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2019-09-08
Da Orlando altro schiaffo ai 5 stelle: «La riforma Bonafede è da rivedere»
Ansa
Non c'è due senza tre, quando si tratta di cedimenti grillini. Il megacedimento, padre di tutti gli altri arretramenti, ha riguardato l'Europa: prima il voto per fare da stampella a Ursula von der Leyen; poi l'accettazione del terzetto targato Pd Paolo Gentiloni-Roberto Gualtieri-Vincenzo Amendola; quindi la notizia di un possibile ingresso nel gruppo Renew Europe di Emmanuel Macron (non smentita dalla capodelegazione pentastellata all'Europarlamento, Tiziana Beghin); e in sostanza una capitolazione generale rispetto a tutto ciò che i grillini avevano detto per anni di osteggiare (fiscal compact, bail in, fondo salva stati).
Il secondo cedimento è derivato dalla posizione di Paola De Micheli sul dossier Autostrade. Qualcuno l'ha definito un «incidente autostradale», e in effetti il tamponamento (politico) c'è stato, con i grillini duri e puri favorevoli alla revoca della concessione ad Atlantia, e la ministra Pd attestata su una più cauta e vaghissima linea della «revisione»). Ma la De Micheli ha pure aggiunto altro sale sulle ferite grilline: sì alla Gronda e sì al Tav.
E ieri è maturata la terza umiliazione su un punto ultrasensibile per il Movimento, e cioè la giustizia. Tema su cui (in un'intervista a La Stampa) a infierire sui grillini è stato Andrea Orlando, voce due volte significativa, in quanto vicesegretario unico del Pd e ex Guardasigilli. Orland ha fatto capire di aver sentito il suo successore Alfonso Bonafede, con cui avrà un incontro la prossima settimana, «per qualche considerazione a quattr'occhi» sulla riforma della giustizia, ha scritto il giornale torinese. Ma intanto l'esponente Pd ha già messo molte carte sul tavolo, anche in modo urticante: «Non si può pensare che un nuovo governo prenda per buono un testo che è stato costruito da due forze politiche che non ci coinvolsero minimamente. È ragionevole che si ricominci la discussione».
E - come vedremo - non si tratta solo di galateo formale: ci sono almeno quattro nodi concreti. Primo: la norma sulle intercettazioni, che risale a Orlando, e che Bonafede ha bloccato, bollandola come un «bavaglio all'informazione». Su questo il numero due del Pd ha usato toni distensivi («su due o tre cose siamo già d'accordo e possiamo cominciare a lavorarci subito»). Poi però arrivano tre questioni roventi: «il tema civile, l'emanazione del decreto che riguarda il fallimentare, il potenziamento delle infrastrutture nel settore giustizia». In altre parole, al di là della parte penale (a cui verremo tra un istante), il Pd vuole ridiscutere tutto («i nodi non si sciolgono con ultimatum sui giornali, ma sedendo a un tavolo e discutendo»).
E allora arriviamo anche al punto più spinoso, quello della prescrizione, oggetto - come si ricorderà - di un pesante scontro dei grillini con la Lega di Matteo Salvini, poche settimane fa. Facciamo un passo indietro: un anno fa, su questo tema, si registrò una pericolosa fuga in avanti grillina, che la Lega riuscì solo a rinviare. Di che si trattava? Della volontà pentastellata di disporre la sospensione della prescrizione dopo il primo grado, con il rischio concreto per i cittadini di processi eterni. La Lega non riuscì a bocciare il progetto, ma solo a rinviarlo a gennaio 2020, subordinandone la partenza a una riforma complessiva della giustizia. Che però - secondo Bonafede - sarebbe arrivata proprio con il suo attuale disegno di legge. Ecco perché lo scontro con Salvini, su quel tema, era divenuto al calor bianco.
Su questo punto, Orlando si è mantenuto vago. Nella sua intervista di ieri, si è limitato a affermazioni generali: «Credo che la drastica cancellazione della prescrizione sia un errore, ma dentro un percorso processuale si possono trovare equilibri compensando con altre garanzie». Ma il Pd vuole comunque riparlare di tutto. Concetto che ieri sera Orlando ha ribadito in una dichiarazione al sito del Fatto quotidiano.
E il carico più pesante è arrivato dal vicesegretario Pd sul tema dell'immigrazione e dei decreti sicurezza, su cui Orlando ha chiesto «discontinuità» e una «valutazione complessiva». Che, dietro il velo del politichese, vuol dire riscriverli daccapo. Cosa che esporrebbe il governo alla prevedibile e motivatissima furia di Salvini, e i grillini a una figuraccia clamorosa. Per questo M5s vorrebbe limitarsi a ritocchi minimi, politicamente simbolici ma non di sostanza.
Ieri, su tutto questo, si è registrato un gran silenzio grillino. Fino a sera, nulla sui social di Di Maio e Bonafede, niente dichiarazioni ufficiali. Circolava solo lo spin che Di Maio vuol far passare in questi giorni tra i suoi: «Non voglio conflitti, vi prego di non rispondere alle provocazioni, ma dite al Pd di non comportarsi come la Lega». E però il punto - ben al di là del comportamento altrui - è l'atteggiamento dei grillini: la voglia disperata di evitare il voto li porterà a subìre dal Pd ciò che non vollero accettare dalla Lega?
Il summit dei grillini ribelli è un flop
«Siamo i ribelli dell'onestà». ll 27 agosto minacciava le dimissioni o una «nuova strada» in caso di alleanza tra il M5s e il Pd, ieri così si è descritto insieme ai malpancisti del Movimento che ha riunito a Bologna «per discutere e riflettere» dopo la svolta del Conte bis. Davide Barillari, consigliere regionale del Lazio, è uno di quelli a cui l'accordo giallorosso non è andato giù ma non si dimette né tradisce il M5s. «Scontenti? È riduttivo definirci così, siamo i ribelli della coerenza» ha dichiarato dopo una riunione piuttosto «carbonara» nello stile del primo M5s, a Bologna, in una location top secret con un numero anche quello segreto di partecipanti, anche se c'erano tanti portavoce venuti da tutta Italia, anche nazionali.
«È l'inizio di un percorso, ma non sarà né una scissione né si creerà una corrente. È un modo per ripartire, per dare segnali forti alla dirigenza M5s e alla nostra base». Secondo Barillari, «un progetto che sta partendo. Diciamo: mai più errori. Abbiamo analizzato le contraddizioni che hanno caratterizzato l'alleanza con la Lega e, ora, quella col Pd. Per ultima, la questione delle concessioni ad Autostrade. Su questo c'è stata una discussione molto intensa». Il consigliere grillino non esclude «incontri in futuro con i dirigenti nazionali» del Movimento compreso Beppe Grillo che però ha ampiamente «benedetto» l'accordo giallorosso. Il passo successivo, dice, «potrebbe essere la stesura di un documento». E se già si pensa a prossimi incontri a Milano o Roma, Barillari ammette che il capo politico Luigi Di Maio «non è stato informato. Ma esiste la libertà di espressione, i portavoce possono incontrarsi, legittimamente».
Al termine della riunione gli scontenti hanno diramato una nota: «Vogliamo far ripartire il sogno. Il Movimento 5 stelle non può ridursi ad ago della bilancia fra destra e sinistra, ma deve rimarcare la sua identità. Oggi abbiamo posto le basi di un confronto costruttivo tra portavoce del M5S di diverse parti di Italia e di diversi livelli». Non un documento che inchiodi il Movimento ormai lanciato nell'alleanza con l'ex «partito di Bibbiano» nel governo ma anche sul territorio dove già si studiano le alleanze per le prossime elezioni regionali, a cominciare dall'Umbria, ma la presa di posizione di chi non rinnega il M5s ma è convinto che sia ancora un Movimento dove ci si può confrontare e decidere, visto che ha sempre fatto della «democrazia partecipativa» la sua bandiera. Davide Barillari, si sa, che all'annuncio del possibile nuovo governo giallorosso, è stato tra i primi a dire: «Sono nato grillino e non voglio morire piddino».
E appena varato il nuovo esecutivo non ha avuto dubbi: «È stata una spartizione di poltrone. Basta vedere Roberto Speranza alla salute, quando nemmeno riesce a trovare una farmacia». Un'ultima trincea dunque il conclave bolognese per il consigliere del Lazio che, nonostante il fondatore Grillo e il «democratico» Rousseau, continua ad avversare qualunque dialogo con il Pd mentre la sua nemica giurata (ma non solo sua), la capogruppo Roberta Lombardi, anche lei in Regione dopo che l'avevano esiliata dal palco nazionale, continua a parlare di «modello Lazio». Ovvero, dialogo costruttivo tra l'opposizione grillina e la maggioranza di Nicola Zingaretti per approvare anche una serie di leggi regionali che facevano parte del programma pentastellato, rifiuti al piano paesaggistico. Per la Lombardi, dunque, il governo giallorosso può vivere, basta esportare il «modello Lazio». Due voci grilline delle 10 che siedono negli stessi banchi della Pisana eppure sono diverse «dentro» tanto da farsi largo ipotesi di possibile rimpasto.
A Roma però non piace l'accordo giallorosso neanche alla consigliera Gemma Guerrini che ha preso le distanze dal nuovo governo scagliandosi, in un post su Facebook, contro Dario Franceschini di nuovo a capo del ministero dei Beni culturali: «È il segno che tutto è cambiato perché tutto rimanesse come era».
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Il vicesegretario del Pd, ex Guardasigilli, smonta il lavoro del ministro succeduto a sé stesso. I nodi: civile e fallimentare, intercettazioni, potenziamento delle infrastrutture. E soprattutto la prescrizione. M5s muto.Riunione top secret a Bologna convocata da Davide Barillari, consigliere del Lazio contrario all'inciucio. Ignoto il numero dei partecipanti. «Né scissione, né corrente».Lo speciale contiene due articoliNon c'è due senza tre, quando si tratta di cedimenti grillini. Il megacedimento, padre di tutti gli altri arretramenti, ha riguardato l'Europa: prima il voto per fare da stampella a Ursula von der Leyen; poi l'accettazione del terzetto targato Pd Paolo Gentiloni-Roberto Gualtieri-Vincenzo Amendola; quindi la notizia di un possibile ingresso nel gruppo Renew Europe di Emmanuel Macron (non smentita dalla capodelegazione pentastellata all'Europarlamento, Tiziana Beghin); e in sostanza una capitolazione generale rispetto a tutto ciò che i grillini avevano detto per anni di osteggiare (fiscal compact, bail in, fondo salva stati). Il secondo cedimento è derivato dalla posizione di Paola De Micheli sul dossier Autostrade. Qualcuno l'ha definito un «incidente autostradale», e in effetti il tamponamento (politico) c'è stato, con i grillini duri e puri favorevoli alla revoca della concessione ad Atlantia, e la ministra Pd attestata su una più cauta e vaghissima linea della «revisione»). Ma la De Micheli ha pure aggiunto altro sale sulle ferite grilline: sì alla Gronda e sì al Tav. E ieri è maturata la terza umiliazione su un punto ultrasensibile per il Movimento, e cioè la giustizia. Tema su cui (in un'intervista a La Stampa) a infierire sui grillini è stato Andrea Orlando, voce due volte significativa, in quanto vicesegretario unico del Pd e ex Guardasigilli. Orland ha fatto capire di aver sentito il suo successore Alfonso Bonafede, con cui avrà un incontro la prossima settimana, «per qualche considerazione a quattr'occhi» sulla riforma della giustizia, ha scritto il giornale torinese. Ma intanto l'esponente Pd ha già messo molte carte sul tavolo, anche in modo urticante: «Non si può pensare che un nuovo governo prenda per buono un testo che è stato costruito da due forze politiche che non ci coinvolsero minimamente. È ragionevole che si ricominci la discussione». E - come vedremo - non si tratta solo di galateo formale: ci sono almeno quattro nodi concreti. Primo: la norma sulle intercettazioni, che risale a Orlando, e che Bonafede ha bloccato, bollandola come un «bavaglio all'informazione». Su questo il numero due del Pd ha usato toni distensivi («su due o tre cose siamo già d'accordo e possiamo cominciare a lavorarci subito»). Poi però arrivano tre questioni roventi: «il tema civile, l'emanazione del decreto che riguarda il fallimentare, il potenziamento delle infrastrutture nel settore giustizia». In altre parole, al di là della parte penale (a cui verremo tra un istante), il Pd vuole ridiscutere tutto («i nodi non si sciolgono con ultimatum sui giornali, ma sedendo a un tavolo e discutendo»). E allora arriviamo anche al punto più spinoso, quello della prescrizione, oggetto - come si ricorderà - di un pesante scontro dei grillini con la Lega di Matteo Salvini, poche settimane fa. Facciamo un passo indietro: un anno fa, su questo tema, si registrò una pericolosa fuga in avanti grillina, che la Lega riuscì solo a rinviare. Di che si trattava? Della volontà pentastellata di disporre la sospensione della prescrizione dopo il primo grado, con il rischio concreto per i cittadini di processi eterni. La Lega non riuscì a bocciare il progetto, ma solo a rinviarlo a gennaio 2020, subordinandone la partenza a una riforma complessiva della giustizia. Che però - secondo Bonafede - sarebbe arrivata proprio con il suo attuale disegno di legge. Ecco perché lo scontro con Salvini, su quel tema, era divenuto al calor bianco. Su questo punto, Orlando si è mantenuto vago. Nella sua intervista di ieri, si è limitato a affermazioni generali: «Credo che la drastica cancellazione della prescrizione sia un errore, ma dentro un percorso processuale si possono trovare equilibri compensando con altre garanzie». Ma il Pd vuole comunque riparlare di tutto. Concetto che ieri sera Orlando ha ribadito in una dichiarazione al sito del Fatto quotidiano.E il carico più pesante è arrivato dal vicesegretario Pd sul tema dell'immigrazione e dei decreti sicurezza, su cui Orlando ha chiesto «discontinuità» e una «valutazione complessiva». Che, dietro il velo del politichese, vuol dire riscriverli daccapo. Cosa che esporrebbe il governo alla prevedibile e motivatissima furia di Salvini, e i grillini a una figuraccia clamorosa. Per questo M5s vorrebbe limitarsi a ritocchi minimi, politicamente simbolici ma non di sostanza. Ieri, su tutto questo, si è registrato un gran silenzio grillino. Fino a sera, nulla sui social di Di Maio e Bonafede, niente dichiarazioni ufficiali. Circolava solo lo spin che Di Maio vuol far passare in questi giorni tra i suoi: «Non voglio conflitti, vi prego di non rispondere alle provocazioni, ma dite al Pd di non comportarsi come la Lega». E però il punto - ben al di là del comportamento altrui - è l'atteggiamento dei grillini: la voglia disperata di evitare il voto li porterà a subìre dal Pd ciò che non vollero accettare dalla Lega?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/da-orlando-altro-schiaffo-ai-5-stelle-la-riforma-bonafede-e-da-rivedere-2640253679.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-summit-dei-grillini-ribelli-e-un-flop" data-post-id="2640253679" data-published-at="1776581878" data-use-pagination="False"> Il summit dei grillini ribelli è un flop «Siamo i ribelli dell'onestà». ll 27 agosto minacciava le dimissioni o una «nuova strada» in caso di alleanza tra il M5s e il Pd, ieri così si è descritto insieme ai malpancisti del Movimento che ha riunito a Bologna «per discutere e riflettere» dopo la svolta del Conte bis. Davide Barillari, consigliere regionale del Lazio, è uno di quelli a cui l'accordo giallorosso non è andato giù ma non si dimette né tradisce il M5s. «Scontenti? È riduttivo definirci così, siamo i ribelli della coerenza» ha dichiarato dopo una riunione piuttosto «carbonara» nello stile del primo M5s, a Bologna, in una location top secret con un numero anche quello segreto di partecipanti, anche se c'erano tanti portavoce venuti da tutta Italia, anche nazionali. «È l'inizio di un percorso, ma non sarà né una scissione né si creerà una corrente. È un modo per ripartire, per dare segnali forti alla dirigenza M5s e alla nostra base». Secondo Barillari, «un progetto che sta partendo. Diciamo: mai più errori. Abbiamo analizzato le contraddizioni che hanno caratterizzato l'alleanza con la Lega e, ora, quella col Pd. Per ultima, la questione delle concessioni ad Autostrade. Su questo c'è stata una discussione molto intensa». Il consigliere grillino non esclude «incontri in futuro con i dirigenti nazionali» del Movimento compreso Beppe Grillo che però ha ampiamente «benedetto» l'accordo giallorosso. Il passo successivo, dice, «potrebbe essere la stesura di un documento». E se già si pensa a prossimi incontri a Milano o Roma, Barillari ammette che il capo politico Luigi Di Maio «non è stato informato. Ma esiste la libertà di espressione, i portavoce possono incontrarsi, legittimamente». Al termine della riunione gli scontenti hanno diramato una nota: «Vogliamo far ripartire il sogno. Il Movimento 5 stelle non può ridursi ad ago della bilancia fra destra e sinistra, ma deve rimarcare la sua identità. Oggi abbiamo posto le basi di un confronto costruttivo tra portavoce del M5S di diverse parti di Italia e di diversi livelli». Non un documento che inchiodi il Movimento ormai lanciato nell'alleanza con l'ex «partito di Bibbiano» nel governo ma anche sul territorio dove già si studiano le alleanze per le prossime elezioni regionali, a cominciare dall'Umbria, ma la presa di posizione di chi non rinnega il M5s ma è convinto che sia ancora un Movimento dove ci si può confrontare e decidere, visto che ha sempre fatto della «democrazia partecipativa» la sua bandiera. Davide Barillari, si sa, che all'annuncio del possibile nuovo governo giallorosso, è stato tra i primi a dire: «Sono nato grillino e non voglio morire piddino». E appena varato il nuovo esecutivo non ha avuto dubbi: «È stata una spartizione di poltrone. Basta vedere Roberto Speranza alla salute, quando nemmeno riesce a trovare una farmacia». Un'ultima trincea dunque il conclave bolognese per il consigliere del Lazio che, nonostante il fondatore Grillo e il «democratico» Rousseau, continua ad avversare qualunque dialogo con il Pd mentre la sua nemica giurata (ma non solo sua), la capogruppo Roberta Lombardi, anche lei in Regione dopo che l'avevano esiliata dal palco nazionale, continua a parlare di «modello Lazio». Ovvero, dialogo costruttivo tra l'opposizione grillina e la maggioranza di Nicola Zingaretti per approvare anche una serie di leggi regionali che facevano parte del programma pentastellato, rifiuti al piano paesaggistico. Per la Lombardi, dunque, il governo giallorosso può vivere, basta esportare il «modello Lazio». Due voci grilline delle 10 che siedono negli stessi banchi della Pisana eppure sono diverse «dentro» tanto da farsi largo ipotesi di possibile rimpasto. A Roma però non piace l'accordo giallorosso neanche alla consigliera Gemma Guerrini che ha preso le distanze dal nuovo governo scagliandosi, in un post su Facebook, contro Dario Franceschini di nuovo a capo del ministero dei Beni culturali: «È il segno che tutto è cambiato perché tutto rimanesse come era».
IEA: tempi lunghi per il recupero da Hormuz. La Cina diversifica e aumenta le riserve. L’Ue raccomanda austerità e taglio tasse, ma il Fmi frena. Allarme alluminio.
Lo stretto di Hormuz (Getty Images)
La tensione nello Stretto di Hormuz resta altissima dopo una giornata segnata da incidenti, minacce e nuove mosse contrapposte tra Washington e Teheran. La Repubblica islamica ha annunciato il ripristino delle restrizioni al traffico marittimo, accusando gli Stati Uniti di non aver rispettato gli impegni e di proseguire con un blocco navale ritenuto illegittimo. Secondo il comando militare Khatam al-Anbiya, citato da Tasnim, l’Iran aveva inizialmente autorizzato un passaggio limitato e controllato di petroliere e navi mercantili sulla base degli accordi emersi nei colloqui. Una concessione definita «in buona fede», ma che sarebbe stata compromessa dal comportamento americano. «Gli Stati Uniti continuano a compiere azioni assimilabili a pirateria», si legge nella nota, che sancisce il ritorno a un controllo rigido dello stretto da parte delle forze armate iraniane. Sul piano politico, lo scontro emerge anche nelle dichiarazioni ufficiali. Il viceministro degli Esteri Saeed Khatibzadeh, intervenuto ad Antalya (Turchia), ha criticato il presidente Donald Trump, accusandolo di incoerenza. «Le sue affermazioni sono contraddittorie», ha detto, riferendosi alle minacce di nuovi bombardamenti in assenza di un accordo. Teheran ribadisce che la guerra non è una soluzione, ma avverte che è pronta a difendersi «fino all’ultimo».
Il nodo resta quello nucleare. Washington punta a neutralizzare le scorte di uranio arricchito iraniano, stimate in circa 440 chilogrammi. Una linea respinta da Teheran e che blocca ogni ipotesi di negoziati diretti, giudicati prematuri finché gli Stati Uniti manterranno una posizione ritenuta «massimalista». Nel frattempo arrivano segnali di escalation. In un messaggio attribuito alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei si sottolinea la capacità delle forze armate di colpire i nemici con rapidità, in un contesto aggravato dalla sua prolungata assenza pubblica. Sul piano operativo, il traffico resta instabile. Dopo una breve riapertura seguita a 50 giorni di blocco, oltre una dozzina di petroliere ha attraversato lo stretto, in gran parte navi datate e non occidentali. La nuova stretta ha riportato la situazione al punto di partenza. Numerose imbarcazioni hanno invertito la rotta dopo comunicazioni della marina iraniana che annunciavano la chiusura. Dall’inizio del conflitto nessun carico di Gnl ha attraversato il passaggio e centinaia di unità restano bloccate nel Golfo.
Gli episodi più gravi si sono verificati nelle ultime ore. Due navi indiane sono state costrette a cambiare direzione dopo una serie di colpi sparati dalle Guardie Rivoluzionarie. Una trasportava circa due milioni di barili di greggio iracheno. L’agenzia Uk Maritime Trade Operations ha segnalato anche una portacontainer colpita da un proiettile, con danni limitati. Lo stesso centro ha riferito di un ulteriore episodio sospetto al largo dell’Oman, dove il comandante di una nave da crociera ha segnalato un impatto in acqua nelle vicinanze, terzo evento nelle ultime ore dopo gli attacchi e le manovre di interdizione attribuite alle unità dei pasdaran. L’episodio ha provocato una reazione diplomatica immediata. Il governo dell’India ha convocato l’ambasciatore iraniano per esprimere una protesta formale e chiedere garanzie sulla sicurezza della navigazione, sottolineando i rischi per i propri approvvigionamenti energetici. Secondo fonti statunitensi, almeno tre attacchi contro navi civili sarebbero stati registrati in poche ore. Il comando Centcom ha confermato l’applicazione del blocco marittimo: dall’inizio dell’operazione, 23 navi hanno ricevuto l’ordine di invertire la rotta mentre tentavano di raggiungere porti o aree costiere iraniane. Secondo il Wall Street Journal, la Marina statunitense sarebbe pronta ad ampliare il blocco con abbordaggi e sequestri di petroliere legate a Teheran anche in acque internazionali. Una mossa ad alto rischio: potrebbe essere vista dall’Iran come un atto ostile diretto, con possibili reazioni militari immediate e un’escalation nello Stretto di Hormuz. Le conseguenze si estenderebbero ai mercati globali, con impatti su petrolio, traffici energetici e stabilità economica. Teheran ha intanto chiarito la propria linea. Il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ha dichiarato che manterrà il controllo dello stretto «fino alla conclusione definitiva della guerra» e che sta esaminando nuove proposte statunitensi trasmesse tramite il Pakistan, senza aver ancora risposto. Lo stesso organo ha avvertito che il blocco navale americano sarà considerato «una violazione del cessate il fuoco».
Inoltre, è stata introdotta una nuova misura: «Le navi devono pagare tasse per la sicurezza e la protezione ambientale per poter attraversare lo Stretto di Hormuz», ha dichiarato il Consiglio, rafforzando ulteriormente il controllo iraniano sulla rotta. Il quadro resta estremamente fluido. Tra pressioni militari, tensioni diplomatiche e interessi energetici globali, ogni decisione può avere effetti immediati. Nulla è stabilizzato e tutto può cambiare rapidamente.
Il braccio di ferro sullo Stretto: i due blocchi alla prova dei fatti
Lo Stretto di Hormuz è stato chiuso, riaperto e nuovamente chiuso. La guida suprema, Mojtaba Khamenei, nel pomeriggio di ieri ha dichiarato: «La Marina iraniana è pronta a infliggere amare sconfitte e a richiudere il passaggio marittimo se continuerà il blocco dei porti imposto da Washington». Mentre il presidente Usa Donald Trump ha detto che manterrà il blocco dei porti iraniani se non sarà raggiunto un accordo di pace, ricordando che potrebbe non rinnovare il cessate il fuoco dopo mercoledì prossimo. Le sue parole: «Non permetteremo all’Iran di vendere petrolio a chi gli fa comodo e non a chi non gli piace». L’impressione è che Trump voglia portare a casa un successo strategico e diplomatico, ma che lo stia perseguendo in modo caotico.
La realtà, nel momento in cui scriviamo, è che i blocchi in atto sono due. Uno attuato, tolto e ora rimesso da Teheran mediante le forze militari Irgc, l’altro attuato da Washington con la Marina militare e applicato ai movimenti dai porti iraniani di navi militari e di quelle civili ma sospettate di trasportare componenti per uso militare. Domenica scorsa, Trump aveva minacciato di vietare il transito con queste parole: «Fermeremo le navi che tentano di entrare o uscire dallo Stretto di Hormuz e chiunque attaccherà navi americane sarà fatto saltare in aria». Tuttavia, quanto annunciato è impossibile da fare: la stessa Us Navy aveva subito detto che avrebbe bloccato soltanto le navi in transito nei porti iraniani, permettendo invece il passaggio di quelle dirette verso i porti degli alleati degli Usa nel Golfo. Inoltre, che il blocco sarebbe stato applicato al Golfo Persico e al Golfo dell’Oman, collegati appunto dallo Stretto di Hormuz. Il tutto solo nelle acque a Est dello Stretto, ovvero dalla parte iraniana.
Stando alle dichiarazioni della Casa Bianca, la riapertura era stata uno dei punti critici nei negoziati dello scorso fine settimana, quando Teheran voleva mantenere il controllo della via navigabile anche dopo la fine della guerra tassando fino a 2 milioni di dollari ogni nave. Trump e altri leader avevano definito tale proposta «un attacco alla libertà di navigazione». A oggi le forze armate Usa non hanno ancora fornito dettagli sulle regole d’ingaggio, il numero delle unità da guerra che imporranno lo stop, se saranno usati velivoli d’attacco e se qualche alleato prenderà parte all’iniziativa. Di certo l’Us Navy non prenderà mai di mira petroliere cariche causando un disastro ambientale; così come sarebbe costoso e rischioso mandare squadre d’abbordaggio armate per prendere il controllo delle navi. Senza evitare che ogni presenza navale statunitense in aree vicine all’Iran la trasformerebbe in bersaglio.
Precludere la navigazione alle navi che trasportano petrolio iraniano significa tagliare una delle principali fonti di finanziamento del regime degli Ayatollah, e a farne le spese, finora, sono state soprattutto Cina e India. I porti bloccati sono quelli al confine tra Iran e Iraq, quindi Khorramshahr, Imam Khomeini, Mahshahr, Kharg, Bushehr, Asaluyeh e le isole di Lavan e Siri. Poi, un po’ più a Est, il porto di Bandar Abbas e ancora più a Est Chabahar, vicino al Pakistan. Da parte loro, le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato che qualsiasi nave da guerra che si avvicini allo Stretto per imporre il blocco sarà colpita. Hanno inoltre affermato che lo Stretto rimane sotto il loro controllo.
Dunque tanti proclami, ma per fortuna pochi spari. Mercoledì 22 aprile scadrà la tregua mediata dal Pakistan; al momento, il Comando centrale statunitense ha reso noto che due cacciatorpediniere, la Uss Frank Peterson e la Uss Michael Murphy, hanno avviato operazioni di bonifica delle mine collocate nello Stretto. Ma in realtà le due unità operano nel Golfo Arabico, seppure nell’ambito di una missione più ampia per eliminare gli ordigni posizionati dai Pasdaran iraniani. E le immagini satellitari dell’11 aprile mostrano la portaerei Abraham Lincoln posizionata all’estremità orientale del Golfo dell’Oman, a circa 200 chilometri a Sud della costa iraniana.
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Tra i soggetti monitorati, sono scesi nella Capitale solo pochi rappresentanti dei circoli anarchici di Genova e Trento. Numeri esigui, una decina in tutto. Alla manifestazione di piazza dell’Immacolata hanno preso parte solo i compagni del centro sociale anarchico «Bencivenga Occupato», situato nel quartiere Nomentano. È stato al centro delle cronache giudiziarie tra il 2020 e il 2022 per le indagini su una cellula anarchica insurrezionalista.
Nell’operazione Bialystok (2020) sono state arrestate dalla Digos sette persone accusate di associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico. L’accusa era che il Bencivenga fosse la base logistica e il «quartier generale» per la pianificazione di attentati a Roma. Gli anarchici hanno iniziato a riempire piazza dell’Immacolata verso le 17.30. Circa 300 persone, con birre e canne d’ordinanza, verso le 18.30, hanno iniziato a intonare i soliti slogan contro il governo e contro lo Stato. Ma soprattutto contro la polizia (individuata sempre con il termine «sbirri»). Hanno dedicato i loro cori a anche a Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, i due compagni morti durante la preparazione di un ordigno esplosivo in un casolare abbandonata nel Parco degli acquedotti. Si sono sgolati per chiedere la liberazione di Cospito e hanno ricordato la sua lotta. A un certo punto due o tre rappresentanti della piazza hanno intavolato una trattativa per ottenere il via libera per un corteo che non era stato autorizzato. La polizia ha confermato il divieto.
Le forze dell’ordine hanno presidiato tutti i varchi così da impedire ai manifestanti di uscire dalla piazza. I più aggressivi sono sembrati gli anarchici più attempati. Diversi di loro si sono succeduti al microfono e, dall’accento, davano l’idea di far parte della delegazione calata dal Nord Italia. Hanno inneggiato la lotta ai compagni detenuti nelle galere, in particolare quelli ristretti al 41 bis, compresi i brigatisti rossi italiani e una «compagna» della Raf tedesca, ancora detenuta in Germania. Molti dei presenti indossavano caschi da moto, ma non certo per muoversi in scooter. Nel primo pomeriggio, prima degli anarchici, ha marciato la Brigata immortale partigiana. Il gruppo, che si ispira a un’analoga iniziativa russa (i manifestanti sventolavano sia la bandiera italiana che quella sovietica), si è recato al cimitero del Verano per depositare una corona in memoria dei caduti della Resistenza. A trarre beneficio da questo pomeriggio di tensione sono stati i pochi esercizi commerciali aperti, soprattutto quelli di cittadini stranieri che hanno venduto fiumi di birra e vino.
Dopo le 20 il clima si è scaldato. Un gruppetto, mentre intorno suonavano le sirene di gazzelle e pantere, ha provato ad avanzare con lo striscione «Con Alfredo. Il 41 bis è tortura. Libertà per tuttx». Alla fine è stato concesso ai manifestanti di mettersi in marcia per un breve corteo. Un anarchico ha iniziato a brandire l’asta di una bandiera e tra un «daje» e un invito a non esagerare è volata una bottiglia che ha colpito, a pochi metri da chi scrive, un vice dirigente della Digos che ha subito una brutta ferita sulla fronte. Alla fine agli anarchici è stato concesso di dirigersi verso Porta Maggiore per concludere il percorso fino al quartiere del Pigneto (destinazione forse non casuale: lì vicino erano residenti i due terroristi morti a marzo). Alla chiusura di questo articolo, la manifestazione non era ancora conclusa. In piazza è stato distribuito un documento che invitava alla mobilitazione contro «le carceri che sono delle prigioni di guerra». «Facciamo appello a quella parte di società che in questi anni è scesa in strada per la Palestina e che di fronte alle ingiustizie non è solita tacere», si leggeva. L’auspicio degli anarco-insurrezionalisti è la saldatura tra mondi diversi, ma comunque «contro».
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