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2019-09-08
Da Orlando altro schiaffo ai 5 stelle: «La riforma Bonafede è da rivedere»
Ansa
Non c'è due senza tre, quando si tratta di cedimenti grillini. Il megacedimento, padre di tutti gli altri arretramenti, ha riguardato l'Europa: prima il voto per fare da stampella a Ursula von der Leyen; poi l'accettazione del terzetto targato Pd Paolo Gentiloni-Roberto Gualtieri-Vincenzo Amendola; quindi la notizia di un possibile ingresso nel gruppo Renew Europe di Emmanuel Macron (non smentita dalla capodelegazione pentastellata all'Europarlamento, Tiziana Beghin); e in sostanza una capitolazione generale rispetto a tutto ciò che i grillini avevano detto per anni di osteggiare (fiscal compact, bail in, fondo salva stati).
Il secondo cedimento è derivato dalla posizione di Paola De Micheli sul dossier Autostrade. Qualcuno l'ha definito un «incidente autostradale», e in effetti il tamponamento (politico) c'è stato, con i grillini duri e puri favorevoli alla revoca della concessione ad Atlantia, e la ministra Pd attestata su una più cauta e vaghissima linea della «revisione»). Ma la De Micheli ha pure aggiunto altro sale sulle ferite grilline: sì alla Gronda e sì al Tav.
E ieri è maturata la terza umiliazione su un punto ultrasensibile per il Movimento, e cioè la giustizia. Tema su cui (in un'intervista a La Stampa) a infierire sui grillini è stato Andrea Orlando, voce due volte significativa, in quanto vicesegretario unico del Pd e ex Guardasigilli. Orland ha fatto capire di aver sentito il suo successore Alfonso Bonafede, con cui avrà un incontro la prossima settimana, «per qualche considerazione a quattr'occhi» sulla riforma della giustizia, ha scritto il giornale torinese. Ma intanto l'esponente Pd ha già messo molte carte sul tavolo, anche in modo urticante: «Non si può pensare che un nuovo governo prenda per buono un testo che è stato costruito da due forze politiche che non ci coinvolsero minimamente. È ragionevole che si ricominci la discussione».
E - come vedremo - non si tratta solo di galateo formale: ci sono almeno quattro nodi concreti. Primo: la norma sulle intercettazioni, che risale a Orlando, e che Bonafede ha bloccato, bollandola come un «bavaglio all'informazione». Su questo il numero due del Pd ha usato toni distensivi («su due o tre cose siamo già d'accordo e possiamo cominciare a lavorarci subito»). Poi però arrivano tre questioni roventi: «il tema civile, l'emanazione del decreto che riguarda il fallimentare, il potenziamento delle infrastrutture nel settore giustizia». In altre parole, al di là della parte penale (a cui verremo tra un istante), il Pd vuole ridiscutere tutto («i nodi non si sciolgono con ultimatum sui giornali, ma sedendo a un tavolo e discutendo»).
E allora arriviamo anche al punto più spinoso, quello della prescrizione, oggetto - come si ricorderà - di un pesante scontro dei grillini con la Lega di Matteo Salvini, poche settimane fa. Facciamo un passo indietro: un anno fa, su questo tema, si registrò una pericolosa fuga in avanti grillina, che la Lega riuscì solo a rinviare. Di che si trattava? Della volontà pentastellata di disporre la sospensione della prescrizione dopo il primo grado, con il rischio concreto per i cittadini di processi eterni. La Lega non riuscì a bocciare il progetto, ma solo a rinviarlo a gennaio 2020, subordinandone la partenza a una riforma complessiva della giustizia. Che però - secondo Bonafede - sarebbe arrivata proprio con il suo attuale disegno di legge. Ecco perché lo scontro con Salvini, su quel tema, era divenuto al calor bianco.
Su questo punto, Orlando si è mantenuto vago. Nella sua intervista di ieri, si è limitato a affermazioni generali: «Credo che la drastica cancellazione della prescrizione sia un errore, ma dentro un percorso processuale si possono trovare equilibri compensando con altre garanzie». Ma il Pd vuole comunque riparlare di tutto. Concetto che ieri sera Orlando ha ribadito in una dichiarazione al sito del Fatto quotidiano.
E il carico più pesante è arrivato dal vicesegretario Pd sul tema dell'immigrazione e dei decreti sicurezza, su cui Orlando ha chiesto «discontinuità» e una «valutazione complessiva». Che, dietro il velo del politichese, vuol dire riscriverli daccapo. Cosa che esporrebbe il governo alla prevedibile e motivatissima furia di Salvini, e i grillini a una figuraccia clamorosa. Per questo M5s vorrebbe limitarsi a ritocchi minimi, politicamente simbolici ma non di sostanza.
Ieri, su tutto questo, si è registrato un gran silenzio grillino. Fino a sera, nulla sui social di Di Maio e Bonafede, niente dichiarazioni ufficiali. Circolava solo lo spin che Di Maio vuol far passare in questi giorni tra i suoi: «Non voglio conflitti, vi prego di non rispondere alle provocazioni, ma dite al Pd di non comportarsi come la Lega». E però il punto - ben al di là del comportamento altrui - è l'atteggiamento dei grillini: la voglia disperata di evitare il voto li porterà a subìre dal Pd ciò che non vollero accettare dalla Lega?
Il summit dei grillini ribelli è un flop
«Siamo i ribelli dell'onestà». ll 27 agosto minacciava le dimissioni o una «nuova strada» in caso di alleanza tra il M5s e il Pd, ieri così si è descritto insieme ai malpancisti del Movimento che ha riunito a Bologna «per discutere e riflettere» dopo la svolta del Conte bis. Davide Barillari, consigliere regionale del Lazio, è uno di quelli a cui l'accordo giallorosso non è andato giù ma non si dimette né tradisce il M5s. «Scontenti? È riduttivo definirci così, siamo i ribelli della coerenza» ha dichiarato dopo una riunione piuttosto «carbonara» nello stile del primo M5s, a Bologna, in una location top secret con un numero anche quello segreto di partecipanti, anche se c'erano tanti portavoce venuti da tutta Italia, anche nazionali.
«È l'inizio di un percorso, ma non sarà né una scissione né si creerà una corrente. È un modo per ripartire, per dare segnali forti alla dirigenza M5s e alla nostra base». Secondo Barillari, «un progetto che sta partendo. Diciamo: mai più errori. Abbiamo analizzato le contraddizioni che hanno caratterizzato l'alleanza con la Lega e, ora, quella col Pd. Per ultima, la questione delle concessioni ad Autostrade. Su questo c'è stata una discussione molto intensa». Il consigliere grillino non esclude «incontri in futuro con i dirigenti nazionali» del Movimento compreso Beppe Grillo che però ha ampiamente «benedetto» l'accordo giallorosso. Il passo successivo, dice, «potrebbe essere la stesura di un documento». E se già si pensa a prossimi incontri a Milano o Roma, Barillari ammette che il capo politico Luigi Di Maio «non è stato informato. Ma esiste la libertà di espressione, i portavoce possono incontrarsi, legittimamente».
Al termine della riunione gli scontenti hanno diramato una nota: «Vogliamo far ripartire il sogno. Il Movimento 5 stelle non può ridursi ad ago della bilancia fra destra e sinistra, ma deve rimarcare la sua identità. Oggi abbiamo posto le basi di un confronto costruttivo tra portavoce del M5S di diverse parti di Italia e di diversi livelli». Non un documento che inchiodi il Movimento ormai lanciato nell'alleanza con l'ex «partito di Bibbiano» nel governo ma anche sul territorio dove già si studiano le alleanze per le prossime elezioni regionali, a cominciare dall'Umbria, ma la presa di posizione di chi non rinnega il M5s ma è convinto che sia ancora un Movimento dove ci si può confrontare e decidere, visto che ha sempre fatto della «democrazia partecipativa» la sua bandiera. Davide Barillari, si sa, che all'annuncio del possibile nuovo governo giallorosso, è stato tra i primi a dire: «Sono nato grillino e non voglio morire piddino».
E appena varato il nuovo esecutivo non ha avuto dubbi: «È stata una spartizione di poltrone. Basta vedere Roberto Speranza alla salute, quando nemmeno riesce a trovare una farmacia». Un'ultima trincea dunque il conclave bolognese per il consigliere del Lazio che, nonostante il fondatore Grillo e il «democratico» Rousseau, continua ad avversare qualunque dialogo con il Pd mentre la sua nemica giurata (ma non solo sua), la capogruppo Roberta Lombardi, anche lei in Regione dopo che l'avevano esiliata dal palco nazionale, continua a parlare di «modello Lazio». Ovvero, dialogo costruttivo tra l'opposizione grillina e la maggioranza di Nicola Zingaretti per approvare anche una serie di leggi regionali che facevano parte del programma pentastellato, rifiuti al piano paesaggistico. Per la Lombardi, dunque, il governo giallorosso può vivere, basta esportare il «modello Lazio». Due voci grilline delle 10 che siedono negli stessi banchi della Pisana eppure sono diverse «dentro» tanto da farsi largo ipotesi di possibile rimpasto.
A Roma però non piace l'accordo giallorosso neanche alla consigliera Gemma Guerrini che ha preso le distanze dal nuovo governo scagliandosi, in un post su Facebook, contro Dario Franceschini di nuovo a capo del ministero dei Beni culturali: «È il segno che tutto è cambiato perché tutto rimanesse come era».
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Il vicesegretario del Pd, ex Guardasigilli, smonta il lavoro del ministro succeduto a sé stesso. I nodi: civile e fallimentare, intercettazioni, potenziamento delle infrastrutture. E soprattutto la prescrizione. M5s muto.Riunione top secret a Bologna convocata da Davide Barillari, consigliere del Lazio contrario all'inciucio. Ignoto il numero dei partecipanti. «Né scissione, né corrente».Lo speciale contiene due articoliNon c'è due senza tre, quando si tratta di cedimenti grillini. Il megacedimento, padre di tutti gli altri arretramenti, ha riguardato l'Europa: prima il voto per fare da stampella a Ursula von der Leyen; poi l'accettazione del terzetto targato Pd Paolo Gentiloni-Roberto Gualtieri-Vincenzo Amendola; quindi la notizia di un possibile ingresso nel gruppo Renew Europe di Emmanuel Macron (non smentita dalla capodelegazione pentastellata all'Europarlamento, Tiziana Beghin); e in sostanza una capitolazione generale rispetto a tutto ciò che i grillini avevano detto per anni di osteggiare (fiscal compact, bail in, fondo salva stati). Il secondo cedimento è derivato dalla posizione di Paola De Micheli sul dossier Autostrade. Qualcuno l'ha definito un «incidente autostradale», e in effetti il tamponamento (politico) c'è stato, con i grillini duri e puri favorevoli alla revoca della concessione ad Atlantia, e la ministra Pd attestata su una più cauta e vaghissima linea della «revisione»). Ma la De Micheli ha pure aggiunto altro sale sulle ferite grilline: sì alla Gronda e sì al Tav. E ieri è maturata la terza umiliazione su un punto ultrasensibile per il Movimento, e cioè la giustizia. Tema su cui (in un'intervista a La Stampa) a infierire sui grillini è stato Andrea Orlando, voce due volte significativa, in quanto vicesegretario unico del Pd e ex Guardasigilli. Orland ha fatto capire di aver sentito il suo successore Alfonso Bonafede, con cui avrà un incontro la prossima settimana, «per qualche considerazione a quattr'occhi» sulla riforma della giustizia, ha scritto il giornale torinese. Ma intanto l'esponente Pd ha già messo molte carte sul tavolo, anche in modo urticante: «Non si può pensare che un nuovo governo prenda per buono un testo che è stato costruito da due forze politiche che non ci coinvolsero minimamente. È ragionevole che si ricominci la discussione». E - come vedremo - non si tratta solo di galateo formale: ci sono almeno quattro nodi concreti. Primo: la norma sulle intercettazioni, che risale a Orlando, e che Bonafede ha bloccato, bollandola come un «bavaglio all'informazione». Su questo il numero due del Pd ha usato toni distensivi («su due o tre cose siamo già d'accordo e possiamo cominciare a lavorarci subito»). Poi però arrivano tre questioni roventi: «il tema civile, l'emanazione del decreto che riguarda il fallimentare, il potenziamento delle infrastrutture nel settore giustizia». In altre parole, al di là della parte penale (a cui verremo tra un istante), il Pd vuole ridiscutere tutto («i nodi non si sciolgono con ultimatum sui giornali, ma sedendo a un tavolo e discutendo»). E allora arriviamo anche al punto più spinoso, quello della prescrizione, oggetto - come si ricorderà - di un pesante scontro dei grillini con la Lega di Matteo Salvini, poche settimane fa. Facciamo un passo indietro: un anno fa, su questo tema, si registrò una pericolosa fuga in avanti grillina, che la Lega riuscì solo a rinviare. Di che si trattava? Della volontà pentastellata di disporre la sospensione della prescrizione dopo il primo grado, con il rischio concreto per i cittadini di processi eterni. La Lega non riuscì a bocciare il progetto, ma solo a rinviarlo a gennaio 2020, subordinandone la partenza a una riforma complessiva della giustizia. Che però - secondo Bonafede - sarebbe arrivata proprio con il suo attuale disegno di legge. Ecco perché lo scontro con Salvini, su quel tema, era divenuto al calor bianco. Su questo punto, Orlando si è mantenuto vago. Nella sua intervista di ieri, si è limitato a affermazioni generali: «Credo che la drastica cancellazione della prescrizione sia un errore, ma dentro un percorso processuale si possono trovare equilibri compensando con altre garanzie». Ma il Pd vuole comunque riparlare di tutto. Concetto che ieri sera Orlando ha ribadito in una dichiarazione al sito del Fatto quotidiano.E il carico più pesante è arrivato dal vicesegretario Pd sul tema dell'immigrazione e dei decreti sicurezza, su cui Orlando ha chiesto «discontinuità» e una «valutazione complessiva». Che, dietro il velo del politichese, vuol dire riscriverli daccapo. Cosa che esporrebbe il governo alla prevedibile e motivatissima furia di Salvini, e i grillini a una figuraccia clamorosa. Per questo M5s vorrebbe limitarsi a ritocchi minimi, politicamente simbolici ma non di sostanza. Ieri, su tutto questo, si è registrato un gran silenzio grillino. Fino a sera, nulla sui social di Di Maio e Bonafede, niente dichiarazioni ufficiali. Circolava solo lo spin che Di Maio vuol far passare in questi giorni tra i suoi: «Non voglio conflitti, vi prego di non rispondere alle provocazioni, ma dite al Pd di non comportarsi come la Lega». E però il punto - ben al di là del comportamento altrui - è l'atteggiamento dei grillini: la voglia disperata di evitare il voto li porterà a subìre dal Pd ciò che non vollero accettare dalla Lega?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/da-orlando-altro-schiaffo-ai-5-stelle-la-riforma-bonafede-e-da-rivedere-2640253679.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-summit-dei-grillini-ribelli-e-un-flop" data-post-id="2640253679" data-published-at="1782496438" data-use-pagination="False"> Il summit dei grillini ribelli è un flop «Siamo i ribelli dell'onestà». ll 27 agosto minacciava le dimissioni o una «nuova strada» in caso di alleanza tra il M5s e il Pd, ieri così si è descritto insieme ai malpancisti del Movimento che ha riunito a Bologna «per discutere e riflettere» dopo la svolta del Conte bis. Davide Barillari, consigliere regionale del Lazio, è uno di quelli a cui l'accordo giallorosso non è andato giù ma non si dimette né tradisce il M5s. «Scontenti? È riduttivo definirci così, siamo i ribelli della coerenza» ha dichiarato dopo una riunione piuttosto «carbonara» nello stile del primo M5s, a Bologna, in una location top secret con un numero anche quello segreto di partecipanti, anche se c'erano tanti portavoce venuti da tutta Italia, anche nazionali. «È l'inizio di un percorso, ma non sarà né una scissione né si creerà una corrente. È un modo per ripartire, per dare segnali forti alla dirigenza M5s e alla nostra base». Secondo Barillari, «un progetto che sta partendo. Diciamo: mai più errori. Abbiamo analizzato le contraddizioni che hanno caratterizzato l'alleanza con la Lega e, ora, quella col Pd. Per ultima, la questione delle concessioni ad Autostrade. Su questo c'è stata una discussione molto intensa». Il consigliere grillino non esclude «incontri in futuro con i dirigenti nazionali» del Movimento compreso Beppe Grillo che però ha ampiamente «benedetto» l'accordo giallorosso. Il passo successivo, dice, «potrebbe essere la stesura di un documento». E se già si pensa a prossimi incontri a Milano o Roma, Barillari ammette che il capo politico Luigi Di Maio «non è stato informato. Ma esiste la libertà di espressione, i portavoce possono incontrarsi, legittimamente». Al termine della riunione gli scontenti hanno diramato una nota: «Vogliamo far ripartire il sogno. Il Movimento 5 stelle non può ridursi ad ago della bilancia fra destra e sinistra, ma deve rimarcare la sua identità. Oggi abbiamo posto le basi di un confronto costruttivo tra portavoce del M5S di diverse parti di Italia e di diversi livelli». Non un documento che inchiodi il Movimento ormai lanciato nell'alleanza con l'ex «partito di Bibbiano» nel governo ma anche sul territorio dove già si studiano le alleanze per le prossime elezioni regionali, a cominciare dall'Umbria, ma la presa di posizione di chi non rinnega il M5s ma è convinto che sia ancora un Movimento dove ci si può confrontare e decidere, visto che ha sempre fatto della «democrazia partecipativa» la sua bandiera. Davide Barillari, si sa, che all'annuncio del possibile nuovo governo giallorosso, è stato tra i primi a dire: «Sono nato grillino e non voglio morire piddino». E appena varato il nuovo esecutivo non ha avuto dubbi: «È stata una spartizione di poltrone. Basta vedere Roberto Speranza alla salute, quando nemmeno riesce a trovare una farmacia». Un'ultima trincea dunque il conclave bolognese per il consigliere del Lazio che, nonostante il fondatore Grillo e il «democratico» Rousseau, continua ad avversare qualunque dialogo con il Pd mentre la sua nemica giurata (ma non solo sua), la capogruppo Roberta Lombardi, anche lei in Regione dopo che l'avevano esiliata dal palco nazionale, continua a parlare di «modello Lazio». Ovvero, dialogo costruttivo tra l'opposizione grillina e la maggioranza di Nicola Zingaretti per approvare anche una serie di leggi regionali che facevano parte del programma pentastellato, rifiuti al piano paesaggistico. Per la Lombardi, dunque, il governo giallorosso può vivere, basta esportare il «modello Lazio». Due voci grilline delle 10 che siedono negli stessi banchi della Pisana eppure sono diverse «dentro» tanto da farsi largo ipotesi di possibile rimpasto. A Roma però non piace l'accordo giallorosso neanche alla consigliera Gemma Guerrini che ha preso le distanze dal nuovo governo scagliandosi, in un post su Facebook, contro Dario Franceschini di nuovo a capo del ministero dei Beni culturali: «È il segno che tutto è cambiato perché tutto rimanesse come era».
Ecco #DimmiLaVerità del 26 giugno 2026. Il deputato di Azione Fabrizio Benzoni e i dati clamorosi delle carceri italiane.
Dalle Pmi ai grandi marchi storici e ai Cavalieri del Lavoro, il made in Italy coniuga tradizione, innovazione e responsabilità sociale per uno sviluppo duraturo.
L'Italia affronta le grandi sfide della doppia transizione, della sostenibilità e della competitività globale facendo leva sulla qualità delle produzioni, sulla propria eccellenza manifatturiera e sul made in Italy. Le pagine dell'ultima edizione di Osservatorio sul Merito restituiscono l'immagine di un Paese che, pur tra le complessità, guarda al futuro con fiducia e determinazione, attraverso le testimonianze di rappresentanti delle istituzioni, imprenditori e imprenditrici che ogni giorno contribuiscono alla crescita del sistema Italia.
Capisaldi del made in Italy Tra i protagonisti di questo numero figurano alcuni dei nuovi Cavalieri del Lavoro nominati dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: imprenditori e imprenditrici che rappresentano al meglio i valori del merito, della responsabilità sociale e della visione strategica. Le loro storie raccontano come il successo non sia mai il frutto di un percorso individuale, ma il risultato di un ecosistema che valorizza il lavoro, le competenze, la capacità di innovare e di interpretare in anticipo i cambiamenti. Accanto a loro emergono i grandi marchi storici e le imprese familiari che hanno contribuito a costruire l'identità produttiva del Paese. Aziende che, nel corso di decenni e spesso di generazioni, hanno attraversato crisi economiche, rivoluzioni tecnologiche e mutamenti dei mercati senza smarrire i propri valori fondanti. Al contrario, hanno saputo trasformare le proprie radici in un vantaggio competitivo, alternando continuità e capacità di rinnovamento. Le sfide che attendono il sistema produttivo italiano sono numerose: dall'intelligenza artificiale all'Industria 5.0, dai criteri ESG alla ridefinizione degli equilibri economici globali. In questo scenario, la priorità è preservare e rafforzare un patrimonio fatto di competenze, cultura d'impresa, identità e capacità di adattamento, che continua a generare valore non solo per l'economia nazionale, ma anche per i territori e le comunità in cui queste realtà affondano le proprie radici. È qui che si riconosce uno dei tratti distintivi del capitalismo italiano: un modello d'impresa che mantiene saldo il legame con il territorio e le persone, investe nel capitale umano e scommette sul domani attraverso innovazione, sostenibilità e formazione.
Le traiettorie dello sviluppo A delineare le priorità della politica è il sottosegretario al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Fausta Bergamotto, che illustra le strategie del Governo per rafforzare il tessuto delle piccole e medie imprese, accelerare la trasformazione digitale, affrontare la sfida energetica e sostenere la competitività del made in Italy sui mercati internazionali. Ad arricchire il dibattito contribuiscono le riflessioni del presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, del vicepresidente di Confindustria Marco Nocivelli, del presidente della Fondazione Nord Est Alberto Baban e del presidente di Confindustria Veneto Raffaele Boscaini, che indicano la necessità di costruire una crescita più solida, strutturale e duratura. Tra i temi centrali emerge quello della semplificazione amministrativa. «La burocrazia è oggi uno dei principali fattori di svantaggio competitivo per le nostre imprese», osserva Boscaini, richiamando l'urgenza di rendere il sistema più efficiente e favorevole agli investimenti. Un obiettivo che si intreccia con il percorso di riforma fiscale illustrato dal viceministro dell'Economia e delle Finanze Maurizio Leo. «La nostra strategia poggia su quattro pilastri: certezza del diritto, semplificazione degli adempimenti, lotta all'evasione e riduzione della pressione fiscale», spiega, delineando una visione orientata a sostenere crescita, legalità e competitività.
Il futuro del Paese Ma il futuro dell'Italia non si costruisce soltanto nelle fabbriche e nei distretti produttivi. Cultura e turismo rappresentano infatti due leve strategiche per lo sviluppo economico e sociale del Paese. La cultura, sottolinea il sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni, non è soltanto tutela del patrimonio, ma uno strumento di benessere, inclusione e crescita. Dalle "prescrizioni culturali", che integrano arte e salute nei percorsi di prevenzione e cura, fino alla regolamentazione dell'intelligenza artificiale nell'industria audiovisiva e alla necessità di avvicinare i giovani al patrimonio culturale, il messaggio è chiaro: investire nella cultura significa investire nella coesione sociale e nel dialogo con il mondo contemporaneo. Lo stesso vale per il turismo, sempre più protagonista della crescita nazionale e della promozione dell'immagine del Paese nel mondo. Come evidenzia Elena Nembrini, direttore generale ENIT, la valorizzazione dei territori, dei grandi eventi e delle eccellenze artistiche, paesaggistiche e culturali contribuisce a rafforzare l'attrattività dell'Italia e a generare opportunità diffuse per imprese, comunità locali e nuove generazioni. È in questo intreccio virtuoso tra impresa, cultura, innovazione e territorio che prende forma un'Italia capace di trasformare il merito, il talento e la visione in strumenti concreti di crescita e sviluppo.
Per scaricare il numero di «Osservatorio sul Merito» basta cliccare sul link qui sotto.
Osservatorio sul Merito giugno 2026.pdf
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