Tutto un balletto di zeri. +0 virgola, -0 virgola. Forza Italia di Antonio Tajani perde lo 0,2% planando al 7,5. Avs, l’Alleanza Verdi e Sinistra del Gatto & il Gatto, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, conquista uno 0,2 salendo al 6,9. E i partiti più grandi? Fratelli d’Italia è sempre primo con il 28,8%, in discesa di uno 0,3 rispetto al 27 aprile. La Lega di Matteo Salvini cala meno, di uno 0,1, al 6,1%. Noi moderati di Maurizio Lupi è invece l’unico partito di governo che negli ultimi sette giorni è salito: di uno 0,1, arrivando all’1,2%. Il Pd di Elly Schlein resta sempre la principale forza d’opposizione, con il 21,8 % (+0,2). Mentre il M5S di Giuseppe Conte perde lo 0,1%, scendendo al 12,4. I rimanenti «cespugli» sono sempre sotto il 4%. Azione di Carlo Calenda e +Europa crescono entrambi dello 0,1%, rispettivamente al 3,5% e all’1,6%. Italia viva di Matteo Renzi guadagna nientepopodimeno che lo 0,2 toccando il 2,5%. Mentre è stabile il Futuro nazionale di Roberto Vannacci, al 3,6%. So what, chioserebbero a questo punto gli analisti anglosassoni. Embè?, commenterebbero a Trastevere.
Che senso ha questa tarantella di mini-frane e di mini-avanzate? Quale fotografia delle intenzioni di voto degli italiani (almeno di quelli «sondati») ci restituisce un appuntamento che registra capillarmente ogni settimana le loro variazioni, con micro-spostamenti in cui l’unico dato che raggiunge la soglia dell’1% è quello relativo a chi «non si esprime», passato dal 29 al 28%?
Il monitoraggio permanente non è una abitudine (legittima) solo del TgLa7. Solo negli ultimi cinque giorni sono arrivate anche le rilevazioni del Tg3, alle 19 di giovedì 30 aprile. E quella Ipsos/Doxa del Corriere della Sera, con le riflessioni di Nando Pagnoncelli, venerdì primo maggio. Senza dimenticare la Supermedia Agi/Youtrend del 30 aprile, che non è una semplice media aritmetica dei sondaggi che vengono pubblicati, ma «una media “ragionata”, cioè con diversi tipi di ponderazione, che serve a restituire un quadro quanto più realistico possibile delle intenzioni di voto».
Un quadro politico piuttosto stagnante rispetto al quale sembra però emergere una certa qual soddisfazione di poter annunciare che «il centrosinistra ha superato il centrodestra». E finalmente, verrebbe da aggiungere: dopo quattro anni di storytelling apocalittico, con «disastri» uno via l’altro, con l’Italia fatta precipitare nel «baratro» economico, con l’esplosione di «scandali» a ripetizione, la «corruzione galoppante», le «camicie nere dilaganti», e altre calamità da far invidia alle piaghe d’Egitto, solo oggi le forze di opposizione sono arrivate al sorpasso. Di quanto? Di un punticino, per Youtrend.
Ma il dato striminzito consente per esempio a Repubblica di titolare «Il campo largo aumenta il vantaggio sul centrodestra», con «lo scarto più ampio in questa legislatura». Non diversamente dal Corriere: «Il centrodestra (Vannacci incluso) in discesa, per la prima volta è dietro al campo largo». Solo che poi uno legge l’articolo e scopre che la situazione è meno definita (e definitiva) di quanto sembri. Intanto, scrive Pagnoncelli, «i risultati delle coalizioni possibili sono molto vicini». Il centrodestra nel suo insieme - Fdi, Fi, Lega, Nm e Fn vannacciano - arriva al 46,1%. Il centrosinistra - Pd, M5s, Avs, +Europa, Iv - al 46,6%. Quindi il punto in più di Youtrend qui si dimezza.
Ma curiosamente il partito di Giorgia Meloni è in ogni rilevazione sempre quello più «scelto». E se anche cala, come segnala il Corriere, al 26,2%, che è più basso della percentuale (su voti veri) del 28,8% alle Europee, è ancora sopra al 26% preso alle Politiche. Non solo: il gradimento nei confronti dell’esecutivo è risalito dal 40 di fine marzo, cioè a ridosso della scoppola rimediata al referendum sulla giustizia, al 41 di oggi.
Stessa musica per Meloni: il gradimento nei suoi confronti è salito addirittura di 2 punti da fine marzo, dal 40 al 42%. Eppure, il messaggio che si sta facendo passare è quello di un deciso cambio di umori dell’opinione pubblica.
Lo stesso Tg3, nel pubblicizzare i risultati del sondaggio Emg (che si apre con una domanda: «Nell’ipotesi si torni a votare, lei pensa di recarsi alle urne?», ha risposto sì il 62%), ha dato conto di quella successiva, «Se sì, per quale partito voterebbe?», assemblando maliziosamente i dati. Così, anche graficamente, il centrosinistra appare soverchiante con il 45,6%, ma anche qui la «forbice» è minima, stante il 45% della maggioranza di governo, cioè dei quattro partiti che la compongono. Ma attenzione: senza Vannacci, che in questa rilevazione è quotato al 3,2%. Dettaglio tutt’altro che marginale. C’è di che rimanere disorientati. Proprio come davanti alle interpretazioni sui numeri del referendum. «L’Italia volta pagina, l’Italia archivia la parentesi del governo della peggior destra di sempre» etc, i commenti a botta calda.
Con l’autorevole distinguo di Nicola Gratteri, uno dei vincitori della consultazione, che il 9 aprile, ospite su La7, ha spiegato: «Tutti quei voti al No non sono al centrosinistra; ci sono almeno 3 milioni di voti che arrivano dal centrodestra». E qui il mio spaesamento ha avuto un’impennata. Perché se è corretto osservare che i 14.462.758 milioni di voti per il No non sono tutti da accreditare al centrosinistra, meno comprensibile risulta il calcolo sui cosiddetti «flussi» che avrebbero spostato 3 milioni di voti dal Sì al No. Perché i 12.447.077 presi dal Sì sono addirittura superiori ai 12.305.014 voti incassati dai quattro partiti di governo alle elezioni del 2022. Se dunque tre milioni di elettori di centrodestra si sono espressi a favore del No, ciò significa che quel «buco» è stato coperto da altrettanti consensi provenienti da sinistra per il fronte del Sì. O no? Si dirà: ma è un ragionamento «spannometrico». Può darsi. Ma non è tanto dissimile da quello di chi, da sinistra, sta suonando la grancassa della palingenesi prossima ventura, ciurlando nel manico e sperando in una profezia che si autoavveri.