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2023-06-22
Pd fantasma, la destra si fa auto-opposizione
Ansa
Vista la totale inconsistenza della opposizione, la maggioranza decide di rendere più frizzantina la cronaca politica facendosi del male da sola: vanno letti in questa chiave i due mezzi inciampi in cui ieri è incappato il centrodestra. Uno si verifica in commissione Bilancio al Senato, dove la maggioranza va sotto, o per essere precisi pareggia, sul parere agli emendamenti di maggioranza sul Dl Lavoro: la votazione finisce 10 a 10 per le assenze di due parlamentari di Forza Italia, Claudio Lotito e Dario Damiani. Nessun trabocchetto ma semplice, seppure ingiustificabile, leggerezza: i due senatori sono arrivati in ritardo, nel pomeriggio il voto fila liscio ma sottolinea, come accaduto sul Def ad aprile, un problema numerico non sottovalutabile. A dare un tocco di colore arriva il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che spiega con candore: «Tutto è nato perché c’era un cocktail di compleanno, ho fatto comunque un richiamo».
L’altro scivolone riguarda il Mes. In mattinata in commissione Esteri, alla Camera, arriva il parere tecnico - una formalità sempre prevista - sulla ratifica del famigerato Meccanismo europeo di stabilità. Il testo è firmato da Stefano Varone, capo di gabinetto del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. «Per quanto riguarda gli effetti diretti sulle grandezze di finanza pubblica dalla ratifica», scrive Varone, «non discendono nuovi o maggiori oneri rispetto a quelli autorizzati in occasione della ratifica del trattato istitutivo del Mes del 2012. Con riferimento a eventuali effetti indiretti, in linea generale, questi appaiono di difficile valutazione. Essi potrebbero astrattamente presentarsi qualora le modifiche apportate con l’accordo rendessero il Mes più rischioso e quindi maggiormente probabile la riduzione del capitale versato o la richiesta di pagamento delle quote non versate del capitale autorizzato. Ciò premesso non si rinvengono nell’accordo modifiche tali da far presumere un peggioramento del rischio legato a suddetta istituzione». «Inoltre», aggiunge il capo di gabinetto di Giorgetti, «l’impatto sulle finanze pubbliche dello Stato membro beneficiario andrebbe valutato anche in relazione alla specifica situazione pre-assistenza, in particolare relativamente al proprio costo di finanziamento sul mercato. Rispetto alle prospettive degli altri Stati membri azionisti del Mes, l’attivazione del supporto rappresenterebbe, direttamente, una fonte di remunerazione del capitale versato e, indirettamente, un probabile miglioramento delle condizioni di finanziamento sui mercati».
Apriti cielo: le minoranze, in coro, attaccano governo e maggioranza. «Non ratificare velocemente il Mes», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «intacca la credibilità internazionale del paese, non so se il governo può permetterselo, di certo non può permetterselo l’Italia. Vanno messe da parte le ragioni fumose e ideologiche che non riescono a spiegare questo ritardo. Sono al governo e hanno la responsabilità di far mantenere all’Italia gli impegni che si è assunta. È un governo che su queste questioni è profondamente diviso», aggiunge la Schlein, «i fatti parlano». Giuseppe Conte, leader del M5s, parla di «un governo Meloni allo sbando: dimezzano i fondi per i risarcimenti dei gravi infortuni sul lavoro. Non appena lo denunciamo, provano frettolosamente a fare retromarcia. Il ministero di Giorgetti», sottolinea Conte, «elogia la riforma del Mes e il governo Meloni, in imbarazzo dopo le bugie raccontate in pandemia, continua a rinviare le decisioni».
Al di là delle sparate propagandistiche di Schlein e Conte, cosa dice il parere di Varone? Che, sul piano tecnico-finanziario, dal punto di vista di un Paese che co-finanzia il Mes, prestare soldi a chi ne faccia richiesta conviene perché, se il prestito rientra, ne arrivano di più. Cosa piuttosto ovvia: come dire di una banca che un fido viene remunerato dagli interessi. Dunque non si tratta di un giudizio politico, né di un giudizio sull’opportunità di ratificare la riforma in base a presunti vantaggi per l’Italia.
Peccato che, anche per il silenzio del ministro direttamente interessato, la faccenda resti sospesa e appaia un presunto contrasto politico tra Giorgetti stesso e posizione del centrodestra, peraltro più volte ribadita pubblicamente e in parlamento: vale la pena tra l’altro ricordare che il 30 novembre 2022 la Camera dei deputati ha adottato a maggioranza una mozione che impegna quest’ultimo a non approvare il disegno di legge di ratifica della riforma del Mes. Dunque non c’è parere tecnico che tenga: per cambiare eventualmente rotta ci sarebbe bisogno di un voto parlamentare di segno opposto a quello dello scorso novembre.
Detto ciò, La Verità ha avuto modo di consultare autorevolissime fonti di governo, e le valutazioni sull’accaduto sono concordi. Innanzitutto, Varone è un tecnico, per quanto voluto dal ministro leghista, così come tecnico è il parere trasmesso alla Camera, mentre le decisioni che prende il governo sono frutto di un dibattito parlamentare, che si svolgerà tra qualche settimana, e quindi di valutazioni squisitamente politiche. È tuttavia innegabile che all’interno del centrodestra ci siano sfumature diverse, con Forza Italia più disponibile a ratificare il Mes e la Lega (nella quale si segnala un certo imbarazzo per l’accaduto) e Fratelli d’Italia contrari. Del resto, è altrettanto cristallino che Giorgia Meloni abbia più volte manifestato la sua contrarietà a una ratifica senza se e senza ma della riforma del Mes: la presidente del Consiglio ha più volte ripetuto che si può ragionare del via libera italiano solo in una logica che tenga conto della riforma del Patto di stabilità e di una attenta valutazione di tutti i parametri finanziari europei. Se poi vogliamo entrare nel merito, pure i «tecnici» hanno espresso preoccupazioni: abbiamo ascoltato in passato autorità come Giampaolo Galli, Ignazio Visco (che poi precisò, ritrattando) e Wolfgang Münchau sul Financial Times ventilare il rischio che la riforma del Mes, così come è stata concepita, potrebbe comportare per l’Italia gravissimi pericoli, compresa la prospettiva di una ristrutturazione «alla greca» del debito pubblico.
La locomotiva tedesca non riparte: Pil ancora in calo e più disoccupati
Previsioni economiche riviste al ribasso. L’istituto Leibniz per la ricerca economica presso l’università di Monaco di Baviera (Ifo) nel suo ultimo documento pubblicato ieri ha sottolineato come per il 2023 il Pil della Germania diminuirà dello 0,4%, e aumenterà solo dell’1,5% l’anno prossimo. In primavera, l’istituto di Monaco sembrava più ottimista sull’economia tedesca dato che aveva stimato una contrazione del Pil per il 2023 solo dello 0,1% e una crescita, per l’anno successivo, dell’ 1,7%. Il tasso di inflazione, in linea con le previsioni fatte dalla Bce per l’eurozona, dovrebbe scendere dal 6,9% nel 2022 al 5,8% nel 2023 e al 2,1% nel 2024. «L’economia tedesca sta uscendo molto lentamente dalla recessione», ha commentato il responsabile ricerche e previsioni economiche dell’Ifo, Timo Wollmershäuser, sottolineando come a differenza dei suoi partner commerciali più importanti, la Germania è scivolata in questa situazione nel semestre invernale, durante il quale il Pil è diminuito per due trimestri consecutivi. Dati economici non brillanti che secondo l’istituto sindacale per la macroeconomia e la ricerca sul ciclo economico (Imk), si dovrebbe ulteriormente rivedere al ribasso. Secondo l’Imk il Pil dovrebbe ridursi dello 0,5% nel 2023 e non dello 0,4% e nel 2024 la crescita si dovrebbe fermare all’1,2% contro le stime dell’1,5% previste dell’Ifo. Quali che saranno i numeri esatti della crescita economica della Germania, il dato che rimane, è che il Paese considerato la locomotiva d’Europa non sta vivendo un momento particolarmente brillante. La frenata dell’economia tedesca per il 2023 risulta infatti essere guidata dal consumo privato che sta iniziando a risentire dell’elevata inflazione: «Quest’anno i consumi privati diminuiranno dell’1,7% a causa dell’elevata inflazione», ha affermato Wollmershäuser, che ha sottolineato anche come gli investimenti in costruzioni si ridurranno molto rapidamente, passando dal -1,8% dell’anno scorso al -2,2% di quest'anno e al -3,2% nel 2024. L’aumento dei prezzi nel settore sta infatti diminuendo troppo lentamente e con i tassi di interesse sui prestiti che continuano a rimanere eccessivamente elevati elevati la domanda di costruzioni, sta diminuendo. Unico spiraglio di luce il settore manifatturiero: «Grazie all’elevato portafoglio ordini, il settore manifatturiero dovrebbe continuare ad espandere moderatamente la propria produzione. Con la graduale eliminazione dei colli di bottiglia nella consegna, dovrebbe quindi espandersi molto più fortemente», precisa Wollmershäuser. Lato mondo del lavoro, la situazione non migliora. L’Ifo sottolinea come il numero dei disoccupati aumenterà da 2,42 milioni a 2,55 milioni nel 2023, per poi scendere a 2,45 milioni l’anno prossimo. Cifre che corrispondono a tassi di disoccupazione del 5,3% nel 2023 e del 5,5% nel 2024. Allo stesso tempo, il numero di persone occupate passerà da 45,57 milioni a 45,95 milioni quest'anno e a 46,07 milioni nel 2024. E infine altri due dati. I nuovi prestiti pubblici scenderanno da 106 miliardi nel 2022 a 69 miliardi nel 2023 ed a 27 miliardi l'anno prossimo. L’avanzo delle partite correnti, al contrario, aumenterà drasticamente da 145 miliardi di euro a 232 miliardi di euro nel 2023 e raggiungerà addirittura i 269 miliardi di euro nel 2024. Ciò ammonterebbe al 6,3% della produzione economica. Dato che farà uscire la Germania dalla soglia raccomandata dell’Ue pari al 6%.
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La maggioranza va sotto in commissione sugli emendamenti al Dl Lavoro. Ignazio La Russa: assenti di Fi per un cocktail di compleanno. Sul Mes una nota tecnica del capo di gabinetto di Giorgetti esclude rischi. La posizione politica non cambia, ma i dem si scatenano.Nel 2023 il prodotto interno lordo scenderà dello 0,4%. L’inflazione al 7% frena i consumi. Lo speciale contiene due articoli.Vista la totale inconsistenza della opposizione, la maggioranza decide di rendere più frizzantina la cronaca politica facendosi del male da sola: vanno letti in questa chiave i due mezzi inciampi in cui ieri è incappato il centrodestra. Uno si verifica in commissione Bilancio al Senato, dove la maggioranza va sotto, o per essere precisi pareggia, sul parere agli emendamenti di maggioranza sul Dl Lavoro: la votazione finisce 10 a 10 per le assenze di due parlamentari di Forza Italia, Claudio Lotito e Dario Damiani. Nessun trabocchetto ma semplice, seppure ingiustificabile, leggerezza: i due senatori sono arrivati in ritardo, nel pomeriggio il voto fila liscio ma sottolinea, come accaduto sul Def ad aprile, un problema numerico non sottovalutabile. A dare un tocco di colore arriva il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che spiega con candore: «Tutto è nato perché c’era un cocktail di compleanno, ho fatto comunque un richiamo».L’altro scivolone riguarda il Mes. In mattinata in commissione Esteri, alla Camera, arriva il parere tecnico - una formalità sempre prevista - sulla ratifica del famigerato Meccanismo europeo di stabilità. Il testo è firmato da Stefano Varone, capo di gabinetto del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. «Per quanto riguarda gli effetti diretti sulle grandezze di finanza pubblica dalla ratifica», scrive Varone, «non discendono nuovi o maggiori oneri rispetto a quelli autorizzati in occasione della ratifica del trattato istitutivo del Mes del 2012. Con riferimento a eventuali effetti indiretti, in linea generale, questi appaiono di difficile valutazione. Essi potrebbero astrattamente presentarsi qualora le modifiche apportate con l’accordo rendessero il Mes più rischioso e quindi maggiormente probabile la riduzione del capitale versato o la richiesta di pagamento delle quote non versate del capitale autorizzato. Ciò premesso non si rinvengono nell’accordo modifiche tali da far presumere un peggioramento del rischio legato a suddetta istituzione». «Inoltre», aggiunge il capo di gabinetto di Giorgetti, «l’impatto sulle finanze pubbliche dello Stato membro beneficiario andrebbe valutato anche in relazione alla specifica situazione pre-assistenza, in particolare relativamente al proprio costo di finanziamento sul mercato. Rispetto alle prospettive degli altri Stati membri azionisti del Mes, l’attivazione del supporto rappresenterebbe, direttamente, una fonte di remunerazione del capitale versato e, indirettamente, un probabile miglioramento delle condizioni di finanziamento sui mercati». Apriti cielo: le minoranze, in coro, attaccano governo e maggioranza. «Non ratificare velocemente il Mes», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «intacca la credibilità internazionale del paese, non so se il governo può permetterselo, di certo non può permetterselo l’Italia. Vanno messe da parte le ragioni fumose e ideologiche che non riescono a spiegare questo ritardo. Sono al governo e hanno la responsabilità di far mantenere all’Italia gli impegni che si è assunta. È un governo che su queste questioni è profondamente diviso», aggiunge la Schlein, «i fatti parlano». Giuseppe Conte, leader del M5s, parla di «un governo Meloni allo sbando: dimezzano i fondi per i risarcimenti dei gravi infortuni sul lavoro. Non appena lo denunciamo, provano frettolosamente a fare retromarcia. Il ministero di Giorgetti», sottolinea Conte, «elogia la riforma del Mes e il governo Meloni, in imbarazzo dopo le bugie raccontate in pandemia, continua a rinviare le decisioni». Al di là delle sparate propagandistiche di Schlein e Conte, cosa dice il parere di Varone? Che, sul piano tecnico-finanziario, dal punto di vista di un Paese che co-finanzia il Mes, prestare soldi a chi ne faccia richiesta conviene perché, se il prestito rientra, ne arrivano di più. Cosa piuttosto ovvia: come dire di una banca che un fido viene remunerato dagli interessi. Dunque non si tratta di un giudizio politico, né di un giudizio sull’opportunità di ratificare la riforma in base a presunti vantaggi per l’Italia.Peccato che, anche per il silenzio del ministro direttamente interessato, la faccenda resti sospesa e appaia un presunto contrasto politico tra Giorgetti stesso e posizione del centrodestra, peraltro più volte ribadita pubblicamente e in parlamento: vale la pena tra l’altro ricordare che il 30 novembre 2022 la Camera dei deputati ha adottato a maggioranza una mozione che impegna quest’ultimo a non approvare il disegno di legge di ratifica della riforma del Mes. Dunque non c’è parere tecnico che tenga: per cambiare eventualmente rotta ci sarebbe bisogno di un voto parlamentare di segno opposto a quello dello scorso novembre. Detto ciò, La Verità ha avuto modo di consultare autorevolissime fonti di governo, e le valutazioni sull’accaduto sono concordi. Innanzitutto, Varone è un tecnico, per quanto voluto dal ministro leghista, così come tecnico è il parere trasmesso alla Camera, mentre le decisioni che prende il governo sono frutto di un dibattito parlamentare, che si svolgerà tra qualche settimana, e quindi di valutazioni squisitamente politiche. È tuttavia innegabile che all’interno del centrodestra ci siano sfumature diverse, con Forza Italia più disponibile a ratificare il Mes e la Lega (nella quale si segnala un certo imbarazzo per l’accaduto) e Fratelli d’Italia contrari. Del resto, è altrettanto cristallino che Giorgia Meloni abbia più volte manifestato la sua contrarietà a una ratifica senza se e senza ma della riforma del Mes: la presidente del Consiglio ha più volte ripetuto che si può ragionare del via libera italiano solo in una logica che tenga conto della riforma del Patto di stabilità e di una attenta valutazione di tutti i parametri finanziari europei. Se poi vogliamo entrare nel merito, pure i «tecnici» hanno espresso preoccupazioni: abbiamo ascoltato in passato autorità come Giampaolo Galli, Ignazio Visco (che poi precisò, ritrattando) e Wolfgang Münchau sul Financial Times ventilare il rischio che la riforma del Mes, così come è stata concepita, potrebbe comportare per l’Italia gravissimi pericoli, compresa la prospettiva di una ristrutturazione «alla greca» del debito pubblico.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/destra-fa-auto-opposizione-2661702989.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-locomotiva-tedesca-non-riparte-pil-ancora-in-calo-e-piu-disoccupati" data-post-id="2661702989" data-published-at="1687433429" data-use-pagination="False"> La locomotiva tedesca non riparte: Pil ancora in calo e più disoccupati Previsioni economiche riviste al ribasso. L’istituto Leibniz per la ricerca economica presso l’università di Monaco di Baviera (Ifo) nel suo ultimo documento pubblicato ieri ha sottolineato come per il 2023 il Pil della Germania diminuirà dello 0,4%, e aumenterà solo dell’1,5% l’anno prossimo. In primavera, l’istituto di Monaco sembrava più ottimista sull’economia tedesca dato che aveva stimato una contrazione del Pil per il 2023 solo dello 0,1% e una crescita, per l’anno successivo, dell’ 1,7%. Il tasso di inflazione, in linea con le previsioni fatte dalla Bce per l’eurozona, dovrebbe scendere dal 6,9% nel 2022 al 5,8% nel 2023 e al 2,1% nel 2024. «L’economia tedesca sta uscendo molto lentamente dalla recessione», ha commentato il responsabile ricerche e previsioni economiche dell’Ifo, Timo Wollmershäuser, sottolineando come a differenza dei suoi partner commerciali più importanti, la Germania è scivolata in questa situazione nel semestre invernale, durante il quale il Pil è diminuito per due trimestri consecutivi. Dati economici non brillanti che secondo l’istituto sindacale per la macroeconomia e la ricerca sul ciclo economico (Imk), si dovrebbe ulteriormente rivedere al ribasso. Secondo l’Imk il Pil dovrebbe ridursi dello 0,5% nel 2023 e non dello 0,4% e nel 2024 la crescita si dovrebbe fermare all’1,2% contro le stime dell’1,5% previste dell’Ifo. Quali che saranno i numeri esatti della crescita economica della Germania, il dato che rimane, è che il Paese considerato la locomotiva d’Europa non sta vivendo un momento particolarmente brillante. La frenata dell’economia tedesca per il 2023 risulta infatti essere guidata dal consumo privato che sta iniziando a risentire dell’elevata inflazione: «Quest’anno i consumi privati diminuiranno dell’1,7% a causa dell’elevata inflazione», ha affermato Wollmershäuser, che ha sottolineato anche come gli investimenti in costruzioni si ridurranno molto rapidamente, passando dal -1,8% dell’anno scorso al -2,2% di quest'anno e al -3,2% nel 2024. L’aumento dei prezzi nel settore sta infatti diminuendo troppo lentamente e con i tassi di interesse sui prestiti che continuano a rimanere eccessivamente elevati elevati la domanda di costruzioni, sta diminuendo. Unico spiraglio di luce il settore manifatturiero: «Grazie all’elevato portafoglio ordini, il settore manifatturiero dovrebbe continuare ad espandere moderatamente la propria produzione. Con la graduale eliminazione dei colli di bottiglia nella consegna, dovrebbe quindi espandersi molto più fortemente», precisa Wollmershäuser. Lato mondo del lavoro, la situazione non migliora. L’Ifo sottolinea come il numero dei disoccupati aumenterà da 2,42 milioni a 2,55 milioni nel 2023, per poi scendere a 2,45 milioni l’anno prossimo. Cifre che corrispondono a tassi di disoccupazione del 5,3% nel 2023 e del 5,5% nel 2024. Allo stesso tempo, il numero di persone occupate passerà da 45,57 milioni a 45,95 milioni quest'anno e a 46,07 milioni nel 2024. E infine altri due dati. I nuovi prestiti pubblici scenderanno da 106 miliardi nel 2022 a 69 miliardi nel 2023 ed a 27 miliardi l'anno prossimo. L’avanzo delle partite correnti, al contrario, aumenterà drasticamente da 145 miliardi di euro a 232 miliardi di euro nel 2023 e raggiungerà addirittura i 269 miliardi di euro nel 2024. Ciò ammonterebbe al 6,3% della produzione economica. Dato che farà uscire la Germania dalla soglia raccomandata dell’Ue pari al 6%.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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