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2021-04-05
I Cristiani perseguitati nel mondo sono 340 milioni
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Ansa
Secondo il rapporto «World Watch List 2021» dell'agenzia missionaria cristiana, Open Doors, sarebbero oltre 340 milioni nel mondo i cristiani che sperimentano almeno un livello alto di persecuzione e discriminazione a causa della propria fede (un cristiano ogni otto). E i dati preoccupanti non si fermano qui. L'organizzazione ha infatti riportato che, tra i cento Paesi monitorati dalla sua ricerca, salgono a 74 quelli che mostrano un livello di persecuzione e discriminazione definibile alta, molto alta o estrema. In media, sono ben tredici i cristiani uccisi e quattro quelli rapiti ogni giorno. Inoltre, «i cristiani uccisi per ragioni legate alla fede crescono del 60%, con la Nigeria ancora terra di massacri, assieme ad altre nazioni dell'Africa Sub-Sahariana colpite dalla violenza anticristiana: nella top 10 dei paesi con più uccisioni di cristiani troviamo otto nazioni africane». Tutto questo, senza trascurare che la pandemia abbia reso ulteriormente vulnerabili le minoranze cristiane soggette a persecuzione e ostilità. «Per via del confinamento, la violenza domestica è cresciuta esponenzialmente. Molti convertiti alla fede cristiana hanno vissuto chiusi in casa con coloro che maggiormente osteggiavano la loro nuova fede (familiari)». In tutto questo, il rapporto evidenzia anche come «sono aumentati i rapimenti, le conversioni e i matrimoni forzati ai danni di donne e ragazze».
Tra i Paesi maggiormente interessati dal fenomeno persecutorio anticristiano, si registrano: la Corea del Nord, l'Afghanistan, la Somalia, la Libia, il Pakistan, l'Eritrea, lo Yemen, l'Iran e la Nigeria. Gli effetti della pandemia hanno invece reso le minoranze cristiane più vulnerabili in aree come India, Myanmar, Nepal, Vietnam e Bangladesh. Tra le new entry in questa triste lista si notano: Messico, Repubblica democratica del Congo, Mozambico ed Isole Comore. Il rapporto di Open Doors ha tra l'altro messo in luce una crescita dell'ostilità da parte della Cina che attua «tra le altre cose una sempre più stringente sorveglianza (anche tecnologica) sulle attività cristiane e un numero di arresti difficilmente rintracciabile». «La sinicizzazionedel cristianesimo», secondo l'organizzazione, «è stata estesa a febbraio 2020 con nuove norme regolanti l'organizzazione dei culti, la selezione dei responsabili ecclesiali, l'assunzione del personale, fino alla reinterpretazione della Bibbia secondo i valori fondamentali del socialismo». Non solo: secondo Open Doors «i funzionari del Partito Comunista nello Shanxi, nell'Henan, nello Jiangxi, nello Shandong e in altre province, hanno minacciato di ritirare i sussidi sociali, comprese le pensioni, se i cristiani si rifiutano di sostituire le immagini cristiane (come le croci), con le immagini del presidente Xi Jinping». Aspetti inquietanti, a cui - forse - la comunità internazionale dovrebbe prestare maggiore attenzione: a partire proprio dagli Stati Uniti. Se Donald Trump aveva infatti considerato la tutela della libertà religiosa (in patria e all'estero) come uno dei capisaldi della propria agenda, Joe Biden è apparso - almeno finora - molto più tiepido sull'argomento.
Il rapporto si occupa tuttavia di registrare anche casi in cui la situazione dei cristiani è (almeno parzialmente) migliorata. In Sudan, per esempio, la pena di morte per apostasia è stata abolita. Tutto questo, mentre «la sua nuova costituzione garantisce la libertà di religione, omette la sharia come sua principale fonte di legge e non specifica più l'islam come religione di stato». In particolare, la vita per il 6% dei cristiani presenti nel Paese starebbe migliorando. In Iraq invece un gruppo di giovani musulmani si sarebbe attivato per ripulire chiese e case distrutte e incoraggiare i cristiani sfollati, a causa dell'Isis, a tornare in quei luoghi.
«Il patrimonio culturale del Nagorno Karabakh è a gravissimo rischio di distruzione»

Gaianè Casnati (YouTube)
Non si placano le preoccupazioni per il patrimonio culturale armeno in Nagorno-Karabakh. La regione è finita sotto il controllo degli azeri pochi mesi fa. E, da allora, sono stati denunciati episodi di vandalismo e cancellazione ai danni del retaggio culturale armeno. Per cercare di comprendere maggiormente la situazione, La Verità ha deciso di intervistare l'architetto Gaianè Casnati, membro del Centro Studi e Documentazione della cultura armena.
Gaiané Casnati, quali sono le principali problematicità oggi per il patrimonio culturale armeno in Nagorno-Karabakh?
«Purtroppo il patrimonio culturale nella regione del Nagorno Karabakh si trova a gravissimo rischio di distruzione. Innanzitutto, occorre specificare che, a seguito di un drammatico conflitto svoltosi in pieno periodo di pandemia, tra il 27 settembre e il 9 novembre 2020, quello che, dal 1994 al 2020, era stato uno stato indipendente dotato di un governo democratico risulta ora diviso. Una grande parte dei territori che ne facevano parte è stata inglobata nell'Azerbaigian.
Stiamo parlando di un'area geografica abitata fin dai primi albori della civiltà (nella grotta di Azykh sono state trovate tracce di alcuni dei primi gruppi di proto-umani in Eurasia) e che ha avuto una vita culturale ricchissima, animata dagli armeni che l'hanno abitata con continuità da tempi antichissimi.
Non è facile dare in poche righe un'idea della consistenza di un patrimonio che si è venuto formando nel corso di molti secoli e che comprende centinaia di chiese e di fortezze costruite tra il IV e il XX secolo, siti archeologici, ponti, cimiteri antichi, quartieri storici e innumerevoli khachkar, splendide steli lapidee che riportano croci a bassorilievo finemente istoriate. Si calcola che almeno 1.456 monumenti armeni tra cui 161 chiese siano passati sotto il controllo azero, oltre a 10 musei che si sono bruscamente trovati a cambiare direzione.
Nonostante siano già passati mesi dalla stipula del cessate il fuoco, ancora non è stato possibile per gli enti internazionali come Unesco e Blue Shield organizzare una missione di verifica della situazione del patrimonio culturale che permetta di stabilire i danni subiti e le azioni da mettere in atto per la sua salvaguardia.
Sono diversi i rischi a cui è sottoposto questo ricchissimo patrimonio, alcuni sono comuni a tutti i monumenti: il rischio sismico, la mancanza di manutenzione, ecc. Quello che in questo caso preoccupa gli esperti e gli enti internazionali è il rischio aggiuntivo a cui questi monumenti sono sottoposti, connesso alla particolare situazione politica. Già da diversi anni in Azerbaigian è in atto una revisione della verità storica che purtroppo si concretizza anche in azioni di deliberata distruzione di tutte le evidenze della presenza armena sui territori. In Nakhichevan, tra il 1997 e il 2006, sono stati sistematicamente distrutti tutti i monumenti armeni, tra cui decine di chiese (non ne rimane nessuna delle 310 documentate negli anni Settanta), e l'intero antico cimitero di Julfa, che constava di molte migliaia di antiche pietre tombali decorate e di ben 7.000 khatchkar, sbriciolati dai militari azeri senza che nessuno potesse fermarli.
Già durante il conflitto alcuni monumenti significativi, come la cattedrale di Shushi sono stati oggetto di deliberata distruzione, ma ciò che più preoccupa è quello che sta avvenendo in questi giorni, il 25 marzo la Bbc ha denunciato la sparizione della chiesa armena di Jabrayil, che è stata letteralmente rasa al suolo. Altre fonti segnalano la distruzione della chiesa Ganach Jam a Shushi e la profanazione della chiesa di St. Yeghishe a Mataghis.
I timori degli esperti riguardano anche la sorte delle numerosissime e iscrizioni medievali e croci che sono scolpite sulle facciate di molte chiese, e che dimostrano la loro appartenenza culturale».
Ci sono iniziative per cercare di coinvolgere la comunità internazionale nella questione?
«Ci sono moltissime iniziative in corso, in linea con il carattere di un popolo come quello armeno che ha sempre posto la cultura al centro del proprio sistema valoriale. Moltissimi studi sono in corso per conoscere sempre più a fondo, valorizzare e far conoscere l'immensa cultura di quei territori e contrappore una verità storica scientificamente dimostrabile ad una narrativa basata sulla falsità e la manipolazione.
Un'università americana (la Cornell University) sta portando avanti uno studio basato sulle immagini satellitari per monitorare la situazione dei monumenti più rilevanti. Questo permetterà di lanciare un allarme ma dovrebbe poi poter essere seguito da azioni concrete di difesa che ora sembrano difficili da immaginare.
Purtroppo, da parte dell'Azerbaigian c'è un continuo impegno per diffondere informazioni false rivolgendo alla parte armena accuse completamente infondate che a volte vengono pubblicate senza una verifica della loro veridicità. Invitiamo tutti, soprattutto i giornalisti, a informarsi per cercare di farsi un'opinione basata su verità dimostrabili.
Il ruolo degli Enti internazionali come Unesco e Consiglio d'Europa è molto importante, pur nella consapevolezza che la situazione è molto complessa e che quando non si può riuscire nemmeno a pretendere il rispetto delle convenzioni internazionali per il rilascio dei numerosi prigionieri di guerra armeni ancora detenuti come ostaggi in Azerbaigian, non possiamo immaginare che possa essere facile garantire la salvaguardia di un patrimonio prezioso che appartiene a tutti noi e dovrebbe essere trasmesso intatto alle generazioni future».
Quali potrebbero essere le soluzioni a questo problema?
«In questo momento non è facile proporre soluzioni, tutte al momento sembrano difficilmente percorribili. Il desiderio di salvaguardare un patrimonio culturale concentrandosi sui suoi valori artistici e sulle qualità estetiche nel rispetto dei valori storici dovrebbe poter fungere da virtuale luogo di incontro di esperti di tutte le nazionalità e in futuro auspico che sia proprio questa la via per aiutare a ripristinare la capacità di tornare a convivere pacificamente su territori così tormentati dalla storia. Ma questo non è pensabile senza che sia fermata l'aggressione ancora in atto».
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Il fenomeno delle persecuzioni anticristiane è ben lungi dal rivelarsi un'anticaglia da relegare al passato. Si tratta al contrario di una realtà tremendamente viva, che - nella sua gravità - colpisce numerosi Paesi, e che si articola in svariate modalità.Da quando il Nagorno Karabakh è sotto il controllo azero non si placano le preoccupazioni per il patrimonio culturale armeno con numerose denunce di episodi di vandalismo e cancellazione. L'architetto armeno Gaianè Casnati: «Si calcola che almeno 1.456 monumenti armeni tra cui 161 chiese siano passati sotto il controllo azero, oltre a 10 musei che si sono bruscamente trovati a cambiare direzione».Lo speciale contiene due articoli.Secondo il rapporto «World Watch List 2021» dell'agenzia missionaria cristiana, Open Doors, sarebbero oltre 340 milioni nel mondo i cristiani che sperimentano almeno un livello alto di persecuzione e discriminazione a causa della propria fede (un cristiano ogni otto). E i dati preoccupanti non si fermano qui. L'organizzazione ha infatti riportato che, tra i cento Paesi monitorati dalla sua ricerca, salgono a 74 quelli che mostrano un livello di persecuzione e discriminazione definibile alta, molto alta o estrema. In media, sono ben tredici i cristiani uccisi e quattro quelli rapiti ogni giorno. Inoltre, «i cristiani uccisi per ragioni legate alla fede crescono del 60%, con la Nigeria ancora terra di massacri, assieme ad altre nazioni dell'Africa Sub-Sahariana colpite dalla violenza anticristiana: nella top 10 dei paesi con più uccisioni di cristiani troviamo otto nazioni africane». Tutto questo, senza trascurare che la pandemia abbia reso ulteriormente vulnerabili le minoranze cristiane soggette a persecuzione e ostilità. «Per via del confinamento, la violenza domestica è cresciuta esponenzialmente. Molti convertiti alla fede cristiana hanno vissuto chiusi in casa con coloro che maggiormente osteggiavano la loro nuova fede (familiari)». In tutto questo, il rapporto evidenzia anche come «sono aumentati i rapimenti, le conversioni e i matrimoni forzati ai danni di donne e ragazze». Tra i Paesi maggiormente interessati dal fenomeno persecutorio anticristiano, si registrano: la Corea del Nord, l'Afghanistan, la Somalia, la Libia, il Pakistan, l'Eritrea, lo Yemen, l'Iran e la Nigeria. Gli effetti della pandemia hanno invece reso le minoranze cristiane più vulnerabili in aree come India, Myanmar, Nepal, Vietnam e Bangladesh. Tra le new entry in questa triste lista si notano: Messico, Repubblica democratica del Congo, Mozambico ed Isole Comore. Il rapporto di Open Doors ha tra l'altro messo in luce una crescita dell'ostilità da parte della Cina che attua «tra le altre cose una sempre più stringente sorveglianza (anche tecnologica) sulle attività cristiane e un numero di arresti difficilmente rintracciabile». «La sinicizzazionedel cristianesimo», secondo l'organizzazione, «è stata estesa a febbraio 2020 con nuove norme regolanti l'organizzazione dei culti, la selezione dei responsabili ecclesiali, l'assunzione del personale, fino alla reinterpretazione della Bibbia secondo i valori fondamentali del socialismo». Non solo: secondo Open Doors «i funzionari del Partito Comunista nello Shanxi, nell'Henan, nello Jiangxi, nello Shandong e in altre province, hanno minacciato di ritirare i sussidi sociali, comprese le pensioni, se i cristiani si rifiutano di sostituire le immagini cristiane (come le croci), con le immagini del presidente Xi Jinping». Aspetti inquietanti, a cui - forse - la comunità internazionale dovrebbe prestare maggiore attenzione: a partire proprio dagli Stati Uniti. Se Donald Trump aveva infatti considerato la tutela della libertà religiosa (in patria e all'estero) come uno dei capisaldi della propria agenda, Joe Biden è apparso - almeno finora - molto più tiepido sull'argomento. Il rapporto si occupa tuttavia di registrare anche casi in cui la situazione dei cristiani è (almeno parzialmente) migliorata. In Sudan, per esempio, la pena di morte per apostasia è stata abolita. Tutto questo, mentre «la sua nuova costituzione garantisce la libertà di religione, omette la sharia come sua principale fonte di legge e non specifica più l'islam come religione di stato». In particolare, la vita per il 6% dei cristiani presenti nel Paese starebbe migliorando. In Iraq invece un gruppo di giovani musulmani si sarebbe attivato per ripulire chiese e case distrutte e incoraggiare i cristiani sfollati, a causa dell'Isis, a tornare in quei luoghi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/cristiani-perseguitati-mondo-340-milioni-2651348206.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-patrimonio-culturale-del-nagorno-karabakh-e-a-gravissimo-rischio-di-distruzione" data-post-id="2651348206" data-published-at="1617458050" data-use-pagination="False"> «Il patrimonio culturale del Nagorno Karabakh è a gravissimo rischio di distruzione» Gaianè Casnati (YouTube) Non si placano le preoccupazioni per il patrimonio culturale armeno in Nagorno-Karabakh. La regione è finita sotto il controllo degli azeri pochi mesi fa. E, da allora, sono stati denunciati episodi di vandalismo e cancellazione ai danni del retaggio culturale armeno. Per cercare di comprendere maggiormente la situazione, La Verità ha deciso di intervistare l'architetto Gaianè Casnati, membro del Centro Studi e Documentazione della cultura armena.Gaiané Casnati, quali sono le principali problematicità oggi per il patrimonio culturale armeno in Nagorno-Karabakh?«Purtroppo il patrimonio culturale nella regione del Nagorno Karabakh si trova a gravissimo rischio di distruzione. Innanzitutto, occorre specificare che, a seguito di un drammatico conflitto svoltosi in pieno periodo di pandemia, tra il 27 settembre e il 9 novembre 2020, quello che, dal 1994 al 2020, era stato uno stato indipendente dotato di un governo democratico risulta ora diviso. Una grande parte dei territori che ne facevano parte è stata inglobata nell'Azerbaigian.Stiamo parlando di un'area geografica abitata fin dai primi albori della civiltà (nella grotta di Azykh sono state trovate tracce di alcuni dei primi gruppi di proto-umani in Eurasia) e che ha avuto una vita culturale ricchissima, animata dagli armeni che l'hanno abitata con continuità da tempi antichissimi.Non è facile dare in poche righe un'idea della consistenza di un patrimonio che si è venuto formando nel corso di molti secoli e che comprende centinaia di chiese e di fortezze costruite tra il IV e il XX secolo, siti archeologici, ponti, cimiteri antichi, quartieri storici e innumerevoli khachkar, splendide steli lapidee che riportano croci a bassorilievo finemente istoriate. Si calcola che almeno 1.456 monumenti armeni tra cui 161 chiese siano passati sotto il controllo azero, oltre a 10 musei che si sono bruscamente trovati a cambiare direzione.Nonostante siano già passati mesi dalla stipula del cessate il fuoco, ancora non è stato possibile per gli enti internazionali come Unesco e Blue Shield organizzare una missione di verifica della situazione del patrimonio culturale che permetta di stabilire i danni subiti e le azioni da mettere in atto per la sua salvaguardia. Sono diversi i rischi a cui è sottoposto questo ricchissimo patrimonio, alcuni sono comuni a tutti i monumenti: il rischio sismico, la mancanza di manutenzione, ecc. Quello che in questo caso preoccupa gli esperti e gli enti internazionali è il rischio aggiuntivo a cui questi monumenti sono sottoposti, connesso alla particolare situazione politica. Già da diversi anni in Azerbaigian è in atto una revisione della verità storica che purtroppo si concretizza anche in azioni di deliberata distruzione di tutte le evidenze della presenza armena sui territori. In Nakhichevan, tra il 1997 e il 2006, sono stati sistematicamente distrutti tutti i monumenti armeni, tra cui decine di chiese (non ne rimane nessuna delle 310 documentate negli anni Settanta), e l'intero antico cimitero di Julfa, che constava di molte migliaia di antiche pietre tombali decorate e di ben 7.000 khatchkar, sbriciolati dai militari azeri senza che nessuno potesse fermarli. Già durante il conflitto alcuni monumenti significativi, come la cattedrale di Shushi sono stati oggetto di deliberata distruzione, ma ciò che più preoccupa è quello che sta avvenendo in questi giorni, il 25 marzo la Bbc ha denunciato la sparizione della chiesa armena di Jabrayil, che è stata letteralmente rasa al suolo. Altre fonti segnalano la distruzione della chiesa Ganach Jam a Shushi e la profanazione della chiesa di St. Yeghishe a Mataghis.I timori degli esperti riguardano anche la sorte delle numerosissime e iscrizioni medievali e croci che sono scolpite sulle facciate di molte chiese, e che dimostrano la loro appartenenza culturale».Ci sono iniziative per cercare di coinvolgere la comunità internazionale nella questione? «Ci sono moltissime iniziative in corso, in linea con il carattere di un popolo come quello armeno che ha sempre posto la cultura al centro del proprio sistema valoriale. Moltissimi studi sono in corso per conoscere sempre più a fondo, valorizzare e far conoscere l'immensa cultura di quei territori e contrappore una verità storica scientificamente dimostrabile ad una narrativa basata sulla falsità e la manipolazione.Un'università americana (la Cornell University) sta portando avanti uno studio basato sulle immagini satellitari per monitorare la situazione dei monumenti più rilevanti. Questo permetterà di lanciare un allarme ma dovrebbe poi poter essere seguito da azioni concrete di difesa che ora sembrano difficili da immaginare.Purtroppo, da parte dell'Azerbaigian c'è un continuo impegno per diffondere informazioni false rivolgendo alla parte armena accuse completamente infondate che a volte vengono pubblicate senza una verifica della loro veridicità. Invitiamo tutti, soprattutto i giornalisti, a informarsi per cercare di farsi un'opinione basata su verità dimostrabili.Il ruolo degli Enti internazionali come Unesco e Consiglio d'Europa è molto importante, pur nella consapevolezza che la situazione è molto complessa e che quando non si può riuscire nemmeno a pretendere il rispetto delle convenzioni internazionali per il rilascio dei numerosi prigionieri di guerra armeni ancora detenuti come ostaggi in Azerbaigian, non possiamo immaginare che possa essere facile garantire la salvaguardia di un patrimonio prezioso che appartiene a tutti noi e dovrebbe essere trasmesso intatto alle generazioni future».Quali potrebbero essere le soluzioni a questo problema? «In questo momento non è facile proporre soluzioni, tutte al momento sembrano difficilmente percorribili. Il desiderio di salvaguardare un patrimonio culturale concentrandosi sui suoi valori artistici e sulle qualità estetiche nel rispetto dei valori storici dovrebbe poter fungere da virtuale luogo di incontro di esperti di tutte le nazionalità e in futuro auspico che sia proprio questa la via per aiutare a ripristinare la capacità di tornare a convivere pacificamente su territori così tormentati dalla storia. Ma questo non è pensabile senza che sia fermata l'aggressione ancora in atto».
Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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Smontato il giallo internazionale dietro la clemenza concessa a Nicole Minetti: la procedura è partita dal Colle, non da Mosca o chissà dove. Senza prove di corruzione in Uruguay o di festini fantasma, siamo davanti a una campagna di fango basata su presunte fonti anonime e illazioni, come nel caso di Ranucci che accusa Nordio di essere stato nel ranch di Cipriani. In più viene chiarito un fatto: dopo la sentenza della Consulta del 2006, il potere di concedere la grazia è esclusivamente nelle mani del presidente della Repubblica. Il Ministero della Giustizia ha solo un ruolo istruttorio e di verifica formale.
Ecco #DimmiLaVerità del 30 aprile 2026. Il nostro esperto di politica Usa Stefano Graziosi ci spiega che per Trump i sondaggi interni sono disastrosi.