True
2023-06-22
Pd fantasma, la destra si fa auto-opposizione
Ansa
Vista la totale inconsistenza della opposizione, la maggioranza decide di rendere più frizzantina la cronaca politica facendosi del male da sola: vanno letti in questa chiave i due mezzi inciampi in cui ieri è incappato il centrodestra. Uno si verifica in commissione Bilancio al Senato, dove la maggioranza va sotto, o per essere precisi pareggia, sul parere agli emendamenti di maggioranza sul Dl Lavoro: la votazione finisce 10 a 10 per le assenze di due parlamentari di Forza Italia, Claudio Lotito e Dario Damiani. Nessun trabocchetto ma semplice, seppure ingiustificabile, leggerezza: i due senatori sono arrivati in ritardo, nel pomeriggio il voto fila liscio ma sottolinea, come accaduto sul Def ad aprile, un problema numerico non sottovalutabile. A dare un tocco di colore arriva il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che spiega con candore: «Tutto è nato perché c’era un cocktail di compleanno, ho fatto comunque un richiamo».
L’altro scivolone riguarda il Mes. In mattinata in commissione Esteri, alla Camera, arriva il parere tecnico - una formalità sempre prevista - sulla ratifica del famigerato Meccanismo europeo di stabilità. Il testo è firmato da Stefano Varone, capo di gabinetto del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. «Per quanto riguarda gli effetti diretti sulle grandezze di finanza pubblica dalla ratifica», scrive Varone, «non discendono nuovi o maggiori oneri rispetto a quelli autorizzati in occasione della ratifica del trattato istitutivo del Mes del 2012. Con riferimento a eventuali effetti indiretti, in linea generale, questi appaiono di difficile valutazione. Essi potrebbero astrattamente presentarsi qualora le modifiche apportate con l’accordo rendessero il Mes più rischioso e quindi maggiormente probabile la riduzione del capitale versato o la richiesta di pagamento delle quote non versate del capitale autorizzato. Ciò premesso non si rinvengono nell’accordo modifiche tali da far presumere un peggioramento del rischio legato a suddetta istituzione». «Inoltre», aggiunge il capo di gabinetto di Giorgetti, «l’impatto sulle finanze pubbliche dello Stato membro beneficiario andrebbe valutato anche in relazione alla specifica situazione pre-assistenza, in particolare relativamente al proprio costo di finanziamento sul mercato. Rispetto alle prospettive degli altri Stati membri azionisti del Mes, l’attivazione del supporto rappresenterebbe, direttamente, una fonte di remunerazione del capitale versato e, indirettamente, un probabile miglioramento delle condizioni di finanziamento sui mercati».
Apriti cielo: le minoranze, in coro, attaccano governo e maggioranza. «Non ratificare velocemente il Mes», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «intacca la credibilità internazionale del paese, non so se il governo può permetterselo, di certo non può permetterselo l’Italia. Vanno messe da parte le ragioni fumose e ideologiche che non riescono a spiegare questo ritardo. Sono al governo e hanno la responsabilità di far mantenere all’Italia gli impegni che si è assunta. È un governo che su queste questioni è profondamente diviso», aggiunge la Schlein, «i fatti parlano». Giuseppe Conte, leader del M5s, parla di «un governo Meloni allo sbando: dimezzano i fondi per i risarcimenti dei gravi infortuni sul lavoro. Non appena lo denunciamo, provano frettolosamente a fare retromarcia. Il ministero di Giorgetti», sottolinea Conte, «elogia la riforma del Mes e il governo Meloni, in imbarazzo dopo le bugie raccontate in pandemia, continua a rinviare le decisioni».
Al di là delle sparate propagandistiche di Schlein e Conte, cosa dice il parere di Varone? Che, sul piano tecnico-finanziario, dal punto di vista di un Paese che co-finanzia il Mes, prestare soldi a chi ne faccia richiesta conviene perché, se il prestito rientra, ne arrivano di più. Cosa piuttosto ovvia: come dire di una banca che un fido viene remunerato dagli interessi. Dunque non si tratta di un giudizio politico, né di un giudizio sull’opportunità di ratificare la riforma in base a presunti vantaggi per l’Italia.
Peccato che, anche per il silenzio del ministro direttamente interessato, la faccenda resti sospesa e appaia un presunto contrasto politico tra Giorgetti stesso e posizione del centrodestra, peraltro più volte ribadita pubblicamente e in parlamento: vale la pena tra l’altro ricordare che il 30 novembre 2022 la Camera dei deputati ha adottato a maggioranza una mozione che impegna quest’ultimo a non approvare il disegno di legge di ratifica della riforma del Mes. Dunque non c’è parere tecnico che tenga: per cambiare eventualmente rotta ci sarebbe bisogno di un voto parlamentare di segno opposto a quello dello scorso novembre.
Detto ciò, La Verità ha avuto modo di consultare autorevolissime fonti di governo, e le valutazioni sull’accaduto sono concordi. Innanzitutto, Varone è un tecnico, per quanto voluto dal ministro leghista, così come tecnico è il parere trasmesso alla Camera, mentre le decisioni che prende il governo sono frutto di un dibattito parlamentare, che si svolgerà tra qualche settimana, e quindi di valutazioni squisitamente politiche. È tuttavia innegabile che all’interno del centrodestra ci siano sfumature diverse, con Forza Italia più disponibile a ratificare il Mes e la Lega (nella quale si segnala un certo imbarazzo per l’accaduto) e Fratelli d’Italia contrari. Del resto, è altrettanto cristallino che Giorgia Meloni abbia più volte manifestato la sua contrarietà a una ratifica senza se e senza ma della riforma del Mes: la presidente del Consiglio ha più volte ripetuto che si può ragionare del via libera italiano solo in una logica che tenga conto della riforma del Patto di stabilità e di una attenta valutazione di tutti i parametri finanziari europei. Se poi vogliamo entrare nel merito, pure i «tecnici» hanno espresso preoccupazioni: abbiamo ascoltato in passato autorità come Giampaolo Galli, Ignazio Visco (che poi precisò, ritrattando) e Wolfgang Münchau sul Financial Times ventilare il rischio che la riforma del Mes, così come è stata concepita, potrebbe comportare per l’Italia gravissimi pericoli, compresa la prospettiva di una ristrutturazione «alla greca» del debito pubblico.
La locomotiva tedesca non riparte: Pil ancora in calo e più disoccupati
Previsioni economiche riviste al ribasso. L’istituto Leibniz per la ricerca economica presso l’università di Monaco di Baviera (Ifo) nel suo ultimo documento pubblicato ieri ha sottolineato come per il 2023 il Pil della Germania diminuirà dello 0,4%, e aumenterà solo dell’1,5% l’anno prossimo. In primavera, l’istituto di Monaco sembrava più ottimista sull’economia tedesca dato che aveva stimato una contrazione del Pil per il 2023 solo dello 0,1% e una crescita, per l’anno successivo, dell’ 1,7%. Il tasso di inflazione, in linea con le previsioni fatte dalla Bce per l’eurozona, dovrebbe scendere dal 6,9% nel 2022 al 5,8% nel 2023 e al 2,1% nel 2024. «L’economia tedesca sta uscendo molto lentamente dalla recessione», ha commentato il responsabile ricerche e previsioni economiche dell’Ifo, Timo Wollmershäuser, sottolineando come a differenza dei suoi partner commerciali più importanti, la Germania è scivolata in questa situazione nel semestre invernale, durante il quale il Pil è diminuito per due trimestri consecutivi. Dati economici non brillanti che secondo l’istituto sindacale per la macroeconomia e la ricerca sul ciclo economico (Imk), si dovrebbe ulteriormente rivedere al ribasso. Secondo l’Imk il Pil dovrebbe ridursi dello 0,5% nel 2023 e non dello 0,4% e nel 2024 la crescita si dovrebbe fermare all’1,2% contro le stime dell’1,5% previste dell’Ifo. Quali che saranno i numeri esatti della crescita economica della Germania, il dato che rimane, è che il Paese considerato la locomotiva d’Europa non sta vivendo un momento particolarmente brillante. La frenata dell’economia tedesca per il 2023 risulta infatti essere guidata dal consumo privato che sta iniziando a risentire dell’elevata inflazione: «Quest’anno i consumi privati diminuiranno dell’1,7% a causa dell’elevata inflazione», ha affermato Wollmershäuser, che ha sottolineato anche come gli investimenti in costruzioni si ridurranno molto rapidamente, passando dal -1,8% dell’anno scorso al -2,2% di quest'anno e al -3,2% nel 2024. L’aumento dei prezzi nel settore sta infatti diminuendo troppo lentamente e con i tassi di interesse sui prestiti che continuano a rimanere eccessivamente elevati elevati la domanda di costruzioni, sta diminuendo. Unico spiraglio di luce il settore manifatturiero: «Grazie all’elevato portafoglio ordini, il settore manifatturiero dovrebbe continuare ad espandere moderatamente la propria produzione. Con la graduale eliminazione dei colli di bottiglia nella consegna, dovrebbe quindi espandersi molto più fortemente», precisa Wollmershäuser. Lato mondo del lavoro, la situazione non migliora. L’Ifo sottolinea come il numero dei disoccupati aumenterà da 2,42 milioni a 2,55 milioni nel 2023, per poi scendere a 2,45 milioni l’anno prossimo. Cifre che corrispondono a tassi di disoccupazione del 5,3% nel 2023 e del 5,5% nel 2024. Allo stesso tempo, il numero di persone occupate passerà da 45,57 milioni a 45,95 milioni quest'anno e a 46,07 milioni nel 2024. E infine altri due dati. I nuovi prestiti pubblici scenderanno da 106 miliardi nel 2022 a 69 miliardi nel 2023 ed a 27 miliardi l'anno prossimo. L’avanzo delle partite correnti, al contrario, aumenterà drasticamente da 145 miliardi di euro a 232 miliardi di euro nel 2023 e raggiungerà addirittura i 269 miliardi di euro nel 2024. Ciò ammonterebbe al 6,3% della produzione economica. Dato che farà uscire la Germania dalla soglia raccomandata dell’Ue pari al 6%.
Continua a leggereRiduci
La maggioranza va sotto in commissione sugli emendamenti al Dl Lavoro. Ignazio La Russa: assenti di Fi per un cocktail di compleanno. Sul Mes una nota tecnica del capo di gabinetto di Giorgetti esclude rischi. La posizione politica non cambia, ma i dem si scatenano.Nel 2023 il prodotto interno lordo scenderà dello 0,4%. L’inflazione al 7% frena i consumi. Lo speciale contiene due articoli.Vista la totale inconsistenza della opposizione, la maggioranza decide di rendere più frizzantina la cronaca politica facendosi del male da sola: vanno letti in questa chiave i due mezzi inciampi in cui ieri è incappato il centrodestra. Uno si verifica in commissione Bilancio al Senato, dove la maggioranza va sotto, o per essere precisi pareggia, sul parere agli emendamenti di maggioranza sul Dl Lavoro: la votazione finisce 10 a 10 per le assenze di due parlamentari di Forza Italia, Claudio Lotito e Dario Damiani. Nessun trabocchetto ma semplice, seppure ingiustificabile, leggerezza: i due senatori sono arrivati in ritardo, nel pomeriggio il voto fila liscio ma sottolinea, come accaduto sul Def ad aprile, un problema numerico non sottovalutabile. A dare un tocco di colore arriva il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che spiega con candore: «Tutto è nato perché c’era un cocktail di compleanno, ho fatto comunque un richiamo».L’altro scivolone riguarda il Mes. In mattinata in commissione Esteri, alla Camera, arriva il parere tecnico - una formalità sempre prevista - sulla ratifica del famigerato Meccanismo europeo di stabilità. Il testo è firmato da Stefano Varone, capo di gabinetto del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. «Per quanto riguarda gli effetti diretti sulle grandezze di finanza pubblica dalla ratifica», scrive Varone, «non discendono nuovi o maggiori oneri rispetto a quelli autorizzati in occasione della ratifica del trattato istitutivo del Mes del 2012. Con riferimento a eventuali effetti indiretti, in linea generale, questi appaiono di difficile valutazione. Essi potrebbero astrattamente presentarsi qualora le modifiche apportate con l’accordo rendessero il Mes più rischioso e quindi maggiormente probabile la riduzione del capitale versato o la richiesta di pagamento delle quote non versate del capitale autorizzato. Ciò premesso non si rinvengono nell’accordo modifiche tali da far presumere un peggioramento del rischio legato a suddetta istituzione». «Inoltre», aggiunge il capo di gabinetto di Giorgetti, «l’impatto sulle finanze pubbliche dello Stato membro beneficiario andrebbe valutato anche in relazione alla specifica situazione pre-assistenza, in particolare relativamente al proprio costo di finanziamento sul mercato. Rispetto alle prospettive degli altri Stati membri azionisti del Mes, l’attivazione del supporto rappresenterebbe, direttamente, una fonte di remunerazione del capitale versato e, indirettamente, un probabile miglioramento delle condizioni di finanziamento sui mercati». Apriti cielo: le minoranze, in coro, attaccano governo e maggioranza. «Non ratificare velocemente il Mes», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «intacca la credibilità internazionale del paese, non so se il governo può permetterselo, di certo non può permetterselo l’Italia. Vanno messe da parte le ragioni fumose e ideologiche che non riescono a spiegare questo ritardo. Sono al governo e hanno la responsabilità di far mantenere all’Italia gli impegni che si è assunta. È un governo che su queste questioni è profondamente diviso», aggiunge la Schlein, «i fatti parlano». Giuseppe Conte, leader del M5s, parla di «un governo Meloni allo sbando: dimezzano i fondi per i risarcimenti dei gravi infortuni sul lavoro. Non appena lo denunciamo, provano frettolosamente a fare retromarcia. Il ministero di Giorgetti», sottolinea Conte, «elogia la riforma del Mes e il governo Meloni, in imbarazzo dopo le bugie raccontate in pandemia, continua a rinviare le decisioni». Al di là delle sparate propagandistiche di Schlein e Conte, cosa dice il parere di Varone? Che, sul piano tecnico-finanziario, dal punto di vista di un Paese che co-finanzia il Mes, prestare soldi a chi ne faccia richiesta conviene perché, se il prestito rientra, ne arrivano di più. Cosa piuttosto ovvia: come dire di una banca che un fido viene remunerato dagli interessi. Dunque non si tratta di un giudizio politico, né di un giudizio sull’opportunità di ratificare la riforma in base a presunti vantaggi per l’Italia.Peccato che, anche per il silenzio del ministro direttamente interessato, la faccenda resti sospesa e appaia un presunto contrasto politico tra Giorgetti stesso e posizione del centrodestra, peraltro più volte ribadita pubblicamente e in parlamento: vale la pena tra l’altro ricordare che il 30 novembre 2022 la Camera dei deputati ha adottato a maggioranza una mozione che impegna quest’ultimo a non approvare il disegno di legge di ratifica della riforma del Mes. Dunque non c’è parere tecnico che tenga: per cambiare eventualmente rotta ci sarebbe bisogno di un voto parlamentare di segno opposto a quello dello scorso novembre. Detto ciò, La Verità ha avuto modo di consultare autorevolissime fonti di governo, e le valutazioni sull’accaduto sono concordi. Innanzitutto, Varone è un tecnico, per quanto voluto dal ministro leghista, così come tecnico è il parere trasmesso alla Camera, mentre le decisioni che prende il governo sono frutto di un dibattito parlamentare, che si svolgerà tra qualche settimana, e quindi di valutazioni squisitamente politiche. È tuttavia innegabile che all’interno del centrodestra ci siano sfumature diverse, con Forza Italia più disponibile a ratificare il Mes e la Lega (nella quale si segnala un certo imbarazzo per l’accaduto) e Fratelli d’Italia contrari. Del resto, è altrettanto cristallino che Giorgia Meloni abbia più volte manifestato la sua contrarietà a una ratifica senza se e senza ma della riforma del Mes: la presidente del Consiglio ha più volte ripetuto che si può ragionare del via libera italiano solo in una logica che tenga conto della riforma del Patto di stabilità e di una attenta valutazione di tutti i parametri finanziari europei. Se poi vogliamo entrare nel merito, pure i «tecnici» hanno espresso preoccupazioni: abbiamo ascoltato in passato autorità come Giampaolo Galli, Ignazio Visco (che poi precisò, ritrattando) e Wolfgang Münchau sul Financial Times ventilare il rischio che la riforma del Mes, così come è stata concepita, potrebbe comportare per l’Italia gravissimi pericoli, compresa la prospettiva di una ristrutturazione «alla greca» del debito pubblico.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/destra-fa-auto-opposizione-2661702989.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-locomotiva-tedesca-non-riparte-pil-ancora-in-calo-e-piu-disoccupati" data-post-id="2661702989" data-published-at="1687433429" data-use-pagination="False"> La locomotiva tedesca non riparte: Pil ancora in calo e più disoccupati Previsioni economiche riviste al ribasso. L’istituto Leibniz per la ricerca economica presso l’università di Monaco di Baviera (Ifo) nel suo ultimo documento pubblicato ieri ha sottolineato come per il 2023 il Pil della Germania diminuirà dello 0,4%, e aumenterà solo dell’1,5% l’anno prossimo. In primavera, l’istituto di Monaco sembrava più ottimista sull’economia tedesca dato che aveva stimato una contrazione del Pil per il 2023 solo dello 0,1% e una crescita, per l’anno successivo, dell’ 1,7%. Il tasso di inflazione, in linea con le previsioni fatte dalla Bce per l’eurozona, dovrebbe scendere dal 6,9% nel 2022 al 5,8% nel 2023 e al 2,1% nel 2024. «L’economia tedesca sta uscendo molto lentamente dalla recessione», ha commentato il responsabile ricerche e previsioni economiche dell’Ifo, Timo Wollmershäuser, sottolineando come a differenza dei suoi partner commerciali più importanti, la Germania è scivolata in questa situazione nel semestre invernale, durante il quale il Pil è diminuito per due trimestri consecutivi. Dati economici non brillanti che secondo l’istituto sindacale per la macroeconomia e la ricerca sul ciclo economico (Imk), si dovrebbe ulteriormente rivedere al ribasso. Secondo l’Imk il Pil dovrebbe ridursi dello 0,5% nel 2023 e non dello 0,4% e nel 2024 la crescita si dovrebbe fermare all’1,2% contro le stime dell’1,5% previste dell’Ifo. Quali che saranno i numeri esatti della crescita economica della Germania, il dato che rimane, è che il Paese considerato la locomotiva d’Europa non sta vivendo un momento particolarmente brillante. La frenata dell’economia tedesca per il 2023 risulta infatti essere guidata dal consumo privato che sta iniziando a risentire dell’elevata inflazione: «Quest’anno i consumi privati diminuiranno dell’1,7% a causa dell’elevata inflazione», ha affermato Wollmershäuser, che ha sottolineato anche come gli investimenti in costruzioni si ridurranno molto rapidamente, passando dal -1,8% dell’anno scorso al -2,2% di quest'anno e al -3,2% nel 2024. L’aumento dei prezzi nel settore sta infatti diminuendo troppo lentamente e con i tassi di interesse sui prestiti che continuano a rimanere eccessivamente elevati elevati la domanda di costruzioni, sta diminuendo. Unico spiraglio di luce il settore manifatturiero: «Grazie all’elevato portafoglio ordini, il settore manifatturiero dovrebbe continuare ad espandere moderatamente la propria produzione. Con la graduale eliminazione dei colli di bottiglia nella consegna, dovrebbe quindi espandersi molto più fortemente», precisa Wollmershäuser. Lato mondo del lavoro, la situazione non migliora. L’Ifo sottolinea come il numero dei disoccupati aumenterà da 2,42 milioni a 2,55 milioni nel 2023, per poi scendere a 2,45 milioni l’anno prossimo. Cifre che corrispondono a tassi di disoccupazione del 5,3% nel 2023 e del 5,5% nel 2024. Allo stesso tempo, il numero di persone occupate passerà da 45,57 milioni a 45,95 milioni quest'anno e a 46,07 milioni nel 2024. E infine altri due dati. I nuovi prestiti pubblici scenderanno da 106 miliardi nel 2022 a 69 miliardi nel 2023 ed a 27 miliardi l'anno prossimo. L’avanzo delle partite correnti, al contrario, aumenterà drasticamente da 145 miliardi di euro a 232 miliardi di euro nel 2023 e raggiungerà addirittura i 269 miliardi di euro nel 2024. Ciò ammonterebbe al 6,3% della produzione economica. Dato che farà uscire la Germania dalla soglia raccomandata dell’Ue pari al 6%.
Matteo Salvini con gli ospiti della manifestazione dei Patrioti di Milano (Ansa)
Tutti in piazza del Duomo (quasi piena) fra un gelato e un selfie, in una giornata rubata alla gita ai laghi, e già questo è un segno di appartenenza. Chi si attendeva una delegazione dell’Ice e gente travestita da Joseph Goebbels; chi prefigurava scenari da deportati con gli schiavettoni; chi per due settimane ha lanciato allarmi democratici sulla «remigrazione» galoppante, dev’essere rimasto parecchio deluso. La solita fake news a mezzo stampa ribadita anche in sede di commento; della serie «non facciamoci condizionare dalla realtà».
Matteo Salvini, che ha organizzato la giornata «Senza paura, padroni a casa nostra», è stato il primo a svestirla dei panni più estremi per puntare su temi drammatici e concreti come pace, lavoro, sicurezza, che sanno di sovranismo solo perché vorrebbero essere declinati in chiave italiana senza dover fare i conti con le trappole di Bruxelles. «Tutte le polemiche su Remigration summit, razzismo e islamofobia sono isterie della sinistra», ha sottolineato il segretario della Lega. E nel suo discorso sul palco milanese ha snocciolato priorità che non hanno niente a che vedere con la propaganda, ma impattano sulla vita dei cittadini.
«I nostri figli non hanno bisogno dell’esercito europeo, invocato da una persona abbastanza permalosa come Emmanuel Macron e dai suoi simili». «Contro la crisi energetica bisogna sospendere il patto di stabilità e permettere di usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». «Gli Stati Uniti hanno sospeso fino al 16 maggio le sanzioni che bloccavano l’acquisto di petrolio russo, deve farlo anche l’Ue». Argomentazioni legittime in un Paese pluralista; si possono discutere, si possono contrastare, ma arrivare (come ha fatto la sinistra milanese in consiglio comunale) a chiedere il divieto di pronunciarle dovrebbe suscitare qualche dubbio sul Dna democratico del progressismo radical in salsa postmarxista.
Quanto ai rimpatri dei migranti clandestini che delinquono, è difficile sostenere che il concetto sia una bestemmia. Salvini propone «il permesso di soggiorno a punti, se fai errori torni a casa». A colpi di accoglienza diffusa Milano è al collasso e lo stesso sindaco Giuseppe Sala (non certo un fiancheggiatore dell’Ice) ha affermato: «La parola remigrazione non mi piace ma non sono tra quelli che dicono no ai rimpatri. Se qualcuno commette crimini tali da giustificare un rimpatrio, ben venga». Sarebbe pure una misura tollerante perché delinquenti e stupratori condannati dovrebbero avere come destinazione naturale il carcere, non il semplice ritorno a casa da eroi indesiderati.
«Padroni a casa nostra». Quando lo gridava Umberto Bossi, era il tuono di un popolo vessato da burocrazia e tasse che annunciava il temporale. Oggi è quasi una supplica, la richiesta di poter continuare a vivere con la propria identità, le proprie speranze. E «senza paura». Temi concreti, punti esclamativi, il ritorno a quei «valori occidentali» richiamati dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, per il quale «il nostro non è aggressivo nazionalismo ma sano patriottismo». Applausi e tutti a casa, proprio mentre si snodavano per Milano altri due cortei, organizzati dalla sinistra con la gastrite permanente e il fegato ingrossato per contestare la manifestazione della Lega.
Il primo allestito da Avs e Anpi, con testimonial Ilaria Salis (senza martello) e con l’intenzione di fare la prova generale per il tradizionale 25 aprile divisivo e antagonista. Il secondo messo in piedi in tutta fretta dai centri sociali storicamente protetti e sostenuti da Pierfrancesco Majorino, che avendo come unica pulsione quella di menare le mani, hanno trovato il modo di sfondare il cordone delle forze dell’ordine, di cercare lo scontro e di strumentalizzarne l’ovvia reazione con gli idranti. Fra minacce ai poliziotti («celerini lapidati») e complimenti agli avversari politici («Salvini appeso»).
Uno scenario surreale. Mentre i presunti «cattivi» hanno portato all’attenzione di tutti argomenti di interesse comune, i «buoni» per decreto sono andati in piazza con due obiettivi: impedire agli altri di parlare (reazione da assemblea studentesca in un liceo occupato) e, per proprietà transitiva, esprimere consenso alle politiche economiche dell’Europa contestate in piazza del Duomo, ma anche dai loro leader Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Il solito corto circuito a sinistra, dove abbondano gli strateghi e scarseggiano gli elettricisti.
Continua a leggereRiduci