True
2023-06-22
Pd fantasma, la destra si fa auto-opposizione
Ansa
Vista la totale inconsistenza della opposizione, la maggioranza decide di rendere più frizzantina la cronaca politica facendosi del male da sola: vanno letti in questa chiave i due mezzi inciampi in cui ieri è incappato il centrodestra. Uno si verifica in commissione Bilancio al Senato, dove la maggioranza va sotto, o per essere precisi pareggia, sul parere agli emendamenti di maggioranza sul Dl Lavoro: la votazione finisce 10 a 10 per le assenze di due parlamentari di Forza Italia, Claudio Lotito e Dario Damiani. Nessun trabocchetto ma semplice, seppure ingiustificabile, leggerezza: i due senatori sono arrivati in ritardo, nel pomeriggio il voto fila liscio ma sottolinea, come accaduto sul Def ad aprile, un problema numerico non sottovalutabile. A dare un tocco di colore arriva il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che spiega con candore: «Tutto è nato perché c’era un cocktail di compleanno, ho fatto comunque un richiamo».
L’altro scivolone riguarda il Mes. In mattinata in commissione Esteri, alla Camera, arriva il parere tecnico - una formalità sempre prevista - sulla ratifica del famigerato Meccanismo europeo di stabilità. Il testo è firmato da Stefano Varone, capo di gabinetto del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. «Per quanto riguarda gli effetti diretti sulle grandezze di finanza pubblica dalla ratifica», scrive Varone, «non discendono nuovi o maggiori oneri rispetto a quelli autorizzati in occasione della ratifica del trattato istitutivo del Mes del 2012. Con riferimento a eventuali effetti indiretti, in linea generale, questi appaiono di difficile valutazione. Essi potrebbero astrattamente presentarsi qualora le modifiche apportate con l’accordo rendessero il Mes più rischioso e quindi maggiormente probabile la riduzione del capitale versato o la richiesta di pagamento delle quote non versate del capitale autorizzato. Ciò premesso non si rinvengono nell’accordo modifiche tali da far presumere un peggioramento del rischio legato a suddetta istituzione». «Inoltre», aggiunge il capo di gabinetto di Giorgetti, «l’impatto sulle finanze pubbliche dello Stato membro beneficiario andrebbe valutato anche in relazione alla specifica situazione pre-assistenza, in particolare relativamente al proprio costo di finanziamento sul mercato. Rispetto alle prospettive degli altri Stati membri azionisti del Mes, l’attivazione del supporto rappresenterebbe, direttamente, una fonte di remunerazione del capitale versato e, indirettamente, un probabile miglioramento delle condizioni di finanziamento sui mercati».
Apriti cielo: le minoranze, in coro, attaccano governo e maggioranza. «Non ratificare velocemente il Mes», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «intacca la credibilità internazionale del paese, non so se il governo può permetterselo, di certo non può permetterselo l’Italia. Vanno messe da parte le ragioni fumose e ideologiche che non riescono a spiegare questo ritardo. Sono al governo e hanno la responsabilità di far mantenere all’Italia gli impegni che si è assunta. È un governo che su queste questioni è profondamente diviso», aggiunge la Schlein, «i fatti parlano». Giuseppe Conte, leader del M5s, parla di «un governo Meloni allo sbando: dimezzano i fondi per i risarcimenti dei gravi infortuni sul lavoro. Non appena lo denunciamo, provano frettolosamente a fare retromarcia. Il ministero di Giorgetti», sottolinea Conte, «elogia la riforma del Mes e il governo Meloni, in imbarazzo dopo le bugie raccontate in pandemia, continua a rinviare le decisioni».
Al di là delle sparate propagandistiche di Schlein e Conte, cosa dice il parere di Varone? Che, sul piano tecnico-finanziario, dal punto di vista di un Paese che co-finanzia il Mes, prestare soldi a chi ne faccia richiesta conviene perché, se il prestito rientra, ne arrivano di più. Cosa piuttosto ovvia: come dire di una banca che un fido viene remunerato dagli interessi. Dunque non si tratta di un giudizio politico, né di un giudizio sull’opportunità di ratificare la riforma in base a presunti vantaggi per l’Italia.
Peccato che, anche per il silenzio del ministro direttamente interessato, la faccenda resti sospesa e appaia un presunto contrasto politico tra Giorgetti stesso e posizione del centrodestra, peraltro più volte ribadita pubblicamente e in parlamento: vale la pena tra l’altro ricordare che il 30 novembre 2022 la Camera dei deputati ha adottato a maggioranza una mozione che impegna quest’ultimo a non approvare il disegno di legge di ratifica della riforma del Mes. Dunque non c’è parere tecnico che tenga: per cambiare eventualmente rotta ci sarebbe bisogno di un voto parlamentare di segno opposto a quello dello scorso novembre.
Detto ciò, La Verità ha avuto modo di consultare autorevolissime fonti di governo, e le valutazioni sull’accaduto sono concordi. Innanzitutto, Varone è un tecnico, per quanto voluto dal ministro leghista, così come tecnico è il parere trasmesso alla Camera, mentre le decisioni che prende il governo sono frutto di un dibattito parlamentare, che si svolgerà tra qualche settimana, e quindi di valutazioni squisitamente politiche. È tuttavia innegabile che all’interno del centrodestra ci siano sfumature diverse, con Forza Italia più disponibile a ratificare il Mes e la Lega (nella quale si segnala un certo imbarazzo per l’accaduto) e Fratelli d’Italia contrari. Del resto, è altrettanto cristallino che Giorgia Meloni abbia più volte manifestato la sua contrarietà a una ratifica senza se e senza ma della riforma del Mes: la presidente del Consiglio ha più volte ripetuto che si può ragionare del via libera italiano solo in una logica che tenga conto della riforma del Patto di stabilità e di una attenta valutazione di tutti i parametri finanziari europei. Se poi vogliamo entrare nel merito, pure i «tecnici» hanno espresso preoccupazioni: abbiamo ascoltato in passato autorità come Giampaolo Galli, Ignazio Visco (che poi precisò, ritrattando) e Wolfgang Münchau sul Financial Times ventilare il rischio che la riforma del Mes, così come è stata concepita, potrebbe comportare per l’Italia gravissimi pericoli, compresa la prospettiva di una ristrutturazione «alla greca» del debito pubblico.
La locomotiva tedesca non riparte: Pil ancora in calo e più disoccupati
Previsioni economiche riviste al ribasso. L’istituto Leibniz per la ricerca economica presso l’università di Monaco di Baviera (Ifo) nel suo ultimo documento pubblicato ieri ha sottolineato come per il 2023 il Pil della Germania diminuirà dello 0,4%, e aumenterà solo dell’1,5% l’anno prossimo. In primavera, l’istituto di Monaco sembrava più ottimista sull’economia tedesca dato che aveva stimato una contrazione del Pil per il 2023 solo dello 0,1% e una crescita, per l’anno successivo, dell’ 1,7%. Il tasso di inflazione, in linea con le previsioni fatte dalla Bce per l’eurozona, dovrebbe scendere dal 6,9% nel 2022 al 5,8% nel 2023 e al 2,1% nel 2024. «L’economia tedesca sta uscendo molto lentamente dalla recessione», ha commentato il responsabile ricerche e previsioni economiche dell’Ifo, Timo Wollmershäuser, sottolineando come a differenza dei suoi partner commerciali più importanti, la Germania è scivolata in questa situazione nel semestre invernale, durante il quale il Pil è diminuito per due trimestri consecutivi. Dati economici non brillanti che secondo l’istituto sindacale per la macroeconomia e la ricerca sul ciclo economico (Imk), si dovrebbe ulteriormente rivedere al ribasso. Secondo l’Imk il Pil dovrebbe ridursi dello 0,5% nel 2023 e non dello 0,4% e nel 2024 la crescita si dovrebbe fermare all’1,2% contro le stime dell’1,5% previste dell’Ifo. Quali che saranno i numeri esatti della crescita economica della Germania, il dato che rimane, è che il Paese considerato la locomotiva d’Europa non sta vivendo un momento particolarmente brillante. La frenata dell’economia tedesca per il 2023 risulta infatti essere guidata dal consumo privato che sta iniziando a risentire dell’elevata inflazione: «Quest’anno i consumi privati diminuiranno dell’1,7% a causa dell’elevata inflazione», ha affermato Wollmershäuser, che ha sottolineato anche come gli investimenti in costruzioni si ridurranno molto rapidamente, passando dal -1,8% dell’anno scorso al -2,2% di quest'anno e al -3,2% nel 2024. L’aumento dei prezzi nel settore sta infatti diminuendo troppo lentamente e con i tassi di interesse sui prestiti che continuano a rimanere eccessivamente elevati elevati la domanda di costruzioni, sta diminuendo. Unico spiraglio di luce il settore manifatturiero: «Grazie all’elevato portafoglio ordini, il settore manifatturiero dovrebbe continuare ad espandere moderatamente la propria produzione. Con la graduale eliminazione dei colli di bottiglia nella consegna, dovrebbe quindi espandersi molto più fortemente», precisa Wollmershäuser. Lato mondo del lavoro, la situazione non migliora. L’Ifo sottolinea come il numero dei disoccupati aumenterà da 2,42 milioni a 2,55 milioni nel 2023, per poi scendere a 2,45 milioni l’anno prossimo. Cifre che corrispondono a tassi di disoccupazione del 5,3% nel 2023 e del 5,5% nel 2024. Allo stesso tempo, il numero di persone occupate passerà da 45,57 milioni a 45,95 milioni quest'anno e a 46,07 milioni nel 2024. E infine altri due dati. I nuovi prestiti pubblici scenderanno da 106 miliardi nel 2022 a 69 miliardi nel 2023 ed a 27 miliardi l'anno prossimo. L’avanzo delle partite correnti, al contrario, aumenterà drasticamente da 145 miliardi di euro a 232 miliardi di euro nel 2023 e raggiungerà addirittura i 269 miliardi di euro nel 2024. Ciò ammonterebbe al 6,3% della produzione economica. Dato che farà uscire la Germania dalla soglia raccomandata dell’Ue pari al 6%.
Continua a leggereRiduci
La maggioranza va sotto in commissione sugli emendamenti al Dl Lavoro. Ignazio La Russa: assenti di Fi per un cocktail di compleanno. Sul Mes una nota tecnica del capo di gabinetto di Giorgetti esclude rischi. La posizione politica non cambia, ma i dem si scatenano.Nel 2023 il prodotto interno lordo scenderà dello 0,4%. L’inflazione al 7% frena i consumi. Lo speciale contiene due articoli.Vista la totale inconsistenza della opposizione, la maggioranza decide di rendere più frizzantina la cronaca politica facendosi del male da sola: vanno letti in questa chiave i due mezzi inciampi in cui ieri è incappato il centrodestra. Uno si verifica in commissione Bilancio al Senato, dove la maggioranza va sotto, o per essere precisi pareggia, sul parere agli emendamenti di maggioranza sul Dl Lavoro: la votazione finisce 10 a 10 per le assenze di due parlamentari di Forza Italia, Claudio Lotito e Dario Damiani. Nessun trabocchetto ma semplice, seppure ingiustificabile, leggerezza: i due senatori sono arrivati in ritardo, nel pomeriggio il voto fila liscio ma sottolinea, come accaduto sul Def ad aprile, un problema numerico non sottovalutabile. A dare un tocco di colore arriva il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che spiega con candore: «Tutto è nato perché c’era un cocktail di compleanno, ho fatto comunque un richiamo».L’altro scivolone riguarda il Mes. In mattinata in commissione Esteri, alla Camera, arriva il parere tecnico - una formalità sempre prevista - sulla ratifica del famigerato Meccanismo europeo di stabilità. Il testo è firmato da Stefano Varone, capo di gabinetto del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. «Per quanto riguarda gli effetti diretti sulle grandezze di finanza pubblica dalla ratifica», scrive Varone, «non discendono nuovi o maggiori oneri rispetto a quelli autorizzati in occasione della ratifica del trattato istitutivo del Mes del 2012. Con riferimento a eventuali effetti indiretti, in linea generale, questi appaiono di difficile valutazione. Essi potrebbero astrattamente presentarsi qualora le modifiche apportate con l’accordo rendessero il Mes più rischioso e quindi maggiormente probabile la riduzione del capitale versato o la richiesta di pagamento delle quote non versate del capitale autorizzato. Ciò premesso non si rinvengono nell’accordo modifiche tali da far presumere un peggioramento del rischio legato a suddetta istituzione». «Inoltre», aggiunge il capo di gabinetto di Giorgetti, «l’impatto sulle finanze pubbliche dello Stato membro beneficiario andrebbe valutato anche in relazione alla specifica situazione pre-assistenza, in particolare relativamente al proprio costo di finanziamento sul mercato. Rispetto alle prospettive degli altri Stati membri azionisti del Mes, l’attivazione del supporto rappresenterebbe, direttamente, una fonte di remunerazione del capitale versato e, indirettamente, un probabile miglioramento delle condizioni di finanziamento sui mercati». Apriti cielo: le minoranze, in coro, attaccano governo e maggioranza. «Non ratificare velocemente il Mes», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «intacca la credibilità internazionale del paese, non so se il governo può permetterselo, di certo non può permetterselo l’Italia. Vanno messe da parte le ragioni fumose e ideologiche che non riescono a spiegare questo ritardo. Sono al governo e hanno la responsabilità di far mantenere all’Italia gli impegni che si è assunta. È un governo che su queste questioni è profondamente diviso», aggiunge la Schlein, «i fatti parlano». Giuseppe Conte, leader del M5s, parla di «un governo Meloni allo sbando: dimezzano i fondi per i risarcimenti dei gravi infortuni sul lavoro. Non appena lo denunciamo, provano frettolosamente a fare retromarcia. Il ministero di Giorgetti», sottolinea Conte, «elogia la riforma del Mes e il governo Meloni, in imbarazzo dopo le bugie raccontate in pandemia, continua a rinviare le decisioni». Al di là delle sparate propagandistiche di Schlein e Conte, cosa dice il parere di Varone? Che, sul piano tecnico-finanziario, dal punto di vista di un Paese che co-finanzia il Mes, prestare soldi a chi ne faccia richiesta conviene perché, se il prestito rientra, ne arrivano di più. Cosa piuttosto ovvia: come dire di una banca che un fido viene remunerato dagli interessi. Dunque non si tratta di un giudizio politico, né di un giudizio sull’opportunità di ratificare la riforma in base a presunti vantaggi per l’Italia.Peccato che, anche per il silenzio del ministro direttamente interessato, la faccenda resti sospesa e appaia un presunto contrasto politico tra Giorgetti stesso e posizione del centrodestra, peraltro più volte ribadita pubblicamente e in parlamento: vale la pena tra l’altro ricordare che il 30 novembre 2022 la Camera dei deputati ha adottato a maggioranza una mozione che impegna quest’ultimo a non approvare il disegno di legge di ratifica della riforma del Mes. Dunque non c’è parere tecnico che tenga: per cambiare eventualmente rotta ci sarebbe bisogno di un voto parlamentare di segno opposto a quello dello scorso novembre. Detto ciò, La Verità ha avuto modo di consultare autorevolissime fonti di governo, e le valutazioni sull’accaduto sono concordi. Innanzitutto, Varone è un tecnico, per quanto voluto dal ministro leghista, così come tecnico è il parere trasmesso alla Camera, mentre le decisioni che prende il governo sono frutto di un dibattito parlamentare, che si svolgerà tra qualche settimana, e quindi di valutazioni squisitamente politiche. È tuttavia innegabile che all’interno del centrodestra ci siano sfumature diverse, con Forza Italia più disponibile a ratificare il Mes e la Lega (nella quale si segnala un certo imbarazzo per l’accaduto) e Fratelli d’Italia contrari. Del resto, è altrettanto cristallino che Giorgia Meloni abbia più volte manifestato la sua contrarietà a una ratifica senza se e senza ma della riforma del Mes: la presidente del Consiglio ha più volte ripetuto che si può ragionare del via libera italiano solo in una logica che tenga conto della riforma del Patto di stabilità e di una attenta valutazione di tutti i parametri finanziari europei. Se poi vogliamo entrare nel merito, pure i «tecnici» hanno espresso preoccupazioni: abbiamo ascoltato in passato autorità come Giampaolo Galli, Ignazio Visco (che poi precisò, ritrattando) e Wolfgang Münchau sul Financial Times ventilare il rischio che la riforma del Mes, così come è stata concepita, potrebbe comportare per l’Italia gravissimi pericoli, compresa la prospettiva di una ristrutturazione «alla greca» del debito pubblico.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/destra-fa-auto-opposizione-2661702989.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-locomotiva-tedesca-non-riparte-pil-ancora-in-calo-e-piu-disoccupati" data-post-id="2661702989" data-published-at="1687433429" data-use-pagination="False"> La locomotiva tedesca non riparte: Pil ancora in calo e più disoccupati Previsioni economiche riviste al ribasso. L’istituto Leibniz per la ricerca economica presso l’università di Monaco di Baviera (Ifo) nel suo ultimo documento pubblicato ieri ha sottolineato come per il 2023 il Pil della Germania diminuirà dello 0,4%, e aumenterà solo dell’1,5% l’anno prossimo. In primavera, l’istituto di Monaco sembrava più ottimista sull’economia tedesca dato che aveva stimato una contrazione del Pil per il 2023 solo dello 0,1% e una crescita, per l’anno successivo, dell’ 1,7%. Il tasso di inflazione, in linea con le previsioni fatte dalla Bce per l’eurozona, dovrebbe scendere dal 6,9% nel 2022 al 5,8% nel 2023 e al 2,1% nel 2024. «L’economia tedesca sta uscendo molto lentamente dalla recessione», ha commentato il responsabile ricerche e previsioni economiche dell’Ifo, Timo Wollmershäuser, sottolineando come a differenza dei suoi partner commerciali più importanti, la Germania è scivolata in questa situazione nel semestre invernale, durante il quale il Pil è diminuito per due trimestri consecutivi. Dati economici non brillanti che secondo l’istituto sindacale per la macroeconomia e la ricerca sul ciclo economico (Imk), si dovrebbe ulteriormente rivedere al ribasso. Secondo l’Imk il Pil dovrebbe ridursi dello 0,5% nel 2023 e non dello 0,4% e nel 2024 la crescita si dovrebbe fermare all’1,2% contro le stime dell’1,5% previste dell’Ifo. Quali che saranno i numeri esatti della crescita economica della Germania, il dato che rimane, è che il Paese considerato la locomotiva d’Europa non sta vivendo un momento particolarmente brillante. La frenata dell’economia tedesca per il 2023 risulta infatti essere guidata dal consumo privato che sta iniziando a risentire dell’elevata inflazione: «Quest’anno i consumi privati diminuiranno dell’1,7% a causa dell’elevata inflazione», ha affermato Wollmershäuser, che ha sottolineato anche come gli investimenti in costruzioni si ridurranno molto rapidamente, passando dal -1,8% dell’anno scorso al -2,2% di quest'anno e al -3,2% nel 2024. L’aumento dei prezzi nel settore sta infatti diminuendo troppo lentamente e con i tassi di interesse sui prestiti che continuano a rimanere eccessivamente elevati elevati la domanda di costruzioni, sta diminuendo. Unico spiraglio di luce il settore manifatturiero: «Grazie all’elevato portafoglio ordini, il settore manifatturiero dovrebbe continuare ad espandere moderatamente la propria produzione. Con la graduale eliminazione dei colli di bottiglia nella consegna, dovrebbe quindi espandersi molto più fortemente», precisa Wollmershäuser. Lato mondo del lavoro, la situazione non migliora. L’Ifo sottolinea come il numero dei disoccupati aumenterà da 2,42 milioni a 2,55 milioni nel 2023, per poi scendere a 2,45 milioni l’anno prossimo. Cifre che corrispondono a tassi di disoccupazione del 5,3% nel 2023 e del 5,5% nel 2024. Allo stesso tempo, il numero di persone occupate passerà da 45,57 milioni a 45,95 milioni quest'anno e a 46,07 milioni nel 2024. E infine altri due dati. I nuovi prestiti pubblici scenderanno da 106 miliardi nel 2022 a 69 miliardi nel 2023 ed a 27 miliardi l'anno prossimo. L’avanzo delle partite correnti, al contrario, aumenterà drasticamente da 145 miliardi di euro a 232 miliardi di euro nel 2023 e raggiungerà addirittura i 269 miliardi di euro nel 2024. Ciò ammonterebbe al 6,3% della produzione economica. Dato che farà uscire la Germania dalla soglia raccomandata dell’Ue pari al 6%.
Donald Trump (Ansa)
Lo Stretto di Hormuz resta al centro delle preoccupazioni di Donald Trump. Ieri, durante un’intervista a Fox News, il presidente americano ha detto che, in caso di necessità, potrebbe inviare delle scorte armate a difesa delle navi nell’area. «Lo faremmo se necessario. Ma, sapete, speriamo che le cose vadano per il meglio. Vedremo cosa succederà», ha affermato. «Li colpiremo duramente la prossima settimana», ha aggiunto, esortando anche le navi mercantili a «tirare fuori le palle e ad attraversare» lo Stretto.
Nel corso dell’intervista, oltre dire che la guerra finirà «quando se lo sentirà nelle ossa», ha anche ammesso che sia difficile per il popolo iraniano rovesciare il regime khomeinista. «Penso davvero che sia un grosso ostacolo da superare per chi non possiede armi. Penso che sia un ostacolo molto grande... Accadrà, ma... forse non immediatamente», ha affermato, per poi aggiungere di ritenere che Vladimir Putin stia assistendo l’Iran nel conflitto. «Penso che forse stia aiutando l’Iran un po’, sì, immagino. E probabilmente lui pensa che noi stiamo aiutando l’Ucraina, giusto?». Più o meno nelle stesse ore, in un post su Truth, il presidente americano minacciava il regime khomeinista, scrivendo: «Abbiamo una potenza di fuoco senza pari, munizioni illimitate e un sacco di tempo: guardate cosa succederà oggi a queste canaglie squilibrate».
Sempre ieri, a intervenire sul conflitto in Iran è stato anche il capo del Pentagono, Pete Hegseth, secondo cui gli Stati Uniti stanno «decimando l’esercito del regime iraniano in modi mai visti prima». «L’Iran non ha difese aeree, l’Iran non ha un’aeronautica militare, l’Iran non ha una marina militare. I loro missili, i lanciatori di missili e i droni vengono distrutti o abbattuti», ha proseguito, sostenendo inoltre che Teheran non sarebbe ormai più in grado di realizzare missili balistici. Hegseth ha anche affermato che la nuova Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, è «ferito e probabilmente sfigurato». Il capo del Pentagono ha infine ostentato ottimismo sulla situazione a Hormuz. «È una questione che stiamo affrontando, che abbiamo già affrontato, e non dovete preoccuparvi», ha detto.
A testimoniare la centralità del dossier, su Hormuz si è espresso anche il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine. «Si tratta di un contesto tatticamente complesso. Prima di pensare di effettuare qualsiasi operazione su larga scala in quella zona, vogliamo assicurarci di svolgere il lavoro in conformità con i nostri attuali obiettivi militari», ha dichiarato, mentre la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha seccamente bollato come «spazzatura» un articolo della Cnn secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe sottovalutato l’eventualità che il regime di Teheran potesse chiudere Hormuz.
In questo quadro, sempre ieri, il Wall Street Journal riferiva che «il Pentagono sta inviando ulteriori marines e navi da guerra in Medio Oriente a seguito dell’intensificarsi degli attacchi iraniani nello Stretto di Hormuz». In totale, sarebbero pronti a partire per il Medio Oriente 2.200 marines, oltre a 10.000 intercettori. Più in generale, secondo The Hill, l’esitazione americana nasce dal fatto che, nello Stretto, le navi da guerra di Washington potrebbero essere oggetto di attacchi di droni e missili balistici iraniani. «La difficoltà nel proteggere le petroliere e le altre navi nello Stretto risiede nella sua strettezza. Nel punto più stretto, misura solo 21 miglia da costa a costa, lasciando alle imbarcazioni poco margine di manovra per evitare le mine piazzate dall’Iran o i missili e i razzi lanciati dalle rive», ha altresì sottolineato la testata.
Non è un mistero che i pasdaran puntino a far leva su Hormuz per mettere politicamente in difficoltà Trump. L’aumento del prezzo del petrolio ha già portato a un considerevole rincaro della benzina negli Stati Uniti, creando così una situazione assai scivolosa per il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato, che si terranno a novembre. Tutto questo, mentre ieri, replicando a Hegseth, il segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale iraniano (nonché ex comandante delle Guardie della rivoluzione), Ali Larijani, accusava la leadership americana di essere stata «sull’isola di Epstein». E così l’inquilino della Casa Bianca sta approntando delle contromosse: sbloccherà 172 milioni di barili delle riserve americane, attendendosi inoltre che le compagnie petrolifere nazionali aumentino la produzione. Tra l’altro, ieri, parlando con Fox News, Trump ha confermato di considerare una sospensione provvisoria del Jones Act: il che consentirebbe di diminuire i costi del trasporto di greggio tra porti statunitensi. È del resto sempre in quest’ottica che Washington ha allentato temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo, irritando Volodymyr Zelensky e Friedrich Merz. Al contempo, il Dipartimento di Stato americano ha offerto fino a 10 milioni di dollari per chi fornisca informazioni sui vertici dei pasdaran: l’amministrazione Trump sa infatti bene che l’apparato delle Guardie della rivoluzione rappresenta il principale scoglio da affrontare. Nel frattempo, Centcom ha confermato che sei soldati americani sono morti a seguito dello schianto di un aereo cisterna in Iraq.
Continua a leggereRiduci
Con uno dei colpi di teatro cui ha abituato l’economia globale, Donald Trump ha deciso di concedere una deroga di 30 giorni alle sanzioni sul petrolio russo rimasto bloccato in mare. In altre parole: per un mese quei carichi possono essere consegnati, venduti e scaricati. La licenza riguarda il greggio caricato su navi entro il 12 marzo e resterà valida fino alla mezzanotte dell’11 aprile (ora di Washington).
Nel tentativo di evitare dietrologie (Trump che corre in soccorso di Putin), il segretario al Tesoro, Scott Bessent, la presenta come una misura chirurgica: limitata e temporanea. Un balsamo per curare le lacerazione provocate dalla guerra. Della serie, con il petrolio sopra 100 dollari, qualcuno deve pur tirare il freno. E il freno, in questo caso, sono le petroliere russe. La disponibilità delle riserve strategiche non è servito a nulla. Se i governi intaccano il patrimonio d’emergenza, ha ragionato il mercato, vuol dire che la situazione è grave. Così Trump prova con i barili del Cremlino. Secondo l’inviato presidenziale di Mosca, Kirill Dmitriev, la deroga potrebbe sbloccare circa 100 milioni di barili di greggio al giorno. Una cifra enorme ma non risolutiva perché equivale alla produzione mondiale di un giorno. Una toppa. Resta il fatto che le rotte marine traboccano di petrolio in attesa di destinazione: 7,3 milioni di barili stoccati su piattaforme galleggianti e 148,6 milioni su navi in transito, secondo i dati citati da Reuters. E non finisce qui. Sulle piattaforme galleggianti ci sono anche 420.000 tonnellate di gasolio e diesel. Un parcheggio sul mare che sembra un’autostrada. Dentro questa geografia c’è anche la «flotta ombra». Secondo un rapporto del Center for strategic and international studies, Mosca dispone di 435 petroliere impegnate ad aggirare le sanzioni. Trasportano circa 3,7 milioni di barili al giorno, cioè il 65% del commercio marittimo di petrolio russo, generando tra 87 e 100 miliardi di dollari l’anno. Insomma, mentre l’Occidente discute di embargo, il barile di Mosca non ha smesso di navigare camuffandosi con le insegne pirata.
A trarre beneficio immediato dalla decisione americana saranno soprattutto i mercati asiatici. Del resto i grandi clienti di Mosca sono già Cina e India, che non hanno mai mostrato un entusiasmo particolare per le sanzioni occidentali.
Washington, tra l’altro, aveva già concesso una prima deroga il 5 marzo, consentendo proprio all’India di acquistare petrolio russo bloccato in mare.
Il messaggio è chiaro: quando il mercato si surriscalda, l’ideologia va messa da parte. La priorità è il prezzo della benzina.
Naturalmente a Bruxelles la mossa non è stata accolta con applausi. Anzi. Le critiche sono arrivate a raffica.
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky , ha parlato di una decisione che frutterà alla Russia circa 10 miliardi di dollari. Sono risorse che alimenteranno la macchina bellica.
Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha ricordato che la linea del G7 è sempre stata quella della «massima pressione economica» su Mosca. Traduzione: le sanzioni non si toccano.
Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, si interroga, perfidamente, sulle ragioni che hanno spinto Washington a cambiare atteggiamento.
Il punto però è che i mercati energetici funzionano con parametri molto meno ideologici dei comunicati ufficiali.
Se il petrolio sale troppo, qualcuno aumenta l’offerta. Se l’offerta aumenta, il prezzo scende. È la legge aurea del mercato che resiste persino alla diplomazia europea.
Così mentre Bruxelles discute di coerenza strategica, il Brent sale e le Borse scendono. Il mercato, insomma, fa quello che ha sempre fatto: risponde ai barili, non alle dichiarazioni. C’è poi un piccolo paradosso che a Bruxelles si preferisce non sottolineare troppo. L’Europa chiede di mantenere le sanzioni contro Mosca, ma allo stesso tempo teme il prezzo dell’energia. Un equilibrio delicato: punire il petrolio russo senza far salire troppo le quotazioni mondiali- Una quadratura del cerchio che, finora, non è mai riuscita a nessuno. Trump ha scelto la via più semplice: sbloccare temporaneamente il greggio e raffreddare il mercato. Magari non è elegante dal punto di vista geopolitico, ma funziona dal punto di vista dei prezzi. Nel capitalismo energetico globale, come sanno bene i trader di Chicago e Singapore, alla fine conta soprattutto quello: il prezzo del barile. Il resto - indignazioni, comunicati, vertici straordinari - è solo rumore di fondo.
Continua a leggereRiduci
Il ministro della Difesa Guido Crosetto (Ansa)
«L’ingiustificabile attacco a Erbil». Così lo definisce il premier Giorgia Meloni che si stringe ai francesi per la scomparsa del loro militare avvicina il governo italiano a quello di Parigi come non succedeva da tempo. «Alla sua famiglia e alle autorità francesi va la nostra vicinanza in questo momento di dolore» spiega la Meloni, rivolgendo «un pensiero di pronta guarigione agli altri militari feriti, nell’auspicio di un rapido e completo recupero. L’Italia, al fianco dei partner internazionali, inclusi i Paesi del Golfo maggiormente colpiti, resta fermamente impegnata nel promuovere un allentamento della tensione». E infine conclude: «Continueremo a lavorare con determinazione affinché la pace e la stabilità nella regione siano ristabilite».
Una morte che ha ferito l’Europa intera e su cui si è espresso anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rivolgendosi all’omologo francese e alle sue forze armate. «A nome mio e di tutta la Difesa italiana esprimo vicinanza al ministro della Difesa francese e alle forze armate francesi per il grave attacco subito a Erbil». Poi aggiunto: «Alla famiglia del soldato caduto giungano il mio più sincero cordoglio e la mia solidarietà. Ai militari feriti, l’augurio di pronta e completa guarigione».
Crosetto, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha parlato dei rischi a cui vanno incontro i nostri soldati: «I nostri militari sanno sempre di correre rischi quando sono in missione. Sono militari. Lo erano anche prima e lo sono sempre. Ce ne accorgiamo solo quando accade qualcosa. Il rischio dipende da dove e per cosa le nostre forze sono dislocate. Per quanto riguarda Erbil, dove è stata attaccata una base della coalizione, avevamo già iniziato una riduzione del personale civile e militare. Una parte è stata spostata, 102 persone sono tornate in Italia, 75 in Giordania, per i restanti si sta organizzando uno spostamento via terra per tornare in Italia perché nell’intera zona non si può volare. Il mio primo assillo è la messa in sicurezza di tutti. Per le altre missioni è diverso»
Si riferisce al Libano, Crosetto: «Lì ci sono 1.300 persone, è in atto una valutazione costante per monitorare con l’autorità libanese, le Nazioni Unite e la controparte israeliana se esistono le condizioni per continuare la missione o no. È chiaro che una cosa è una missione di pace, altra la presenza in un territorio dove la guerra è in corso».
Su questo la politica si divide. «È assurdo che un governo che ha violato ripetutamente il diritto internazionale e commesso dei crimini contro il diritto internazionale si metta a dire quali missioni e quali no debbano poter proseguire», ha spiegato il segretario del Pd, Elly Schlein, commentando le parole dell’ambasciatore israeliano che ha sostenuto la necessità di chiudere la missione Unifil. «Il Libano ha preso delle posizioni importanti, anche nei scorsi giorni, e vanno sostenuti. Ma di nuovo, la risposta può essere che un Paese comincia ad attaccare e a invadere un territorio? Qui sta saltando il diritto internazionale. Ma se salta il diritto internazionale come vuole Donald Trump e come vuole Benjamin Netanyahu, vale solo la legge del più forte. E noi non lo possiamo accettare. Io per questo chiedo alla presidente Meloni di difendere il diritto internazionale. In linea con la storia del nostro Paese e di difendere quelle sedi multilaterali come l’Onu, perché l’Unifil è una missione che ha un mandato multilaterale dall’Onu, perché sono quelle dove prevale il dialogo tra i popoli e gli Stati, anziché l’uso della forza».
Più tecnica ma simile anche la posizione del generale Dino Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare e attualmente presidente della fondazione Icsa (Intelligence culture and strategic analysis). Per lui la presenza di Unifil in Libano «è importante, perché funge da elemento calmierante e distensivo». «Inoltre», ha aggiunto, «l’attuale comandante italiano, il generale Abagnara, è bravissimo, ha una profonda conoscenza dell’area ed è considerato da tutte le parti un abile negoziatore».
Per quanto riguarda i soldati italiani che si trovano nel Kurdistan iracheno, «non hanno nessuna mansione di combattimento. Il loro compito principale è quello di formare il personale locale. Lo stesso accade in Kuwait, dove si tratta di un compito di assistenza. Con queste tensioni che sono sfociate non ha senso rischiare. Prima vengono via e meglio è».
Intanto le opposizioni vanno in ordine sparso sui temi esteri. A sottolinearlo, ancora una volta, è il leader di Azione, Carlo Calenda. «Un campo largo chiamato Giuseppi» scrive spiegando: «Fatti. Le opposizioni chiedono di essere informate prontamente sulla guerra in Medio Oriente; il premier offre un tavolo di confronto in un formato più riservato a Palazzo Chigi, dopo essere stata in Parlamento; Conte dice no obbligando Schlein a seguirlo. Italia viva, che ci aveva chiesto di fare una mozione insieme su Iran, manda una nota incomprensibile dicendo che la pensa come il Pd che, però, fa ciò che decide Conte. Andate avanti con questo campo largo ma chiamatelo con il suo vero nome: Giuseppi». Infine aggiunge ironico: «Ps. Segnalo agli amici riformisti che il M5s si è astenuto su una mozione di condanna alla Russia per il reclutamento di mercenari africani. Così per gradire».
Ucciso in Iraq un militare francese. Ma Parigi non vuole fare ritorsioni
Un soldato francese è morto in un attacco lanciato da una milizia filo iraniana sulla base militare di Parigi a Erbil, nel nord dell’Iraq. La vittima era il sergente maggiore Arnaud Frion, aveva 42 anni, era sposato e padre di un figlio. Oltre a lui sono rimasti feriti altri sei militari. La dinamica dell’attacco che ha portato al decesso del sergente maggiore Frion è stata spiegata dal colonnello François-Xavier de la Chesnay, capo del 7° battaglione dei cacciatori alpini del quale faceva parte anche la vittima. «È morto dopo essere stato colpito da un drone Shahed», ha dichiarato il colonnello, aggiungendo anche che Frion era «il meglio che l’esercito potesse offrire. Era davvero un soldato eccellente, qualcuno di estremamente competente e molto, molto performante».
Il presidente francese Emmanuel Macron ha presentato, su X, «le più sentite condoglianze e la solidarietà della nazione» ai cari di Frion. Poi il leader transalpino ha definito «inaccettabile» l’attacco di droni contro la base francese dove si trovano le truppe di Parigi «impegnate nella lotta contro l’Isis dal 2015», la cui presenza in Iraq «rientra pienamente nel quadro della lotta al terrorismo». Macron ha concluso il suo messaggio ribadendo che «la guerra in Iran non può giustificare attacchi di questo tipo». Poco più tardi, nella conferenza stampa comune tenutasi alla fine dell’incontro bilaterale con Volodymyr Zelensky, il presidente francese ha ripetuto ancora il concetto: «La posizione della Francia è puramente difensiva», per questo Parigi «continuerà a mantenere il sangue freddo» e «a essere affidabile nei confronti dei nostri partner». Tutto questo per «proteggere i nostri concittadini e difendere i nostri interessi e la nostra sicurezza». La prima reazione del governo alla morte di Frion è arrivata dal ministro alla Parità, Aurore Bergé che, su Franceinfo, ha sottolineato l’importanza «di avere soldati presenti (nella zona di guerra, ndr) per garantire gli interessi nazionali francesi».
La contrarietà alla partecipazione della Francia al conflitto nel Golfo Persico è stata espressa praticamente da tutte le forze politiche, seppur con accenti diversi. Il leader della forza di estrema sinistra, La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, ha scritto su X che «la guerra illegale scatenata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu e la strategia iraniana di fomentare un conflitto regionale, se non addirittura globale, hanno mietuto le prime vittime francesi. Sei soldati francesi sono rimasti feriti e il sergente maggiore Arnaud Frion è morto». Poi, dopo aver espresso le proprie condoglianze, Mélenchon ha concluso: «Avvertiamo il governo: avanzando sui campi di battaglia, la Francia diventerebbe un bersaglio. Questa guerra non è nostra, ma i nostri morti sì. Basta!»
Sempre su X, la leader dei Verdi, Marine Tondelier, ha scritto che «la Francia ribadisce con chiarezza di non essere in guerra e di non stare aiutando gli Stati Uniti nelle loro operazioni militari. La nostra posizione è difensiva e questo significa che la Francia deve proteggere tutti i suoi soldati, diplomatici e personale vulnerabili agli attacchi».
A destra, il numero uno dei Républicains, Bruno Retailleau, ha rivolto il proprio omaggio al sergente maggiore e si è detto «orgoglioso» dei soldati francesi. Più politico l’intervento della fondatrice del Rassemblement national: Marine Le Pen
ha ricordato che la presenza francese in Iraq, si inserisce nel quadro della «coalizione internazionale contro il terrorismo islamista». Esprimendo il proprio cordoglio alla famiglia, ai suoi commilitoni e agli altri soldati feriti nell’attacco, Le Pen ha detto che «la Francia non può accettare che le proprie forze armate, che difendono e proteggono gli interessi (di Parigi, ndr) nella regione, siano attaccate».
Continua a leggereRiduci