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2019-09-08
Da Orlando altro schiaffo ai 5 stelle: «La riforma Bonafede è da rivedere»
Ansa
Non c'è due senza tre, quando si tratta di cedimenti grillini. Il megacedimento, padre di tutti gli altri arretramenti, ha riguardato l'Europa: prima il voto per fare da stampella a Ursula von der Leyen; poi l'accettazione del terzetto targato Pd Paolo Gentiloni-Roberto Gualtieri-Vincenzo Amendola; quindi la notizia di un possibile ingresso nel gruppo Renew Europe di Emmanuel Macron (non smentita dalla capodelegazione pentastellata all'Europarlamento, Tiziana Beghin); e in sostanza una capitolazione generale rispetto a tutto ciò che i grillini avevano detto per anni di osteggiare (fiscal compact, bail in, fondo salva stati).
Il secondo cedimento è derivato dalla posizione di Paola De Micheli sul dossier Autostrade. Qualcuno l'ha definito un «incidente autostradale», e in effetti il tamponamento (politico) c'è stato, con i grillini duri e puri favorevoli alla revoca della concessione ad Atlantia, e la ministra Pd attestata su una più cauta e vaghissima linea della «revisione»). Ma la De Micheli ha pure aggiunto altro sale sulle ferite grilline: sì alla Gronda e sì al Tav.
E ieri è maturata la terza umiliazione su un punto ultrasensibile per il Movimento, e cioè la giustizia. Tema su cui (in un'intervista a La Stampa) a infierire sui grillini è stato Andrea Orlando, voce due volte significativa, in quanto vicesegretario unico del Pd e ex Guardasigilli. Orland ha fatto capire di aver sentito il suo successore Alfonso Bonafede, con cui avrà un incontro la prossima settimana, «per qualche considerazione a quattr'occhi» sulla riforma della giustizia, ha scritto il giornale torinese. Ma intanto l'esponente Pd ha già messo molte carte sul tavolo, anche in modo urticante: «Non si può pensare che un nuovo governo prenda per buono un testo che è stato costruito da due forze politiche che non ci coinvolsero minimamente. È ragionevole che si ricominci la discussione».
E - come vedremo - non si tratta solo di galateo formale: ci sono almeno quattro nodi concreti. Primo: la norma sulle intercettazioni, che risale a Orlando, e che Bonafede ha bloccato, bollandola come un «bavaglio all'informazione». Su questo il numero due del Pd ha usato toni distensivi («su due o tre cose siamo già d'accordo e possiamo cominciare a lavorarci subito»). Poi però arrivano tre questioni roventi: «il tema civile, l'emanazione del decreto che riguarda il fallimentare, il potenziamento delle infrastrutture nel settore giustizia». In altre parole, al di là della parte penale (a cui verremo tra un istante), il Pd vuole ridiscutere tutto («i nodi non si sciolgono con ultimatum sui giornali, ma sedendo a un tavolo e discutendo»).
E allora arriviamo anche al punto più spinoso, quello della prescrizione, oggetto - come si ricorderà - di un pesante scontro dei grillini con la Lega di Matteo Salvini, poche settimane fa. Facciamo un passo indietro: un anno fa, su questo tema, si registrò una pericolosa fuga in avanti grillina, che la Lega riuscì solo a rinviare. Di che si trattava? Della volontà pentastellata di disporre la sospensione della prescrizione dopo il primo grado, con il rischio concreto per i cittadini di processi eterni. La Lega non riuscì a bocciare il progetto, ma solo a rinviarlo a gennaio 2020, subordinandone la partenza a una riforma complessiva della giustizia. Che però - secondo Bonafede - sarebbe arrivata proprio con il suo attuale disegno di legge. Ecco perché lo scontro con Salvini, su quel tema, era divenuto al calor bianco.
Su questo punto, Orlando si è mantenuto vago. Nella sua intervista di ieri, si è limitato a affermazioni generali: «Credo che la drastica cancellazione della prescrizione sia un errore, ma dentro un percorso processuale si possono trovare equilibri compensando con altre garanzie». Ma il Pd vuole comunque riparlare di tutto. Concetto che ieri sera Orlando ha ribadito in una dichiarazione al sito del Fatto quotidiano.
E il carico più pesante è arrivato dal vicesegretario Pd sul tema dell'immigrazione e dei decreti sicurezza, su cui Orlando ha chiesto «discontinuità» e una «valutazione complessiva». Che, dietro il velo del politichese, vuol dire riscriverli daccapo. Cosa che esporrebbe il governo alla prevedibile e motivatissima furia di Salvini, e i grillini a una figuraccia clamorosa. Per questo M5s vorrebbe limitarsi a ritocchi minimi, politicamente simbolici ma non di sostanza.
Ieri, su tutto questo, si è registrato un gran silenzio grillino. Fino a sera, nulla sui social di Di Maio e Bonafede, niente dichiarazioni ufficiali. Circolava solo lo spin che Di Maio vuol far passare in questi giorni tra i suoi: «Non voglio conflitti, vi prego di non rispondere alle provocazioni, ma dite al Pd di non comportarsi come la Lega». E però il punto - ben al di là del comportamento altrui - è l'atteggiamento dei grillini: la voglia disperata di evitare il voto li porterà a subìre dal Pd ciò che non vollero accettare dalla Lega?
Il summit dei grillini ribelli è un flop
«Siamo i ribelli dell'onestà». ll 27 agosto minacciava le dimissioni o una «nuova strada» in caso di alleanza tra il M5s e il Pd, ieri così si è descritto insieme ai malpancisti del Movimento che ha riunito a Bologna «per discutere e riflettere» dopo la svolta del Conte bis. Davide Barillari, consigliere regionale del Lazio, è uno di quelli a cui l'accordo giallorosso non è andato giù ma non si dimette né tradisce il M5s. «Scontenti? È riduttivo definirci così, siamo i ribelli della coerenza» ha dichiarato dopo una riunione piuttosto «carbonara» nello stile del primo M5s, a Bologna, in una location top secret con un numero anche quello segreto di partecipanti, anche se c'erano tanti portavoce venuti da tutta Italia, anche nazionali.
«È l'inizio di un percorso, ma non sarà né una scissione né si creerà una corrente. È un modo per ripartire, per dare segnali forti alla dirigenza M5s e alla nostra base». Secondo Barillari, «un progetto che sta partendo. Diciamo: mai più errori. Abbiamo analizzato le contraddizioni che hanno caratterizzato l'alleanza con la Lega e, ora, quella col Pd. Per ultima, la questione delle concessioni ad Autostrade. Su questo c'è stata una discussione molto intensa». Il consigliere grillino non esclude «incontri in futuro con i dirigenti nazionali» del Movimento compreso Beppe Grillo che però ha ampiamente «benedetto» l'accordo giallorosso. Il passo successivo, dice, «potrebbe essere la stesura di un documento». E se già si pensa a prossimi incontri a Milano o Roma, Barillari ammette che il capo politico Luigi Di Maio «non è stato informato. Ma esiste la libertà di espressione, i portavoce possono incontrarsi, legittimamente».
Al termine della riunione gli scontenti hanno diramato una nota: «Vogliamo far ripartire il sogno. Il Movimento 5 stelle non può ridursi ad ago della bilancia fra destra e sinistra, ma deve rimarcare la sua identità. Oggi abbiamo posto le basi di un confronto costruttivo tra portavoce del M5S di diverse parti di Italia e di diversi livelli». Non un documento che inchiodi il Movimento ormai lanciato nell'alleanza con l'ex «partito di Bibbiano» nel governo ma anche sul territorio dove già si studiano le alleanze per le prossime elezioni regionali, a cominciare dall'Umbria, ma la presa di posizione di chi non rinnega il M5s ma è convinto che sia ancora un Movimento dove ci si può confrontare e decidere, visto che ha sempre fatto della «democrazia partecipativa» la sua bandiera. Davide Barillari, si sa, che all'annuncio del possibile nuovo governo giallorosso, è stato tra i primi a dire: «Sono nato grillino e non voglio morire piddino».
E appena varato il nuovo esecutivo non ha avuto dubbi: «È stata una spartizione di poltrone. Basta vedere Roberto Speranza alla salute, quando nemmeno riesce a trovare una farmacia». Un'ultima trincea dunque il conclave bolognese per il consigliere del Lazio che, nonostante il fondatore Grillo e il «democratico» Rousseau, continua ad avversare qualunque dialogo con il Pd mentre la sua nemica giurata (ma non solo sua), la capogruppo Roberta Lombardi, anche lei in Regione dopo che l'avevano esiliata dal palco nazionale, continua a parlare di «modello Lazio». Ovvero, dialogo costruttivo tra l'opposizione grillina e la maggioranza di Nicola Zingaretti per approvare anche una serie di leggi regionali che facevano parte del programma pentastellato, rifiuti al piano paesaggistico. Per la Lombardi, dunque, il governo giallorosso può vivere, basta esportare il «modello Lazio». Due voci grilline delle 10 che siedono negli stessi banchi della Pisana eppure sono diverse «dentro» tanto da farsi largo ipotesi di possibile rimpasto.
A Roma però non piace l'accordo giallorosso neanche alla consigliera Gemma Guerrini che ha preso le distanze dal nuovo governo scagliandosi, in un post su Facebook, contro Dario Franceschini di nuovo a capo del ministero dei Beni culturali: «È il segno che tutto è cambiato perché tutto rimanesse come era».
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Il vicesegretario del Pd, ex Guardasigilli, smonta il lavoro del ministro succeduto a sé stesso. I nodi: civile e fallimentare, intercettazioni, potenziamento delle infrastrutture. E soprattutto la prescrizione. M5s muto.Riunione top secret a Bologna convocata da Davide Barillari, consigliere del Lazio contrario all'inciucio. Ignoto il numero dei partecipanti. «Né scissione, né corrente».Lo speciale contiene due articoliNon c'è due senza tre, quando si tratta di cedimenti grillini. Il megacedimento, padre di tutti gli altri arretramenti, ha riguardato l'Europa: prima il voto per fare da stampella a Ursula von der Leyen; poi l'accettazione del terzetto targato Pd Paolo Gentiloni-Roberto Gualtieri-Vincenzo Amendola; quindi la notizia di un possibile ingresso nel gruppo Renew Europe di Emmanuel Macron (non smentita dalla capodelegazione pentastellata all'Europarlamento, Tiziana Beghin); e in sostanza una capitolazione generale rispetto a tutto ciò che i grillini avevano detto per anni di osteggiare (fiscal compact, bail in, fondo salva stati). Il secondo cedimento è derivato dalla posizione di Paola De Micheli sul dossier Autostrade. Qualcuno l'ha definito un «incidente autostradale», e in effetti il tamponamento (politico) c'è stato, con i grillini duri e puri favorevoli alla revoca della concessione ad Atlantia, e la ministra Pd attestata su una più cauta e vaghissima linea della «revisione»). Ma la De Micheli ha pure aggiunto altro sale sulle ferite grilline: sì alla Gronda e sì al Tav. E ieri è maturata la terza umiliazione su un punto ultrasensibile per il Movimento, e cioè la giustizia. Tema su cui (in un'intervista a La Stampa) a infierire sui grillini è stato Andrea Orlando, voce due volte significativa, in quanto vicesegretario unico del Pd e ex Guardasigilli. Orland ha fatto capire di aver sentito il suo successore Alfonso Bonafede, con cui avrà un incontro la prossima settimana, «per qualche considerazione a quattr'occhi» sulla riforma della giustizia, ha scritto il giornale torinese. Ma intanto l'esponente Pd ha già messo molte carte sul tavolo, anche in modo urticante: «Non si può pensare che un nuovo governo prenda per buono un testo che è stato costruito da due forze politiche che non ci coinvolsero minimamente. È ragionevole che si ricominci la discussione». E - come vedremo - non si tratta solo di galateo formale: ci sono almeno quattro nodi concreti. Primo: la norma sulle intercettazioni, che risale a Orlando, e che Bonafede ha bloccato, bollandola come un «bavaglio all'informazione». Su questo il numero due del Pd ha usato toni distensivi («su due o tre cose siamo già d'accordo e possiamo cominciare a lavorarci subito»). Poi però arrivano tre questioni roventi: «il tema civile, l'emanazione del decreto che riguarda il fallimentare, il potenziamento delle infrastrutture nel settore giustizia». In altre parole, al di là della parte penale (a cui verremo tra un istante), il Pd vuole ridiscutere tutto («i nodi non si sciolgono con ultimatum sui giornali, ma sedendo a un tavolo e discutendo»). E allora arriviamo anche al punto più spinoso, quello della prescrizione, oggetto - come si ricorderà - di un pesante scontro dei grillini con la Lega di Matteo Salvini, poche settimane fa. Facciamo un passo indietro: un anno fa, su questo tema, si registrò una pericolosa fuga in avanti grillina, che la Lega riuscì solo a rinviare. Di che si trattava? Della volontà pentastellata di disporre la sospensione della prescrizione dopo il primo grado, con il rischio concreto per i cittadini di processi eterni. La Lega non riuscì a bocciare il progetto, ma solo a rinviarlo a gennaio 2020, subordinandone la partenza a una riforma complessiva della giustizia. Che però - secondo Bonafede - sarebbe arrivata proprio con il suo attuale disegno di legge. Ecco perché lo scontro con Salvini, su quel tema, era divenuto al calor bianco. Su questo punto, Orlando si è mantenuto vago. Nella sua intervista di ieri, si è limitato a affermazioni generali: «Credo che la drastica cancellazione della prescrizione sia un errore, ma dentro un percorso processuale si possono trovare equilibri compensando con altre garanzie». Ma il Pd vuole comunque riparlare di tutto. Concetto che ieri sera Orlando ha ribadito in una dichiarazione al sito del Fatto quotidiano.E il carico più pesante è arrivato dal vicesegretario Pd sul tema dell'immigrazione e dei decreti sicurezza, su cui Orlando ha chiesto «discontinuità» e una «valutazione complessiva». Che, dietro il velo del politichese, vuol dire riscriverli daccapo. Cosa che esporrebbe il governo alla prevedibile e motivatissima furia di Salvini, e i grillini a una figuraccia clamorosa. Per questo M5s vorrebbe limitarsi a ritocchi minimi, politicamente simbolici ma non di sostanza. Ieri, su tutto questo, si è registrato un gran silenzio grillino. Fino a sera, nulla sui social di Di Maio e Bonafede, niente dichiarazioni ufficiali. Circolava solo lo spin che Di Maio vuol far passare in questi giorni tra i suoi: «Non voglio conflitti, vi prego di non rispondere alle provocazioni, ma dite al Pd di non comportarsi come la Lega». E però il punto - ben al di là del comportamento altrui - è l'atteggiamento dei grillini: la voglia disperata di evitare il voto li porterà a subìre dal Pd ciò che non vollero accettare dalla Lega?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/da-orlando-altro-schiaffo-ai-5-stelle-la-riforma-bonafede-e-da-rivedere-2640253679.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-summit-dei-grillini-ribelli-e-un-flop" data-post-id="2640253679" data-published-at="1775005867" data-use-pagination="False"> Il summit dei grillini ribelli è un flop «Siamo i ribelli dell'onestà». ll 27 agosto minacciava le dimissioni o una «nuova strada» in caso di alleanza tra il M5s e il Pd, ieri così si è descritto insieme ai malpancisti del Movimento che ha riunito a Bologna «per discutere e riflettere» dopo la svolta del Conte bis. Davide Barillari, consigliere regionale del Lazio, è uno di quelli a cui l'accordo giallorosso non è andato giù ma non si dimette né tradisce il M5s. «Scontenti? È riduttivo definirci così, siamo i ribelli della coerenza» ha dichiarato dopo una riunione piuttosto «carbonara» nello stile del primo M5s, a Bologna, in una location top secret con un numero anche quello segreto di partecipanti, anche se c'erano tanti portavoce venuti da tutta Italia, anche nazionali. «È l'inizio di un percorso, ma non sarà né una scissione né si creerà una corrente. È un modo per ripartire, per dare segnali forti alla dirigenza M5s e alla nostra base». Secondo Barillari, «un progetto che sta partendo. Diciamo: mai più errori. Abbiamo analizzato le contraddizioni che hanno caratterizzato l'alleanza con la Lega e, ora, quella col Pd. Per ultima, la questione delle concessioni ad Autostrade. Su questo c'è stata una discussione molto intensa». Il consigliere grillino non esclude «incontri in futuro con i dirigenti nazionali» del Movimento compreso Beppe Grillo che però ha ampiamente «benedetto» l'accordo giallorosso. Il passo successivo, dice, «potrebbe essere la stesura di un documento». E se già si pensa a prossimi incontri a Milano o Roma, Barillari ammette che il capo politico Luigi Di Maio «non è stato informato. Ma esiste la libertà di espressione, i portavoce possono incontrarsi, legittimamente». Al termine della riunione gli scontenti hanno diramato una nota: «Vogliamo far ripartire il sogno. Il Movimento 5 stelle non può ridursi ad ago della bilancia fra destra e sinistra, ma deve rimarcare la sua identità. Oggi abbiamo posto le basi di un confronto costruttivo tra portavoce del M5S di diverse parti di Italia e di diversi livelli». Non un documento che inchiodi il Movimento ormai lanciato nell'alleanza con l'ex «partito di Bibbiano» nel governo ma anche sul territorio dove già si studiano le alleanze per le prossime elezioni regionali, a cominciare dall'Umbria, ma la presa di posizione di chi non rinnega il M5s ma è convinto che sia ancora un Movimento dove ci si può confrontare e decidere, visto che ha sempre fatto della «democrazia partecipativa» la sua bandiera. Davide Barillari, si sa, che all'annuncio del possibile nuovo governo giallorosso, è stato tra i primi a dire: «Sono nato grillino e non voglio morire piddino». E appena varato il nuovo esecutivo non ha avuto dubbi: «È stata una spartizione di poltrone. Basta vedere Roberto Speranza alla salute, quando nemmeno riesce a trovare una farmacia». Un'ultima trincea dunque il conclave bolognese per il consigliere del Lazio che, nonostante il fondatore Grillo e il «democratico» Rousseau, continua ad avversare qualunque dialogo con il Pd mentre la sua nemica giurata (ma non solo sua), la capogruppo Roberta Lombardi, anche lei in Regione dopo che l'avevano esiliata dal palco nazionale, continua a parlare di «modello Lazio». Ovvero, dialogo costruttivo tra l'opposizione grillina e la maggioranza di Nicola Zingaretti per approvare anche una serie di leggi regionali che facevano parte del programma pentastellato, rifiuti al piano paesaggistico. Per la Lombardi, dunque, il governo giallorosso può vivere, basta esportare il «modello Lazio». Due voci grilline delle 10 che siedono negli stessi banchi della Pisana eppure sono diverse «dentro» tanto da farsi largo ipotesi di possibile rimpasto. A Roma però non piace l'accordo giallorosso neanche alla consigliera Gemma Guerrini che ha preso le distanze dal nuovo governo scagliandosi, in un post su Facebook, contro Dario Franceschini di nuovo a capo del ministero dei Beni culturali: «È il segno che tutto è cambiato perché tutto rimanesse come era».
Ansa
A Zenica gli azzurri cadono ai rigori dopo l’1-1 nei tempi regolamentari. Decisivi gli errori dal dischetto di Esposito e Cristante. Per l’Italia è la terza mancata qualificazione consecutiva al Mondiale: un dato che conferma una difficoltà ormai strutturale.
Psicodramma. Disfatta. Delusione. Fallimento. Maledizione. Si potrebbe andare avanti a oltranza per descrivere lo stato d’animo che accompagna la terza mancata qualificazione a un Mondiale della Nazionale. E invece è sufficiente dire che l’Italia si è sciolta, di nuovo, come neve al sole, nonostante il clima rigido di Zenica. E così dopo non essere andati in Russia nel 2018, in Qatar nel 2022, la prossima estate non andremo nemmeno in Usa, Canada e Messico. In principio fu la Svezia. Poi toccò alla Macedonia del Nord. E ora la Bosnia. Con l’unica differenza che stavolta la sofferenza si è prolungata per 120 minuti più i calci di rigore.
A decidere la finale playoff a Zenica sono stati infatti i tiri dal dischetto dopo l’1-1 dei tempi regolamentari. Il match era partito come previsto, con l'Italia costretta subito a fare i conti con l’impatto emotivo del Bilino Polje. La Bosnia aggredisce, spinge, si appoggia sull’entusiasmo del pubblico e nei primi minuti prova a mettere pressione soprattutto sugli esterni. Gli azzurri reggono senza scomporsi, ma faticano a prendere il controllo del gioco.
Il primo squillo è dei padroni di casa, con Demirovic che calcia centralmente, senza creare problemi a Donnarumma. È un segnale però della direzione della partita: ritmo alto, pochi spazi e Italia più attenta a non concedere che a costruire. La svolta, almeno iniziale, arriva al quarto d’ora ed è figlia di un errore. Vasilj sbaglia un disimpegno elementare e consegna il pallone a Barella, che serve immediatamente Kean. L’attaccante non sbaglia e porta avanti l’Italia, gelando uno stadio che fino a quel momento aveva spinto con continuità. Il vantaggio però non cambia davvero l’inerzia. La Bosnia continua a giocare con intensità, costruisce occasioni soprattutto su cross e seconde palle, mentre Donnarumma è chiamato più volte a intervenire, prima su Basic e poi in uscita bassa sugli sviluppi da corner. L’episodio che rimette tutto in discussione arriva nel finale di primo tempo: Bastoni interviene in scivolata su Memic lanciato verso la porta e viene espulso. Una decisione che cambia la partita, costringe Gattuso a ridisegnare l’assetto e restituisce alla Bosnia entusiasmo e campo.
Nella ripresa lo scenario è inevitabile: Italia schiacciata, Bosnia stabilmente nella metà campo azzurra. L’ingresso dei nuovi giocatori dà ulteriore energia ai padroni di casa, che alzano il baricentro e trasformano la partita in un assedio continuo. Eppure, proprio nel momento più difficile, l’Italia ha le occasioni per chiuderla. Kean scappa via in campo aperto ma non trova la porta davanti a Vasilj. Poco dopo Pio Esposito, su assist di Palestra, calcia alto da posizione favorevole. Poi è Dimarco a non concretizzare un’altra situazione potenzialmente decisiva. Tre opportunità nitide che restano lì, non sfruttate.
Il prezzo arriva a dieci minuti dalla fine. Su un pallone messo in area, Dzeko riesce a colpire da distanza ravvicinata, Donnarumma respinge come può ma lascia il pallone vivo e Tabakovic è il più rapido ad avventarsi. È l’1-1 che riporta tutto in equilibrio, ma soprattutto che certifica il momento della partita: Bosnia in spinta, Italia in difficoltà numerica e fisica. Nel finale dei tempi regolamentari e poi nei supplementari, la gara resta aperta ma bloccata. L’Italia prova a resistere e a ripartire quando può, la Bosnia continua a cercare il colpo decisivo, andando anche vicina al gol con Tahirovic nel secondo tempo supplementare. Si arriva così ai rigori, inevitabile conclusione di una partita giocata più sull’equilibrio e sugli episodi che sulla qualità. Dal dischetto la Bosnia è perfetta. L’Italia no. Esposito calcia alto il primo rigore, Cristante colpisce la traversa. Errori che pesano più di tutto il resto e che consegnano la qualificazione ai padroni di casa.Un incantesimo che prosegue da 12 anni e che il nostro calcio proprio non riesce a spezzare.
La verità nuda e cruda con cui dobbiamo fare i conti, volenti o nolenti, è che soffriamo questo tipo di partite. Partite dove essere, o peggio sentirsi, superiori tecnicamente non basta. Abbiamo trascorso la vigilia a dividerci tra chi ha criticato quel gruppetto di azzurri sorpresi a festeggiare l’incrocio con la Bosnia anziché con il Galles e chi, al contrario, sosteneva che dopotutto era meglio così, perché vuoi mettere andare al Millennium Stadium di Cardiff e giocare davanti a 80.000 spettatori contro una squadra 37ª nel ranking Fifa? Certo, la Bosnia è 66ª, ma se è vero che il ranking è veritiero rispetto alla forza reale delle squadre, è altrettanto vero che l’Italia è 12ª (fino a stasera) in questa classifica e quindi non dovrebbe temere né l’una né l’altra. Ma quando sei assente dalla madre di tutte le competizioni calcistiche e non solo, succede questo. E non perché qualcuno lo aveva detto prima o perché è troppo semplice parlare con il senno del poi. Ma perché il calcio non è mai una scienza esatta e questo lo si sa da oltre un secolo.
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Lapo Elkann (Ansa)
Non proprio un esilio, ma un manifesto di stile come spiega in un intervista al Luzerner Zeitung. «Ogni città apparteneva a una fase della mia vita. A 25 anni Lucerna non sarebbe stato il posto giusto. Oggi sì». Insomma meno lunghe notti con amici non sempre presentabili e più albe sul lago.
E qui arriva la cartolina del Mulino Bianco: moglie portoghese, Joana Lemos, e un San Bernardo da 85 chili di nome Everest a presidiare la svolta esistenziale. «Quando guardiamo lago e montagne al mattino, è molto più piacevole che a New York». Le montagne come alternativa ai grattacieli.
Un trasferimento per stare lontano dal fisco? Ma quando mai. «Forse altri luoghi sarebbero stati più convenienti, ma abbiamo scelto un posto che ci rende felici». Il portafoglio non c’entra: conta il pasto dell’anima.
Poi però l’intervista cambia tono. Perché Commissione europea e industria dell’auto sono temi che, in famiglia, non si trattano mai davvero da semplici osservatori. E infatti Lapo affonda: «A mio avviso, la Commissione europea ha commesso gravi errori e ha contribuito alla crisi». Innesta il turbo contro Green deal: «Spingendo l’elettrificazione in modo troppo aggressivo, l’Europa ha distrutto il proprio vantaggio competitivo . Di fatto ha aiutato la Cina». Non proprio una carezza. Piuttosto un’accusa che suona come un avviso ai naviganti: attenzione a fare i talebani del Green, perché il rischio è ritrovarsi senza industria. con le fabbriche chiuse e gli operai in piazza. «Non credo che i motori elettrici siano l’unica soluzione», aggiunge, mentre cita la Germania - ex locomotiva - oggi alle prese con «grandi sfide» e, soprattutto, con «cattiva regolamentazione» che ha prodotto «chiusure e licenziamenti».
Tra un attacco a Bruxelles e una passeggiata sul lago, resta una vena dichiaratamente tricolore. «Resto italiano», assicura. E si concede persino un momento da curva sud istituzionale: «Mi sono commosso fino alle lacrime quando è stato suonato l’inno alle Olimpiadi».
Non manca nemmeno un endorsement politico: applausi a Giorgia Meloni («ha fatto molto di buono per l’Italia») e stima per Sergio Mattarella. Un patriottismo a ventiquattro carati.
Il risultato è un ritratto perfettamente lapiano: cosmopolita ma sentimentale, critico ma affezionato, elitario ma con improvvise nostalgie da supermercato. E soprattutto libero - di cambiare casa, idea, latitudine.
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Ansa
Questa era costituita dall’art. 6, comma 2 bis del decreto legislativo n. 142/2015, nella parte in cui prevede che, qualora nei confronti dello straniero già trattenuto in un Cpr (Centro per il rimpatrio) in vista della sua espulsione dal territorio dello Stato sia stato disposto il trattenimento ad altro titolo, sostitutivo del primo, costituito dalla ritenuta pretestuosità della domanda di protezione internazionale da lui avanzata, e il relativo provvedimento non sia stato convalidato dal giudice, lo straniero non venga rilasciato ma resti trattenuto fino alla decisione sulla convalida dell’ulteriore provvedimento di trattenimento che, entro 48 ore dalla comunicazione della mancata convalida del precedente, il questore può adottare per taluna delle diverse ragioni previste dal comma 2 dello stesso, citato art. 6 del decreto legislativo n. 142/2015, tra le quali (come nel caso di specie) figura quella costituita dalla ritenuta pericolosità del soggetto desunta da precedenti condanne, anche non definitive. L’incostituzionalità di tale previsione - secondo la Cassazione, dalla quale era stata sollevata la relativa questione - derivava essenzialmente dal fatto che essa comportava il superamento del limite delle 96 ore complessive entro il quale, ai sensi dell’art. 13, secondo comma, della Costituzione, deve intervenire la convalida di qualsiasi provvedimento restrittivo della libertà personale adottato dall’autorità di pubblica sicurezza.
La Corte costituzionale non ha esaminato nel merito la suddetta questione, ma si è limitata a dichiararne l’inammissibilità per difetto di rilevanza ai fini della decisione che la Cassazione avrebbe dovuto adottare sul ricorso che, avverso la convalida del secondo provvedimento di trattenimento, era stato proposto dall’interessato; decisione il cui oggetto doveva essere soltanto la legittimità o meno di detta convalida e non anche l’avvenuto protrarsi del trattenimento fino al momento in cui essa era stata adottata. Nella parte finale della stessa sentenza, però («in cauda venenum») la Corte costituzionale ha chiaramente fatto capire che la medesima questione, se sollevata in un procedimento avente ad oggetto proprio la legittimità del protrarsi del trattenimento dopo la mancata convalida del primo provvedimento (quale proponibile, ad esempio, mediante un ricorso d’urgenza in sede civile) avrebbe buone probabilità di essere accolta. Di qui il suggerimento, da parte della stessa Corte, di un sollecito intervento del legislatore perché, pur perseguendo la legittima finalità di impedire un uso strumentale delle procedure in materia di protezione internazionale, venga assicurato il pieno rispetto delle esigenze di tutela della libertà personale a garanzia delle quali è posto l’articolo 13 della Costituzione.
Ad avviso di chi scrive il suggerimento meriterebbe, in questo caso, di essere accolto giacché, in effetti, la norma sospettata di incostituzionalità (introdotta nell’originario testo del decreto legislativo n. 142/2015 con un provvedimento di modifica emanato nello scorso anno), appare difficilmente conciliabile con il tassativo disposto dell’articolo 13, secondo comma, della Costituzione.
Il contrasto potrebbe, tuttavia, essere facilmente eliminato prevedendo, ad esempio, che, nel caso in cui già in partenza ricorrano tanto una o più delle condizioni indicate nell’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo n. 142/2015, quanto l’ulteriore condizione, indicata nel successivo comma 3 e costituita dalla ritenuta pretestuosità della richiesta di protezione internazionale, il trattenimento del richiedente venga disposto con unico provvedimento, motivato con riferimento ad entrambe le condizioni e soggetto, quindi, ad un’unica procedura di convalida.
L’ occasione potrebbe essere, tuttavia, propizia per chiedersi se, più in generale, sia davvero imprescindibile modellare, come ora avviene, l’intera disciplina dei trattenimenti previsti, a vario titolo, dalle norme sull’immigrazione, secondo lo schema dettato dall’articolo 13 della Costituzione, nonostante che ciò non sia richiesto dalle direttive dettate dall’Unione europea. Tanto l’articolo 9 dell’ancora vigente direttiva n. 33/2013 quanto l’articolo 11 di quella n. 1346/2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, prevedono, infatti, espressamente, che, ai fini del controllo giurisdizionale sui provvedimenti che dispongono il trattenimento di stranieri in apposite strutture, in attesa della definizione della loro posizione, possano prevedersi, in alternativa a procedure d’ufficio - quali sono, in Italia, quelle di convalida modellate sull’articolo 13 della Costituzione - procedure da attivarsi solo su richiesta dell’interessato e da definirsi entro determinati, ristretti termini. Procedure, quelle ora dette, che, peraltro, sarebbero perfettamente in linea anche con l’articolo 6 della Cedu (Convenzione europea sui diritti dell’uomo) recepita in Italia con la legge n. 848/1955, in base al quale solo chi sia stato arrestato per essere messo a disposizione di un’autorità giudiziaria dev’essere «al più presto» condotto davanti a quest’ultima per l’esame della sua posizione mentre in ogni altro caso di privazione della libertà personale, ivi compreso quello dell’arresto o della detenzione di uno straniero nei cui confronti sia in corso un procedimento di espulsione (lett. F), è solo previsto «il diritto di presentare un ricorso davanti ad un tribunale».
Non sembra potersi dubitare che prevedere la sola possibilità di un tale ricorso da parte dell’interessato in luogo della procedura obbligatoria di convalida, da attivarsi d’ufficio e da concludersi entro ristrettissimi limiti temporali, a pena di caducazione dei provvedimenti di trattenimento, gioverebbe non poco alla efficacia del sistema di controllo dell’immigrazione irregolare. Né sembra potersi dire che in tal modo si creerebbe inevitabilmente un contrasto con l’articolo 13 della Costituzione. Va infatti osservato, a quest’ultimo riguardo, che l’articolo 117 della Costituzione pone sullo stesso piano, nel fissare gli obblighi cui deve attenersi il legislatore ordinario, il rispetto della Costituzione e quello «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Ne deriva che una norma ordinaria che si attenga a quanto previsto dalle direttive europee e dalla Cedu non potrebbe mai essere ritenuta contraria alla Costituzione salvo il caso (stando alla teoria dei cosiddetti «controlimiti» elaborata proprio dalla Corte costituzionale) in cui cozzi manifestamente con taluno dei principi costituzionali da considerarsi come fondamentali e inderogabili. E non sembra che tra essi possano comprendersi le modalità ed i termini stabiliti dall’articolo 13 della Costituzione ai fini del controllo giudiziario sui provvedimenti limitativi della libertà personale adottati dall’autorità di pubblica sicurezza, quando quel controllo, in determinate materie disciplinate da fonti comunitarie o convenzionali, sia, comunque, adeguatamente assicurato ad eventuale iniziativa dell’interessato.
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«Non abbiam bisogno di parole» (Netflix)
Quel film, poi, avrebbe fatto il giro del mondo, accolto con meno clamore e lacrime di quelle riscosse in patria, ma con gli stessi sorrisi. Un po' dolci e inebetiti, quei sorrisi che, un decennio più tardi, sarebbero comparsi sui volti della dirigenza Netflix, inducendola a produrre una versione inedita de La famiglia Bélier, una versione italiana.
Non abbiam bisogno di parole, disponibile online a partire da venerdì 3 aprile, è pressoché identico al corrispettivo francese. E, come l'originale, porta chi guardi all'interno di una famiglia unica, dove le parole non sono chiamate a codificare (e decodificare) la comunicazione. La famiglia Musso è fatta di genitori affetti da una sordità profonda. Non parlano, né esiste apparecchio che possa aiutarli a farlo. I due comunicano a gesti e sono questi gesti che hanno insegnato ai figli. Uno, come loro affetto da sordità profonda. L'altra, dotata di un udito e di una capacità linguistica ordinaria. Elettra, all'interno della famiglia Musso, è l'unica persona che possa capire e parlare, e a lei i genitori, proprietari di una fattoria, hanno demandato i rapporti con l'esterno. Elettra, pur studentessa in un liceo, gestisce gli affari della fattoria, i rapporti con i commercianti. Vende, tratta, parla. E, intanto, cerca di trovare una propria strada nel mondo.
Pensava avrebbe finito per vivere in eterno con i genitori, così da arrivare dove loro non possono. Invece, l'incontro fortuito con un'insegnante di canto - Serena Rossi, nella pellicola di Netflix - le spariglia le carte. Elettra, una Sarah Toscano al suo esordio da attrice, scopre di avere una voce fuori dal comune, un talento immenso. Sembra nata per cantare, ed è questo che cerca di spiegare ai genitori, scegliendo da sé di sostenere un provino per entrare all'interno di una scuola di canto. Se la prendessero, si trasferirebbe altrove, la valigia piena di sogni che mamma e papà, in prima battuta, non paiono capire. Elettra piange, s'arrabbia e dispera. I Musso storcono il naso, la accusano di abbandono, di incuria, di non avere a cuore l'interesse della famiglia. Poi, come spesso accade nelle commedie di genere, fanno retromarcia e con Elettra si incontrano a metà strada, dove ha luogo il compromesso. Un'epifania in musica, più trascinante di quella che ha segnato La Famiglia Bélier accompagna Non abbiam bisogno di parole, leggero e trascinante come solo i musical sanno essere.
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