True
2025-01-11
De Luca va in trincea per il terzo mandato
Vincenzo De Luca (Imagoeconomica)
«Andiamo avanti»: Vincenzo De Luca si guarda bene dal dimettersi, come aveva pronosticato qualche addetto ai lavori, ma annuncia battaglia contro la decisione del governo guidato da Giorgia Meloni di impugnare davanti alla Cnsulta la legge regionale approvata in Campania lo scorso novembre che gli consente di correre per il terzo mandato consecutivo. «Ci difenderemo davanti alla Corte costituzionale», annuncia De Luca. Come ampiamente anticipato da questo giornale, De Luca fonda la sua difesa sul fatto che la legge regionale impugnata dal governo ne recepisce una nazionale del 2004, così come accaduto in altre regioni, senza che nessuno si opponesse. «Ci sono state altre Regioni», attacca De Luca, «che hanno adottato leggi sul terzo mandato e il governo nazionale non ha avuto nulla da eccepire. In Veneto, Zaia è già alla fine del terzo mandato e nessuno ha detto niente. Il Piemonte a luglio del 2023 ha approvato una legge che consente al collega Cirio di Forza Italia di candidarsi altre due volte, e il governo non ha impugnato. Il governo non ha impugnato neanche la legge delle Marche, che è esattamente quella approvata dalla Campania. La legge è uguale per tutti», si chiede il governatore, «o è uguale per tutti tranne uno, cioè io?». La scelta del governo di impugnare solo la legge della Campania potrebbe in teoria consentire alle altre Regioni di conservare intatti i loro analoghi provvedimenti anche in caso di bocciatura da parte della Consulta della legge approvata a Napoli, ma le ripercussioni sarebbero inevitabili in termini politici. «Il Consiglio regionale della Campania», insiste De Luca, «ha approvato la legge regionale sulla scia di quello che hanno fatto Veneto e Piemonte senza nessuna impugnativa da parte del governo. Probabilmente se avessero impugnato quella legge il Consiglio regionale della Campania avrebbe fatto altre scelte». Il governatore sottolinea che la decisione del governo di impugnare solo la legge della Campania dipenda «dalla semplice paura degli elettori e di De Luca. Non abbiate paura, aprite il cuore alla speranza», ironizza. L’udienza pubblica alla Consulta sul ricorso del governo, a quanto riporta l’Ansa, potrebbe essere fissata nella seconda metà di aprile o a maggio. De Luca ha intenzione di proporsi come soggetto politico autonomo anche oltre i confini della Campania: «Faremo qui e in tutta Italia», sottolinea De Luca, «una battaglia di civiltà e di libertà. Utilizzeremo i mesi che abbiamo davanti per promuovere una grande esperienza democratica nel nostro Paese. Saranno mesi di impegno civile, di battaglia democratica». Se riuscite a bloccarmi qui, sembra dire De Luca, vorrà dire che mi dedicherò alla politica nazionale. E qui a preoccuparsi deve essere il Pd, che ha giocato di sponda con Fdi nel tentare di mettere fuori gioco un De Luca che non risparmia stoccate verso i vertici del suo ormai quasi ex partito. «A Roma, quelli che non hanno neanche i voti della madri», sibilail governatore campano, «pensano di decidere la candidature». A chi gli chiede della sua posizione nei confronti del Pd, De Luca risponde citando Parmenide di Elea, uno dei padri della filosofia greca e del pensiero occidentale, fondatore dell’ontologia : «Come diceva Parmenide, l’essere è e il non essere non è». Identica risposta a chi gli chiede di Stefano Bonaccini, che lo ha invitato a collaborare nella ricerca di un candidato, al quale però riserva una stoccata ulteriore: «L’ex presidente dell’Emilia-Romagna sta parlando molto in questo periodo», azzanna De Luca, «trasmettendo l’idea che ha rinunciato con un atto di grande generosità, diversamente da chi parla. In Emilia-Romagna il presidente uscente non si poteva ricandidare perché la legge elettorale è diversa. Una insopportabile ipocrisia». Alla conferenza stampa erano presenti tutti i consiglieri regionali del Pd, nonostante il partito abbia già più volte chiarito di essere contrario al terzo mandato. Se Elly Schlein manterrà la promessa fatta a Giuseppe Conte di candidare in Campania un esponente pentastellato, Sergio Costa o Roberto Fico, i giallorossi si troveranno De Luca come avversario, che sia direttamente in campo o meno. Sul versante del centrodestra, la Lega ha reso esplicito il dissenso sull’impugnativa della legge della Campania, con Roberto Calderoli che in Consiglio dei ministri ha manifestato apertamente la sua contrarietà. Nel centrodestra è braccio di ferro sulle grandi regioni del Nord: non passa giorno che la Lega del Veneto, dove si vota quest’anno, non faccia le barricate contro la prospettiva di una candidatura di un esponente di Fdi per il dopo Luca Zaia, minacciando una clamorosa spaccatura nella coalizione. La vicenda del Veneto è strettamente intrecciata con quella della Lombardia, dove si vota nel 2028 ma le manovre sono già iniziate: Attilio Fontana, al secondo mandato, si è espresso duramente nei giorni scorsi contro la decisione del governo, o meglio di Fdi e Fi, di impugnare la legge sul terzo mandato. C’è chi prevede che Fratelli d’Italia possa tirare la corda fino all’ultimo sul Veneto per poi lasciarlo alla Lega prenotando però la Lombardia.
Due eventi nello stesso momento. I centristi ubiqui pur di rifare la Dc
«Già la chiamano la nuova Balena bianca, ma in realtà è la solita sardina rossa, sottoposta a un candeggio per sembrare presentabile agli occhi dell’elettorato». Con queste parole, lo scorso 31 dicembre, il direttore Maurizio Belpietro commentava il nuovo progetto - promosso dall’ex ministro Graziano Delrio e dall’intramontabile Romano Prodi - di riunire i cattolici dem. La previsione è stata subito confermata: ieri il velo che copriva - si fa per dire - i piani per la nuova Margherita è stato sollevato. Il cuore dei «federatori», ora è ufficiale, batte a sinistra.
La nuova associazione si chiama Comunità democratica e, come noto, l’evento di consacrazione è atteso il prossimo 18 gennaio a Milano. Il titolo scelto per l’occasione è «Creare legami, guarire la democrazia». Tra i protagonisti, oltre ai già citati, compaiono anche l’ex dc Pierluigi Castagnetti e il nuovo, annunciato federatore: Ernesto Maria Ruffini, fino a poche settimane fa direttore dell’Agenzia delle entrate. Ebbene, nello stesso giorno in cui, nel capoluogo lombardo, si terrà il battesimo di Comunità democratica, a Orvieto ci sarà un altro convegno di Libertà eguale dal titolo «Idee per una sinistra di governo. Cosa dobbiamo, cosa vogliamo, cosa possiamo fare». Vista la fortunata coincidenza, le due organizzazioni si sono accordate per condividere due interventi in simultanea. Intorno alle 12.15, da Orvieto ma collegato con Milano, parlerà Giorgio Tonini, ex senatore del Pd (al cui interno ha ricoperto vari incarichi) con un passato tra le fila dei Democratici di sinistra (gli eredi del Pci). A seguire interverrà Pierluigi Castagnetti, in presenza a Milano e in collegamento ad Orvieto. «La condivisione degli interventi», hanno dichiarato le due associazioni, «segnala la comune volontà di promuovere riflessioni e confronto per il governo del Paese».
Insomma, gli oltre due anni passati lontano dal potere si iniziano a sentire. Per quanto trito e ritrito, però, il disegno politico dei cattocomunisti non è da sottovalutare, almeno nei termini del sostegno che potrà ricevere. Non si può ignorare, naturalmente, che gli elettorati occidentali sembrino sempre meno inclini a scelte centriste o sedicenti tali: la moderazione salariale - via globalizzazione e deindustrializzazione - difficilmente conduce a moderazione politica. Tuttavia, si capisce che il progetto è in cantiere da tempo e che alle spalle si muovono forze non irrilevanti. Basti pensare alla figura di Ruffini, figlio dell’ex ministro dc Attilio Ruffini e fratello minore del giornalista Paolo, prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede. Molti, su di lui, danno per scontato l’appoggio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, autore della prefazione al suo ultimo libro e figlio della Democrazia cristiana.
Così come è considerato ovvio il sostegno - non indifferente, nel Belpaese - della Conferenza episcopale italiana, che notoriamente non vede di buon occhio il governo Meloni. E i legami personali di Ruffini, se ce ne fosse bisogno, rendono la supposizione ancora più fondata.
Continua a leggereRiduci
Il presidente della Campania cita le leggi sullo stesso tema approvate dalle Regioni di centrodestra per spaccare la maggioranza. I provvedimenti di Piemonte e Veneto non sono stati impugnati da Palazzo Chigi. Anche la Lega contro la mossa del premier.Due eventi nello stesso momento. I centristi ubiqui pur di rifare la Dc: il 18 gennaio Pierluigi Castagnetti e Giorgio Tonini interverranno in simultanea a Milano e Orvieto.Lo speciale contiene due articoli.«Andiamo avanti»: Vincenzo De Luca si guarda bene dal dimettersi, come aveva pronosticato qualche addetto ai lavori, ma annuncia battaglia contro la decisione del governo guidato da Giorgia Meloni di impugnare davanti alla Cnsulta la legge regionale approvata in Campania lo scorso novembre che gli consente di correre per il terzo mandato consecutivo. «Ci difenderemo davanti alla Corte costituzionale», annuncia De Luca. Come ampiamente anticipato da questo giornale, De Luca fonda la sua difesa sul fatto che la legge regionale impugnata dal governo ne recepisce una nazionale del 2004, così come accaduto in altre regioni, senza che nessuno si opponesse. «Ci sono state altre Regioni», attacca De Luca, «che hanno adottato leggi sul terzo mandato e il governo nazionale non ha avuto nulla da eccepire. In Veneto, Zaia è già alla fine del terzo mandato e nessuno ha detto niente. Il Piemonte a luglio del 2023 ha approvato una legge che consente al collega Cirio di Forza Italia di candidarsi altre due volte, e il governo non ha impugnato. Il governo non ha impugnato neanche la legge delle Marche, che è esattamente quella approvata dalla Campania. La legge è uguale per tutti», si chiede il governatore, «o è uguale per tutti tranne uno, cioè io?». La scelta del governo di impugnare solo la legge della Campania potrebbe in teoria consentire alle altre Regioni di conservare intatti i loro analoghi provvedimenti anche in caso di bocciatura da parte della Consulta della legge approvata a Napoli, ma le ripercussioni sarebbero inevitabili in termini politici. «Il Consiglio regionale della Campania», insiste De Luca, «ha approvato la legge regionale sulla scia di quello che hanno fatto Veneto e Piemonte senza nessuna impugnativa da parte del governo. Probabilmente se avessero impugnato quella legge il Consiglio regionale della Campania avrebbe fatto altre scelte». Il governatore sottolinea che la decisione del governo di impugnare solo la legge della Campania dipenda «dalla semplice paura degli elettori e di De Luca. Non abbiate paura, aprite il cuore alla speranza», ironizza. L’udienza pubblica alla Consulta sul ricorso del governo, a quanto riporta l’Ansa, potrebbe essere fissata nella seconda metà di aprile o a maggio. De Luca ha intenzione di proporsi come soggetto politico autonomo anche oltre i confini della Campania: «Faremo qui e in tutta Italia», sottolinea De Luca, «una battaglia di civiltà e di libertà. Utilizzeremo i mesi che abbiamo davanti per promuovere una grande esperienza democratica nel nostro Paese. Saranno mesi di impegno civile, di battaglia democratica». Se riuscite a bloccarmi qui, sembra dire De Luca, vorrà dire che mi dedicherò alla politica nazionale. E qui a preoccuparsi deve essere il Pd, che ha giocato di sponda con Fdi nel tentare di mettere fuori gioco un De Luca che non risparmia stoccate verso i vertici del suo ormai quasi ex partito. «A Roma, quelli che non hanno neanche i voti della madri», sibilail governatore campano, «pensano di decidere la candidature». A chi gli chiede della sua posizione nei confronti del Pd, De Luca risponde citando Parmenide di Elea, uno dei padri della filosofia greca e del pensiero occidentale, fondatore dell’ontologia : «Come diceva Parmenide, l’essere è e il non essere non è». Identica risposta a chi gli chiede di Stefano Bonaccini, che lo ha invitato a collaborare nella ricerca di un candidato, al quale però riserva una stoccata ulteriore: «L’ex presidente dell’Emilia-Romagna sta parlando molto in questo periodo», azzanna De Luca, «trasmettendo l’idea che ha rinunciato con un atto di grande generosità, diversamente da chi parla. In Emilia-Romagna il presidente uscente non si poteva ricandidare perché la legge elettorale è diversa. Una insopportabile ipocrisia». Alla conferenza stampa erano presenti tutti i consiglieri regionali del Pd, nonostante il partito abbia già più volte chiarito di essere contrario al terzo mandato. Se Elly Schlein manterrà la promessa fatta a Giuseppe Conte di candidare in Campania un esponente pentastellato, Sergio Costa o Roberto Fico, i giallorossi si troveranno De Luca come avversario, che sia direttamente in campo o meno. Sul versante del centrodestra, la Lega ha reso esplicito il dissenso sull’impugnativa della legge della Campania, con Roberto Calderoli che in Consiglio dei ministri ha manifestato apertamente la sua contrarietà. Nel centrodestra è braccio di ferro sulle grandi regioni del Nord: non passa giorno che la Lega del Veneto, dove si vota quest’anno, non faccia le barricate contro la prospettiva di una candidatura di un esponente di Fdi per il dopo Luca Zaia, minacciando una clamorosa spaccatura nella coalizione. La vicenda del Veneto è strettamente intrecciata con quella della Lombardia, dove si vota nel 2028 ma le manovre sono già iniziate: Attilio Fontana, al secondo mandato, si è espresso duramente nei giorni scorsi contro la decisione del governo, o meglio di Fdi e Fi, di impugnare la legge sul terzo mandato. C’è chi prevede che Fratelli d’Italia possa tirare la corda fino all’ultimo sul Veneto per poi lasciarlo alla Lega prenotando però la Lombardia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/deluca-trincea-per-terzo-mandato-2670795033.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="due-eventi-nello-stesso-momento-i-centristi-ubiqui-pur-di-rifare-la-dc" data-post-id="2670795033" data-published-at="1736552057" data-use-pagination="False"> Due eventi nello stesso momento. I centristi ubiqui pur di rifare la Dc «Già la chiamano la nuova Balena bianca, ma in realtà è la solita sardina rossa, sottoposta a un candeggio per sembrare presentabile agli occhi dell’elettorato». Con queste parole, lo scorso 31 dicembre, il direttore Maurizio Belpietro commentava il nuovo progetto - promosso dall’ex ministro Graziano Delrio e dall’intramontabile Romano Prodi - di riunire i cattolici dem. La previsione è stata subito confermata: ieri il velo che copriva - si fa per dire - i piani per la nuova Margherita è stato sollevato. Il cuore dei «federatori», ora è ufficiale, batte a sinistra. La nuova associazione si chiama Comunità democratica e, come noto, l’evento di consacrazione è atteso il prossimo 18 gennaio a Milano. Il titolo scelto per l’occasione è «Creare legami, guarire la democrazia». Tra i protagonisti, oltre ai già citati, compaiono anche l’ex dc Pierluigi Castagnetti e il nuovo, annunciato federatore: Ernesto Maria Ruffini, fino a poche settimane fa direttore dell’Agenzia delle entrate. Ebbene, nello stesso giorno in cui, nel capoluogo lombardo, si terrà il battesimo di Comunità democratica, a Orvieto ci sarà un altro convegno di Libertà eguale dal titolo «Idee per una sinistra di governo. Cosa dobbiamo, cosa vogliamo, cosa possiamo fare». Vista la fortunata coincidenza, le due organizzazioni si sono accordate per condividere due interventi in simultanea. Intorno alle 12.15, da Orvieto ma collegato con Milano, parlerà Giorgio Tonini, ex senatore del Pd (al cui interno ha ricoperto vari incarichi) con un passato tra le fila dei Democratici di sinistra (gli eredi del Pci). A seguire interverrà Pierluigi Castagnetti, in presenza a Milano e in collegamento ad Orvieto. «La condivisione degli interventi», hanno dichiarato le due associazioni, «segnala la comune volontà di promuovere riflessioni e confronto per il governo del Paese». Insomma, gli oltre due anni passati lontano dal potere si iniziano a sentire. Per quanto trito e ritrito, però, il disegno politico dei cattocomunisti non è da sottovalutare, almeno nei termini del sostegno che potrà ricevere. Non si può ignorare, naturalmente, che gli elettorati occidentali sembrino sempre meno inclini a scelte centriste o sedicenti tali: la moderazione salariale - via globalizzazione e deindustrializzazione - difficilmente conduce a moderazione politica. Tuttavia, si capisce che il progetto è in cantiere da tempo e che alle spalle si muovono forze non irrilevanti. Basti pensare alla figura di Ruffini, figlio dell’ex ministro dc Attilio Ruffini e fratello minore del giornalista Paolo, prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede. Molti, su di lui, danno per scontato l’appoggio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, autore della prefazione al suo ultimo libro e figlio della Democrazia cristiana. Così come è considerato ovvio il sostegno - non indifferente, nel Belpaese - della Conferenza episcopale italiana, che notoriamente non vede di buon occhio il governo Meloni. E i legami personali di Ruffini, se ce ne fosse bisogno, rendono la supposizione ancora più fondata.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 20 maggio con Carlo Cambi
Romano Prodi e Massimo D'Alema (Ansa)
Scherzando - ma non troppo - potremmo dire che se esistesse il Partito cinese d’Italia, sigla Pcd’I con tanto di suggestiva rievocazione storica, la sua sede potrebbe tranquillamente trovarsi di fronte all’ambasciata francese, in piazza Farnese a Roma: tra lettere in mandarino, schermi di produzione orientale e pile della rivista della Fondazione Italianieuropei. E se davvero esistesse questo fantomatico partito, il Partito cinese d’Italia, Massimo D’Alema ne sarebbe, senza dubbio, il segretario onorario. Mentre Romano Prodi avrebbe tutti i titoli per sedersi sulla poltrona di presidente.
La lunga marcia della sinistra italiana verso Pechino, in fondo è iniziata diverso tempo fa, quando molti ex compagni dovettero prendere atto del crollo dell’Unione Sovietica e cercare altrove un altro punto cardinale a cui appendere la giacca ideologica. Non è un caso che, con l’Ulivo, proprio D’Alema e Prodi, siano diventati nel tempo fra i più zelanti sponsor italiani della Cina. Ognuno con il suo stile: sfacciato, elegante, e vagamente altezzoso il primo, curiale, felpato e con pensosa tigna il secondo. Va dato atto alla diplomazia del Dragone di aver trovato la formula per farli andare d’accordo. Romano Prodi coltiva rapporti con Pechino da anni. Lo dimostrò già quando la Fondazione Agnelli decise di investire in Cina: l’ex presidente della Commissione europea fece da sherpa istituzionale, portando a casa una cattedra nella prestigiosa università Agnelli Chair of Italian Culture, gestita dal China-Europe Philanthropy Innovation Research Center dell’Università di Pechino. Già allora molti si chiesero perché, considerando che, se era del tutto naturale che un’azienda di automotive investisse in Cina alla ricerca di ingegneri e nuovi mercati, era invece assai meno naturale affidarsi proprio a Prodi per aprire certe porte.
La popolarità del Professore nella nazione che ormai ha svestito da tempo i panni dell’economia emergente, non si misura soltanto nei suoi frequenti rendez vous orientali. Diversi anni fa, in un articolo pubblicato in prima pagina dal quotidiano di punta China Daily, Prodi veniva indicato come figura di riferimento di Dagong, l’agenzia di rating cinese che da anni tenta di insidiare il predominio di colossi statunitensi come Standard & Poor’s e Moody’s. Un’investitura quasi imperiale.
I rapporti di D’Alema con Pechino, invece, hanno contorni ancora più politici - e forse anche più spregiudicati. Ce lo ricordiamo lo scorso anno partecipante alla parata di Pechino con tanti leader di regimi tutt’altro che democratici. Per giustificare la sua presenza in quel contesto parlò del popolo cinese come soggetto «fondamentale per la sconfitta del nazismo e del fascismo». Frase apparsa a molti non solo infelice, ma anche storicamente assai discutibile. Il contributo militare cinese alla guerra contro il nazifascismo in Europa fu marginale, mentre quella tribuna popolata da autocrati globali, trasmetteva ben altri messaggi che non quelli della pace e della libertà.
Ma quella di D’Alema non è certo una simpatia improvvisa. Da anni l’ex leader post-comunista strizza l’occhio a Pechino, sia per motivi ideologici sia, come sottolineano alcuni osservatori, per ragioni economiche.
Attraverso la società di consulenza DL&M Advisor, attiva nei processi di internazionalizzazione verso i mercati esteri, compreso quello cinese, e tramite la fondazione della società Silk Road Wines, dedita all’esportazione di vino italiano in Cina, D’Alema ha costruito rapporti significativi con ambienti vicini al Partito comunista cinese. Già in passato aveva partecipato al Forum internazionale sulla democrazia organizzato proprio dal comitato centrale del Pcc. Non stupisce, quindi, la sua presenza in prima fila nella tribuna d’onore. Forse stupisce il cambiamento politico, quando all’indomani del dramma delle Torri gemelle, lo stesso D’Alema spiegava ad una sinistra riluttante che il nuovo orizzonte strategico dell’Occidente era Washington. Oggi quell’uomo appare lontanissimo, quasi irriconoscibile.
Sia chiaro, nello scenario geopolitico mondiale è doveroso guardare con attenzione a una potenza come la Cina, destinata ad un ruolo sempre più centrale sulla scena politica internazionale. Nessuno mette in discussione il peso economico, politico e strategico di Pechino. Ma proprio per questo sorprende il silenzio quasi reverenziale di certi politici e intellettuali italiani davanti a un sistema che continua a fare a pugni con la democrazia e i diritti umani, sia all’interno dei propri confini sia in un continente, come quello africano, dove ha una presenza sempre più invasiva.
Ecco, sarebbe utile che ogni tanto, oltre a omaggiare e magnificare il ruolo globale della Repubblica popolare cinese, qualcuno ricordasse anche questi aspetti che spesso e volentieri vengono usati dalla sinistra nel nostro Paese per polemizzare con il governo italiano, ma che altrove invece sono colpevolmente silenziati.
Continua a leggereRiduci
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa)
Ci si attende che il capo del Cremlino e Xi discuteranno di vari temi: dalla guerra in Ucraina a quella in Iran passando per i rapporti con gli Stati Uniti. In particolare, il consigliere di Putin, Yury Ushakov, ha affermato che i due leader promuoveranno l’«instaurazione di un mondo multipolare», nonché «un nuovo tipo di relazioni internazionali». Ma cerchiamo di entrare maggiormente nel dettaglio.
Per quanto riguarda la questione ucraina, la guerra si sta protraendo ormai da oltre quattro anni. Secondo quanto riferito dal Financial Times, Xi, durante il suo recente incontro con Trump, avrebbe dichiarato che lo zar potrebbe pentirsi di aver invaso l’Ucraina. Il governo cinese, ieri, ha ufficialmente smentito, non senza imbarazzo, questa rivelazione. Tuttavia, qualora l’affermazione fosse stata realmente pronunciata, ciò dimostrerebbe un crescente fastidio da parte di Pechino per il protrarsi del conflitto in Ucraina. Putin, dal canto suo, ha bisogno di rafforzare i legami con Xi proprio per rafforzare la sua posizione negoziale in vista di eventuali colloqui diplomatici sulla crisi ucraina. Passando poi all’Iran, sia Mosca che la Repubblica popolare intrattengono stretti legami con il regime khomeinista. Xi e Putin sperano che Trump finisca con l’impantanarsi. Al contempo, però, temono la crescente pressione a cui è sottoposta la Repubblica islamica. Dopo la caduta di Bashar al Assad in Siria nel 2024, entrambi non possono permettersi di perdere un altro alleato mediorientale.
Un ulteriore dossier sul tavolo sarà quello energetico. Anche per far fronte alle sanzioni occidentali, lo zar spera di ottenere dal presidente cinese il via libera per la realizzazione del gasdotto Power of Siberia 2, che incrementerebbe decisamente l’export di gas russo verso la Cina. Tuttavia, come sottolineato ieri da Cnbc, la Repubblica popolare, almeno finora, non ha avuto fretta di approvare questo progetto. Senza dubbio, i due presidenti affronteranno anche la questione commerciale, per intensificare i rapporti economici tra Mosca e Pechino. «Le regolari visite reciproche e i colloqui ad alto livello tra Russia e Cina sono una parte importante e integrante dei nostri sforzi congiunti per promuovere l’intera gamma delle relazioni tra i nostri due Paesi e liberare il loro potenziale davvero illimitato», ha affermato ieri Putin, secondo la Tass. E poi emerge ovviamente il rapporto con gli Stati Uniti. Stando al Financial Times, Trump avrebbe intenzione di proporre un fronte comune con Mosca e Pechino contro la Corte penale internazionale. Tuttavia, più in generale, le tre potenze stanno effettuando un complicato minuetto, ciascuna con le proprie debolezze.
Trump rischia seriamente il pantano in Iran, mentre la Corte Suprema degli Stati Uniti gli ha bocciato parte della politica sui dazi. Xi, dal canto suo, mira a intestarsi il ruolo di kingmaker diplomatico, ospitando il presidente russo e quello americano nel giro di pochi giorni. Tuttavia, il leader cinese inizia, al contempo, ad avvertire la pressione della crisi di Hormuz, mentre l’economia della Repubblica popolare continua a riscontrare problemi di consumo interno. Senza poi trascurare la significativa perdita d’influenza geopolitica di Pechino sull’America Latina nell’ultimo anno e mezzo. Putin, infine, è preoccupato dal protrarsi della guerra in Ucraina e, davanti alla Cina, nutre sentimenti contrastanti: da una parte punta a rafforzare i legami con Xi per avere più potere contrattuale verso Kiev e l’Occidente; dall’altra, ha paura che l’abbraccio con il Dragone diventi soffocante, spingendo Mosca verso una progressiva subordinazione nei confronti di Pechino. Inoltre, se è vero che la Russia ha tratto alcuni benefici economico-energetici dalla crisi di Hormuz, dall’altra parte, lo zar, dopo la caduta di Assad, sta facendo fatica a recuperare influenza nella regione mediorientale. È anche per questo che sta cercando da tempo di ritagliarsi un ruolo di mediazione tra Washington e Teheran.
Insomma, tutti e tre i presidenti sono alle prese con delle serie difficoltà: difficoltà che il burrascoso quadro internazionale rischia di incrementare ulteriormente. Non è allora improbabile che i viaggi di Trump e Putin a Pechino, così come la loro telefonata di fine aprile vadano inseriti in una cornice più ampia: quella di una sorta di Jalta 2.0. Spinti proprio dai rispettivi problemi, i tre leader potrebbero cercare di puntare a un accordo per tentare di ridurre l’instabilità globale: un accordo di cui, chissà, potrebbero aver iniziato a parlare già l’anno scorso Trump e Putin ad Anchorage (del resto, sarà un caso, ma ieri anche il presidente americano ha smentito la notizia secondo cui Xi gli avrebbe detto che lo zar si sarebbe pentito di invadere l’Ucraina). Questo non significa che una eventuale intesa disinnescherebbe la competizione geopolitica tra Washington e Pechino. Potrebbe però «razionalizzarla», inserendola su binari più specifici e meno caotici. Sia chiaro: non sappiamo con certezza se questo progetto stia realmente bollendo in pentola. L’unica cosa certa al momento è la totale inconsistenza geopolitica e diplomatica dell’Ue. Una Ue che, mentre le potenze trattano e competono, viene sistematicamente lasciata fuori dalla porta. Senza peso né strategia.
Continua a leggereRiduci