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2023-02-02
Caso Donzelli-Delmastro: Fdi fa quadrato
Andrea Delmastro e Giovanni Donzelli (Ansa)
Fratelli d’Italia è schierata compatta a difesa di Giovanni Donzelli e Andrea Delmastro: i due protagonisti della polemica politica di queste ore possono contare sul sostegno incondizionato dei colleghi di partito, e la stessa Giorgia Meloni non ha alcuna intenzione di scaricare i due esponenti del suo «cerchio magico». «L’intervento di Donzelli alla Camera», dice alla Verità un big di Fdi, «era chiaramente concordato, del resto Giovanni ha letto un foglio, non ha improvvisato nulla. La linea era quella: attaccare la sinistra che va a solidarizzare con un criminale. Ora l’opposizione ci marcia, ma il punto è questo». «Donzelli e Delmastro rimangono al loro posto», conferma il capogruppo di Fdi alla Camera, Tommaso Foti, al giornale radio Rai.
Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia e titolare della delega al Dap, ha ammesso di aver fornito a Donzelli, con il quale condivide l’appartamento a Roma, le informazioni sui colloqui in carcere tra l’anarchico Alfredo Cospito e alcuni boss della criminalità organizzata. Colloqui citati poi da Donzelli nel suo intervento dell’altro ieri, intervento ora al centro di un’inchiesta della Procura di Roma, che ha aperto un fascicolo per le ipotesi di reato di rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio. Un atto dovuto, quello dei pm capitolini, conseguente a un esposto presentato dal parlamentare dei Verdi Angelo Bonelli. Quello che dovrà essere appurato è solo e soltanto in che misura le circostanze citate in Aula alla Camera da Donzelli fossero coperte da segreto, poiché Delmastro si è già assunto la responsabilità di aver informato Donzelli dei colloqui tra Cospito e i boss. «È stata una richiesta orale, non a casa, in ambito parlamentare», dice Delmastro a proposito delle informazioni fornite al collega di partito, «io non sapevo che Donzelli voleva fare l’intervento. Donzelli mi ha fatto una domanda e io ho risposto. Non sapevo a cosa servisse quella richiesta. Posso garantire che a qualunque deputato, ma anche a qualunque amico, se è legittimo che io risponda, do una risposta. Quei documenti», aggiunge Delmastro, «non erano secretati e quello emergerà. Questa è una verità incontrovertibile. Tutti i giorni i deputati mi vengono a chiedere delle cose su documenti e se io so che non sono secretati rispondo. Era un’informativa che riguardava le osservazioni in carcere, non erano né intercettazioni né captazioni, tantomeno in inchieste. Se il governo sa delle cose che non sono secretate e il Parlamento le chiede il governo risponde. È una regola aurea». Sull’inchiesta dei pm di Roma Delmastro è sereno: «La Procura di Roma ha aperto un fascicolo? Certo», commenta il sottosegretario alla Giustizia, «qualcuno è andato in Procura dicendo che erano intercettazioni, captazioni ambientali. E allora per forza poi è costretta. Immagino che mi sentirà, credo e spero, e dirò che non sono intercettazioni e captazioni ambientali e si chiuderà il fascicolo».
Donzelli ha affidato al Corriere della Sera la sua difesa: «Quelle che ho riferito», argomenta Donzelli, «non erano intercettazioni, ma una conversazione captata in carcere e inserita in una relazione del ministero della Giustizia del cui contenuto, in quanto parlamentare, potevo essere messo a conoscenza. Non ho violato segreti. Non mi hanno dato nessun documento riservato», aggiunge Donzelli, «volendo approfondire la vicenda Cospito, ho chiesto notizie dettagliate al sottosegretario Andrea Delmastro». Un piccolo caso interno a Fdi in realtà c’è, e vede protagonista il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, che nel presiedere la seduta dell’altro ieri non ha ritenuto di intervenire quando il deputato di + Europa Riccardo Magi ha definito Donzelli «un analfabeta istituzionale»: «La presidenza non ha ritenuto l’affermazione ingiuriosa quindi non è intervenuta», ha detto Rampelli, che poche settimane fa ha subito l’ennesimo smacco da parte del «cerchio magico» meloniano. Donzelli infatti è stato nominato commissario della federazione Fdi di Roma, al posto del rampelliano Massimo Milani.
Chi invece dice chiaramente di non condividere il comportamento di Donzelli è Giorgio Mulè, esponente di peso di Forza Italia, che presiedeva l’Aula proprio quando è esploso il caso: «Ora spetterà al Giurì d’onore», dice Mulè alla Stampa, «stabilire se e quanto le espressioni di Donzelli siano andate fuori dal seminato. Non è una commissione a cui si ricorre spesso, a dimostrazione di quanto sia stata grave l’iniziativa di Donzelli, che ha sporcato un importante momento di condivisione nella lotta alla mafia. Voglio pensare che non ci sia una strategia politica e che Meloni fosse totalmente all’oscuro». Sul caso delle conversazioni citate da Donzelli: «Non è che uno chiede le intercettazioni di Cospito e gliele danno», sottolinea Mulè, «questo è un punto che Donzelli deve assolutamente chiarire».
«Anche Mulè», replica Delmastro, «è caduto nella trappola culturale della sinistra. Quella è una relazione del Dap, che viene fatta al governo per fare le scelte più opportune. Non è un’intercettazione o una captazione». Intanto, il M5s ha presentato una mozione di censura nei confronti del sottosegretario Andrea Delmastro per chiederne la revoca immediata dall’incarico. Lo ha annunciato Giuseppe Conte e lo stesso ha fatto il Pd, in serata, a Porta a Porta.
Disastri continui dalla Cartabia: prosciolto sequestratore romeno
Niente querela e parte offesa irreperibile: l’ennesimo cortocircuito della riforma Cartabia salva un ventottenne romeno dall’accusa di sequestro di persona.
«Prosciolto», legge ad alta voce in aula il giudice del tribunale di Lodi. Lui, Mirian A., rischiava fino a otto anni di carcere, lei, 24 anni, ex fidanzata connazionale dell’imputato, dopo l’incubo dal quale la svegliarono i carabinieri nel 2020, per la giustizia italiana è scomparsa. Il 28 febbraio di tre anni fa i militari la trovarono rinchiusa in un appartamento di Cascina Belfuggito, località a Sant’Angelo di Lodi, un postaccio controllato da stranieri e trasformato in uno scasso d’auto rubate a cielo aperto, in cui spesso scoppiano degli incendi. La porta di uno degli appartamenti occupati era chiusa dall’esterno con una catena e un grosso lucchetto. Dentro c’era la ragazza che chiedeva aiuto.
È stata lei, prima di sparire, a raccontare ai carabinieri cosa le era accaduto. Le indagini puntarono subito verso l’ex fidanzato che, identificato quando ormai la flagranza era sfumata, fu segnalato a piede libero. La Procura di Lodi, però, nel frattempo quell’accusa l’ha coltivata. E ha ottenuto anche il rinvio a giudizio del giovane. Poco meno di due anni fa il romeno si è ritrovato davanti al tribunale. E nel corso del tempo, ricostruisce il Cittadino, quotidiano di Lodi, sono sfilati in aula pure alcuni testimoni.
Dal primo gennaio, però, le modifiche introdotte da Marta Cartabia sono entrate in vigore. E il difensore del romeno l’ha fatto presente al giudice, sostenendo che il sequestro di persona se non è aggravato dallo scopo di estorsione e se non è commesso nei confronti di persona incapace (per età o per infermità) non è più un reato procedibile d’ufficio. Dopo una sospensione dell’udienza, per permettere al pm di recuperare la querela, si è scoperto che la parte offesa non l’aveva mai formalizzata, non si era costituita parte civile e non aveva ricevuto nessuno degli atti giudiziari che nel corso del tempo la polizia giudiziaria ha cercato di notificarle. «È irreperibile», ha spiegato il giudice. E, così, il lavoro di carabinieri (alcuni dei quali sono anche stati convocati e sentiti durante la prima fase del processo) e magistrati si sono trasformati in carta straccia.
Il «difetto di querela» pensato dal governo dei migliori di Supermario Draghi per rendere «efficace ed efficiente la giustizia penale», anche in questo caso, ha reso nulla l’attività giudiziaria. I graziati dalla Cartabia sono già tanti. Alberto Genovese, l’ex imprenditore del Web processato con rito abbreviato a Milano per aver prima stordito con un mix di droghe e poi violentato due modelle, per esempio, ha accettato una condanna definitiva a sei anni, 11 mesi e dieci giorni, chiude già in primo grado il processo e sfrutta a suo favore le nuove norme non impugnando la sentenza. In assenza di impugnazione in secondo grado, scatta automaticamente lo sconto di un sesto sulla pena inflitta e la sentenza passa in giudicato. E ora, calcolando il termine del presofferto, ovvero il tempo già passato in custodia cautelare, Genovese potrebbe anche non tornare in carcere.
A Perugia, invece, martedì si è salvato dal processo un ungherese, accusato di sfruttamento della prostituzione, perché è irreperibile. Rischiava fino a 20 anni di carcere. Ma, stando agli atti, non sarebbe mai venuto a conoscenza che la giustizia procedeva nei suoi confronti. Diventato uccel di bosco, la Procura non è più riuscita a notificargli né l’avviso di garanzia, né quello della conclusione delle indagini preliminari e neppure il suo rinvio a giudizio.
E ora per la riforma Cartabia non si entrerà più nel merito, perché secondo l’articolo 420 quater introdotto dalla riforma, «il giudice pronuncia sentenza inappellabile di non doversi procedere per mancata conoscenza della pendenza del processo da parte dell’imputato». Graziato pure lui.
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Sui due meloniani si scatena la bufera politica e la Procura di Roma apre un’inchiesta. Il vicepresidente del Copasir: «Non ho violato segreti». Stessa tesi del sottosegretario, che replica alle critiche di Giorgio Mulè (Fi): «È caduto nella trappola della sinistra».Dopo lo scandalo Genovese, l’irreperibilità della vittima crea un altro cortocircuito.Lo speciale contiene due articoli.Fratelli d’Italia è schierata compatta a difesa di Giovanni Donzelli e Andrea Delmastro: i due protagonisti della polemica politica di queste ore possono contare sul sostegno incondizionato dei colleghi di partito, e la stessa Giorgia Meloni non ha alcuna intenzione di scaricare i due esponenti del suo «cerchio magico». «L’intervento di Donzelli alla Camera», dice alla Verità un big di Fdi, «era chiaramente concordato, del resto Giovanni ha letto un foglio, non ha improvvisato nulla. La linea era quella: attaccare la sinistra che va a solidarizzare con un criminale. Ora l’opposizione ci marcia, ma il punto è questo». «Donzelli e Delmastro rimangono al loro posto», conferma il capogruppo di Fdi alla Camera, Tommaso Foti, al giornale radio Rai.Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia e titolare della delega al Dap, ha ammesso di aver fornito a Donzelli, con il quale condivide l’appartamento a Roma, le informazioni sui colloqui in carcere tra l’anarchico Alfredo Cospito e alcuni boss della criminalità organizzata. Colloqui citati poi da Donzelli nel suo intervento dell’altro ieri, intervento ora al centro di un’inchiesta della Procura di Roma, che ha aperto un fascicolo per le ipotesi di reato di rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio. Un atto dovuto, quello dei pm capitolini, conseguente a un esposto presentato dal parlamentare dei Verdi Angelo Bonelli. Quello che dovrà essere appurato è solo e soltanto in che misura le circostanze citate in Aula alla Camera da Donzelli fossero coperte da segreto, poiché Delmastro si è già assunto la responsabilità di aver informato Donzelli dei colloqui tra Cospito e i boss. «È stata una richiesta orale, non a casa, in ambito parlamentare», dice Delmastro a proposito delle informazioni fornite al collega di partito, «io non sapevo che Donzelli voleva fare l’intervento. Donzelli mi ha fatto una domanda e io ho risposto. Non sapevo a cosa servisse quella richiesta. Posso garantire che a qualunque deputato, ma anche a qualunque amico, se è legittimo che io risponda, do una risposta. Quei documenti», aggiunge Delmastro, «non erano secretati e quello emergerà. Questa è una verità incontrovertibile. Tutti i giorni i deputati mi vengono a chiedere delle cose su documenti e se io so che non sono secretati rispondo. Era un’informativa che riguardava le osservazioni in carcere, non erano né intercettazioni né captazioni, tantomeno in inchieste. Se il governo sa delle cose che non sono secretate e il Parlamento le chiede il governo risponde. È una regola aurea». Sull’inchiesta dei pm di Roma Delmastro è sereno: «La Procura di Roma ha aperto un fascicolo? Certo», commenta il sottosegretario alla Giustizia, «qualcuno è andato in Procura dicendo che erano intercettazioni, captazioni ambientali. E allora per forza poi è costretta. Immagino che mi sentirà, credo e spero, e dirò che non sono intercettazioni e captazioni ambientali e si chiuderà il fascicolo». Donzelli ha affidato al Corriere della Sera la sua difesa: «Quelle che ho riferito», argomenta Donzelli, «non erano intercettazioni, ma una conversazione captata in carcere e inserita in una relazione del ministero della Giustizia del cui contenuto, in quanto parlamentare, potevo essere messo a conoscenza. Non ho violato segreti. Non mi hanno dato nessun documento riservato», aggiunge Donzelli, «volendo approfondire la vicenda Cospito, ho chiesto notizie dettagliate al sottosegretario Andrea Delmastro». Un piccolo caso interno a Fdi in realtà c’è, e vede protagonista il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, che nel presiedere la seduta dell’altro ieri non ha ritenuto di intervenire quando il deputato di + Europa Riccardo Magi ha definito Donzelli «un analfabeta istituzionale»: «La presidenza non ha ritenuto l’affermazione ingiuriosa quindi non è intervenuta», ha detto Rampelli, che poche settimane fa ha subito l’ennesimo smacco da parte del «cerchio magico» meloniano. Donzelli infatti è stato nominato commissario della federazione Fdi di Roma, al posto del rampelliano Massimo Milani. Chi invece dice chiaramente di non condividere il comportamento di Donzelli è Giorgio Mulè, esponente di peso di Forza Italia, che presiedeva l’Aula proprio quando è esploso il caso: «Ora spetterà al Giurì d’onore», dice Mulè alla Stampa, «stabilire se e quanto le espressioni di Donzelli siano andate fuori dal seminato. Non è una commissione a cui si ricorre spesso, a dimostrazione di quanto sia stata grave l’iniziativa di Donzelli, che ha sporcato un importante momento di condivisione nella lotta alla mafia. Voglio pensare che non ci sia una strategia politica e che Meloni fosse totalmente all’oscuro». Sul caso delle conversazioni citate da Donzelli: «Non è che uno chiede le intercettazioni di Cospito e gliele danno», sottolinea Mulè, «questo è un punto che Donzelli deve assolutamente chiarire». «Anche Mulè», replica Delmastro, «è caduto nella trappola culturale della sinistra. Quella è una relazione del Dap, che viene fatta al governo per fare le scelte più opportune. Non è un’intercettazione o una captazione». Intanto, il M5s ha presentato una mozione di censura nei confronti del sottosegretario Andrea Delmastro per chiederne la revoca immediata dall’incarico. Lo ha annunciato Giuseppe Conte e lo stesso ha fatto il Pd, in serata, a Porta a Porta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/delmastro-donzelli-fdi-2659345358.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="disastri-continui-dalla-cartabia-prosciolto-sequestratore-romeno" data-post-id="2659345358" data-published-at="1675286108" data-use-pagination="False"> Disastri continui dalla Cartabia: prosciolto sequestratore romeno Niente querela e parte offesa irreperibile: l’ennesimo cortocircuito della riforma Cartabia salva un ventottenne romeno dall’accusa di sequestro di persona. «Prosciolto», legge ad alta voce in aula il giudice del tribunale di Lodi. Lui, Mirian A., rischiava fino a otto anni di carcere, lei, 24 anni, ex fidanzata connazionale dell’imputato, dopo l’incubo dal quale la svegliarono i carabinieri nel 2020, per la giustizia italiana è scomparsa. Il 28 febbraio di tre anni fa i militari la trovarono rinchiusa in un appartamento di Cascina Belfuggito, località a Sant’Angelo di Lodi, un postaccio controllato da stranieri e trasformato in uno scasso d’auto rubate a cielo aperto, in cui spesso scoppiano degli incendi. La porta di uno degli appartamenti occupati era chiusa dall’esterno con una catena e un grosso lucchetto. Dentro c’era la ragazza che chiedeva aiuto. È stata lei, prima di sparire, a raccontare ai carabinieri cosa le era accaduto. Le indagini puntarono subito verso l’ex fidanzato che, identificato quando ormai la flagranza era sfumata, fu segnalato a piede libero. La Procura di Lodi, però, nel frattempo quell’accusa l’ha coltivata. E ha ottenuto anche il rinvio a giudizio del giovane. Poco meno di due anni fa il romeno si è ritrovato davanti al tribunale. E nel corso del tempo, ricostruisce il Cittadino, quotidiano di Lodi, sono sfilati in aula pure alcuni testimoni. Dal primo gennaio, però, le modifiche introdotte da Marta Cartabia sono entrate in vigore. E il difensore del romeno l’ha fatto presente al giudice, sostenendo che il sequestro di persona se non è aggravato dallo scopo di estorsione e se non è commesso nei confronti di persona incapace (per età o per infermità) non è più un reato procedibile d’ufficio. Dopo una sospensione dell’udienza, per permettere al pm di recuperare la querela, si è scoperto che la parte offesa non l’aveva mai formalizzata, non si era costituita parte civile e non aveva ricevuto nessuno degli atti giudiziari che nel corso del tempo la polizia giudiziaria ha cercato di notificarle. «È irreperibile», ha spiegato il giudice. E, così, il lavoro di carabinieri (alcuni dei quali sono anche stati convocati e sentiti durante la prima fase del processo) e magistrati si sono trasformati in carta straccia. Il «difetto di querela» pensato dal governo dei migliori di Supermario Draghi per rendere «efficace ed efficiente la giustizia penale», anche in questo caso, ha reso nulla l’attività giudiziaria. I graziati dalla Cartabia sono già tanti. Alberto Genovese, l’ex imprenditore del Web processato con rito abbreviato a Milano per aver prima stordito con un mix di droghe e poi violentato due modelle, per esempio, ha accettato una condanna definitiva a sei anni, 11 mesi e dieci giorni, chiude già in primo grado il processo e sfrutta a suo favore le nuove norme non impugnando la sentenza. In assenza di impugnazione in secondo grado, scatta automaticamente lo sconto di un sesto sulla pena inflitta e la sentenza passa in giudicato. E ora, calcolando il termine del presofferto, ovvero il tempo già passato in custodia cautelare, Genovese potrebbe anche non tornare in carcere. A Perugia, invece, martedì si è salvato dal processo un ungherese, accusato di sfruttamento della prostituzione, perché è irreperibile. Rischiava fino a 20 anni di carcere. Ma, stando agli atti, non sarebbe mai venuto a conoscenza che la giustizia procedeva nei suoi confronti. Diventato uccel di bosco, la Procura non è più riuscita a notificargli né l’avviso di garanzia, né quello della conclusione delle indagini preliminari e neppure il suo rinvio a giudizio. E ora per la riforma Cartabia non si entrerà più nel merito, perché secondo l’articolo 420 quater introdotto dalla riforma, «il giudice pronuncia sentenza inappellabile di non doversi procedere per mancata conoscenza della pendenza del processo da parte dell’imputato». Graziato pure lui.
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
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