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2019-12-05
Dal Vaticano arriva lo stop alla beatificazione di Sheen, il pastore di anime della tv
Gettyimages
Era tutto pronto per la beatificazione del vescovo statunitense Fulton Sheen (1895-1979), programmata nella diocesi di Peoria, nello stato di Illinois, per il giorno 21 dicembre. Le carte erano in regola, da quando lo scorso 5 luglio papa Francesco ha autorizzato la congregazione delle Cause dei santi a promulgare i decreti riguardanti il miracolo attribuito alla sua intercessione.
Ma ora qualcuno ha messo i bastoni tra le ruote e il 3 dicembre monsignor Daniel Jenky, vescovo di Peoria, «con profondo rammarico», ha annunciato che dal Vaticano è arrivato uno stop. La beatificazione programmata per il prossimo 21 dicembre non s'ha da fare ed è rinviata a data da destinarsi.
Le reazioni negli Stati Uniti (e non solo) sono state enormi: disappunto; speculazioni su vescovi che non vogliono Sheen beato perché troppo tradizionalista; confronto con altre beatificazioni contrariate in patria e comunque portate a termine (ad esempio il vescovo argentino Enrique Angelelli); illazioni sulla condotta dello stesso Sheen per casi di abuso. Perché il quasi beato Sheen è popolarissimo e amatissimo, qualcuno ha contato le conversioni a lui attribuite nell'ordine delle decine di migliaia. Il Time lo ha definito «il primo televangelista»; ha vinto un Emmy nel 1952. Nel 1930, invitato dall'emittente radiofonica statunitense Nbc, Sheen partecipa ogni domenica ad un programma intitolato L'ora cattolica. Nel 1950 approda in televisione. La sua missione di telepredicatore, termine assolutamente riduttivo per definirlo, comincia con il programma della Nbc Vale la pena di vivere. Rivolgendosi ai telespettatori, oltre 30 milioni ogni settimana, ricorda che l'unica soluzione di tutti i problemi è Gesù Cristo.
La sua causa di beatificazione aveva già subito uno stop. Nel 2014 sembrava tutto pronto, poi il cardinale Timoty Dolon, arcivescovo di New York, aveva impedito il trasporto a Peoria del corpo di Sheen che riposa nella cattedrale di St. Patrick a Manhattan. Un rifiuto che il vescovo di Peoria Jenky aveva definito del tutto inaspettato, ed è lo stesso Jenky che ora dichiara il suo rammarico di fronte al nuovo stop visto che la «Santa Sede ha deciso di rinviare la data della beatificazione, su richiesta di alcuni membri della Conferenza episcopale che hanno chiesto ulteriori approfondimenti».
Nel comunicato rilasciato dalla diocesi di Peoria si precisa che «nel nostro clima attuale, è importante che i fedeli sappiano che non c'è mai stata, né esiste ora alcuna accusa contro Sheen che implichi l'abuso di un minore». Una fonte citata dal Catholic news agency ha escluso che questo stop sia dovuto a una vecchia causa del 2007 in cui si sosteneva che il vescovo Sheen, all'epoca in cui era ausiliario della diocesi di New York (1951 - 1966), era stato coinvolto in casi di abuso. La causa, che si riferisce a una serie di casi che tirano in ballo molti prelati, fu intentata dal sacerdote Robert Hoatson, ora ridotto allo stato laicale e presentata sia a livello federale che statale, ma sempre respinta.
Il vescovo Jenkin dichiara in modo chiaro che «è stato definitivamente dimostrato che [Sheen,ndr] era un modello esemplare di condotta cristiana e un modello di leadership nella Chiesa. La sua vita di virtù non è mai stata messa in discussione in nessun momento». Eppure, la causa è stata rimandata perché, a quanto pare, qualche vescovo americano non ci sta. Questa frenata a pochi giorni dalla cerimonia è un fatto inusuale nella storia della Chiesa cattolica e qualcuno vocifera che la richiesta di approfondimenti sia dovuta al sentire di alcuni vescovi statunitensi, particolarmente allergici alla ortodossia e alla vicinanza alla tradizione del vescovo Sheen. La beatificazione resta così al palo e in attesa di capire meglio quali siano gli «ulteriori approfondimenti richiesti» qualcuno ricorda il ritratto dell'Anticristo disegnato da Sheen in una celebre trasmissione radiofonica del 1947. «Scriverà libri sulla nuova idea di Dio per adattarla al modo in cui le persone vivono», diceva Sheen. «Identificherà la tolleranza con l'indifferenza verso il bene e il male» e «parlerà perfino di Cristo e dirà che è stato il più grande uomo che sia mai vissuto». Saranno giorni, concludeva il vescovo, «in cui al diavolo è stata data una corda particolarmente lunga». Chissà, forse è per colpa di questa corda troppo lunga che il suo processo di beatificazione è stato fermato.
Lorenzo Bertocchi
Dea pagana benedetta ad Albenga. Scoppia un nuovo caso Pachamama
Nella ridente cittadina ligure di Albenga, precisamente in Piazza Azzurri d'Italia, è stato inaugurato un monumento dedicato alla storia dell'agricoltura. Si tratta di una statua realizzata dagli studenti di due classi dell'Istituto di scenografia del Liceo Artistico Giordano Bruno e donata dal Rotary Club e dall'associazione Vecchia Albenga. L'opera rappresenta una Mater Matuta. Chi non avesse dimestichezza con la mitologia romana, deve sapere che questo era il nome della dea del Mattino o dell'Aurora, protettrice della nascita degli uomini e della natura, successivamente associata alla dea greca Eos. Il Comune di Albenga ha giustificato l'erezione di una statua in onore di tale dea pagana spiegando che essa rappresenta in realtà una «Grande Madre», una divinità femminile primordiale, che si concretizza in forme molto diverse in una vasta gamma di culture. Insomma, una sorta di Pachamama locale. Il solito simbolo della Madre Terra, della Naturadi Gaia, del Creato, che si sposerebbe perfettamente con la storia dell'agricoltura cui era davvero dedicato il monumento.
Fin qui nulla da eccepire. Il fatto è che la statua della divinità pagana è stata benedetta nientemeno che dal Vicario Generale della Diocesi di Albenga-Imperia, monsignor Ivo Raimondo, Canonico del Capitolo della Cattedrale. I soliti cattolici bigotti e tradizionalisti che si sono permessi di sollevare qualche perplessità al riguardo della singolare «benedizione» sono stati subito redarguiti per aver insinuato che l'iniziativa avesse il vago sentore di un atto di idolatria. È stato loro spiegato che non si è trattato di benedire un idolo, ma il simbolo della presenza divina nella natura riconosciuta da tutte culture in tutte le epoche. Una spiegazione che ricorda un po' la replica, pubblicata dall'Osservatore Romano lo scorso 12 novembre, di monsignor Felipe Arizmendi Esquivel, Vescovo emerito di San Cristóbal de las Casas, e diretta a coloro che avevano criticato lo strato «rito» celebrato nei giardini vaticani in onore della divinità inca Pachamama. «La creazione è manifestazione dell'amore di Dio», aveva spiegato il monsignore sul quotidiano della Santa sede.
Purtroppo, però, l'azzardato tentativo di sfuggire all'accusa di idolatria fa cadere i presunti idolatri in un'altra eresia: quella panteista. L'episodio di Albenga è sintomatico da questo punto di vista, e rispecchia pienamente la deriva di una consistente parte del clero, ormai in preda ad una vera e propria febbre da panteismo ecologista. Sono cardinali, vescovi e sacerdoti che amano apparire «à la page», più lungimiranti dei confratelli, più bergogliani di Bergoglio. Per questo arrivano addirittura a sostituire la Santissima Mater Dei con false matres» pagane, tributando a quest'ultime atti di devozione come l'inchino o la benedizione. Atti che non rappresentano proprio un gesto di rispetto alla memoria dei tanti martiri che, agli inizi del cristianesimo, hanno accettato la morte pur di evitare di rendere omaggio a simulacri pagani.
Proprio Benedetto XVI, tuttora in vita, è intervenuto su tale tema nella sua nota enciclica Caritas in Veritate (2009): «La natura è a nostra disposizione non come “un mucchio di rifiuti sparsi a caso", bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, affinché l'uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per «custodirla e coltivarla» (Gn 2, 15). Ma bisogna anche sottolineare che è contrario al vero sviluppo considerare la natura più importante della stessa persona umana. Questa posizione induce ad atteggiamenti neopagani o di nuovo panteismo: dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, non può derivare la salvezza per l'uomo» (C.V. n.48). Così sentenziava Benedetto XVI quando la Chiesa parlava ancora della salvezza dell'anima e non si limitava a fare generici e fumosi discorsi a sfondo ecologista.
In una vecchia edizione del 1908 della nota rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica ho ritrovato un articolo di un'attualità sconcertante, intitolato «Il modernismo teologico e il suo sistema di conciliazione». La conclusione di quell'articolo era che «il teologo modernista si avvia a precipizio verso il panteismo e l'ateismo, perché il panteismo altro non è che ateismo larvato». Quando i gesuiti erano tenaci e strenui difensori della Fede.
Gianfranco Amato
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Definito dal «Time» «il primo televangelista», al vescovo Usa Fulton Sheen erano state attribuite migliaia di conversioni. A fermare il processo le pressioni dei vescovi più progressisti.Il vicario locale presente all'inaugurazione della statua di un «idolo primordiale».Lo speciale contiene due articoliEra tutto pronto per la beatificazione del vescovo statunitense Fulton Sheen (1895-1979), programmata nella diocesi di Peoria, nello stato di Illinois, per il giorno 21 dicembre. Le carte erano in regola, da quando lo scorso 5 luglio papa Francesco ha autorizzato la congregazione delle Cause dei santi a promulgare i decreti riguardanti il miracolo attribuito alla sua intercessione.Ma ora qualcuno ha messo i bastoni tra le ruote e il 3 dicembre monsignor Daniel Jenky, vescovo di Peoria, «con profondo rammarico», ha annunciato che dal Vaticano è arrivato uno stop. La beatificazione programmata per il prossimo 21 dicembre non s'ha da fare ed è rinviata a data da destinarsi.Le reazioni negli Stati Uniti (e non solo) sono state enormi: disappunto; speculazioni su vescovi che non vogliono Sheen beato perché troppo tradizionalista; confronto con altre beatificazioni contrariate in patria e comunque portate a termine (ad esempio il vescovo argentino Enrique Angelelli); illazioni sulla condotta dello stesso Sheen per casi di abuso. Perché il quasi beato Sheen è popolarissimo e amatissimo, qualcuno ha contato le conversioni a lui attribuite nell'ordine delle decine di migliaia. Il Time lo ha definito «il primo televangelista»; ha vinto un Emmy nel 1952. Nel 1930, invitato dall'emittente radiofonica statunitense Nbc, Sheen partecipa ogni domenica ad un programma intitolato L'ora cattolica. Nel 1950 approda in televisione. La sua missione di telepredicatore, termine assolutamente riduttivo per definirlo, comincia con il programma della Nbc Vale la pena di vivere. Rivolgendosi ai telespettatori, oltre 30 milioni ogni settimana, ricorda che l'unica soluzione di tutti i problemi è Gesù Cristo.La sua causa di beatificazione aveva già subito uno stop. Nel 2014 sembrava tutto pronto, poi il cardinale Timoty Dolon, arcivescovo di New York, aveva impedito il trasporto a Peoria del corpo di Sheen che riposa nella cattedrale di St. Patrick a Manhattan. Un rifiuto che il vescovo di Peoria Jenky aveva definito del tutto inaspettato, ed è lo stesso Jenky che ora dichiara il suo rammarico di fronte al nuovo stop visto che la «Santa Sede ha deciso di rinviare la data della beatificazione, su richiesta di alcuni membri della Conferenza episcopale che hanno chiesto ulteriori approfondimenti».Nel comunicato rilasciato dalla diocesi di Peoria si precisa che «nel nostro clima attuale, è importante che i fedeli sappiano che non c'è mai stata, né esiste ora alcuna accusa contro Sheen che implichi l'abuso di un minore». Una fonte citata dal Catholic news agency ha escluso che questo stop sia dovuto a una vecchia causa del 2007 in cui si sosteneva che il vescovo Sheen, all'epoca in cui era ausiliario della diocesi di New York (1951 - 1966), era stato coinvolto in casi di abuso. La causa, che si riferisce a una serie di casi che tirano in ballo molti prelati, fu intentata dal sacerdote Robert Hoatson, ora ridotto allo stato laicale e presentata sia a livello federale che statale, ma sempre respinta.Il vescovo Jenkin dichiara in modo chiaro che «è stato definitivamente dimostrato che [Sheen,ndr] era un modello esemplare di condotta cristiana e un modello di leadership nella Chiesa. La sua vita di virtù non è mai stata messa in discussione in nessun momento». Eppure, la causa è stata rimandata perché, a quanto pare, qualche vescovo americano non ci sta. Questa frenata a pochi giorni dalla cerimonia è un fatto inusuale nella storia della Chiesa cattolica e qualcuno vocifera che la richiesta di approfondimenti sia dovuta al sentire di alcuni vescovi statunitensi, particolarmente allergici alla ortodossia e alla vicinanza alla tradizione del vescovo Sheen. La beatificazione resta così al palo e in attesa di capire meglio quali siano gli «ulteriori approfondimenti richiesti» qualcuno ricorda il ritratto dell'Anticristo disegnato da Sheen in una celebre trasmissione radiofonica del 1947. «Scriverà libri sulla nuova idea di Dio per adattarla al modo in cui le persone vivono», diceva Sheen. «Identificherà la tolleranza con l'indifferenza verso il bene e il male» e «parlerà perfino di Cristo e dirà che è stato il più grande uomo che sia mai vissuto». Saranno giorni, concludeva il vescovo, «in cui al diavolo è stata data una corda particolarmente lunga». Chissà, forse è per colpa di questa corda troppo lunga che il suo processo di beatificazione è stato fermato.Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dal-vaticano-arriva-lo-stop-alla-beatificazione-di-sheen-il-pastore-di-anime-della-tv-2641517669.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dea-pagana-benedetta-ad-albenga-scoppia-un-nuovo-caso-pachamama" data-post-id="2641517669" data-published-at="1775472579" data-use-pagination="False"> Dea pagana benedetta ad Albenga. Scoppia un nuovo caso Pachamama Nella ridente cittadina ligure di Albenga, precisamente in Piazza Azzurri d'Italia, è stato inaugurato un monumento dedicato alla storia dell'agricoltura. Si tratta di una statua realizzata dagli studenti di due classi dell'Istituto di scenografia del Liceo Artistico Giordano Bruno e donata dal Rotary Club e dall'associazione Vecchia Albenga. L'opera rappresenta una Mater Matuta. Chi non avesse dimestichezza con la mitologia romana, deve sapere che questo era il nome della dea del Mattino o dell'Aurora, protettrice della nascita degli uomini e della natura, successivamente associata alla dea greca Eos. Il Comune di Albenga ha giustificato l'erezione di una statua in onore di tale dea pagana spiegando che essa rappresenta in realtà una «Grande Madre», una divinità femminile primordiale, che si concretizza in forme molto diverse in una vasta gamma di culture. Insomma, una sorta di Pachamama locale. Il solito simbolo della Madre Terra, della Naturadi Gaia, del Creato, che si sposerebbe perfettamente con la storia dell'agricoltura cui era davvero dedicato il monumento. Fin qui nulla da eccepire. Il fatto è che la statua della divinità pagana è stata benedetta nientemeno che dal Vicario Generale della Diocesi di Albenga-Imperia, monsignor Ivo Raimondo, Canonico del Capitolo della Cattedrale. I soliti cattolici bigotti e tradizionalisti che si sono permessi di sollevare qualche perplessità al riguardo della singolare «benedizione» sono stati subito redarguiti per aver insinuato che l'iniziativa avesse il vago sentore di un atto di idolatria. È stato loro spiegato che non si è trattato di benedire un idolo, ma il simbolo della presenza divina nella natura riconosciuta da tutte culture in tutte le epoche. Una spiegazione che ricorda un po' la replica, pubblicata dall'Osservatore Romano lo scorso 12 novembre, di monsignor Felipe Arizmendi Esquivel, Vescovo emerito di San Cristóbal de las Casas, e diretta a coloro che avevano criticato lo strato «rito» celebrato nei giardini vaticani in onore della divinità inca Pachamama. «La creazione è manifestazione dell'amore di Dio», aveva spiegato il monsignore sul quotidiano della Santa sede. Purtroppo, però, l'azzardato tentativo di sfuggire all'accusa di idolatria fa cadere i presunti idolatri in un'altra eresia: quella panteista. L'episodio di Albenga è sintomatico da questo punto di vista, e rispecchia pienamente la deriva di una consistente parte del clero, ormai in preda ad una vera e propria febbre da panteismo ecologista. Sono cardinali, vescovi e sacerdoti che amano apparire «à la page», più lungimiranti dei confratelli, più bergogliani di Bergoglio. Per questo arrivano addirittura a sostituire la Santissima Mater Dei con false matres» pagane, tributando a quest'ultime atti di devozione come l'inchino o la benedizione. Atti che non rappresentano proprio un gesto di rispetto alla memoria dei tanti martiri che, agli inizi del cristianesimo, hanno accettato la morte pur di evitare di rendere omaggio a simulacri pagani. Proprio Benedetto XVI, tuttora in vita, è intervenuto su tale tema nella sua nota enciclica Caritas in Veritate (2009): «La natura è a nostra disposizione non come “un mucchio di rifiuti sparsi a caso", bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, affinché l'uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per «custodirla e coltivarla» (Gn 2, 15). Ma bisogna anche sottolineare che è contrario al vero sviluppo considerare la natura più importante della stessa persona umana. Questa posizione induce ad atteggiamenti neopagani o di nuovo panteismo: dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, non può derivare la salvezza per l'uomo» (C.V. n.48). Così sentenziava Benedetto XVI quando la Chiesa parlava ancora della salvezza dell'anima e non si limitava a fare generici e fumosi discorsi a sfondo ecologista. In una vecchia edizione del 1908 della nota rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica ho ritrovato un articolo di un'attualità sconcertante, intitolato «Il modernismo teologico e il suo sistema di conciliazione». La conclusione di quell'articolo era che «il teologo modernista si avvia a precipizio verso il panteismo e l'ateismo, perché il panteismo altro non è che ateismo larvato». Quando i gesuiti erano tenaci e strenui difensori della Fede. Gianfranco Amato
6 aprile 2009, L'Aquila: le macerie riempiono una strada nel centro dopo il devastante terremoto che ha colpito la città (Ansa)
«Il 6 aprile di 17 anni fa il terremoto in Abruzzo, la ferita resta aperta», ha dichiarato il ministro. «Oggi ricordiamo commossi le 309 persone la cui vita fu spezzata dalla violenza del terremoto che nel 2009 colpì l’Abruzzo». Piantedosi ha rivolto il proprio pensiero anche ai feriti e a chi ha dovuto affrontare le conseguenze del sisma, sottolineando la reazione della popolazione nei giorni successivi. «Il mio pensiero va anche a tutti coloro che rimasero feriti e a chi, con dignità e determinazione, ha affrontato il dolore e la devastazione che seguirono al sisma», ha aggiunto. Il ministro ha poi voluto ringraziare le strutture impegnate nei soccorsi: «Rinnovo la mia gratitudine alle Forze dell’ordine, ai Vigili del fuoco, ai militari, ai volontari della Protezione Civile e a tutti i soccorritori che, fin dalle prime ore, hanno lavorato senza sosta per salvare vite umane e assistere la popolazione colpita». Infine, ha richiamato l’impegno sul fronte della prevenzione e della sicurezza dei territori.
A L’Aquila, la commemorazione si è svolta tra la sera del 5 e la notte del 6 aprile, in una forma diversa rispetto al tradizionale corteo, ma con una partecipazione diffusa e raccolta. La città si è fermata nel silenzio, accompagnata dalla musica dei Solisti Aquilani, che all’Emiciclo hanno eseguito brani di Händel, Vivaldi e Bach durante la cerimonia. Accanto alle istituzioni, con il sindaco Pierluigi Biondi e rappresentanti locali, erano presenti cittadini, forze dell’ordine e associazioni.
Al centro della commemorazione il telo con i nomi delle vittime, stampati in rosso, e lo striscione dei familiari con la scritta: «Per loro. Per tutti i familiari delle vittime. L’Aquila 6 aprile 2009». La notte del ricordo è proseguita al Parco della Memoria, dove è stato acceso il braciere dal funzionario comunale Daniele Ciuffetelli, in rappresentanza dei dipendenti del Comune. Qui si è svolta anche la lettura dei nomi delle 309 vittime e la deposizione dei fiori sulla fontana monumentale.
Nel corso della cerimonia è intervenuto Vincenzo Vittorini, in rappresentanza dei familiari, che ha ricordato «la notte più lunga per gli aquilani» e il valore della memoria come responsabilità condivisa. «Abbiamo scelto di non sfilare, ma di ritrovarci», ha spiegato, richiamando anche la figura di Antonietta Centofanti e citando José Saramago: «Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo». Un appello, rivolto soprattutto ai più giovani, a farsi «sentinelle della memoria» per non disperdere il ricordo nel tempo. La commemorazione si è chiusa nel segno della sobrietà, tra musica, fiori e silenzio, mentre sui social il sindaco Biondi ha scritto: «Onoriamo la nostra notte più lunga, la luce fa sperare. Onoriamo il dolore, attraversiamo il buio, camminiamo nel silenzio verso il giorno».
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Gli sfollati fuggono dal campo di Zamzam a causa del conflitto in corso nel Darfur settentrionale in Sudan (Ansa)
Dopo oltre 150.000 morti e 13 milioni di profughi, il conflitto tra il capo dell’esercito al Burhan e il leader paramilitare Hemeti resta senza sbocco. I governativi riconquistano la capitale, mentre i paramilitari dominano il Darfur e sono accusati di pulizia etnica. Paese diviso e crisi umanitaria fuori controllo.
Da ormai tre anni il Sudan è dilaniato da una sanguinosa guerra civile che ha causato oltre 150.000 vittime e quasi 13 milioni di profughi. La nazione africana ha una popolazione di 46 milioni di abitanti e oltre la metà di questi hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria, mentre 20 milioni sono a rischio di carestia.
Questo conflitto è iniziato all’interno del Consiglio Sovrano, nato dopo il colpo di stato del 25 ottobre del 2021, per il tentativo di integrare nell’esercito nazionale il gruppo paramilitare delle Forze di Supporto Rapido. Il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemeti, capo di questi miliziani, aveva chiesto un lungo periodo di transizione per non perdere il suo potere, ma al rifiuto del capo della giunta militare era iniziato il conflitto. Le Forze di Supporto Rapido avevano agito all’alba del 13 aprile prendendo di sorpresa l’esercito del generale Abdel-Fattah al Burhan, che aveva perso il controllo di interi quartieri di Khartoum. I governativi avevano reagito utilizzando l’aviazione sudanese e martellando la capitale con centinaia di vittime fra la popolazione civile. Intanto lo scontro fra i due generali aveva coinvolto tutto il paese con i paramilitari che avevano dilagato in Darfur, la loro regione di provenienza. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti gli eredi dei miliziani Janjaweed ( diavoli a cavallo), i genocidiari che nei primi anni del 2000 avevano massacrato la popolazione africana del Darfur.
Lo stesso Hemeti aveva fatto parte di queste bande irregolari,utilizzate dal governo del presidente Omar al Bashir per effettuare un’autentica pulizia etnica dei popoli non arabi. Il conflitto ha vissuto molte fasi alterne nell’arco di questi tre anni, ma oggi le Forze armate Sudanesi hanno stabilmente ripreso il controllo di Khartoum, riportando il governo nella capitale dopo essersi spostati a Port Sudan, eletta come capitale provvisoria. Nel Kordofan, una regione a sud, si continua combattere e le Forze di Supporto Rapido hanno siglato un’alleanza con un signore della guerra locale Abdelaziz al Hilu, che con i suoi mercenari ha preso il controllo del Kordofan settentrionale. Le milizie, create sia su base etnica che politica, hanno un ruolo sempre più importante nella guerra civile sudanese che coinvolge direttamente o indirettamente diverse nazioni dell’area. Il generale al Burhan ogni settimana vola al Cairo dove prende ordini dal presidente egiziano al Sisi, che è il suo principale mentore e che ha rifornito l’esercito sudanese di armi ed istruttori. Le Forze di Supporto Rapido sono invece economicamente sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, e parzialmente dall’Arabia Saudita, che attraverso il poroso confine con il Ciad permette ai paramilitari di avere armi e soldi. Con il passare dei mesi i paramilitari hanno perso terreno, ma hanno preso il controllo della totalità del Darfur, la regione occidentale. Qui per espugnare l’ultima città difesa da un milizia alleata dei governativi hanno bloccato ogni via di accesso prendendo el Fasher per fame. Una volta entrate le Forze di Supporto Rapido hanno giustiziato i notabili della città, costringendo alla fuga migliaia di persone.
Le Nazioni Unite hanno aperto una serie di inchieste per indagare sui crimini di guerra commessi sia dai ribelli che dai governativi, in una nazione nella quale lo stupro è diventato un’arma di guerra. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti accusate di pulizia etnica in Darfur, dove vivono diverse tribù africane come i Fur e i Masalit, che questi miliziani vogliono sterminare per arabizzare la regione. Questa operazione viene portata avanti da anni utilizzando uomini delle tribù beduine dei Baggara e degli Abbala, da cui provengono la maggioranza dei fedelissimi di Hemeti. Al terzo anno di combattimenti le forze del governo ed i suoi alleati controllano circa il 70% del Sudan, mentre i ribelli l’altro 30%. Il generale Hemeti ha anche formato un governo parallelo nelle aree sotto il suo controllo ed ha minacciato una secessione nel martoriato Darfur, tutto mentre il popolo del Sudan continua a morire nell’indifferenza del mondo.
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Un ingegnere prepara un drone intercettore FPV (First Person View) P1-Sun per il volo durante i test effettuati dal produttore SkyFall in una località non specificata in Ucraina (Getty Imasges)
«Secondo un documento operativo sulle tattiche FPV attribuito a fonti militari legate al conflitto ucraino», questi sistemi sono diventati uno degli strumenti più incisivi delle operazioni tattiche, capaci di influenzare direttamente l’esito degli scontri e di ridefinire il rapporto tra forze terrestri e supporto aereo. I droni FPV (First Person View) sono piccoli velivoli senza pilota controllati a distanza tramite una telecamera che trasmette immagini in tempo reale all’operatore, il quale li guida come se fosse a bordo. A differenza dei droni tradizionali vengono pilotati manualmente con grande precisione, consentendo manovre rapide e voli a bassa quota. Derivati dal mondo civile e costruiti con componenti modulari a basso costo, sono facilmente modificabili e impiegabili in massa. Possono raggiungere velocità elevate, ma hanno autonomia limitata e raggio operativo ridotto. In ambito militare vengono spesso utilizzati come munizioni guidate, dirette direttamente contro il bersaglio, combinando flessibilità, precisione e costi contenuti.
Questo rapporto tra efficacia operativa e prezzo ha accelerato la diffusione dei FPV e ne ha favorito l’integrazione nelle unità combattenti. Nel documento emerge come i droni «kamikaze» abbiano progressivamente assunto un ruolo dominante nel causare perdite sul campo, trasformandosi da strumenti di supporto a protagonisti dell’azione offensiva. Il cambiamento non riguarda solo la tecnologia, ma anche la dottrina. Le operazioni non si limitano più a un singolo drone impiegato in modo isolato, ma prevedono coordinamento, sequenze di attacco e integrazione con altre armi. In questo scenario, il drone diventa una sorta di artiglieria tattica a corto raggio, capace di intervenire in tempi rapidi e con elevata precisione. Tra le tecniche più diffuse figura la modalità cosiddetta «classica», basata sulla cooperazione tra drone di ricognizione e drone d’attacco. Il primo individua il bersaglio e trasmette le coordinate, mentre il secondo procede all’ingaggio. Questo schema consente di colpire rapidamente obiettivi mobili o posizioni fortificate. Accanto a questa tecnica si sviluppano operazioni di «free hunting», in cui i droni vengono lanciati contro obiettivi già individuati, aumentando la pressione costante sull’avversario.
Un’evoluzione significativa è rappresentata dagli attacchi «swarm», cioè l’impiego simultaneo di più droni contro un singolo obiettivo o una zona specifica. Questo approccio consente di saturare le difese e ridurre la capacità di reazione. L’uso coordinato di più piattaforme trasforma il drone in uno strumento di attacco di massa, capace di generare effetti simili a quelli di un bombardamento di precisione su scala tattica. Il documento descrive inoltre l’impiego dei FPV come supporto diretto alle unità d’assalto. Durante l’avanzata, i droni vengono utilizzati in sequenza per neutralizzare posizioni nemiche, coprire il movimento delle truppe e colpire eventuali rinforzi. Questa integrazione con la manovra terrestre riduce l’esposizione dei soldati e aumenta la velocità dell’offensiva. L’efficacia cresce ulteriormente quando i droni vengono combinati con artiglieria e mortai, creando un sistema di fuoco distribuito e flessibile.Particolarmente rilevante è la tattica dell’imboscata, in cui il drone viene posizionato in anticipo e resta in attesa del bersaglio. In questa configurazione il FPV si trasforma in una mina intelligente, capace di colpire improvvisamente veicoli o personale. L’impiego di droni relay estende il raggio operativo e aumenta il tempo di attesa, rendendo l’attacco più imprevedibile. Questa modalità dimostra come i droni possano essere utilizzati non solo per l’offensiva immediata, ma anche per il controllo del terreno.
Il documento evidenzia anche l’uso di attacchi combinati. Un primo drone colpisce un veicolo o una posizione, mentre un secondo interviene contro il personale durante le operazioni di evacuazione. Analogamente, la tecnica del doppio attacco prevede l’impiego di due droni in successione per penetrare coperture e colpire all’interno di strutture protette. Queste procedure indicano un crescente livello di coordinamento e sofisticazione tattica. Un altro elemento significativo riguarda l’organizzazione delle squadre operative. L’impiego dei FPV richiede team dedicati, composti da pilota, operatore di ricognizione, specialista delle munizioni e coordinatore. Questo assetto conferma la trasformazione del drone in un sistema integrato e non più in uno strumento individuale. La professionalizzazione degli operatori e la standardizzazione delle procedure aumentano l’efficacia complessiva delle operazioni. L’analisi del documento mostra come i droni FPV stiano riducendo il vantaggio dei mezzi corazzati, abbassando il costo delle operazioni offensive e aumentando la letalità a corto raggio. La combinazione di flessibilità, precisione e rapidità rende questi sistemi centrali nella guerra moderna. La diffusione capillare dei FPV indica una trasformazione destinata a incidere sui conflitti futuri, dove la superiorità numerica e l’innovazione tattica avranno un peso sempre maggiore. La guerra sul campo di battaglia diventa così più decentralizzata e dinamica. Unità leggere, supportate da droni a basso costo, possono colpire con precisione e rapidità, ridisegnando gli equilibri operativi. In questo scenario, la capacità di adattamento e l’uso intelligente della tecnologia diventano fattori decisivi, mentre i droni FPV si affermano come uno degli strumenti più influenti della guerra contemporanea.
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Il premier ungherese Viktor Orbán (Ansa)
Il 12 aprile sfida decisiva tra Orbán e Magyar: in gioco i rapporti con Ue, Russia e Ucraina. Dalla visita di JD Vance a sostegno del premier al caso delle telefonate Szijjártó-Lavrov, tra accuse di interferenze straniere, scandali e sondaggi opposti, il voto ungherese diventa un test per gli equilibri europei e per i finanziamenti a Kiev.
Il 12 aprile si sancirà il futuro dell’Ungheria. Questa domenica, infatti, i cittadini ungheresi saranno chiamati a rinnovare il Parlamento e il governo del proprio Paese nelle elezioni parlamentari. Di più, perché i due principali schieramenti che si affronteranno, ovvero Fidesz, guidato dell’attuale premier Viktor Orbán, e Tisza, dello sfidante Péter Magyar, sono latori di interessi sostanzialmente antitetici.
Relazioni con le istituzioni europee, supporto all’Ucraina, rapporti con la Russia, economia e immigrazione. I due candidati, appartenenti entrambi al campo politico sommariamente definibile come «destra», non potevano tuttavia essere più diversi. Da una parte Orbán, grande nemico di Bruxelles e degli euroburocrati, contrario ai finanziamenti multimiliardari all’Ucraina, alle sanzioni autolesionistiche alla Russia e fautore di una politica di tolleranza zero nei confronti dell’immigrazione clandestina. Dall’altra Magyar, europarlamentare che potremmo definire vera e propria incarnazione dell’ortodossia «bruxelliana».
L’importanza del voto di domenica è testimoniata anche dalla visita del Vicepresidente americano JD Vance, che il 7 e l’8 aprile sarà a Budapest; una missione pensata appositamente per dare all’alleato Orbán la giusta spinta elettorale in vista del voto di fine settimana.
Quella che si avvia alla sua conclusione è stata, senza esagerazioni, una campagna elettorale brutale, con reciproche accuse di interferenze da parte di servizi d’intelligence stranieri. L’ultimo esempio, in ordine cronologico, è quello che vede protagonista il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó. Un consorzio di testate giornalistiche investigative dell'Europa orientale (The Insider, VSquare e Delfi) ha pubblicato nelle scorse settimane registrazioni e trascrizioni di telefonate in cui il capo della diplomazia di Budapest avrebbe fornito a Mosca un accesso privilegiato a «informazioni strategiche riservate». In una delle conversazioni diffuse, Szijjártó si rivolge al suo omologo russo Sergej Lavrov con toni amichevoli, promettendo di adoperarsi, insieme al governo slovacco, per ottenere la rimozione di una parente di un oligarca russo dalla lista delle sanzioni europee. Dall’Europa si sono subito alzate le voci che hanno urlato al tradimento, non è chiaro di cosa, non essendo l’Ungheria in guerra con la Russia.
Ma come sono state ottenute tali informazioni? In un video pubblicato sui propri canali social, Szijjártó ha descritto l'episodio come «l'intervento di intelligence straniera più grave, serio e vergognoso della storia» del Paese, sostenendo che i servizi segreti di altri stati avrebbero intercettato sistematicamente le sue comunicazioni telefoniche e reso pubbliche le registrazioni a una settimana e mezza dal voto nell'interesse dell'Ucraina. Ciò sembrerebbe essere confermato da una conversazione telefonica trapelata sui media ungheresi tra il giornalista investigativo Szabolcs Panyi e una donna, in cui il primo ammette di aver dato «due numeri», quello di Szijjártó e della donna, a un «servizio statale di un paese dell’Unione Europea», conscio del fatto che quel servizio potesse monitorare «chi chiama chi e quando».
Un altro polverone si era sollevato a metà febbraio, quando Magyar era finito al centro di uno scandalo per la sua partecipazione ad un festino a base di «sesso e droga» dopo una festa di partito, risalente all'agosto del 2024. Il leader di Tisza ha confermato di aver avuto una relazione consensuale con la sua ex fidanzata, negando tuttavia con fermezza di aver fatto uso di droghe, pur riconoscendo che nella stanza erano presenti sostanze stupefacenti. Magyar ha definito l'accaduto una classica «operazione di compromissione in stile russo», sostenendo di essere stato deliberatamente attirato in una trappola.
Per non farci mancare niente, il candidato dell’opposizione ha dichiarato che ufficiali dell'intelligence militare russa sarebbero giunti a Budapest sotto copertura diplomatica, con il preciso mandato di influenzare il voto a favore di Orbán, senza tuttavia fornire alcuna prova. Orbán ha risposto con un contrattacco altrettanto aggressivo. In un videomessaggio diffuso a fine marzo, il premier ha dichiarato di non aver mai assistito a un'elezione in cui «i servizi segreti stranieri avessero interferito» con tale intensità, accusando Tisza di essere un «girevole» per le spie ucraine e facendo riferimento a un rapporto di intelligence declassificato secondo cui alcuni tecnici informatici legati al partito di Magyar avrebbero contatti con la cosiddetta «IT Army of Ukraine» e con l'ambasciata di Kiev a Budapest.
A rendere il quadro ancora più opaco contribuisce la situazione dei sondaggi, che in questa tornata elettorale si rivelano di fatto inaffidabili, o quanto meno fortemente condizionati dall'orientamento politico degli istituti che li realizzano. Quelli vicini all'opposizione, come Medián o Závecz Research, attribuiscono a Tisza un netto vantaggio, che oscilla tra i dieci e i quindici punti. Gli istituti legati al governo, invece, come il Nézőpont Institute, dipingono uno scenario opposto, con Fidesz stabilmente avanti.
Le elezioni ungheresi faranno sentire i loro effetti in tutta Europa. In caso di riconferma del partito di Orbán (sarebbe il quinto di fila), il maxi-prestito da 90 miliardi in favore di Kiev continuerebbe ad essere bloccato, come allo stato attuale delle cose; se a trionfare dovesse essere invece Magyar, l’ennesimo salasso di soldi pubblici europei verrà quasi certamente elargito in favore dell’Ucraina. agli ungheresi l’ultima parola.
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