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2020-11-16
Dieci milioni di euro per regalare case agli irregolari
Ansa
Una torta da quasi 600 milioni di euro, metà dei quali finanziati dall'Unione europea e metà dallo Stato italiano. È un piatto ricco quello rappresentato dal Fondo asilo, migrazione e integrazione (Fami). Per dare un'idea, una somma sufficiente ad acquistare 12.000 appartamenti di lusso nel quadrilatero della moda a Milano. A beneficiarne, non solo una miriade di enti locali alle prese sul campo con le problematiche legate alla gestione dei migranti. Il fondo fa gola a decine tra consorzi, cooperative, associazioni e fondazioni, che si spartiscono complessivamente circa 120 milioni di euro, pari a un quinto dell'intero bottino.
Il Fami è uno strumento finanziario istituito con Regolamento Ue 516/2014, e il suo obiettivo consiste nel fornire sostegno alla gestione dei flussi migratori in tutti i suoi aspetti: asilo, integrazione e rimpatrio. Numerosi progetti riguardano l'assistenza di minori stranieri non accompagnati (Msna). La quota di spettanza di Bruxelles proviene dal bilancio settennale dell'Unione europea, alla voce «Sicurezza e cittadinanza». Nel periodo 2014-2020, il Fami «pesa» 3,13 miliardi di euro per l'intera Unione europea.
Se la matematica non è un'opinione, dal momento che l'Italia contribuisce per il 13,5% al budget Ue, più di 400 milioni di euro arrivano dalle nostre casse. Bruxelles, dunque, si limita a restituirci quanto versato, e poiché la restante metà viene gentilmente offerta dal nostro Paese, è come se pagassimo due volte.
La gestione del fondo è in capo al Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del ministero dell'Interno, mentre la programmazione nazionale è affidata a un documento elaborato dall'Italia per la definizione degli obiettivi strategici operativi e da realizzare con la dotazione finanziaria a disposizione. Nell'introduzione del testo inviato alla Commissione europea, c'è la fotografia di un Paese segnato dalla «pressione migratoria di proporzioni e intensità considerevoli». Nel 2018, tra centri di prima (come i Cas) e di seconda accoglienza (per esempio gli Sprar) si è arrivati a ospitare più di 170.000 migranti. Un fenomeno che costituisce una sfida per i forzieri dello Stato, con una previsione di spesa quantificata dal Def 2018 tra 4,6 e 5 miliardi di euro annui. Tutto ciò che ruota intorno al mondo degli sbarchi diventa onere per la fiscalità generale, e dunque per i cittadini, ma anche ghiotta opportunità di business per la galassia di soggetti del settore.
Nel calderone del Fami finisce un po' di tutto. Ci sono innanzitutto i grandi progetti gestiti dai ministeri: su tutti il Viminale, titolare di 3 dei 5 più importanti dal punto di vista finanziario. Si va dalla realizzazione di una «azione sistemica di rimpatrio forzato con e senza scorta nei Paesi di origine di cittadini stranieri rintracciati in situazione di irregolarità sul territorio nazionale», che «pesa» ben 27,5 milioni di euro; ai 15,6 milioni destinati al Sisami, il sistema informatico servizi dell'asilo, della migrazione e dell'integrazione; all'accompagnamento all'autonomia e inclusione dei titolari di protezione umanitaria, finanziato con 8,3 milioni di euro. Notevole lo stanziamento destinato al progetto di primissima assistenza in mare (Passim), diviso in due tranche del valore complessivo di 10,2 milioni di euro, volto a sostenere gli interventi di soccorso sanitario a bordo delle navi della Marina, della Guardia costiera e della Guardia di finanza, anche allo scopo di contrastare «il rischio di importazione di malattie infettive e diffusive».
Guardando alla ripartizione dei 583,2 milioni di euro destinati a progetti già stanziati (su quasi 800 di dotazione complessiva), nel ramo privato le cooperative incassano 58,7 milioni di euro (10%), seguite dai consorzi (32,5 milioni), e dalle associazioni Arci (9,3 milioni). Realtà nella maggior parte dei casi vicine agli ambienti di sinistra, anche quella più radicale. Più della metà finisce invece nel settore pubblico. Le Regioni fanno la parte del leone con 149,5 milioni, seguono poi i ministeri (76,8 milioni di euro), Comuni (57,1 milioni), aziende sanitarie (18,2 milioni) e prefetture (15,1 milioni). Gli enti locali attingono a piene mani dal fondo dal momento che si trovano a dover gestire situazioni assai complesse sul territorio.
L'ondata migratoria degli ultimi anni ha senza dubbio messo a dura prova comuni, province e regioni. Non va dimenticato che solo nel 2014 sono pervenute quasi 65.000 domande di asilo, e delle 36.330 esaminate solo al 10% dei richiedenti è stato riconosciuto lo status di rifugiato, mentre al 22% è stata riconosciuta la protezione sussidiaria e nel 28% dei casi la protezione umanitaria. Considerando un tempo medio di gestione delle pratiche pari a circa sei mesi, le ricadute sul territorio diventano pesantissime. Le risorse del Fami si rivelano dunque una carta preziosa, spesso indispensabile per tamponare le mancanze dall'alto.
Con una dotazione superiore ai 10 milioni di euro, una parte dei quali cofinanziati dal Fami, Lgnet emergency assistance rappresenta uno dei progetti più sostanziosi. Si tratta di una rete costituita da una ventina di Comuni - tra i quali Roma, Milano, Napoli, Torino, Firenze, Palermo e Genova - i cui beneficiari sono, oltre ai titolari di protezione internazionale, gli immigrati fuoriusciti dai percorsi di accoglienza o che per diversi motivi non siano inseriti in tali percorsi. Tra gli ultimi bandi in ordine temporale, quello pubblicato a fine ottobre dal Comune di Sassari per verificare la disponibilità di immobili per 28 migranti regolari. Sul piatto, 150 euro mensili per ogni ospite offerti dall'amministrazione, più un contributo una tantum di 1.200 euro per le spese correnti. Considerate le numerose criticità abitative che riguardano cittadini della zona, la scelta del Comune turritano di cercare case per gli immigrati ha scatenato sui social un vespaio di polemiche.
Si moltiplicano poi i progetti legati alla formazione, all'integrazione culturale, all'educazione civica, alla lotta contro la discriminazione. Non mancano ovviamente i progetti relativi al lavoro, che vanno dal perfezionamento della lingua al contrasto al caporalato. Senza dubbio tutte iniziative dai nobili fini, anche se a volte tocca alla magistratura fare luce sulla gestione dei fondi. È il caso della vicenda legata alla Favola di Pollicino, un progetto da 3,2 milioni di euro indetto dal Comune di Tarvisio e destinato ai minori non accompagnati.
Nelle scorse settimane, i carabinieri del Nas di Udine hanno effettuato una serie di perquisizioni negli uffici comunali a Tarvisio e Pordenone. Gli inquirenti hanno setacciato le abitazioni di 4 persone sottoposte a indagine, e gli uffici di una cooperativa e di un'impresa sociale. L'attenzione degli inquirenti si è concentrata sulle procedure del bando di gara e su eventuali favoritismi, ma anche sull'idoneità delle strutture e del personale coinvolto, nonché sui percorsi di accoglienza per i minori. Speriamo solo che, a differenza di Pollicino, ai giovani beneficiari del progetto non sia toccato imbattersi in un orco cattivo.
Ecco dove finiscono i contributi a pioggia contro il radicalismo
Gli acronimi sono diversi, alcuni piuttosto originali: c'è ci chi punta sulla letteratura latina, chi invece fa leva sulla dimensione dei giochi, soprattutto quelli in rete. Nell'elenco dei progetti che l'Ue finanzia per il contrasto alla radicalizzazione si trova praticamente di tutto. Ogni anno, i soldi del Fondo per le azioni di sicurezza interna finiscono nei bilanci di Ong, università e società di consulenza. Spesso con risultati non entusiasmanti, come nel caso della Ong austriaca Derad. L'organizzazione, fondata nel 2015, si occupa di assistenza ai detenuti radicalizzati e opera per conto del ministero federale della Giustizia di Vienna. Tra i suoi programmi di reintegro è passato anche Kujtim Fejzulai, il ventenne macedone che la sera del 2 novembre scorso ha seminato il terrore tra le strade della capitale austriaca, uccidendo quattro persone. «I programmi di reintegro dei jihadisti non funzionano quasi mai, rischiano di creare confusione e fare danni ulteriori», ha attaccato in conferenza stampa il ministro dell'Interno austriaco, Karl Nehammer.
E pensare che, negli ultimi due anni, i soldi per Derad non sono mancati: come risulta dagli elenchi delle sovvenzioni accordate da Bruxelles, nel 2018 il consorzio a cui ha preso parte ha ricevuto un finanziamento di 712.518 euro per il programma di contrasto alla radicalizzazione Decount. Lo scorso anno, per «rompere la contronarrativa dell'Isis», a Derad e alle altre Ong coinvolte sono finiti altri 320.967 euro. Insomma, cifre niente male per un'organizzazione che viene presentata come «esempio di raccolta delle migliori pratiche di Ran».
In ambiente europeo, Ran è un acronimo noto: si tratta di una rete di professionisti che lavorano con «radicalizzati o soggetti vulnerabili alla radicalizzazione». Negli ultimi quattro anni, dal budget della Commissione europea sono partiti 25 milioni per finanziare le attività del network, di cui fanno parte rappresentanti della società civile, esperti e associazioni non governative. Il contrasto alla radicalizzazione deve essere un tema caro all'Unione, a giudicare dalla lunga lista di progetti finanziati in questi ultimi due anni.
Scorrendo i documenti del dipartimento affari interni, spuntano diverse iniziative italiane, come quella dell'università di Torino. Si chiama Cicero ed è una campagna di «contronarrazione per il contrasto e la prevenzione della radicalizzazione». A Bruxelles l'idea deve essere piaciuta, tanto che hanno deciso di scucire 952.297 euro per finanziarla. Nel consorzio che segue il progetto figurano, tra gli altri, il Cesi (Centro studi internazionali) di Andrea Margelletti, consigliere per le politiche di sicurezza e di contrasto al terrorismo del ministero della Difesa, la Confederazione islamica italiana e le società di consulenza Zanasi Alessandro srl e Novareckon srl.
I soldi dei contribuenti europei figurano tra i risconti passivi della Zanasi srl, una società con sede a Modena, che al 30 giugno 2020 contava appena dieci addetti. Iscritti a bilancio, ci sono i 45.682 euro corrisposti per il programma Cicero, che si aggiungono ai 530.058 euro elargiti dall'Ue per altri sei progetti. Cifre inferiori spuntano nei conti della Novareckon srl, uno «spin-off accademico dell'università del Piemonte orientale». Con un capitale sociale di 10.000 euro e appena otto dipendenti, la società «supporta le imprese nella partecipazione ai bandi pubblici e nell'ottenimento dei finanziamenti». Per Cicero, nei bilanci della Novareckon Srl figurano 18.204 euro.
Conoscere le sovvenzioni ricevute dalla Confederazione islamica italiana, invece, risulta di gran lunga più complicato. L'organizzazione, che riunisce le 14 federazioni islamiche italiane, lavora alla «diffusione della cultura islamica con un occhio di riguardo verso la regolamentazione e la realizzazione delle moschee e la formazione degli imam». Raggiunti al telefono dalla Verità, dall'organizzazione hanno preferito non rispondere alle domande. Le sovvenzioni ricevute dall'Unione europea e il ruolo svolto nel progetto restano così un mistero.
E chissà quale sia la somma partita da Bruxelles con destinazione Palermo, finita nei bilanci del Centro per lo sviluppo creativo Danilo Dolci. La no profit siciliana coordina una campagna di comunicazione che mira a «dissuadere giovani vulnerabili dall'estremismo». Il progetto Commit è partito agli inizi di quest'anno e terminerà nel 2021. Dall'Unione europea sono arrivati 602.977 euro, da ripartire con gli altri partner, come l'università di Palermo e Ong austriache e olandesi. A che punto siano i lavori sulle «fake news, i discorsi d'odio e i vari estremismi» è difficile da capire: gli undici dipendenti lavorano da remoto, alle richieste che La Verità ha formulato per iscritto, nessuno ha mai dato risposta.
Nell'attività di comunicazione sociale e nella ricerca è specializzata la Ares 2.0 srl, coordinatrice del progetto Open, che mira a «sfruttare le potenzialità dei nuovi media per superare la radicalizzazione islamica in rete». Nel 2019, al consorzio guidato dalla Ares 2.0 è stata accordata una sovvenzione di 508.936 euro. Tra i beneficiari, i francesi dell'Unione musulmana europea e la Società cooperativa programma integra di Roma. La coop, che ha chiuso il bilancio 2019 con un rosso di 44.000 euro, opera soprattutto nel mondo dell'accoglienza, con la gestione di richiedenti asilo e minori stranieri non accompagnati. Dall'Unione europea riceve circa il 13% delle entrate totali.
Punta su «bias cognitivi» e consapevolezza di sé stessi la Pmf srl, che coordina il progetto Precobias. Tra i partner del consorzio ci sono un'agenzia Web che lavora sulla comunicazione digitale e altri soggetti esteri, tra cui una fondazione ungherese. Per loro, dal Fondo per le azioni di sicurezza interna sono partiti 580.593 euro. Il programma mira a «contrastare i pregiudizi e i messaggi di odio sui social network». Faro sui «processi mentali e sui pregiudizi che entrano in gioco quando i giovani affrontano discorsi estremisti in rete».
Basterà? Sull'efficacia di questi progetti, alcuni deputati avanzano più di un dubbio. «Gli attacchi che nelle ultime settimane hanno fatto ripiombare l'Europa nell'incubo terrorismo sono l'ulteriore riprova del fatto che i progetti di deradicalizzazione messi in atto dalle Ong fanno acqua da tutte le parti», spiega Marco Zanni, europarlamentare della Lega e presidente del gruppo Identità e democrazia a Bruxelles. «Alle azioni violente dell'islamismo radicale si risponde con l'inefficacia e l'inadeguatezza di un sistema fallimentare: anziché mettere a punto azioni concrete, come la chiusura dei porti e delle moschee radicalizzate, l'Europa continua a spendere milioni di euro dei cittadini per le Ong, senza una effettiva verifica dei progetti. Quante altre Parigi, Nizza e Vienna dovranno esserci prima che l'Ue prenda coscienza di questo?».
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Gli aiuti immobiliari rivolti a chi non è inserito nell'accoglienza. L'Italia costretta a pagare due volte i finanziamenti di Bruxelles.Circa 25 milioni a federazioni musulmane e Ong. A che servono? Pure il terrorista di Vienna aveva frequentato uno di quei corsi.Lo speciale contiene due articoli.Una torta da quasi 600 milioni di euro, metà dei quali finanziati dall'Unione europea e metà dallo Stato italiano. È un piatto ricco quello rappresentato dal Fondo asilo, migrazione e integrazione (Fami). Per dare un'idea, una somma sufficiente ad acquistare 12.000 appartamenti di lusso nel quadrilatero della moda a Milano. A beneficiarne, non solo una miriade di enti locali alle prese sul campo con le problematiche legate alla gestione dei migranti. Il fondo fa gola a decine tra consorzi, cooperative, associazioni e fondazioni, che si spartiscono complessivamente circa 120 milioni di euro, pari a un quinto dell'intero bottino.Il Fami è uno strumento finanziario istituito con Regolamento Ue 516/2014, e il suo obiettivo consiste nel fornire sostegno alla gestione dei flussi migratori in tutti i suoi aspetti: asilo, integrazione e rimpatrio. Numerosi progetti riguardano l'assistenza di minori stranieri non accompagnati (Msna). La quota di spettanza di Bruxelles proviene dal bilancio settennale dell'Unione europea, alla voce «Sicurezza e cittadinanza». Nel periodo 2014-2020, il Fami «pesa» 3,13 miliardi di euro per l'intera Unione europea.Se la matematica non è un'opinione, dal momento che l'Italia contribuisce per il 13,5% al budget Ue, più di 400 milioni di euro arrivano dalle nostre casse. Bruxelles, dunque, si limita a restituirci quanto versato, e poiché la restante metà viene gentilmente offerta dal nostro Paese, è come se pagassimo due volte.La gestione del fondo è in capo al Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del ministero dell'Interno, mentre la programmazione nazionale è affidata a un documento elaborato dall'Italia per la definizione degli obiettivi strategici operativi e da realizzare con la dotazione finanziaria a disposizione. Nell'introduzione del testo inviato alla Commissione europea, c'è la fotografia di un Paese segnato dalla «pressione migratoria di proporzioni e intensità considerevoli». Nel 2018, tra centri di prima (come i Cas) e di seconda accoglienza (per esempio gli Sprar) si è arrivati a ospitare più di 170.000 migranti. Un fenomeno che costituisce una sfida per i forzieri dello Stato, con una previsione di spesa quantificata dal Def 2018 tra 4,6 e 5 miliardi di euro annui. Tutto ciò che ruota intorno al mondo degli sbarchi diventa onere per la fiscalità generale, e dunque per i cittadini, ma anche ghiotta opportunità di business per la galassia di soggetti del settore.Nel calderone del Fami finisce un po' di tutto. Ci sono innanzitutto i grandi progetti gestiti dai ministeri: su tutti il Viminale, titolare di 3 dei 5 più importanti dal punto di vista finanziario. Si va dalla realizzazione di una «azione sistemica di rimpatrio forzato con e senza scorta nei Paesi di origine di cittadini stranieri rintracciati in situazione di irregolarità sul territorio nazionale», che «pesa» ben 27,5 milioni di euro; ai 15,6 milioni destinati al Sisami, il sistema informatico servizi dell'asilo, della migrazione e dell'integrazione; all'accompagnamento all'autonomia e inclusione dei titolari di protezione umanitaria, finanziato con 8,3 milioni di euro. Notevole lo stanziamento destinato al progetto di primissima assistenza in mare (Passim), diviso in due tranche del valore complessivo di 10,2 milioni di euro, volto a sostenere gli interventi di soccorso sanitario a bordo delle navi della Marina, della Guardia costiera e della Guardia di finanza, anche allo scopo di contrastare «il rischio di importazione di malattie infettive e diffusive».Guardando alla ripartizione dei 583,2 milioni di euro destinati a progetti già stanziati (su quasi 800 di dotazione complessiva), nel ramo privato le cooperative incassano 58,7 milioni di euro (10%), seguite dai consorzi (32,5 milioni), e dalle associazioni Arci (9,3 milioni). Realtà nella maggior parte dei casi vicine agli ambienti di sinistra, anche quella più radicale. Più della metà finisce invece nel settore pubblico. Le Regioni fanno la parte del leone con 149,5 milioni, seguono poi i ministeri (76,8 milioni di euro), Comuni (57,1 milioni), aziende sanitarie (18,2 milioni) e prefetture (15,1 milioni). Gli enti locali attingono a piene mani dal fondo dal momento che si trovano a dover gestire situazioni assai complesse sul territorio. L'ondata migratoria degli ultimi anni ha senza dubbio messo a dura prova comuni, province e regioni. Non va dimenticato che solo nel 2014 sono pervenute quasi 65.000 domande di asilo, e delle 36.330 esaminate solo al 10% dei richiedenti è stato riconosciuto lo status di rifugiato, mentre al 22% è stata riconosciuta la protezione sussidiaria e nel 28% dei casi la protezione umanitaria. Considerando un tempo medio di gestione delle pratiche pari a circa sei mesi, le ricadute sul territorio diventano pesantissime. Le risorse del Fami si rivelano dunque una carta preziosa, spesso indispensabile per tamponare le mancanze dall'alto. Con una dotazione superiore ai 10 milioni di euro, una parte dei quali cofinanziati dal Fami, Lgnet emergency assistance rappresenta uno dei progetti più sostanziosi. Si tratta di una rete costituita da una ventina di Comuni - tra i quali Roma, Milano, Napoli, Torino, Firenze, Palermo e Genova - i cui beneficiari sono, oltre ai titolari di protezione internazionale, gli immigrati fuoriusciti dai percorsi di accoglienza o che per diversi motivi non siano inseriti in tali percorsi. Tra gli ultimi bandi in ordine temporale, quello pubblicato a fine ottobre dal Comune di Sassari per verificare la disponibilità di immobili per 28 migranti regolari. Sul piatto, 150 euro mensili per ogni ospite offerti dall'amministrazione, più un contributo una tantum di 1.200 euro per le spese correnti. Considerate le numerose criticità abitative che riguardano cittadini della zona, la scelta del Comune turritano di cercare case per gli immigrati ha scatenato sui social un vespaio di polemiche.Si moltiplicano poi i progetti legati alla formazione, all'integrazione culturale, all'educazione civica, alla lotta contro la discriminazione. Non mancano ovviamente i progetti relativi al lavoro, che vanno dal perfezionamento della lingua al contrasto al caporalato. Senza dubbio tutte iniziative dai nobili fini, anche se a volte tocca alla magistratura fare luce sulla gestione dei fondi. È il caso della vicenda legata alla Favola di Pollicino, un progetto da 3,2 milioni di euro indetto dal Comune di Tarvisio e destinato ai minori non accompagnati. Nelle scorse settimane, i carabinieri del Nas di Udine hanno effettuato una serie di perquisizioni negli uffici comunali a Tarvisio e Pordenone. Gli inquirenti hanno setacciato le abitazioni di 4 persone sottoposte a indagine, e gli uffici di una cooperativa e di un'impresa sociale. L'attenzione degli inquirenti si è concentrata sulle procedure del bando di gara e su eventuali favoritismi, ma anche sull'idoneità delle strutture e del personale coinvolto, nonché sui percorsi di accoglienza per i minori. 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Ogni anno, i soldi del Fondo per le azioni di sicurezza interna finiscono nei bilanci di Ong, università e società di consulenza. Spesso con risultati non entusiasmanti, come nel caso della Ong austriaca Derad. L'organizzazione, fondata nel 2015, si occupa di assistenza ai detenuti radicalizzati e opera per conto del ministero federale della Giustizia di Vienna. Tra i suoi programmi di reintegro è passato anche Kujtim Fejzulai, il ventenne macedone che la sera del 2 novembre scorso ha seminato il terrore tra le strade della capitale austriaca, uccidendo quattro persone. «I programmi di reintegro dei jihadisti non funzionano quasi mai, rischiano di creare confusione e fare danni ulteriori», ha attaccato in conferenza stampa il ministro dell'Interno austriaco, Karl Nehammer. E pensare che, negli ultimi due anni, i soldi per Derad non sono mancati: come risulta dagli elenchi delle sovvenzioni accordate da Bruxelles, nel 2018 il consorzio a cui ha preso parte ha ricevuto un finanziamento di 712.518 euro per il programma di contrasto alla radicalizzazione Decount. Lo scorso anno, per «rompere la contronarrativa dell'Isis», a Derad e alle altre Ong coinvolte sono finiti altri 320.967 euro. Insomma, cifre niente male per un'organizzazione che viene presentata come «esempio di raccolta delle migliori pratiche di Ran». In ambiente europeo, Ran è un acronimo noto: si tratta di una rete di professionisti che lavorano con «radicalizzati o soggetti vulnerabili alla radicalizzazione». Negli ultimi quattro anni, dal budget della Commissione europea sono partiti 25 milioni per finanziare le attività del network, di cui fanno parte rappresentanti della società civile, esperti e associazioni non governative. Il contrasto alla radicalizzazione deve essere un tema caro all'Unione, a giudicare dalla lunga lista di progetti finanziati in questi ultimi due anni. Scorrendo i documenti del dipartimento affari interni, spuntano diverse iniziative italiane, come quella dell'università di Torino. Si chiama Cicero ed è una campagna di «contronarrazione per il contrasto e la prevenzione della radicalizzazione». A Bruxelles l'idea deve essere piaciuta, tanto che hanno deciso di scucire 952.297 euro per finanziarla. Nel consorzio che segue il progetto figurano, tra gli altri, il Cesi (Centro studi internazionali) di Andrea Margelletti, consigliere per le politiche di sicurezza e di contrasto al terrorismo del ministero della Difesa, la Confederazione islamica italiana e le società di consulenza Zanasi Alessandro srl e Novareckon srl. I soldi dei contribuenti europei figurano tra i risconti passivi della Zanasi srl, una società con sede a Modena, che al 30 giugno 2020 contava appena dieci addetti. Iscritti a bilancio, ci sono i 45.682 euro corrisposti per il programma Cicero, che si aggiungono ai 530.058 euro elargiti dall'Ue per altri sei progetti. Cifre inferiori spuntano nei conti della Novareckon srl, uno «spin-off accademico dell'università del Piemonte orientale». Con un capitale sociale di 10.000 euro e appena otto dipendenti, la società «supporta le imprese nella partecipazione ai bandi pubblici e nell'ottenimento dei finanziamenti». Per Cicero, nei bilanci della Novareckon Srl figurano 18.204 euro. Conoscere le sovvenzioni ricevute dalla Confederazione islamica italiana, invece, risulta di gran lunga più complicato. L'organizzazione, che riunisce le 14 federazioni islamiche italiane, lavora alla «diffusione della cultura islamica con un occhio di riguardo verso la regolamentazione e la realizzazione delle moschee e la formazione degli imam». Raggiunti al telefono dalla Verità, dall'organizzazione hanno preferito non rispondere alle domande. Le sovvenzioni ricevute dall'Unione europea e il ruolo svolto nel progetto restano così un mistero. E chissà quale sia la somma partita da Bruxelles con destinazione Palermo, finita nei bilanci del Centro per lo sviluppo creativo Danilo Dolci. La no profit siciliana coordina una campagna di comunicazione che mira a «dissuadere giovani vulnerabili dall'estremismo». Il progetto Commit è partito agli inizi di quest'anno e terminerà nel 2021. Dall'Unione europea sono arrivati 602.977 euro, da ripartire con gli altri partner, come l'università di Palermo e Ong austriache e olandesi. A che punto siano i lavori sulle «fake news, i discorsi d'odio e i vari estremismi» è difficile da capire: gli undici dipendenti lavorano da remoto, alle richieste che La Verità ha formulato per iscritto, nessuno ha mai dato risposta. Nell'attività di comunicazione sociale e nella ricerca è specializzata la Ares 2.0 srl, coordinatrice del progetto Open, che mira a «sfruttare le potenzialità dei nuovi media per superare la radicalizzazione islamica in rete». Nel 2019, al consorzio guidato dalla Ares 2.0 è stata accordata una sovvenzione di 508.936 euro. Tra i beneficiari, i francesi dell'Unione musulmana europea e la Società cooperativa programma integra di Roma. La coop, che ha chiuso il bilancio 2019 con un rosso di 44.000 euro, opera soprattutto nel mondo dell'accoglienza, con la gestione di richiedenti asilo e minori stranieri non accompagnati. Dall'Unione europea riceve circa il 13% delle entrate totali. Punta su «bias cognitivi» e consapevolezza di sé stessi la Pmf srl, che coordina il progetto Precobias. Tra i partner del consorzio ci sono un'agenzia Web che lavora sulla comunicazione digitale e altri soggetti esteri, tra cui una fondazione ungherese. Per loro, dal Fondo per le azioni di sicurezza interna sono partiti 580.593 euro. Il programma mira a «contrastare i pregiudizi e i messaggi di odio sui social network». Faro sui «processi mentali e sui pregiudizi che entrano in gioco quando i giovani affrontano discorsi estremisti in rete». Basterà? Sull'efficacia di questi progetti, alcuni deputati avanzano più di un dubbio. «Gli attacchi che nelle ultime settimane hanno fatto ripiombare l'Europa nell'incubo terrorismo sono l'ulteriore riprova del fatto che i progetti di deradicalizzazione messi in atto dalle Ong fanno acqua da tutte le parti», spiega Marco Zanni, europarlamentare della Lega e presidente del gruppo Identità e democrazia a Bruxelles. «Alle azioni violente dell'islamismo radicale si risponde con l'inefficacia e l'inadeguatezza di un sistema fallimentare: anziché mettere a punto azioni concrete, come la chiusura dei porti e delle moschee radicalizzate, l'Europa continua a spendere milioni di euro dei cittadini per le Ong, senza una effettiva verifica dei progetti. Quante altre Parigi, Nizza e Vienna dovranno esserci prima che l'Ue prenda coscienza di questo?».
Papa Leone XIV (Ansa)
La festa della Pasqua dovrebbe essere il tempo più santo, sacro, di tutto l’anno. È un tempo di pace, di molta riflessione, ma come tutti sappiamo, di nuovo nel mondo, in tanti posti, stiamo vedendo tanta sofferenza, tanti morti, anche bambini innocenti. Preghiamo per loro, per le vittime della guerra, preghiamo che ci sia davvero una pace nuova, rinnovata e che possa dare nuova vita a tutti». «Magari», ha auspicato Robert Francis Prevost, ci sarà «una tregua per Pasqua, ci sono segni adesso che finisca la guerra prima di Pasqua, speriamo».
Dopo la correzione fraterna, per Leone XIV è arrivato il momento della collaborazione con l’amministrazione dei suoi Stati Uniti. Durante l’omelia della Domenica delle palme, reagendo all’inquietante folklore del segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, che aveva invocato l’aiuto divino nella campagna militare contro l’Iran, il Papa aveva invece ammonito: Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». La Chiesa ci tiene a evitare anche che le scintille con Israele per l’incidente al Santo Sepolcro, interdetto al cardinale Pierbattista Pizzaballa e al custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, si trasformino in un incendio. «Non voglio soffermarmi di nuovo sull’episodio», ha detto ieri il porporato, durante una conferenza stampa al Patriarcato latino di Gerusalemme. «Ci sono state delle incomprensioni. Vogliamo guardare al momento come a una opportunità per chiare meglio i diritti delle comunità cristiane e il coordinamento con le istituzioni, di modo che non si ripetano più episodi del genere. Abbiamo ricevuto immediatamente l’assistenza del presidente Herzog», ha sottolineato Pizzaballa, «e di numerosi esponenti delle comunità religiose e non, anche ebraiche. Anche la polizia è intervenuta tempestivamente. Siamo spiacenti per quanto accaduto, ma vogliamo guardare avanti». Il risultato della mediazione con le autorità israeliane è un semi-lockdown pasquale: i riti, ha spiegato il patriarca, si terranno «a porte chiuse, con un ristretto numero di persone». Anche al Muro del pianto, comunque, l’accesso è limitato a 50 persone. «Siamo perfettamente consapevoli delle questioni di sicurezza», ha precisato poi Ielpo. Sarà: i protocolli sono così indispensabili che lo stesso premier israeliano, Benjamin Netanyahu, è intervenuto per ripristinare la libertà di culto. Sconfessando le misure draconiane del suo esecutivo e il rigore della polizia, che dipende dal falco Itamar Ben-Gvir.
La distensione dovrebbe essere stata suggellata dall’incontro, avvenuto lunedì, tra il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, accompagnato dal segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, monsignor Paul R. Gallagher, e l’ambasciatore di Israele presso la Santa sede, Yaron Sideman. «Durante la conversazione», si leggeva in un comunicato della sala stampa, «si è espresso rammarico per l’accaduto, in merito al quale sono stati offerti chiarimenti, si è preso atto dell’intesa raggiunta tra il Patriarcato latino di Gerusalemme e le autorità locali circa la partecipazione alle liturgie del Triduo santo presso la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme». Dalla nota, pensata per mettere fine alla querelle, traspariva comunque che l’inconveniente ha irritato i vertici del cattolicesimo.
Eloquente, perciò, è la scelta del Papa di far scrivere le meditazioni per la Via Crucis del Venerdì santo al Colosseo, la prima del suo pontificato, a padre Francesco Patton, custode di Terra Santa tra il 2016 e il 2025. Il frate minore, che era succeduto nel ruolo proprio a Pizzaballa e che è stato poi sostituito da Ielpo, è stato sempre sensibile alle sofferenze dei cristiani mediorientali. Due settimane fa, su Vatican news, ricordava il dramma di Gaza e le violenze dei coloni in Cisgiordania, oggetto di rimostranze del vicepresidente Usa, JD Vance, a Netanyahu.
La replica a Israele di Leone, come da tradizione cattolica, passa per la testimonianza. Concreta e discreta, vibrante e gentile. Torna in mente un passaggio del Primo libro dei Re: il Signore non è nel vento, né nel terremoto, né nel fuoco, bensì nel «sussurro di una brezza leggera». A redarguire Tel Aviv ci ha pensato l’Onu, avvertendola che applicare la legge sulla pena di morte (per la quale anche Pizzaballa ha manifestato «grande dolore»), sia pure ai soli terroristi, sarebbe un crimine di guerra.
«La sicurezza ha una sua logica ed è importante», ha ribadito ieri, in un’intervista al Corriere, il cardinale Fernando Filoni, Gran maestro all’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ma «ognuno deve poter esprimere la propria fede, ebrei, cristiani, musulmani». È il senso delle rimostranze arrivate da Egitto e altri Paesi arabi: Gerusalemme, hanno tuonato, deve «cessare immediatamente la chiusura dei cancelli della moschea di Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif», «rimuovere le restrizioni di accesso alla Città vecchia» e «astenersi dall’ostacolare l’accesso dei fedeli musulmani alla moschea». I divieti, lamentava il dispaccio, «costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale». Quello, ormai, abbiamo capito che fine abbia fatto.
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Elly Schlein e Beppe Sala (Imagoeconomica)
All’indomani del referendum sulla riforma della giustizia che ha visto trionfare il fronte del No, diventerebbe difficile giustificare un passaggio del genere. Di conseguenza il trasloco da Palazzo Marino a Roma per Sala si complica molto. E i nuovi sviluppi giudiziari non sono passati inosservati all’interno della politica, milanese e nazionale.
Tra i primi a commentare c’è stato Enrico Fedrighini, del Gruppo misto, da sempre contrario alla cessione dello stadio di Milano, operazione di cui ha sempre contestato l’opacità. «Come ripeto da tempo, la partita del Meazza è ancora aperta». La Lega, col segretario provinciale Samuele Piscina, ha definito «inquietanti» le rivelazioni della Procura e invita «la sinistra» a fare «l’unica cosa dignitosa: lasciare Palazzo Marino».
«Registriamo un silenzio imbarazzato e imbarazzante dai vertici del Pd nazionale. Siamo garantisti con tutti, lo siamo anche ora, ma mai come adesso servirebbe un po’ di chiarezza su questa vicenda, coperta da troppe zone d’ombra. Vediamo se il Pd milanese ritrova il dono della parola…», è il duro commento di Massimiliano Romeo, capogruppo dei senatori della Lega e segretario regionale della Lega Lombarda.
Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, già consigliere a Milano, si aspettava anche questo nuovo filone d’inchiesta sullo stadio: «Lo dissi già a suo tempo, esattamente lo scorso 1° ottobre, quando misi in guardia Sala dicendogli di aspettare a cantar vittoria sulla vendita perché la partita era ancora apertissima. Lo dissi e lo sottolineai, sia per le precedenti vicende relative a molti immobiliaristi ma soprattutto dopo che il centrosinistra tagliò notevolmente numerosi emendamenti in Consiglio comunale». De Corato poi ha puntualizzato: «Dopo i disastri su sicurezza, urbanistica e dulcis in fundo sullo stadio», prosegue, «è arrivato il momento che il sindaco vada a casa. Manca solo un anno e i milanesi non possono continuare a soffrire ed essere succubi di inchieste e vicende giudiziarie. Non se lo meritano». Per Deborah Giovanati, consigliere comunale di Forza Italia, «ciò che sta accadendo solleva interrogativi legittimi che non possono essere ignorati. Assistiamo a un susseguirsi di indagini che troppo spesso non portano a esiti concreti, alimentando il dubbio che si sta andando oltre il perimetro strettamente giudiziario». Poi ha aggiunto di avere «l’impressione che una parte della magistratura, in particolare quella riconducibile a Magistratura democratica, stia esercitando una pressione che finisce per avere un impatto politico diretto, colpendo di fatto il sindaco Sala e l’azione amministrativa della città. Ma il punto politico è ancora più chiaro: siamo di fronte a una lotta tutta interna alla sinistra, una resa dei conti che nulla ha a che fare con l’interesse dei cittadini. Una dinamica che, purtroppo, sta utilizzando anche lo strumento delle inchieste come terreno di scontro».
«La notizia dell’indagine della Procura di Milano sulla vendita dello stadio di San Siro non ci coglie affatto di sorpresa. Da anni il Movimento 5 stelle denuncia l’opacità e le critiche di un’operazione condotta all’insegna della scarsa trasparenza e di un rapporto malsano tra pubblico e interessi privati», il commento dell’europarlamentare Gaetano Pedullà, che puntualizza: «Le informazioni emerse confermano la fondatezza delle nostre preoccupazioni. Chi oggi cade dalle nuvole finge di non ricordare le numerose prese di posizione del M5s, sia in Comune che a livello nazionale ed europeo, contro una gestione del dossier San Siro che abbiamo sempre ritenuto ambigua e potenzialmente dannosa per i milanesi, il patrimonio pubblico e il tessuto urbano».
Per Nicola Di Marco, capogruppo pentastellato nel Consiglio regionale della Lombardia, «la speculazione immobiliare ha raggiunto livelli insostenibili e anche San Siro è stato sacrificato sull’altare del profitto. Nessuna consultazione con i cittadini, nessuna trasparenza nei processi decisionali, nessuna pianificazione chiara. Gli impatti ambientali vengono ignorati, i veri beneficiari delle operazioni restano nascosti dietro fondi di investimento opachi».
Diversa la posizione di Francesco Ascioti, segretario milanese di Azione: «Milano negli ultimi 15 anni si è affermata come capitale europea e un nuovo stadio era necessario. La politica sia all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte», per questo «ribadiamo la necessità di riconoscere alla città di Milano poteri speciali che siano idonei ad affrontare le complessità con cui il sindaco e la giunta si misurano ogni giorno e che siano adatti ad amministrare, anche in chiave metropolitana una grande città internazionale come la nostra».
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Giorgia Meloni (Ansa)
Ennio Flaiano direbbe: «La situazione politica italiana è grave ma non è seria». Il suo giudizio, già valido allora, lo è ancor di più oggi. L’esito del referendum, sul quale evidentemente ogni partito aveva puntato tutto, ha prodotto una serie di conseguenze molto gravi ma a tratti anche grottesche. Sia a sinistra che a destra. Un’isteria collettiva che rischia di generare mostri come quello delle elezioni anticipate che rischierebbero di consegnare il Paese in mano a Giuseppe Conte. Ecco, per scongiurare questa sventura, il governo ha solo una possibilità per poter essere ricordato alle urne: fare qualcosa per il ceto medio. Abbassare le tasse, il costo del lavoro, i carburanti, o qualsiasi altra diavoleria che permetta agli italiani di mettersi un po’ di soldi in tasca. Altrimenti il rischio di regalare la vittoria a Schlein & Co. è molto probabile. La premier Giorgia Meloni tira dritto come un caterpillar. La Camera approva la fiducia al governo sul decreto bollette. Tra le novità c’è un bonus una tantum da 115 euro e alcune misure per le imprese.
A una settimana dalla débâcle referendaria si sta ancora riflettendo su cosa sia andato storto, sul perché gli italiani abbiano bocciato la riforma. La premier, che non è una sprovveduta e sa quello che fa, punta ad archiviare rapidamente la faccenda e a ricucire lo strappo con gli elettori.
Segniamoci questa data: 9 aprile. Meloni esporrà un’informativa alla Camera e al Senato (senza voto dell’aula), per fugare le malsane idee di qualcuno circa un voto anticipato e dimostrare che l’intenzione è quella di andare avanti e che il referendum non ha affossato il suo governo. La premier illustrerà i provvedimenti «su cui l’esecutivo è quotidianamente impegnato e su cui continua a lavorare», dicono da Palazzo Chigi. Sarà la prima uscita pubblica ufficiale della presidente del Consiglio dopo un lungo e inedito silenzio.
«La premier non sfugge dal Parlamento», commenta il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. «L’informativa sarà l’occasione per raccontare cosa sta facendo sui dossier principali del governo e che non sono le fantasie sul voto anticipato e rimpasti che sono già alle nostre spalle». Parte, dunque, la fase due del governo. «Sapete come dicono i francesi? Reculer pour mieux avancer. Prendere la rincorsa per avanzare meglio», il commento del ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
Forse la premier annuncerà anche i nuovi nomi della squadra di governo ferma restando la volontà di non andare a un rimpasto che porti a un Meloni bis. Semmai un «rimpastino». Non vuole un Meloni bis e scongiura le elezioni anticipate perché coltiva l’obiettivo di essere a capo del governo più longevo della storia repubblicana. Senza però dover tirare a campare.
All’interno della maggioranza, però, c’è lo stesso chi guarda con preoccupazione all’ultimo miglio della legislatura: una sfida che sembra ancora aperta tra centrosinistra e centrodestra. Per alcuni il voto anticipato servirebbe a spiazzare gli avversari e conservare un bacino elettorale che ancora tiene malgrado l’esito del referendum, evitando così di affrontare alcuni dossier economici delicati e i continui litigi interni. L’indiscrezione circola ma è piuttosto irrealistica. C’è una data che riecheggia nell’aria: domenica 7 giugno. L’unica finestra temporale per garantire lo svolgimento del voto nel 2026, prima dell’estate e della marcia a tappe forzate verso la prossima manovra.
Matteo Salvini da giorni parla il meno possibile. Al suo posto lo fa l’altro vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, in missione verso l’Ucraina: «Nessuno pensa a elezioni anticipate. Si stanno perdendo ore importanti nei dibattiti sul dopo voto». «Non mi risultano elezioni anticipate, ma aggiustamenti di direzione, del tutto compatibili con una impostazione che vede nella stabilità del governo un valore aggiunto per l’Italia», aggiunge il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida.
Il focus adesso è sulla legge elettorale. Partita ieri in commissione Affari Costituzionali alla Camera l’esame dello Stabilicum, la proposta targata centrodestra. La maggioranza cercherà l’intesa con il centrosinistra, ma le opposizioni per il momento fanno muro.
I prossimi mesi non saranno comunque una passeggiata di salute per il governo. Forza Italia è alle prese con un processo di rinnovamento richiesto da Marina Berlusconi: Maurizio Gasparri ieri è stato eletto presidente della commissione Esteri e Difesa al Senato, dopo le dimissioni coatte da capogruppo di Forza Italia al Senato, sostituito da Stefania Craxi. La Lega cerca di spostarsi più a destra per frenare l’emorragia di voti verso Futuro nazionale di Roberto Vannacci che intanto ieri ha votato no al decreto bollette e contro la fiducia al governo.
La presidente del Consiglio per ora rimane in silenzio: non ha impegni istituzionali, non ci sono nemmeno Consigli dei ministri in agenda fino a dopo Pasqua. È concentrata sulle prossime mosse per fronteggiare i rincari energetici: il 7 aprile scade la misura sulle accise mobili. Nuovi «incisivi» interventi, dovrebbero arrivare dopo Pasqua. «Si va avanti», ripete in privato a chiunque le scriva o la chiami: «Lasciamoci il referendum alle spalle».
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