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2019-07-05
Dopo Renzi e Carrai pure Lotti nel pallone: «Chiudo l’accordo della Premier League»
Ansa
Chissà se vogliono dare un calcio alla politica o entrare nel calcio grazie alla politica, Luca Lotti e Matteo Renzi. Attivissimi entrambi nel business pallonaro a dar credito alle intercettazioni del virus trojan che ha infettato il cellulare del pm di Roma, Luca Palamara, indagato a Perugia per corruzione. In una conversazione tra quest'ultimo, Lotti e il deputato Pd Cosimo Ferri (pubblicata da Repubblica) emergerebbe infatti un nuovo «lavoro» per Lampadina (com'è chiamato il biondo toscano, braccio destro di Matteo): nientemeno che emissario nel grande affare del calcio inglese. La scena dev'essere contestualizzata a dovere: è la sera del 28 maggio scorso, i tre hanno consumato una lauta cena e discutono della nomina del procuratore di Roma, del Partito democratico e del nuovo segretario Zingaretti. Ferri e Palamara vorrebbero lasciare il ristorante e fare after a casa di Paola Balducci, ex consigliere del Csm. Una prospettiva che spegne gli entusiasmi di Lotti che replica: «Voi siete fuori di testa». E spiega il motivo: «No. Mi fumo un sigaro perché domattina parto alle sei per Londra». Per fare cosa? Il trojan registra le parole di Lampadina. «Chiudo l'accordo della Premier League (i diritti televisivi, ndr)». Palamara è incredulo, e domanda: «Come?». Lotti in perfetto stile british: «200.000 sterline e ve lo metto in culo a tutti».
Si aggiunge Ferri che prova il rigore a porta vuota: «Veniamo a lavorare tutti a Infront». Piccola parentesi: Infront è la compagnia che gestisce i diritti di marketing e mediatici di eventi sportivi internazionali di cui è amministratore il renziano Luigi De Siervo, fratello di Lucia, ex dirigente del Comune di Firenze molto vicina al Giglio magico. Lotti spegne gli entusiasmi: «No, vado per conto di chi li trasmette i diritti». Palamara ci tenta: «Vengo pure io». Lotti si smarca: «Vi lascio con Orlando e Zingaretti. Se volete, vi lascio il mio collegio (elettorale, ndr)».
Il binomio politica&pallone si era affacciato anche un paio di settimane prima (15 maggio), e sempre in una chiacchierata, pubblicata dal nostro giornale, in cui Lotti aveva spifferato all'amico magistrato le manovre dell'ex Rottamatore per facilitare il passaggio di proprietà della Roma da James Pallotta al Qatar. Ascoltiamo Lampadina: «Matteo era a Doha (capitale dell'Emirato, ndr), ha detto “Oh io la compro la Roma" c'era scritto “Io la compro davvero la Roma, ma lo stadio si fa o no?" e Matteo gli ha risposto: “Guardi, vediamoci a Parigi con Luca la settimana prossima"...». Lotti chiosa con il pubblico ministero: «Oh Luca (Palamara, ndr) lo stadio non gli si può garantire! Non siamo in grado di garantire lo stadio... il problema dello stadio si chiama Franco Caltagirone che è contro questa operazione». Renzi non ha smentito il nostro scoop, e anzi proprio ieri l'agenzia di stampa AdnKronos ha lanciato la notizia che il fondo sovrano «Qatar Investment Authority» vorrebbe acquistare il Milan. Voce, peraltro, già raccolta dalla Verità, che aveva ipotizzato un ruolo di Renzi nelle trattative, e smentita dal presidente rossonero Paolo Scaroni nelle scorse settimane.
Ciò che non si può smentire, invece, è che Matteo non sia una presenza fissa (e gradita) a Doha. È stato lì l'anno scorso con Marco Carrai (l'imprenditore che per 34 mesi gli ha pagato l'attico a Firenze quand'era sindaco) interessato a lavorare con la sua Cys4 per i mondiali di calcio del 2022. Pure in quell'occasione, i giornali ipotizzarono una missione calcistica (segreta) di Matteo per l'acquisto della Fiorentina. L'ex premier ha ripetuto la visita a metà aprile 2018 quando, su invito dell'emiro Tamim Bin Hamad Al Thani, suo buon amico, ha partecipato all'inaugurazione della biblioteca nazionale. Renzi visitò poi gli uffici di Qatar Airways, che ha acquistato la compagnia italiana Meridiana, e si intrattenne per più di un'ora con i vertici della Qatar foundation, la stessa con cui nel 2014 aveva firmato un accordo da un miliardo per il rilancio dell'ospedale sardo Mater Olbia che però, nelle ultime ore, sembra essersi impantanato nelle sabbie mobili di una duplice inchiesta di Roma e Tempio Pausania. Indagine sicuramente meno preoccupante per l'emirato di quella che sta conducendo il giudice Renaud Van Ruymbeke su un presunto giro di mazzette nell'Iaaf, la federazione internazionale di atletica per i mondiali 2017. Secondo quanto scoperto dai giornali Mediapart e The Guardian, una tangente da 3 milioni e mezzo di dollari sarebbe finita al figlio dell'ex presidente dell'Iaaf Lamine Diack per comprare il voto del genitore in sede di assegnazione dell'evento. L'indagine, in cui è coinvolto anche il presidente del Psg Nasser Al-Khelaïfi, uomo di fiducia di Al Thani, potrebbe presto arrivare a toccare i membri della famiglia reale. Già sospettata dai servizi segreti di mezzo mondo di foraggiare il terrorismo islamico. E di aver brigato pure per ottenere i mondiali di calcio nel 2022. Accusa costata, a metà giugno, l'arresto a Michel Platini.
Danno erariale, condannato il Bullo. A suo carico un altro procedimento
Un aumento di spesa ingiustificato. Che ha portato a una condanna in grado di togliere in pochi attimi il sorriso dal volto dell'ex presidente del Consiglio, ora «senatore semplice» come ama definirsi, Matteo Renzi, che nei giorni scorsi, attraverso i suoi social network, era tornato ad attaccare il governo gialloblù e aveva cercato di mettere il cappello sul record di persone occupate certificato dall'Istat.
La Corte dei Conti della Toscana ha giudicato infatti il Bullo colpevole di un presunto danno erariale da 15.000 euro, a seguito della riorganizzazione della direzione generale della Provincia, quando - si era nel 2006 - il fu Rottamatore era presidente dell'ente successivamente (quasi) abolito dalla riforma Delrio.
Secondo i giudici contabili venne nominato un intero collegio di direzione provinciale (quattro persone) al posto di un singolo direttore generale.
Insieme a Renzi, sono stati condannati anche i quattro direttori generali e l'assessore al Bilancio dell'epoca. Il danno erariale complessivamente ammonterebbe a 125.000 euro (la Procura aveva ipotizzato una cifra ben più sostanziosa: oltre 800.000 euro). Oltre all'ex segretario del Partito democratico sono stati condannati gli ex dirigenti della provincia Lucia Bartoli, Luigi Ulivieri, Liuba Guidotti e Giacomo Parenti e l'ex assessore Tiziano Lepri. Gli avvocati hanno annunciato immediato ricorso.
Ma i guai per Renzi non sembrano finire qua. Infatti la Procura contabile, dopo un esposto presentato dall'ex consigliere comunale di Sel Tommaso Grassi, ha aperto un'inchiesta su un secondo presunto danno erariale.
Le indagini si riferiscono al 2009 e alla scelta di due collaboratori privi di laurea quando l'ex scout era sindaco dal capoluogo toscano: Marco Agnoletti e Marco Cavini.
Una vicenda anticipata cinque anni fa dal vicedirettore della Verità Giacomo Amadori. Il casus belli sarebbe stato lo stipendio di Marco Agnoletti, ex portavoce di Renzi sindaco e poi capo ufficio stampa del successore Dario Nardella. Agnoletti, privo di titolo accademico, con Renzi era dirigente e con Nardella, venne degradato a funzionario (sebbene di categoria D3 e non C, come gli sarebbe toccato); un'altra delusione per il bravo e infaticabile portavoce, già escluso dal dream team che Renzi portò con sé a Palazzo Chigi.
Per addolcirgli la pillola venne chiesto ai tecnici di trovare il modo di non abbassargli lo stipendio di 78.000 euro lordi. Un'accusa che Agnoletti ha sempre rigettato. «In Italia se digito su Google portavoce senza laurea, posso fare la lista. Per esempio c'è quello dell'ex sindaco di Torino Piero Fassino, Giovanni Giovannetti. È senza laurea anche quella che c'era prima di me a Firenze, Alessandra Garzanti». Le posizioni della Corte dei Conti sono state immediatamente contestate dal legale di Renzi.
«Il presunto danno attribuito a Matteo Renzi è di 69.000 euro. Già in passato la Corte dei Conti in sede di appello ha stabilito come non vi sia necessità della laurea per le posizioni di staff del sindaco, e anche in questo caso è inspiegabile il coinvolgimento dell'organo politico. Questo è tutto», conclude l'avvocato Alberto Bianchi, durante il nostro contatto telefonico, «non ho purtroppo altri elementi da offrire alla Verità per ricamare oltre sulla vicenda».
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Lampadina intercettato parla di diritti tv: «200.000 sterline e vi inc...». Svelò lui il piano di Matteo Renzi per cedere la Roma al Qatar.Danno erariale, condannato il Bullo. A suo carico un altro procedimento. Contestate nomine da presidente di Provincia. E nel mirino due da sindaco di Firenze.Lo speciale comprende due articoli. Chissà se vogliono dare un calcio alla politica o entrare nel calcio grazie alla politica, Luca Lotti e Matteo Renzi. Attivissimi entrambi nel business pallonaro a dar credito alle intercettazioni del virus trojan che ha infettato il cellulare del pm di Roma, Luca Palamara, indagato a Perugia per corruzione. In una conversazione tra quest'ultimo, Lotti e il deputato Pd Cosimo Ferri (pubblicata da Repubblica) emergerebbe infatti un nuovo «lavoro» per Lampadina (com'è chiamato il biondo toscano, braccio destro di Matteo): nientemeno che emissario nel grande affare del calcio inglese. La scena dev'essere contestualizzata a dovere: è la sera del 28 maggio scorso, i tre hanno consumato una lauta cena e discutono della nomina del procuratore di Roma, del Partito democratico e del nuovo segretario Zingaretti. Ferri e Palamara vorrebbero lasciare il ristorante e fare after a casa di Paola Balducci, ex consigliere del Csm. Una prospettiva che spegne gli entusiasmi di Lotti che replica: «Voi siete fuori di testa». E spiega il motivo: «No. Mi fumo un sigaro perché domattina parto alle sei per Londra». Per fare cosa? Il trojan registra le parole di Lampadina. «Chiudo l'accordo della Premier League (i diritti televisivi, ndr)». Palamara è incredulo, e domanda: «Come?». Lotti in perfetto stile british: «200.000 sterline e ve lo metto in culo a tutti». Si aggiunge Ferri che prova il rigore a porta vuota: «Veniamo a lavorare tutti a Infront». Piccola parentesi: Infront è la compagnia che gestisce i diritti di marketing e mediatici di eventi sportivi internazionali di cui è amministratore il renziano Luigi De Siervo, fratello di Lucia, ex dirigente del Comune di Firenze molto vicina al Giglio magico. Lotti spegne gli entusiasmi: «No, vado per conto di chi li trasmette i diritti». Palamara ci tenta: «Vengo pure io». Lotti si smarca: «Vi lascio con Orlando e Zingaretti. Se volete, vi lascio il mio collegio (elettorale, ndr)».Il binomio politica&pallone si era affacciato anche un paio di settimane prima (15 maggio), e sempre in una chiacchierata, pubblicata dal nostro giornale, in cui Lotti aveva spifferato all'amico magistrato le manovre dell'ex Rottamatore per facilitare il passaggio di proprietà della Roma da James Pallotta al Qatar. Ascoltiamo Lampadina: «Matteo era a Doha (capitale dell'Emirato, ndr), ha detto “Oh io la compro la Roma" c'era scritto “Io la compro davvero la Roma, ma lo stadio si fa o no?" e Matteo gli ha risposto: “Guardi, vediamoci a Parigi con Luca la settimana prossima"...». Lotti chiosa con il pubblico ministero: «Oh Luca (Palamara, ndr) lo stadio non gli si può garantire! Non siamo in grado di garantire lo stadio... il problema dello stadio si chiama Franco Caltagirone che è contro questa operazione». Renzi non ha smentito il nostro scoop, e anzi proprio ieri l'agenzia di stampa AdnKronos ha lanciato la notizia che il fondo sovrano «Qatar Investment Authority» vorrebbe acquistare il Milan. Voce, peraltro, già raccolta dalla Verità, che aveva ipotizzato un ruolo di Renzi nelle trattative, e smentita dal presidente rossonero Paolo Scaroni nelle scorse settimane. Ciò che non si può smentire, invece, è che Matteo non sia una presenza fissa (e gradita) a Doha. È stato lì l'anno scorso con Marco Carrai (l'imprenditore che per 34 mesi gli ha pagato l'attico a Firenze quand'era sindaco) interessato a lavorare con la sua Cys4 per i mondiali di calcio del 2022. Pure in quell'occasione, i giornali ipotizzarono una missione calcistica (segreta) di Matteo per l'acquisto della Fiorentina. L'ex premier ha ripetuto la visita a metà aprile 2018 quando, su invito dell'emiro Tamim Bin Hamad Al Thani, suo buon amico, ha partecipato all'inaugurazione della biblioteca nazionale. Renzi visitò poi gli uffici di Qatar Airways, che ha acquistato la compagnia italiana Meridiana, e si intrattenne per più di un'ora con i vertici della Qatar foundation, la stessa con cui nel 2014 aveva firmato un accordo da un miliardo per il rilancio dell'ospedale sardo Mater Olbia che però, nelle ultime ore, sembra essersi impantanato nelle sabbie mobili di una duplice inchiesta di Roma e Tempio Pausania. Indagine sicuramente meno preoccupante per l'emirato di quella che sta conducendo il giudice Renaud Van Ruymbeke su un presunto giro di mazzette nell'Iaaf, la federazione internazionale di atletica per i mondiali 2017. Secondo quanto scoperto dai giornali Mediapart e The Guardian, una tangente da 3 milioni e mezzo di dollari sarebbe finita al figlio dell'ex presidente dell'Iaaf Lamine Diack per comprare il voto del genitore in sede di assegnazione dell'evento. L'indagine, in cui è coinvolto anche il presidente del Psg Nasser Al-Khelaïfi, uomo di fiducia di Al Thani, potrebbe presto arrivare a toccare i membri della famiglia reale. Già sospettata dai servizi segreti di mezzo mondo di foraggiare il terrorismo islamico. E di aver brigato pure per ottenere i mondiali di calcio nel 2022. Accusa costata, a metà giugno, l'arresto a Michel Platini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-renzi-e-carrai-pure-lotti-nel-pallone-chiudo-laccordo-della-premier-league-2639084874.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="danno-erariale-condannato-il-bullo-a-suo-carico-un-altro-procedimento" data-post-id="2639084874" data-published-at="1779302011" data-use-pagination="False"> Danno erariale, condannato il Bullo. A suo carico un altro procedimento Un aumento di spesa ingiustificato. Che ha portato a una condanna in grado di togliere in pochi attimi il sorriso dal volto dell'ex presidente del Consiglio, ora «senatore semplice» come ama definirsi, Matteo Renzi, che nei giorni scorsi, attraverso i suoi social network, era tornato ad attaccare il governo gialloblù e aveva cercato di mettere il cappello sul record di persone occupate certificato dall'Istat. La Corte dei Conti della Toscana ha giudicato infatti il Bullo colpevole di un presunto danno erariale da 15.000 euro, a seguito della riorganizzazione della direzione generale della Provincia, quando - si era nel 2006 - il fu Rottamatore era presidente dell'ente successivamente (quasi) abolito dalla riforma Delrio. Secondo i giudici contabili venne nominato un intero collegio di direzione provinciale (quattro persone) al posto di un singolo direttore generale. Insieme a Renzi, sono stati condannati anche i quattro direttori generali e l'assessore al Bilancio dell'epoca. Il danno erariale complessivamente ammonterebbe a 125.000 euro (la Procura aveva ipotizzato una cifra ben più sostanziosa: oltre 800.000 euro). Oltre all'ex segretario del Partito democratico sono stati condannati gli ex dirigenti della provincia Lucia Bartoli, Luigi Ulivieri, Liuba Guidotti e Giacomo Parenti e l'ex assessore Tiziano Lepri. Gli avvocati hanno annunciato immediato ricorso. Ma i guai per Renzi non sembrano finire qua. Infatti la Procura contabile, dopo un esposto presentato dall'ex consigliere comunale di Sel Tommaso Grassi, ha aperto un'inchiesta su un secondo presunto danno erariale. Le indagini si riferiscono al 2009 e alla scelta di due collaboratori privi di laurea quando l'ex scout era sindaco dal capoluogo toscano: Marco Agnoletti e Marco Cavini. Una vicenda anticipata cinque anni fa dal vicedirettore della Verità Giacomo Amadori. Il casus belli sarebbe stato lo stipendio di Marco Agnoletti, ex portavoce di Renzi sindaco e poi capo ufficio stampa del successore Dario Nardella. Agnoletti, privo di titolo accademico, con Renzi era dirigente e con Nardella, venne degradato a funzionario (sebbene di categoria D3 e non C, come gli sarebbe toccato); un'altra delusione per il bravo e infaticabile portavoce, già escluso dal dream team che Renzi portò con sé a Palazzo Chigi. Per addolcirgli la pillola venne chiesto ai tecnici di trovare il modo di non abbassargli lo stipendio di 78.000 euro lordi. Un'accusa che Agnoletti ha sempre rigettato. «In Italia se digito su Google portavoce senza laurea, posso fare la lista. Per esempio c'è quello dell'ex sindaco di Torino Piero Fassino, Giovanni Giovannetti. È senza laurea anche quella che c'era prima di me a Firenze, Alessandra Garzanti». Le posizioni della Corte dei Conti sono state immediatamente contestate dal legale di Renzi. «Il presunto danno attribuito a Matteo Renzi è di 69.000 euro. Già in passato la Corte dei Conti in sede di appello ha stabilito come non vi sia necessità della laurea per le posizioni di staff del sindaco, e anche in questo caso è inspiegabile il coinvolgimento dell'organo politico. Questo è tutto», conclude l'avvocato Alberto Bianchi, durante il nostro contatto telefonico, «non ho purtroppo altri elementi da offrire alla Verità per ricamare oltre sulla vicenda».
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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