True
2019-12-05
Dal Vaticano arriva lo stop alla beatificazione di Sheen, il pastore di anime della tv
Gettyimages
Era tutto pronto per la beatificazione del vescovo statunitense Fulton Sheen (1895-1979), programmata nella diocesi di Peoria, nello stato di Illinois, per il giorno 21 dicembre. Le carte erano in regola, da quando lo scorso 5 luglio papa Francesco ha autorizzato la congregazione delle Cause dei santi a promulgare i decreti riguardanti il miracolo attribuito alla sua intercessione.
Ma ora qualcuno ha messo i bastoni tra le ruote e il 3 dicembre monsignor Daniel Jenky, vescovo di Peoria, «con profondo rammarico», ha annunciato che dal Vaticano è arrivato uno stop. La beatificazione programmata per il prossimo 21 dicembre non s'ha da fare ed è rinviata a data da destinarsi.
Le reazioni negli Stati Uniti (e non solo) sono state enormi: disappunto; speculazioni su vescovi che non vogliono Sheen beato perché troppo tradizionalista; confronto con altre beatificazioni contrariate in patria e comunque portate a termine (ad esempio il vescovo argentino Enrique Angelelli); illazioni sulla condotta dello stesso Sheen per casi di abuso. Perché il quasi beato Sheen è popolarissimo e amatissimo, qualcuno ha contato le conversioni a lui attribuite nell'ordine delle decine di migliaia. Il Time lo ha definito «il primo televangelista»; ha vinto un Emmy nel 1952. Nel 1930, invitato dall'emittente radiofonica statunitense Nbc, Sheen partecipa ogni domenica ad un programma intitolato L'ora cattolica. Nel 1950 approda in televisione. La sua missione di telepredicatore, termine assolutamente riduttivo per definirlo, comincia con il programma della Nbc Vale la pena di vivere. Rivolgendosi ai telespettatori, oltre 30 milioni ogni settimana, ricorda che l'unica soluzione di tutti i problemi è Gesù Cristo.
La sua causa di beatificazione aveva già subito uno stop. Nel 2014 sembrava tutto pronto, poi il cardinale Timoty Dolon, arcivescovo di New York, aveva impedito il trasporto a Peoria del corpo di Sheen che riposa nella cattedrale di St. Patrick a Manhattan. Un rifiuto che il vescovo di Peoria Jenky aveva definito del tutto inaspettato, ed è lo stesso Jenky che ora dichiara il suo rammarico di fronte al nuovo stop visto che la «Santa Sede ha deciso di rinviare la data della beatificazione, su richiesta di alcuni membri della Conferenza episcopale che hanno chiesto ulteriori approfondimenti».
Nel comunicato rilasciato dalla diocesi di Peoria si precisa che «nel nostro clima attuale, è importante che i fedeli sappiano che non c'è mai stata, né esiste ora alcuna accusa contro Sheen che implichi l'abuso di un minore». Una fonte citata dal Catholic news agency ha escluso che questo stop sia dovuto a una vecchia causa del 2007 in cui si sosteneva che il vescovo Sheen, all'epoca in cui era ausiliario della diocesi di New York (1951 - 1966), era stato coinvolto in casi di abuso. La causa, che si riferisce a una serie di casi che tirano in ballo molti prelati, fu intentata dal sacerdote Robert Hoatson, ora ridotto allo stato laicale e presentata sia a livello federale che statale, ma sempre respinta.
Il vescovo Jenkin dichiara in modo chiaro che «è stato definitivamente dimostrato che [Sheen,ndr] era un modello esemplare di condotta cristiana e un modello di leadership nella Chiesa. La sua vita di virtù non è mai stata messa in discussione in nessun momento». Eppure, la causa è stata rimandata perché, a quanto pare, qualche vescovo americano non ci sta. Questa frenata a pochi giorni dalla cerimonia è un fatto inusuale nella storia della Chiesa cattolica e qualcuno vocifera che la richiesta di approfondimenti sia dovuta al sentire di alcuni vescovi statunitensi, particolarmente allergici alla ortodossia e alla vicinanza alla tradizione del vescovo Sheen. La beatificazione resta così al palo e in attesa di capire meglio quali siano gli «ulteriori approfondimenti richiesti» qualcuno ricorda il ritratto dell'Anticristo disegnato da Sheen in una celebre trasmissione radiofonica del 1947. «Scriverà libri sulla nuova idea di Dio per adattarla al modo in cui le persone vivono», diceva Sheen. «Identificherà la tolleranza con l'indifferenza verso il bene e il male» e «parlerà perfino di Cristo e dirà che è stato il più grande uomo che sia mai vissuto». Saranno giorni, concludeva il vescovo, «in cui al diavolo è stata data una corda particolarmente lunga». Chissà, forse è per colpa di questa corda troppo lunga che il suo processo di beatificazione è stato fermato.
Lorenzo Bertocchi
Dea pagana benedetta ad Albenga. Scoppia un nuovo caso Pachamama
Nella ridente cittadina ligure di Albenga, precisamente in Piazza Azzurri d'Italia, è stato inaugurato un monumento dedicato alla storia dell'agricoltura. Si tratta di una statua realizzata dagli studenti di due classi dell'Istituto di scenografia del Liceo Artistico Giordano Bruno e donata dal Rotary Club e dall'associazione Vecchia Albenga. L'opera rappresenta una Mater Matuta. Chi non avesse dimestichezza con la mitologia romana, deve sapere che questo era il nome della dea del Mattino o dell'Aurora, protettrice della nascita degli uomini e della natura, successivamente associata alla dea greca Eos. Il Comune di Albenga ha giustificato l'erezione di una statua in onore di tale dea pagana spiegando che essa rappresenta in realtà una «Grande Madre», una divinità femminile primordiale, che si concretizza in forme molto diverse in una vasta gamma di culture. Insomma, una sorta di Pachamama locale. Il solito simbolo della Madre Terra, della Naturadi Gaia, del Creato, che si sposerebbe perfettamente con la storia dell'agricoltura cui era davvero dedicato il monumento.
Fin qui nulla da eccepire. Il fatto è che la statua della divinità pagana è stata benedetta nientemeno che dal Vicario Generale della Diocesi di Albenga-Imperia, monsignor Ivo Raimondo, Canonico del Capitolo della Cattedrale. I soliti cattolici bigotti e tradizionalisti che si sono permessi di sollevare qualche perplessità al riguardo della singolare «benedizione» sono stati subito redarguiti per aver insinuato che l'iniziativa avesse il vago sentore di un atto di idolatria. È stato loro spiegato che non si è trattato di benedire un idolo, ma il simbolo della presenza divina nella natura riconosciuta da tutte culture in tutte le epoche. Una spiegazione che ricorda un po' la replica, pubblicata dall'Osservatore Romano lo scorso 12 novembre, di monsignor Felipe Arizmendi Esquivel, Vescovo emerito di San Cristóbal de las Casas, e diretta a coloro che avevano criticato lo strato «rito» celebrato nei giardini vaticani in onore della divinità inca Pachamama. «La creazione è manifestazione dell'amore di Dio», aveva spiegato il monsignore sul quotidiano della Santa sede.
Purtroppo, però, l'azzardato tentativo di sfuggire all'accusa di idolatria fa cadere i presunti idolatri in un'altra eresia: quella panteista. L'episodio di Albenga è sintomatico da questo punto di vista, e rispecchia pienamente la deriva di una consistente parte del clero, ormai in preda ad una vera e propria febbre da panteismo ecologista. Sono cardinali, vescovi e sacerdoti che amano apparire «à la page», più lungimiranti dei confratelli, più bergogliani di Bergoglio. Per questo arrivano addirittura a sostituire la Santissima Mater Dei con false matres» pagane, tributando a quest'ultime atti di devozione come l'inchino o la benedizione. Atti che non rappresentano proprio un gesto di rispetto alla memoria dei tanti martiri che, agli inizi del cristianesimo, hanno accettato la morte pur di evitare di rendere omaggio a simulacri pagani.
Proprio Benedetto XVI, tuttora in vita, è intervenuto su tale tema nella sua nota enciclica Caritas in Veritate (2009): «La natura è a nostra disposizione non come “un mucchio di rifiuti sparsi a caso", bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, affinché l'uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per «custodirla e coltivarla» (Gn 2, 15). Ma bisogna anche sottolineare che è contrario al vero sviluppo considerare la natura più importante della stessa persona umana. Questa posizione induce ad atteggiamenti neopagani o di nuovo panteismo: dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, non può derivare la salvezza per l'uomo» (C.V. n.48). Così sentenziava Benedetto XVI quando la Chiesa parlava ancora della salvezza dell'anima e non si limitava a fare generici e fumosi discorsi a sfondo ecologista.
In una vecchia edizione del 1908 della nota rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica ho ritrovato un articolo di un'attualità sconcertante, intitolato «Il modernismo teologico e il suo sistema di conciliazione». La conclusione di quell'articolo era che «il teologo modernista si avvia a precipizio verso il panteismo e l'ateismo, perché il panteismo altro non è che ateismo larvato». Quando i gesuiti erano tenaci e strenui difensori della Fede.
Gianfranco Amato
Continua a leggereRiduci
Definito dal «Time» «il primo televangelista», al vescovo Usa Fulton Sheen erano state attribuite migliaia di conversioni. A fermare il processo le pressioni dei vescovi più progressisti.Il vicario locale presente all'inaugurazione della statua di un «idolo primordiale».Lo speciale contiene due articoliEra tutto pronto per la beatificazione del vescovo statunitense Fulton Sheen (1895-1979), programmata nella diocesi di Peoria, nello stato di Illinois, per il giorno 21 dicembre. Le carte erano in regola, da quando lo scorso 5 luglio papa Francesco ha autorizzato la congregazione delle Cause dei santi a promulgare i decreti riguardanti il miracolo attribuito alla sua intercessione.Ma ora qualcuno ha messo i bastoni tra le ruote e il 3 dicembre monsignor Daniel Jenky, vescovo di Peoria, «con profondo rammarico», ha annunciato che dal Vaticano è arrivato uno stop. La beatificazione programmata per il prossimo 21 dicembre non s'ha da fare ed è rinviata a data da destinarsi.Le reazioni negli Stati Uniti (e non solo) sono state enormi: disappunto; speculazioni su vescovi che non vogliono Sheen beato perché troppo tradizionalista; confronto con altre beatificazioni contrariate in patria e comunque portate a termine (ad esempio il vescovo argentino Enrique Angelelli); illazioni sulla condotta dello stesso Sheen per casi di abuso. Perché il quasi beato Sheen è popolarissimo e amatissimo, qualcuno ha contato le conversioni a lui attribuite nell'ordine delle decine di migliaia. Il Time lo ha definito «il primo televangelista»; ha vinto un Emmy nel 1952. Nel 1930, invitato dall'emittente radiofonica statunitense Nbc, Sheen partecipa ogni domenica ad un programma intitolato L'ora cattolica. Nel 1950 approda in televisione. La sua missione di telepredicatore, termine assolutamente riduttivo per definirlo, comincia con il programma della Nbc Vale la pena di vivere. Rivolgendosi ai telespettatori, oltre 30 milioni ogni settimana, ricorda che l'unica soluzione di tutti i problemi è Gesù Cristo.La sua causa di beatificazione aveva già subito uno stop. Nel 2014 sembrava tutto pronto, poi il cardinale Timoty Dolon, arcivescovo di New York, aveva impedito il trasporto a Peoria del corpo di Sheen che riposa nella cattedrale di St. Patrick a Manhattan. Un rifiuto che il vescovo di Peoria Jenky aveva definito del tutto inaspettato, ed è lo stesso Jenky che ora dichiara il suo rammarico di fronte al nuovo stop visto che la «Santa Sede ha deciso di rinviare la data della beatificazione, su richiesta di alcuni membri della Conferenza episcopale che hanno chiesto ulteriori approfondimenti».Nel comunicato rilasciato dalla diocesi di Peoria si precisa che «nel nostro clima attuale, è importante che i fedeli sappiano che non c'è mai stata, né esiste ora alcuna accusa contro Sheen che implichi l'abuso di un minore». Una fonte citata dal Catholic news agency ha escluso che questo stop sia dovuto a una vecchia causa del 2007 in cui si sosteneva che il vescovo Sheen, all'epoca in cui era ausiliario della diocesi di New York (1951 - 1966), era stato coinvolto in casi di abuso. La causa, che si riferisce a una serie di casi che tirano in ballo molti prelati, fu intentata dal sacerdote Robert Hoatson, ora ridotto allo stato laicale e presentata sia a livello federale che statale, ma sempre respinta.Il vescovo Jenkin dichiara in modo chiaro che «è stato definitivamente dimostrato che [Sheen,ndr] era un modello esemplare di condotta cristiana e un modello di leadership nella Chiesa. La sua vita di virtù non è mai stata messa in discussione in nessun momento». Eppure, la causa è stata rimandata perché, a quanto pare, qualche vescovo americano non ci sta. Questa frenata a pochi giorni dalla cerimonia è un fatto inusuale nella storia della Chiesa cattolica e qualcuno vocifera che la richiesta di approfondimenti sia dovuta al sentire di alcuni vescovi statunitensi, particolarmente allergici alla ortodossia e alla vicinanza alla tradizione del vescovo Sheen. La beatificazione resta così al palo e in attesa di capire meglio quali siano gli «ulteriori approfondimenti richiesti» qualcuno ricorda il ritratto dell'Anticristo disegnato da Sheen in una celebre trasmissione radiofonica del 1947. «Scriverà libri sulla nuova idea di Dio per adattarla al modo in cui le persone vivono», diceva Sheen. «Identificherà la tolleranza con l'indifferenza verso il bene e il male» e «parlerà perfino di Cristo e dirà che è stato il più grande uomo che sia mai vissuto». Saranno giorni, concludeva il vescovo, «in cui al diavolo è stata data una corda particolarmente lunga». Chissà, forse è per colpa di questa corda troppo lunga che il suo processo di beatificazione è stato fermato.Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dal-vaticano-arriva-lo-stop-alla-beatificazione-di-sheen-il-pastore-di-anime-della-tv-2641517669.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dea-pagana-benedetta-ad-albenga-scoppia-un-nuovo-caso-pachamama" data-post-id="2641517669" data-published-at="1772047566" data-use-pagination="False"> Dea pagana benedetta ad Albenga. Scoppia un nuovo caso Pachamama Nella ridente cittadina ligure di Albenga, precisamente in Piazza Azzurri d'Italia, è stato inaugurato un monumento dedicato alla storia dell'agricoltura. Si tratta di una statua realizzata dagli studenti di due classi dell'Istituto di scenografia del Liceo Artistico Giordano Bruno e donata dal Rotary Club e dall'associazione Vecchia Albenga. L'opera rappresenta una Mater Matuta. Chi non avesse dimestichezza con la mitologia romana, deve sapere che questo era il nome della dea del Mattino o dell'Aurora, protettrice della nascita degli uomini e della natura, successivamente associata alla dea greca Eos. Il Comune di Albenga ha giustificato l'erezione di una statua in onore di tale dea pagana spiegando che essa rappresenta in realtà una «Grande Madre», una divinità femminile primordiale, che si concretizza in forme molto diverse in una vasta gamma di culture. Insomma, una sorta di Pachamama locale. Il solito simbolo della Madre Terra, della Naturadi Gaia, del Creato, che si sposerebbe perfettamente con la storia dell'agricoltura cui era davvero dedicato il monumento. Fin qui nulla da eccepire. Il fatto è che la statua della divinità pagana è stata benedetta nientemeno che dal Vicario Generale della Diocesi di Albenga-Imperia, monsignor Ivo Raimondo, Canonico del Capitolo della Cattedrale. I soliti cattolici bigotti e tradizionalisti che si sono permessi di sollevare qualche perplessità al riguardo della singolare «benedizione» sono stati subito redarguiti per aver insinuato che l'iniziativa avesse il vago sentore di un atto di idolatria. È stato loro spiegato che non si è trattato di benedire un idolo, ma il simbolo della presenza divina nella natura riconosciuta da tutte culture in tutte le epoche. Una spiegazione che ricorda un po' la replica, pubblicata dall'Osservatore Romano lo scorso 12 novembre, di monsignor Felipe Arizmendi Esquivel, Vescovo emerito di San Cristóbal de las Casas, e diretta a coloro che avevano criticato lo strato «rito» celebrato nei giardini vaticani in onore della divinità inca Pachamama. «La creazione è manifestazione dell'amore di Dio», aveva spiegato il monsignore sul quotidiano della Santa sede. Purtroppo, però, l'azzardato tentativo di sfuggire all'accusa di idolatria fa cadere i presunti idolatri in un'altra eresia: quella panteista. L'episodio di Albenga è sintomatico da questo punto di vista, e rispecchia pienamente la deriva di una consistente parte del clero, ormai in preda ad una vera e propria febbre da panteismo ecologista. Sono cardinali, vescovi e sacerdoti che amano apparire «à la page», più lungimiranti dei confratelli, più bergogliani di Bergoglio. Per questo arrivano addirittura a sostituire la Santissima Mater Dei con false matres» pagane, tributando a quest'ultime atti di devozione come l'inchino o la benedizione. Atti che non rappresentano proprio un gesto di rispetto alla memoria dei tanti martiri che, agli inizi del cristianesimo, hanno accettato la morte pur di evitare di rendere omaggio a simulacri pagani. Proprio Benedetto XVI, tuttora in vita, è intervenuto su tale tema nella sua nota enciclica Caritas in Veritate (2009): «La natura è a nostra disposizione non come “un mucchio di rifiuti sparsi a caso", bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, affinché l'uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per «custodirla e coltivarla» (Gn 2, 15). Ma bisogna anche sottolineare che è contrario al vero sviluppo considerare la natura più importante della stessa persona umana. Questa posizione induce ad atteggiamenti neopagani o di nuovo panteismo: dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, non può derivare la salvezza per l'uomo» (C.V. n.48). Così sentenziava Benedetto XVI quando la Chiesa parlava ancora della salvezza dell'anima e non si limitava a fare generici e fumosi discorsi a sfondo ecologista. In una vecchia edizione del 1908 della nota rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica ho ritrovato un articolo di un'attualità sconcertante, intitolato «Il modernismo teologico e il suo sistema di conciliazione». La conclusione di quell'articolo era che «il teologo modernista si avvia a precipizio verso il panteismo e l'ateismo, perché il panteismo altro non è che ateismo larvato». Quando i gesuiti erano tenaci e strenui difensori della Fede. Gianfranco Amato
Greta Thunberg cammina con una folla di attivisti filo-palestinesi arrivati per accogliere la Global Sumud Flotilla al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, il 7 settembre 2025 (Ansa)
L'isola caraibica potrebbe diventare la meta di una nuova spedizione. L’iniziativa Nuestra América, promossa dall’Internazionale Progressista e dai Democratic Socialists of America, è sostenuta dall’attivista svedese e punta a sfidare l’embargo di Washington. Intanto a L'Avana blackout sempre più frequenti, code ai distributori infinite, ospedali in crisi e turismo in crollo.
Cuba potrebbe diventare la meta di una nuova Flotilla che dovrebbe arrivare nell’isola caraibica il 21 marzo. L’iniziativa, denominata Nuestra América, è stata promossa dall’ organizzazione Internazionale Progressista e dai Democratic Socialists of America, che hanno appoggiato l’elezione di Mamdani a New York, e ha già ricevuto la benedizione dell’eco-attivista Greta Thunberg. Le imbarcazioni vorrebbero portare cibo, medicinali e beni di prima necessità, ma soprattutto «rompere il blocco imposto da Washington».
Le previsioni di Donald Trump sul crollo del regime cubano sembrano infatti sempre più vicine ad avversarsi. Il tycoon aveva dichiarato che L’Avana era pronta a cadere e che non ci sarebbe stato bisogno di fare nulla, dipendendo totalmente dal petrolio del Venezuela che adesso non avrebbe più ricevuto. Il governo di Cuba ha annunciato alle compagnie aeree internazionali che gli aeroporti cubani non saranno in grado di fare rifornimento agli aerei almeno fino a metà marzo. Una situazione che complica enormemente l’afflusso turistico nell’isola caraibica, costringendo gli aerei a fare degli scali tecnici in Messico o nella Repubblica Dominicana. Air Canada ha già interrotto le tratte, limitandosi a organizzare una serie di voli per riportare a casa i canadesi presenti a Cuba. Per il momento le compagnie aeree spagnole Iberia e Air Europa hanno dichiarato che i loro servizi per l'isola continueranno, ma i voli da Madrid dovranno atterrare nella Repubblica Dominicana per rifornirsi di carburante. Nelle ultime settimane il governo cubano ha tagliato molte tratte di trasporti pubblici, ha accorciato la settimana lavorativa e ha imposto che le lezioni universitarie si tengano online. Il governo ha anche deciso di chiudere alcuni resort turistici per concentrare i visitatori. Il turismo è in grave crisi ormai da anni: nel 2024 sono arrivati poco più di 2 milioni di turisti, la cifra più bassa in due decenni e nel 2025 c’è stato un ulteriore calo del 20 per cento. I blackout sono sempre più frequenti e le code ai distributori infinite, mentre ormai anche i generatori degli ospedali sono quasi esauriti.
Carlos Fernandez de Cossio è il viceministro degli Esteri ed ha lavorato presso le Nazioni Unite. «Abbiamo opzioni molto limitate, dobbiamo cercare un dialogo che si basi sul rispetto delle sovranità nazionale. Siamo aperti al dialogo con gli Stati Uniti, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né tantomeno una nostra resa». L’esperto uomo politico ha poi fatto la fotografia dell’attuale situazione. «Stiamo adottando una serie di misure che mirano a preservare i servizi essenziali e concentrare le risorse dove sono più necessarie. Siamo pronti ad aprire una trattativa economica, ma non ad un cambio di regime. Tutte le divergenze con Washington possono essere risolte».
Il Messico sta valutando la ripresa delle spedizioni di petrolio, dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha annullato i dazi imposti contro i Paesi esportatori di greggio verso Cuba. Il governo della presidente Claudia Sheinbaum ha inviato 800 tonnellate di aiuti alimentari a bordo di due navi della sua Marina. Anche il Canada ha annunciato che sta lavorando a un pacchetto di aiuti e assistenza. Mosca è intervenuta nella questione dichiarando che la situazione è davvero critica e accusando gli Stati Uniti di aver imposto una stretta alla gola sull’isola. Dichiarazioni di sostegno sono arrivate anche dalla Cina, dal Brasile e dalla Colombia, ma il destino dell’ormai ex isola rivoluzionaria sembra già segnato.
Continua a leggereRiduci
Rubén Oseguera González (Ansa)
Ma il potente cartello non può dirsi sconfitto dopo l’eliminazione di quello che era probabilmente l’ultimo grande boss della droga messicano. Insieme a El Mencho è stato ucciso anche il suo braccio destro Hugo «H» alias El Tuli, un uomo estremamente influente nel clan che coordinava posti di blocco, incendi di veicoli, attacchi alla Guardia nazionale e agli edifici governativi. El Tuli aveva anche messo una taglia di 20.000 pesos (circa 1.000 euro) per ogni soldato o poliziotto che veniva ucciso. Il cartello Jalisco Nueva Generación, nonostante la perdita dei due uomini più importanti , si sta già riorganizzando scegliendo un nuovo capo da seguire. Due dei figli di El Mencho sono morti tempo fa, mentre un terzo si trova in carcere negli Stati Uniti. Rubén Oseguera González, meglio conosciuto come El Menchito era l’erede designato, ma è stato condannato all’ergastolo più trent’anni per associazione a delinquere finalizzata al traffico di cocaina e metanfetamina negli Usa. Sui giornali messicani sono apparsi ben cinque possibili eredi del pericoloso El Mencho, ma il figlio della moglie del defunto boss appare il grande favorito. Juan Carlos Valencia González, alias El 03, come detto figliastro di Nemesio Oseguera Cervantes, appare come il suo successore naturale. Figlio di un primo matrimonio di Rosalinda González Valencia, conosciuta come La Jefa, che ha sempre avuto molta influenza su El Mencho imponendogli il figlio. Juan Carlos Valencia Gonzalez è nato a Santa Ana in California e ha la cittadinanza statunitense. Negli ultimi anni ha guidato il gruppo «Elite», il braccio armato di Jalisco dimostrandosi sempre molto risoluto e capace di organizzare attacchi e battaglie contro le forze dell’ordine. Lui ha convinto il clan a investire in armamenti sempre più moderni per contrastare l’esercito messicano. Sulla sua testa pende una taglia di 5 milioni da parte della Dea, il Dipartimento antidroga americano. Un altro personaggio da tenere d’occhio potrebbe essere Audias Flores Silva , El Jardinero, responsabile delle operazioni del cartello in diverse entità federali, come Jalisco e Michoacan e dei processi di espansione in altre, come Zacatecas, mentre appare meno probabile una promozione di Gonzalo Mendoza Gaitán, alias El Sapo, responsabile delle operazioni portuali e marittime del cartello in particolare a Manzanillo , il porto più importante del Paese e da cui arrivano la maggior parte dei precursori chimici provenienti da Cina, India e Thailandia. Un ruolo nella nuova organizzazione potrebbe averlo anche la figlia di El Mencho Jessica Johanna Oseguera Gonzalez, detta La Negra, anch’essa con la cittadinanza statunitense. Nel febbraio 2020, è stata arrestata a Washington, mentre si recava all’udienza penale del fratello, ed è stata accusata di cinque capi d’imputazione per transazioni o affari in quanto membro del Cartel de Jalisco Nueva Generacion.
Continua a leggereRiduci
Matteo Zoppas (Imagoeconomica)
Facciamo il punto. Sono entrati in vigore i nuovi dazi globali del 10% annunciati dal Customs and border protection, l’Agenzia delle dogane. Ma questo è solo un primo passo perché Trump punta comunque al 15% annunciato dopo la sentenza della Corte Suprema della scorsa settimana ed è quindi presumibile che stia lavorando per trovare il supporto giuridico per arrivare a questo obiettivo. Nel frattempo il presidente americano avverte che chi «volesse giocare» con la decisione della Corte Suprema, rischia tariffe molto più alte.
Per le esportazioni italiane questo cosa vuol dire?
«È un momento in cui bisogna essere cauti e prudenti. La situazione che si è venuta a creare tra il presidente Donald Trump e la Corte suprema, è una questione interna americana che è da osservare e capire. Dal canto nostro non bisogna abbassare la guardia e fare il massimo dello sforzo per continuare a promuovere gli Usa. Bisogna capire se i dazi passati saranno sostituiti o sommato ad altre aliquote. Il ministro Tajani ha fatto bene a convocare tutte le categorie del sistema Paese e le imprese per dare un aggiornamento sulla situazione. Il messaggio è di non perdere l’impegno a lavorare con gli Usa che comunque sono una destinazione strategica. Un’impresa che ha una consolidata penetrazione negli Stati Uniti usa questo come biglietto di presentazione per accreditarsi su altri mercati. Essere negli States significa essere in una vetrina importante».
Quali sono le informazioni che vi arrivano?
«A quanto pare per l’Europa si torna a un’imposta doganale del 15% per tutti i prodotti, ad eccezione di quelli, come acciaio e alluminio, per i quali i dazi nascono da un’altra normativa. L’aliquota varrà per 150 giorni. Stanno cercando una formula giuridica per arrivare quanto prima a sbloccare l’impasse creato dalla sentenza della Corte suprema e arrivare ad un 15% anche oltre ai 150 giorni. Nel frattempo si raccomanda di non fare dell’allarmismo. Vale l’invito della Farnesina ad evitare una guerra commerciale. Gli imprenditori ci diranno cosa accade alle merci alla dogana. Ora tutta l’attenzione è giustamente e comprensibilmente focalizzata sulle tariffe doganali e la disputa tra la Casa Bianca e la Corte suprema ma c’è un altro nemico, ben più pericoloso per le imprese, ed è il cambio sfavorevole con il dollaro. Questo raddoppia l’onere dei dazi. Auspichiamo che l’Europa si muova con misure che possono aiutare a far fronte a questa situazione penalizzante. Resta la raccomandazione di non abbassare la guardia sugli Usa che, ripeto, sono destinazione strategica».
Temete ritorsioni da parte del presidente Trump qualora qualcosa dovesse andare storto?
«Certo che le temiamo ed è per questo che mai come adesso è necessario muoversi con estrema prudenza. La diplomazia europea e con essa quella italiana, stanno lavorando per tornare ad una situazione di stabilità».
Avete notizie se le esportazioni, alla luce di questa incertezza, si sono bloccate o hanno rallentato?
«È presto per arrivare a valutazioni di questo tipo. Credo che tutti siano in attesa di una schiarita sulle norme attuative. Questa altalena di notizie, prima il 10% poi il 15 non aiutano ma bisogna tenere i nervi saldi».
C’è la tentazione di smarcarsi dagli Usa e cercare nuovi mercati di sbocco?
«Ogni categoria merceologica si comporta in modo diverso ma tutte rispondono alla strategia che, dove c’è un varco con prospettive di mercato interessante, vale la pena inserirsi e andare a vedere. Gli accordi con il Mercosur e con l’India aprono scenari interessanti. Non dimentichiamo che dal 2014 al 2023 siamo passati da 450 a circa 2400 barriere tariffarie a livello globale. Il che vuol dire che la globalizzazione è ancora lontana e c’è molto da fare. Questo non vuol dire smettere di marcare stretto gli Stati Uniti, che restano uno sbocco importante. Per quanto riguarda l’India, il passaggio per il vino da dazi del 150% al 20% è un’apertura incredibile».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 25 febbraio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino ci spiega perché il Pentagono sconsiglia a Donald Trump un intervento in Iran.