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2024-05-04
Duemila arrestati nelle università Usa. A New York la metà erano degli infiltrati
UCLA (Ansa)
Più di 2.000 arresti: è il bilancio delle retate nei campus americani, presi d’assalto nelle ultime due settimane dai manifestanti pro Palestina. A New York sono stati comunicati i capi d’imputazione di alcuni degli odiatori dell’Occidente, pizzicati in un college: in 46 dovranno rispondere di violazione di proprietà privata, altri 22 di furto e ostruzione nei confronti dell’attività amministrative del governo. Los Angeles pare esserci andata più cauta, dopo che negli scontri alla Ucla erano stati sparati proiettili di gomma: l’ufficio del procuratore ha spiegato che, al momento, non sono state formulate accuse.
Chi conosce come ragionano le cellule degli agit-prop - vi ricordate i black bloc ai cortei no global? - non si meraviglierà nell’apprendere che un buon numero dei fermati, a quelle università, non si era manco mai iscritto. L’hanno confermato i funzionari della Grande Mela, a cominciare dal sindaco, Eric Adams, nero e democratico, proprio come il presidente, Joe Biden. Il quale, giovedì, a parole, ha scaricato i sovversivi, ma deve continuare a fare i conti con la metà del suo partito che detesta lo Stato ebraico. Le cifre sono eloquenti: circa il 30% dei facinorosi finiti in manette alla Columbia e, addirittura, il 60% di quelli catturati al City college (in media, la metà di essi), non aveva niente a che fare con gli atenei. Si trattava di infiltrati. Bisognerà stabilire se fossero manovrati, o se fossero habitué del caos che agivano in ordine sparso. In ogni caso, la vicenda dimostra che il radicalismo (spontaneo?) di studenti e prof benpensanti attira facilmente gli estremisti per vocazione. Ai quali, magari, di Gaza non importa nemmeno granché. Ciò che conta è soffiare sul fuoco, creare le condizioni perché un incidente inneschi una mini guerra civile. Alla Columbia ci si è andati vicino: nella notte di giovedì, un agente ha esploso per errore un colpo di pistola all’interno della Hamilton Hall, l’edificio che era stato conquistato dai tifosi di Hamas. Per fortuna, ha riferito un portavoce della polizia, «nessuno è rimasto ferito e nessuno studente si trovava nelle immediate vicinanze».
Ieri, il New York Times ha rilevato che le dimostrazioni sembravano essersi «attenuate», grazie all’intervento degli uomini in divisa, spesso sollecitato dagli stessi presidi dei campus. Quella della Columbia, Minouche Shafik, peraltro originaria di Alessandria d’Egitto, si è per questo attirata le ire di docenti e alunni, che ieri hanno intonato cori contro di lei: «Shame on you!», «Vergogna!». D’altronde l’accademica - che non risulta essere un’accanita sionista - era stata sommersa da un mare di guai: i generosi finanziatori dell’ateneo, come Robert Kraft e Len Blavatnik, entrambi ebrei, avevano interrotto le donazioni; e diversi rappresentanti politici, sia di destra sia di sinistra, ne hanno invocato le dimissioni.
Pure la Penn university della Pennsylvania ha richiesto l’intervento delle autorità di Filadelfia, la capitale dello Stato, per assicurarsi «le risorse necessarie a mantenere la sicurezza della nostra comunità». La situazione appariva tesa anche a Portland, nell’Oregon, dove un manipolo di filopalestinesi, benché fosse stato sgomberato e nonostante una trentina di arresti, è riuscito a riprendere possesso della biblioteca Millar. A Princeton, qualcuno ha iniziato lo sciopero della fame. Tardava ad arrivare il cibo vegano?
Non tutti i college, comunque, hanno optato per la giusta repressione. Ed è un segno dei tempi che la Rutgers university di New Brunskwick, nel New Jersey, il secondo campus statunitense per quantità di studenti ebrei dopo l’università della Florida, abbia calato le braghe dinanzi ai ribelli. Otto delle dieci richieste formulate dai pro Gaza sono state accolte. Nell’elenco figurano il via libera a istituire un centro culturale arabo; a condurre uno studio di fattibilità per la realizzazione di un dipartimento di studi mediorientali, immaginiamo con quale marca ideologica; e a ospitare una decina di studenti palestinesi. Intanto, i rivoluzionari si sono garantiti l’immunità: niente denunce, niente sospensioni. La Rutgers ha persino accettato di rivalutare gli accordi con l’ateneo di Tel Aviv.
Soluzioni simili sono state adottate alla Brown, nel Rhode Island, e alla Northwestern, nell’Illinois. La prima ha promesso che metterà ai voti la rinuncia a fondi provenienti da aziende «collegate alla campagna militare di Israele», in cambio della fine delle proteste. Anche la seconda si è impegnata a rivedere le politiche sugli investimenti. Grazie a questo patto, gli accampamenti saranno sbaraccati, però le manifestazioni potranno proseguire fino al primo giugno, in tono minore e possibilmente limitando l’impiego di megafoni. Un successone. Ecco com’è ridotta l’America, il gigante che vuole guidare il mondo libero contro l’asse del male sinorusso, ma poi mette le terga avanti ai calci dei figli di papà della Ivy League.
Parigi sgombera i filopalestinesi dalle facoltà: «Fermezza totale»
L’occupazione di Sciences Po Parigi, iniziata nella tarda serata di giovedì da alcuni militanti pro Palestina, si è conclusa ieri con l’intervento della polizia. Gli agenti sono arrivati in mattinata nell’ateneo situato nel cuore della Capitale francese. Secondo uno studente ripreso da vari media, tra cui il settimanale L’Express, quando i poliziotti in tenuta anti sommossa sono arrivati a Sciences Po «una cinquantina di studenti erano ancora presenti nei locali di rue Saint-Guillaume». Sei di questi studenti avrebbero anche iniziato uno sciopero della fame in segno di «solidarietà alle vittime palestinesi», ma senza il minimo segno di pietà per i civili israeliani massacrati nelle loro case dai terroristi di Hamas, all’alba del 7 ottobre 2023. La scelta di occupare quello che un tempo era uno dei più prestigiosi atenei del mondo, ma che negli ultimi anni si è piegato ai diktat woke, strizzando l’occhio agli islamisti, è giunta dopo settimane di agitazioni. Le tensioni a Sciences Po sono state cavalcate anche da vari esponenti del partito di estrema sinistra La France Insoumise, guidato da Jean-Luc Mélenchon, che hanno anche presenziato ad alcune di queste manifestazioni davanti a Sciences Po. Poi, giovedì all’Institut d’etudes politiques dell’ateneo, si è tenuta una discussione interna sulle tensioni mediorientali. Tale dibattito era il frutto di un accordo intercorso tra l’amministrazione di Sciences Po e gli studenti. Un centinaio di essi (in totale l’ateneo ne conta circa 14.000) si sono riuniti in assemblea e hanno votato l’occupazione che si è conclusa come detto poco fa.La polizia è intervenuta anche in altre facoltà e atenei occupati dai militanti della causa palestinese. A Lione, gli agenti sono entrati nell’Institut d’etudes politiques (Iep) verso le 10.30. Come indicato dalla prefettura locale l’evacuazione dell’aula occupata da una quarantina di studenti non è durata più di dieci minuti. L’occupazione dell’aula non aveva l’obiettivo di bloccare l’istituto universitario ma, come hanno dichiarato delle studentesse all’agenzia France Presse, di ottenere un «boicottaggio assoluto delle università israeliane da parte di tutte le università di Lione». Nei giorni scorsi anche altre università, come l’Institut d’etudes politiques di Tolosa e la Sorbona di Parigi erano state sgomberate. La moltiplicazioni dei blocchi negli atenei francesi non giova all’immagine di Emmanuel Macron che, giusto l’altro ieri, ha rilanciato l’ipotesi di inviare delle truppe occidentali in Ucraina. Così, dopo aver tentennato per giorni, il governo guidato da Gabriel Attal ha deciso di intervenire assicurando che «la fermezza è e resterà totale». Anche in Italia la causa palestinese continua a scaldare gli atenei. Ieri è stato annullato un evento su Israele che avrebbe dovuto svolgersi il 7 maggio all’università degli Studi di Milano. L’incontro era organizzato dall’associazione Italia-Israele di Savona. In una nota, l’ateneo milanese ha precisato «di avere appreso dell’annullamento dell'incontro unicamente dagli organi di informazione» e che il rettore, Elio Franzini, aveva proposto all’associazione di svolgere il convegno on line. Il cambiamento era il frutto di un’«attenta valutazione delle condizioni ambientali interne ed esterne all’università, nell’intento di minimizzare i rischi per la sicurezza del pubblico e dei relatori, sentita anche la Digos». L’annullamento del convegno alla Statale è stato commentato dal rettore del Politecnico di Milano, Donatella Sciuto, che ha ricordato che il suo ateneo continua a lavorare «per far sì che si possa in qualche modo aiutare e supportare [...] le persone nella Striscia di Gaza, come già facevamo prima che avvenisse il massacro del 7 ottobre».
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Altri disordini a Portland, la Penn chiede aiuto alle autorità. E il secondo ateneo per ebrei iscritti si inchina ai pro Gaza. Annullato un convegno su Gaza alla Statale di Milano. Il rettore: «Non l’ho deciso io».Lo speciale contiene due articoli.Più di 2.000 arresti: è il bilancio delle retate nei campus americani, presi d’assalto nelle ultime due settimane dai manifestanti pro Palestina. A New York sono stati comunicati i capi d’imputazione di alcuni degli odiatori dell’Occidente, pizzicati in un college: in 46 dovranno rispondere di violazione di proprietà privata, altri 22 di furto e ostruzione nei confronti dell’attività amministrative del governo. Los Angeles pare esserci andata più cauta, dopo che negli scontri alla Ucla erano stati sparati proiettili di gomma: l’ufficio del procuratore ha spiegato che, al momento, non sono state formulate accuse. Chi conosce come ragionano le cellule degli agit-prop - vi ricordate i black bloc ai cortei no global? - non si meraviglierà nell’apprendere che un buon numero dei fermati, a quelle università, non si era manco mai iscritto. L’hanno confermato i funzionari della Grande Mela, a cominciare dal sindaco, Eric Adams, nero e democratico, proprio come il presidente, Joe Biden. Il quale, giovedì, a parole, ha scaricato i sovversivi, ma deve continuare a fare i conti con la metà del suo partito che detesta lo Stato ebraico. Le cifre sono eloquenti: circa il 30% dei facinorosi finiti in manette alla Columbia e, addirittura, il 60% di quelli catturati al City college (in media, la metà di essi), non aveva niente a che fare con gli atenei. Si trattava di infiltrati. Bisognerà stabilire se fossero manovrati, o se fossero habitué del caos che agivano in ordine sparso. In ogni caso, la vicenda dimostra che il radicalismo (spontaneo?) di studenti e prof benpensanti attira facilmente gli estremisti per vocazione. Ai quali, magari, di Gaza non importa nemmeno granché. Ciò che conta è soffiare sul fuoco, creare le condizioni perché un incidente inneschi una mini guerra civile. Alla Columbia ci si è andati vicino: nella notte di giovedì, un agente ha esploso per errore un colpo di pistola all’interno della Hamilton Hall, l’edificio che era stato conquistato dai tifosi di Hamas. Per fortuna, ha riferito un portavoce della polizia, «nessuno è rimasto ferito e nessuno studente si trovava nelle immediate vicinanze». Ieri, il New York Times ha rilevato che le dimostrazioni sembravano essersi «attenuate», grazie all’intervento degli uomini in divisa, spesso sollecitato dagli stessi presidi dei campus. Quella della Columbia, Minouche Shafik, peraltro originaria di Alessandria d’Egitto, si è per questo attirata le ire di docenti e alunni, che ieri hanno intonato cori contro di lei: «Shame on you!», «Vergogna!». D’altronde l’accademica - che non risulta essere un’accanita sionista - era stata sommersa da un mare di guai: i generosi finanziatori dell’ateneo, come Robert Kraft e Len Blavatnik, entrambi ebrei, avevano interrotto le donazioni; e diversi rappresentanti politici, sia di destra sia di sinistra, ne hanno invocato le dimissioni.Pure la Penn university della Pennsylvania ha richiesto l’intervento delle autorità di Filadelfia, la capitale dello Stato, per assicurarsi «le risorse necessarie a mantenere la sicurezza della nostra comunità». La situazione appariva tesa anche a Portland, nell’Oregon, dove un manipolo di filopalestinesi, benché fosse stato sgomberato e nonostante una trentina di arresti, è riuscito a riprendere possesso della biblioteca Millar. A Princeton, qualcuno ha iniziato lo sciopero della fame. Tardava ad arrivare il cibo vegano? Non tutti i college, comunque, hanno optato per la giusta repressione. Ed è un segno dei tempi che la Rutgers university di New Brunskwick, nel New Jersey, il secondo campus statunitense per quantità di studenti ebrei dopo l’università della Florida, abbia calato le braghe dinanzi ai ribelli. Otto delle dieci richieste formulate dai pro Gaza sono state accolte. Nell’elenco figurano il via libera a istituire un centro culturale arabo; a condurre uno studio di fattibilità per la realizzazione di un dipartimento di studi mediorientali, immaginiamo con quale marca ideologica; e a ospitare una decina di studenti palestinesi. Intanto, i rivoluzionari si sono garantiti l’immunità: niente denunce, niente sospensioni. La Rutgers ha persino accettato di rivalutare gli accordi con l’ateneo di Tel Aviv.Soluzioni simili sono state adottate alla Brown, nel Rhode Island, e alla Northwestern, nell’Illinois. La prima ha promesso che metterà ai voti la rinuncia a fondi provenienti da aziende «collegate alla campagna militare di Israele», in cambio della fine delle proteste. Anche la seconda si è impegnata a rivedere le politiche sugli investimenti. Grazie a questo patto, gli accampamenti saranno sbaraccati, però le manifestazioni potranno proseguire fino al primo giugno, in tono minore e possibilmente limitando l’impiego di megafoni. Un successone. Ecco com’è ridotta l’America, il gigante che vuole guidare il mondo libero contro l’asse del male sinorusso, ma poi mette le terga avanti ai calci dei figli di papà della Ivy League. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/duemila-arrestati-nelle-universita-2668158719.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="parigi-sgombera-i-filopalestinesi-dalle-facolta-fermezza-totale" data-post-id="2668158719" data-published-at="1714814525" data-use-pagination="False"> Parigi sgombera i filopalestinesi dalle facoltà: «Fermezza totale» L’occupazione di Sciences Po Parigi, iniziata nella tarda serata di giovedì da alcuni militanti pro Palestina, si è conclusa ieri con l’intervento della polizia. Gli agenti sono arrivati in mattinata nell’ateneo situato nel cuore della Capitale francese. Secondo uno studente ripreso da vari media, tra cui il settimanale L’Express, quando i poliziotti in tenuta anti sommossa sono arrivati a Sciences Po «una cinquantina di studenti erano ancora presenti nei locali di rue Saint-Guillaume». Sei di questi studenti avrebbero anche iniziato uno sciopero della fame in segno di «solidarietà alle vittime palestinesi», ma senza il minimo segno di pietà per i civili israeliani massacrati nelle loro case dai terroristi di Hamas, all’alba del 7 ottobre 2023. La scelta di occupare quello che un tempo era uno dei più prestigiosi atenei del mondo, ma che negli ultimi anni si è piegato ai diktat woke, strizzando l’occhio agli islamisti, è giunta dopo settimane di agitazioni. Le tensioni a Sciences Po sono state cavalcate anche da vari esponenti del partito di estrema sinistra La France Insoumise, guidato da Jean-Luc Mélenchon, che hanno anche presenziato ad alcune di queste manifestazioni davanti a Sciences Po. Poi, giovedì all’Institut d’etudes politiques dell’ateneo, si è tenuta una discussione interna sulle tensioni mediorientali. Tale dibattito era il frutto di un accordo intercorso tra l’amministrazione di Sciences Po e gli studenti. Un centinaio di essi (in totale l’ateneo ne conta circa 14.000) si sono riuniti in assemblea e hanno votato l’occupazione che si è conclusa come detto poco fa.La polizia è intervenuta anche in altre facoltà e atenei occupati dai militanti della causa palestinese. A Lione, gli agenti sono entrati nell’Institut d’etudes politiques (Iep) verso le 10.30. Come indicato dalla prefettura locale l’evacuazione dell’aula occupata da una quarantina di studenti non è durata più di dieci minuti. L’occupazione dell’aula non aveva l’obiettivo di bloccare l’istituto universitario ma, come hanno dichiarato delle studentesse all’agenzia France Presse, di ottenere un «boicottaggio assoluto delle università israeliane da parte di tutte le università di Lione». Nei giorni scorsi anche altre università, come l’Institut d’etudes politiques di Tolosa e la Sorbona di Parigi erano state sgomberate. La moltiplicazioni dei blocchi negli atenei francesi non giova all’immagine di Emmanuel Macron che, giusto l’altro ieri, ha rilanciato l’ipotesi di inviare delle truppe occidentali in Ucraina. Così, dopo aver tentennato per giorni, il governo guidato da Gabriel Attal ha deciso di intervenire assicurando che «la fermezza è e resterà totale». Anche in Italia la causa palestinese continua a scaldare gli atenei. Ieri è stato annullato un evento su Israele che avrebbe dovuto svolgersi il 7 maggio all’università degli Studi di Milano. L’incontro era organizzato dall’associazione Italia-Israele di Savona. In una nota, l’ateneo milanese ha precisato «di avere appreso dell’annullamento dell'incontro unicamente dagli organi di informazione» e che il rettore, Elio Franzini, aveva proposto all’associazione di svolgere il convegno on line. Il cambiamento era il frutto di un’«attenta valutazione delle condizioni ambientali interne ed esterne all’università, nell’intento di minimizzare i rischi per la sicurezza del pubblico e dei relatori, sentita anche la Digos». L’annullamento del convegno alla Statale è stato commentato dal rettore del Politecnico di Milano, Donatella Sciuto, che ha ricordato che il suo ateneo continua a lavorare «per far sì che si possa in qualche modo aiutare e supportare [...] le persone nella Striscia di Gaza, come già facevamo prima che avvenisse il massacro del 7 ottobre».
Persone guardano i loro telefoni per strada durante un'interruzione di corrente a L'Avana (Ansa)
Ci stanno pensando i cubani, in effetti, a protestare per le strade inneggiando alla libertà e urlando «abbasso il comunismo», dopo il crollo quasi totale del National electric system (Sen) mercoledì scorso, che ha lasciato gran parte del Paese senza elettricità. La disconnessione dell’impianto di Guiteras, il più grande di Cuba, ha innescato una reazione a catena che ha destabilizzato la rete elettrica nazionale che, sebbene gradualmente ripristinata, continua a funzionare a singhiozzo: le interruzioni di corrente superano le 20 ore al giorno e interessano abitazioni private, approvvigionamento idrico, trasporti e conservazione degli alimenti.
La crisi energetica è dovuta a una combinazione di fattori strutturali: centrali termoelettriche vetuste e malfunzionanti, scarsa manutenzione, carenza di carburante. Il sistema elettrico cubano è in agonia, non essendo in grado di fornire quotidianamente più di 1.500/1.600 megawatt. Il colpo finale lo ha dato la pressione esercitata dagli Stati Uniti sui Paesi e sulle società che forniscono carburante al regime, dopo la cattura di Nicolás Maduro che per anni ne aveva garantito la sopravvivenza.
Il 29 gennaio, Trump ha firmato un ordine esecutivo che definisce il governo cubano una «minaccia straordinaria» alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, misura che consente sanzioni economiche volte a limitare la fornitura di petrolio all’isola. Allo stesso tempo, i membri del Congresso cubano-americani e gli attivisti esiliati insistono sulla pressione interna ed esterna e stanno esortando i cubani a protestare per accelerare il crollo del regime.
«Non hanno soldi. Non hanno più niente in questo momento», ha detto Trump ai giornalisti, «abbiamo tagliato tutto il petrolio, tutto il denaro, tutto ciò che arrivava dal Venezuela». È da gennaio, inoltre, che l’amministrazione Trump è alla ricerca di alti funzionari del governo cubano che possano favorire il crollo del regime comunista «entro la fine dell’anno», forti del fatto che l’economia di Cuba è vicina al collasso e che il governo non è mai stato così fragile dopo aver perso l’appoggio vitale di Maduro. Dall’altra sponda del mar dei Caraibi, il procuratore federale della Florida Jason Reding Quinones ha creato un gruppo di lavoro che include funzionari del dipartimento del Tesoro, dell’Fbi e della Dea per raccogliere prove per mettere in piedi procedimenti penali contro i leader del governo cubano e del Partito comunista per potenziali crimini legati a droghe, immigrazione e altre violazioni: lo stesso fratello di Fidel Castro, Raul, 94 anni, è stato recentemente incriminato dal dipartimento di Giustizia Usa per il suo coinvolgimento diretto nell’abbattimento di due aerei civili nientemeno che nel 1996.
Dopo l’arresto di Maduro e l’insediamento a capo del Paese della sua più flessibile vicepresidente, Delcy Rodriguez - operazione lampo che ha consentito la deposizione di un leader ostile assicurando agli Usa l’accesso a vaste riserve petrolifere senza spargimento di sangue americano - ora l’amministrazione Trump è alla ricerca del/della «Delcy of Cuba».
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Siamo d’accordissimo: la festa della donna non si celebra solo l’8 marzo. Si dovrebbe aggiungere che la donna è di per sé una festa, ma noi ci adeguiamo un po’ alla moda della consuetudine: mimose e promesse di rispetto che invece deve diventare codice quotidiano! Per darvi un’idea sfiziosa e veloce che serve a portare a tavola un omaggio alla femminilità ecco questo appetizer che può essere un’ottima entrata, un compagno dell’aperitivo, un felice intermezzo.
Ingredienti – 4 uova XXL, 120 gr di tonno sott’olio peso sgocciolato, un cucchiaio di capperi sotto sale, due filetti di acciughe, 70 gr di maionese già fatta, un ciuffo di prezzemolo.
Procedimento – Mettete a lessare le uova partendo da acqua fredda, dalla presa del bollore cuocete per 8 minuti. Dissalate bene i capperi. Nel frattempo fate un trito finissimo di prezzemolo, capperi e acciughe. Sgocciolate bene il tonno. Quando le uova sono a punto, freddatele, sgusciatele e con l’aiuto di un coltello ben affilato e bagnato dividetele a metà per la lunghezza. Estraete i tuorli e raccoglieteli in una ciottola dove li sbriciolerete con le mani. In un'altra ciotola unite tonno, maionese e battuto di prezzemolo acciughe e capperi con un’esigua parte dei rossi d’uovo sbriciolati. Mescolate bene e poi riempite con questo composto le metà delle uova che sistemerete nel vassoio di portata cospargendole poi con i rossi d’uovo sbriciolati che vi daranno uno scenografico effetto mimosa.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di amalgamare tutti gli ingredienti per la farcitura delle uova.
Abbinamento – Per la sua solarità abbiamo scelto dalla Sicilia un Grillo spumante metodo Martinotti. Per esaltare la territorialità scegliete spumanti da vitigni autoctoni: una Passerina, un Bellone, un Durello, un Torbato. S’intende che vanno benissimo tutti i Prosecco. Abbinate comunque spumanti di non eccessiva struttura.
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto e il ministro degli Esteri Antonio Tajani durante le comunicazioni del governo sulla crisi in Iran (Ansa)
«Noi lavoriamo, per quanto possibile, all’obiettivo di ridurre le tensioni e verificare se vi sia ancora una possibilità di riprendere i negoziati», ha proseguito, sottolineando di essersi confrontata con Friedrich Merz, Emmanuel Macron e Keir Starmer per evitare «un’ulteriore escalation». Tutto questo, mentre Guido Crosetto ha convocato una riunione d’emergenza con i vertici militari e i rappresentanti dell’industria delle armi per «rafforzare le difese».
Nel frattempo, Donald Trump continua ad aumentare la pressione militare sull’Iran. «Oggi l’Iran sarà colpito duramente!», ha tuonato ieri su Truth. «A causa del cattivo comportamento dell’Iran, sto prendendo seriamente in considerazione la distruzione completa e la morte certa di aree e gruppi di persone che fino a questo momento non erano stati considerati come obiettivi», ha aggiunto. L’inquilino della Casa Bianca ha anche rivendicato il merito del fatto che il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, si sia scusato con i Paesi del Golfo per gli attacchi di Teheran nei loro confronti. «L’Iran, che è stato colpito a morte, si è scusato e si è arreso ai suoi vicini mediorientali, promettendo che non sparerà più contro di loro. Questa promessa è stata fatta solo a causa dell’incessante attacco di Usa e Israele», ha affermato, per poi proseguire: «L’Iran non è più il bullo del Medio Oriente».
Sempre ieri, il presidente americano ha anche reso noto che gli Usa hanno distrutto 42 navi della Marina iraniana e annientato le telecomunicazioni del regime. È d’altronde in questo quadro che Washington non solo starebbe schierando in Medio Oriente dei sistemi antidrone già testati in Ucraina ma sarebbe anche pronta a inviare nella regione una terza portaerei: la George H.W. Bush. Sempre ieri, Trump ha altresì parlato dei sei soldati statunitensi rimasti uccisi durante l’operazione contro l’Iran. «Andrò a Dover, in una situazione molto triste, per salutare le famiglie degli eroi che tornano dall’Iran e che tornano a casa in un modo diverso da come pensavano», ha detto prima di recarsi nella base di Dover, in Delaware, dove si sarebbe tenuta la cerimonia per il rientro delle salme.
Tuttavia, per quanto continui a martellare militarmente l’Iran, il presidente non sembra intenzionato ad attuare un regime change alla Bush jr. Secondo il Washington Post, un rapporto redatto dal National Intelligence Council statunitense prima dell’attacco, avrebbe sottolineato l’improbabilità di conseguire un cambio di regime, anche in presenza di un’offensiva su larga scala. Inoltre, parlando l’altro ieri con la Cnn, Trump ha aperto a due possibilità, e cioè che il prossimo governo di Teheran sia guidato da un religioso e che il futuro assetto istituzionale del Paese non sia di natura democratica. La stessa Casa Bianca ha chiarito che, quando il presidente ha parlato di «resa incondizionata» dell’Iran, si riferiva alla necessità di farlo cessare di essere una minaccia per gli Usa.
Ciò detto, secondo Nbc News, Trump avrebbe privatamente aperto all’ipotesi di inviare soldati statunitensi in territorio iraniano. Tuttavia, stando alla testata, l’idea non sarebbe quella di un’invasione su larga scala. In realtà, il presidente starebbe pensando di schierare un «piccolo contingente» da usare «per specifici scopi strategici». Non solo. Secondo Nbc News, Trump auspicherebbe anche che il prossimo governo iraniano cooperi con Washington nella produzione di petrolio, secondo il modello messo in campo a Caracas dopo la cattura di Nicolas Maduro.
L’inquilino della Casa Bianca sembra quindi propenso a una soluzione venezuelana: in altre parole, dopo aver decapitato e sdentato il regime khomeinista, punta a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Un simile scenario, per quanto non facile da attuare, garantirebbe a Washington di evitare costose operazioni di nation building. È anche in quest’ottica che, alcuni giorni fa, Trump ha chiesto di essere «coinvolto» nella scelta del successore di Ali Khamenei a Guida suprema dell’Iran. Il punto è che Israele sembra scettico sulla soluzione venezuelana, preferendo un regime change classico. «Siamo ottimisti sulla capacità di far crollare il regime», ha detto ieri un funzionario dello Stato ebraico. Questo pare confermare che Trump e Netanyahu non siano attualmente in sintonia sul futuro politico dell’Iran.
Nel frattempo, il ministero della Difesa britannico ha reso noto che il Regno Unito ha messo a disposizione degli Usa le sue basi per «specifiche operazioni difensive volte a impedire all’Iran di lanciare missili nella regione». Il via libera di Londra è arrivato dopo che, negli scorsi giorni, Trump si era lamentato della scarsa assistenza fornita da Starmer alla Casa Bianca nell’operazione contro Teheran.
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