Duemila arrestati nelle università Usa. A New York la metà erano degli infiltrati
UCLA (Ansa)
  • Altri disordini a Portland, la Penn chiede aiuto alle autorità. E il secondo ateneo per ebrei iscritti si inchina ai pro Gaza.
  • Annullato un convegno su Gaza alla Statale di Milano. Il rettore: «Non l’ho deciso io».

Lo speciale contiene due articoli.

Più di 2.000 arresti: è il bilancio delle retate nei campus americani, presi d’assalto nelle ultime due settimane dai manifestanti pro Palestina. A New York sono stati comunicati i capi d’imputazione di alcuni degli odiatori dell’Occidente, pizzicati in un college: in 46 dovranno rispondere di violazione di proprietà privata, altri 22 di furto e ostruzione nei confronti dell’attività amministrative del governo. Los Angeles pare esserci andata più cauta, dopo che negli scontri alla Ucla erano stati sparati proiettili di gomma: l’ufficio del procuratore ha spiegato che, al momento, non sono state formulate accuse.

Chi conosce come ragionano le cellule degli agit-prop – vi ricordate i black bloc ai cortei no global? – non si meraviglierà nell’apprendere che un buon numero dei fermati, a quelle università, non si era manco mai iscritto. L’hanno confermato i funzionari della Grande Mela, a cominciare dal sindaco, Eric Adams, nero e democratico, proprio come il presidente, Joe Biden. Il quale, giovedì, a parole, ha scaricato i sovversivi, ma deve continuare a fare i conti con la metà del suo partito che detesta lo Stato ebraico. Le cifre sono eloquenti: circa il 30% dei facinorosi finiti in manette alla Columbia e, addirittura, il 60% di quelli catturati al City college (in media, la metà di essi), non aveva niente a che fare con gli atenei. Si trattava di infiltrati. Bisognerà stabilire se fossero manovrati, o se fossero habitué del caos che agivano in ordine sparso. In ogni caso, la vicenda dimostra che il radicalismo (spontaneo?) di studenti e prof benpensanti attira facilmente gli estremisti per vocazione. Ai quali, magari, di Gaza non importa nemmeno granché. Ciò che conta è soffiare sul fuoco, creare le condizioni perché un incidente inneschi una mini guerra civile. Alla Columbia ci si è andati vicino: nella notte di giovedì, un agente ha esploso per errore un colpo di pistola all’interno della Hamilton Hall, l’edificio che era stato conquistato dai tifosi di Hamas. Per fortuna, ha riferito un portavoce della polizia, «nessuno è rimasto ferito e nessuno studente si trovava nelle immediate vicinanze».

Ieri, il New York Times ha rilevato che le dimostrazioni sembravano essersi «attenuate», grazie all’intervento degli uomini in divisa, spesso sollecitato dagli stessi presidi dei campus. Quella della Columbia, Minouche Shafik, peraltro originaria di Alessandria d’Egitto, si è per questo attirata le ire di docenti e alunni, che ieri hanno intonato cori contro di lei: «Shame on you!», «Vergogna!». D’altronde l’accademica – che non risulta essere un’accanita sionista – era stata sommersa da un mare di guai: i generosi finanziatori dell’ateneo, come Robert Kraft e Len Blavatnik, entrambi ebrei, avevano interrotto le donazioni; e diversi rappresentanti politici, sia di destra sia di sinistra, ne hanno invocato le dimissioni.

Pure la Penn university della Pennsylvania ha richiesto l’intervento delle autorità di Filadelfia, la capitale dello Stato, per assicurarsi «le risorse necessarie a mantenere la sicurezza della nostra comunità». La situazione appariva tesa anche a Portland, nell’Oregon, dove un manipolo di filopalestinesi, benché fosse stato sgomberato e nonostante una trentina di arresti, è riuscito a riprendere possesso della biblioteca Millar. A Princeton, qualcuno ha iniziato lo sciopero della fame. Tardava ad arrivare il cibo vegano?

Non tutti i college, comunque, hanno optato per la giusta repressione. Ed è un segno dei tempi che la Rutgers university di New Brunskwick, nel New Jersey, il secondo campus statunitense per quantità di studenti ebrei dopo l’università della Florida, abbia calato le braghe dinanzi ai ribelli. Otto delle dieci richieste formulate dai pro Gaza sono state accolte. Nell’elenco figurano il via libera a istituire un centro culturale arabo; a condurre uno studio di fattibilità per la realizzazione di un dipartimento di studi mediorientali, immaginiamo con quale marca ideologica; e a ospitare una decina di studenti palestinesi. Intanto, i rivoluzionari si sono garantiti l’immunità: niente denunce, niente sospensioni. La Rutgers ha persino accettato di rivalutare gli accordi con l’ateneo di Tel Aviv.

Soluzioni simili sono state adottate alla Brown, nel Rhode Island, e alla Northwestern, nell’Illinois. La prima ha promesso che metterà ai voti la rinuncia a fondi provenienti da aziende «collegate alla campagna militare di Israele», in cambio della fine delle proteste. Anche la seconda si è impegnata a rivedere le politiche sugli investimenti. Grazie a questo patto, gli accampamenti saranno sbaraccati, però le manifestazioni potranno proseguire fino al primo giugno, in tono minore e possibilmente limitando l’impiego di megafoni. Un successone. Ecco com’è ridotta l’America, il gigante che vuole guidare il mondo libero contro l’asse del male sinorusso, ma poi mette le terga avanti ai calci dei figli di papà della Ivy League.

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