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2019-12-05
Dal Vaticano arriva lo stop alla beatificazione di Sheen, il pastore di anime della tv
Gettyimages
Era tutto pronto per la beatificazione del vescovo statunitense Fulton Sheen (1895-1979), programmata nella diocesi di Peoria, nello stato di Illinois, per il giorno 21 dicembre. Le carte erano in regola, da quando lo scorso 5 luglio papa Francesco ha autorizzato la congregazione delle Cause dei santi a promulgare i decreti riguardanti il miracolo attribuito alla sua intercessione.
Ma ora qualcuno ha messo i bastoni tra le ruote e il 3 dicembre monsignor Daniel Jenky, vescovo di Peoria, «con profondo rammarico», ha annunciato che dal Vaticano è arrivato uno stop. La beatificazione programmata per il prossimo 21 dicembre non s'ha da fare ed è rinviata a data da destinarsi.
Le reazioni negli Stati Uniti (e non solo) sono state enormi: disappunto; speculazioni su vescovi che non vogliono Sheen beato perché troppo tradizionalista; confronto con altre beatificazioni contrariate in patria e comunque portate a termine (ad esempio il vescovo argentino Enrique Angelelli); illazioni sulla condotta dello stesso Sheen per casi di abuso. Perché il quasi beato Sheen è popolarissimo e amatissimo, qualcuno ha contato le conversioni a lui attribuite nell'ordine delle decine di migliaia. Il Time lo ha definito «il primo televangelista»; ha vinto un Emmy nel 1952. Nel 1930, invitato dall'emittente radiofonica statunitense Nbc, Sheen partecipa ogni domenica ad un programma intitolato L'ora cattolica. Nel 1950 approda in televisione. La sua missione di telepredicatore, termine assolutamente riduttivo per definirlo, comincia con il programma della Nbc Vale la pena di vivere. Rivolgendosi ai telespettatori, oltre 30 milioni ogni settimana, ricorda che l'unica soluzione di tutti i problemi è Gesù Cristo.
La sua causa di beatificazione aveva già subito uno stop. Nel 2014 sembrava tutto pronto, poi il cardinale Timoty Dolon, arcivescovo di New York, aveva impedito il trasporto a Peoria del corpo di Sheen che riposa nella cattedrale di St. Patrick a Manhattan. Un rifiuto che il vescovo di Peoria Jenky aveva definito del tutto inaspettato, ed è lo stesso Jenky che ora dichiara il suo rammarico di fronte al nuovo stop visto che la «Santa Sede ha deciso di rinviare la data della beatificazione, su richiesta di alcuni membri della Conferenza episcopale che hanno chiesto ulteriori approfondimenti».
Nel comunicato rilasciato dalla diocesi di Peoria si precisa che «nel nostro clima attuale, è importante che i fedeli sappiano che non c'è mai stata, né esiste ora alcuna accusa contro Sheen che implichi l'abuso di un minore». Una fonte citata dal Catholic news agency ha escluso che questo stop sia dovuto a una vecchia causa del 2007 in cui si sosteneva che il vescovo Sheen, all'epoca in cui era ausiliario della diocesi di New York (1951 - 1966), era stato coinvolto in casi di abuso. La causa, che si riferisce a una serie di casi che tirano in ballo molti prelati, fu intentata dal sacerdote Robert Hoatson, ora ridotto allo stato laicale e presentata sia a livello federale che statale, ma sempre respinta.
Il vescovo Jenkin dichiara in modo chiaro che «è stato definitivamente dimostrato che [Sheen,ndr] era un modello esemplare di condotta cristiana e un modello di leadership nella Chiesa. La sua vita di virtù non è mai stata messa in discussione in nessun momento». Eppure, la causa è stata rimandata perché, a quanto pare, qualche vescovo americano non ci sta. Questa frenata a pochi giorni dalla cerimonia è un fatto inusuale nella storia della Chiesa cattolica e qualcuno vocifera che la richiesta di approfondimenti sia dovuta al sentire di alcuni vescovi statunitensi, particolarmente allergici alla ortodossia e alla vicinanza alla tradizione del vescovo Sheen. La beatificazione resta così al palo e in attesa di capire meglio quali siano gli «ulteriori approfondimenti richiesti» qualcuno ricorda il ritratto dell'Anticristo disegnato da Sheen in una celebre trasmissione radiofonica del 1947. «Scriverà libri sulla nuova idea di Dio per adattarla al modo in cui le persone vivono», diceva Sheen. «Identificherà la tolleranza con l'indifferenza verso il bene e il male» e «parlerà perfino di Cristo e dirà che è stato il più grande uomo che sia mai vissuto». Saranno giorni, concludeva il vescovo, «in cui al diavolo è stata data una corda particolarmente lunga». Chissà, forse è per colpa di questa corda troppo lunga che il suo processo di beatificazione è stato fermato.
Lorenzo Bertocchi
Dea pagana benedetta ad Albenga. Scoppia un nuovo caso Pachamama
Nella ridente cittadina ligure di Albenga, precisamente in Piazza Azzurri d'Italia, è stato inaugurato un monumento dedicato alla storia dell'agricoltura. Si tratta di una statua realizzata dagli studenti di due classi dell'Istituto di scenografia del Liceo Artistico Giordano Bruno e donata dal Rotary Club e dall'associazione Vecchia Albenga. L'opera rappresenta una Mater Matuta. Chi non avesse dimestichezza con la mitologia romana, deve sapere che questo era il nome della dea del Mattino o dell'Aurora, protettrice della nascita degli uomini e della natura, successivamente associata alla dea greca Eos. Il Comune di Albenga ha giustificato l'erezione di una statua in onore di tale dea pagana spiegando che essa rappresenta in realtà una «Grande Madre», una divinità femminile primordiale, che si concretizza in forme molto diverse in una vasta gamma di culture. Insomma, una sorta di Pachamama locale. Il solito simbolo della Madre Terra, della Naturadi Gaia, del Creato, che si sposerebbe perfettamente con la storia dell'agricoltura cui era davvero dedicato il monumento.
Fin qui nulla da eccepire. Il fatto è che la statua della divinità pagana è stata benedetta nientemeno che dal Vicario Generale della Diocesi di Albenga-Imperia, monsignor Ivo Raimondo, Canonico del Capitolo della Cattedrale. I soliti cattolici bigotti e tradizionalisti che si sono permessi di sollevare qualche perplessità al riguardo della singolare «benedizione» sono stati subito redarguiti per aver insinuato che l'iniziativa avesse il vago sentore di un atto di idolatria. È stato loro spiegato che non si è trattato di benedire un idolo, ma il simbolo della presenza divina nella natura riconosciuta da tutte culture in tutte le epoche. Una spiegazione che ricorda un po' la replica, pubblicata dall'Osservatore Romano lo scorso 12 novembre, di monsignor Felipe Arizmendi Esquivel, Vescovo emerito di San Cristóbal de las Casas, e diretta a coloro che avevano criticato lo strato «rito» celebrato nei giardini vaticani in onore della divinità inca Pachamama. «La creazione è manifestazione dell'amore di Dio», aveva spiegato il monsignore sul quotidiano della Santa sede.
Purtroppo, però, l'azzardato tentativo di sfuggire all'accusa di idolatria fa cadere i presunti idolatri in un'altra eresia: quella panteista. L'episodio di Albenga è sintomatico da questo punto di vista, e rispecchia pienamente la deriva di una consistente parte del clero, ormai in preda ad una vera e propria febbre da panteismo ecologista. Sono cardinali, vescovi e sacerdoti che amano apparire «à la page», più lungimiranti dei confratelli, più bergogliani di Bergoglio. Per questo arrivano addirittura a sostituire la Santissima Mater Dei con false matres» pagane, tributando a quest'ultime atti di devozione come l'inchino o la benedizione. Atti che non rappresentano proprio un gesto di rispetto alla memoria dei tanti martiri che, agli inizi del cristianesimo, hanno accettato la morte pur di evitare di rendere omaggio a simulacri pagani.
Proprio Benedetto XVI, tuttora in vita, è intervenuto su tale tema nella sua nota enciclica Caritas in Veritate (2009): «La natura è a nostra disposizione non come “un mucchio di rifiuti sparsi a caso", bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, affinché l'uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per «custodirla e coltivarla» (Gn 2, 15). Ma bisogna anche sottolineare che è contrario al vero sviluppo considerare la natura più importante della stessa persona umana. Questa posizione induce ad atteggiamenti neopagani o di nuovo panteismo: dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, non può derivare la salvezza per l'uomo» (C.V. n.48). Così sentenziava Benedetto XVI quando la Chiesa parlava ancora della salvezza dell'anima e non si limitava a fare generici e fumosi discorsi a sfondo ecologista.
In una vecchia edizione del 1908 della nota rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica ho ritrovato un articolo di un'attualità sconcertante, intitolato «Il modernismo teologico e il suo sistema di conciliazione». La conclusione di quell'articolo era che «il teologo modernista si avvia a precipizio verso il panteismo e l'ateismo, perché il panteismo altro non è che ateismo larvato». Quando i gesuiti erano tenaci e strenui difensori della Fede.
Gianfranco Amato
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Definito dal «Time» «il primo televangelista», al vescovo Usa Fulton Sheen erano state attribuite migliaia di conversioni. A fermare il processo le pressioni dei vescovi più progressisti.Il vicario locale presente all'inaugurazione della statua di un «idolo primordiale».Lo speciale contiene due articoliEra tutto pronto per la beatificazione del vescovo statunitense Fulton Sheen (1895-1979), programmata nella diocesi di Peoria, nello stato di Illinois, per il giorno 21 dicembre. Le carte erano in regola, da quando lo scorso 5 luglio papa Francesco ha autorizzato la congregazione delle Cause dei santi a promulgare i decreti riguardanti il miracolo attribuito alla sua intercessione.Ma ora qualcuno ha messo i bastoni tra le ruote e il 3 dicembre monsignor Daniel Jenky, vescovo di Peoria, «con profondo rammarico», ha annunciato che dal Vaticano è arrivato uno stop. La beatificazione programmata per il prossimo 21 dicembre non s'ha da fare ed è rinviata a data da destinarsi.Le reazioni negli Stati Uniti (e non solo) sono state enormi: disappunto; speculazioni su vescovi che non vogliono Sheen beato perché troppo tradizionalista; confronto con altre beatificazioni contrariate in patria e comunque portate a termine (ad esempio il vescovo argentino Enrique Angelelli); illazioni sulla condotta dello stesso Sheen per casi di abuso. Perché il quasi beato Sheen è popolarissimo e amatissimo, qualcuno ha contato le conversioni a lui attribuite nell'ordine delle decine di migliaia. Il Time lo ha definito «il primo televangelista»; ha vinto un Emmy nel 1952. Nel 1930, invitato dall'emittente radiofonica statunitense Nbc, Sheen partecipa ogni domenica ad un programma intitolato L'ora cattolica. Nel 1950 approda in televisione. La sua missione di telepredicatore, termine assolutamente riduttivo per definirlo, comincia con il programma della Nbc Vale la pena di vivere. Rivolgendosi ai telespettatori, oltre 30 milioni ogni settimana, ricorda che l'unica soluzione di tutti i problemi è Gesù Cristo.La sua causa di beatificazione aveva già subito uno stop. Nel 2014 sembrava tutto pronto, poi il cardinale Timoty Dolon, arcivescovo di New York, aveva impedito il trasporto a Peoria del corpo di Sheen che riposa nella cattedrale di St. Patrick a Manhattan. Un rifiuto che il vescovo di Peoria Jenky aveva definito del tutto inaspettato, ed è lo stesso Jenky che ora dichiara il suo rammarico di fronte al nuovo stop visto che la «Santa Sede ha deciso di rinviare la data della beatificazione, su richiesta di alcuni membri della Conferenza episcopale che hanno chiesto ulteriori approfondimenti».Nel comunicato rilasciato dalla diocesi di Peoria si precisa che «nel nostro clima attuale, è importante che i fedeli sappiano che non c'è mai stata, né esiste ora alcuna accusa contro Sheen che implichi l'abuso di un minore». Una fonte citata dal Catholic news agency ha escluso che questo stop sia dovuto a una vecchia causa del 2007 in cui si sosteneva che il vescovo Sheen, all'epoca in cui era ausiliario della diocesi di New York (1951 - 1966), era stato coinvolto in casi di abuso. La causa, che si riferisce a una serie di casi che tirano in ballo molti prelati, fu intentata dal sacerdote Robert Hoatson, ora ridotto allo stato laicale e presentata sia a livello federale che statale, ma sempre respinta.Il vescovo Jenkin dichiara in modo chiaro che «è stato definitivamente dimostrato che [Sheen,ndr] era un modello esemplare di condotta cristiana e un modello di leadership nella Chiesa. La sua vita di virtù non è mai stata messa in discussione in nessun momento». Eppure, la causa è stata rimandata perché, a quanto pare, qualche vescovo americano non ci sta. Questa frenata a pochi giorni dalla cerimonia è un fatto inusuale nella storia della Chiesa cattolica e qualcuno vocifera che la richiesta di approfondimenti sia dovuta al sentire di alcuni vescovi statunitensi, particolarmente allergici alla ortodossia e alla vicinanza alla tradizione del vescovo Sheen. La beatificazione resta così al palo e in attesa di capire meglio quali siano gli «ulteriori approfondimenti richiesti» qualcuno ricorda il ritratto dell'Anticristo disegnato da Sheen in una celebre trasmissione radiofonica del 1947. «Scriverà libri sulla nuova idea di Dio per adattarla al modo in cui le persone vivono», diceva Sheen. «Identificherà la tolleranza con l'indifferenza verso il bene e il male» e «parlerà perfino di Cristo e dirà che è stato il più grande uomo che sia mai vissuto». Saranno giorni, concludeva il vescovo, «in cui al diavolo è stata data una corda particolarmente lunga». Chissà, forse è per colpa di questa corda troppo lunga che il suo processo di beatificazione è stato fermato.Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dal-vaticano-arriva-lo-stop-alla-beatificazione-di-sheen-il-pastore-di-anime-della-tv-2641517669.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dea-pagana-benedetta-ad-albenga-scoppia-un-nuovo-caso-pachamama" data-post-id="2641517669" data-published-at="1770314881" data-use-pagination="False"> Dea pagana benedetta ad Albenga. Scoppia un nuovo caso Pachamama Nella ridente cittadina ligure di Albenga, precisamente in Piazza Azzurri d'Italia, è stato inaugurato un monumento dedicato alla storia dell'agricoltura. Si tratta di una statua realizzata dagli studenti di due classi dell'Istituto di scenografia del Liceo Artistico Giordano Bruno e donata dal Rotary Club e dall'associazione Vecchia Albenga. L'opera rappresenta una Mater Matuta. Chi non avesse dimestichezza con la mitologia romana, deve sapere che questo era il nome della dea del Mattino o dell'Aurora, protettrice della nascita degli uomini e della natura, successivamente associata alla dea greca Eos. Il Comune di Albenga ha giustificato l'erezione di una statua in onore di tale dea pagana spiegando che essa rappresenta in realtà una «Grande Madre», una divinità femminile primordiale, che si concretizza in forme molto diverse in una vasta gamma di culture. Insomma, una sorta di Pachamama locale. Il solito simbolo della Madre Terra, della Naturadi Gaia, del Creato, che si sposerebbe perfettamente con la storia dell'agricoltura cui era davvero dedicato il monumento. Fin qui nulla da eccepire. Il fatto è che la statua della divinità pagana è stata benedetta nientemeno che dal Vicario Generale della Diocesi di Albenga-Imperia, monsignor Ivo Raimondo, Canonico del Capitolo della Cattedrale. I soliti cattolici bigotti e tradizionalisti che si sono permessi di sollevare qualche perplessità al riguardo della singolare «benedizione» sono stati subito redarguiti per aver insinuato che l'iniziativa avesse il vago sentore di un atto di idolatria. È stato loro spiegato che non si è trattato di benedire un idolo, ma il simbolo della presenza divina nella natura riconosciuta da tutte culture in tutte le epoche. Una spiegazione che ricorda un po' la replica, pubblicata dall'Osservatore Romano lo scorso 12 novembre, di monsignor Felipe Arizmendi Esquivel, Vescovo emerito di San Cristóbal de las Casas, e diretta a coloro che avevano criticato lo strato «rito» celebrato nei giardini vaticani in onore della divinità inca Pachamama. «La creazione è manifestazione dell'amore di Dio», aveva spiegato il monsignore sul quotidiano della Santa sede. Purtroppo, però, l'azzardato tentativo di sfuggire all'accusa di idolatria fa cadere i presunti idolatri in un'altra eresia: quella panteista. L'episodio di Albenga è sintomatico da questo punto di vista, e rispecchia pienamente la deriva di una consistente parte del clero, ormai in preda ad una vera e propria febbre da panteismo ecologista. Sono cardinali, vescovi e sacerdoti che amano apparire «à la page», più lungimiranti dei confratelli, più bergogliani di Bergoglio. Per questo arrivano addirittura a sostituire la Santissima Mater Dei con false matres» pagane, tributando a quest'ultime atti di devozione come l'inchino o la benedizione. Atti che non rappresentano proprio un gesto di rispetto alla memoria dei tanti martiri che, agli inizi del cristianesimo, hanno accettato la morte pur di evitare di rendere omaggio a simulacri pagani. Proprio Benedetto XVI, tuttora in vita, è intervenuto su tale tema nella sua nota enciclica Caritas in Veritate (2009): «La natura è a nostra disposizione non come “un mucchio di rifiuti sparsi a caso", bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, affinché l'uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per «custodirla e coltivarla» (Gn 2, 15). Ma bisogna anche sottolineare che è contrario al vero sviluppo considerare la natura più importante della stessa persona umana. Questa posizione induce ad atteggiamenti neopagani o di nuovo panteismo: dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, non può derivare la salvezza per l'uomo» (C.V. n.48). Così sentenziava Benedetto XVI quando la Chiesa parlava ancora della salvezza dell'anima e non si limitava a fare generici e fumosi discorsi a sfondo ecologista. In una vecchia edizione del 1908 della nota rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica ho ritrovato un articolo di un'attualità sconcertante, intitolato «Il modernismo teologico e il suo sistema di conciliazione». La conclusione di quell'articolo era che «il teologo modernista si avvia a precipizio verso il panteismo e l'ateismo, perché il panteismo altro non è che ateismo larvato». Quando i gesuiti erano tenaci e strenui difensori della Fede. Gianfranco Amato
Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 febbraio 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti ci spiega i rischi di una escalation tra Usa e Iran.
Ansa
Secondo Marco Femminella e Danila Solinas, gli avvocati dei Trevallion che avevano depositato la segnalazione all’Ordine professionale degli assistenti sociali e all’Ente regionale competente per il servizio del Comune di Palmoli, in provincia di Chieti, «la professionista non avrebbe mantenuto la necessaria equidistanza richiesta dal ruolo, mostrando un atteggiamento pregiudizievole nei confronti della famiglia, soprattutto nella fase successiva al trasferimento dei bambini deciso dall’autorità giudiziaria», lo scorso 20 novembre.
Contestazione rispedita al mittente in tempi record e con poche righe di motivazione: «Non ravvisiamo le contestazioni avanzate, l’operato dell’assistente sociale è stato corretto in ogni sua forma», hanno scritto i funzionari dell’Ente d’ambito sociale di Monteodorisio, organismo sovracomunale che gestisce i servizi sociali su più territori. Manca ancora la risposta dell’Ordine professionale degli assistenti sociali, ma la valutazione amministrativa, non giudiziaria, è già un pessimo segnale.
Nel documento del 29 gennaio, i legali di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham contestavano anche la limitatezza dei contatti tra D’Angelo, i genitori e i minori. L’assistente sociale si sarebbe mostrata «ostile» e «avrebbe interpretato le proprie mansioni con negligenza», rilasciando pure eccessive interviste. «Un’esposizione che rischierebbe di minare la neutralità e la riservatezza che l’incarico imporrebbe», evidenziavano gli avvocati.
Per l’Ente, invece, non sarà avviata alcuna azione disciplinare, D’Angelo continua nel suo lavoro senza cambiamenti. Nell’ultima relazione che ha redatto assieme agli operatori della casa famiglia a Vasto conferma che la madre dei bambini è «oppositiva e riluttante a condividere regole diverse dalle proprie». I conflitti con Catherine proseguono, rendendo ancora più complicata la situazione. Eppure, gli specialisti della Neuropsichiatria infantile della Asl Lanciano Vasto Chieti si sono espressi favorevolmente al rientro in famiglia dei minori.
Nella relazione, firmata da un’équipe multidisciplinare, i medici scrivono: «È indispensabile favorire e ripristinare una consuetudine affettiva, attraverso la garanzia di continuità dei legami familiari, al fine di estinguere i comportamenti di disagio evidenziati dai bambini, nell’ottica di una necessaria condivisione con la famiglia degli obiettivi didattici, di adattamento alla collettività tra pari e di scelte per il benessere dei minori».
Il documento bene evidenzia come la separazione stia producendo più danni che benefici, quando invece è dimostrata la capacità genitoriale dei Trevallion: «L’interazione con i genitori risulta validata e questi rappresentano per loro un valido riferimento emotivo».
Anche l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni, ha espresso preoccupazione per la salute psicologica ed emotiva dei tre bambini ospiti da oltre due mesi nella casa famiglia di Vasto e provati dal trauma dell’allontanamento e della rottura del nucleo familiare. «La perizia indipendente realizzata dall’équipe di psichiatri della Asl Lanciano Vasto Chieti conferma, infatti, lo stato di disagio e sofferenza dei minori segnalato dalla madre Catherine Trevallion», dichiara Terragni.
L’auspicio del Garante, «è che in sede giudiziaria si tenga nel debito conto questa valutazione, conformando anche i tempi del procedimento al superiore diritto alla salute psicologica dei tre bambini». Terragni sottolinea come il caso di Palmoli non sia «l’unico né probabilmente quello maggiormente problematico tra i molti casi di allontanamento di minori che vengono portati ogni giorno alla nostra attenzione, ma ha il merito di avere acceso i riflettori su un sistema che necessita riflessione e anche cambiamenti, laddove necessari».
La sua conclusione è che «al momento basterebbe fare riferimento alla normativa vigente, cosa che purtroppo non sempre avviene. Proprio per questo scopo abbiamo voluto fare il punto con il nostro recente documento Prelevamento dei minori. Facciamo il punto, dedicato al tema». Sui tempi lunghi è intervenuto il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli. «I bambini sono nella casa protetta dal 20 novembre. Vogliamo capire se ci sono stati progressi. I cittadini hanno il diritto di sapere», ha detto. Per il Comune, è anche una spesa gravosa considerato che il collocamento costa 244 euro al giorno.
Intanto è cambiata la guida del Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Il Consiglio superiore della magistratura ha nominato come nuovo presidente Nicoletta Orlando, ex deputata del Pci-Pds. Sostituirà Cecilia Angrisano, che aveva firmato l’ordinanza dell’11 novembre con cui era stata sospesa la responsabilità genitoriale alla coppia disponendo il trasferimento dei bambini a Vasto.
Ieri è arrivata la sorella psicologa di Catherine che si augura una soluzione positiva, anche un possibile rientro in Australia.
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