e da un corso d'acqua. L'edificio, in stile antico giapponese, aveva molte rifiniture in legno e presentava un'architettura essenziale. L'interno era spazioso, arredato sobriamente con mobili bassi, quasi invisibili, e porte scorrevoli alle pareti. Percorsi un lungo corridoio su un tappeto bianco e morbido: avevo l'impressione di camminare su una nuvola. L'imperatrice mi accolse con cortesia e riservatezza. Vennero offerti il tè, alcuni minuscoli spicchi di frutta e un pasticcino, posto su un piattino microscopico.In Giappone più si è raffinati e meno ci si nutre; e il cibo è sempre e comunque all'insegna della miniatura. Chiesi all'imperatrice se volesse suonare qualcosa con me; mi rispose di sì con gioia, pregandomi di scusarla, perché la sua esecuzione non sarebbe risultata impeccabile. Iniziammo con l'Ave Maria di Charles Gounod. Poi le proposi una Sonata di Mozart, più impegnativa. L'imperatrice la eseguì con diligenza ma con una certa timidezza: le suggerii di dare vita e libertà al fraseggio e di assecondare meglio le mie intenzioni interpretative. Ripetemmo il brano dall'inizio e lei eseguì con precisione ogni mio suggerimento, tanto che, alla fine, mi congratulai. «Complimenti, maestà», le dissi. Sorrise con la gioia di un'adolescente. «È troppo bello», rispose, «voglio chiamare l'imperatore». Entrò in una stanza e tornò, accompagnata dal marito, in convalescenza per un piccolo intervento chirurgico. Ero emozionato: avere davanti il simbolo nazionale del Giappone non è cosa da tutti i giorni. L'imperatore mi salutò affabilmente. Suonava il violoncello e mi pose molte domande sul mio strumento: dove e come era fatto, che tipo di suono aveva… Ritenni di far cosa gradita all'imperatrice invitandola a partecipare al mio festival a Roma per eseguirvi un programma a sua scelta. Lei si rivolse al marito: disse che ne sarebbe stata felice, ma l'imperatore rispose che spettava al governo valutare una tale opportunità, come accadeva per ogni vicenda, anche la più semplice, che riguardasse la famiglia imperiale. Visto che anche l'organizzazione delle vacanze era di pertinenza governativa, l'imperatrice mi fece osservare che il «cambiamento d'aria» non era necessario, poiché l'aria respirata nel parco della residenza imperiale era già molto salubre. Le feci notare che intorno al parco c'era una metropoli di venti milioni di abitanti; e capii che l'imperatore e l'imperatrice erano meno liberi di un cittadino comune.A sera mi accomiatai da loro e li ringraziai, esprimendo il desiderio di trascorrere insieme altri momenti musicali così piacevoli. Loro mi accompagnarono alla macchina e rimasero a salutarmi mentre la vettura si allontanava. Solo con i miei pensieri, rientravo nel mondo. Ho pensato, mentre le loro figure si allontanavano, che un momento del genere non si sarebbe mai più ripetuto nella mia vita… Un commiato degli imperatori del Giappone. La città mi sfrecciava attorno.Ho ripensato spesso al Giappone quando ho avuto la gioia di tenere corsi all'Accademia Chigiana di Siena. Tra gli allievi c'era la straordinaria violinista giapponese Sayaka Shoji, che ebbe il primo premio Paganini a 16 anni appena. Era impeccabile, non dava mai il minimo segno di stanchezza durante le lezioni, anche dopo un viaggio di 18 ore dal Giappone con cambiamento di fuso orario. Alle lezioni assisteva la madre di Sayaka, che annotava su un quaderno tutti i suggerimenti interpretativi e tecnici che io davo a sua figlia, in modo da non perdere nulla di quanto veniva detto.Quel che ammiro nei giapponesi è proprio questa capacità incredibile di sacrificio, di serietà e umiltà, il desiderio di imparare e assorbire le tradizioni delle altre culture.
Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.
Guido Guidesi e Massimo Bitonci
L’accordo è stato siglato ieri da Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico lombardo, e da Massimo Bitonci, assessore veneto alle Attività Produttive, a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia. Una scelta simbolica: la località affacciata sul lago rappresenta infatti un punto di contatto naturale tra Lombardia e Veneto, quasi un ponte tra due sistemi economici profondamente integrati. Il patto nasce dalla consapevolezza che le due Regioni a guida leghista rappresentano due dei sistemi economici più dinamici del panorama nazionale e continentale, caratterizzati da una fitta rete di piccole e medie imprese, da distretti industriali altamente specializzati e da una forte vocazione all’export. Rafforzare la collaborazione tra le due Regioni significa quindi valorizzare complementarità produttive e creare nuove opportunità di sviluppo per imprese e territori.
«Facciamo squadra – ha spiegato Guidesi - per aiutare le nostre imprese ad essere competitive, in un contesto molto complicato; è molto importante che i territori maggiormente produttivi e molto influenti sul Pil nazionale collaborino e siano propositivi al fine di fare sentire la voce e le esigenze del ecosistema lombardo-veneto e di tutto il Nord». Sulla stessa linea Bitonci. «Con questo accordo – dichiara l’ex viceministro - rafforziamo concretamente la collaborazione tra le due grandi regioni del Nord, cuore manifatturiero e uno dei principali motori economici d’Europa. Veneto e Lombardia condividono un modello di sviluppo fondato su distretti industriali, pmi, innovazione diffusa e una forte vocazione all’export. Mettere in rete le nostre politiche industriali significa creare nuove opportunità per le aziende, favorire l’integrazione tra filiere complementari e rendere più efficaci gli strumenti di sostegno agli investimenti. Ma non solo: le imprese lombardo-venete chiedono meno burocrazia, accesso più semplice al credito, strumenti finanziari adeguati per sostenere innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Da oggi Veneto e Lombardia parleranno ad una sola voce, mettendo a sistema competenze, risorse e strumenti operativi per accompagnare le nostre imprese».
Tra le principali direttrici dell’intesa c’è il rafforzamento delle filiere produttive complementari, con programmi congiunti tra distretti industriali e poli tecnologici dei due territori. Parallelamente le amministrazioni lavoreranno alla costruzione di strumenti coordinati di supporto al credito, facilitando l’accesso delle imprese – in particolare delle piccole e medie aziende – a finanziamenti destinati agli investimenti in innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Un ruolo centrale sarà svolto anche dalla collaborazione tra le finanziarie regionali, con l’obiettivo di sviluppare meccanismi condivisi di garanzia, co-investimento e sostegno agli investimenti produttivi.
L’accordo è economico ma evidentemente ha un valore nettamente politico: si inserisce in un percorso più ampio avviato negli ultimi anni dalla Lombardia per costruire una rete tra le principali aree produttive italiane. Infatti nel 2023 Lombardia, Piemonte e Liguria hanno dato vita alla Cabina Economica del Nord Ovest, mentre lo scorso maggio è arrivata anche un’intesa con l’Emilia-Romagna, nonostante sia una Regione guidata da uno schieramento politico opposto a quello che governa il resto del Nord. L’ingresso del Veneto rafforza ora questo disegno e rilancia l’idea di un coordinamento stabile tra i territori più produttivi del Paese, con l’obiettivo di incidere con maggiore forza nelle politiche industriali italiche e specialmente europee, coordinando la rappresentanza degli interessi dei sistemi produttivi lombardo-veneti nei grandi dossier industriali dell’Unione.
L’obiettivo è ambizioso: dialogare con altre grandi regioni industriali del continente, dai Land tedeschi ad alcune delle principali aree manifatturiere spagnole, costruendo una piattaforma di cooperazione tra territori accomunati da una forte vocazione industriale. D’altronde, a indicare questa direzione, è lo stesso mondo imprenditoriale, le cui organizzazioni chiedono un maggiore coordinamento tra le istituzioni dei territori più industrializzati, convinte che la competizione globale richieda politiche più coerenti e una rappresentanza più incisiva. Il tutto in attesa dell’autonomia differenziata.
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