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2023-02-02
Caso Donzelli-Delmastro: Fdi fa quadrato
Andrea Delmastro e Giovanni Donzelli (Ansa)
Fratelli d’Italia è schierata compatta a difesa di Giovanni Donzelli e Andrea Delmastro: i due protagonisti della polemica politica di queste ore possono contare sul sostegno incondizionato dei colleghi di partito, e la stessa Giorgia Meloni non ha alcuna intenzione di scaricare i due esponenti del suo «cerchio magico». «L’intervento di Donzelli alla Camera», dice alla Verità un big di Fdi, «era chiaramente concordato, del resto Giovanni ha letto un foglio, non ha improvvisato nulla. La linea era quella: attaccare la sinistra che va a solidarizzare con un criminale. Ora l’opposizione ci marcia, ma il punto è questo». «Donzelli e Delmastro rimangono al loro posto», conferma il capogruppo di Fdi alla Camera, Tommaso Foti, al giornale radio Rai.
Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia e titolare della delega al Dap, ha ammesso di aver fornito a Donzelli, con il quale condivide l’appartamento a Roma, le informazioni sui colloqui in carcere tra l’anarchico Alfredo Cospito e alcuni boss della criminalità organizzata. Colloqui citati poi da Donzelli nel suo intervento dell’altro ieri, intervento ora al centro di un’inchiesta della Procura di Roma, che ha aperto un fascicolo per le ipotesi di reato di rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio. Un atto dovuto, quello dei pm capitolini, conseguente a un esposto presentato dal parlamentare dei Verdi Angelo Bonelli. Quello che dovrà essere appurato è solo e soltanto in che misura le circostanze citate in Aula alla Camera da Donzelli fossero coperte da segreto, poiché Delmastro si è già assunto la responsabilità di aver informato Donzelli dei colloqui tra Cospito e i boss. «È stata una richiesta orale, non a casa, in ambito parlamentare», dice Delmastro a proposito delle informazioni fornite al collega di partito, «io non sapevo che Donzelli voleva fare l’intervento. Donzelli mi ha fatto una domanda e io ho risposto. Non sapevo a cosa servisse quella richiesta. Posso garantire che a qualunque deputato, ma anche a qualunque amico, se è legittimo che io risponda, do una risposta. Quei documenti», aggiunge Delmastro, «non erano secretati e quello emergerà. Questa è una verità incontrovertibile. Tutti i giorni i deputati mi vengono a chiedere delle cose su documenti e se io so che non sono secretati rispondo. Era un’informativa che riguardava le osservazioni in carcere, non erano né intercettazioni né captazioni, tantomeno in inchieste. Se il governo sa delle cose che non sono secretate e il Parlamento le chiede il governo risponde. È una regola aurea». Sull’inchiesta dei pm di Roma Delmastro è sereno: «La Procura di Roma ha aperto un fascicolo? Certo», commenta il sottosegretario alla Giustizia, «qualcuno è andato in Procura dicendo che erano intercettazioni, captazioni ambientali. E allora per forza poi è costretta. Immagino che mi sentirà, credo e spero, e dirò che non sono intercettazioni e captazioni ambientali e si chiuderà il fascicolo».
Donzelli ha affidato al Corriere della Sera la sua difesa: «Quelle che ho riferito», argomenta Donzelli, «non erano intercettazioni, ma una conversazione captata in carcere e inserita in una relazione del ministero della Giustizia del cui contenuto, in quanto parlamentare, potevo essere messo a conoscenza. Non ho violato segreti. Non mi hanno dato nessun documento riservato», aggiunge Donzelli, «volendo approfondire la vicenda Cospito, ho chiesto notizie dettagliate al sottosegretario Andrea Delmastro». Un piccolo caso interno a Fdi in realtà c’è, e vede protagonista il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, che nel presiedere la seduta dell’altro ieri non ha ritenuto di intervenire quando il deputato di + Europa Riccardo Magi ha definito Donzelli «un analfabeta istituzionale»: «La presidenza non ha ritenuto l’affermazione ingiuriosa quindi non è intervenuta», ha detto Rampelli, che poche settimane fa ha subito l’ennesimo smacco da parte del «cerchio magico» meloniano. Donzelli infatti è stato nominato commissario della federazione Fdi di Roma, al posto del rampelliano Massimo Milani.
Chi invece dice chiaramente di non condividere il comportamento di Donzelli è Giorgio Mulè, esponente di peso di Forza Italia, che presiedeva l’Aula proprio quando è esploso il caso: «Ora spetterà al Giurì d’onore», dice Mulè alla Stampa, «stabilire se e quanto le espressioni di Donzelli siano andate fuori dal seminato. Non è una commissione a cui si ricorre spesso, a dimostrazione di quanto sia stata grave l’iniziativa di Donzelli, che ha sporcato un importante momento di condivisione nella lotta alla mafia. Voglio pensare che non ci sia una strategia politica e che Meloni fosse totalmente all’oscuro». Sul caso delle conversazioni citate da Donzelli: «Non è che uno chiede le intercettazioni di Cospito e gliele danno», sottolinea Mulè, «questo è un punto che Donzelli deve assolutamente chiarire».
«Anche Mulè», replica Delmastro, «è caduto nella trappola culturale della sinistra. Quella è una relazione del Dap, che viene fatta al governo per fare le scelte più opportune. Non è un’intercettazione o una captazione». Intanto, il M5s ha presentato una mozione di censura nei confronti del sottosegretario Andrea Delmastro per chiederne la revoca immediata dall’incarico. Lo ha annunciato Giuseppe Conte e lo stesso ha fatto il Pd, in serata, a Porta a Porta.
Disastri continui dalla Cartabia: prosciolto sequestratore romeno
Niente querela e parte offesa irreperibile: l’ennesimo cortocircuito della riforma Cartabia salva un ventottenne romeno dall’accusa di sequestro di persona.
«Prosciolto», legge ad alta voce in aula il giudice del tribunale di Lodi. Lui, Mirian A., rischiava fino a otto anni di carcere, lei, 24 anni, ex fidanzata connazionale dell’imputato, dopo l’incubo dal quale la svegliarono i carabinieri nel 2020, per la giustizia italiana è scomparsa. Il 28 febbraio di tre anni fa i militari la trovarono rinchiusa in un appartamento di Cascina Belfuggito, località a Sant’Angelo di Lodi, un postaccio controllato da stranieri e trasformato in uno scasso d’auto rubate a cielo aperto, in cui spesso scoppiano degli incendi. La porta di uno degli appartamenti occupati era chiusa dall’esterno con una catena e un grosso lucchetto. Dentro c’era la ragazza che chiedeva aiuto.
È stata lei, prima di sparire, a raccontare ai carabinieri cosa le era accaduto. Le indagini puntarono subito verso l’ex fidanzato che, identificato quando ormai la flagranza era sfumata, fu segnalato a piede libero. La Procura di Lodi, però, nel frattempo quell’accusa l’ha coltivata. E ha ottenuto anche il rinvio a giudizio del giovane. Poco meno di due anni fa il romeno si è ritrovato davanti al tribunale. E nel corso del tempo, ricostruisce il Cittadino, quotidiano di Lodi, sono sfilati in aula pure alcuni testimoni.
Dal primo gennaio, però, le modifiche introdotte da Marta Cartabia sono entrate in vigore. E il difensore del romeno l’ha fatto presente al giudice, sostenendo che il sequestro di persona se non è aggravato dallo scopo di estorsione e se non è commesso nei confronti di persona incapace (per età o per infermità) non è più un reato procedibile d’ufficio. Dopo una sospensione dell’udienza, per permettere al pm di recuperare la querela, si è scoperto che la parte offesa non l’aveva mai formalizzata, non si era costituita parte civile e non aveva ricevuto nessuno degli atti giudiziari che nel corso del tempo la polizia giudiziaria ha cercato di notificarle. «È irreperibile», ha spiegato il giudice. E, così, il lavoro di carabinieri (alcuni dei quali sono anche stati convocati e sentiti durante la prima fase del processo) e magistrati si sono trasformati in carta straccia.
Il «difetto di querela» pensato dal governo dei migliori di Supermario Draghi per rendere «efficace ed efficiente la giustizia penale», anche in questo caso, ha reso nulla l’attività giudiziaria. I graziati dalla Cartabia sono già tanti. Alberto Genovese, l’ex imprenditore del Web processato con rito abbreviato a Milano per aver prima stordito con un mix di droghe e poi violentato due modelle, per esempio, ha accettato una condanna definitiva a sei anni, 11 mesi e dieci giorni, chiude già in primo grado il processo e sfrutta a suo favore le nuove norme non impugnando la sentenza. In assenza di impugnazione in secondo grado, scatta automaticamente lo sconto di un sesto sulla pena inflitta e la sentenza passa in giudicato. E ora, calcolando il termine del presofferto, ovvero il tempo già passato in custodia cautelare, Genovese potrebbe anche non tornare in carcere.
A Perugia, invece, martedì si è salvato dal processo un ungherese, accusato di sfruttamento della prostituzione, perché è irreperibile. Rischiava fino a 20 anni di carcere. Ma, stando agli atti, non sarebbe mai venuto a conoscenza che la giustizia procedeva nei suoi confronti. Diventato uccel di bosco, la Procura non è più riuscita a notificargli né l’avviso di garanzia, né quello della conclusione delle indagini preliminari e neppure il suo rinvio a giudizio.
E ora per la riforma Cartabia non si entrerà più nel merito, perché secondo l’articolo 420 quater introdotto dalla riforma, «il giudice pronuncia sentenza inappellabile di non doversi procedere per mancata conoscenza della pendenza del processo da parte dell’imputato». Graziato pure lui.
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Sui due meloniani si scatena la bufera politica e la Procura di Roma apre un’inchiesta. Il vicepresidente del Copasir: «Non ho violato segreti». Stessa tesi del sottosegretario, che replica alle critiche di Giorgio Mulè (Fi): «È caduto nella trappola della sinistra».Dopo lo scandalo Genovese, l’irreperibilità della vittima crea un altro cortocircuito.Lo speciale contiene due articoli.Fratelli d’Italia è schierata compatta a difesa di Giovanni Donzelli e Andrea Delmastro: i due protagonisti della polemica politica di queste ore possono contare sul sostegno incondizionato dei colleghi di partito, e la stessa Giorgia Meloni non ha alcuna intenzione di scaricare i due esponenti del suo «cerchio magico». «L’intervento di Donzelli alla Camera», dice alla Verità un big di Fdi, «era chiaramente concordato, del resto Giovanni ha letto un foglio, non ha improvvisato nulla. La linea era quella: attaccare la sinistra che va a solidarizzare con un criminale. Ora l’opposizione ci marcia, ma il punto è questo». «Donzelli e Delmastro rimangono al loro posto», conferma il capogruppo di Fdi alla Camera, Tommaso Foti, al giornale radio Rai.Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia e titolare della delega al Dap, ha ammesso di aver fornito a Donzelli, con il quale condivide l’appartamento a Roma, le informazioni sui colloqui in carcere tra l’anarchico Alfredo Cospito e alcuni boss della criminalità organizzata. Colloqui citati poi da Donzelli nel suo intervento dell’altro ieri, intervento ora al centro di un’inchiesta della Procura di Roma, che ha aperto un fascicolo per le ipotesi di reato di rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio. Un atto dovuto, quello dei pm capitolini, conseguente a un esposto presentato dal parlamentare dei Verdi Angelo Bonelli. Quello che dovrà essere appurato è solo e soltanto in che misura le circostanze citate in Aula alla Camera da Donzelli fossero coperte da segreto, poiché Delmastro si è già assunto la responsabilità di aver informato Donzelli dei colloqui tra Cospito e i boss. «È stata una richiesta orale, non a casa, in ambito parlamentare», dice Delmastro a proposito delle informazioni fornite al collega di partito, «io non sapevo che Donzelli voleva fare l’intervento. Donzelli mi ha fatto una domanda e io ho risposto. Non sapevo a cosa servisse quella richiesta. Posso garantire che a qualunque deputato, ma anche a qualunque amico, se è legittimo che io risponda, do una risposta. Quei documenti», aggiunge Delmastro, «non erano secretati e quello emergerà. Questa è una verità incontrovertibile. Tutti i giorni i deputati mi vengono a chiedere delle cose su documenti e se io so che non sono secretati rispondo. Era un’informativa che riguardava le osservazioni in carcere, non erano né intercettazioni né captazioni, tantomeno in inchieste. Se il governo sa delle cose che non sono secretate e il Parlamento le chiede il governo risponde. È una regola aurea». Sull’inchiesta dei pm di Roma Delmastro è sereno: «La Procura di Roma ha aperto un fascicolo? Certo», commenta il sottosegretario alla Giustizia, «qualcuno è andato in Procura dicendo che erano intercettazioni, captazioni ambientali. E allora per forza poi è costretta. Immagino che mi sentirà, credo e spero, e dirò che non sono intercettazioni e captazioni ambientali e si chiuderà il fascicolo». Donzelli ha affidato al Corriere della Sera la sua difesa: «Quelle che ho riferito», argomenta Donzelli, «non erano intercettazioni, ma una conversazione captata in carcere e inserita in una relazione del ministero della Giustizia del cui contenuto, in quanto parlamentare, potevo essere messo a conoscenza. Non ho violato segreti. Non mi hanno dato nessun documento riservato», aggiunge Donzelli, «volendo approfondire la vicenda Cospito, ho chiesto notizie dettagliate al sottosegretario Andrea Delmastro». Un piccolo caso interno a Fdi in realtà c’è, e vede protagonista il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, che nel presiedere la seduta dell’altro ieri non ha ritenuto di intervenire quando il deputato di + Europa Riccardo Magi ha definito Donzelli «un analfabeta istituzionale»: «La presidenza non ha ritenuto l’affermazione ingiuriosa quindi non è intervenuta», ha detto Rampelli, che poche settimane fa ha subito l’ennesimo smacco da parte del «cerchio magico» meloniano. Donzelli infatti è stato nominato commissario della federazione Fdi di Roma, al posto del rampelliano Massimo Milani. Chi invece dice chiaramente di non condividere il comportamento di Donzelli è Giorgio Mulè, esponente di peso di Forza Italia, che presiedeva l’Aula proprio quando è esploso il caso: «Ora spetterà al Giurì d’onore», dice Mulè alla Stampa, «stabilire se e quanto le espressioni di Donzelli siano andate fuori dal seminato. Non è una commissione a cui si ricorre spesso, a dimostrazione di quanto sia stata grave l’iniziativa di Donzelli, che ha sporcato un importante momento di condivisione nella lotta alla mafia. Voglio pensare che non ci sia una strategia politica e che Meloni fosse totalmente all’oscuro». Sul caso delle conversazioni citate da Donzelli: «Non è che uno chiede le intercettazioni di Cospito e gliele danno», sottolinea Mulè, «questo è un punto che Donzelli deve assolutamente chiarire». «Anche Mulè», replica Delmastro, «è caduto nella trappola culturale della sinistra. Quella è una relazione del Dap, che viene fatta al governo per fare le scelte più opportune. Non è un’intercettazione o una captazione». Intanto, il M5s ha presentato una mozione di censura nei confronti del sottosegretario Andrea Delmastro per chiederne la revoca immediata dall’incarico. Lo ha annunciato Giuseppe Conte e lo stesso ha fatto il Pd, in serata, a Porta a Porta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/delmastro-donzelli-fdi-2659345358.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="disastri-continui-dalla-cartabia-prosciolto-sequestratore-romeno" data-post-id="2659345358" data-published-at="1675286108" data-use-pagination="False"> Disastri continui dalla Cartabia: prosciolto sequestratore romeno Niente querela e parte offesa irreperibile: l’ennesimo cortocircuito della riforma Cartabia salva un ventottenne romeno dall’accusa di sequestro di persona. «Prosciolto», legge ad alta voce in aula il giudice del tribunale di Lodi. Lui, Mirian A., rischiava fino a otto anni di carcere, lei, 24 anni, ex fidanzata connazionale dell’imputato, dopo l’incubo dal quale la svegliarono i carabinieri nel 2020, per la giustizia italiana è scomparsa. Il 28 febbraio di tre anni fa i militari la trovarono rinchiusa in un appartamento di Cascina Belfuggito, località a Sant’Angelo di Lodi, un postaccio controllato da stranieri e trasformato in uno scasso d’auto rubate a cielo aperto, in cui spesso scoppiano degli incendi. La porta di uno degli appartamenti occupati era chiusa dall’esterno con una catena e un grosso lucchetto. Dentro c’era la ragazza che chiedeva aiuto. È stata lei, prima di sparire, a raccontare ai carabinieri cosa le era accaduto. Le indagini puntarono subito verso l’ex fidanzato che, identificato quando ormai la flagranza era sfumata, fu segnalato a piede libero. La Procura di Lodi, però, nel frattempo quell’accusa l’ha coltivata. E ha ottenuto anche il rinvio a giudizio del giovane. Poco meno di due anni fa il romeno si è ritrovato davanti al tribunale. E nel corso del tempo, ricostruisce il Cittadino, quotidiano di Lodi, sono sfilati in aula pure alcuni testimoni. Dal primo gennaio, però, le modifiche introdotte da Marta Cartabia sono entrate in vigore. E il difensore del romeno l’ha fatto presente al giudice, sostenendo che il sequestro di persona se non è aggravato dallo scopo di estorsione e se non è commesso nei confronti di persona incapace (per età o per infermità) non è più un reato procedibile d’ufficio. Dopo una sospensione dell’udienza, per permettere al pm di recuperare la querela, si è scoperto che la parte offesa non l’aveva mai formalizzata, non si era costituita parte civile e non aveva ricevuto nessuno degli atti giudiziari che nel corso del tempo la polizia giudiziaria ha cercato di notificarle. «È irreperibile», ha spiegato il giudice. E, così, il lavoro di carabinieri (alcuni dei quali sono anche stati convocati e sentiti durante la prima fase del processo) e magistrati si sono trasformati in carta straccia. Il «difetto di querela» pensato dal governo dei migliori di Supermario Draghi per rendere «efficace ed efficiente la giustizia penale», anche in questo caso, ha reso nulla l’attività giudiziaria. I graziati dalla Cartabia sono già tanti. Alberto Genovese, l’ex imprenditore del Web processato con rito abbreviato a Milano per aver prima stordito con un mix di droghe e poi violentato due modelle, per esempio, ha accettato una condanna definitiva a sei anni, 11 mesi e dieci giorni, chiude già in primo grado il processo e sfrutta a suo favore le nuove norme non impugnando la sentenza. In assenza di impugnazione in secondo grado, scatta automaticamente lo sconto di un sesto sulla pena inflitta e la sentenza passa in giudicato. E ora, calcolando il termine del presofferto, ovvero il tempo già passato in custodia cautelare, Genovese potrebbe anche non tornare in carcere. A Perugia, invece, martedì si è salvato dal processo un ungherese, accusato di sfruttamento della prostituzione, perché è irreperibile. Rischiava fino a 20 anni di carcere. Ma, stando agli atti, non sarebbe mai venuto a conoscenza che la giustizia procedeva nei suoi confronti. Diventato uccel di bosco, la Procura non è più riuscita a notificargli né l’avviso di garanzia, né quello della conclusione delle indagini preliminari e neppure il suo rinvio a giudizio. E ora per la riforma Cartabia non si entrerà più nel merito, perché secondo l’articolo 420 quater introdotto dalla riforma, «il giudice pronuncia sentenza inappellabile di non doversi procedere per mancata conoscenza della pendenza del processo da parte dell’imputato». Graziato pure lui.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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