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2023-02-02
Caso Donzelli-Delmastro: Fdi fa quadrato
Andrea Delmastro e Giovanni Donzelli (Ansa)
Fratelli d’Italia è schierata compatta a difesa di Giovanni Donzelli e Andrea Delmastro: i due protagonisti della polemica politica di queste ore possono contare sul sostegno incondizionato dei colleghi di partito, e la stessa Giorgia Meloni non ha alcuna intenzione di scaricare i due esponenti del suo «cerchio magico». «L’intervento di Donzelli alla Camera», dice alla Verità un big di Fdi, «era chiaramente concordato, del resto Giovanni ha letto un foglio, non ha improvvisato nulla. La linea era quella: attaccare la sinistra che va a solidarizzare con un criminale. Ora l’opposizione ci marcia, ma il punto è questo». «Donzelli e Delmastro rimangono al loro posto», conferma il capogruppo di Fdi alla Camera, Tommaso Foti, al giornale radio Rai.
Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia e titolare della delega al Dap, ha ammesso di aver fornito a Donzelli, con il quale condivide l’appartamento a Roma, le informazioni sui colloqui in carcere tra l’anarchico Alfredo Cospito e alcuni boss della criminalità organizzata. Colloqui citati poi da Donzelli nel suo intervento dell’altro ieri, intervento ora al centro di un’inchiesta della Procura di Roma, che ha aperto un fascicolo per le ipotesi di reato di rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio. Un atto dovuto, quello dei pm capitolini, conseguente a un esposto presentato dal parlamentare dei Verdi Angelo Bonelli. Quello che dovrà essere appurato è solo e soltanto in che misura le circostanze citate in Aula alla Camera da Donzelli fossero coperte da segreto, poiché Delmastro si è già assunto la responsabilità di aver informato Donzelli dei colloqui tra Cospito e i boss. «È stata una richiesta orale, non a casa, in ambito parlamentare», dice Delmastro a proposito delle informazioni fornite al collega di partito, «io non sapevo che Donzelli voleva fare l’intervento. Donzelli mi ha fatto una domanda e io ho risposto. Non sapevo a cosa servisse quella richiesta. Posso garantire che a qualunque deputato, ma anche a qualunque amico, se è legittimo che io risponda, do una risposta. Quei documenti», aggiunge Delmastro, «non erano secretati e quello emergerà. Questa è una verità incontrovertibile. Tutti i giorni i deputati mi vengono a chiedere delle cose su documenti e se io so che non sono secretati rispondo. Era un’informativa che riguardava le osservazioni in carcere, non erano né intercettazioni né captazioni, tantomeno in inchieste. Se il governo sa delle cose che non sono secretate e il Parlamento le chiede il governo risponde. È una regola aurea». Sull’inchiesta dei pm di Roma Delmastro è sereno: «La Procura di Roma ha aperto un fascicolo? Certo», commenta il sottosegretario alla Giustizia, «qualcuno è andato in Procura dicendo che erano intercettazioni, captazioni ambientali. E allora per forza poi è costretta. Immagino che mi sentirà, credo e spero, e dirò che non sono intercettazioni e captazioni ambientali e si chiuderà il fascicolo».
Donzelli ha affidato al Corriere della Sera la sua difesa: «Quelle che ho riferito», argomenta Donzelli, «non erano intercettazioni, ma una conversazione captata in carcere e inserita in una relazione del ministero della Giustizia del cui contenuto, in quanto parlamentare, potevo essere messo a conoscenza. Non ho violato segreti. Non mi hanno dato nessun documento riservato», aggiunge Donzelli, «volendo approfondire la vicenda Cospito, ho chiesto notizie dettagliate al sottosegretario Andrea Delmastro». Un piccolo caso interno a Fdi in realtà c’è, e vede protagonista il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, che nel presiedere la seduta dell’altro ieri non ha ritenuto di intervenire quando il deputato di + Europa Riccardo Magi ha definito Donzelli «un analfabeta istituzionale»: «La presidenza non ha ritenuto l’affermazione ingiuriosa quindi non è intervenuta», ha detto Rampelli, che poche settimane fa ha subito l’ennesimo smacco da parte del «cerchio magico» meloniano. Donzelli infatti è stato nominato commissario della federazione Fdi di Roma, al posto del rampelliano Massimo Milani.
Chi invece dice chiaramente di non condividere il comportamento di Donzelli è Giorgio Mulè, esponente di peso di Forza Italia, che presiedeva l’Aula proprio quando è esploso il caso: «Ora spetterà al Giurì d’onore», dice Mulè alla Stampa, «stabilire se e quanto le espressioni di Donzelli siano andate fuori dal seminato. Non è una commissione a cui si ricorre spesso, a dimostrazione di quanto sia stata grave l’iniziativa di Donzelli, che ha sporcato un importante momento di condivisione nella lotta alla mafia. Voglio pensare che non ci sia una strategia politica e che Meloni fosse totalmente all’oscuro». Sul caso delle conversazioni citate da Donzelli: «Non è che uno chiede le intercettazioni di Cospito e gliele danno», sottolinea Mulè, «questo è un punto che Donzelli deve assolutamente chiarire».
«Anche Mulè», replica Delmastro, «è caduto nella trappola culturale della sinistra. Quella è una relazione del Dap, che viene fatta al governo per fare le scelte più opportune. Non è un’intercettazione o una captazione». Intanto, il M5s ha presentato una mozione di censura nei confronti del sottosegretario Andrea Delmastro per chiederne la revoca immediata dall’incarico. Lo ha annunciato Giuseppe Conte e lo stesso ha fatto il Pd, in serata, a Porta a Porta.
Disastri continui dalla Cartabia: prosciolto sequestratore romeno
Niente querela e parte offesa irreperibile: l’ennesimo cortocircuito della riforma Cartabia salva un ventottenne romeno dall’accusa di sequestro di persona.
«Prosciolto», legge ad alta voce in aula il giudice del tribunale di Lodi. Lui, Mirian A., rischiava fino a otto anni di carcere, lei, 24 anni, ex fidanzata connazionale dell’imputato, dopo l’incubo dal quale la svegliarono i carabinieri nel 2020, per la giustizia italiana è scomparsa. Il 28 febbraio di tre anni fa i militari la trovarono rinchiusa in un appartamento di Cascina Belfuggito, località a Sant’Angelo di Lodi, un postaccio controllato da stranieri e trasformato in uno scasso d’auto rubate a cielo aperto, in cui spesso scoppiano degli incendi. La porta di uno degli appartamenti occupati era chiusa dall’esterno con una catena e un grosso lucchetto. Dentro c’era la ragazza che chiedeva aiuto.
È stata lei, prima di sparire, a raccontare ai carabinieri cosa le era accaduto. Le indagini puntarono subito verso l’ex fidanzato che, identificato quando ormai la flagranza era sfumata, fu segnalato a piede libero. La Procura di Lodi, però, nel frattempo quell’accusa l’ha coltivata. E ha ottenuto anche il rinvio a giudizio del giovane. Poco meno di due anni fa il romeno si è ritrovato davanti al tribunale. E nel corso del tempo, ricostruisce il Cittadino, quotidiano di Lodi, sono sfilati in aula pure alcuni testimoni.
Dal primo gennaio, però, le modifiche introdotte da Marta Cartabia sono entrate in vigore. E il difensore del romeno l’ha fatto presente al giudice, sostenendo che il sequestro di persona se non è aggravato dallo scopo di estorsione e se non è commesso nei confronti di persona incapace (per età o per infermità) non è più un reato procedibile d’ufficio. Dopo una sospensione dell’udienza, per permettere al pm di recuperare la querela, si è scoperto che la parte offesa non l’aveva mai formalizzata, non si era costituita parte civile e non aveva ricevuto nessuno degli atti giudiziari che nel corso del tempo la polizia giudiziaria ha cercato di notificarle. «È irreperibile», ha spiegato il giudice. E, così, il lavoro di carabinieri (alcuni dei quali sono anche stati convocati e sentiti durante la prima fase del processo) e magistrati si sono trasformati in carta straccia.
Il «difetto di querela» pensato dal governo dei migliori di Supermario Draghi per rendere «efficace ed efficiente la giustizia penale», anche in questo caso, ha reso nulla l’attività giudiziaria. I graziati dalla Cartabia sono già tanti. Alberto Genovese, l’ex imprenditore del Web processato con rito abbreviato a Milano per aver prima stordito con un mix di droghe e poi violentato due modelle, per esempio, ha accettato una condanna definitiva a sei anni, 11 mesi e dieci giorni, chiude già in primo grado il processo e sfrutta a suo favore le nuove norme non impugnando la sentenza. In assenza di impugnazione in secondo grado, scatta automaticamente lo sconto di un sesto sulla pena inflitta e la sentenza passa in giudicato. E ora, calcolando il termine del presofferto, ovvero il tempo già passato in custodia cautelare, Genovese potrebbe anche non tornare in carcere.
A Perugia, invece, martedì si è salvato dal processo un ungherese, accusato di sfruttamento della prostituzione, perché è irreperibile. Rischiava fino a 20 anni di carcere. Ma, stando agli atti, non sarebbe mai venuto a conoscenza che la giustizia procedeva nei suoi confronti. Diventato uccel di bosco, la Procura non è più riuscita a notificargli né l’avviso di garanzia, né quello della conclusione delle indagini preliminari e neppure il suo rinvio a giudizio.
E ora per la riforma Cartabia non si entrerà più nel merito, perché secondo l’articolo 420 quater introdotto dalla riforma, «il giudice pronuncia sentenza inappellabile di non doversi procedere per mancata conoscenza della pendenza del processo da parte dell’imputato». Graziato pure lui.
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Sui due meloniani si scatena la bufera politica e la Procura di Roma apre un’inchiesta. Il vicepresidente del Copasir: «Non ho violato segreti». Stessa tesi del sottosegretario, che replica alle critiche di Giorgio Mulè (Fi): «È caduto nella trappola della sinistra».Dopo lo scandalo Genovese, l’irreperibilità della vittima crea un altro cortocircuito.Lo speciale contiene due articoli.Fratelli d’Italia è schierata compatta a difesa di Giovanni Donzelli e Andrea Delmastro: i due protagonisti della polemica politica di queste ore possono contare sul sostegno incondizionato dei colleghi di partito, e la stessa Giorgia Meloni non ha alcuna intenzione di scaricare i due esponenti del suo «cerchio magico». «L’intervento di Donzelli alla Camera», dice alla Verità un big di Fdi, «era chiaramente concordato, del resto Giovanni ha letto un foglio, non ha improvvisato nulla. La linea era quella: attaccare la sinistra che va a solidarizzare con un criminale. Ora l’opposizione ci marcia, ma il punto è questo». «Donzelli e Delmastro rimangono al loro posto», conferma il capogruppo di Fdi alla Camera, Tommaso Foti, al giornale radio Rai.Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia e titolare della delega al Dap, ha ammesso di aver fornito a Donzelli, con il quale condivide l’appartamento a Roma, le informazioni sui colloqui in carcere tra l’anarchico Alfredo Cospito e alcuni boss della criminalità organizzata. Colloqui citati poi da Donzelli nel suo intervento dell’altro ieri, intervento ora al centro di un’inchiesta della Procura di Roma, che ha aperto un fascicolo per le ipotesi di reato di rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio. Un atto dovuto, quello dei pm capitolini, conseguente a un esposto presentato dal parlamentare dei Verdi Angelo Bonelli. Quello che dovrà essere appurato è solo e soltanto in che misura le circostanze citate in Aula alla Camera da Donzelli fossero coperte da segreto, poiché Delmastro si è già assunto la responsabilità di aver informato Donzelli dei colloqui tra Cospito e i boss. «È stata una richiesta orale, non a casa, in ambito parlamentare», dice Delmastro a proposito delle informazioni fornite al collega di partito, «io non sapevo che Donzelli voleva fare l’intervento. Donzelli mi ha fatto una domanda e io ho risposto. Non sapevo a cosa servisse quella richiesta. Posso garantire che a qualunque deputato, ma anche a qualunque amico, se è legittimo che io risponda, do una risposta. Quei documenti», aggiunge Delmastro, «non erano secretati e quello emergerà. Questa è una verità incontrovertibile. Tutti i giorni i deputati mi vengono a chiedere delle cose su documenti e se io so che non sono secretati rispondo. Era un’informativa che riguardava le osservazioni in carcere, non erano né intercettazioni né captazioni, tantomeno in inchieste. Se il governo sa delle cose che non sono secretate e il Parlamento le chiede il governo risponde. È una regola aurea». Sull’inchiesta dei pm di Roma Delmastro è sereno: «La Procura di Roma ha aperto un fascicolo? Certo», commenta il sottosegretario alla Giustizia, «qualcuno è andato in Procura dicendo che erano intercettazioni, captazioni ambientali. E allora per forza poi è costretta. Immagino che mi sentirà, credo e spero, e dirò che non sono intercettazioni e captazioni ambientali e si chiuderà il fascicolo». Donzelli ha affidato al Corriere della Sera la sua difesa: «Quelle che ho riferito», argomenta Donzelli, «non erano intercettazioni, ma una conversazione captata in carcere e inserita in una relazione del ministero della Giustizia del cui contenuto, in quanto parlamentare, potevo essere messo a conoscenza. Non ho violato segreti. Non mi hanno dato nessun documento riservato», aggiunge Donzelli, «volendo approfondire la vicenda Cospito, ho chiesto notizie dettagliate al sottosegretario Andrea Delmastro». Un piccolo caso interno a Fdi in realtà c’è, e vede protagonista il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, che nel presiedere la seduta dell’altro ieri non ha ritenuto di intervenire quando il deputato di + Europa Riccardo Magi ha definito Donzelli «un analfabeta istituzionale»: «La presidenza non ha ritenuto l’affermazione ingiuriosa quindi non è intervenuta», ha detto Rampelli, che poche settimane fa ha subito l’ennesimo smacco da parte del «cerchio magico» meloniano. Donzelli infatti è stato nominato commissario della federazione Fdi di Roma, al posto del rampelliano Massimo Milani. Chi invece dice chiaramente di non condividere il comportamento di Donzelli è Giorgio Mulè, esponente di peso di Forza Italia, che presiedeva l’Aula proprio quando è esploso il caso: «Ora spetterà al Giurì d’onore», dice Mulè alla Stampa, «stabilire se e quanto le espressioni di Donzelli siano andate fuori dal seminato. Non è una commissione a cui si ricorre spesso, a dimostrazione di quanto sia stata grave l’iniziativa di Donzelli, che ha sporcato un importante momento di condivisione nella lotta alla mafia. Voglio pensare che non ci sia una strategia politica e che Meloni fosse totalmente all’oscuro». Sul caso delle conversazioni citate da Donzelli: «Non è che uno chiede le intercettazioni di Cospito e gliele danno», sottolinea Mulè, «questo è un punto che Donzelli deve assolutamente chiarire». «Anche Mulè», replica Delmastro, «è caduto nella trappola culturale della sinistra. Quella è una relazione del Dap, che viene fatta al governo per fare le scelte più opportune. Non è un’intercettazione o una captazione». Intanto, il M5s ha presentato una mozione di censura nei confronti del sottosegretario Andrea Delmastro per chiederne la revoca immediata dall’incarico. Lo ha annunciato Giuseppe Conte e lo stesso ha fatto il Pd, in serata, a Porta a Porta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/delmastro-donzelli-fdi-2659345358.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="disastri-continui-dalla-cartabia-prosciolto-sequestratore-romeno" data-post-id="2659345358" data-published-at="1675286108" data-use-pagination="False"> Disastri continui dalla Cartabia: prosciolto sequestratore romeno Niente querela e parte offesa irreperibile: l’ennesimo cortocircuito della riforma Cartabia salva un ventottenne romeno dall’accusa di sequestro di persona. «Prosciolto», legge ad alta voce in aula il giudice del tribunale di Lodi. Lui, Mirian A., rischiava fino a otto anni di carcere, lei, 24 anni, ex fidanzata connazionale dell’imputato, dopo l’incubo dal quale la svegliarono i carabinieri nel 2020, per la giustizia italiana è scomparsa. Il 28 febbraio di tre anni fa i militari la trovarono rinchiusa in un appartamento di Cascina Belfuggito, località a Sant’Angelo di Lodi, un postaccio controllato da stranieri e trasformato in uno scasso d’auto rubate a cielo aperto, in cui spesso scoppiano degli incendi. La porta di uno degli appartamenti occupati era chiusa dall’esterno con una catena e un grosso lucchetto. Dentro c’era la ragazza che chiedeva aiuto. È stata lei, prima di sparire, a raccontare ai carabinieri cosa le era accaduto. Le indagini puntarono subito verso l’ex fidanzato che, identificato quando ormai la flagranza era sfumata, fu segnalato a piede libero. La Procura di Lodi, però, nel frattempo quell’accusa l’ha coltivata. E ha ottenuto anche il rinvio a giudizio del giovane. Poco meno di due anni fa il romeno si è ritrovato davanti al tribunale. E nel corso del tempo, ricostruisce il Cittadino, quotidiano di Lodi, sono sfilati in aula pure alcuni testimoni. Dal primo gennaio, però, le modifiche introdotte da Marta Cartabia sono entrate in vigore. E il difensore del romeno l’ha fatto presente al giudice, sostenendo che il sequestro di persona se non è aggravato dallo scopo di estorsione e se non è commesso nei confronti di persona incapace (per età o per infermità) non è più un reato procedibile d’ufficio. Dopo una sospensione dell’udienza, per permettere al pm di recuperare la querela, si è scoperto che la parte offesa non l’aveva mai formalizzata, non si era costituita parte civile e non aveva ricevuto nessuno degli atti giudiziari che nel corso del tempo la polizia giudiziaria ha cercato di notificarle. «È irreperibile», ha spiegato il giudice. E, così, il lavoro di carabinieri (alcuni dei quali sono anche stati convocati e sentiti durante la prima fase del processo) e magistrati si sono trasformati in carta straccia. Il «difetto di querela» pensato dal governo dei migliori di Supermario Draghi per rendere «efficace ed efficiente la giustizia penale», anche in questo caso, ha reso nulla l’attività giudiziaria. I graziati dalla Cartabia sono già tanti. Alberto Genovese, l’ex imprenditore del Web processato con rito abbreviato a Milano per aver prima stordito con un mix di droghe e poi violentato due modelle, per esempio, ha accettato una condanna definitiva a sei anni, 11 mesi e dieci giorni, chiude già in primo grado il processo e sfrutta a suo favore le nuove norme non impugnando la sentenza. In assenza di impugnazione in secondo grado, scatta automaticamente lo sconto di un sesto sulla pena inflitta e la sentenza passa in giudicato. E ora, calcolando il termine del presofferto, ovvero il tempo già passato in custodia cautelare, Genovese potrebbe anche non tornare in carcere. A Perugia, invece, martedì si è salvato dal processo un ungherese, accusato di sfruttamento della prostituzione, perché è irreperibile. Rischiava fino a 20 anni di carcere. Ma, stando agli atti, non sarebbe mai venuto a conoscenza che la giustizia procedeva nei suoi confronti. Diventato uccel di bosco, la Procura non è più riuscita a notificargli né l’avviso di garanzia, né quello della conclusione delle indagini preliminari e neppure il suo rinvio a giudizio. E ora per la riforma Cartabia non si entrerà più nel merito, perché secondo l’articolo 420 quater introdotto dalla riforma, «il giudice pronuncia sentenza inappellabile di non doversi procedere per mancata conoscenza della pendenza del processo da parte dell’imputato». Graziato pure lui.
Sergio Mattarella (Ansa)
Sì, non è escluso che il presidente della Repubblica abbia colto la palla al balzo, ossia la campagna condotta dal Fatto Quotidiano contro la grazia, per scaricare la responsabilità sul ministro Carlo Nordio e aprire la strada a una revisione, invocando un supplemento di indagine sulla vita della Minetti. Se però questo era il disegno, i fatti - quelli veri e non di carta stampata - stanno smontando a una a una tutte le obiezioni che sono state mosse contro il provvedimento di clemenza.
L’ultimo tassello utile a chiarire la narrazione che vorrebbe la pupilla di Silvio Berlusconi impegnata a procurare ragazze per cene eleganti è arrivato ieri dalla Procura generale. In pratica, i magistrati che hanno dato via libera alla concessione della grazia confermano che dai primi accertamenti in Uruguay e in Spagna, dove Minetti ha vissuto per un certo periodo, non sono emersi fatti che inducano a modificare il parere. L’Interpol, a cui i pm si sono rivolti, non avrebbe trovato traccia di procedimenti a carico dell’ex igienista dentale e nemmeno avrebbe raccolto notizie che consentissero di sostenere che a Punta del Este continui la vita di prima.
Ma nei giorni scorsi altri elementi hanno contribuito a chiarire quelli che secondo le inchieste giornalistiche erano i lati oscuri della faccenda. Innanzitutto l’adozione. Leggendo la sentenza con cui il tribunale di Maldonado ha acconsentito a Minetti e Cipriani di diventare genitori di un bambino uruguaiano, si capisce che prima di affidare il minore sono stati fatti numerosi approfondimenti e sono stati ascoltati diversi testimoni. Il piccolo, abbandonato fin dalla nascita in un orfanotrofio, non riceveva visite dai parenti. Padre, madre, nonni, zii: nessuno negli anni si è interessato a lui e alla grave malattia di cui era affetto. I giornali hanno scovato una coppia che sostiene di aver chiesto l’affidamento del bambino, ma alla fine i vertici dell’istituto che lo ospitava (o molto più probabilmente i giudici) avrebbero scelto i due italiani. E che cosa c’è di scandaloso? In qualsiasi procedura di adozione, i magistrati (ma anche psicologi e assistenti sociali) puntano a fare la cosa migliore per il bambino. Dunque, di fronte a un minore con gravi problemi di salute, bisognoso di interventi chirurgici e di cure, affidarlo a una famiglia in grado di assicurare l’assistenza di specialisti non è un reato, ma una scelta consapevole, per far sì che prima di tutto venga il suo benessere.
Sono cadute anche le suggestioni su una sorta di intrigo internazionale, secondo cui prima sarebbe stato ammazzato l’avvocato della madre del bambino e poi addirittura sarebbe stata fatta sparire la stessa donna, quasi che il legale o la mamma fossero in grado di fare rivelazioni esplosive sul caso Minetti. In realtà, la professionista bruciata nella sua casa era il difensore d’ufficio del bambino e di fronte ai giudici aveva dato parere favorevole all’adozione. La sua morte dunque non avrebbe nulla da spartire con la coppia di italiani. E la scomparsa della madre è semplicemente dovuta al fatto che la polizia la cerca perché accusata di omicidio e dunque, come tutti i latitanti, tende a non farsi trovare.
Chiarito anche il giallo sulla scelta dell’ospedale dove curare il bambino: Minetti e Cipriani si sono affidati a quelli che ritenevano i migliori specialisti e i sanitari confermano che il bambino deve essere sottoposto a numerosi controlli e forse anche ad altri interventi.
E il mistero che circonda la proprietà di Cipriani a Punta del Este, luogo del peccato dove si sarebbero tenute feste a base di donnine e, forse, di cocaina? Niente, anche la tenuta sarebbe assai meno misteriosa di quel che hanno raccontato i giornali. Innanzitutto la staccionata è alta un metro e non basta a impedire sguardi indiscreti. Per di più il ranch, come è stato definito, non ha un cancello e dunque chiunque voglia ficcare il naso, compresi i cronisti, vi può accedere con una certa facilità. Insomma, più si va avanti in questa storia e più ci si rende conto che a sostegno della tesi per cui Minetti avrebbe continuato a fare le cene eleganti, ma non più con Berlusconi bensì con Cipriani, non c’è lo straccio di una prova, ma solo le chiacchiere di anonimi raccolte qua e là e rilanciate come se fossero verità. L’ultima bufala, quella del ministro Nordio ospite in Uruguay della Minetti, è finita con il capo asperso di cenere di Sigfrido Ranucci e carte bollate contro una Bianca Berlinguer che rivendica il diritto di informare il pubblico con notizie non verificate.
Di fronte a questo quadro tuttavia resta ancora una domanda senza risposta. Perché Mattarella, dopo aver difeso la grazia, ha deciso di fronte a voci anonime di chiedere un supplemento d’indagine su Minetti? Davvero al Quirinale basta una chiacchiera per fare retromarcia? E come mai di fronte ad altri chiacchieroni che la sera al ristorante spifferano piani per modificare il quadro politico non si registra altrettanta solerzia? Sarebbe proprio il caso di capirlo.
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Nicole MInetti (Ansa)
Anzi, proprio ieri la Procura generale ha fatto sapere di non aver ricevuto dall’Interpol elementi significativi tali da ribaltare il parere favorevole già espresso sulla grazia concessa dal Quirinale.
È un passaggio che pesa anche sull’inchiesta del Fatto Quotidiano, che a questo punto rischia di ridimensionarsi molto rispetto alle premesse delle scorse settimane. Qualche verifica in più sulle fonti uruguaiane e sugli atti già disponibili avrebbe forse evitato di riaprire una vicenda delicatissima che riguarda un bambino malato.
Del resto, il dato è rilevante. Se dalle prime risposte fosse emerso «un elemento immediatamente ostativo», gli uffici guidati dalla procuratrice generale Francesca Nanni, con il sostituto pg Gaetano Brusa, lo avrebbero trasmesso subito al ministero della Giustizia e da lì al Quirinale. Certo, gli accertamenti non sono conclusi, ma per ora non c’è un fatto capace di imporre una modifica del giudizio già dato sulla domanda di clemenza.
Va ricordato che le verifiche affidate all’Interpol riguardano la regolarità della procedura di adozione in Uruguay, la posizione giudiziaria di Minetti e Cipriani all’estero, gli spostamenti tra Uruguay, Italia, Ibiza e Stati Uniti, e il profilo personale dell’ex consigliera regionale: cioè se dopo le condanne per i casi Ruby e Rimborsopoli, abbia davvero preso le distanze dalla vita precedente, senza nuove pendenze e con un percorso stabile di reinserimento. Dai primi accertamenti non risultano precedenti penali, denunce o indagini in corso per favoreggiamento della prostituzione in Uruguay e in Spagna a carico di Minetti e del compagno.
I legali, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra, hanno depositato nuova documentazione alla Procura generale, integrando gli atti già prodotti. In una nota, annunciano di aver preso atto che i primi accertamenti sembrano confermare il parere favorevole sulla grazia. Allo stesso tempo accusano alcuni media di ignorare i documenti depositati e annunciano azioni giudiziarie a tutela dei danneggiati e della privacy del bambino.
Nel frattempo, dall’Uruguay arrivano nuovi elementi sulla storia familiare del minore. I giornali locali continuano a ricostruire il profilo di María de los Ángeles González Colinet, madre biologica del bambino, oggi scomparsa. La donna era una tossicodipendente e aveva precedenti penali, compresa una condanna per omicidio durante una rapina. Dopo quella vicenda sarebbe tornata in carcere per il furto in un esercizio commerciale a Maldonado.
E spunta anche un’altra testimonianza. Un ex compagno della donna sostiene che González Colinet avrebbe provato a occuparsi del bambino nei primi mesi di vita e che sarebbe andata più volte al centro dell’Inau per vederlo. L’uomo racconta di averla accompagnata e che, dopo alcuni accessi consentiti, le sarebbe stato impedito di entrare. Dall’Inau invitano però alla cautela: finché l’inchiesta amministrativa interna non sarà conclusa «non possiamo sapere cosa sia vero e cosa no», anche perché i fatti risalgono a una precedente amministrazione. I registri dell’ospedale Pereira Rossell indicano che la madre rimase con il neonato per i primi otto giorni; poi intervenne l’Inau e i contatti non furono più continui. Di sicuro il padre biologico, Antonio Javier Cozar Vicente, non è mai stato trovato.
C’è poi il capitolo Ana Mercedes Nieto, l’avvocata morta nel 2024 in un incendio con il marito, Mario Cabrera. Qui la novità è rilevante perché corregge alcune ricostruzioni circolate nei giorni scorsi. Sempre secondo un rapporto dell’Inau, Nieto intervenne nel procedimento come avvocata d’ufficio del padre biologico. La sua fu però una difesa tecnica: non presentò alternative alla revoca della potestà genitoriale, non si oppose all’adozione piena e non mise mai in discussione la situazione di abbandono del minore, la dichiarazione di adottabilità o l’idoneità della famiglia Cipriani. In altre parole, Nieto non risulta dalle carte come una figura che cercò di bloccare l’adozione.
Resta poi ancora aperta l’audit interno dell’Inau. L’ente vuole verificare perché sia stata esclusa l’altra famiglia uruguaiana interessata. Secondo alcuni quotidiani di Montevideo, la coppia aveva ricevuto una valutazione tecnica positiva, ma a carico dell’uomo risultava una denuncia per maltrattamenti presentata da un’ex compagna. Non va mai dimenticato che la sentenza definitiva di adozione, aveva valorizzato il legame affettivo costruito dal bambino con Minetti e Cipriani: li chiamava «mamma» e «papà». Infine, non ci sono dubbi che anche sul fronte sanitario la scelta di Boston fosse coerente con la gravità del caso: il Boston Children’s Hospital è una struttura di riferimento, mentre il ricorso preliminare a specialisti di fiducia del San Raffaele e dell’Ospedale di Padova rientrava in una normale valutazione prima di un intervento delicato. Cade così anche la ricostruzione secondo cui la coppia non si sarebbe rivolta a medici in Italia. Un dettaglio che, raccontato diversamente, ha contribuito ad alimentare tanto rumore per nulla.
Ma il caso Minetti crea scompiglio anche in tv. Secondo l’Adnkronos, da Mediaset trapela dispiacere per la decisione del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, di intraprendere un’azione risarcitoria nei confronti di Bianca Berlinguer e dell’azienda: «Nessuna indulgenza verso le parole di Sigfrido Ranucci, ma in diretta tutto può accadere e il ministro ha potuto smentire».
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