- Interrogati in Parlamento gli autori dell’inquietante guida circolata tra le scuole laziali: incapaci di «capire il senso dell’audizione», rivendicano come «riferimento» la clinica di Londra che trasformava i bimbi in trans.
- I dubbi dei renziani sul ddl Zan ora dilaniano i dem. E i pasdaran se la prendono pure con Ivan Scalfarotto: «Frocione di m…». Matteo Salvini: «Così Letta mette a rischio il governo».
Lo speciale contiene due articoli.
Se prima era una congettura, ora è una certezza: i consulenti del Saifip autori delle linee guida gender delle scuole del Lazio – prima inviate a tutti gli istituti regionali, poi subito stoppate -, militano convintamente in campo arcobaleno. Se n’è avuta conferma ieri mattina nella seduta della commissione parlamentare per l’Infanzia presieduta dal leghista Simone Pillon, convocata per far luce su quelle linee guida che avevano suscitato clamore sia per l’impostazione – favorevole al «cambio di sesso» dei minori con disforia di genere -, sia per le prese di distanza da parte della Regione e dell’Azienda ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma, di cui pure, sul documento, figuravano i loghi.
Insieme a Filippo Maria Boscia, presidente dell’Associazione medici cattolici italiani, e a Francesco Borgonovo, vicedirettore di questo giornale, sono infatti stati ascoltati Luca Chianura, responsabile di psicologia clinica presso il Saifip (acronimo di Servizio di adeguamento tra identità fisica ed identità psichica) e Maddalena Mosconi, psicologa-psicoterapeuta, responsabile dell’area minori sempre del Saifip, ed entrambi hanno rivendicato le loro posizioni.
Ma andiamo con ordine. La seduta è iniziata con Chianura che, presentando il suo lavoro, ha tenuto a mostrarne l’esperienza consolidata maturata anche collaborando con le famiglie («25 anni di attività»), mentre Mosconi, mettendo le mani avanti, ha ammesso che son sì in aumento i casi di «cambio di sesso» tra i giovani, ma ciò accade perché «è un tema di cui si parla di più, e oggi questi ragazzi non hanno più paura di esporsi, adesso si sentono più protetti».
La piega delle audizioni è però cambiata quando, incalzati dalle domande di Pillon e di altri parlamentari, oltre che dai rilievi di Borgonovo, a Chianura e Mosconi son stati sottoposti dei punti critici. In primis la loro posizione politica, che è a dir poco schierata, come provano i rispettivi profili Facebook: su quello di Chianura si trovano svariati post di appoggio a Marilena Grassadonia di Sinistra italiana – che alla manifestazione milanese dei Sentinelli, a maggio, ha spiegato che «il ddl Zan è solo l’inizio» per approdare all’utero in affitto e a chissà quali altre mete -, mentre su quello di Moscon, nell’ottobre 2019, si vede addirittura un post con la foto di Matteo Salvini e Giorgia Meloni accompagnata da un commento lapidario e non proprio soft: «Mi fate schifo». Inutile dire che i profili social di entrambi pullulano di arcobaleni, inni al ddl Zan e asteristichi, il marchio del lessico Lgbt per lasciare «neutre» le parole.
«Mi trovo un po’ a disagio, non capisco qual è il senso di questa audizione», è stata la replica di Chianura, che ha rivendicato una netta distinzione fra i suoi convincimenti politici e le sue posizioni scientifiche. Sta di fatto che neppure quando, in commissione, la discussione è virata su contenuti più dettagliati e legati all’attività dello stesso Saifip i chiarimenti sono arrivati. Per esempio, resta vago il rapporto, avviato dal 2005, tra il Saifip e il Tavistock, l’ospedale britannico che, col suo Gids (acronimo di Gender identity development service), ha seguito innumerevoli «cambi di sesso» di minori, prima di finire al centro di un caso mediatico e giudiziario esploso con le denunce di ex medici e soprattutto ex pazienti, che hanno dichiarato d’essere stati prematuramente avviati all’iter di riassegnazione sessuale.
Sì, perché Chianura da una parte ha preso le distanze dalla struttura britannica («noi abbiamo un protocollo diverso»), ma dall’altra al Tavistock ha riservato parole d’encomio: «È ancora oggi il punto di riferimento per tutti i servizi dell’età evolutiva del mondo». Ma se è «un punto di riferimento» nonostante gli scandali, perché rivendicare «un protocollo diverso»? Non si è capito. Allo stesso modo, a nulla son valsi i tentativi di avere notizie precise dagli esperti del Saifip circa la loro collaborazione con lo psichiatra Domenico Di Ceglie, che del Gids è stato direttore e che risulta vicino al gruppo autore delle linee guida laziali.
«Di Ceglie è uno dei massimi esperti della sua disciplina», si è limitata a evidenziare Mosconi, che ha cercato di gettare acqua sul fuoco. Per esempio, sulla vicenda di Keira Bell, la giovane che vive col rimpianto d’aver scelto di passare al genere maschile da adolescente e che per questo ha trascinato in tribunale i suoi medici, l’esponente del Saifip ha ribattuto: «È solo un caso». Che sia stato un caso che ha portato l’Alta corte britannica a una sentenza storica, che stabilisce che gli under 16 ora non possano più dare un pieno consenso informato per i bloccanti della pubertà e che i medici debbano avere l’approvazione di un giudice prima d’intervenire, per la Mosconi è evidentemente poca cosa.
A scanso d’equivoci, le loro posizioni tutt’altro che super partes i due auditi del Saipif le hanno messe nero su bianco pure nel testo inviato alla commissione parlamentare, dove si legge che l’identità di genere non sarebbe binaria ma «può essere immaginata come uno spettro». «Una posizione non condivisa dalla comunità scientifica», ha puntualizzato Pillon. «Nel 2017 National Geographic è uscito con una copertina storica dal titolo “Gender revolution”», ha subito replicato la Mosconi. Peccato che National Geographic non sia una rivista scientifica, ma non importa. Ciò che conta è che questi sono gli esperti che, se passa il ddl Zan, entreranno nelle scuole «di ogni ordine e grado». I senatori diano prova di saggezza: ci pensino bene.
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