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2021-07-08
Gli «esperti» del decalogo gender imbevuti di propaganda arcobaleno
Ansa
Se prima era una congettura, ora è una certezza: i consulenti del Saifip autori delle linee guida gender delle scuole del Lazio - prima inviate a tutti gli istituti regionali, poi subito stoppate -, militano convintamente in campo arcobaleno. Se n'è avuta conferma ieri mattina nella seduta della commissione parlamentare per l'Infanzia presieduta dal leghista Simone Pillon, convocata per far luce su quelle linee guida che avevano suscitato clamore sia per l'impostazione - favorevole al «cambio di sesso» dei minori con disforia di genere -, sia per le prese di distanza da parte della Regione e dell'Azienda ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma, di cui pure, sul documento, figuravano i loghi.
Insieme a Filippo Maria Boscia, presidente dell'Associazione medici cattolici italiani, e a Francesco Borgonovo, vicedirettore di questo giornale, sono infatti stati ascoltati Luca Chianura, responsabile di psicologia clinica presso il Saifip (acronimo di Servizio di adeguamento tra identità fisica ed identità psichica) e Maddalena Mosconi, psicologa-psicoterapeuta, responsabile dell'area minori sempre del Saifip, ed entrambi hanno rivendicato le loro posizioni.
Ma andiamo con ordine. La seduta è iniziata con Chianura che, presentando il suo lavoro, ha tenuto a mostrarne l'esperienza consolidata maturata anche collaborando con le famiglie («25 anni di attività»), mentre Mosconi, mettendo le mani avanti, ha ammesso che son sì in aumento i casi di «cambio di sesso» tra i giovani, ma ciò accade perché «è un tema di cui si parla di più, e oggi questi ragazzi non hanno più paura di esporsi, adesso si sentono più protetti».
La piega delle audizioni è però cambiata quando, incalzati dalle domande di Pillon e di altri parlamentari, oltre che dai rilievi di Borgonovo, a Chianura e Mosconi son stati sottoposti dei punti critici. In primis la loro posizione politica, che è a dir poco schierata, come provano i rispettivi profili Facebook: su quello di Chianura si trovano svariati post di appoggio a Marilena Grassadonia di Sinistra italiana - che alla manifestazione milanese dei Sentinelli, a maggio, ha spiegato che «il ddl Zan è solo l'inizio» per approdare all'utero in affitto e a chissà quali altre mete -, mentre su quello di Moscon, nell'ottobre 2019, si vede addirittura un post con la foto di Matteo Salvini e Giorgia Meloni accompagnata da un commento lapidario e non proprio soft: «Mi fate schifo». Inutile dire che i profili social di entrambi pullulano di arcobaleni, inni al ddl Zan e asteristichi, il marchio del lessico Lgbt per lasciare «neutre» le parole.
«Mi trovo un po' a disagio, non capisco qual è il senso di questa audizione», è stata la replica di Chianura, che ha rivendicato una netta distinzione fra i suoi convincimenti politici e le sue posizioni scientifiche. Sta di fatto che neppure quando, in commissione, la discussione è virata su contenuti più dettagliati e legati all'attività dello stesso Saifip i chiarimenti sono arrivati. Per esempio, resta vago il rapporto, avviato dal 2005, tra il Saifip e il Tavistock, l'ospedale britannico che, col suo Gids (acronimo di Gender identity development service), ha seguito innumerevoli «cambi di sesso» di minori, prima di finire al centro di un caso mediatico e giudiziario esploso con le denunce di ex medici e soprattutto ex pazienti, che hanno dichiarato d'essere stati prematuramente avviati all'iter di riassegnazione sessuale.
Sì, perché Chianura da una parte ha preso le distanze dalla struttura britannica («noi abbiamo un protocollo diverso»), ma dall'altra al Tavistock ha riservato parole d'encomio: «È ancora oggi il punto di riferimento per tutti i servizi dell'età evolutiva del mondo». Ma se è «un punto di riferimento» nonostante gli scandali, perché rivendicare «un protocollo diverso»? Non si è capito. Allo stesso modo, a nulla son valsi i tentativi di avere notizie precise dagli esperti del Saifip circa la loro collaborazione con lo psichiatra Domenico Di Ceglie, che del Gids è stato direttore e che risulta vicino al gruppo autore delle linee guida laziali.
«Di Ceglie è uno dei massimi esperti della sua disciplina», si è limitata a evidenziare Mosconi, che ha cercato di gettare acqua sul fuoco. Per esempio, sulla vicenda di Keira Bell, la giovane che vive col rimpianto d'aver scelto di passare al genere maschile da adolescente e che per questo ha trascinato in tribunale i suoi medici, l'esponente del Saifip ha ribattuto: «È solo un caso». Che sia stato un caso che ha portato l'Alta corte britannica a una sentenza storica, che stabilisce che gli under 16 ora non possano più dare un pieno consenso informato per i bloccanti della pubertà e che i medici debbano avere l'approvazione di un giudice prima d'intervenire, per la Mosconi è evidentemente poca cosa.
A scanso d'equivoci, le loro posizioni tutt'altro che super partes i due auditi del Saipif le hanno messe nero su bianco pure nel testo inviato alla commissione parlamentare, dove si legge che l'identità di genere non sarebbe binaria ma «può essere immaginata come uno spettro». «Una posizione non condivisa dalla comunità scientifica», ha puntualizzato Pillon. «Nel 2017 National Geographic è uscito con una copertina storica dal titolo “Gender revolution"», ha subito replicato la Mosconi. Peccato che National Geographic non sia una rivista scientifica, ma non importa. Ciò che conta è che questi sono gli esperti che, se passa il ddl Zan, entreranno nelle scuole «di ogni ordine e grado». I senatori diano prova di saggezza: ci pensino bene.
Tra Iv e Pd finisce a insulti (omofobi)
Nel day after del duro confronto in aula al Senato sul ddl Zan, è apparso evidente che la tossine del muro contro muro non mancheranno di far sentire i propri effetti sulla coesione della maggioranza. A dirla tutta, la guerra di trincea innescata dal rifiuto totale di ogni mediazione opposto dal blocco Pd-Leu-M5s e le conseguenti accuse di «intelligenza col nemico» rivolte dai giallorossi a Matteo Renzi, stanno avvelenando il dibattito anche in seno al centrosinistra, col duplice effetto di minare le fondamenta del sostegno a Mario Draghi e di dare la stura a una resa dei conti interna al Pd, dove l'ala riformista comincia a venire allo scoperto sulle perplessità rispetto al testo Zan.
A rendere l'idea di ciò che potrà essere il clima che accompagnerà l'approdo del ddl Zan in aula a partire dal 13 luglio, come voluto a tutti i costi dal centrosinistra col voto di ieri l'altro a Palazzo Madama, c'è l'episodio che ha coinvolto l'esponente di Iv e sottosegretario Ivan Scalfarotto, titolare di un ddl anti-omotransfobia che il partito di Renzi vorrebbe sostituire a quello a prima firma Zan poiché privo di ogni riferimento all'identità di genere. Dopo le dichiarazioni sue e di Renzi, per una mediazione col centrodestra che eviti, in mancanza di un accordo in maggioranza, l'affossamento della legge, Scalfarotto è stato duramente criticato dagli esponenti dem e pentastellati, ma nessuno si era spinto fino al punto in cui è arrivata Rosamaria Sorge, iscritta, dirigente Pd di Civitavecchia ed ex candidata nella cittadina portuale in provincia di Roma, che su Facebook in un commento ha dato sfogo alle proprie pulsioni omofobe: «Con Scalfarotto voglio essere politicamente scorretta: “a frocione di m..."» per poi chiedere scusa, una volta resasi conto della bufera politica sollevata. Le personalità più in vista di Iv, a partire dall'ex ministro Teresa Bellanova e da Luciano Nobili, hanno subito denunciato la cosa, per poi essere seguiti negli attestati di solidarietà anche da esponenti del Pd come il deputato Emanuele Fiano.
Un segno di un imbarbarimento dei toni che, nella mattinata di ieri, ha indotto anche il leader leghista Matteo Salvini a esprimere la propria preoccupazione per la tenuta del governo: «Se Letta tira dritto vuole affossare le legge», ha detto Salvini, «e se ne prenderà la responsabilità, chi insiste senza voler ascoltare nessuno sul ddl Zan mette a rischio il governo». Per ora, il segretario del Pd tira dritta, alimentando il botta e risposta col segretario del Carroccio, affermando che «noi stiamo con l'Ue. Salvini e Meloni con Orbán. Come si può dar credito alle loro presunte proposte di mediazione sul ddl Zan?».
Ma al di là dei duelli dialettici, stanno giungendo le conferme che il Nazareno sul tema è tutt'altro che monolitico e che il voto segreto che certamente accompagnerà il ddl Zan in aula al Senato potrebbe ritorcersi contro Letta e i suoi. Il senatore del Pd Mino Taricco, infatti, è uscito allo scoperto dicendosi «convinto che l'attuale testo presenti delle criticità e la necessità di alcune correzioni nei punti più sensibili di cui molto si è parlato in queste settimane ed anche in questi ultimi giorni» e i bene informati sostengono che a condividere le perplessità di Taricco, all'ombra del Nazareno, siano in molti.
Così come è cosa nota che, anche all'interno del fronte dei diritti civili le visioni sul ddl Zan sono diverse: la Rete femminista contro il ddl Zan ha ribadito anche ieri, attraverso un comunicato, la propria netta avversione al testo, in particolare agli articoli che trattano di identità di genere, schierandosi per il testo Scalfatotto. Per le associazioni femministe, infatti, «l'introduzione dell'identità di genere, è un modello di civiltà in cui la sessuazione umana viene ridotta all'insignificanza, questione che riguarda tutte e tutti» e apre la strada alla «propaganda transattivista nelle scuole».
Una forte presa di posizione contro l'identità di genere è arrivata anche dalla garante per l'infanzia della Regione Umbria, Maria Rita Castellani, secondo la quale se passasse tale principio «si potrà scegliere l'orientamento sessuale verso cose, animali, e/o persone di ogni genere e, perché no, anche di ogni età, fino al punto che la poligamia come l'incesto non saranno più un tabù». Parole che hanno sollevato una coda di polemiche, una richiesta di rimozione da parte di alcune associazioni Lgbt e l'inevitabile scambio di accuse tra i diversi schieramenti politici, ideale antipasto di ciò che accadrà dalla prossima settimana.
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Interrogati in Parlamento gli autori dell'inquietante guida circolata tra le scuole laziali: incapaci di «capire il senso dell'audizione», rivendicano come «riferimento» la clinica di Londra che trasformava i bimbi in trans.I dubbi dei renziani sul ddl Zan ora dilaniano i dem. E i pasdaran se la prendono pure con Ivan Scalfarotto: «Frocione di m...». Matteo Salvini: «Così Letta mette a rischio il governo».Lo speciale contiene due articoli.Se prima era una congettura, ora è una certezza: i consulenti del Saifip autori delle linee guida gender delle scuole del Lazio - prima inviate a tutti gli istituti regionali, poi subito stoppate -, militano convintamente in campo arcobaleno. Se n'è avuta conferma ieri mattina nella seduta della commissione parlamentare per l'Infanzia presieduta dal leghista Simone Pillon, convocata per far luce su quelle linee guida che avevano suscitato clamore sia per l'impostazione - favorevole al «cambio di sesso» dei minori con disforia di genere -, sia per le prese di distanza da parte della Regione e dell'Azienda ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma, di cui pure, sul documento, figuravano i loghi.Insieme a Filippo Maria Boscia, presidente dell'Associazione medici cattolici italiani, e a Francesco Borgonovo, vicedirettore di questo giornale, sono infatti stati ascoltati Luca Chianura, responsabile di psicologia clinica presso il Saifip (acronimo di Servizio di adeguamento tra identità fisica ed identità psichica) e Maddalena Mosconi, psicologa-psicoterapeuta, responsabile dell'area minori sempre del Saifip, ed entrambi hanno rivendicato le loro posizioni. Ma andiamo con ordine. La seduta è iniziata con Chianura che, presentando il suo lavoro, ha tenuto a mostrarne l'esperienza consolidata maturata anche collaborando con le famiglie («25 anni di attività»), mentre Mosconi, mettendo le mani avanti, ha ammesso che son sì in aumento i casi di «cambio di sesso» tra i giovani, ma ciò accade perché «è un tema di cui si parla di più, e oggi questi ragazzi non hanno più paura di esporsi, adesso si sentono più protetti».La piega delle audizioni è però cambiata quando, incalzati dalle domande di Pillon e di altri parlamentari, oltre che dai rilievi di Borgonovo, a Chianura e Mosconi son stati sottoposti dei punti critici. In primis la loro posizione politica, che è a dir poco schierata, come provano i rispettivi profili Facebook: su quello di Chianura si trovano svariati post di appoggio a Marilena Grassadonia di Sinistra italiana - che alla manifestazione milanese dei Sentinelli, a maggio, ha spiegato che «il ddl Zan è solo l'inizio» per approdare all'utero in affitto e a chissà quali altre mete -, mentre su quello di Moscon, nell'ottobre 2019, si vede addirittura un post con la foto di Matteo Salvini e Giorgia Meloni accompagnata da un commento lapidario e non proprio soft: «Mi fate schifo». Inutile dire che i profili social di entrambi pullulano di arcobaleni, inni al ddl Zan e asteristichi, il marchio del lessico Lgbt per lasciare «neutre» le parole.«Mi trovo un po' a disagio, non capisco qual è il senso di questa audizione», è stata la replica di Chianura, che ha rivendicato una netta distinzione fra i suoi convincimenti politici e le sue posizioni scientifiche. Sta di fatto che neppure quando, in commissione, la discussione è virata su contenuti più dettagliati e legati all'attività dello stesso Saifip i chiarimenti sono arrivati. Per esempio, resta vago il rapporto, avviato dal 2005, tra il Saifip e il Tavistock, l'ospedale britannico che, col suo Gids (acronimo di Gender identity development service), ha seguito innumerevoli «cambi di sesso» di minori, prima di finire al centro di un caso mediatico e giudiziario esploso con le denunce di ex medici e soprattutto ex pazienti, che hanno dichiarato d'essere stati prematuramente avviati all'iter di riassegnazione sessuale.Sì, perché Chianura da una parte ha preso le distanze dalla struttura britannica («noi abbiamo un protocollo diverso»), ma dall'altra al Tavistock ha riservato parole d'encomio: «È ancora oggi il punto di riferimento per tutti i servizi dell'età evolutiva del mondo». Ma se è «un punto di riferimento» nonostante gli scandali, perché rivendicare «un protocollo diverso»? Non si è capito. Allo stesso modo, a nulla son valsi i tentativi di avere notizie precise dagli esperti del Saifip circa la loro collaborazione con lo psichiatra Domenico Di Ceglie, che del Gids è stato direttore e che risulta vicino al gruppo autore delle linee guida laziali.«Di Ceglie è uno dei massimi esperti della sua disciplina», si è limitata a evidenziare Mosconi, che ha cercato di gettare acqua sul fuoco. Per esempio, sulla vicenda di Keira Bell, la giovane che vive col rimpianto d'aver scelto di passare al genere maschile da adolescente e che per questo ha trascinato in tribunale i suoi medici, l'esponente del Saifip ha ribattuto: «È solo un caso». Che sia stato un caso che ha portato l'Alta corte britannica a una sentenza storica, che stabilisce che gli under 16 ora non possano più dare un pieno consenso informato per i bloccanti della pubertà e che i medici debbano avere l'approvazione di un giudice prima d'intervenire, per la Mosconi è evidentemente poca cosa.A scanso d'equivoci, le loro posizioni tutt'altro che super partes i due auditi del Saipif le hanno messe nero su bianco pure nel testo inviato alla commissione parlamentare, dove si legge che l'identità di genere non sarebbe binaria ma «può essere immaginata come uno spettro». «Una posizione non condivisa dalla comunità scientifica», ha puntualizzato Pillon. «Nel 2017 National Geographic è uscito con una copertina storica dal titolo “Gender revolution"», ha subito replicato la Mosconi. Peccato che National Geographic non sia una rivista scientifica, ma non importa. Ciò che conta è che questi sono gli esperti che, se passa il ddl Zan, entreranno nelle scuole «di ogni ordine e grado». I senatori diano prova di saggezza: ci pensino bene.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/decalogo-gender-imbevuti-propaganda-arcobaleno-2653704918.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tra-iv-e-pd-finisce-a-insulti-omofobi" data-post-id="2653704918" data-published-at="1625729926" data-use-pagination="False"> Tra Iv e Pd finisce a insulti (omofobi) Nel day after del duro confronto in aula al Senato sul ddl Zan, è apparso evidente che la tossine del muro contro muro non mancheranno di far sentire i propri effetti sulla coesione della maggioranza. A dirla tutta, la guerra di trincea innescata dal rifiuto totale di ogni mediazione opposto dal blocco Pd-Leu-M5s e le conseguenti accuse di «intelligenza col nemico» rivolte dai giallorossi a Matteo Renzi, stanno avvelenando il dibattito anche in seno al centrosinistra, col duplice effetto di minare le fondamenta del sostegno a Mario Draghi e di dare la stura a una resa dei conti interna al Pd, dove l'ala riformista comincia a venire allo scoperto sulle perplessità rispetto al testo Zan. A rendere l'idea di ciò che potrà essere il clima che accompagnerà l'approdo del ddl Zan in aula a partire dal 13 luglio, come voluto a tutti i costi dal centrosinistra col voto di ieri l'altro a Palazzo Madama, c'è l'episodio che ha coinvolto l'esponente di Iv e sottosegretario Ivan Scalfarotto, titolare di un ddl anti-omotransfobia che il partito di Renzi vorrebbe sostituire a quello a prima firma Zan poiché privo di ogni riferimento all'identità di genere. Dopo le dichiarazioni sue e di Renzi, per una mediazione col centrodestra che eviti, in mancanza di un accordo in maggioranza, l'affossamento della legge, Scalfarotto è stato duramente criticato dagli esponenti dem e pentastellati, ma nessuno si era spinto fino al punto in cui è arrivata Rosamaria Sorge, iscritta, dirigente Pd di Civitavecchia ed ex candidata nella cittadina portuale in provincia di Roma, che su Facebook in un commento ha dato sfogo alle proprie pulsioni omofobe: «Con Scalfarotto voglio essere politicamente scorretta: “a frocione di m..."» per poi chiedere scusa, una volta resasi conto della bufera politica sollevata. Le personalità più in vista di Iv, a partire dall'ex ministro Teresa Bellanova e da Luciano Nobili, hanno subito denunciato la cosa, per poi essere seguiti negli attestati di solidarietà anche da esponenti del Pd come il deputato Emanuele Fiano. Un segno di un imbarbarimento dei toni che, nella mattinata di ieri, ha indotto anche il leader leghista Matteo Salvini a esprimere la propria preoccupazione per la tenuta del governo: «Se Letta tira dritto vuole affossare le legge», ha detto Salvini, «e se ne prenderà la responsabilità, chi insiste senza voler ascoltare nessuno sul ddl Zan mette a rischio il governo». Per ora, il segretario del Pd tira dritta, alimentando il botta e risposta col segretario del Carroccio, affermando che «noi stiamo con l'Ue. Salvini e Meloni con Orbán. Come si può dar credito alle loro presunte proposte di mediazione sul ddl Zan?». Ma al di là dei duelli dialettici, stanno giungendo le conferme che il Nazareno sul tema è tutt'altro che monolitico e che il voto segreto che certamente accompagnerà il ddl Zan in aula al Senato potrebbe ritorcersi contro Letta e i suoi. Il senatore del Pd Mino Taricco, infatti, è uscito allo scoperto dicendosi «convinto che l'attuale testo presenti delle criticità e la necessità di alcune correzioni nei punti più sensibili di cui molto si è parlato in queste settimane ed anche in questi ultimi giorni» e i bene informati sostengono che a condividere le perplessità di Taricco, all'ombra del Nazareno, siano in molti. Così come è cosa nota che, anche all'interno del fronte dei diritti civili le visioni sul ddl Zan sono diverse: la Rete femminista contro il ddl Zan ha ribadito anche ieri, attraverso un comunicato, la propria netta avversione al testo, in particolare agli articoli che trattano di identità di genere, schierandosi per il testo Scalfatotto. Per le associazioni femministe, infatti, «l'introduzione dell'identità di genere, è un modello di civiltà in cui la sessuazione umana viene ridotta all'insignificanza, questione che riguarda tutte e tutti» e apre la strada alla «propaganda transattivista nelle scuole». Una forte presa di posizione contro l'identità di genere è arrivata anche dalla garante per l'infanzia della Regione Umbria, Maria Rita Castellani, secondo la quale se passasse tale principio «si potrà scegliere l'orientamento sessuale verso cose, animali, e/o persone di ogni genere e, perché no, anche di ogni età, fino al punto che la poligamia come l'incesto non saranno più un tabù». Parole che hanno sollevato una coda di polemiche, una richiesta di rimozione da parte di alcune associazioni Lgbt e l'inevitabile scambio di accuse tra i diversi schieramenti politici, ideale antipasto di ciò che accadrà dalla prossima settimana.
(Ansa)
Ferrovie nel mirino degli antagonisti. Un fronte di rabbia contro lo Stato con gli anarchici che, dopo aver rivendicato i sabotaggi alle linee dei treni degli scorsi giorni, ora minacciano di farne altri.
I numeri rivelati dal ministero dell’Interno sono preoccupanti. Solo nel 2025 i sabotaggi alle linee ferroviarie sono stati 49. Contro i 9 del 2024 e nessun caso registratosi invece nel 2023. Un’escalation che dà la misura di una strategia. Di un disegno preciso. Quello di colpire lo Stato e i cittadini, prendendo di mira i treni. Addirittura invocando la costituzione delle «Brigate ferroviarie» e inneggiando al 1977, quando l’estremismo di sinistra abbandonò le forme tradizionali di lotta per passare alla violenza diretta contro l’ordine pubblico.
È questo il quadro che emerge sul numero di attentati alla sicurezza dei trasporti come previsto dall’art. 432 del codice penale. Una ricerca fatta ad hoc dopo i sabotaggi di sabato scorso quando sulla linea Pesaro-Bologna sono stati piazzati ordigni incendiari che hanno mandato in tilt i treni causando pesanti ritardi e cancellazioni con conseguenti disagi per migliaia di viaggiatori e lavoratori. Il tutto «orgogliosamente» rivendicato dagli anarchici per esprimere la propria rabbia sociale che questa volta prende di mira le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, simbolo a loro dire, dell’asservimento degli Stati alle logiche del capitalismo e delle grandi industrie.
«Quest’azione mira a rendere visibili le contraddizioni che si porta con sé lo “spettacolo” delle Olimpiadi», nel caso specifico quelle invernali, come si legge sul blog anarchico La nemesi, che ha rivendicato la firma dell’incendio alla cabina per la movimentazione all’altezza di Pesaro. Nel mirino vi sarebbero grandi aziende come Leonardo, Eni, Gruppo Fs, partner ufficiali dei Giochi, «colpevoli» di collaborare e speculare «su guerre e devastazione della terra, in nome del feroce progresso capitalista».
Poco importa se colpendo i treni si colpiscono migliaia di lavoratori, le presunte vittime del capitalismo che gli anarchici dichiarano di voler combattere. Rigorosamente a danno dei contribuenti. «Libertà per tutt* * ribelli in gabbia», ribadiscono sui blog con tanto di asterischi woke che ben poco sanno di proletariato.
Non si è fatta attendere la reazione del ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, che al Tg1 ha accusato la sinistra di «sottostimare questi danni gravissimi»: «I dati del Viminale sui sabotaggi alle linee ferroviarie sono inquietanti e confermano le preoccupazioni già manifestate nei mesi scorsi. I 49 casi del 2025 rispetto ai 9 dell’anno precedente sono un attacco all’Italia che non resterà impunito», così il vicepremier, che ha promesso che lo Stato non starà fermo a subire ma agirà chiedendo il conto. «Oltre al carcere chiederemo risarcimenti milionari, a tutela dei passeggeri danneggiati», ha dichiarato il leader della Lega.
Dichiarazioni cui fanno eco quelle di Paolo Borchia, capodelegazione della Lega al Parlamento Ue e dell’eurodeputata della Lega, Anna Maria Cisint. Entrambi membri della commissione Trasporti all’Eurocamera in nota congiunta chiedono si proceda per reati di terrorismo, oltre che per interruzione di servizio pubblico. «Il nostro Paese, attraverso l’utilizzo di fondi del Pnrr, negli ultimi anni ha messo in cantiere e realizzato numerose opere per il completamento e l’ammodernamento della rete infrastrutturale dei Trasporti. Con il pretesto delle Olimpiadi, questi signori attaccano le ferrovie per il piacere di creare caos e insicurezza. Ormai non ci sono più dubbi, l’Italia è sotto attacco da parte di collettivi di anarchici, coordinati e organizzati». Una risposta ferma sembra quanto mai necessaria a fronte di uno scontro sociale che pare del tutto intenzionato ad alzare il livello.
Proprio nella notte di ieri si è registrato un altro sabotaggio. Questa volta sulla linea ferroviaria Lecco-Tirano che porta in Valtellina e permette di proseguire con collegamenti su gomma verso Bormio e Livigno, le sedi di gara delle Olimpiadi di Milano-Cortina. Sette cavi di una centralina di scambio sono andati a fuoco mentre 64 centimetri sono stati danneggiati. Dai primi accertamenti effettuati dagli agenti della polizia ferroviaria e della questura di Lecco, si tratterebbe di un episodio doloso, anche se non ci sono stati feriti e conseguenze per il traffico ferroviario.
Fascicoli aperti per associazione con finalità di terrorismo, oltre che per attentato alla sicurezza dei trasporti, sono oggi anche sui tavoli delle Procure di Ancona e Bologna. Mentre, dopo gli episodi di sabato, proseguono le indagini sull’ordigno trovato inesploso a Castel Maggiore, sulla direttrice ferroviaria che da Bologna conduce fino a Venezia. Una bottiglia di plastica riempita di liquido infiammabile e collegata a un timer. Al vaglio possibili tracce biologiche sulle impronte papillari e sui materiali utilizzati. Anche tramite il confronto con altri episodi precedenti sebbene al momento sarebbero da escludersi similarità con altri casi rilevati avvenuti nel Bolognese negli anni recenti. La speranza è di poter rintracciare elementi utili per poter risalire agli autori. E consegnarli alla giustizia. Si spera.
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