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2021-03-23
Disastri e ombre sulla riconferma. Tocca alle Regioni fermare Magrini
Nicola Magrini (Ansa)
Nicola Magrini è stato riconfermato dal ministro della Salute, Roberto Speranza, alla direzione generale dell'Agenzia italiana del farmaco, ma circola l'idea che abbia fatto assai poco per meritare di sedere ancora su quella poltrona. La singolare coincidenza, del rinnovo dell'incarico con lo stop di Astrazeneca, messa in luce dalla Verità, che ha documentato come Magrini avesse aggiornato il proprio cv proprio nelle ore in cui prendeva la «decisione politica», di sospendere in via precauzionale il vaccino anglosvedese (lo scorso 15 marzo), mossa quasi «premiata» tre giorni dopo dal ministro, che il 18 marzo firmava la sua riconferma, è solo una delle zone d'ombra in cui sembra muoversi il dg di Aifa.
Prima l'annuncio che Astrazeneca era preferibile per gli under 55, poi il via libera anche ai cittadini fino ai 65 anni in buone condizioni di salute. Infine l'annuncio che il vaccino può essere usato da tutte le fasce di età. «Messaggi contrastanti», commentò Silvio Garattini, fondatore e presidente dell'Istituto Mario Negri, «a cui non è stata seguita un'adeguata comunicazione».
La scorsa settimana viene decisa l'improvvida sospensione, accodandosi alla Germania e senza ascoltare l'Ema, l'Agenzia europea del farmaco, che aveva consigliato di non interromperne la somministrazione del vaccino. Domenica sera, a Non è l'Arena su La 7, si è svolto una sorta di processo per direttissima a carico di Magrini. Dagli Stati Uniti, dove ora lavora, Luca Pani, psichiatra e biologo molecolare che fu direttore generale dell'Aifa dal 2011 al 2016, ha detto che Astrazeneca non andava sospeso. «È stato esercitato in maniera non scientifica un principio di precauzione esagerato, perché se di rischio si doveva parlare, bisognava mettere nel calcolo anche quello che sarebbe successo a non vaccinare per quattro giorni», ha dichiarato il professore in collegamento dalla Florida, ricordando che «l'esitazione vaccinale è già complicata di per sé». Ha rimarcato il concetto: «Questa decisione non l'ho capita» e alla domanda del conduttore, Massimo Giletti, su che cosa avrebbe fatto se fosse stato ancora dg di Aifa ha risposto senza esitazione: «Avrei continuato dritto», nel far vaccinare gli italiani con Astrazeneca. Davanti a una decisione imposta avrebbe detto: «Queste sono le mie dimissioni, grazie e arrivederci». La farmacovigilanza non può sottostare a diktat politici. Sconcertante il commento del sottosegretario al ministero della Salute, Pierpaolo Sileri, tra gli ospiti della trasmissione: «La penso esattamente come Pani». Per poi aggiungere: «Ho chiesto tante cose a Magrini negli ultimi sei mesi, dai monoclonali alle vaccinazioni, però…», omettendo di completare la frase e non migliorando certo l'immagine dell'attuale dg di Aifa. Si è anche lasciato scappare che «la politica è stata troppo presente nelle nomine» di personaggi il cui cv «torna buono per accendere il caminetto in campagna». «Direttori generali asserviti alla politica, come possono avere il coraggio di dire no se gli viene imposta una cosa?», ha aggiunto.
Certo, come è capitato altre volte di fronte alle affermazioni del medico pentastellato anche quando era vic ministro, Sileri dice cose sacrosante, ma «non tocca palla». Sembra un commentatore di quanto avviene a Lungotevere Ripa. Pani ha ricordato che al momento della sospensione decisa in Italia, il Regno Unito aveva già vaccinato 11 milioni di persone, eppure June Raine, capo dell'agenzia del farmaco britannica (Mhra), non ritenne giustificato uno stop. La Raine non è l'ultima arrivata nel campo scientifico, visto che dal 2012 al 2018 è stata presidente del Prac, la Commissione di farmacovigilanza dell'Ema. «Stiamo parlando di competenze enormi, anche nella capacità di avere la percezione del rischio», ha sottolineato Pani. Come dire: e Magrini che esperienza aveva in tutto ciò per bloccate il vaccino sviluppato presso l'università di Oxford? Forse sulle competenze del dg qualche dubbio ce l'ha anche il premier, Mario Draghi, se l'ha tolto dal Cts mettendo al suo posto lo scienziato Giorgio Palù, presidente di Aifa.
Per sconfessare l'operato dell'attuale direttore generale è stata tirata fuori anche la questione degli anticorpi monoclonali, terapia negata per mesi ai pazienti Covid con sintomi lievi, perché la nostra Agenzia del farmaco non dava il via libera. Una cura invece indispensabile «per non far arrivare i pazienti in ospedale», ha sottolineato Pani. A febbraio, il virologo Guido Silvestri definì del «tutto insostenibile» la posizione di Magrini «che non approvò la sperimentazione», malgrado fosse possibile fin da ottobre 2020 senza violare alcuna legge o regola. «Credo che ci si debba chiedere», concluse Silvestri, «se la sua presenza a capo di Aifa rappresenti ancora la cosa giusta per l'Italia e per i malati di Covid-19». Il bolognese Magrini è l'ultimo dg nel giro di pochi anni. Nel settembre del 2018 Mario Melazzini lascia l'incarico di dg, che occupava dal novembre 2016 (fu nominato da Beatrice Lorenzin), perché il ministro M5s, Giulia Grillo, gli preferisce Luca Li Bassi, poi congedato nel 2019 dall'allora neoministro, Roberto Speranza, che sceglie Magrini. «Esprimiamo grande soddisfazione per l'elezione», dichiarò a gennaio 2020 Sergio Venturi, presidente del comitato di settore Regioni-sanità. Venturi, ex assessore alle Politiche della salute e già commissario per l'emergenza Covid della Regione Emilia Romagna, nell'occasione ricordò il legame di Magrini, come ricercatore, con la Regione amministrata da Stefano Bonaccini.
Sono però di centrodestra la maggior parte dei governatori che giovedì dovranno esprimere il loro parere sulla riconferma del dg di Aifa. Stanno valutando se in questi mesi ai vertici della farmacovigilanza si è davvero lavorato per la salvaguardia della salute pubblica.
Lo stop fa crollare la fiducia in Az. Boom di disdette anche in Italia
Crolla la fiducia dei cittadini europei nel vaccino Astrazeneca. Un sondaggio realizzato in questi giorni dalla società inglese Yougov dimostra che lo stop and go inflitto al preparato dell'azienda britannicosvedese ha rappresentato un bruttissimo colpo per la campagna vaccinale europea. Nel giro di pochissimo tempo, spiegano da Yougov, la stima nei confronti del vaccino di Oxford è calata sensibilmente nei quattro Paesi più popolosi dell'Unione europea. Solo il 32% dei cittadini tedeschi intervistati oggi reputa sicuro il farmaco di Astrazeneca, contro il 43% dell'ultima rilevazione condotta a fine febbraio. Per contro, più della metà (55%) lo ritiene pericoloso, in netta ascesa rispetto al valore del mese scorso (40%). Stesso discorso per Francia (61% non sicuro contro il precedente 43%), e Spagna (oggi sicuro per il 38% degli intervistati contro il 59% di febbraio).
Non fa eccezione, naturalmente, il nostro Paese. Solo poco più di un terzo dei partecipanti al sondaggio (36%) ritiene che il vaccino di Astrazeneca sia sicuro, un crollo verticale rispetto al risultato pubblicato a febbraio, quando gli italiani che si fidavano erano più della metà (54%). E così, da Nord a Sud dello Stivale si registrano disdette per una percentuale significativa delle persone chiamate a ricevere il siero britannico, alle quali si sommano le rinunce già pervenute nei giorni immediatamente precedenti alla sospensione da parte dell'Agenzia italiana del farmaco. Non sono bastate a convincere i più dubbiosi né le rassicurazioni delle autorità sanitarie, né tantomeno la minaccia di mandare «in coda» chi avrebbe rifiutato la somministrazione.
Clamorosa débacle in Campania. Secondo quanto riportato da Il Riformista e Il Mattino, la percentuale dei forfait sfiora un terzo degli appuntamenti in programma. Sabato mattina all'hub dell'Asl Napoli 1 sono state inoculate appena 272 dosi, pari a due terzi del personale scolastico convocato. Leggermente superiore (76,5%) la percentuale fatta registrare nel pomeriggio, quando in programma c'era la vaccinazione del personale delle forze dell'ordine. Nelle altre Asl campane la quota di rifiuti si aggira tra il 25% e il 33%. Non va meglio in Piemonte, dove si registra una media di 25-30% di rinunce, con punte di oltre il 31% nella città di Torino. Venerdì scorso, invece, il segretario locale della Federazione italiana dei medici di medicina generale, Andrea Stimamiglio, ha spiegato che circa il 10% degli 11.000 liguri che la settimana scorsa avrebbe dovuto ricevere il vaccino Astrazeneca ha contattato il proprio medico di base per disdire la prenotazione. Valori simili a quelli riscontrati in Toscana, dove il governatore, Eugenio Giani, preferisce rimanere positivo. «Abbiamo registrato meno del 12% di rinunce ad Astrazeneca dopo le notizie dei giorni scorsi», ha dichiarato Giani, «questo vuol dire che quasi il 90% continua per fortuna a fidarsi, del resto la diffidenza è incomprensibile».
Serpeggia la diffidenza nel comparto scolastico, uno dei più impattati dalla sospensione del farmaco britannicosvedese. Secondo le stime del sito specializzato Tecnica della scuola, confermate dai dati ufficiali pervenuti nel fine settimana alla ripresa delle vaccinazioni, sono 100.000 i lavoratori del settore che avrebbero deciso di non sottoporsi al vaccino. Vale a dire, quasi uno su dieci. Percentuale più che doppia in Sardegna: il commissario Ares-Ats Massimo Temussi ha comunicato all'Ansa che la percentuale di disdette da parte del personale della scuola è nell'ordine del 20%.
Negativi anche i dati che arrivano dal Veneto. Sono ben 561 le disdette registrate dall'Ulss 6 Euganea di Padova al termine della due giorni di vaccinazioni svoltasi sabato e domenica, solo parzialmente tamponate dalla chiamata dei sostituti. Complessivamente, su 3.262 insegnanti convocati sono state effettuate 2.501 somministrazioni, con un tasso di rifiuto che sfiora il 25%. Quasi metà delle persone contattate dall'Ulss Berica di Vicenza, poi, non si sono presentate all'appello.
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Pioggia di critiche sul dg dell'Aifa, dopo le strane coincidenze sulle date del reincarico svelate dalla Verità. Luca Pani: «Al suo posto mi sarei dimesso». Pierpaolo Sileri: «Anch'io». Giovedì i governatori possono provare a destituirlo.Un sondaggio Yougov certifica la paura degli europei. Fuga record in Campania.Lo speciale contiene due articoli.Nicola Magrini è stato riconfermato dal ministro della Salute, Roberto Speranza, alla direzione generale dell'Agenzia italiana del farmaco, ma circola l'idea che abbia fatto assai poco per meritare di sedere ancora su quella poltrona. La singolare coincidenza, del rinnovo dell'incarico con lo stop di Astrazeneca, messa in luce dalla Verità, che ha documentato come Magrini avesse aggiornato il proprio cv proprio nelle ore in cui prendeva la «decisione politica», di sospendere in via precauzionale il vaccino anglosvedese (lo scorso 15 marzo), mossa quasi «premiata» tre giorni dopo dal ministro, che il 18 marzo firmava la sua riconferma, è solo una delle zone d'ombra in cui sembra muoversi il dg di Aifa. Prima l'annuncio che Astrazeneca era preferibile per gli under 55, poi il via libera anche ai cittadini fino ai 65 anni in buone condizioni di salute. Infine l'annuncio che il vaccino può essere usato da tutte le fasce di età. «Messaggi contrastanti», commentò Silvio Garattini, fondatore e presidente dell'Istituto Mario Negri, «a cui non è stata seguita un'adeguata comunicazione». La scorsa settimana viene decisa l'improvvida sospensione, accodandosi alla Germania e senza ascoltare l'Ema, l'Agenzia europea del farmaco, che aveva consigliato di non interromperne la somministrazione del vaccino. Domenica sera, a Non è l'Arena su La 7, si è svolto una sorta di processo per direttissima a carico di Magrini. Dagli Stati Uniti, dove ora lavora, Luca Pani, psichiatra e biologo molecolare che fu direttore generale dell'Aifa dal 2011 al 2016, ha detto che Astrazeneca non andava sospeso. «È stato esercitato in maniera non scientifica un principio di precauzione esagerato, perché se di rischio si doveva parlare, bisognava mettere nel calcolo anche quello che sarebbe successo a non vaccinare per quattro giorni», ha dichiarato il professore in collegamento dalla Florida, ricordando che «l'esitazione vaccinale è già complicata di per sé». Ha rimarcato il concetto: «Questa decisione non l'ho capita» e alla domanda del conduttore, Massimo Giletti, su che cosa avrebbe fatto se fosse stato ancora dg di Aifa ha risposto senza esitazione: «Avrei continuato dritto», nel far vaccinare gli italiani con Astrazeneca. Davanti a una decisione imposta avrebbe detto: «Queste sono le mie dimissioni, grazie e arrivederci». La farmacovigilanza non può sottostare a diktat politici. Sconcertante il commento del sottosegretario al ministero della Salute, Pierpaolo Sileri, tra gli ospiti della trasmissione: «La penso esattamente come Pani». Per poi aggiungere: «Ho chiesto tante cose a Magrini negli ultimi sei mesi, dai monoclonali alle vaccinazioni, però…», omettendo di completare la frase e non migliorando certo l'immagine dell'attuale dg di Aifa. Si è anche lasciato scappare che «la politica è stata troppo presente nelle nomine» di personaggi il cui cv «torna buono per accendere il caminetto in campagna». «Direttori generali asserviti alla politica, come possono avere il coraggio di dire no se gli viene imposta una cosa?», ha aggiunto. Certo, come è capitato altre volte di fronte alle affermazioni del medico pentastellato anche quando era vic ministro, Sileri dice cose sacrosante, ma «non tocca palla». Sembra un commentatore di quanto avviene a Lungotevere Ripa. Pani ha ricordato che al momento della sospensione decisa in Italia, il Regno Unito aveva già vaccinato 11 milioni di persone, eppure June Raine, capo dell'agenzia del farmaco britannica (Mhra), non ritenne giustificato uno stop. La Raine non è l'ultima arrivata nel campo scientifico, visto che dal 2012 al 2018 è stata presidente del Prac, la Commissione di farmacovigilanza dell'Ema. «Stiamo parlando di competenze enormi, anche nella capacità di avere la percezione del rischio», ha sottolineato Pani. Come dire: e Magrini che esperienza aveva in tutto ciò per bloccate il vaccino sviluppato presso l'università di Oxford? Forse sulle competenze del dg qualche dubbio ce l'ha anche il premier, Mario Draghi, se l'ha tolto dal Cts mettendo al suo posto lo scienziato Giorgio Palù, presidente di Aifa. Per sconfessare l'operato dell'attuale direttore generale è stata tirata fuori anche la questione degli anticorpi monoclonali, terapia negata per mesi ai pazienti Covid con sintomi lievi, perché la nostra Agenzia del farmaco non dava il via libera. Una cura invece indispensabile «per non far arrivare i pazienti in ospedale», ha sottolineato Pani. A febbraio, il virologo Guido Silvestri definì del «tutto insostenibile» la posizione di Magrini «che non approvò la sperimentazione», malgrado fosse possibile fin da ottobre 2020 senza violare alcuna legge o regola. «Credo che ci si debba chiedere», concluse Silvestri, «se la sua presenza a capo di Aifa rappresenti ancora la cosa giusta per l'Italia e per i malati di Covid-19». Il bolognese Magrini è l'ultimo dg nel giro di pochi anni. Nel settembre del 2018 Mario Melazzini lascia l'incarico di dg, che occupava dal novembre 2016 (fu nominato da Beatrice Lorenzin), perché il ministro M5s, Giulia Grillo, gli preferisce Luca Li Bassi, poi congedato nel 2019 dall'allora neoministro, Roberto Speranza, che sceglie Magrini. «Esprimiamo grande soddisfazione per l'elezione», dichiarò a gennaio 2020 Sergio Venturi, presidente del comitato di settore Regioni-sanità. Venturi, ex assessore alle Politiche della salute e già commissario per l'emergenza Covid della Regione Emilia Romagna, nell'occasione ricordò il legame di Magrini, come ricercatore, con la Regione amministrata da Stefano Bonaccini. Sono però di centrodestra la maggior parte dei governatori che giovedì dovranno esprimere il loro parere sulla riconferma del dg di Aifa. Stanno valutando se in questi mesi ai vertici della farmacovigilanza si è davvero lavorato per la salvaguardia della salute pubblica.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/disastri-e-ombre-magrini-2651173232.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-stop-fa-crollare-la-fiducia-in-az-boom-di-disdette-anche-in-italia" data-post-id="2651173232" data-published-at="1616443030" data-use-pagination="False"> Lo stop fa crollare la fiducia in Az. Boom di disdette anche in Italia Crolla la fiducia dei cittadini europei nel vaccino Astrazeneca. Un sondaggio realizzato in questi giorni dalla società inglese Yougov dimostra che lo stop and go inflitto al preparato dell'azienda britannicosvedese ha rappresentato un bruttissimo colpo per la campagna vaccinale europea. Nel giro di pochissimo tempo, spiegano da Yougov, la stima nei confronti del vaccino di Oxford è calata sensibilmente nei quattro Paesi più popolosi dell'Unione europea. Solo il 32% dei cittadini tedeschi intervistati oggi reputa sicuro il farmaco di Astrazeneca, contro il 43% dell'ultima rilevazione condotta a fine febbraio. Per contro, più della metà (55%) lo ritiene pericoloso, in netta ascesa rispetto al valore del mese scorso (40%). Stesso discorso per Francia (61% non sicuro contro il precedente 43%), e Spagna (oggi sicuro per il 38% degli intervistati contro il 59% di febbraio). Non fa eccezione, naturalmente, il nostro Paese. Solo poco più di un terzo dei partecipanti al sondaggio (36%) ritiene che il vaccino di Astrazeneca sia sicuro, un crollo verticale rispetto al risultato pubblicato a febbraio, quando gli italiani che si fidavano erano più della metà (54%). E così, da Nord a Sud dello Stivale si registrano disdette per una percentuale significativa delle persone chiamate a ricevere il siero britannico, alle quali si sommano le rinunce già pervenute nei giorni immediatamente precedenti alla sospensione da parte dell'Agenzia italiana del farmaco. Non sono bastate a convincere i più dubbiosi né le rassicurazioni delle autorità sanitarie, né tantomeno la minaccia di mandare «in coda» chi avrebbe rifiutato la somministrazione. Clamorosa débacle in Campania. Secondo quanto riportato da Il Riformista e Il Mattino, la percentuale dei forfait sfiora un terzo degli appuntamenti in programma. Sabato mattina all'hub dell'Asl Napoli 1 sono state inoculate appena 272 dosi, pari a due terzi del personale scolastico convocato. Leggermente superiore (76,5%) la percentuale fatta registrare nel pomeriggio, quando in programma c'era la vaccinazione del personale delle forze dell'ordine. Nelle altre Asl campane la quota di rifiuti si aggira tra il 25% e il 33%. Non va meglio in Piemonte, dove si registra una media di 25-30% di rinunce, con punte di oltre il 31% nella città di Torino. Venerdì scorso, invece, il segretario locale della Federazione italiana dei medici di medicina generale, Andrea Stimamiglio, ha spiegato che circa il 10% degli 11.000 liguri che la settimana scorsa avrebbe dovuto ricevere il vaccino Astrazeneca ha contattato il proprio medico di base per disdire la prenotazione. Valori simili a quelli riscontrati in Toscana, dove il governatore, Eugenio Giani, preferisce rimanere positivo. «Abbiamo registrato meno del 12% di rinunce ad Astrazeneca dopo le notizie dei giorni scorsi», ha dichiarato Giani, «questo vuol dire che quasi il 90% continua per fortuna a fidarsi, del resto la diffidenza è incomprensibile». Serpeggia la diffidenza nel comparto scolastico, uno dei più impattati dalla sospensione del farmaco britannicosvedese. Secondo le stime del sito specializzato Tecnica della scuola, confermate dai dati ufficiali pervenuti nel fine settimana alla ripresa delle vaccinazioni, sono 100.000 i lavoratori del settore che avrebbero deciso di non sottoporsi al vaccino. Vale a dire, quasi uno su dieci. Percentuale più che doppia in Sardegna: il commissario Ares-Ats Massimo Temussi ha comunicato all'Ansa che la percentuale di disdette da parte del personale della scuola è nell'ordine del 20%. Negativi anche i dati che arrivano dal Veneto. Sono ben 561 le disdette registrate dall'Ulss 6 Euganea di Padova al termine della due giorni di vaccinazioni svoltasi sabato e domenica, solo parzialmente tamponate dalla chiamata dei sostituti. Complessivamente, su 3.262 insegnanti convocati sono state effettuate 2.501 somministrazioni, con un tasso di rifiuto che sfiora il 25%. Quasi metà delle persone contattate dall'Ulss Berica di Vicenza, poi, non si sono presentate all'appello.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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