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2018-04-13
Salvini fa il leader e apre ai grillini, ma Berlusconi li insulta. Di Maio non si sposta: «Mai con Forza Italia»
ANSA
Luigi Di Maio, a furia di insistere con la politica dei due forni, rischia di finire cotto. È questa la sensazione che si avverte, al termine di una giornata di consultazioni densissima di elementi interessanti. Il M5s si ritrova alle prese con la solitudine dei numeri primi: il 32% ottenuto lo scorso 4 marzo non basta a realizzare il sogno di Giggino da Pomigliano d'Arco, ovvero quello di diventare premier. Il centrodestra, seppure alle prese con divisioni interne tutt'altro che ricomposte, regge: Matteo Salvini non intende derogare dal principio di un presidente del consiglio della Lega e non vuole rompere la coalizione di centrodestra. L'opposizione ai «governisti a tutti i costi», ovvero al cerchio magico di Luigi Di Maio, monta all'interno del M5s.
Il leader dell'ala ortodossa, Roberto Fico, è stato tutt'altro che ingabbiato: nella nuova veste di presidente della Camera continua a rappresentare un punto di riferimento importante per chi, all'interno del M5s, non ha nessuna intenzione di sacrificare la propria credibilità politica (e il relativo consenso elettorale) sull'altare delle ambizioni personali di Di Maio e dei suoi fedelissimi. L'attacco di due giorni fa a Silvio Berlusconi da parte di Alessandro Di Battista è stata una stilettata diretta verso Di Maio, accusato dai suoi oppositori interni di essere disposto a qualunque compromesso pur di diventare presidente del Consiglio.
La battuta di Silvio Berlusconi ai giornalisti è stata interpretata come un vero e proprio sberleffo da una parte del M5s: «Mi raccomando», ha detto Berlusconi, «fate i bravi e sappiate distinguere i veri democratici da chi non conosce l'abc della democrazia». Di Maio e i capigruppo del M5s, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, hanno aspettato mezz'ora, terminato il colloquio con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, prima di presentarsi davanti ai giornalisti. Non sapevano, semplicemente, cosa dire. Come reagire alle porte sbattute in faccia da Silvio Berlusconi e anche da Maurizio Martina, il segretario reggente del Pd, che due ore prima, dopo l'incontro con Mattarella, aveva a sua volta confermato il «no» dei dem a un'alleanza con il M5s.
Concluso il lunghissimo conciliabolo post consultazione, Di Maio si è presentato davanti alle telecamere dimostrando la debolezza della sua posizione: ha parlato più di Salvini e Berlusconi che del M5s. «Abbiamo proposto a Lega e Pd», ha detto Di Maio, «una soluzione basata su un contratto alla tedesca. Devo dire che ho apprezzato l'apertura da parte di autorevoli esponenti del Pd ma è chiaro che in questo momento il Pd è fermo su posizioni che non aiutano». Spento il primo forno, Di Maio ha cercato di rinfocolare l'altro: «È inutile dire», ha proseguito Di Maio, «che con la Lega c'è una sinergia istituzionale che ha permesso di rendere operativo il parlamento immediatamente, eleggendo i presidenti delle camere e quelli delle commissioni speciali. C'è sinergia anche tra i nostri gruppi. Ma è chiaro», ha proseguito, «che prendiamo atto ancora una volta che la Lega ci sta proponendo lo schema del centrodestra che è un ostacolo a un governo di rinnovamento del Paese. Noi non riteniamo assolutamente possibile un governo con il M5s e Forza Italia. Berlusconi dovrebbe fare un passo di lato, oggi ci ha rivolto una battutaccia che dimostra che il centrodestra non è compatto e che lui pensa al Pd». «La Lega», ha aggiunto Di Maio, «sta dicendo due cose: o che vuole fare un governissimo che non ci vede assolutamente d'accordo o che vuole tornare al voto».
Le speranze di Di Maio di diventare premier sono dunque legate a una sola formula: Salvini molla Berlusconi, diventa il capo di un partito del 17% e non più di una coalizione del 37%, e quindi accetta di fare la stampella del M5s al governo. Il problema è che Di Maio si sta muovendo come un elefante in una cristalleria. Con i suoi interventi continui, destinati secondo lui a spaccare il centrodestra, in realtà lo rafforza. Non solo: Di Maio ieri ha annunciato di aver conferito a Giacinto Della Cananea l'incarico di mettere a confronto i programmi di M5s, Lega e Pd, per trovare convergenze. Della Cananea, gradito a Sergio Mattarella, docente di diritto amministrativo europeo presso I'Università di Roma Tor Vergata, componente del consiglio di presidenza della Corte dei Conti, allievo di Sabino Cassese, già consulente di enti locali, regioni, e dello stesso Cassese quando era ministro, è il simbolo di quelle élite che con il rinnovamento non hanno nulla a che fare. Fan dell'asse franco-tedesco, lo ritroviamo anche nel comitato scientifico centro studi dell'Istituto affari internazionali. Insomma, Di Maio si è affidato a un emblema dell'establishment internazionale. Quell'establishment che il M5s ha sempre sostenuto di voler combattere.
Berlusconi show, incalza Salvini e insulta i grillini
Con la bonaria solennità del nonno che siede a capotavola al pranzo di Natale, Silvio Berlusconi ha riconquistato il centro. Non è ancora chiaro di cosa, probabilmente non della coalizione, certamente della scena. Dopo tre settimane trascorse in difesa, il Cavaliere torna ad essere protagonista assoluto e attira su di sé tutte le attenzioni nella seconda visita al Quirinale del centrodestra. Parla prima, parla a gesti durante, parla dopo con una frase caustica («Fate i bravi, sappiate distinguere chi è democratico da chi non conosce l'abc della democrazia», sibila a Luigi Di Maio), destinata a creare sconquassi. Il centrodestra si conferma unito, almeno davanti alle istituzioni, e l'accordo Lega-5 stelle segna il passo. Doveva essere la giornata di Matteo Salvini, unico deputato ad avere voce in nome di tutti dopo il colloquio con Sergio Mattarella, invece il fondatore di Forza Italia gli ruba il palcoscenico da consumato attore. Lo fa come portavoce, annunciando: «Adesso parlerà Salvini e darà attenta lettura alle parole del comunicato congiunto, perché su queste parole abbiamo discusso abbastanza».
È un Berlusconi in gran forma, con il capello color asfalto, quello che si piazza a fianco del leader leghista e, come un direttore d'orchestra, sottolinea con una mimica facciale e un gesticolare da fuoriclasse della comunicazione il detto e il non detto. «Abbiamo fiducia nella saggezza e nell'equilibrio del presidente della Repubblica a cui abbiamo rappresentato una serie provvedimenti che gli italiani aspettano», spiega Salvini. «Sono provvedimenti che gli italiani ci chiedono e su cui abbiamo voglia di cominciare a lavorare: la riduzione delle tasse, il lavoro per i giovani, la lotta alla povertà, la riforma delle pensioni, il sostegno alle popolazioni terremotate, il contrasto alla criminalità, una ferma opposizione all'immigrazione clandestina, la riforma della giustizia, la liberazione dall'oppressione burocratica; la pace e la sicurezza nel Mediterraneo, tema particolarmente delicato per quello che sta accadendo in queste ore».
Berlusconi resta impassibile sulla riforma della giustizia, che ha sempre contrastato.Il leader della Lega prosegue con due sottolineature importanti. La prima sulla premiership, che apre la porta a Giancarlo Giorgetti: «Siamo disponibili alla nascita di un governo di alto profilo e di lunga durata e con una personalità indicata dalla Lega». La seconda sulla crisi in Siria e la voglia di una parte dell'Occidente di menare le mani: «Pur ribadendo la nostra lealtà alla Nato siamo fermamente contrari a ogni iniziativa unilaterale». Il centrodestra rilancia lo spirito di Pratica di Mare, quel capolavoro di diplomazia berlusconiana che portò dalla stessa parte del tavolo l'amministrazione americana e Vladimir Putin. Salvini è contrario alle fughe in avanti, non si fida dei dossier sbandierati da Emmanuel Macron e non intende cadere nella trappola di un suo predecessore all'Eliseo, Nicolas Sarkozy, che fece il gioco delle tre carte in Libia. Più tardi andrà oltre, sostenendo che «senza il pieno mandato dell'Onu nessuna operazione militare può essere intrapresa, neppure la concessione dell'utilizzo di basi aeree».Quanto al governo, il centrodestra chiede al presidente della Repubblica che il mandato sia rapido e pieno per un esecutivo di lunga durata. Prosegue Salvini: «È necessario formare un governo che non sia minato dai veti e dall'arroganza dei singoli. Un governo concreto che possa ispirare credibilità in Europa e nel mondo». Lui si aspetta responsabilità da parte di Di Maio, gli getta l'ennesimo ponte nella speranza che il leader pentastellato cambi idea su Berlusconi. Ma è proprio il Cavaliere a complicare le cose.
Quando Salvini e Giorgia Meloni se ne sono già andati, proprio non ce la fa a non avvicinarsi al microfono e a lanciare l'accusa che di nuovo innalza un muro: «Sappiate distinguere chi è democratico da chi non conosce l'abc della democrazia». Parole che rimangono nell'aria e diventano palpabili. Berlusconi in politica non ha mai sbagliato un'uscita e anche questa volta c'è la sensazione che stia perpetrando il delitto perfetto: incunearsi fra Salvini e Di Maio per rompere l'intesa fra i due cosiddetti consoli. Uscito dal Quirinale, il Cavaliere si rilassa da un antiquario della capitale dove è intercettato dai giornalisti e spiega: «L'Italia ha bisogno di un governo e perciò bisogna che si cerchi di non perdere troppo tempo e di metterlo in campo». E quando parla di governo non intende quello che piace a Salvini, ma quello che sogna dal 5 marzo mattina: il governissimo istituzionale con il Pd e con la benedizione di Mattarella. Quel «tutti dentro» unica alternativa possibile al nefasto ritorno alle urne.La sindrome siriana potrebbe accelerare le decisioni del capo dello Stato, imporgli una road map rapida, un incarico già all'inizio della prossima settimana. La palla passa a lui e questo per Berlusconi rappresenta una garanzia.
Per il Cavaliere, con i grillini non c'è possibilità di accordo perché manca la precondizione fondamentale: il riconoscimento formale. O come spiega Mariastella Gelmini: «Una legittimazione del nostro leader piena, pubblica, formale e imprescindibile da parte dei 5 stelle». Cosa al momento non solo improbabile, ma impossibile. Il nonno a capotavola ha deciso il menù e solo un riabbassarsi della tensione in Medio Oriente potrebbe cambiare gli scenari. Allora, senza più pressioni internazionali e con l'unica scadenza del 30 aprile per la presentazione del Def a Bruxelles, Salvini e Di Maio potrebbero riprendere il centro della partita. Convincere Mattarella a chiudere dopo la tornata elettorale in Molise e in Friuli Venezia Giulia, dove Lega e 5 stelle hanno serie possibilità di stravincere. E di far capire agli altri che gli italiani non accettano escamotage, né vie traverse. Solo nel tardo pomeriggio, il capogruppo della Lega al Senato, Gianmarco Centinaio, ha diramato una nota in cui ha detto che le parole del Cav «non rispecchiano la posizione della Lega, né quella del centrodestra».
Giorgio Gandola
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Anche il leader 5 stelle dice no all'intervento in Siria. Chiude al Pd, parla di «sinergie» con Matteo Salvini ma si attacca alla «battutaccia» del Cav: «Senza un suo passo di lato niente governo». E affida al professore vicino al Quirinale e a Sabino Cassese il compito di vagliare i programmi.Silvio Berlusconi intanto si riprende la scena. E il centrodestra rilancia lo spirito di Pratica di Mare sull'asse Stati Uniti e Russia.Lo speciale contiene due articoliLuigi Di Maio, a furia di insistere con la politica dei due forni, rischia di finire cotto. È questa la sensazione che si avverte, al termine di una giornata di consultazioni densissima di elementi interessanti. Il M5s si ritrova alle prese con la solitudine dei numeri primi: il 32% ottenuto lo scorso 4 marzo non basta a realizzare il sogno di Giggino da Pomigliano d'Arco, ovvero quello di diventare premier. Il centrodestra, seppure alle prese con divisioni interne tutt'altro che ricomposte, regge: Matteo Salvini non intende derogare dal principio di un presidente del consiglio della Lega e non vuole rompere la coalizione di centrodestra. L'opposizione ai «governisti a tutti i costi», ovvero al cerchio magico di Luigi Di Maio, monta all'interno del M5s.Il leader dell'ala ortodossa, Roberto Fico, è stato tutt'altro che ingabbiato: nella nuova veste di presidente della Camera continua a rappresentare un punto di riferimento importante per chi, all'interno del M5s, non ha nessuna intenzione di sacrificare la propria credibilità politica (e il relativo consenso elettorale) sull'altare delle ambizioni personali di Di Maio e dei suoi fedelissimi. L'attacco di due giorni fa a Silvio Berlusconi da parte di Alessandro Di Battista è stata una stilettata diretta verso Di Maio, accusato dai suoi oppositori interni di essere disposto a qualunque compromesso pur di diventare presidente del Consiglio.La battuta di Silvio Berlusconi ai giornalisti è stata interpretata come un vero e proprio sberleffo da una parte del M5s: «Mi raccomando», ha detto Berlusconi, «fate i bravi e sappiate distinguere i veri democratici da chi non conosce l'abc della democrazia». Di Maio e i capigruppo del M5s, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, hanno aspettato mezz'ora, terminato il colloquio con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, prima di presentarsi davanti ai giornalisti. Non sapevano, semplicemente, cosa dire. Come reagire alle porte sbattute in faccia da Silvio Berlusconi e anche da Maurizio Martina, il segretario reggente del Pd, che due ore prima, dopo l'incontro con Mattarella, aveva a sua volta confermato il «no» dei dem a un'alleanza con il M5s.Concluso il lunghissimo conciliabolo post consultazione, Di Maio si è presentato davanti alle telecamere dimostrando la debolezza della sua posizione: ha parlato più di Salvini e Berlusconi che del M5s. «Abbiamo proposto a Lega e Pd», ha detto Di Maio, «una soluzione basata su un contratto alla tedesca. Devo dire che ho apprezzato l'apertura da parte di autorevoli esponenti del Pd ma è chiaro che in questo momento il Pd è fermo su posizioni che non aiutano». Spento il primo forno, Di Maio ha cercato di rinfocolare l'altro: «È inutile dire», ha proseguito Di Maio, «che con la Lega c'è una sinergia istituzionale che ha permesso di rendere operativo il parlamento immediatamente, eleggendo i presidenti delle camere e quelli delle commissioni speciali. C'è sinergia anche tra i nostri gruppi. Ma è chiaro», ha proseguito, «che prendiamo atto ancora una volta che la Lega ci sta proponendo lo schema del centrodestra che è un ostacolo a un governo di rinnovamento del Paese. Noi non riteniamo assolutamente possibile un governo con il M5s e Forza Italia. Berlusconi dovrebbe fare un passo di lato, oggi ci ha rivolto una battutaccia che dimostra che il centrodestra non è compatto e che lui pensa al Pd». «La Lega», ha aggiunto Di Maio, «sta dicendo due cose: o che vuole fare un governissimo che non ci vede assolutamente d'accordo o che vuole tornare al voto».Le speranze di Di Maio di diventare premier sono dunque legate a una sola formula: Salvini molla Berlusconi, diventa il capo di un partito del 17% e non più di una coalizione del 37%, e quindi accetta di fare la stampella del M5s al governo. Il problema è che Di Maio si sta muovendo come un elefante in una cristalleria. Con i suoi interventi continui, destinati secondo lui a spaccare il centrodestra, in realtà lo rafforza. Non solo: Di Maio ieri ha annunciato di aver conferito a Giacinto Della Cananea l'incarico di mettere a confronto i programmi di M5s, Lega e Pd, per trovare convergenze. Della Cananea, gradito a Sergio Mattarella, docente di diritto amministrativo europeo presso I'Università di Roma Tor Vergata, componente del consiglio di presidenza della Corte dei Conti, allievo di Sabino Cassese, già consulente di enti locali, regioni, e dello stesso Cassese quando era ministro, è il simbolo di quelle élite che con il rinnovamento non hanno nulla a che fare. Fan dell'asse franco-tedesco, lo ritroviamo anche nel comitato scientifico centro studi dell'Istituto affari internazionali. Insomma, Di Maio si è affidato a un emblema dell'establishment internazionale. Quell'establishment che il M5s ha sempre sostenuto di voler combattere. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-non-si-sposta-mai-con-forza-italia-2559397263.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="berlusconi-show-incalza-salvini-e-insulta-i-grillini" data-post-id="2559397263" data-published-at="1781365041" data-use-pagination="False"> Berlusconi show, incalza Salvini e insulta i grillini Con la bonaria solennità del nonno che siede a capotavola al pranzo di Natale, Silvio Berlusconi ha riconquistato il centro. Non è ancora chiaro di cosa, probabilmente non della coalizione, certamente della scena. Dopo tre settimane trascorse in difesa, il Cavaliere torna ad essere protagonista assoluto e attira su di sé tutte le attenzioni nella seconda visita al Quirinale del centrodestra. Parla prima, parla a gesti durante, parla dopo con una frase caustica («Fate i bravi, sappiate distinguere chi è democratico da chi non conosce l'abc della democrazia», sibila a Luigi Di Maio), destinata a creare sconquassi. Il centrodestra si conferma unito, almeno davanti alle istituzioni, e l'accordo Lega-5 stelle segna il passo. Doveva essere la giornata di Matteo Salvini, unico deputato ad avere voce in nome di tutti dopo il colloquio con Sergio Mattarella, invece il fondatore di Forza Italia gli ruba il palcoscenico da consumato attore. Lo fa come portavoce, annunciando: «Adesso parlerà Salvini e darà attenta lettura alle parole del comunicato congiunto, perché su queste parole abbiamo discusso abbastanza». È un Berlusconi in gran forma, con il capello color asfalto, quello che si piazza a fianco del leader leghista e, come un direttore d'orchestra, sottolinea con una mimica facciale e un gesticolare da fuoriclasse della comunicazione il detto e il non detto. «Abbiamo fiducia nella saggezza e nell'equilibrio del presidente della Repubblica a cui abbiamo rappresentato una serie provvedimenti che gli italiani aspettano», spiega Salvini. «Sono provvedimenti che gli italiani ci chiedono e su cui abbiamo voglia di cominciare a lavorare: la riduzione delle tasse, il lavoro per i giovani, la lotta alla povertà, la riforma delle pensioni, il sostegno alle popolazioni terremotate, il contrasto alla criminalità, una ferma opposizione all'immigrazione clandestina, la riforma della giustizia, la liberazione dall'oppressione burocratica; la pace e la sicurezza nel Mediterraneo, tema particolarmente delicato per quello che sta accadendo in queste ore». Berlusconi resta impassibile sulla riforma della giustizia, che ha sempre contrastato.Il leader della Lega prosegue con due sottolineature importanti. La prima sulla premiership, che apre la porta a Giancarlo Giorgetti: «Siamo disponibili alla nascita di un governo di alto profilo e di lunga durata e con una personalità indicata dalla Lega». La seconda sulla crisi in Siria e la voglia di una parte dell'Occidente di menare le mani: «Pur ribadendo la nostra lealtà alla Nato siamo fermamente contrari a ogni iniziativa unilaterale». Il centrodestra rilancia lo spirito di Pratica di Mare, quel capolavoro di diplomazia berlusconiana che portò dalla stessa parte del tavolo l'amministrazione americana e Vladimir Putin. Salvini è contrario alle fughe in avanti, non si fida dei dossier sbandierati da Emmanuel Macron e non intende cadere nella trappola di un suo predecessore all'Eliseo, Nicolas Sarkozy, che fece il gioco delle tre carte in Libia. Più tardi andrà oltre, sostenendo che «senza il pieno mandato dell'Onu nessuna operazione militare può essere intrapresa, neppure la concessione dell'utilizzo di basi aeree».Quanto al governo, il centrodestra chiede al presidente della Repubblica che il mandato sia rapido e pieno per un esecutivo di lunga durata. Prosegue Salvini: «È necessario formare un governo che non sia minato dai veti e dall'arroganza dei singoli. Un governo concreto che possa ispirare credibilità in Europa e nel mondo». Lui si aspetta responsabilità da parte di Di Maio, gli getta l'ennesimo ponte nella speranza che il leader pentastellato cambi idea su Berlusconi. Ma è proprio il Cavaliere a complicare le cose. Quando Salvini e Giorgia Meloni se ne sono già andati, proprio non ce la fa a non avvicinarsi al microfono e a lanciare l'accusa che di nuovo innalza un muro: «Sappiate distinguere chi è democratico da chi non conosce l'abc della democrazia». Parole che rimangono nell'aria e diventano palpabili. Berlusconi in politica non ha mai sbagliato un'uscita e anche questa volta c'è la sensazione che stia perpetrando il delitto perfetto: incunearsi fra Salvini e Di Maio per rompere l'intesa fra i due cosiddetti consoli. Uscito dal Quirinale, il Cavaliere si rilassa da un antiquario della capitale dove è intercettato dai giornalisti e spiega: «L'Italia ha bisogno di un governo e perciò bisogna che si cerchi di non perdere troppo tempo e di metterlo in campo». E quando parla di governo non intende quello che piace a Salvini, ma quello che sogna dal 5 marzo mattina: il governissimo istituzionale con il Pd e con la benedizione di Mattarella. Quel «tutti dentro» unica alternativa possibile al nefasto ritorno alle urne.La sindrome siriana potrebbe accelerare le decisioni del capo dello Stato, imporgli una road map rapida, un incarico già all'inizio della prossima settimana. La palla passa a lui e questo per Berlusconi rappresenta una garanzia. Per il Cavaliere, con i grillini non c'è possibilità di accordo perché manca la precondizione fondamentale: il riconoscimento formale. O come spiega Mariastella Gelmini: «Una legittimazione del nostro leader piena, pubblica, formale e imprescindibile da parte dei 5 stelle». Cosa al momento non solo improbabile, ma impossibile. Il nonno a capotavola ha deciso il menù e solo un riabbassarsi della tensione in Medio Oriente potrebbe cambiare gli scenari. Allora, senza più pressioni internazionali e con l'unica scadenza del 30 aprile per la presentazione del Def a Bruxelles, Salvini e Di Maio potrebbero riprendere il centro della partita. Convincere Mattarella a chiudere dopo la tornata elettorale in Molise e in Friuli Venezia Giulia, dove Lega e 5 stelle hanno serie possibilità di stravincere. E di far capire agli altri che gli italiani non accettano escamotage, né vie traverse. Solo nel tardo pomeriggio, il capogruppo della Lega al Senato, Gianmarco Centinaio, ha diramato una nota in cui ha detto che le parole del Cav «non rispecchiano la posizione della Lega, né quella del centrodestra». Giorgio Gandola
Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
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