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2021-04-05
I Cristiani perseguitati nel mondo sono 340 milioni
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Ansa
Secondo il rapporto «World Watch List 2021» dell'agenzia missionaria cristiana, Open Doors, sarebbero oltre 340 milioni nel mondo i cristiani che sperimentano almeno un livello alto di persecuzione e discriminazione a causa della propria fede (un cristiano ogni otto). E i dati preoccupanti non si fermano qui. L'organizzazione ha infatti riportato che, tra i cento Paesi monitorati dalla sua ricerca, salgono a 74 quelli che mostrano un livello di persecuzione e discriminazione definibile alta, molto alta o estrema. In media, sono ben tredici i cristiani uccisi e quattro quelli rapiti ogni giorno. Inoltre, «i cristiani uccisi per ragioni legate alla fede crescono del 60%, con la Nigeria ancora terra di massacri, assieme ad altre nazioni dell'Africa Sub-Sahariana colpite dalla violenza anticristiana: nella top 10 dei paesi con più uccisioni di cristiani troviamo otto nazioni africane». Tutto questo, senza trascurare che la pandemia abbia reso ulteriormente vulnerabili le minoranze cristiane soggette a persecuzione e ostilità. «Per via del confinamento, la violenza domestica è cresciuta esponenzialmente. Molti convertiti alla fede cristiana hanno vissuto chiusi in casa con coloro che maggiormente osteggiavano la loro nuova fede (familiari)». In tutto questo, il rapporto evidenzia anche come «sono aumentati i rapimenti, le conversioni e i matrimoni forzati ai danni di donne e ragazze».
Tra i Paesi maggiormente interessati dal fenomeno persecutorio anticristiano, si registrano: la Corea del Nord, l'Afghanistan, la Somalia, la Libia, il Pakistan, l'Eritrea, lo Yemen, l'Iran e la Nigeria. Gli effetti della pandemia hanno invece reso le minoranze cristiane più vulnerabili in aree come India, Myanmar, Nepal, Vietnam e Bangladesh. Tra le new entry in questa triste lista si notano: Messico, Repubblica democratica del Congo, Mozambico ed Isole Comore. Il rapporto di Open Doors ha tra l'altro messo in luce una crescita dell'ostilità da parte della Cina che attua «tra le altre cose una sempre più stringente sorveglianza (anche tecnologica) sulle attività cristiane e un numero di arresti difficilmente rintracciabile». «La sinicizzazionedel cristianesimo», secondo l'organizzazione, «è stata estesa a febbraio 2020 con nuove norme regolanti l'organizzazione dei culti, la selezione dei responsabili ecclesiali, l'assunzione del personale, fino alla reinterpretazione della Bibbia secondo i valori fondamentali del socialismo». Non solo: secondo Open Doors «i funzionari del Partito Comunista nello Shanxi, nell'Henan, nello Jiangxi, nello Shandong e in altre province, hanno minacciato di ritirare i sussidi sociali, comprese le pensioni, se i cristiani si rifiutano di sostituire le immagini cristiane (come le croci), con le immagini del presidente Xi Jinping». Aspetti inquietanti, a cui - forse - la comunità internazionale dovrebbe prestare maggiore attenzione: a partire proprio dagli Stati Uniti. Se Donald Trump aveva infatti considerato la tutela della libertà religiosa (in patria e all'estero) come uno dei capisaldi della propria agenda, Joe Biden è apparso - almeno finora - molto più tiepido sull'argomento.
Il rapporto si occupa tuttavia di registrare anche casi in cui la situazione dei cristiani è (almeno parzialmente) migliorata. In Sudan, per esempio, la pena di morte per apostasia è stata abolita. Tutto questo, mentre «la sua nuova costituzione garantisce la libertà di religione, omette la sharia come sua principale fonte di legge e non specifica più l'islam come religione di stato». In particolare, la vita per il 6% dei cristiani presenti nel Paese starebbe migliorando. In Iraq invece un gruppo di giovani musulmani si sarebbe attivato per ripulire chiese e case distrutte e incoraggiare i cristiani sfollati, a causa dell'Isis, a tornare in quei luoghi.
«Il patrimonio culturale del Nagorno Karabakh è a gravissimo rischio di distruzione»

Gaianè Casnati (YouTube)
Non si placano le preoccupazioni per il patrimonio culturale armeno in Nagorno-Karabakh. La regione è finita sotto il controllo degli azeri pochi mesi fa. E, da allora, sono stati denunciati episodi di vandalismo e cancellazione ai danni del retaggio culturale armeno. Per cercare di comprendere maggiormente la situazione, La Verità ha deciso di intervistare l'architetto Gaianè Casnati, membro del Centro Studi e Documentazione della cultura armena.
Gaiané Casnati, quali sono le principali problematicità oggi per il patrimonio culturale armeno in Nagorno-Karabakh?
«Purtroppo il patrimonio culturale nella regione del Nagorno Karabakh si trova a gravissimo rischio di distruzione. Innanzitutto, occorre specificare che, a seguito di un drammatico conflitto svoltosi in pieno periodo di pandemia, tra il 27 settembre e il 9 novembre 2020, quello che, dal 1994 al 2020, era stato uno stato indipendente dotato di un governo democratico risulta ora diviso. Una grande parte dei territori che ne facevano parte è stata inglobata nell'Azerbaigian.
Stiamo parlando di un'area geografica abitata fin dai primi albori della civiltà (nella grotta di Azykh sono state trovate tracce di alcuni dei primi gruppi di proto-umani in Eurasia) e che ha avuto una vita culturale ricchissima, animata dagli armeni che l'hanno abitata con continuità da tempi antichissimi.
Non è facile dare in poche righe un'idea della consistenza di un patrimonio che si è venuto formando nel corso di molti secoli e che comprende centinaia di chiese e di fortezze costruite tra il IV e il XX secolo, siti archeologici, ponti, cimiteri antichi, quartieri storici e innumerevoli khachkar, splendide steli lapidee che riportano croci a bassorilievo finemente istoriate. Si calcola che almeno 1.456 monumenti armeni tra cui 161 chiese siano passati sotto il controllo azero, oltre a 10 musei che si sono bruscamente trovati a cambiare direzione.
Nonostante siano già passati mesi dalla stipula del cessate il fuoco, ancora non è stato possibile per gli enti internazionali come Unesco e Blue Shield organizzare una missione di verifica della situazione del patrimonio culturale che permetta di stabilire i danni subiti e le azioni da mettere in atto per la sua salvaguardia.
Sono diversi i rischi a cui è sottoposto questo ricchissimo patrimonio, alcuni sono comuni a tutti i monumenti: il rischio sismico, la mancanza di manutenzione, ecc. Quello che in questo caso preoccupa gli esperti e gli enti internazionali è il rischio aggiuntivo a cui questi monumenti sono sottoposti, connesso alla particolare situazione politica. Già da diversi anni in Azerbaigian è in atto una revisione della verità storica che purtroppo si concretizza anche in azioni di deliberata distruzione di tutte le evidenze della presenza armena sui territori. In Nakhichevan, tra il 1997 e il 2006, sono stati sistematicamente distrutti tutti i monumenti armeni, tra cui decine di chiese (non ne rimane nessuna delle 310 documentate negli anni Settanta), e l'intero antico cimitero di Julfa, che constava di molte migliaia di antiche pietre tombali decorate e di ben 7.000 khatchkar, sbriciolati dai militari azeri senza che nessuno potesse fermarli.
Già durante il conflitto alcuni monumenti significativi, come la cattedrale di Shushi sono stati oggetto di deliberata distruzione, ma ciò che più preoccupa è quello che sta avvenendo in questi giorni, il 25 marzo la Bbc ha denunciato la sparizione della chiesa armena di Jabrayil, che è stata letteralmente rasa al suolo. Altre fonti segnalano la distruzione della chiesa Ganach Jam a Shushi e la profanazione della chiesa di St. Yeghishe a Mataghis.
I timori degli esperti riguardano anche la sorte delle numerosissime e iscrizioni medievali e croci che sono scolpite sulle facciate di molte chiese, e che dimostrano la loro appartenenza culturale».
Ci sono iniziative per cercare di coinvolgere la comunità internazionale nella questione?
«Ci sono moltissime iniziative in corso, in linea con il carattere di un popolo come quello armeno che ha sempre posto la cultura al centro del proprio sistema valoriale. Moltissimi studi sono in corso per conoscere sempre più a fondo, valorizzare e far conoscere l'immensa cultura di quei territori e contrappore una verità storica scientificamente dimostrabile ad una narrativa basata sulla falsità e la manipolazione.
Un'università americana (la Cornell University) sta portando avanti uno studio basato sulle immagini satellitari per monitorare la situazione dei monumenti più rilevanti. Questo permetterà di lanciare un allarme ma dovrebbe poi poter essere seguito da azioni concrete di difesa che ora sembrano difficili da immaginare.
Purtroppo, da parte dell'Azerbaigian c'è un continuo impegno per diffondere informazioni false rivolgendo alla parte armena accuse completamente infondate che a volte vengono pubblicate senza una verifica della loro veridicità. Invitiamo tutti, soprattutto i giornalisti, a informarsi per cercare di farsi un'opinione basata su verità dimostrabili.
Il ruolo degli Enti internazionali come Unesco e Consiglio d'Europa è molto importante, pur nella consapevolezza che la situazione è molto complessa e che quando non si può riuscire nemmeno a pretendere il rispetto delle convenzioni internazionali per il rilascio dei numerosi prigionieri di guerra armeni ancora detenuti come ostaggi in Azerbaigian, non possiamo immaginare che possa essere facile garantire la salvaguardia di un patrimonio prezioso che appartiene a tutti noi e dovrebbe essere trasmesso intatto alle generazioni future».
Quali potrebbero essere le soluzioni a questo problema?
«In questo momento non è facile proporre soluzioni, tutte al momento sembrano difficilmente percorribili. Il desiderio di salvaguardare un patrimonio culturale concentrandosi sui suoi valori artistici e sulle qualità estetiche nel rispetto dei valori storici dovrebbe poter fungere da virtuale luogo di incontro di esperti di tutte le nazionalità e in futuro auspico che sia proprio questa la via per aiutare a ripristinare la capacità di tornare a convivere pacificamente su territori così tormentati dalla storia. Ma questo non è pensabile senza che sia fermata l'aggressione ancora in atto».
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Il fenomeno delle persecuzioni anticristiane è ben lungi dal rivelarsi un'anticaglia da relegare al passato. Si tratta al contrario di una realtà tremendamente viva, che - nella sua gravità - colpisce numerosi Paesi, e che si articola in svariate modalità.Da quando il Nagorno Karabakh è sotto il controllo azero non si placano le preoccupazioni per il patrimonio culturale armeno con numerose denunce di episodi di vandalismo e cancellazione. L'architetto armeno Gaianè Casnati: «Si calcola che almeno 1.456 monumenti armeni tra cui 161 chiese siano passati sotto il controllo azero, oltre a 10 musei che si sono bruscamente trovati a cambiare direzione».Lo speciale contiene due articoli.Secondo il rapporto «World Watch List 2021» dell'agenzia missionaria cristiana, Open Doors, sarebbero oltre 340 milioni nel mondo i cristiani che sperimentano almeno un livello alto di persecuzione e discriminazione a causa della propria fede (un cristiano ogni otto). E i dati preoccupanti non si fermano qui. L'organizzazione ha infatti riportato che, tra i cento Paesi monitorati dalla sua ricerca, salgono a 74 quelli che mostrano un livello di persecuzione e discriminazione definibile alta, molto alta o estrema. In media, sono ben tredici i cristiani uccisi e quattro quelli rapiti ogni giorno. Inoltre, «i cristiani uccisi per ragioni legate alla fede crescono del 60%, con la Nigeria ancora terra di massacri, assieme ad altre nazioni dell'Africa Sub-Sahariana colpite dalla violenza anticristiana: nella top 10 dei paesi con più uccisioni di cristiani troviamo otto nazioni africane». Tutto questo, senza trascurare che la pandemia abbia reso ulteriormente vulnerabili le minoranze cristiane soggette a persecuzione e ostilità. «Per via del confinamento, la violenza domestica è cresciuta esponenzialmente. Molti convertiti alla fede cristiana hanno vissuto chiusi in casa con coloro che maggiormente osteggiavano la loro nuova fede (familiari)». In tutto questo, il rapporto evidenzia anche come «sono aumentati i rapimenti, le conversioni e i matrimoni forzati ai danni di donne e ragazze». Tra i Paesi maggiormente interessati dal fenomeno persecutorio anticristiano, si registrano: la Corea del Nord, l'Afghanistan, la Somalia, la Libia, il Pakistan, l'Eritrea, lo Yemen, l'Iran e la Nigeria. Gli effetti della pandemia hanno invece reso le minoranze cristiane più vulnerabili in aree come India, Myanmar, Nepal, Vietnam e Bangladesh. Tra le new entry in questa triste lista si notano: Messico, Repubblica democratica del Congo, Mozambico ed Isole Comore. Il rapporto di Open Doors ha tra l'altro messo in luce una crescita dell'ostilità da parte della Cina che attua «tra le altre cose una sempre più stringente sorveglianza (anche tecnologica) sulle attività cristiane e un numero di arresti difficilmente rintracciabile». «La sinicizzazionedel cristianesimo», secondo l'organizzazione, «è stata estesa a febbraio 2020 con nuove norme regolanti l'organizzazione dei culti, la selezione dei responsabili ecclesiali, l'assunzione del personale, fino alla reinterpretazione della Bibbia secondo i valori fondamentali del socialismo». Non solo: secondo Open Doors «i funzionari del Partito Comunista nello Shanxi, nell'Henan, nello Jiangxi, nello Shandong e in altre province, hanno minacciato di ritirare i sussidi sociali, comprese le pensioni, se i cristiani si rifiutano di sostituire le immagini cristiane (come le croci), con le immagini del presidente Xi Jinping». Aspetti inquietanti, a cui - forse - la comunità internazionale dovrebbe prestare maggiore attenzione: a partire proprio dagli Stati Uniti. Se Donald Trump aveva infatti considerato la tutela della libertà religiosa (in patria e all'estero) come uno dei capisaldi della propria agenda, Joe Biden è apparso - almeno finora - molto più tiepido sull'argomento. Il rapporto si occupa tuttavia di registrare anche casi in cui la situazione dei cristiani è (almeno parzialmente) migliorata. In Sudan, per esempio, la pena di morte per apostasia è stata abolita. Tutto questo, mentre «la sua nuova costituzione garantisce la libertà di religione, omette la sharia come sua principale fonte di legge e non specifica più l'islam come religione di stato». In particolare, la vita per il 6% dei cristiani presenti nel Paese starebbe migliorando. In Iraq invece un gruppo di giovani musulmani si sarebbe attivato per ripulire chiese e case distrutte e incoraggiare i cristiani sfollati, a causa dell'Isis, a tornare in quei luoghi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cristiani-perseguitati-mondo-340-milioni-2651348206.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-patrimonio-culturale-del-nagorno-karabakh-e-a-gravissimo-rischio-di-distruzione" data-post-id="2651348206" data-published-at="1617458050" data-use-pagination="False"> «Il patrimonio culturale del Nagorno Karabakh è a gravissimo rischio di distruzione» Gaianè Casnati (YouTube) Non si placano le preoccupazioni per il patrimonio culturale armeno in Nagorno-Karabakh. La regione è finita sotto il controllo degli azeri pochi mesi fa. E, da allora, sono stati denunciati episodi di vandalismo e cancellazione ai danni del retaggio culturale armeno. Per cercare di comprendere maggiormente la situazione, La Verità ha deciso di intervistare l'architetto Gaianè Casnati, membro del Centro Studi e Documentazione della cultura armena.Gaiané Casnati, quali sono le principali problematicità oggi per il patrimonio culturale armeno in Nagorno-Karabakh?«Purtroppo il patrimonio culturale nella regione del Nagorno Karabakh si trova a gravissimo rischio di distruzione. Innanzitutto, occorre specificare che, a seguito di un drammatico conflitto svoltosi in pieno periodo di pandemia, tra il 27 settembre e il 9 novembre 2020, quello che, dal 1994 al 2020, era stato uno stato indipendente dotato di un governo democratico risulta ora diviso. Una grande parte dei territori che ne facevano parte è stata inglobata nell'Azerbaigian.Stiamo parlando di un'area geografica abitata fin dai primi albori della civiltà (nella grotta di Azykh sono state trovate tracce di alcuni dei primi gruppi di proto-umani in Eurasia) e che ha avuto una vita culturale ricchissima, animata dagli armeni che l'hanno abitata con continuità da tempi antichissimi.Non è facile dare in poche righe un'idea della consistenza di un patrimonio che si è venuto formando nel corso di molti secoli e che comprende centinaia di chiese e di fortezze costruite tra il IV e il XX secolo, siti archeologici, ponti, cimiteri antichi, quartieri storici e innumerevoli khachkar, splendide steli lapidee che riportano croci a bassorilievo finemente istoriate. Si calcola che almeno 1.456 monumenti armeni tra cui 161 chiese siano passati sotto il controllo azero, oltre a 10 musei che si sono bruscamente trovati a cambiare direzione.Nonostante siano già passati mesi dalla stipula del cessate il fuoco, ancora non è stato possibile per gli enti internazionali come Unesco e Blue Shield organizzare una missione di verifica della situazione del patrimonio culturale che permetta di stabilire i danni subiti e le azioni da mettere in atto per la sua salvaguardia. Sono diversi i rischi a cui è sottoposto questo ricchissimo patrimonio, alcuni sono comuni a tutti i monumenti: il rischio sismico, la mancanza di manutenzione, ecc. Quello che in questo caso preoccupa gli esperti e gli enti internazionali è il rischio aggiuntivo a cui questi monumenti sono sottoposti, connesso alla particolare situazione politica. Già da diversi anni in Azerbaigian è in atto una revisione della verità storica che purtroppo si concretizza anche in azioni di deliberata distruzione di tutte le evidenze della presenza armena sui territori. In Nakhichevan, tra il 1997 e il 2006, sono stati sistematicamente distrutti tutti i monumenti armeni, tra cui decine di chiese (non ne rimane nessuna delle 310 documentate negli anni Settanta), e l'intero antico cimitero di Julfa, che constava di molte migliaia di antiche pietre tombali decorate e di ben 7.000 khatchkar, sbriciolati dai militari azeri senza che nessuno potesse fermarli. Già durante il conflitto alcuni monumenti significativi, come la cattedrale di Shushi sono stati oggetto di deliberata distruzione, ma ciò che più preoccupa è quello che sta avvenendo in questi giorni, il 25 marzo la Bbc ha denunciato la sparizione della chiesa armena di Jabrayil, che è stata letteralmente rasa al suolo. Altre fonti segnalano la distruzione della chiesa Ganach Jam a Shushi e la profanazione della chiesa di St. Yeghishe a Mataghis.I timori degli esperti riguardano anche la sorte delle numerosissime e iscrizioni medievali e croci che sono scolpite sulle facciate di molte chiese, e che dimostrano la loro appartenenza culturale».Ci sono iniziative per cercare di coinvolgere la comunità internazionale nella questione? «Ci sono moltissime iniziative in corso, in linea con il carattere di un popolo come quello armeno che ha sempre posto la cultura al centro del proprio sistema valoriale. Moltissimi studi sono in corso per conoscere sempre più a fondo, valorizzare e far conoscere l'immensa cultura di quei territori e contrappore una verità storica scientificamente dimostrabile ad una narrativa basata sulla falsità e la manipolazione.Un'università americana (la Cornell University) sta portando avanti uno studio basato sulle immagini satellitari per monitorare la situazione dei monumenti più rilevanti. Questo permetterà di lanciare un allarme ma dovrebbe poi poter essere seguito da azioni concrete di difesa che ora sembrano difficili da immaginare.Purtroppo, da parte dell'Azerbaigian c'è un continuo impegno per diffondere informazioni false rivolgendo alla parte armena accuse completamente infondate che a volte vengono pubblicate senza una verifica della loro veridicità. Invitiamo tutti, soprattutto i giornalisti, a informarsi per cercare di farsi un'opinione basata su verità dimostrabili.Il ruolo degli Enti internazionali come Unesco e Consiglio d'Europa è molto importante, pur nella consapevolezza che la situazione è molto complessa e che quando non si può riuscire nemmeno a pretendere il rispetto delle convenzioni internazionali per il rilascio dei numerosi prigionieri di guerra armeni ancora detenuti come ostaggi in Azerbaigian, non possiamo immaginare che possa essere facile garantire la salvaguardia di un patrimonio prezioso che appartiene a tutti noi e dovrebbe essere trasmesso intatto alle generazioni future».Quali potrebbero essere le soluzioni a questo problema? «In questo momento non è facile proporre soluzioni, tutte al momento sembrano difficilmente percorribili. Il desiderio di salvaguardare un patrimonio culturale concentrandosi sui suoi valori artistici e sulle qualità estetiche nel rispetto dei valori storici dovrebbe poter fungere da virtuale luogo di incontro di esperti di tutte le nazionalità e in futuro auspico che sia proprio questa la via per aiutare a ripristinare la capacità di tornare a convivere pacificamente su territori così tormentati dalla storia. Ma questo non è pensabile senza che sia fermata l'aggressione ancora in atto».
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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