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2021-03-11
Il governo si divide sui nuovi divieti. Salvini e Sileri alleati contro il lockdown
Pierpaolo Sileri (Ansa)
Regna l'incertezza, sia sul fronte dei ristori che su quello delle nuove misure anti Covid. Se quella di ieri sera doveva essere, a Palazzo Chigi, la riunione decisiva per mettere a punto la nuova stretta, alla fine tutto si è risolto, dopo un incontro di un'ora e mezza, in un ulteriore rinvio, in attesa di dati più aggiornati, che a questo punto non potranno che essere quelli del monitoraggio settimanale dell'Iss. E se il ritardo nell'emanazione del dl Sostegno comincia a far emergere un malumore sempre più palese da parte di alcuni settori della maggioranza, le nuove chiusure rischiano di esaltarne le divisioni, riproponendo anche gli attriti tra potere centrale e amministratori locali che hanno contraddistinto la prima fase della pandemia. Di certo, infatti, per ora c'è che sotto la spinta dell'ala più intransigente dell'esecutivo, capeggiata dal ministro della Salute, Roberto Speranza, il dpcm entrato in vigore solo qualche giorno fa (il 6 marzo) all'insegna di un nuovo approccio alla questione che avrebbe tenuto conto delle istanze dei soggetti maggiormente colpiti dalle misure, fornendo loro un cospicuo periodo di anticipo nella comunicazione delle stesse, è di fatto lettera morta. Non solo: la nuova stretta, secondo quanto filtra, potrebbe partire già da questo weekend, con il preavviso di un giorno solo che è stato ferocemente criticato dai diretti interessati per tutto l'operato del Conte bis.
Venendo al merito di quello che potrebbe toccare in sorte agli italiani già nelle prossime ore, l'ipotesi prevalente è che si torni esattamente al complesso delle misure messe a punto dal precedente esecutivo nel periodo natalizio. Il che vuol dire, sostanzialmente, uniformare le restrizioni in tutto il Paese nei weekend, comprese le Regioni che sono in fascia gialla, con negozi, bar e ristoranti chiusi. Ma su come declinare nel dettaglio queste nuove limitazioni agli spostamenti, i punti di vista sono più di uno, e non hanno mancato di emergere sia sottotraccia, nella riunione a Palazzo Chigi di ieri tra il presidente del Consiglio, Mario Draghi, i ministri più importanti, il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, e il direttore del Consiglio superiore di Sanità, Franco Locatelli, sia attraverso pubbliche dichiarazioni degli esponenti politici.
Ad esempio, non è ancora chiaro se si vorrà dichiarare, nei weekend, tutta Italia zona rossa o zona arancione. E la differenza non è di poco conto, perché nei fine settimana «arancioni» del trascorso periodo festivo era consentito circolare liberamente all'interno del proprio Comune tra le 5 del mattino e le 22, mentre se dovessero prevalere i «rigoristi», stavolta il colore sarebbe il rosso e ci sarebbe il lockdown duro, quello in cui, come un anno fa, ogni spostamento non strettamente necessario era vietato. Perché c'è da ricordare che una delle poche novità introdotte dal governo Draghi è stata quella di non consentire, nelle zone rosse, le visite ad amici e parenti, anche per una sola volta al giorno, che prima invece erano consentite. E sarà proibita l'attività sportiva, se non nelle vicinanze della propria abitazione. A rimetterci saranno negozianti, baristi e ristoratori delle zone in cui la curva del contagio è ritenuta sotto controllo, poiché sia nel caso dei week-end arancioni che di quelli rossi, anche loro dovrebbero abbassare le serrande assieme a tutti gli altri, potendo fare solo asporto e consegna a domicilio. Zona gialla che tra l'altro potrebbe mutare in senso più restrittivo nei giorni feriali, con la chiusura dei ristoranti a pranzo e l'anticipo del coprifuoco di due o tre ore, diventando sempre più simile a una zona arancione.
Ma l'impressione è che, al di là di cosa si deciderà per i weekend, con i dati degli ultimi giorni ben presto tutta l'Italia possa ritrovarsi in rosso: è stato infatti il Cts a mettere nero su bianco la richiesta, già avanzata in passato al governo, di prevedere un passaggio automatico in zona rossa per le aree che superino la cifra di 250 contagi settimanali ogni 100.000 abitanti. Proprio sulla base di questo, alcuni sindaci e governatori (che si confronteranno oggi con l'esecutivo) hanno anticipato i tempi e annunciato le chiusure, come sta succedendo in Puglia con il sindaco di Bari, Antonio Decaro, che ha intenzione di andare anche oltre le ipotesi in campo, chiudendo di fatto il capoluogo pugliese alle 19, mentre il presidente della Regione, Michele Emiliano, ha già fatto sapere di aver disposto la chiusura di tutte le scuole.
Sul fronte politico, chi si sta spendendo di più, nel perimetro della maggioranza, per scongiurare un'ulteriore ondata di chiusure, è il leader leghista, Matteo Salvini, per il quale non c'è bisogno di «chiudere tutto in tutta Italia». Salvini ha aggiunto che «nei weekend non servono più chiusure ma più controlli», e sulla stessa lunghezza d'onda c'è il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, del M5s, sul cui parere, non a caso, ha fatto leva il Capitano («Come ormai sostengono molti medici, il Cts e il sottosegretario Sileri, servono interventi mirati ed efficaci). Il pentastellato ha affermato che non ha senso «penalizzare la parte dell'Italia dove il contagio è sotto controllo» con un lockdown generalizzato di diverse settimane. E con la sua sponda a Salvini («Da lui parole di buon senso», ha commentato), ha consacrato un asse anti serrata.
Dall'opposizione, la presidente di Fdi, Giorgia Meloni, chiede di tutelare i più fragili dal contagio «con posti riservati sui mezzi pubblici, orari dedicati nei supermercati, alla posta e negli uffici pubblici, e con una assistenza domiciliare dedicata a chi la richiedesse». «Se il governo le leggesse», ha aggiunto, «avremmo probabilmente meno morti e meno chiusure».
In Svezia meno morti senza serrate. E la Svizzera conferma l’ok allo sci
Primi a chiudere e ultimi ad aprire ma al top dei decessi. Eppure, nonostante la chiusura delle scuole, di cinema, teatri, centri sportivi, nonostante il coprifuoco con bar e ristoranti sbarrati, l'Italia con oltre 100.000 morti è maglia nera Covid nel mondo. In Europa siamo superati solo dal Regno Unito con 124.000 morti ma che ora, con la campagna vaccinale di massa, sta invertendo la curva. Oltre al dato assoluto, anche il tasso di letalità è tra i più alti. È al 3,25%, il dato peggiore in Europa a parte Grecia (3,29), Ungheria (3,41) e Bulgaria (4,08). In Gran Bretagna è del 2,95% anche se i morti sono superiori. Sono in posizione migliore, Germania con il 2,86%, Spagna con 2,26% e Francia con 2,24%.
Questi numeri però ci dicono che i Paesi che hanno attuato misure più restrittive non hanno risolto affatto il problema del Covid. L'Ispi, l'Istituto di politica internazionale, ha misurato l'incidenza delle restrizioni sulla diffusione del contagio usando una scala da 0 a 100 che indica il massimo del contenimento. Nella prima ondata, l'Italia ha il livello più alto (80) e conta 587 vittime per milione di abitanti. La Francia ha 74 con 469 decessi, la Spagna 68 con 645 morti, Regno Unito 60 con 609 vittime. Idem la Germania che però ha solo 112 decessi. La Svezia ha il livello più basso (49) e 571 vittime. Nella seconda ondata, da ottobre 2020 al 10 febbraio 2021 l'Italia è sempre al primo posto (74) seguita da Uk (72), Spagna e Germania (70), Francia (66) e Svezia (63). L'Italia è stata la prima a chiudere le scuole, la Dad è scattata dal 27 ottobre mentre altrove non è arrivata fino a dicembre. Da ottobre 2020 a febbraio 2021, nel nostro Paese si contano 941 vittime per milione di abitanti mentre in Germania 650, in Francia 762, in Svezia 672, in Spagna 718. Solo il Regno Unito a causa della variante inglese arriva a 1.077 vittime per milione di abitanti.
Uno studio dell'Oxford coranavirus government response tracker ha stilato una classifica dei Paesi in base ai giorni di blocco delle attività. Al primo posto c'è l'Irlanda (163) seguita dall'Italia (131). In fondo i Paesi Bassi (110), Regno Unito (104), Belgio (97), Francia (84), Lituania (76). Confrontando questi numeri con le curve epidemiologiche emerge che chi ha attuato misure più restrittive non ha bloccato la pandemia.
In Germania, il lockdown, iniziato poco prima di Natale e fino al 7 marzo, non prevedeva l'obbligo di restare in casa. Da lunedì scorso sono stati riaperti negozi, musei e gallerie nelle aree con bassi contagi. Le scuole sono ripartite da metà febbraio.
In Spagna il coprifuoco ha orari variabili su base regionale e in generale inizia alle 23. A Madrid i ristoranti sono aperti.
La Svezia, che ha un tasso di mortalità tra i più bassi in Europa (122 ogni 100.000 abitanti) non ha mai attuato il lockdown. Dal governo sono arrivati solo inviti alle responsabilità individuali. Uniche limitazioni il divieto degli alcolici dopo le 20 e numero massimo di ingressi nei centri sportivi e commerciali. La mascherina non è obbligatoria.
La Svizzera ha adottato alcune misure di restrizione ma mai il blocco totale. Le stazioni sciistiche sono rimaste aperte. Il tasso di positività è attualmente al 4,58% e nella giornata di ieri sono stati segnalati 14 decessi e 41 ricoveri. I Paesi Bassi hanno adottato, durante la prima ondata, quello che il governo ha chiamato il «contenimento intelligente». I negozi sono rimasti aperti e la popolazione è stata libera di uscire. Solo ultimamente c'è stato un parziale giro di vite con ingressi contingentati nei ristoranti.
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Decisioni rinviate in attesa del monitoraggio Iss. Oggi tavolo con le Regioni. Strappo di Antonio Decaro: «Chiudiamo Bari alle 19».Uno studio di Oxford rivela: chi ha bloccato di più le attività non ha contenuto l'epidemia.Lo speciale contiene due articoli.Regna l'incertezza, sia sul fronte dei ristori che su quello delle nuove misure anti Covid. Se quella di ieri sera doveva essere, a Palazzo Chigi, la riunione decisiva per mettere a punto la nuova stretta, alla fine tutto si è risolto, dopo un incontro di un'ora e mezza, in un ulteriore rinvio, in attesa di dati più aggiornati, che a questo punto non potranno che essere quelli del monitoraggio settimanale dell'Iss. E se il ritardo nell'emanazione del dl Sostegno comincia a far emergere un malumore sempre più palese da parte di alcuni settori della maggioranza, le nuove chiusure rischiano di esaltarne le divisioni, riproponendo anche gli attriti tra potere centrale e amministratori locali che hanno contraddistinto la prima fase della pandemia. Di certo, infatti, per ora c'è che sotto la spinta dell'ala più intransigente dell'esecutivo, capeggiata dal ministro della Salute, Roberto Speranza, il dpcm entrato in vigore solo qualche giorno fa (il 6 marzo) all'insegna di un nuovo approccio alla questione che avrebbe tenuto conto delle istanze dei soggetti maggiormente colpiti dalle misure, fornendo loro un cospicuo periodo di anticipo nella comunicazione delle stesse, è di fatto lettera morta. Non solo: la nuova stretta, secondo quanto filtra, potrebbe partire già da questo weekend, con il preavviso di un giorno solo che è stato ferocemente criticato dai diretti interessati per tutto l'operato del Conte bis. Venendo al merito di quello che potrebbe toccare in sorte agli italiani già nelle prossime ore, l'ipotesi prevalente è che si torni esattamente al complesso delle misure messe a punto dal precedente esecutivo nel periodo natalizio. Il che vuol dire, sostanzialmente, uniformare le restrizioni in tutto il Paese nei weekend, comprese le Regioni che sono in fascia gialla, con negozi, bar e ristoranti chiusi. Ma su come declinare nel dettaglio queste nuove limitazioni agli spostamenti, i punti di vista sono più di uno, e non hanno mancato di emergere sia sottotraccia, nella riunione a Palazzo Chigi di ieri tra il presidente del Consiglio, Mario Draghi, i ministri più importanti, il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, e il direttore del Consiglio superiore di Sanità, Franco Locatelli, sia attraverso pubbliche dichiarazioni degli esponenti politici. Ad esempio, non è ancora chiaro se si vorrà dichiarare, nei weekend, tutta Italia zona rossa o zona arancione. E la differenza non è di poco conto, perché nei fine settimana «arancioni» del trascorso periodo festivo era consentito circolare liberamente all'interno del proprio Comune tra le 5 del mattino e le 22, mentre se dovessero prevalere i «rigoristi», stavolta il colore sarebbe il rosso e ci sarebbe il lockdown duro, quello in cui, come un anno fa, ogni spostamento non strettamente necessario era vietato. Perché c'è da ricordare che una delle poche novità introdotte dal governo Draghi è stata quella di non consentire, nelle zone rosse, le visite ad amici e parenti, anche per una sola volta al giorno, che prima invece erano consentite. E sarà proibita l'attività sportiva, se non nelle vicinanze della propria abitazione. A rimetterci saranno negozianti, baristi e ristoratori delle zone in cui la curva del contagio è ritenuta sotto controllo, poiché sia nel caso dei week-end arancioni che di quelli rossi, anche loro dovrebbero abbassare le serrande assieme a tutti gli altri, potendo fare solo asporto e consegna a domicilio. Zona gialla che tra l'altro potrebbe mutare in senso più restrittivo nei giorni feriali, con la chiusura dei ristoranti a pranzo e l'anticipo del coprifuoco di due o tre ore, diventando sempre più simile a una zona arancione. Ma l'impressione è che, al di là di cosa si deciderà per i weekend, con i dati degli ultimi giorni ben presto tutta l'Italia possa ritrovarsi in rosso: è stato infatti il Cts a mettere nero su bianco la richiesta, già avanzata in passato al governo, di prevedere un passaggio automatico in zona rossa per le aree che superino la cifra di 250 contagi settimanali ogni 100.000 abitanti. Proprio sulla base di questo, alcuni sindaci e governatori (che si confronteranno oggi con l'esecutivo) hanno anticipato i tempi e annunciato le chiusure, come sta succedendo in Puglia con il sindaco di Bari, Antonio Decaro, che ha intenzione di andare anche oltre le ipotesi in campo, chiudendo di fatto il capoluogo pugliese alle 19, mentre il presidente della Regione, Michele Emiliano, ha già fatto sapere di aver disposto la chiusura di tutte le scuole. Sul fronte politico, chi si sta spendendo di più, nel perimetro della maggioranza, per scongiurare un'ulteriore ondata di chiusure, è il leader leghista, Matteo Salvini, per il quale non c'è bisogno di «chiudere tutto in tutta Italia». Salvini ha aggiunto che «nei weekend non servono più chiusure ma più controlli», e sulla stessa lunghezza d'onda c'è il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, del M5s, sul cui parere, non a caso, ha fatto leva il Capitano («Come ormai sostengono molti medici, il Cts e il sottosegretario Sileri, servono interventi mirati ed efficaci). Il pentastellato ha affermato che non ha senso «penalizzare la parte dell'Italia dove il contagio è sotto controllo» con un lockdown generalizzato di diverse settimane. E con la sua sponda a Salvini («Da lui parole di buon senso», ha commentato), ha consacrato un asse anti serrata. Dall'opposizione, la presidente di Fdi, Giorgia Meloni, chiede di tutelare i più fragili dal contagio «con posti riservati sui mezzi pubblici, orari dedicati nei supermercati, alla posta e negli uffici pubblici, e con una assistenza domiciliare dedicata a chi la richiedesse». «Se il governo le leggesse», ha aggiunto, «avremmo probabilmente meno morti e meno chiusure». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/divieti-salvini-sileri-contro-lockdown-2651012173.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-svezia-meno-morti-senza-serrate-e-la-svizzera-conferma-lok-allo-sci" data-post-id="2651012173" data-published-at="1615417344" data-use-pagination="False"> In Svezia meno morti senza serrate. E la Svizzera conferma l’ok allo sci Primi a chiudere e ultimi ad aprire ma al top dei decessi. Eppure, nonostante la chiusura delle scuole, di cinema, teatri, centri sportivi, nonostante il coprifuoco con bar e ristoranti sbarrati, l'Italia con oltre 100.000 morti è maglia nera Covid nel mondo. In Europa siamo superati solo dal Regno Unito con 124.000 morti ma che ora, con la campagna vaccinale di massa, sta invertendo la curva. Oltre al dato assoluto, anche il tasso di letalità è tra i più alti. È al 3,25%, il dato peggiore in Europa a parte Grecia (3,29), Ungheria (3,41) e Bulgaria (4,08). In Gran Bretagna è del 2,95% anche se i morti sono superiori. Sono in posizione migliore, Germania con il 2,86%, Spagna con 2,26% e Francia con 2,24%. Questi numeri però ci dicono che i Paesi che hanno attuato misure più restrittive non hanno risolto affatto il problema del Covid. L'Ispi, l'Istituto di politica internazionale, ha misurato l'incidenza delle restrizioni sulla diffusione del contagio usando una scala da 0 a 100 che indica il massimo del contenimento. Nella prima ondata, l'Italia ha il livello più alto (80) e conta 587 vittime per milione di abitanti. La Francia ha 74 con 469 decessi, la Spagna 68 con 645 morti, Regno Unito 60 con 609 vittime. Idem la Germania che però ha solo 112 decessi. La Svezia ha il livello più basso (49) e 571 vittime. Nella seconda ondata, da ottobre 2020 al 10 febbraio 2021 l'Italia è sempre al primo posto (74) seguita da Uk (72), Spagna e Germania (70), Francia (66) e Svezia (63). L'Italia è stata la prima a chiudere le scuole, la Dad è scattata dal 27 ottobre mentre altrove non è arrivata fino a dicembre. Da ottobre 2020 a febbraio 2021, nel nostro Paese si contano 941 vittime per milione di abitanti mentre in Germania 650, in Francia 762, in Svezia 672, in Spagna 718. Solo il Regno Unito a causa della variante inglese arriva a 1.077 vittime per milione di abitanti. Uno studio dell'Oxford coranavirus government response tracker ha stilato una classifica dei Paesi in base ai giorni di blocco delle attività. Al primo posto c'è l'Irlanda (163) seguita dall'Italia (131). In fondo i Paesi Bassi (110), Regno Unito (104), Belgio (97), Francia (84), Lituania (76). Confrontando questi numeri con le curve epidemiologiche emerge che chi ha attuato misure più restrittive non ha bloccato la pandemia. In Germania, il lockdown, iniziato poco prima di Natale e fino al 7 marzo, non prevedeva l'obbligo di restare in casa. Da lunedì scorso sono stati riaperti negozi, musei e gallerie nelle aree con bassi contagi. Le scuole sono ripartite da metà febbraio. In Spagna il coprifuoco ha orari variabili su base regionale e in generale inizia alle 23. A Madrid i ristoranti sono aperti. La Svezia, che ha un tasso di mortalità tra i più bassi in Europa (122 ogni 100.000 abitanti) non ha mai attuato il lockdown. Dal governo sono arrivati solo inviti alle responsabilità individuali. Uniche limitazioni il divieto degli alcolici dopo le 20 e numero massimo di ingressi nei centri sportivi e commerciali. La mascherina non è obbligatoria. La Svizzera ha adottato alcune misure di restrizione ma mai il blocco totale. Le stazioni sciistiche sono rimaste aperte. Il tasso di positività è attualmente al 4,58% e nella giornata di ieri sono stati segnalati 14 decessi e 41 ricoveri. I Paesi Bassi hanno adottato, durante la prima ondata, quello che il governo ha chiamato il «contenimento intelligente». I negozi sono rimasti aperti e la popolazione è stata libera di uscire. Solo ultimamente c'è stato un parziale giro di vite con ingressi contingentati nei ristoranti.
Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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«Purtroppo il caporalato non è un fenomeno di questi giorni e i dati numerici ci dicono che come fenomeno non si sia aggravato, ma di fronte a queste situazioni continueremo ad inasprire le sanzioni e aumentare i controlli. I lavoratori vanno rispettati tutti, italiani e immigrati».
Il ministro ha aggiunto: «È stata l’illegalità diffusa che ha permesso, anche rispetto all’immigrazione clandestina, di trovare sacche delle quali hanno approfittato gli sfruttatori. Con i decreti flussi si prevede invece l’applicazione della civiltà».
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