2021-01-14
Ho avuto l’onore di duettare a palazzo con l’imperatrice
Koichi Kamoshida/Getty Images
Sono stato varie volte in Giappone per la mia attività concertistica. Quando si viene a contatto con la società giapponese, si ha l'impressione che tutto funzioni. C'è una cura quasi maniacale per il dettaglio, e lo si percepisce da ogni cosa: dall'accoglienza deferente e attenta, per esempio, dai gesti calcolati e misteriosi della cerimonia del tè, dall'osservanza della tradizione, costruita sulla sintesi tra artificio e raffinatezza… Tutto questo si traduce in uno stile di vita e di conoscenza, in un Paese che attribuisce grande valore alla cultura. Nello specifico, si comprende bene quale ruolo abbia rivestito la cultura musicale, con l'assimilazione di modelli di origine occidentale, nella fase di modernizzazione necessaria allo sviluppo del Paese.
L'attività musicale in Giappone è viva e differenziata, ricca anche in confronto agli standard europei: le istituzioni concertistiche, le orchestre, le manifestazioni e le università musicali sono molte. Buona parte della popolazione coltiva la passione per la musica: si pratica attivamente lo studio degli strumenti, sorgono complessi cameristici amatoriali, piccole orchestre e gruppi corali, e ci sono solisti non professionisti in genere ben preparati. Anche i luoghi dove si svolge la pratica musicale - le sale da concerto, di registrazione, e i teatri - sono un esempio di funzionalità, di perfezione acustica e di raffinata tecnologia al servizio della musica.
È nota la mia intransigenza in fatto di resa e ricerca del «bel» suono; ma quando ho suonato nelle sale da concerto e nei teatri di Tokyo e in altre città del Giappone, ho provato gioia. Avevo la certezza di poter dare il meglio di me poiché in questi ambienti il suono, elemento fondamentale della musica, è curato con attenzione. Qualche tempo fa, ero in tournée a Tokyo. Avevo appena concluso un recital: avevo eseguito musiche classiche e romantiche con la mia partner giapponese Shuku Iwasaki, ottima musicista che aveva frequentato i corsi dell'Accademia Chigiana collaborando con Casals e altri maestri. Ero in camerino quando arriva un giovane rispettoso, dai modi cortesi e raffinati. Si complimenta con me per l'interpretazione di una Sonata per violino solo di Bach. Mi disse che suonava la viola e amava moltissimo la musica da camera, perché era un'occasione d'incontro. Si presentò con semplicità dicendomi che era il figlio dell'imperatore e che sarebbe stato onorato se avessi accettato l'invito a recarmi al palazzo imperiale. La mia partner aveva osservato sorridendo tutta la scena. Era l'insegnante di pianoforte dell'imperatrice e organizzò un incontro per il pomeriggio del giorno successivo. Mi venne inviata una macchina che mi avrebbe condotto al palazzo. La residenza imperiale sorgeva nel centro di Tokyo ed era circondata da un grande parco e da un corso d'acqua. L'edificio, in stile antico giapponese, aveva molte rifiniture in legno e presentava un'architettura essenziale. L'interno era spazioso, arredato sobriamente con mobili bassi, quasi invisibili, e porte scorrevoli alle pareti. Percorsi un lungo corridoio su un tappeto bianco e morbido: avevo l'impressione di camminare su una nuvola. L'imperatrice mi accolse con cortesia e riservatezza. Vennero offerti il tè, alcuni minuscoli spicchi di frutta e un pasticcino, posto su un piattino microscopico.
In Giappone più si è raffinati e meno ci si nutre; e il cibo è sempre e comunque all'insegna della miniatura. Chiesi all'imperatrice se volesse suonare qualcosa con me; mi rispose di sì con gioia, pregandomi di scusarla, perché la sua esecuzione non sarebbe risultata impeccabile. Iniziammo con l'Ave Maria di Charles Gounod. Poi le proposi una Sonata di Mozart, più impegnativa. L'imperatrice la eseguì con diligenza ma con una certa timidezza: le suggerii di dare vita e libertà al fraseggio e di assecondare meglio le mie intenzioni interpretative. Ripetemmo il brano dall'inizio e lei eseguì con precisione ogni mio suggerimento, tanto che, alla fine, mi congratulai. «Complimenti, maestà», le dissi. Sorrise con la gioia di un'adolescente. «È troppo bello», rispose, «voglio chiamare l'imperatore». Entrò in una stanza e tornò, accompagnata dal marito, in convalescenza per un piccolo intervento chirurgico. Ero emozionato: avere davanti il simbolo nazionale del Giappone non è cosa da tutti i giorni. L'imperatore mi salutò affabilmente. Suonava il violoncello e mi pose molte domande sul mio strumento: dove e come era fatto, che tipo di suono aveva… Ritenni di far cosa gradita all'imperatrice invitandola a partecipare al mio festival a Roma per eseguirvi un programma a sua scelta. Lei si rivolse al marito: disse che ne sarebbe stata felice, ma l'imperatore rispose che spettava al governo valutare una tale opportunità, come accadeva per ogni vicenda, anche la più semplice, che riguardasse la famiglia imperiale. Visto che anche l'organizzazione delle vacanze era di pertinenza governativa, l'imperatrice mi fece osservare che il «cambiamento d'aria» non era necessario, poiché l'aria respirata nel parco della residenza imperiale era già molto salubre. Le feci notare che intorno al parco c'era una metropoli di venti milioni di abitanti; e capii che l'imperatore e l'imperatrice erano meno liberi di un cittadino comune.
A sera mi accomiatai da loro e li ringraziai, esprimendo il desiderio di trascorrere insieme altri momenti musicali così piacevoli. Loro mi accompagnarono alla macchina e rimasero a salutarmi mentre la vettura si allontanava. Solo con i miei pensieri, rientravo nel mondo. Ho pensato, mentre le loro figure si allontanavano, che un momento del genere non si sarebbe mai più ripetuto nella mia vita… Un commiato degli imperatori del Giappone. La città mi sfrecciava attorno.
Ho ripensato spesso al Giappone quando ho avuto la gioia di tenere corsi all'Accademia Chigiana di Siena. Tra gli allievi c'era la straordinaria violinista giapponese Sayaka Shoji, che ebbe il primo premio Paganini a 16 anni appena. Era impeccabile, non dava mai il minimo segno di stanchezza durante le lezioni, anche dopo un viaggio di 18 ore dal Giappone con cambiamento di fuso orario. Alle lezioni assisteva la madre di Sayaka, che annotava su un quaderno tutti i suggerimenti interpretativi e tecnici che io davo a sua figlia, in modo da non perdere nulla di quanto veniva detto.
Quel che ammiro nei giapponesi è proprio questa capacità incredibile di sacrificio, di serietà e umiltà, il desiderio di imparare e assorbire le tradizioni delle altre culture.
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In tournée in Giappone, fui invitato a suonare con la moglie di Akihito. Alla fine mi congratulai: «Complimenti, maestà».Sono stato varie volte in Giappone per la mia attività concertistica. Quando si viene a contatto con la società giapponese, si ha l'impressione che tutto funzioni. C'è una cura quasi maniacale per il dettaglio, e lo si percepisce da ogni cosa: dall'accoglienza deferente e attenta, per esempio, dai gesti calcolati e misteriosi della cerimonia del tè, dall'osservanza della tradizione, costruita sulla sintesi tra artificio e raffinatezza… Tutto questo si traduce in uno stile di vita e di conoscenza, in un Paese che attribuisce grande valore alla cultura. Nello specifico, si comprende bene quale ruolo abbia rivestito la cultura musicale, con l'assimilazione di modelli di origine occidentale, nella fase di modernizzazione necessaria allo sviluppo del Paese.L'attività musicale in Giappone è viva e differenziata, ricca anche in confronto agli standard europei: le istituzioni concertistiche, le orchestre, le manifestazioni e le università musicali sono molte. Buona parte della popolazione coltiva la passione per la musica: si pratica attivamente lo studio degli strumenti, sorgono complessi cameristici amatoriali, piccole orchestre e gruppi corali, e ci sono solisti non professionisti in genere ben preparati. Anche i luoghi dove si svolge la pratica musicale - le sale da concerto, di registrazione, e i teatri - sono un esempio di funzionalità, di perfezione acustica e di raffinata tecnologia al servizio della musica.È nota la mia intransigenza in fatto di resa e ricerca del «bel» suono; ma quando ho suonato nelle sale da concerto e nei teatri di Tokyo e in altre città del Giappone, ho provato gioia. Avevo la certezza di poter dare il meglio di me poiché in questi ambienti il suono, elemento fondamentale della musica, è curato con attenzione. Qualche tempo fa, ero in tournée a Tokyo. Avevo appena concluso un recital: avevo eseguito musiche classiche e romantiche con la mia partner giapponese Shuku Iwasaki, ottima musicista che aveva frequentato i corsi dell'Accademia Chigiana collaborando con Casals e altri maestri. Ero in camerino quando arriva un giovane rispettoso, dai modi cortesi e raffinati. Si complimenta con me per l'interpretazione di una Sonata per violino solo di Bach. Mi disse che suonava la viola e amava moltissimo la musica da camera, perché era un'occasione d'incontro. Si presentò con semplicità dicendomi che era il figlio dell'imperatore e che sarebbe stato onorato se avessi accettato l'invito a recarmi al palazzo imperiale. La mia partner aveva osservato sorridendo tutta la scena. Era l'insegnante di pianoforte dell'imperatrice e organizzò un incontro per il pomeriggio del giorno successivo. Mi venne inviata una macchina che mi avrebbe condotto al palazzo. La residenza imperiale sorgeva nel centro di Tokyo ed era circondata da un grande parco e da un corso d'acqua. L'edificio, in stile antico giapponese, aveva molte rifiniture in legno e presentava un'architettura essenziale. L'interno era spazioso, arredato sobriamente con mobili bassi, quasi invisibili, e porte scorrevoli alle pareti. Percorsi un lungo corridoio su un tappeto bianco e morbido: avevo l'impressione di camminare su una nuvola. L'imperatrice mi accolse con cortesia e riservatezza. Vennero offerti il tè, alcuni minuscoli spicchi di frutta e un pasticcino, posto su un piattino microscopico.In Giappone più si è raffinati e meno ci si nutre; e il cibo è sempre e comunque all'insegna della miniatura. Chiesi all'imperatrice se volesse suonare qualcosa con me; mi rispose di sì con gioia, pregandomi di scusarla, perché la sua esecuzione non sarebbe risultata impeccabile. Iniziammo con l'Ave Maria di Charles Gounod. Poi le proposi una Sonata di Mozart, più impegnativa. L'imperatrice la eseguì con diligenza ma con una certa timidezza: le suggerii di dare vita e libertà al fraseggio e di assecondare meglio le mie intenzioni interpretative. Ripetemmo il brano dall'inizio e lei eseguì con precisione ogni mio suggerimento, tanto che, alla fine, mi congratulai. «Complimenti, maestà», le dissi. Sorrise con la gioia di un'adolescente. «È troppo bello», rispose, «voglio chiamare l'imperatore». Entrò in una stanza e tornò, accompagnata dal marito, in convalescenza per un piccolo intervento chirurgico. Ero emozionato: avere davanti il simbolo nazionale del Giappone non è cosa da tutti i giorni. L'imperatore mi salutò affabilmente. Suonava il violoncello e mi pose molte domande sul mio strumento: dove e come era fatto, che tipo di suono aveva… Ritenni di far cosa gradita all'imperatrice invitandola a partecipare al mio festival a Roma per eseguirvi un programma a sua scelta. Lei si rivolse al marito: disse che ne sarebbe stata felice, ma l'imperatore rispose che spettava al governo valutare una tale opportunità, come accadeva per ogni vicenda, anche la più semplice, che riguardasse la famiglia imperiale. Visto che anche l'organizzazione delle vacanze era di pertinenza governativa, l'imperatrice mi fece osservare che il «cambiamento d'aria» non era necessario, poiché l'aria respirata nel parco della residenza imperiale era già molto salubre. Le feci notare che intorno al parco c'era una metropoli di venti milioni di abitanti; e capii che l'imperatore e l'imperatrice erano meno liberi di un cittadino comune.A sera mi accomiatai da loro e li ringraziai, esprimendo il desiderio di trascorrere insieme altri momenti musicali così piacevoli. Loro mi accompagnarono alla macchina e rimasero a salutarmi mentre la vettura si allontanava. Solo con i miei pensieri, rientravo nel mondo. Ho pensato, mentre le loro figure si allontanavano, che un momento del genere non si sarebbe mai più ripetuto nella mia vita… Un commiato degli imperatori del Giappone. La città mi sfrecciava attorno.Ho ripensato spesso al Giappone quando ho avuto la gioia di tenere corsi all'Accademia Chigiana di Siena. Tra gli allievi c'era la straordinaria violinista giapponese Sayaka Shoji, che ebbe il primo premio Paganini a 16 anni appena. Era impeccabile, non dava mai il minimo segno di stanchezza durante le lezioni, anche dopo un viaggio di 18 ore dal Giappone con cambiamento di fuso orario. Alle lezioni assisteva la madre di Sayaka, che annotava su un quaderno tutti i suggerimenti interpretativi e tecnici che io davo a sua figlia, in modo da non perdere nulla di quanto veniva detto.Quel che ammiro nei giapponesi è proprio questa capacità incredibile di sacrificio, di serietà e umiltà, il desiderio di imparare e assorbire le tradizioni delle altre culture.
Un aereo, la guerra, un tesoro e un uomo misterioso. Un giallo che oggi potrebbe vivere in un film. Una storia due minuti più lunga del solito ma che vale la pena conoscere.
Ansa
Il presidente Domenico Centrone ha detto che «alcune norme sono direttamente connesse con quelle appena sottoposte alla volontà popolare». Fa riferimento al divieto di trasferimento da una funzione all'altra, dalla giudicante alla inquirente, che per la magistratura ordinaria è stato appena bocciato e che invece è qui disposta per la contabile. Al centro delle loro preoccupazioni c'è soprattutto il meccanismo del silenzio-consenso che secondo loro mina l'efficienza dei controlli sulla spesa pubblica. Infine non piace che si dia potere al procuratore generale.L'Anm dei magistrati contabili lancia un appello a governo e parlamento per cambiare o abolire la riforma provando a sfruttare il gancio del referendum. Chiedono si rinunci alla riforma che porta il nome del ministro Tommaso Foti, FdI (era capogruppo alla Camera). Non era una riforma di rango costituzionale, per questo bastava una maggioranza semplice per approvarla e da gennaio è legge. «La recente legge di riforma della Corte dei Conti contiene disposizioni di delega al Governo che mirano a introdurre misure simili a quelle non approvate dal Referendum costituzionale». Le toghe contabili percepiscono la riforma Foti come una diminutio del loro lavoro. Le pubbliche amministrazioni potranno rivolgersi alla Corte dei Conti per un parere sulle procedure da loro avviate e se non dovesse arrivare una risposta entro un determinato periodo di tempo, si darà per buona la procedura. La pubblica amministrazione potrà procedere senza paura di dover rispondere di danni erariali. Alla Corte dei Conti spaventa la mole di lavoro che dovranno sbrigare in poco tempo. Costretti a lavorare di più e velocemente per permettere allo stato di lavorare per il Paese. Proprio come chiede l'Unione europea.
Con la riforma cambiano i limiti al quantum del danno che può essere posto a carico del singolo. Salvo i casi di dolo o illecito arricchimento, la Corte dei conti deve: ridurre l’addebito, ponendo a carico del responsabile non più del 30% del danno accertato; verificare che la condanna non superi il doppio della retribuzione lorda annua (nell’anno di inizio della condotta, o in quello precedente/successivo) oppure il doppio del corrispettivo o dell’indennità percepiti per la funzione che ha generato il danno.
Poi si inseriscono regole più precise sulla prescrizione. Per la responsabilità per colpa grave, il termine decorre dal momento in cui il danno si è verificato (condotta ed evento), non dalla data in cui l’amministrazione o la Procura contabile ne hanno avuto effettiva conoscenza. In caso di occultamento doloso, la prescrizione decorre dal momento della scoperta, ma l’occultamento deve consistere in comportamenti attivi o nella violazione di specifici obblighi di comunicazione.
Il giudice contabile avrà un nuovo potere sanzionatorio: oltre alla condanna al risarcimento, si potrà disporre, nei casi più gravi, la sospensione dalla gestione di risorse pubbliche per un periodo tra sei mesi e tre anni.
La riforma tipizza anche la colpa grave, stabilendo che ricorre quando si verifica: violazione manifesta delle norme di diritto applicabili; travisamento del fatto; affermazione di un fatto la cui esistenza è incontrovertibilmente esclusa dagli atti; negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontrovertibilmente dagli atti. Infine si prevede l'obbligo di copertura assicurativa e presunzione di non responsabilità per gli organi politici. La responsabilità contabile tende così a concentrarsi su dirigenti, funzionari e soggetti che hanno un ruolo operativo, mentre si attenua il coinvolgimento diretto di sindaci, assessori e altri organi di vertice politico. Nei fatti, chi firma tecnicamente l’atto diventa il principale soggetto esposto, specie negli enti locali, nelle società partecipate e nei settori a forte rilevanza finanziaria.
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Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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