Dopo i mafiosi tocca ai terroristi? Cesare Battisti chiede i domiciliari

Un'altra brutta grana cade sulla testa del ministro grillino della Giustizia, Alfonso Bonafede. Perché ieri anche il terrorista rosso Cesare Battisti, per la paura del Covid-19, ha chiesto di passare dalla sua cella alla detenzione domiciliare. Condannato all'ergastolo per quattro omicidi, Battisti oggi è rinchiuso nel carcere di alta sicurezza di Oristano: c'era entrato nel gennaio 2019, alla fine di una latitanza iniziata nel 1981 e durata ben 38 anni grazie alle vergognose protezioni garantitegli da Francia e Brasile. L'ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo, però, ha 65 anni e lamenta un'epatite B e un'infezione al polmone. Ha quindi le caratteristiche per unirsi ai 376 criminali pericolosi che - per motivi sanitari e per il pericolo di un contagio - nelle ultime settimane sono usciti dai «reparti di alta sicurezza»: tra loro quattro boss mafiosi, usciti dal regime speciale del 41 bis per andare ai domiciliari, e la cui scarcerazione ha scatenato le polemiche più dure. Ora a quella lista, esattamente come Battisti, hanno chiesto di unirsi altri 500 detenuti pericolosi.
Contro Bonafede il centrodestra ha appena presentato in Senato una mozione di sfiducia individuale, basata proprio sull'imbarazzante gestione del sistema penitenziario nella pandemia e sui troppi trasferimenti alla detenzione domiciliare, letti come risultato dell'incapacità del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (il Dap, che dipende dal ministero della Giustizia) di trovare soluzioni alternative. La maggioranza, però, fa quadrato attorno al Guardasigilli. Anche Italia viva, il partitino di Matteo Renzi, è decisa a sostenerlo. La discussione è prevista martedì alla Camera e mercoledì al Senato. Un altro tema di cui il Parlamento dibatterà è la clamorosa querelle che oppone Bonafede a Nino Di Matteo: il magistrato palermitano domenica sera ha accusato il ministro di avergli offerto nel giugno 2018 proprio la guida del Dap, per poi cambiare idea in 24 ore, ventilando l'ipotesi che sia accaduto per le rimostranze di alcuni importanti boss mafiosi detenuti. Secondo quanto ha dichiarato ieri il presidente grillino della commissione Antimafia Nicola Morra, il Guardasigilli potrebbe essere ascoltato anche in quella sede: «Forse giovedì», ha specificato Morra, «nel primo pomeriggio».
Nel frattempo, Bonafede continua a lavorare al decreto «riacchiappa mafiosi», sperando possa mitigare i rischi di un'evasione di massa (oltre che il suo personale disastro d'immagine): ieri sera alle 21 era in programma un consiglio dei ministri, per valutare il provvedimento, ma al momento in cui La Verità è andata in stampa non era dato sapere che cosa stesse avvenendo. Il nuovo decreto, che ovviamente non può avere effetti retroattivi, né modificare le ordinanze di scarcerazione fin qui decise dai tribunali di sorveglianza, tutt'al più dovrebbe imporre ai giudici di valutare ogni 15 giorni la situazione sanitaria. Quindi rischia di non risolvere gran che. «La retromarcia sulle scarcerazioni», dichiara Giulia Bongiorno, senatrice e responsabile del dipartimento giustizia della Lega, «è solo l'ennesima dimostrazione dell'inadeguatezza del ministro Bonafede, che giustifica questo decreto con la fine dell'emergenza coronavirus. Ma se poi ci fosse una nuova ondata di contagi in autunno, che cosa accadrebbe?».
L'opposizione contesta al ministro di non avere mai affrontato con concretezza i guai del sistema penitenziario. «Nelle nostre carceri», dice la Bongiorno, «vige l'illegalità. Il governo vieta gli assembramenti ovunque, ma non nelle prigioni visto che nelle celle confina anche cinque o più detenuti». La mozione di sfiducia si estende all'assenza del ministro sulla ripresa del lavoro nei tribunali: «La sua inerzia», conclude la Bongiorno, «ha generato un caos permanente e inaccettabile: a pochi giorni dalla ripresa delle udienze, nessuno sa se e in che modo si celebreranno perché Bonafede s'è limitato a delegare ogni decisione ai vari uffici giudiziari. Questo ha aumentato la confusione in una fase delicata che, al contrario, dovrebbe imporre rigore organizzativo».






