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2021-07-08
Gli «esperti» del decalogo gender imbevuti di propaganda arcobaleno
Ansa
Se prima era una congettura, ora è una certezza: i consulenti del Saifip autori delle linee guida gender delle scuole del Lazio - prima inviate a tutti gli istituti regionali, poi subito stoppate -, militano convintamente in campo arcobaleno. Se n'è avuta conferma ieri mattina nella seduta della commissione parlamentare per l'Infanzia presieduta dal leghista Simone Pillon, convocata per far luce su quelle linee guida che avevano suscitato clamore sia per l'impostazione - favorevole al «cambio di sesso» dei minori con disforia di genere -, sia per le prese di distanza da parte della Regione e dell'Azienda ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma, di cui pure, sul documento, figuravano i loghi.
Insieme a Filippo Maria Boscia, presidente dell'Associazione medici cattolici italiani, e a Francesco Borgonovo, vicedirettore di questo giornale, sono infatti stati ascoltati Luca Chianura, responsabile di psicologia clinica presso il Saifip (acronimo di Servizio di adeguamento tra identità fisica ed identità psichica) e Maddalena Mosconi, psicologa-psicoterapeuta, responsabile dell'area minori sempre del Saifip, ed entrambi hanno rivendicato le loro posizioni.
Ma andiamo con ordine. La seduta è iniziata con Chianura che, presentando il suo lavoro, ha tenuto a mostrarne l'esperienza consolidata maturata anche collaborando con le famiglie («25 anni di attività»), mentre Mosconi, mettendo le mani avanti, ha ammesso che son sì in aumento i casi di «cambio di sesso» tra i giovani, ma ciò accade perché «è un tema di cui si parla di più, e oggi questi ragazzi non hanno più paura di esporsi, adesso si sentono più protetti».
La piega delle audizioni è però cambiata quando, incalzati dalle domande di Pillon e di altri parlamentari, oltre che dai rilievi di Borgonovo, a Chianura e Mosconi son stati sottoposti dei punti critici. In primis la loro posizione politica, che è a dir poco schierata, come provano i rispettivi profili Facebook: su quello di Chianura si trovano svariati post di appoggio a Marilena Grassadonia di Sinistra italiana - che alla manifestazione milanese dei Sentinelli, a maggio, ha spiegato che «il ddl Zan è solo l'inizio» per approdare all'utero in affitto e a chissà quali altre mete -, mentre su quello di Moscon, nell'ottobre 2019, si vede addirittura un post con la foto di Matteo Salvini e Giorgia Meloni accompagnata da un commento lapidario e non proprio soft: «Mi fate schifo». Inutile dire che i profili social di entrambi pullulano di arcobaleni, inni al ddl Zan e asteristichi, il marchio del lessico Lgbt per lasciare «neutre» le parole.
«Mi trovo un po' a disagio, non capisco qual è il senso di questa audizione», è stata la replica di Chianura, che ha rivendicato una netta distinzione fra i suoi convincimenti politici e le sue posizioni scientifiche. Sta di fatto che neppure quando, in commissione, la discussione è virata su contenuti più dettagliati e legati all'attività dello stesso Saifip i chiarimenti sono arrivati. Per esempio, resta vago il rapporto, avviato dal 2005, tra il Saifip e il Tavistock, l'ospedale britannico che, col suo Gids (acronimo di Gender identity development service), ha seguito innumerevoli «cambi di sesso» di minori, prima di finire al centro di un caso mediatico e giudiziario esploso con le denunce di ex medici e soprattutto ex pazienti, che hanno dichiarato d'essere stati prematuramente avviati all'iter di riassegnazione sessuale.
Sì, perché Chianura da una parte ha preso le distanze dalla struttura britannica («noi abbiamo un protocollo diverso»), ma dall'altra al Tavistock ha riservato parole d'encomio: «È ancora oggi il punto di riferimento per tutti i servizi dell'età evolutiva del mondo». Ma se è «un punto di riferimento» nonostante gli scandali, perché rivendicare «un protocollo diverso»? Non si è capito. Allo stesso modo, a nulla son valsi i tentativi di avere notizie precise dagli esperti del Saifip circa la loro collaborazione con lo psichiatra Domenico Di Ceglie, che del Gids è stato direttore e che risulta vicino al gruppo autore delle linee guida laziali.
«Di Ceglie è uno dei massimi esperti della sua disciplina», si è limitata a evidenziare Mosconi, che ha cercato di gettare acqua sul fuoco. Per esempio, sulla vicenda di Keira Bell, la giovane che vive col rimpianto d'aver scelto di passare al genere maschile da adolescente e che per questo ha trascinato in tribunale i suoi medici, l'esponente del Saifip ha ribattuto: «È solo un caso». Che sia stato un caso che ha portato l'Alta corte britannica a una sentenza storica, che stabilisce che gli under 16 ora non possano più dare un pieno consenso informato per i bloccanti della pubertà e che i medici debbano avere l'approvazione di un giudice prima d'intervenire, per la Mosconi è evidentemente poca cosa.
A scanso d'equivoci, le loro posizioni tutt'altro che super partes i due auditi del Saipif le hanno messe nero su bianco pure nel testo inviato alla commissione parlamentare, dove si legge che l'identità di genere non sarebbe binaria ma «può essere immaginata come uno spettro». «Una posizione non condivisa dalla comunità scientifica», ha puntualizzato Pillon. «Nel 2017 National Geographic è uscito con una copertina storica dal titolo “Gender revolution"», ha subito replicato la Mosconi. Peccato che National Geographic non sia una rivista scientifica, ma non importa. Ciò che conta è che questi sono gli esperti che, se passa il ddl Zan, entreranno nelle scuole «di ogni ordine e grado». I senatori diano prova di saggezza: ci pensino bene.
Tra Iv e Pd finisce a insulti (omofobi)
Nel day after del duro confronto in aula al Senato sul ddl Zan, è apparso evidente che la tossine del muro contro muro non mancheranno di far sentire i propri effetti sulla coesione della maggioranza. A dirla tutta, la guerra di trincea innescata dal rifiuto totale di ogni mediazione opposto dal blocco Pd-Leu-M5s e le conseguenti accuse di «intelligenza col nemico» rivolte dai giallorossi a Matteo Renzi, stanno avvelenando il dibattito anche in seno al centrosinistra, col duplice effetto di minare le fondamenta del sostegno a Mario Draghi e di dare la stura a una resa dei conti interna al Pd, dove l'ala riformista comincia a venire allo scoperto sulle perplessità rispetto al testo Zan.
A rendere l'idea di ciò che potrà essere il clima che accompagnerà l'approdo del ddl Zan in aula a partire dal 13 luglio, come voluto a tutti i costi dal centrosinistra col voto di ieri l'altro a Palazzo Madama, c'è l'episodio che ha coinvolto l'esponente di Iv e sottosegretario Ivan Scalfarotto, titolare di un ddl anti-omotransfobia che il partito di Renzi vorrebbe sostituire a quello a prima firma Zan poiché privo di ogni riferimento all'identità di genere. Dopo le dichiarazioni sue e di Renzi, per una mediazione col centrodestra che eviti, in mancanza di un accordo in maggioranza, l'affossamento della legge, Scalfarotto è stato duramente criticato dagli esponenti dem e pentastellati, ma nessuno si era spinto fino al punto in cui è arrivata Rosamaria Sorge, iscritta, dirigente Pd di Civitavecchia ed ex candidata nella cittadina portuale in provincia di Roma, che su Facebook in un commento ha dato sfogo alle proprie pulsioni omofobe: «Con Scalfarotto voglio essere politicamente scorretta: “a frocione di m..."» per poi chiedere scusa, una volta resasi conto della bufera politica sollevata. Le personalità più in vista di Iv, a partire dall'ex ministro Teresa Bellanova e da Luciano Nobili, hanno subito denunciato la cosa, per poi essere seguiti negli attestati di solidarietà anche da esponenti del Pd come il deputato Emanuele Fiano.
Un segno di un imbarbarimento dei toni che, nella mattinata di ieri, ha indotto anche il leader leghista Matteo Salvini a esprimere la propria preoccupazione per la tenuta del governo: «Se Letta tira dritto vuole affossare le legge», ha detto Salvini, «e se ne prenderà la responsabilità, chi insiste senza voler ascoltare nessuno sul ddl Zan mette a rischio il governo». Per ora, il segretario del Pd tira dritta, alimentando il botta e risposta col segretario del Carroccio, affermando che «noi stiamo con l'Ue. Salvini e Meloni con Orbán. Come si può dar credito alle loro presunte proposte di mediazione sul ddl Zan?».
Ma al di là dei duelli dialettici, stanno giungendo le conferme che il Nazareno sul tema è tutt'altro che monolitico e che il voto segreto che certamente accompagnerà il ddl Zan in aula al Senato potrebbe ritorcersi contro Letta e i suoi. Il senatore del Pd Mino Taricco, infatti, è uscito allo scoperto dicendosi «convinto che l'attuale testo presenti delle criticità e la necessità di alcune correzioni nei punti più sensibili di cui molto si è parlato in queste settimane ed anche in questi ultimi giorni» e i bene informati sostengono che a condividere le perplessità di Taricco, all'ombra del Nazareno, siano in molti.
Così come è cosa nota che, anche all'interno del fronte dei diritti civili le visioni sul ddl Zan sono diverse: la Rete femminista contro il ddl Zan ha ribadito anche ieri, attraverso un comunicato, la propria netta avversione al testo, in particolare agli articoli che trattano di identità di genere, schierandosi per il testo Scalfatotto. Per le associazioni femministe, infatti, «l'introduzione dell'identità di genere, è un modello di civiltà in cui la sessuazione umana viene ridotta all'insignificanza, questione che riguarda tutte e tutti» e apre la strada alla «propaganda transattivista nelle scuole».
Una forte presa di posizione contro l'identità di genere è arrivata anche dalla garante per l'infanzia della Regione Umbria, Maria Rita Castellani, secondo la quale se passasse tale principio «si potrà scegliere l'orientamento sessuale verso cose, animali, e/o persone di ogni genere e, perché no, anche di ogni età, fino al punto che la poligamia come l'incesto non saranno più un tabù». Parole che hanno sollevato una coda di polemiche, una richiesta di rimozione da parte di alcune associazioni Lgbt e l'inevitabile scambio di accuse tra i diversi schieramenti politici, ideale antipasto di ciò che accadrà dalla prossima settimana.
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Interrogati in Parlamento gli autori dell'inquietante guida circolata tra le scuole laziali: incapaci di «capire il senso dell'audizione», rivendicano come «riferimento» la clinica di Londra che trasformava i bimbi in trans.I dubbi dei renziani sul ddl Zan ora dilaniano i dem. E i pasdaran se la prendono pure con Ivan Scalfarotto: «Frocione di m...». Matteo Salvini: «Così Letta mette a rischio il governo».Lo speciale contiene due articoli.Se prima era una congettura, ora è una certezza: i consulenti del Saifip autori delle linee guida gender delle scuole del Lazio - prima inviate a tutti gli istituti regionali, poi subito stoppate -, militano convintamente in campo arcobaleno. Se n'è avuta conferma ieri mattina nella seduta della commissione parlamentare per l'Infanzia presieduta dal leghista Simone Pillon, convocata per far luce su quelle linee guida che avevano suscitato clamore sia per l'impostazione - favorevole al «cambio di sesso» dei minori con disforia di genere -, sia per le prese di distanza da parte della Regione e dell'Azienda ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma, di cui pure, sul documento, figuravano i loghi.Insieme a Filippo Maria Boscia, presidente dell'Associazione medici cattolici italiani, e a Francesco Borgonovo, vicedirettore di questo giornale, sono infatti stati ascoltati Luca Chianura, responsabile di psicologia clinica presso il Saifip (acronimo di Servizio di adeguamento tra identità fisica ed identità psichica) e Maddalena Mosconi, psicologa-psicoterapeuta, responsabile dell'area minori sempre del Saifip, ed entrambi hanno rivendicato le loro posizioni. Ma andiamo con ordine. La seduta è iniziata con Chianura che, presentando il suo lavoro, ha tenuto a mostrarne l'esperienza consolidata maturata anche collaborando con le famiglie («25 anni di attività»), mentre Mosconi, mettendo le mani avanti, ha ammesso che son sì in aumento i casi di «cambio di sesso» tra i giovani, ma ciò accade perché «è un tema di cui si parla di più, e oggi questi ragazzi non hanno più paura di esporsi, adesso si sentono più protetti».La piega delle audizioni è però cambiata quando, incalzati dalle domande di Pillon e di altri parlamentari, oltre che dai rilievi di Borgonovo, a Chianura e Mosconi son stati sottoposti dei punti critici. In primis la loro posizione politica, che è a dir poco schierata, come provano i rispettivi profili Facebook: su quello di Chianura si trovano svariati post di appoggio a Marilena Grassadonia di Sinistra italiana - che alla manifestazione milanese dei Sentinelli, a maggio, ha spiegato che «il ddl Zan è solo l'inizio» per approdare all'utero in affitto e a chissà quali altre mete -, mentre su quello di Moscon, nell'ottobre 2019, si vede addirittura un post con la foto di Matteo Salvini e Giorgia Meloni accompagnata da un commento lapidario e non proprio soft: «Mi fate schifo». Inutile dire che i profili social di entrambi pullulano di arcobaleni, inni al ddl Zan e asteristichi, il marchio del lessico Lgbt per lasciare «neutre» le parole.«Mi trovo un po' a disagio, non capisco qual è il senso di questa audizione», è stata la replica di Chianura, che ha rivendicato una netta distinzione fra i suoi convincimenti politici e le sue posizioni scientifiche. Sta di fatto che neppure quando, in commissione, la discussione è virata su contenuti più dettagliati e legati all'attività dello stesso Saifip i chiarimenti sono arrivati. Per esempio, resta vago il rapporto, avviato dal 2005, tra il Saifip e il Tavistock, l'ospedale britannico che, col suo Gids (acronimo di Gender identity development service), ha seguito innumerevoli «cambi di sesso» di minori, prima di finire al centro di un caso mediatico e giudiziario esploso con le denunce di ex medici e soprattutto ex pazienti, che hanno dichiarato d'essere stati prematuramente avviati all'iter di riassegnazione sessuale.Sì, perché Chianura da una parte ha preso le distanze dalla struttura britannica («noi abbiamo un protocollo diverso»), ma dall'altra al Tavistock ha riservato parole d'encomio: «È ancora oggi il punto di riferimento per tutti i servizi dell'età evolutiva del mondo». Ma se è «un punto di riferimento» nonostante gli scandali, perché rivendicare «un protocollo diverso»? Non si è capito. Allo stesso modo, a nulla son valsi i tentativi di avere notizie precise dagli esperti del Saifip circa la loro collaborazione con lo psichiatra Domenico Di Ceglie, che del Gids è stato direttore e che risulta vicino al gruppo autore delle linee guida laziali.«Di Ceglie è uno dei massimi esperti della sua disciplina», si è limitata a evidenziare Mosconi, che ha cercato di gettare acqua sul fuoco. Per esempio, sulla vicenda di Keira Bell, la giovane che vive col rimpianto d'aver scelto di passare al genere maschile da adolescente e che per questo ha trascinato in tribunale i suoi medici, l'esponente del Saifip ha ribattuto: «È solo un caso». Che sia stato un caso che ha portato l'Alta corte britannica a una sentenza storica, che stabilisce che gli under 16 ora non possano più dare un pieno consenso informato per i bloccanti della pubertà e che i medici debbano avere l'approvazione di un giudice prima d'intervenire, per la Mosconi è evidentemente poca cosa.A scanso d'equivoci, le loro posizioni tutt'altro che super partes i due auditi del Saipif le hanno messe nero su bianco pure nel testo inviato alla commissione parlamentare, dove si legge che l'identità di genere non sarebbe binaria ma «può essere immaginata come uno spettro». «Una posizione non condivisa dalla comunità scientifica», ha puntualizzato Pillon. «Nel 2017 National Geographic è uscito con una copertina storica dal titolo “Gender revolution"», ha subito replicato la Mosconi. Peccato che National Geographic non sia una rivista scientifica, ma non importa. Ciò che conta è che questi sono gli esperti che, se passa il ddl Zan, entreranno nelle scuole «di ogni ordine e grado». I senatori diano prova di saggezza: ci pensino bene.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/decalogo-gender-imbevuti-propaganda-arcobaleno-2653704918.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tra-iv-e-pd-finisce-a-insulti-omofobi" data-post-id="2653704918" data-published-at="1625729926" data-use-pagination="False"> Tra Iv e Pd finisce a insulti (omofobi) Nel day after del duro confronto in aula al Senato sul ddl Zan, è apparso evidente che la tossine del muro contro muro non mancheranno di far sentire i propri effetti sulla coesione della maggioranza. A dirla tutta, la guerra di trincea innescata dal rifiuto totale di ogni mediazione opposto dal blocco Pd-Leu-M5s e le conseguenti accuse di «intelligenza col nemico» rivolte dai giallorossi a Matteo Renzi, stanno avvelenando il dibattito anche in seno al centrosinistra, col duplice effetto di minare le fondamenta del sostegno a Mario Draghi e di dare la stura a una resa dei conti interna al Pd, dove l'ala riformista comincia a venire allo scoperto sulle perplessità rispetto al testo Zan. A rendere l'idea di ciò che potrà essere il clima che accompagnerà l'approdo del ddl Zan in aula a partire dal 13 luglio, come voluto a tutti i costi dal centrosinistra col voto di ieri l'altro a Palazzo Madama, c'è l'episodio che ha coinvolto l'esponente di Iv e sottosegretario Ivan Scalfarotto, titolare di un ddl anti-omotransfobia che il partito di Renzi vorrebbe sostituire a quello a prima firma Zan poiché privo di ogni riferimento all'identità di genere. Dopo le dichiarazioni sue e di Renzi, per una mediazione col centrodestra che eviti, in mancanza di un accordo in maggioranza, l'affossamento della legge, Scalfarotto è stato duramente criticato dagli esponenti dem e pentastellati, ma nessuno si era spinto fino al punto in cui è arrivata Rosamaria Sorge, iscritta, dirigente Pd di Civitavecchia ed ex candidata nella cittadina portuale in provincia di Roma, che su Facebook in un commento ha dato sfogo alle proprie pulsioni omofobe: «Con Scalfarotto voglio essere politicamente scorretta: “a frocione di m..."» per poi chiedere scusa, una volta resasi conto della bufera politica sollevata. Le personalità più in vista di Iv, a partire dall'ex ministro Teresa Bellanova e da Luciano Nobili, hanno subito denunciato la cosa, per poi essere seguiti negli attestati di solidarietà anche da esponenti del Pd come il deputato Emanuele Fiano. Un segno di un imbarbarimento dei toni che, nella mattinata di ieri, ha indotto anche il leader leghista Matteo Salvini a esprimere la propria preoccupazione per la tenuta del governo: «Se Letta tira dritto vuole affossare le legge», ha detto Salvini, «e se ne prenderà la responsabilità, chi insiste senza voler ascoltare nessuno sul ddl Zan mette a rischio il governo». Per ora, il segretario del Pd tira dritta, alimentando il botta e risposta col segretario del Carroccio, affermando che «noi stiamo con l'Ue. Salvini e Meloni con Orbán. Come si può dar credito alle loro presunte proposte di mediazione sul ddl Zan?». Ma al di là dei duelli dialettici, stanno giungendo le conferme che il Nazareno sul tema è tutt'altro che monolitico e che il voto segreto che certamente accompagnerà il ddl Zan in aula al Senato potrebbe ritorcersi contro Letta e i suoi. Il senatore del Pd Mino Taricco, infatti, è uscito allo scoperto dicendosi «convinto che l'attuale testo presenti delle criticità e la necessità di alcune correzioni nei punti più sensibili di cui molto si è parlato in queste settimane ed anche in questi ultimi giorni» e i bene informati sostengono che a condividere le perplessità di Taricco, all'ombra del Nazareno, siano in molti. Così come è cosa nota che, anche all'interno del fronte dei diritti civili le visioni sul ddl Zan sono diverse: la Rete femminista contro il ddl Zan ha ribadito anche ieri, attraverso un comunicato, la propria netta avversione al testo, in particolare agli articoli che trattano di identità di genere, schierandosi per il testo Scalfatotto. Per le associazioni femministe, infatti, «l'introduzione dell'identità di genere, è un modello di civiltà in cui la sessuazione umana viene ridotta all'insignificanza, questione che riguarda tutte e tutti» e apre la strada alla «propaganda transattivista nelle scuole». Una forte presa di posizione contro l'identità di genere è arrivata anche dalla garante per l'infanzia della Regione Umbria, Maria Rita Castellani, secondo la quale se passasse tale principio «si potrà scegliere l'orientamento sessuale verso cose, animali, e/o persone di ogni genere e, perché no, anche di ogni età, fino al punto che la poligamia come l'incesto non saranno più un tabù». Parole che hanno sollevato una coda di polemiche, una richiesta di rimozione da parte di alcune associazioni Lgbt e l'inevitabile scambio di accuse tra i diversi schieramenti politici, ideale antipasto di ciò che accadrà dalla prossima settimana.
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Hanno suonato all’improvviso degli amici per un tè di pomeriggio. In casa non c’era quasi niente e allora aguzziamo l’ingegno ed ecco una trovata che si fa in fretta super gustosa e dal costo irrisorio. L’ispirazione è venuta da una confezione di pasta fillo che sonnecchiava in frigorifero in attesa di farsi involtini Primavera e che invece si è trasformata in una delizi di stagione. E allora diamo luogo alla dolcezza.
Ingredienti – Una confezione di pasta fillo, una decina di fragole di dimensioni generose, tre o quattro cucchiai di pinoli (vanno bene anche le mandorle o le nocciole in quel caso fatele a granella grossa), 100 gr di burro di primo affioramento, 2 cucchiai rasi di farina 00, due cucchiai colmi di zucchero semolato, 500 ml di latte, 2 uova, un cucchiaio di zucchero a velo, un limone non trattato.
Preparazione - Per prima cosa fate la crema. Battete a bianco le uova con lo zucchero, poi in un pentolino scaldate senza farlo bollire il latte, aggiungete le uova e la farina, la buccia del limone (attenti a non intaccare l’albedo) e procedete come per fare una besciamella girando sempre con una frusta per evitare che si formino grumi. Ora lavate le fragole e fatele in tre fettine per il verso della lunghezza. Fate sciogliere il burro che deve diventare liquido. Ora in una tortiera stendete un primo strato di fogli di pasta fillo, nappateli di burro con un pennello. Poi stendete un secondo strato in modo da incrociarlo col primo (per capirci prima in verticale poi in orizzontale) lasciando sborsare i fogli dalla teglia. Ora che la crema si è intiepidita, togliete le bucce di limone, versatela sopra i fogli di pasta fillo e aggiungete un po’ di pinoli qua e là e chiudete la pasta fillo a scrigno. Prendete i fogli di pasta rimanenti accartocciateli e sistemateli sopra la torta. Negli spazi che si creano tra un foglio arricciato e l’altro sistemate le fettine di fragola e poi fate cadere qua e là altri pinoli. Completate nappando appena con il burro rimasto, Infornate a 180 gradi per circa una ventina di minuti. Vedrete che si forma una bella crosta dorata e croccante. Servite dopo aver spolverizzato di zucchero a velo.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di arricciare i fogli di pasta fillo e di sistemare le fragole.
Abbinamento – Ottimo il Recioto della Valpolicella, in alternativa un Sagrantino passito o una Vernaccia nera di Serrapetrona passita.
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Il ministro degli Esteri di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla (Ansa)
Questo gruppo è composto anche da un cacciatorpediniere, una nave da rifornimento e uno stormo aereo presente a bordo. L’ultima volta che Washington ha inviato una portaerei nei Caraibi è stata per l’operazione di l’arresto del presidente del Venezuela Nicolás Maduro nel gennaio scorso.
La mossa dell’amministrazione Trump arriva subito dopo la notizia dell’incriminazione dell’ex presidente cubano Raúl Castro per l’abbattimento di due aerei negli anni Novanta, e si inserisce in un quadro di crescente pressione sull’Avana. Il tycoon americano ormai da tempo ha posato lo sguardo su Cuba chiedendo un cambio di regime al partito comunista e nelle ultime settimane gli Usa hanno anche inasprito le sanzioni contro l’isola bloccando i rifornimenti di carburante. La situazione economica cubana è allo stremo dal crollo del regime di Caracas, che garantiva un continuo afflusso di petrolio, e oggi le industrie sono ferme e i blackout arrivano a 24 ore consecutive.
Bruno Rodríguez Parrilla guida da 17 anni il ministero degli Esteri di Cuba, dopo aver lavorato alle Nazioni Unite. «Gli Stati Uniti stanno proseguendo nelle loro continue aggressioni e provocazioni», tuona il diplomatico sentito dalla Verità, «avevo già definito “genocida” l’intento delle azioni nordamericane, e adesso sono arrivati a schierare navi da guerra. Donald Trump e Marco Rubio devono smettere di dire che Cuba rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti, perché questo è totalmente falso. Il mondo non può restare a guardare questa inutile dimostrazione di forza che vuole provocare un’aggressione militare contro di noi».
In questa situazione, il regime comunista ha organizzato una serie di manifestazioni in sostegno di Castro. Migliaia di persone si sono radunate davanti all’ambasciata statunitense per protestate, ma un sondaggio di Cuba Data riporta che il 44% dei cubani si dimostra distante dal governo. Le prime reazioni alla comparsa della Nimitz sono arrivate da Russia, Cina e Spagna. Mosca ha condannato l’incriminazione di Castro, ormai quasi novantacinquenne, considerandola un atto che rasenta la violenza. Il portavoce del Cremlino ha detto che in nessuna circostanza dovrebbero essere usati contro i dirigenti governativi tali metodi e che Mosca continuerà a fornire il massimo sostegno al fraterno popolo cubano. Guo Jiakun, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha detto che Pechino si oppone alle sanzioni unilaterali illegali e non autorizzate dalle Nazioni Unite. La Cina ha anche ribadito il suo rifiuto alle pressioni su Cuba, ammonendo Washington di smettere di brandire il bastone delle sanzioni e delle misure giudiziarie, confermando il sostegno alla sovranità nazionale dell’Avana.
«Un’aggressione militare contro di noi avrebbe conseguenze imprevedibili», ha continuato Rodríguez Parrilla, «e causerebbe lo spargimento di sangue di cubani e americani. Il segretario di Stato Rubio ci accusa di essere uno sponsor del terrorismo per istigare un’aggressione contro Cuba. Anche l’offerta di 100 milioni di dollari di aiuti aveva sicuramente scopi diversi, era una trappola nella quale non siamo caduti. Rubio continua a parlare di accordi e di una via diplomatica e oggi vediamo la marina statunitense nelle nostre acque. Vogliono distruggere la nostra nazione e prendere il controllo di Cuba per farla diventare una colonia, noi questo non lo permetteremo mai».
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Donald Trump (Ansa)
I negoziati tra Stati Uniti e Iran sono entrati nella fase più delicata dall’inizio della crisi. Dopo settimane di tensione militare e minacce reciproche, nelle ultime 24 ore sarebbero stati registrati «progressi incoraggianti» verso un possibile accordo. A renderlo noto è stato l’esercito pakistano al termine della visita a Teheran del feldmaresciallo Asim Munir, figura centrale della mediazione tra Washington e la Repubblica islamica. Secondo il Financial Times, Stati Uniti e Iran sarebbero vicini a prorogare il cessate il fuoco di 60 giorni discusso nelle ultime settimane. Sul tavolo ci sarebbe un’intesa che comprenderebbe la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, la fine delle operazioni militari e la garanzia della libertà di navigazione nel Golfo persico e nel Golfo di Oman. Tra i punti chiave figurerebbe anche una progressiva riduzione delle sanzioni statunitensi contro Teheran. Nelle ultime ore è emerso però un elemento destinato a pesare sul negoziato. L’emittente saudita Al Arabiya ha riferito che l’Iran avrebbe proposto di sospendere per dieci anni l’arricchimento dell’uranio oltre il 3,6% e di diluire all’interno del Paese l’uranio arricchito oltre il 20%. Teheran si sarebbe inoltre detta disponibile a riaprire lo Stretto di Hormuz e a sospendere temporaneamente il pagamento dei pedaggi marittimi in cambio di un risarcimento economico da parte di Washington. La Repubblica islamica avrebbe chiesto anche che il tema delle sanzioni e dei fondi iraniani congelati venga affrontato prima della firma dell’intesa. Secondo Al Arabiya, l’Iran avrebbe presentato due diversi percorsi negoziali, entrambi legati all’annuncio della fine della guerra. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha dichiarato che Teheran «non discuterà il programma nucleare in questa fase», spiegando che la priorità è la fine del conflitto «su tutti i fronti, incluso il Libano». Baghaei ha aggiunto che l’eventuale apertura del dossier nucleare potrà arrivare solo successivamente.
Anche da Washington giungono segnali contrastanti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato della possibilità di avere «qualcosa da dire» già entro il fine settimana, pur sottolineando che le parti sono «allo stesso tempo molto vicine e molto lontane da un accordo». Donald Trump continua invece ad alternare aperture diplomatiche e minacce militari. Intervistato da Axios il presidente americano ha dichiarato che le probabilità di raggiungere un accordo oppure di tornare a bombardare l’Iran sono «al 50-50». «O arriviamo a un buon accordo o li faccio saltare in mille pezzi», ha detto Trump. «O li colpisco più duramente di quanto siano mai stati colpiti, oppure firmeremo un accordo che è buono».
Secondo Axios, Trump ha incontrato i suoi principali consiglieri per discutere i dettagli della nuova bozza e potrebbe prendere una decisione entro oggi. In un’intervista all’emittente israeliana Channel 12, il presidente americano ha inoltre cercato di rassicurare Israele sul contenuto dei negoziati. «Non farei un accordo se non fosse vantaggioso per Israele», ha dichiarato. Trump ha poi aggiunto: «Alcuni preferirebbero un accordo, altri la ripresa della guerra. Credo che Benjamin Netanyahu sia combattuto tra le due opzioni». Nonostante le indiscrezioni del New York Times su un Netanyahu marginalizzato nei colloqui, Axios riferisce invece che il premier israeliano e i suoi consiglieri sarebbero in costante contatto con la Casa Bianca sull’intesa in fase di definizione con Teheran. L’agenzia iraniana Fars ha riferito che i mediatori avrebbero invitato i funzionari iraniani a «ignorare i post di Trump», sostenendo che la reale posizione del presidente americano sarebbe diversa rispetto a quella mostrata pubblicamente su Truth Social. Secondo Fars, diversi funzionari coinvolti nei colloqui avrebbero spiegato che le dichiarazioni aggressive di Trump sarebbero rivolte soprattutto all’opinione pubblica americana e ai media.
Nel frattempo Teheran continua a mostrare i muscoli. Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Baqer Ghalibaf ha assicurato che le forze armate iraniane hanno ricostruito le proprie capacità durante il cessate il fuoco. Se gli Stati Uniti «riprendessero scioccamente la guerra», ha avvertito, le conseguenze sarebbero «più devastanti e amare». A complicare ulteriormente il quadro sono anche le divisioni tra i Paesi del Golfo. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha riferito ad Axios che alcuni leader della regione avrebbero esortato Trump a colpire militarmente l’Iran per indebolire il regime e ottenere un accordo più favorevole. Altri governi arabi e alcuni consiglieri della Casa Bianca, invece, starebbero spingendo per accettare l’intesa attualmente sul tavolo, ritenendo impossibile eliminare completamente l’influenza iraniana sullo Stretto di Hormuz. Infine mentre andiamo in stampa si apprende da Cbs che alcuni membri dell’esercito e della comunità di intelligence statunitense hanno annullato i propri programmi per il fine settimana in previsione di possibili attacchi. Funzionari della difesa e dell’intelligence hanno anche iniziato ad aggiornare le liste di richiamo per le installazioni americane in Medio Oriente nell’ambito di un piano volto a ridurre la presenza militare statunitense nella regione.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ci è già costata più di 2 miliardi
L’accordo raggiunto sul filo di lana tra governo e autotrasportatori ha sventato la minaccia dello sciopero dei Tir che avrebbe paralizzato il Paese. L’aut aut della categoria è scattato a seguito dell’aumento dei costi energetici determinato dal blocco dello Stretto di Hormuz.
L’Ufficio studi della Cgia, ha fatto il punto sull’entità dei rincari. Il caro gasolio è costato finora all’autotrasporto 2,1 miliardi, nonostante il taglio di 20 centesimi sulle accise introdotto dal governo il 19 marzo scorso. In tre mesi, dallo scoppio della guerra nel Golfo, il prezzo del diesel alla pompa, è salito da un valore medio di 1,676 a 1,986 euro al litro, ovvero + 18,5%. I rincari più importanti hanno riguardato la Lombardia (257,9 milioni di euro), la Campania (251,6) e la Sicilia (232,2). Considerato che l’autotrasportatore anticipa cifre enormi (gasolio, pedaggi autostradali, manutenzione dei mezzi, assicurazioni e personale) mentre l’incasso delle fatture arriva dopo 90 o addirittura 120 giorni, basta l’aumento improvviso del diesel per erodere il margine operativo. La situazione dell’autotrasporto è solo un capitolo della grave crisi che sta colpendo tutta l’economia europea.
L’Agenzia internazionale dell’energia non ha esitato a definirla «la più grande crisi energetica della storia». La Commissione europea ha calcolato che questa costa oltre 500 milioni di euro al giorno. Siccome sono già passati 84 giorni dall’inizio del conflitto, significa che finora sono stati spesi circa 42 miliardi di euro, solo per l’energia. Basta guardare le quotazioni del Brent, arrivate a superare i 118 dollari a marzo e tuttora sopra i 100 dollari. Petrolio e gas, sono solo due delle voci di uno choc che ha travolto tanti settori, dalla logistica, all’industria petrolchimica alla filiera agroalimentare. Nella lingua di mare di Hormuz, prima del blocco, transitavano in media più di 90 navi al giorno. Oggi circa 2.000 sono ferme con a bordo 20.000 marittimi.
Nessun armatore si azzarda a navigare in quell’area e i costi assicurativi sono saliti alle stelle. Tra i cargo bloccati ci sono quelli carichi di fertilizzanti, vitali per l’agricoltura mondiale soprattutto alla vigilia dell’estate. A fine aprile il prezzo dell’urea era aumentato di quasi il 70% per poi flettere ma mantenendosi comunque superiore al 50%. Nei giorni scorsi la Fao ha avvertito che la scarsità di fertilizzanti comporterà rese inferiori e un’ulteriore contrazione delle disponibilità alimentari nella seconda metà del 2026 e nel corso del 2027. Non è azzardato parlare di rischio di una carestia. Lo Stretto è anche il luogo di transito del 62% del calcare ad alta purezza utilizzato per produrre cemento, calcestruzzo e altri materiali edili, dell’alluminio grezzo (18,4%), dell’ammoniaca (17,2%), dei cavi in alluminio (16,1%), come pure dell’oro grezzo o semilavorato (10,4%).
La crisi comincia a farsi sentire anche sui conti pubblici. Giovedì la Commissione europea ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita dell’Unione europea, mentre l’inflazione sale rispetto alle stime dello scorso autunno. E potrebbe essere solo l’inizio. Alcuni analisti stimano che la tempesta vera deve ancora arrivare. Martina Daga, macro economist di Acomea Sgr, ha fatto questo ragionamento all’Ansa: «Le ultime navi cariche partite dal Golfo sono arrivate solo poche settimane fa e, considerando che il transito verso l’Eeuropa richiede circa un mese, questo ci dice che la carenza fisica di beni non si è ancora trasmessa all’economia reale. L’Europa inoltre importava dal Golfo il 60% del jet fuel e si registra un rincaro dei noli marittimi: tutte queste pressioni impiegheranno più tempo a scaricarsi sui prezzi al consumo».
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