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2019-12-05
Dal Vaticano arriva lo stop alla beatificazione di Sheen, il pastore di anime della tv
Gettyimages
Era tutto pronto per la beatificazione del vescovo statunitense Fulton Sheen (1895-1979), programmata nella diocesi di Peoria, nello stato di Illinois, per il giorno 21 dicembre. Le carte erano in regola, da quando lo scorso 5 luglio papa Francesco ha autorizzato la congregazione delle Cause dei santi a promulgare i decreti riguardanti il miracolo attribuito alla sua intercessione.
Ma ora qualcuno ha messo i bastoni tra le ruote e il 3 dicembre monsignor Daniel Jenky, vescovo di Peoria, «con profondo rammarico», ha annunciato che dal Vaticano è arrivato uno stop. La beatificazione programmata per il prossimo 21 dicembre non s'ha da fare ed è rinviata a data da destinarsi.
Le reazioni negli Stati Uniti (e non solo) sono state enormi: disappunto; speculazioni su vescovi che non vogliono Sheen beato perché troppo tradizionalista; confronto con altre beatificazioni contrariate in patria e comunque portate a termine (ad esempio il vescovo argentino Enrique Angelelli); illazioni sulla condotta dello stesso Sheen per casi di abuso. Perché il quasi beato Sheen è popolarissimo e amatissimo, qualcuno ha contato le conversioni a lui attribuite nell'ordine delle decine di migliaia. Il Time lo ha definito «il primo televangelista»; ha vinto un Emmy nel 1952. Nel 1930, invitato dall'emittente radiofonica statunitense Nbc, Sheen partecipa ogni domenica ad un programma intitolato L'ora cattolica. Nel 1950 approda in televisione. La sua missione di telepredicatore, termine assolutamente riduttivo per definirlo, comincia con il programma della Nbc Vale la pena di vivere. Rivolgendosi ai telespettatori, oltre 30 milioni ogni settimana, ricorda che l'unica soluzione di tutti i problemi è Gesù Cristo.
La sua causa di beatificazione aveva già subito uno stop. Nel 2014 sembrava tutto pronto, poi il cardinale Timoty Dolon, arcivescovo di New York, aveva impedito il trasporto a Peoria del corpo di Sheen che riposa nella cattedrale di St. Patrick a Manhattan. Un rifiuto che il vescovo di Peoria Jenky aveva definito del tutto inaspettato, ed è lo stesso Jenky che ora dichiara il suo rammarico di fronte al nuovo stop visto che la «Santa Sede ha deciso di rinviare la data della beatificazione, su richiesta di alcuni membri della Conferenza episcopale che hanno chiesto ulteriori approfondimenti».
Nel comunicato rilasciato dalla diocesi di Peoria si precisa che «nel nostro clima attuale, è importante che i fedeli sappiano che non c'è mai stata, né esiste ora alcuna accusa contro Sheen che implichi l'abuso di un minore». Una fonte citata dal Catholic news agency ha escluso che questo stop sia dovuto a una vecchia causa del 2007 in cui si sosteneva che il vescovo Sheen, all'epoca in cui era ausiliario della diocesi di New York (1951 - 1966), era stato coinvolto in casi di abuso. La causa, che si riferisce a una serie di casi che tirano in ballo molti prelati, fu intentata dal sacerdote Robert Hoatson, ora ridotto allo stato laicale e presentata sia a livello federale che statale, ma sempre respinta.
Il vescovo Jenkin dichiara in modo chiaro che «è stato definitivamente dimostrato che [Sheen,ndr] era un modello esemplare di condotta cristiana e un modello di leadership nella Chiesa. La sua vita di virtù non è mai stata messa in discussione in nessun momento». Eppure, la causa è stata rimandata perché, a quanto pare, qualche vescovo americano non ci sta. Questa frenata a pochi giorni dalla cerimonia è un fatto inusuale nella storia della Chiesa cattolica e qualcuno vocifera che la richiesta di approfondimenti sia dovuta al sentire di alcuni vescovi statunitensi, particolarmente allergici alla ortodossia e alla vicinanza alla tradizione del vescovo Sheen. La beatificazione resta così al palo e in attesa di capire meglio quali siano gli «ulteriori approfondimenti richiesti» qualcuno ricorda il ritratto dell'Anticristo disegnato da Sheen in una celebre trasmissione radiofonica del 1947. «Scriverà libri sulla nuova idea di Dio per adattarla al modo in cui le persone vivono», diceva Sheen. «Identificherà la tolleranza con l'indifferenza verso il bene e il male» e «parlerà perfino di Cristo e dirà che è stato il più grande uomo che sia mai vissuto». Saranno giorni, concludeva il vescovo, «in cui al diavolo è stata data una corda particolarmente lunga». Chissà, forse è per colpa di questa corda troppo lunga che il suo processo di beatificazione è stato fermato.
Lorenzo Bertocchi
Dea pagana benedetta ad Albenga. Scoppia un nuovo caso Pachamama
Nella ridente cittadina ligure di Albenga, precisamente in Piazza Azzurri d'Italia, è stato inaugurato un monumento dedicato alla storia dell'agricoltura. Si tratta di una statua realizzata dagli studenti di due classi dell'Istituto di scenografia del Liceo Artistico Giordano Bruno e donata dal Rotary Club e dall'associazione Vecchia Albenga. L'opera rappresenta una Mater Matuta. Chi non avesse dimestichezza con la mitologia romana, deve sapere che questo era il nome della dea del Mattino o dell'Aurora, protettrice della nascita degli uomini e della natura, successivamente associata alla dea greca Eos. Il Comune di Albenga ha giustificato l'erezione di una statua in onore di tale dea pagana spiegando che essa rappresenta in realtà una «Grande Madre», una divinità femminile primordiale, che si concretizza in forme molto diverse in una vasta gamma di culture. Insomma, una sorta di Pachamama locale. Il solito simbolo della Madre Terra, della Naturadi Gaia, del Creato, che si sposerebbe perfettamente con la storia dell'agricoltura cui era davvero dedicato il monumento.
Fin qui nulla da eccepire. Il fatto è che la statua della divinità pagana è stata benedetta nientemeno che dal Vicario Generale della Diocesi di Albenga-Imperia, monsignor Ivo Raimondo, Canonico del Capitolo della Cattedrale. I soliti cattolici bigotti e tradizionalisti che si sono permessi di sollevare qualche perplessità al riguardo della singolare «benedizione» sono stati subito redarguiti per aver insinuato che l'iniziativa avesse il vago sentore di un atto di idolatria. È stato loro spiegato che non si è trattato di benedire un idolo, ma il simbolo della presenza divina nella natura riconosciuta da tutte culture in tutte le epoche. Una spiegazione che ricorda un po' la replica, pubblicata dall'Osservatore Romano lo scorso 12 novembre, di monsignor Felipe Arizmendi Esquivel, Vescovo emerito di San Cristóbal de las Casas, e diretta a coloro che avevano criticato lo strato «rito» celebrato nei giardini vaticani in onore della divinità inca Pachamama. «La creazione è manifestazione dell'amore di Dio», aveva spiegato il monsignore sul quotidiano della Santa sede.
Purtroppo, però, l'azzardato tentativo di sfuggire all'accusa di idolatria fa cadere i presunti idolatri in un'altra eresia: quella panteista. L'episodio di Albenga è sintomatico da questo punto di vista, e rispecchia pienamente la deriva di una consistente parte del clero, ormai in preda ad una vera e propria febbre da panteismo ecologista. Sono cardinali, vescovi e sacerdoti che amano apparire «à la page», più lungimiranti dei confratelli, più bergogliani di Bergoglio. Per questo arrivano addirittura a sostituire la Santissima Mater Dei con false matres» pagane, tributando a quest'ultime atti di devozione come l'inchino o la benedizione. Atti che non rappresentano proprio un gesto di rispetto alla memoria dei tanti martiri che, agli inizi del cristianesimo, hanno accettato la morte pur di evitare di rendere omaggio a simulacri pagani.
Proprio Benedetto XVI, tuttora in vita, è intervenuto su tale tema nella sua nota enciclica Caritas in Veritate (2009): «La natura è a nostra disposizione non come “un mucchio di rifiuti sparsi a caso", bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, affinché l'uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per «custodirla e coltivarla» (Gn 2, 15). Ma bisogna anche sottolineare che è contrario al vero sviluppo considerare la natura più importante della stessa persona umana. Questa posizione induce ad atteggiamenti neopagani o di nuovo panteismo: dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, non può derivare la salvezza per l'uomo» (C.V. n.48). Così sentenziava Benedetto XVI quando la Chiesa parlava ancora della salvezza dell'anima e non si limitava a fare generici e fumosi discorsi a sfondo ecologista.
In una vecchia edizione del 1908 della nota rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica ho ritrovato un articolo di un'attualità sconcertante, intitolato «Il modernismo teologico e il suo sistema di conciliazione». La conclusione di quell'articolo era che «il teologo modernista si avvia a precipizio verso il panteismo e l'ateismo, perché il panteismo altro non è che ateismo larvato». Quando i gesuiti erano tenaci e strenui difensori della Fede.
Gianfranco Amato
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Definito dal «Time» «il primo televangelista», al vescovo Usa Fulton Sheen erano state attribuite migliaia di conversioni. A fermare il processo le pressioni dei vescovi più progressisti.Il vicario locale presente all'inaugurazione della statua di un «idolo primordiale».Lo speciale contiene due articoliEra tutto pronto per la beatificazione del vescovo statunitense Fulton Sheen (1895-1979), programmata nella diocesi di Peoria, nello stato di Illinois, per il giorno 21 dicembre. Le carte erano in regola, da quando lo scorso 5 luglio papa Francesco ha autorizzato la congregazione delle Cause dei santi a promulgare i decreti riguardanti il miracolo attribuito alla sua intercessione.Ma ora qualcuno ha messo i bastoni tra le ruote e il 3 dicembre monsignor Daniel Jenky, vescovo di Peoria, «con profondo rammarico», ha annunciato che dal Vaticano è arrivato uno stop. La beatificazione programmata per il prossimo 21 dicembre non s'ha da fare ed è rinviata a data da destinarsi.Le reazioni negli Stati Uniti (e non solo) sono state enormi: disappunto; speculazioni su vescovi che non vogliono Sheen beato perché troppo tradizionalista; confronto con altre beatificazioni contrariate in patria e comunque portate a termine (ad esempio il vescovo argentino Enrique Angelelli); illazioni sulla condotta dello stesso Sheen per casi di abuso. Perché il quasi beato Sheen è popolarissimo e amatissimo, qualcuno ha contato le conversioni a lui attribuite nell'ordine delle decine di migliaia. Il Time lo ha definito «il primo televangelista»; ha vinto un Emmy nel 1952. Nel 1930, invitato dall'emittente radiofonica statunitense Nbc, Sheen partecipa ogni domenica ad un programma intitolato L'ora cattolica. Nel 1950 approda in televisione. La sua missione di telepredicatore, termine assolutamente riduttivo per definirlo, comincia con il programma della Nbc Vale la pena di vivere. Rivolgendosi ai telespettatori, oltre 30 milioni ogni settimana, ricorda che l'unica soluzione di tutti i problemi è Gesù Cristo.La sua causa di beatificazione aveva già subito uno stop. Nel 2014 sembrava tutto pronto, poi il cardinale Timoty Dolon, arcivescovo di New York, aveva impedito il trasporto a Peoria del corpo di Sheen che riposa nella cattedrale di St. Patrick a Manhattan. Un rifiuto che il vescovo di Peoria Jenky aveva definito del tutto inaspettato, ed è lo stesso Jenky che ora dichiara il suo rammarico di fronte al nuovo stop visto che la «Santa Sede ha deciso di rinviare la data della beatificazione, su richiesta di alcuni membri della Conferenza episcopale che hanno chiesto ulteriori approfondimenti».Nel comunicato rilasciato dalla diocesi di Peoria si precisa che «nel nostro clima attuale, è importante che i fedeli sappiano che non c'è mai stata, né esiste ora alcuna accusa contro Sheen che implichi l'abuso di un minore». Una fonte citata dal Catholic news agency ha escluso che questo stop sia dovuto a una vecchia causa del 2007 in cui si sosteneva che il vescovo Sheen, all'epoca in cui era ausiliario della diocesi di New York (1951 - 1966), era stato coinvolto in casi di abuso. La causa, che si riferisce a una serie di casi che tirano in ballo molti prelati, fu intentata dal sacerdote Robert Hoatson, ora ridotto allo stato laicale e presentata sia a livello federale che statale, ma sempre respinta.Il vescovo Jenkin dichiara in modo chiaro che «è stato definitivamente dimostrato che [Sheen,ndr] era un modello esemplare di condotta cristiana e un modello di leadership nella Chiesa. La sua vita di virtù non è mai stata messa in discussione in nessun momento». Eppure, la causa è stata rimandata perché, a quanto pare, qualche vescovo americano non ci sta. Questa frenata a pochi giorni dalla cerimonia è un fatto inusuale nella storia della Chiesa cattolica e qualcuno vocifera che la richiesta di approfondimenti sia dovuta al sentire di alcuni vescovi statunitensi, particolarmente allergici alla ortodossia e alla vicinanza alla tradizione del vescovo Sheen. La beatificazione resta così al palo e in attesa di capire meglio quali siano gli «ulteriori approfondimenti richiesti» qualcuno ricorda il ritratto dell'Anticristo disegnato da Sheen in una celebre trasmissione radiofonica del 1947. «Scriverà libri sulla nuova idea di Dio per adattarla al modo in cui le persone vivono», diceva Sheen. «Identificherà la tolleranza con l'indifferenza verso il bene e il male» e «parlerà perfino di Cristo e dirà che è stato il più grande uomo che sia mai vissuto». Saranno giorni, concludeva il vescovo, «in cui al diavolo è stata data una corda particolarmente lunga». Chissà, forse è per colpa di questa corda troppo lunga che il suo processo di beatificazione è stato fermato.Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dal-vaticano-arriva-lo-stop-alla-beatificazione-di-sheen-il-pastore-di-anime-della-tv-2641517669.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dea-pagana-benedetta-ad-albenga-scoppia-un-nuovo-caso-pachamama" data-post-id="2641517669" data-published-at="1772646322" data-use-pagination="False"> Dea pagana benedetta ad Albenga. Scoppia un nuovo caso Pachamama Nella ridente cittadina ligure di Albenga, precisamente in Piazza Azzurri d'Italia, è stato inaugurato un monumento dedicato alla storia dell'agricoltura. Si tratta di una statua realizzata dagli studenti di due classi dell'Istituto di scenografia del Liceo Artistico Giordano Bruno e donata dal Rotary Club e dall'associazione Vecchia Albenga. L'opera rappresenta una Mater Matuta. Chi non avesse dimestichezza con la mitologia romana, deve sapere che questo era il nome della dea del Mattino o dell'Aurora, protettrice della nascita degli uomini e della natura, successivamente associata alla dea greca Eos. Il Comune di Albenga ha giustificato l'erezione di una statua in onore di tale dea pagana spiegando che essa rappresenta in realtà una «Grande Madre», una divinità femminile primordiale, che si concretizza in forme molto diverse in una vasta gamma di culture. Insomma, una sorta di Pachamama locale. Il solito simbolo della Madre Terra, della Naturadi Gaia, del Creato, che si sposerebbe perfettamente con la storia dell'agricoltura cui era davvero dedicato il monumento. Fin qui nulla da eccepire. Il fatto è che la statua della divinità pagana è stata benedetta nientemeno che dal Vicario Generale della Diocesi di Albenga-Imperia, monsignor Ivo Raimondo, Canonico del Capitolo della Cattedrale. I soliti cattolici bigotti e tradizionalisti che si sono permessi di sollevare qualche perplessità al riguardo della singolare «benedizione» sono stati subito redarguiti per aver insinuato che l'iniziativa avesse il vago sentore di un atto di idolatria. È stato loro spiegato che non si è trattato di benedire un idolo, ma il simbolo della presenza divina nella natura riconosciuta da tutte culture in tutte le epoche. Una spiegazione che ricorda un po' la replica, pubblicata dall'Osservatore Romano lo scorso 12 novembre, di monsignor Felipe Arizmendi Esquivel, Vescovo emerito di San Cristóbal de las Casas, e diretta a coloro che avevano criticato lo strato «rito» celebrato nei giardini vaticani in onore della divinità inca Pachamama. «La creazione è manifestazione dell'amore di Dio», aveva spiegato il monsignore sul quotidiano della Santa sede. Purtroppo, però, l'azzardato tentativo di sfuggire all'accusa di idolatria fa cadere i presunti idolatri in un'altra eresia: quella panteista. L'episodio di Albenga è sintomatico da questo punto di vista, e rispecchia pienamente la deriva di una consistente parte del clero, ormai in preda ad una vera e propria febbre da panteismo ecologista. Sono cardinali, vescovi e sacerdoti che amano apparire «à la page», più lungimiranti dei confratelli, più bergogliani di Bergoglio. Per questo arrivano addirittura a sostituire la Santissima Mater Dei con false matres» pagane, tributando a quest'ultime atti di devozione come l'inchino o la benedizione. Atti che non rappresentano proprio un gesto di rispetto alla memoria dei tanti martiri che, agli inizi del cristianesimo, hanno accettato la morte pur di evitare di rendere omaggio a simulacri pagani. Proprio Benedetto XVI, tuttora in vita, è intervenuto su tale tema nella sua nota enciclica Caritas in Veritate (2009): «La natura è a nostra disposizione non come “un mucchio di rifiuti sparsi a caso", bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, affinché l'uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per «custodirla e coltivarla» (Gn 2, 15). Ma bisogna anche sottolineare che è contrario al vero sviluppo considerare la natura più importante della stessa persona umana. Questa posizione induce ad atteggiamenti neopagani o di nuovo panteismo: dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, non può derivare la salvezza per l'uomo» (C.V. n.48). Così sentenziava Benedetto XVI quando la Chiesa parlava ancora della salvezza dell'anima e non si limitava a fare generici e fumosi discorsi a sfondo ecologista. In una vecchia edizione del 1908 della nota rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica ho ritrovato un articolo di un'attualità sconcertante, intitolato «Il modernismo teologico e il suo sistema di conciliazione». La conclusione di quell'articolo era che «il teologo modernista si avvia a precipizio verso il panteismo e l'ateismo, perché il panteismo altro non è che ateismo larvato». Quando i gesuiti erano tenaci e strenui difensori della Fede. Gianfranco Amato
Il Kazakistan è una landa sconfinata fra le ultime propaggini dell’Europa e l’immensa steppa asiatica che occupa la parte centrale di questa nazione. Nonostante i 2,7 milioni di chilometri quadrati che ne compongono la superficie, il Kazakistan ha appena di 19 milioni di abitanti, concentrati soprattutto in alcune aree specifiche come nella capitale Astana. Questo poco conosciuto gigante euro-asiatico è stato un serbatoio energetico dell’Unione Sovietica che vi ha impiantato sconfinate coltivazioni agricole. Mosca stabilì qui quello che veniva chiamato cosmodromo, esattamente a Bajkonur che è la più antica e grande base di lancio al mondo, tuttora gestita dalla Russia tramite un contratto d’affitto. Da Bajkonur è stato lanciato il primo satellite, il famoso Sputnik, e da qui è partito Jury Gagarin primo uomo arrivato nello spazio e sempre a Bajkonur è stato sviluppato e lanciato l'unico volo del Buran, lo space shuttle sovietico, nel 1988.
Ma il moderno Kazakistan ha saputo reinventarsi, diventando un attore cardine in un’area complicata come l’Asia centrale. Senza rinunciare agli storici rapporti con la Russia, Astana ha aperto alla Cina, fortemente interessate alle risorse energetiche dell’area e anche all’Europa con una serie di accordi commerciali. Oggi Astana rappresenta la più importante economia della regione con un Pil che nel 2023 ha raggiunto i 260 miliardi di dollari, nel 1991, data della sua indipendenza dall’Unione Sovietica, era di appena 11 miliardi. Come detto la sua crescita è trainata dai giacimenti di petrolio, gas e uranio, il greggio è particolarmente abbondante nel paese che occupa la dodicesima posizione nel mondo per riserve petrolifere, un fatto che aumentato il suo peso anche in funzione di sostituzione di gas e petrolio proveniente dalla Russia. Il ministro degli Esteri di Astana si è dimostrato un campione di equilibrismo, anche nella guerra fra Russia ed Ucraina, condannando le azioni di Mosca, ma senza chiudere i rapporti economici e politici. Basta vedere che dall’inizio del conflitto l’interscambio fra le due nazioni è cresciuto superando i 20 miliardi di dollari nel primo semestre del 2024, approfittando del crollo delle relazioni commerciali con l’Europa ed inserendosi con una certa abilità.
Ma è il commercio con Pechino che dal 2022 è sempre raddoppiato passando da 24 miliardi a 41 fino a raggiungere i 60 miliardi di interscambio. La Cina è proprietaria di importanti quote di giacimenti di gas e petrolio in Kazakhistan ed ha costruito un oleodotto che trasporta 20 milioni di tonnellate di petrolio ogni anno in direzione del comparto industriale cinese. Storicamente Astana è anche un grande produttore agricolo e Pechino nel 2023 ha acquistato 3,5 milioni di tonnellate di derrate alimentari, investendo anche nell’ammodernamento delle vetuste infrastrutture agricole kazake. La grande repubblica euroasiatica nel 2025 è crescita del 5%, migliorando il 3,4% del 2024, con un’inflazione sotto controllo, nonostante la debolezza degli scambi del tenge, la moneta locale. Il presidente del Kazakistan Kassym-Jomart Tokayev ha lodato più volte pubblicamente la stabilità dei «Cinque dell’Asia centrale», paesi prosperi e in costante sviluppo che stanno diventando sempre più influenti. Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan stanno intensificando le loro relazioni segnando l’inizio di un nuovo periodo per lo sviluppo della regione nei prossimi cinque anni. Il presidente Tokayev ha definito l’area come un unico spazio geopolitico e spirituale, che avrebbe conservato la propria unicità nel corso della creazione e del crollo di vari imperi. «Tutti e cinque siamo stati in grado di modernizzare le istituzioni e le infrastrutture con una crescita economica costante. Oggi i nostri rapporti hanno acquisito contenuto concreto e sono saliti al livello di una profonda partnership e alleanza strategica. Soprattutto, i cinque Paesi hanno adottato una strategia prudente nelle relazioni di politica estera che ha aperto la strada alla loro piena partecipazione ai processi globali. Dal 2018 al 2024, l’interscambio commerciale è passato da 5,7 miliardi di dollari a dodici miliardi con un piano d’azione per la cooperazione industriale. Abbiamo sei obiettivi: dal mantenimento della pace alla cooperazione economica, dalla sicurezza idrica ed alimentare al lavoro con le nuove generazioni, per finire dobbiamo migliorare la nostra immagine e rivendicando i fondamenti di un’identità nazionale e regionale». Un grande progetto per un’area in crescita, che ha già lanciato la sua sfida al resto del mondo.
Dalla Crimea ai gulag del Kazakistan: l'olocausto degli italiani
Famiglie italiane erano presenti in Crimea fin dai tempi delle Repubbliche marinare di Genova e Venezia. Provenienti in maggioranza dalla prima, si erano stabilite nelle colonie di Caffa e Sebastopoli, dove avevano fondato una florida base commerciale sulle acque del Mar Nero. La loro presenza durò dal 1266 al 1475, anno della conquista ottomana. Dopo la metà dell’Ottocento, un nuovo flusso di italiani si stabilì in Crimea, in particolare proveniente dalla Puglia. Il motivo dell’emigrazione era dovuto alle prospettive che la vendita a buon prezzo di appezzamenti di terreno da parte dello Zar offriva ai contadini italiani, che si stabilirono quasi tutti nella cittadina di Kerç. La comunità italiana di Crimea fiorì all’alba del XX secolo, con l’istituzione di scuole, circoli e di una chiesa cattolica. I piccoli proprietari agricoli e i commercianti avevano raggiunto un buon livello di benessere, arrivando a rappresentare tra l’1,2 e il 2% della popolazione locale già negli ultimi anni dell’Ottocento.
I primi problemi per gli italiani di Crimea giunsero con l’avvento del bolscevismo e con l’arrivo di comunisti italiani fuoriusciti. A Kerç questi ultimi, al servizio delle autorità sovietiche, ebbero il compito di «rieducare» i compatrioti e di forzarli ad aderire alla collettivizzazione forzata delle terre, esercitando progressivamente un potere repressivo e di controllo sugli italiani di Crimea. A Kerç nacque il kholkoz «Sacco e Vanzetti» dove i fuoriusciti del PCI vigilavano sempre di più sulle inclinazioni politiche dei connazionali. L’avvento di Stalin fece precipitare la situazione. Gli italiani furono inquadrati come spie fasciste anche senza alcuna prova. Durante gli anni Trenta furono numerosi gli arresti tra la comunità italiana da parte dell’Nkvd (la polizia segreta sovietica) e molti dei sospettati scomparvero dopo la deportazione, quasi sempre fucilati senza processo.
La guerra, culminata con l’«Operazione Barbarossa» fece precipitare la comunità italiana nel baratro, segnando l’inizio dell’olocausto per lunghi decenni dimenticato. La deportazione sistematica delle famiglie italiane ebbe una data d’inizio, il 29 gennaio 1942 e una destinazione: i gulag del Kazakistan. Arrestati nelle loro abitazioni, gli italiani ebbero solo due ore per preparare poche masserizie e montare sui carri bestiame, che per molti di loro furono già una tomba. Il lunghissimo tragitto verso le steppe gelate fu compiuto per ferrovia e per nave. Anche la navigazione fu spesso causa di morte, oltre che per le condizioni drammatiche dei prigionieri nelle stive, anche per gli attacchi degli aerei tedeschi che almeno in un caso accertato causarono l’affondamento dell’imbarcazione dove erano stipati gli italiani. Quasi la metà dei deportati morì durante la lunga marcia della morte, soprattutto i vecchi e molti bambini. Molti altri furono vinti dal freddo estremo (circa -40°C), dalla malnutrizione e dalle malattie. I cadaveri scaricati dai vagoni ferroviari venivano abbandonati nelle stazioni dove i treni della morte sostavano al gelo per fare passare tutti gli altri convogli. Gli italiani sopravvissuti arrivarono in Kazakistan dopo circa due mesi e furono destinati a campi di lavoro forzato in particolare nel gulag del distretto minerario di Karaganda e in quello di Atbasar, cittadina a Nordovest di Astana, la capitale. Qui le condizioni di vita erano proibitive e il freddo e la malnutrizione costante completarono lo sterminio degli italiani di Crimea. Le baracche erano catapecchie di paglia e sterco di cavallo, spesso senza letti e senza ogni tipo di fonte di riscaldamento. Dei circa 2.000 cittadini deportati, solo 78 ritornarono a Kerç poco dopo la guerra. Pochi altri sopravvissuti rimasero in Kazakhistan, non avendo la possibilità di ritornare alle zone di origine, e di fatto nascondendo le proprie origini per il timore di ritorsioni e violenze anche molto dopo la fine della guerra. La successiva divisione del mondo in due blocchi contrapposti pose un’ulteriore barriera di silenzio sull’olocausto degli italiani. Solo dopo il crollo dell’Urss vi furono alcuni riconoscimenti e riabilitazioni di vittime delle quali spesso non si conosceva neppure il luogo di sepoltura, verosimilmente localizzato nelle tante fosse comuni che il Terrore staliniano e la guerra avevano istituito. Oggi gli italiani di Crimea sono circa 500, rappresentati dal presidente dell’associazione Cerkio Giulia Giacchetti Boico che per anni ha lottato per la riabilitazione delle vittime italiane delle deportazioni sovietiche. Solo nel 2015, quando la Crimea era già stata annessa alla Federazione Russa, Vladimir Putin riconobbe lo status di «deportati speciali» della minoranza etnica italiana dopo un incontro informale con l’ex premier Silvio Berlusconi.
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Lo ha dichiarato il Presidente di Coldiretti Ettore Prandini, intervenendo sul tema dei fertilizzanti e delle risorse Ue per la Politica agricola comune, durante il Forum alimentare globale Farm Europe 2026.
Nell'analisi del direttore, Maurizio Belpietro, emerge una realtà cruda: la guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran non è un conflitto "lontano". È una scossa sismica che minaccia di travolgere l'economia europea, già provata dal conflitto in Ucraina.
Rodolfo Fiesoli (Ansa)
Una bella vacanza, insomma. Peccato che durante quella gita, come certificano le sentenze, Fiesoli ne approfittò per abusare di due minorenni che aveva al seguito. Questa atroce vicenda, decisamente emblematica della mostruosità che furono il Forteto e il suo sistema di potere, è stata raccontata ieri durante l’audizione dell’ex giudice Di Matteo presso la Commissione parlamentare che ancora indaga sulla struttura toscana e sulle malefatte del suo fondatore. In particolare, la Commissione si sta concentrando sulle responsabilità dei magistrati che continuarono per anni e anni ad affidare al Forteto ragazzini in difficoltà, senza mai controllare che cosa accadesse realmente nella cooperativa e senza preoccuparsi della condanna che già gravava su Fiesoli per reati decisamente sgradevoli. Di Matteo ha risposto alle domande stando sempre sulla difensiva e in alcuni frangenti è apparso in evidente imbarazzo.
Ha raccontato di essere stato in servizio a Firenze dal 1993 al 1997, anno in cui si fece trasferire a Salerno. Conobbe Fiesoli nel 1995, in occasione del collocamento al Forteto di un minorenne «difficile». Si trattava di un ragazzino di 14 anni che non aveva ancora commesso particolari reati, ma che fu trasferito alla cooperativa agricola per via di un procedura amministrativa che quasi nessun tribunale utilizzava, ma che a Firenze - per volontà del presidente, il dottor Francesco Scarcella - era ancora in vigore. Il minore mostrava «comportamenti irregolari» e a fini preventivi di futuri crimini fu mandato da Fiesoli e compagni.
In quell’epoca, ha ricordato Di Matteo, «il Forteto era un porto di mare, passavano continuamente politici, uomini di cultura, si organizzavano eventi e convegni». Lo stesso giudice partecipò ad alcuni di questi happening, tra cui «una escursione a Barbiana, dove era sepolto don Lorenzo Milani, perché i riferimenti culturali erano quelli». Di Matteo fu già sentito su questi fatti dalla commissione regionale sul Forteto nel 2016, ma le dichiarazioni che rese - su sua richiesta - furono secretate. Ora, però, le sue affermazioni sono pubbliche e ricostruiscono perfettamente il clima dell’epoca, oltre a costituire una schiacciante testimonianza della superficialità dimostrata dai magistrati. L’ex giudice ha più volte cercato di spiegare che nessuno poteva immaginare che nella cooperativa avessero luogo violenze e abusi, ma il problema è proprio questo: avrebbero dovuto controllare i giudici e, a prescindere, avrebbero dovuto evitare di frequentare un personaggio già condannato per violenze sui ragazzini. E invece Di Matteo conferma di non aver mai controllato i casellari giudiziali di chi si candidava a ottenere in affidamento i minori.
Quanto alla sentenza del 1985 che riconobbe colpevole Fiesoli, le sue risposte sono state agghiaccianti. «La vicenda era divisiva», ha detto il magistrato. «Quello fu vissuto come un giudizio molto controverso. L’allora presidente Gian Paolo Meucci, subito dopo la scarcerazione dei vertici del Forteto, decise di affidare il giorno stesso un bambino alla cooperativa».
Chiaro, no? Per i giudici fiorentini quella sentenza di condanna non valeva. Era divisiva. E l’autorevole giudice Gian Paolo Meucci aveva mostrato di non condividerla, quindi di fatto si poteva ignorarla. E poi, che volete, al Forteto andavano i politici, gli uomini di cultura… Chi mai poteva immaginare? Il risultato di questo atteggiamento sono stati anni di abusi impuniti. Che si sarebbero potuti evitare se i magistrati avessero controllato la cooperativa o se si fossero fatti venire qualche dubbio su Fiesoli invece di andare a cena e in gita con lui.
Ieri, in commissione, Di Matteo ha detto di non aver mai subito procedimenti disciplinari per il suo comportamento riguardo al Forteto e per la sua frequentazione del pederasta e abusatore che lo dirigeva. A dirla tutta non è mai nemmeno stato sentito dal Csm. Certo, si potrebbe obiettare che si tratti di fatti lontani nel tempo, di atteggiamenti che oggi difficilmente potrebbero ripetersi. Ma a ben vedere le cose non sono cambiate molto, anzi. Ci sono numerosi casi anche molto recenti di operato discutibile dei Tribunali per i minori, a partire da quello - incredibile - che riguarda la famiglia nel bosco. Potremmo citare, però, anche altre vicende abbastanza clamorose. Prima fra tutte quella di Monteverde, a Roma, dove il tribunale aveva disposto il collocamento in casa famiglia di una bambina di 5 anni con una grave sindrome genetica. La verifica indipendente sulle sue condizioni di salute fu chiesta dalla Garante per l’infanzia, il tribunale non l’aveva disposta. Gli esperti spiegarono che la bambina sarebbe stata gravemente danneggiata dalla separazione, che per questo fu fermata. Ma se non fosse intervenuta l’autorità, il tribunale avrebbe tirato dritto.
Un’altra storia incredibile è in corso a Varese. Protagonisti sono tre bambini molto piccoli. La due sorelline sono in una struttura, il bambino più piccino, di un anno e mezzo, sta in un’altra comunità con la madre ed è in una struttura da quando è nato. Le relazioni dei servizi sociali sono buone, la famiglia potrebbe riunirsi a casa. Ma il giudice che doveva sentire le parti a gennaio ha rinviato l’udienza a maggio. I genitori, protestando vigorosamente, hanno ottenuto di anticipare a marzo, ma intanto il tempo è passato. E chi pagherà per questi ritardi?
Se esiste un buon argomento per votare sì al referendum è costituito da queste storie. Con l’introduzione dell’Alta corte prevista dalla riforma, la sanzionabilità dei magistrati che commettono errori sarà più certa, anche per chi si occupa dei minorenni e che finora sembra essere sfuggito a ogni controllo. Forse è ora che chi rovina l’esistenza dei più piccoli per superficialità o per altre ragioni si assuma le sue responsabilità.
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