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2019-09-08
Da Orlando altro schiaffo ai 5 stelle: «La riforma Bonafede è da rivedere»
Ansa
Non c'è due senza tre, quando si tratta di cedimenti grillini. Il megacedimento, padre di tutti gli altri arretramenti, ha riguardato l'Europa: prima il voto per fare da stampella a Ursula von der Leyen; poi l'accettazione del terzetto targato Pd Paolo Gentiloni-Roberto Gualtieri-Vincenzo Amendola; quindi la notizia di un possibile ingresso nel gruppo Renew Europe di Emmanuel Macron (non smentita dalla capodelegazione pentastellata all'Europarlamento, Tiziana Beghin); e in sostanza una capitolazione generale rispetto a tutto ciò che i grillini avevano detto per anni di osteggiare (fiscal compact, bail in, fondo salva stati).
Il secondo cedimento è derivato dalla posizione di Paola De Micheli sul dossier Autostrade. Qualcuno l'ha definito un «incidente autostradale», e in effetti il tamponamento (politico) c'è stato, con i grillini duri e puri favorevoli alla revoca della concessione ad Atlantia, e la ministra Pd attestata su una più cauta e vaghissima linea della «revisione»). Ma la De Micheli ha pure aggiunto altro sale sulle ferite grilline: sì alla Gronda e sì al Tav.
E ieri è maturata la terza umiliazione su un punto ultrasensibile per il Movimento, e cioè la giustizia. Tema su cui (in un'intervista a La Stampa) a infierire sui grillini è stato Andrea Orlando, voce due volte significativa, in quanto vicesegretario unico del Pd e ex Guardasigilli. Orland ha fatto capire di aver sentito il suo successore Alfonso Bonafede, con cui avrà un incontro la prossima settimana, «per qualche considerazione a quattr'occhi» sulla riforma della giustizia, ha scritto il giornale torinese. Ma intanto l'esponente Pd ha già messo molte carte sul tavolo, anche in modo urticante: «Non si può pensare che un nuovo governo prenda per buono un testo che è stato costruito da due forze politiche che non ci coinvolsero minimamente. È ragionevole che si ricominci la discussione».
E - come vedremo - non si tratta solo di galateo formale: ci sono almeno quattro nodi concreti. Primo: la norma sulle intercettazioni, che risale a Orlando, e che Bonafede ha bloccato, bollandola come un «bavaglio all'informazione». Su questo il numero due del Pd ha usato toni distensivi («su due o tre cose siamo già d'accordo e possiamo cominciare a lavorarci subito»). Poi però arrivano tre questioni roventi: «il tema civile, l'emanazione del decreto che riguarda il fallimentare, il potenziamento delle infrastrutture nel settore giustizia». In altre parole, al di là della parte penale (a cui verremo tra un istante), il Pd vuole ridiscutere tutto («i nodi non si sciolgono con ultimatum sui giornali, ma sedendo a un tavolo e discutendo»).
E allora arriviamo anche al punto più spinoso, quello della prescrizione, oggetto - come si ricorderà - di un pesante scontro dei grillini con la Lega di Matteo Salvini, poche settimane fa. Facciamo un passo indietro: un anno fa, su questo tema, si registrò una pericolosa fuga in avanti grillina, che la Lega riuscì solo a rinviare. Di che si trattava? Della volontà pentastellata di disporre la sospensione della prescrizione dopo il primo grado, con il rischio concreto per i cittadini di processi eterni. La Lega non riuscì a bocciare il progetto, ma solo a rinviarlo a gennaio 2020, subordinandone la partenza a una riforma complessiva della giustizia. Che però - secondo Bonafede - sarebbe arrivata proprio con il suo attuale disegno di legge. Ecco perché lo scontro con Salvini, su quel tema, era divenuto al calor bianco.
Su questo punto, Orlando si è mantenuto vago. Nella sua intervista di ieri, si è limitato a affermazioni generali: «Credo che la drastica cancellazione della prescrizione sia un errore, ma dentro un percorso processuale si possono trovare equilibri compensando con altre garanzie». Ma il Pd vuole comunque riparlare di tutto. Concetto che ieri sera Orlando ha ribadito in una dichiarazione al sito del Fatto quotidiano.
E il carico più pesante è arrivato dal vicesegretario Pd sul tema dell'immigrazione e dei decreti sicurezza, su cui Orlando ha chiesto «discontinuità» e una «valutazione complessiva». Che, dietro il velo del politichese, vuol dire riscriverli daccapo. Cosa che esporrebbe il governo alla prevedibile e motivatissima furia di Salvini, e i grillini a una figuraccia clamorosa. Per questo M5s vorrebbe limitarsi a ritocchi minimi, politicamente simbolici ma non di sostanza.
Ieri, su tutto questo, si è registrato un gran silenzio grillino. Fino a sera, nulla sui social di Di Maio e Bonafede, niente dichiarazioni ufficiali. Circolava solo lo spin che Di Maio vuol far passare in questi giorni tra i suoi: «Non voglio conflitti, vi prego di non rispondere alle provocazioni, ma dite al Pd di non comportarsi come la Lega». E però il punto - ben al di là del comportamento altrui - è l'atteggiamento dei grillini: la voglia disperata di evitare il voto li porterà a subìre dal Pd ciò che non vollero accettare dalla Lega?
Il summit dei grillini ribelli è un flop
«Siamo i ribelli dell'onestà». ll 27 agosto minacciava le dimissioni o una «nuova strada» in caso di alleanza tra il M5s e il Pd, ieri così si è descritto insieme ai malpancisti del Movimento che ha riunito a Bologna «per discutere e riflettere» dopo la svolta del Conte bis. Davide Barillari, consigliere regionale del Lazio, è uno di quelli a cui l'accordo giallorosso non è andato giù ma non si dimette né tradisce il M5s. «Scontenti? È riduttivo definirci così, siamo i ribelli della coerenza» ha dichiarato dopo una riunione piuttosto «carbonara» nello stile del primo M5s, a Bologna, in una location top secret con un numero anche quello segreto di partecipanti, anche se c'erano tanti portavoce venuti da tutta Italia, anche nazionali.
«È l'inizio di un percorso, ma non sarà né una scissione né si creerà una corrente. È un modo per ripartire, per dare segnali forti alla dirigenza M5s e alla nostra base». Secondo Barillari, «un progetto che sta partendo. Diciamo: mai più errori. Abbiamo analizzato le contraddizioni che hanno caratterizzato l'alleanza con la Lega e, ora, quella col Pd. Per ultima, la questione delle concessioni ad Autostrade. Su questo c'è stata una discussione molto intensa». Il consigliere grillino non esclude «incontri in futuro con i dirigenti nazionali» del Movimento compreso Beppe Grillo che però ha ampiamente «benedetto» l'accordo giallorosso. Il passo successivo, dice, «potrebbe essere la stesura di un documento». E se già si pensa a prossimi incontri a Milano o Roma, Barillari ammette che il capo politico Luigi Di Maio «non è stato informato. Ma esiste la libertà di espressione, i portavoce possono incontrarsi, legittimamente».
Al termine della riunione gli scontenti hanno diramato una nota: «Vogliamo far ripartire il sogno. Il Movimento 5 stelle non può ridursi ad ago della bilancia fra destra e sinistra, ma deve rimarcare la sua identità. Oggi abbiamo posto le basi di un confronto costruttivo tra portavoce del M5S di diverse parti di Italia e di diversi livelli». Non un documento che inchiodi il Movimento ormai lanciato nell'alleanza con l'ex «partito di Bibbiano» nel governo ma anche sul territorio dove già si studiano le alleanze per le prossime elezioni regionali, a cominciare dall'Umbria, ma la presa di posizione di chi non rinnega il M5s ma è convinto che sia ancora un Movimento dove ci si può confrontare e decidere, visto che ha sempre fatto della «democrazia partecipativa» la sua bandiera. Davide Barillari, si sa, che all'annuncio del possibile nuovo governo giallorosso, è stato tra i primi a dire: «Sono nato grillino e non voglio morire piddino».
E appena varato il nuovo esecutivo non ha avuto dubbi: «È stata una spartizione di poltrone. Basta vedere Roberto Speranza alla salute, quando nemmeno riesce a trovare una farmacia». Un'ultima trincea dunque il conclave bolognese per il consigliere del Lazio che, nonostante il fondatore Grillo e il «democratico» Rousseau, continua ad avversare qualunque dialogo con il Pd mentre la sua nemica giurata (ma non solo sua), la capogruppo Roberta Lombardi, anche lei in Regione dopo che l'avevano esiliata dal palco nazionale, continua a parlare di «modello Lazio». Ovvero, dialogo costruttivo tra l'opposizione grillina e la maggioranza di Nicola Zingaretti per approvare anche una serie di leggi regionali che facevano parte del programma pentastellato, rifiuti al piano paesaggistico. Per la Lombardi, dunque, il governo giallorosso può vivere, basta esportare il «modello Lazio». Due voci grilline delle 10 che siedono negli stessi banchi della Pisana eppure sono diverse «dentro» tanto da farsi largo ipotesi di possibile rimpasto.
A Roma però non piace l'accordo giallorosso neanche alla consigliera Gemma Guerrini che ha preso le distanze dal nuovo governo scagliandosi, in un post su Facebook, contro Dario Franceschini di nuovo a capo del ministero dei Beni culturali: «È il segno che tutto è cambiato perché tutto rimanesse come era».
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Il vicesegretario del Pd, ex Guardasigilli, smonta il lavoro del ministro succeduto a sé stesso. I nodi: civile e fallimentare, intercettazioni, potenziamento delle infrastrutture. E soprattutto la prescrizione. M5s muto.Riunione top secret a Bologna convocata da Davide Barillari, consigliere del Lazio contrario all'inciucio. Ignoto il numero dei partecipanti. «Né scissione, né corrente».Lo speciale contiene due articoliNon c'è due senza tre, quando si tratta di cedimenti grillini. Il megacedimento, padre di tutti gli altri arretramenti, ha riguardato l'Europa: prima il voto per fare da stampella a Ursula von der Leyen; poi l'accettazione del terzetto targato Pd Paolo Gentiloni-Roberto Gualtieri-Vincenzo Amendola; quindi la notizia di un possibile ingresso nel gruppo Renew Europe di Emmanuel Macron (non smentita dalla capodelegazione pentastellata all'Europarlamento, Tiziana Beghin); e in sostanza una capitolazione generale rispetto a tutto ciò che i grillini avevano detto per anni di osteggiare (fiscal compact, bail in, fondo salva stati). Il secondo cedimento è derivato dalla posizione di Paola De Micheli sul dossier Autostrade. Qualcuno l'ha definito un «incidente autostradale», e in effetti il tamponamento (politico) c'è stato, con i grillini duri e puri favorevoli alla revoca della concessione ad Atlantia, e la ministra Pd attestata su una più cauta e vaghissima linea della «revisione»). Ma la De Micheli ha pure aggiunto altro sale sulle ferite grilline: sì alla Gronda e sì al Tav. E ieri è maturata la terza umiliazione su un punto ultrasensibile per il Movimento, e cioè la giustizia. Tema su cui (in un'intervista a La Stampa) a infierire sui grillini è stato Andrea Orlando, voce due volte significativa, in quanto vicesegretario unico del Pd e ex Guardasigilli. Orland ha fatto capire di aver sentito il suo successore Alfonso Bonafede, con cui avrà un incontro la prossima settimana, «per qualche considerazione a quattr'occhi» sulla riforma della giustizia, ha scritto il giornale torinese. Ma intanto l'esponente Pd ha già messo molte carte sul tavolo, anche in modo urticante: «Non si può pensare che un nuovo governo prenda per buono un testo che è stato costruito da due forze politiche che non ci coinvolsero minimamente. È ragionevole che si ricominci la discussione». E - come vedremo - non si tratta solo di galateo formale: ci sono almeno quattro nodi concreti. Primo: la norma sulle intercettazioni, che risale a Orlando, e che Bonafede ha bloccato, bollandola come un «bavaglio all'informazione». Su questo il numero due del Pd ha usato toni distensivi («su due o tre cose siamo già d'accordo e possiamo cominciare a lavorarci subito»). Poi però arrivano tre questioni roventi: «il tema civile, l'emanazione del decreto che riguarda il fallimentare, il potenziamento delle infrastrutture nel settore giustizia». In altre parole, al di là della parte penale (a cui verremo tra un istante), il Pd vuole ridiscutere tutto («i nodi non si sciolgono con ultimatum sui giornali, ma sedendo a un tavolo e discutendo»). E allora arriviamo anche al punto più spinoso, quello della prescrizione, oggetto - come si ricorderà - di un pesante scontro dei grillini con la Lega di Matteo Salvini, poche settimane fa. Facciamo un passo indietro: un anno fa, su questo tema, si registrò una pericolosa fuga in avanti grillina, che la Lega riuscì solo a rinviare. Di che si trattava? Della volontà pentastellata di disporre la sospensione della prescrizione dopo il primo grado, con il rischio concreto per i cittadini di processi eterni. La Lega non riuscì a bocciare il progetto, ma solo a rinviarlo a gennaio 2020, subordinandone la partenza a una riforma complessiva della giustizia. Che però - secondo Bonafede - sarebbe arrivata proprio con il suo attuale disegno di legge. Ecco perché lo scontro con Salvini, su quel tema, era divenuto al calor bianco. Su questo punto, Orlando si è mantenuto vago. Nella sua intervista di ieri, si è limitato a affermazioni generali: «Credo che la drastica cancellazione della prescrizione sia un errore, ma dentro un percorso processuale si possono trovare equilibri compensando con altre garanzie». Ma il Pd vuole comunque riparlare di tutto. Concetto che ieri sera Orlando ha ribadito in una dichiarazione al sito del Fatto quotidiano.E il carico più pesante è arrivato dal vicesegretario Pd sul tema dell'immigrazione e dei decreti sicurezza, su cui Orlando ha chiesto «discontinuità» e una «valutazione complessiva». Che, dietro il velo del politichese, vuol dire riscriverli daccapo. Cosa che esporrebbe il governo alla prevedibile e motivatissima furia di Salvini, e i grillini a una figuraccia clamorosa. Per questo M5s vorrebbe limitarsi a ritocchi minimi, politicamente simbolici ma non di sostanza. Ieri, su tutto questo, si è registrato un gran silenzio grillino. Fino a sera, nulla sui social di Di Maio e Bonafede, niente dichiarazioni ufficiali. Circolava solo lo spin che Di Maio vuol far passare in questi giorni tra i suoi: «Non voglio conflitti, vi prego di non rispondere alle provocazioni, ma dite al Pd di non comportarsi come la Lega». E però il punto - ben al di là del comportamento altrui - è l'atteggiamento dei grillini: la voglia disperata di evitare il voto li porterà a subìre dal Pd ciò che non vollero accettare dalla Lega?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/da-orlando-altro-schiaffo-ai-5-stelle-la-riforma-bonafede-e-da-rivedere-2640253679.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-summit-dei-grillini-ribelli-e-un-flop" data-post-id="2640253679" data-published-at="1770308956" data-use-pagination="False"> Il summit dei grillini ribelli è un flop «Siamo i ribelli dell'onestà». ll 27 agosto minacciava le dimissioni o una «nuova strada» in caso di alleanza tra il M5s e il Pd, ieri così si è descritto insieme ai malpancisti del Movimento che ha riunito a Bologna «per discutere e riflettere» dopo la svolta del Conte bis. Davide Barillari, consigliere regionale del Lazio, è uno di quelli a cui l'accordo giallorosso non è andato giù ma non si dimette né tradisce il M5s. «Scontenti? È riduttivo definirci così, siamo i ribelli della coerenza» ha dichiarato dopo una riunione piuttosto «carbonara» nello stile del primo M5s, a Bologna, in una location top secret con un numero anche quello segreto di partecipanti, anche se c'erano tanti portavoce venuti da tutta Italia, anche nazionali. «È l'inizio di un percorso, ma non sarà né una scissione né si creerà una corrente. È un modo per ripartire, per dare segnali forti alla dirigenza M5s e alla nostra base». Secondo Barillari, «un progetto che sta partendo. Diciamo: mai più errori. Abbiamo analizzato le contraddizioni che hanno caratterizzato l'alleanza con la Lega e, ora, quella col Pd. Per ultima, la questione delle concessioni ad Autostrade. Su questo c'è stata una discussione molto intensa». Il consigliere grillino non esclude «incontri in futuro con i dirigenti nazionali» del Movimento compreso Beppe Grillo che però ha ampiamente «benedetto» l'accordo giallorosso. Il passo successivo, dice, «potrebbe essere la stesura di un documento». E se già si pensa a prossimi incontri a Milano o Roma, Barillari ammette che il capo politico Luigi Di Maio «non è stato informato. Ma esiste la libertà di espressione, i portavoce possono incontrarsi, legittimamente». Al termine della riunione gli scontenti hanno diramato una nota: «Vogliamo far ripartire il sogno. Il Movimento 5 stelle non può ridursi ad ago della bilancia fra destra e sinistra, ma deve rimarcare la sua identità. Oggi abbiamo posto le basi di un confronto costruttivo tra portavoce del M5S di diverse parti di Italia e di diversi livelli». Non un documento che inchiodi il Movimento ormai lanciato nell'alleanza con l'ex «partito di Bibbiano» nel governo ma anche sul territorio dove già si studiano le alleanze per le prossime elezioni regionali, a cominciare dall'Umbria, ma la presa di posizione di chi non rinnega il M5s ma è convinto che sia ancora un Movimento dove ci si può confrontare e decidere, visto che ha sempre fatto della «democrazia partecipativa» la sua bandiera. Davide Barillari, si sa, che all'annuncio del possibile nuovo governo giallorosso, è stato tra i primi a dire: «Sono nato grillino e non voglio morire piddino». E appena varato il nuovo esecutivo non ha avuto dubbi: «È stata una spartizione di poltrone. Basta vedere Roberto Speranza alla salute, quando nemmeno riesce a trovare una farmacia». Un'ultima trincea dunque il conclave bolognese per il consigliere del Lazio che, nonostante il fondatore Grillo e il «democratico» Rousseau, continua ad avversare qualunque dialogo con il Pd mentre la sua nemica giurata (ma non solo sua), la capogruppo Roberta Lombardi, anche lei in Regione dopo che l'avevano esiliata dal palco nazionale, continua a parlare di «modello Lazio». Ovvero, dialogo costruttivo tra l'opposizione grillina e la maggioranza di Nicola Zingaretti per approvare anche una serie di leggi regionali che facevano parte del programma pentastellato, rifiuti al piano paesaggistico. Per la Lombardi, dunque, il governo giallorosso può vivere, basta esportare il «modello Lazio». Due voci grilline delle 10 che siedono negli stessi banchi della Pisana eppure sono diverse «dentro» tanto da farsi largo ipotesi di possibile rimpasto. A Roma però non piace l'accordo giallorosso neanche alla consigliera Gemma Guerrini che ha preso le distanze dal nuovo governo scagliandosi, in un post su Facebook, contro Dario Franceschini di nuovo a capo del ministero dei Beni culturali: «È il segno che tutto è cambiato perché tutto rimanesse come era».
Bill Clinton e Jeffrey Epstein (Ansa)
Dai documenti declassificati spuntano però altri orrori: secondo i documenti rilasciati dal Doj, Epstein sarebbe stato implicato anche in un folle progetto di eugenetica, costringendo vittime minorenni a portare in grembo suoi figli attraverso maternità surrogata per creare un «pool genetico superiore», così riferisce una presunta vittima in un diario straziante in cui si lamenta di essere stata una «incubatrice umana» per Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell. I due avrebbero sottratto alla donna la sua neonata pochi minuti dopo il parto. Già nel 2019 il New York Times aveva raccontato che Epstein pianificava di utilizzare la sua tenuta fuori Santa Fe per «ingravidare» le sue vittime, «20 alla volta», nel tentativo di «inseminare la razza umana con il suo Dna».
Dai file desecretati oggi emerge anche che Jeffrey Epstein è stato contattato nel 2018 dal bio-hacker Bryan Bishop per finanziare segretamente la creazione del primo bambino geneticamente modificato, o addirittura clonato, entro 5 anni. Esperimenti preliminari (test e modificazioni embrionali) erano già in corso in un laboratorio in Ucraina. Bishop chiedeva 1,7 milioni di dollari all’anno per un massimo di 5 anni per un totale di 9,5 milioni, oltre a un ulteriore milione per la configurazione del laboratorio, garantendo il totale anonimato degli investitori: in caso contrario, il bambino sarebbe stato visto dai media come un «mostro» o un «fenomeno da baraccone». «Abbiamo una serie di domande su quanto fai sul serio», scriveva Bishop a Epstein nel luglio 2018, «la maggior parte di queste domande riguarda i tuoi requisiti di segretezza e privacy, il rischio reputazionale e anche qualsiasi coinvolgimento finanziario». Il faccendiere non aveva fretta, «no rush», ma rispondeva a Bishop di non aver problemi a investire, «il problema è soltanto se vedono che dietro ci sia io».
Non soltanto lui, a dire il vero: una delle parti più interessanti dei file riguarda le relazioni di Epstein con il mondo della scienza. Anche se ci sono poche prove che il suo programma transumanista sia andato avanti, scienziati di spicco, tra cui Stephen Hawking, hanno partecipato regolarmente a cene, pranzi e conferenze tenute da Epstein. «Tutti si sono domandati se questi scienziati fossero più interessati alle sue opinioni o ai suoi soldi», ha dichiarato l'avvocato Alan Dershowitz, che ha difeso Epstein nel 2008. Fatto sta che la cerchia del faccendiere includeva pezzi grossi della comunità scientifica: il pioniere della genomica e della biologia sintetica George Church, Murray Gell-Mann, il biologo evoluzionista Stephen Jay Gould, il neurologo Oliver Sacks e il premio Nobel per la fisica Frank Wilczek.
Epstein ha anche generosamente finanziato l’università di Harvard con 6,5 milioni di dollari, ma il prestigioso ateneo si è rifiutato di restituire i soldi nonostante il regolamento preveda di rifiutare i contributi dei donatori che hanno guadagnato i propri soldi in modo immorale. L’arma del faccendiere, insomma, era la corruzione attraverso sesso e soldi: nessun esponente dell’élite progressista sembra essere sfuggito alla sua rete d’influenza.
Continuano nel frattempo le reazioni dopo le dimissioni a catena degli ex amici di Epstein, a cominciare da Lord Peter Mandelson, laburista: «Ha mentito ripetutamente al mio staff, mi pento di averlo nominato», ha dichiarato il premier britannico Keir Starmer che, sotto gli attacchi della leader dell’opposizione conservatrice Kemi Badenoch, ha dovuto riconoscere formalmente di essere stato a conoscenza dei rapporti tra Epstein e Mandelson. Anche Bill Gates, minimizzando l’entità delle relazioni con il faccendiere, ha ammesso in un’intervista di essere stato «sciocco» e di essersi pentito di averlo mai conosciuto, pur liquidando come «falsa» l’email mandata da Epstein a sé stesso, in cui il faccendiere si rivolgeva a Gates: «Mi implori di cancellare le email sulla tua malattia sessualmente trasmissibile, sulla tua richiesta che io ti fornisca antibiotici che puoi dare di nascosto a Melinda e sulla descrizione del tuo pene». «Non sono mai andato all’Isola, non ho mai incontrato donne», si è difeso Gates. Sarà, ma la ex moglie Melinda French Gates ha esortato l’ex marito Bill a «rispondere del suo comportamento» aggiungendo che «nessuna ragazza dovrebbe mai essere messa in una situazione del genere». «Le domande in sospeso sono per il mio ex marito, non per me», ha aggiunto, esprimendo «un’enorme tristezza «per le vittime dei crimini del defunto finanziere.
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Il volto dell'angelo con le fattezze di Giorgia Meloni rimosso dall'affresco di San Lorenzo in Lucina (Ansa)
Considerando che per pulire gli obbrobri dei writer dalle pareti dei palazzi passano anni, a stupire sono la rudezza del gesto e la fretta. Scoperta venerdì, la somiglianza dell’angelo che regge una pergamena dell’Italia era stata oggetto nell’ordine: del consueto malpancismo dell’opposizione, del sorriso divertito della modella involontaria, della promessa di sopralluogo della Soprintendenza, necessario nel caso di beni artistici. E infine della decisione del Rettore del Pantheon e della basilica romana, monsignor Daniele Micheletti, di pianificare un’approfondita verifica. Quest’ultima è durata tre minuti. Come se si dovesse far fronte a un allarme sociale per lo sfregio alla Vergine delle Rocce o il profilo pittato fosse quello di Giordano Bruno o della Papessa Giovanna.
La faccenda è inutilmente in evoluzione, l’architetto Cino Zucchi ha rivelato su Instagram di avere trovato il profilo originale pre-restauro nell’account di «Roma Aeterna» e sarebbe diverso, ma con le bufale digitali vatti a fidare. Prima di toccare l’affresco di solito è necessaria una perizia ufficiale con un rigoroso iter istituzionale. In questo caso no, via con la cara procedura Stalin, che cancellava dalle foto i gerarchi caduti in disgrazia. «Ho coperto quel volto perché me lo ha chiesto il Vaticano», ha allargato le braccia Valentinetti. In effetti le pressioni sono state micidiali.
Ha cominciato il cardinal Baldo Reina: «Provo profonda amarezza, le immagini di arte sacra non possono essere oggetto di utilizzi impropri o di strumentalizzazioni, essendo destinate esclusivamente a sostenere la vita liturgica e la preghiera personale e comunitaria». Ha continuato padre Giulio Albanese, responsabile della comunicazione del Vicariato di Roma: «L’originale era diverso, tutto ciò è imbarazzante». Così monsignor Micheletti, che adesso rischia il posto, guardacaso solo ieri si è accorto che «l’opera presentava fisionomie non conformi all’iconografia originale e al contesto sacro». E ha ordinato l’imbiancata.
L’ha fatto togliere di torno e buonanotte, occhio non vede cuore non duole. Soprattutto quello della fazione turbo-progressista del cattolicesimo in ambasce, dal cardinal Matteo Zuppi ad Andrea Riccardi della comunità Sant’Egidio, dalle Caritas alla galassia cattodem già sul piede di guerra e solitamente poco dotata di ironia. Eppure proprio la Chiesa dovrebbe avere metabolizzato quelle che chiama «contaminazioni», cominciate quando Leonardo Da Vinci nel Cenacolo diede a Giuda il volto dell’abate domenicano che lo stava sfrattando da Santa Maria delle Grazie per la lentezza nell’avanzamento (capo)lavori.
Quanto all’indignazione del cardinal Reina per l’«uso improprio delle immagini di arte sacra», sarebbe interessante sapere perché non è rimasto egualmente scosso quando nella cattedrale di Terni è comparso un enorme affresco omoerotico con gruppi laocoontici di corpi intrecciati e con l’allora vescovo Vincenzo Paglia raffigurato felicemente con lo zucchetto episcopale nella «Resurrezione genderfluid». O peggio quando si scoprì che il crocifisso della cappella dell’ospedale Papa Giovanni di Bergamo aveva il volto di Claudio Galimberti, capo ultrà dell’Atalanta, pregiudicato con record di daspo. L’artista Andrea Mastrovito ha sempre rivendicato la burla. Da un decennio, il paziente che si raccoglie in preghiera prima di un intervento chirurgico salvavita, non prega Gesù ma il Bocia. Non risultano note vibranti della Santa Sede.
Accortasi che l’affresco in San Lorenzo in Lucina è diventato la lavagna della Terza C, la Soprintendente di Roma, Daniela Porro, in accordo con il ministero della Cultura ha fatto sapere agli zelanti sacerdoti che «alla luce della cancellazione del volto della decorazione, per qualsiasi intervento di ripristino è necessaria una richiesta di autorizzazione non solo al Vicariato ma al Fondo edifici di culto del ministero dell’Interno, proprietario dell’immobile, con accluso bozzetto». Così, per evitare che compaia il profilo di Ilaria Salis, sul quale nessuno avrebbe nulla da ridire.
Come spesso accade i più delusi sono i fedeli, che domenica hanno affollato la chiesa come non accadeva da anni anche per via di quel cherubino dall’aspetto tanto famigliare. Monsignor Micheletti ha dovuto ammettere: «È stata un’autentica processione, ma venivano per vederlo e non per pregare». Dovrebbe essere contento, visto che le vie del Signore sono infinite.
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