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2020-05-22
Indagini sull’ospedale in Fiera, nulla sul gemello «rosso»
. E sulla sanità lombarda è rissa
Ansa
Non ci sono soltanto i commercianti che riconsegnano allo Stato le chiavi dei negozi. O gli imprenditori schiacciati da recessione e burocrazia. E i milioni di lavoratori che rischiano di perdere il posto. La crisi economica è arrivata anche laddove la crisi sanitaria è partita. Ovvero, in quelle Rsa diventate il fulcro delle inchieste giudiziarie nelle Procure di mezza Italia. L'ultima è della Procura di Genova: sei direttori sono indagati per epidemia colposa. Nelle loro strutture il tasso di mortalità, tra il febbraio e l'aprile 2020, sarebbe aumentato del 200 per cento.
Case di riposo diventate lazzaretti: la giustizia farà il suo corso. Ma, intanto, le residenze per anziani cercano di fronteggiare l'aumento delle spese, il crollo degli ospiti e la chiusura forzata dei centri diurni. Centinaia di dipendenti sono finiti in cassa integrazione. Decine di Rsa vanno verso la chiusura. E cominciano i primi aumenti delle rette: decisione magari inevitabile, ma che non rinsalda certo il già deteriorato legame di fiducia con le famiglie.
Il ritocco all'insù è, ad esempio, di 150 euro nel bolognese. Lo denuncia Silvia Piccinini, consigliera regionale dei Cinque stelle in Emilia Romagna. Quindi, ha chiesto lumi alla giunta guidata da Stefano Bonaccini: il rialzo è compatibile con le procedure per l'accreditamento? E sono saltati sulla sedia anche a Torremaggiore, in provincia di Foggia: qui la retta, attacca la lista civica Italia in Comune, sarebbe lievitata addirittura di 300 euro: «Una cifra spropositata». La richiesta di integrazione è stata inviata ai parenti di alcuni anziani. A loro volta, già in crisi. E l'Anaste, l'Associazione nazionale strutture terza età, ammette che, finita la complessa gestione dell'emergenza, sarà il momento di rivedere i costi.
Accorate lettere sono arrivate, nei giorni corsi, pure a molte famiglie del bresciano. Il tono delle missive sembra desolato: perdonateci, ma la situazione è diventata insostenibile. Per i vostri cari, dunque, servono un centinaio di euro in più al mese. Del resto Marco Drera, segretario provinciale della funzione pubblica della Cgil, aggiunge che già una decina di Rsa sono ricorse alla cassa integrazione: da Ospitaletto a Quinzano d'Oglio. Su 6.800 posti letto, ne rimangono vuoti circa 1.600. Difficilmente, si riempiranno a breve. Anche perché tutte le strutture, chiuse ai parenti, non accettano nuovi ingressi.
Le 65 case di riposo della bergamasca, che registrano quasi 2.000 morti su cui indaga la Procura, hanno un numero simile di posti: 6.196. Oltre 1.500 letti restano però deserti. Nelle residenze sanitarie della provincia orobica, tra dipendenti diretti e indiretti, lavorano 7.000 persone. Che adesso tribolano. Tanto da aver convinto i sindacati a inviare un'allarmata lettera alla Regione Lombardia e all'Ats di Bergamo: «Ancor prima di affrontare il rischio occupazionale, le Rsa stanno affrontando gli effetti del mancato pagamento delle rette e le spese esorbitanti per il reperimento dei dispositivi di protezione. Chiediamo che si faccia di tutto per evitare di perdere posti di lavoro tra dipendenti che, fino a pochi giorni fa, venivano descritti come “eroi". E ora potrebbero finire senza occupazione».
Sempre in Lombardia, una delle situazioni più drammatiche resta quella della Ambrosetti Paravicini di Morbegno, in provincia di Sondrio. Il bollettino è tragico: 55 deceduti e 60 per cento di anziani contagiati. E alle rette perse, 1.500 euro a ospite ogni mese, si sommano i servizi sospesi e gli ingressi bloccati. I conti non possono tornare. Così, su 195 dipendenti, 47 sono finiti in cassa integrazione. Dall'11 maggio al 31 maggio, intanto. Poi si vedrà.
Walter Gelli, segretario nazionale del sindacato Cub sanità, ammette che molte aziende stanno già pensando di estendere la misura a periodi più lunghi. «Alcune residenze hanno il 25 dei posti vuoti» spiega. «E, in questo momento, la paura non è passata. Chi ha un parente da accudire adesso lo tiene a casa, mentre prima c'erano ovunque lunghe liste d'attesa».
Anche perché, come a Morbegno, ci sono strutture che hanno avuto una percentuale di morti spaventosa. In questi casi, i danni sanitari si accumulano a quelli d'immagine. E la ripartenza diventa ancora più accidentata. «È un settore che, già prima della pandemia, si teneva in piedi grazie a tre cose: la qualità di biscotti nel caffellatte, i risparmi sui pannolini e le turnazioni del personale» dice Gelli. «I ricavi erano modesti. E il rapporto tra assistiti e lavoratori è sempre stato inadeguato. Ma la situazione, ora, sta precipitando».
Anche in Piemonte, al problema economico si aggiunge a quello sanitario: 15 per cento di posti letto non occupati e conseguente rischio di tracollo finanziario. E i costi di gestione, lamentano le case di riposo, continuano a lievitare per il potenziamento delle misure di prevenzione. Così adesso pure le rette, bloccate dal 2013, potrebbero essere ritoccate. Molte strutture, comunque, sono destinate alla chiusura. Meno ospiti, più costi, troppi dipendenti. E un volantino sindacale che sintetizza: «Da eroi a cassintegrati il passo è breve».
Ospedale in Fiera, esposto in Procura. Fontana: «Non lo chiuderemo mai»
Esposto in Procura a Milano sull'ospedale in Fiera: un sindacato critica l'uso dei 21 milioni donati dai privati. Silenzio invece sulla struttura gemella di Civitanova Marche, che benché vuota è difesa dal governatore pd. Rissa sfiorata alla Camera per le parole insultanti del grillino Ricciardi sulla sanità lombarda. Il Covid Hospital costruito nei padiglioni della Fiera di Milano finisce nel mirino della magistratura. Ieri, in seguito a un esposto presentato dall'Adl Cobas Lombardia, la Procura di Milano, come atto dovuto, ha aperto un fascicolo conoscitivo, al momento senza ipotesi di reato né indagati, sulla realizzazione di questo ospedale, voluto dalla Regione Lombardia, che ha chiamato Guido Bertolaso a realizzarla (Bertolaso si è anche ammalato di Covid mentre si dedicava alla costruzione della struttura) e che è stato oggetto di molte polemiche politiche, basate in sostanza sul fatto che abbia ospitato pochi ricoverati. Al di là di quelle che saranno le risultanze dell'inchiesta, di cui si occupa il dipartimento di contrasto ai reati nella Pubblica amministrazione guidato dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, in un paese normale il fatto che un ospedale dedicato al coronavirus, costruito, tra l'altro, interamente con donazioni di privati, in piena emergenza, non abbia funzionato al massimo delle sue potenzialità, dovrebbe solo far ringraziare il Signore, tanto più che la stragrande maggioranza degli esperti non esclude la possibilità di un ritorno dell'epidemia in autunno. Sono stati 25 i ricoveri effettuati fino a ieri presso questa struttura, costata 17 milioni di euro per 221 posti letto. La raccolta di fondi ha portato a incamerare 21 milioni di euro, 10 dei quali elargiti da Silvio Berlusconi.
Comunque sia, nella denuncia, firmata dal portavoce del sindacato Riccardo Germani e depositata tramite l'avvocato Vincenzo Barbarisi, si segnala che la costruzione della struttura modulare in Fiera «presenta delle criticità già dal giorno successivo alla decisione di pubblicizzazione da parte di Regione Lombardia della Fondazione Fiera Milano per la lotta al coronavirus». Il sindacato ha sempre sostenuto la possibilità di utilizzare una parte dei padiglioni dismessi e «con gli impianti funzionanti» dell'ospedale di Legnano.
La scorsa settimana, intervistato da Fanpage.it, Antonio Pesenti, direttore del reparto di terapia intensiva del Policlinico di Milano e capo della task force della Regione Lombardia per la gestione delle terapie intensive durante il coronavirus, ha ipotizzato che l'ospedale potrebbe chiudere «entro un paio di settimane, se le cose vanno avanti così». Ovvero, se contagi e ricoverati continueranno a calare, come chiunque dotato di buon senso si augura. «Perché a Berlino», ha detto a Radio anch'io il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, «dove hanno già quattro volte il numero dei letti rispetto all'Italia, hanno realizzato una cosa identica all'ospedale della Fiera di Milano? Perché lo hanno fatto nelle Marche e in Emilia Romagna? È ovvio che si tratta di polemiche strumentali. Il significato di questo nuovo ospedale è sostenuto dal governo. Io ne dovrò realizzare altri di ospedali come quello della Fiera».
Da una prima rendicontazione delle spese resa nota ieri dalla Fondazione Fiera di Milano, «le infrastrutture realizzate nella fase più acuta della pandemia Covid-19 da Fondazione Fiera Milano e date in comodato gratuito, come da indicazioni della Regione Lombardia, al Policlinico di Milano», hanno comportato «un investimento di 17,257 milioni di euro, Iva esclusa, per la realizzazione di 221 posti letto di terapia intensiva». La rendicontazione finale dei costi del progetto, aggiunge la nota, «sarà pubblicata sul sito di Fondazione Fiera Milano entro la fine del mese di luglio». Il finanziamento dell'opera è avvenuto attraverso una raccolta fondi, che ha oggi superato i 21,6 milioni di euro, attraverso la costituzione di un Fondo presso la Fondazione di Comunità Milano che si occuperà, con il supporto di un Comitato di Garanti, della rendicontazione puntuale nei confronti dei donatori dei costi.
A sollevare dubbi e perplessità è stato anche Giuseppe La Scala, avvocato, che insieme ai colleghi del suo studio ha donato 10.000 euro per la realizzazione del Covid Hospital, e che ha denunciato «la mancanza di trasparenza sull'uso dei fondi», e ipotizzato un'azione legale nei confronti della Regione Lombardia. La Scala ha lamentato la mancanza di una rendicontazione dei fondi raccolti. «Mi ha chiamato Guido Bertolaso», ha detto il legale a Businessinsider.com, «per ringraziarmi di aver sollevato il caso Ospedale in Fiera. Mi ha inoltre autorizzato a diffondere pubblicamente la notizia che il dottor Bertolaso ha diffidato Regione Lombardia e Fondazione Milano, dal chiudere la struttura». «Il presidente Fontana», ha sottolineato lo stesso Bertolaso ad Agorà, su Rai Tre, «mi ha detto: non lo chiuderemo mai».
Lo stesso Bertolaso ha curato anche la realizzazione di un Covid Hospital a Civitanova Marche, costato 12 milioni di euro, raccolti grazie a una sottoscrizione promossa dall'Ordine dei Cavalieri di Malta, e rimasto completamente vuoto, con tanto di critiche rivolte da sindacati dei medici al presidente della Regione Marche, Luca Ceriscioli, del Pd.
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Crollo degli ospiti nelle case di riposo diventate il fulcro delle inchieste giudiziarie. L'ultima è a Genova con sei direttori indagati. Troppi morti e tracollo finanziario.L'ipotesi di un sindacato: «I 21 milioni di donazioni spesi in modo illegittimo per costruire una struttura poco utilizzata». Silenzio sul «gemello», sempre curato da Guido Bertolaso, nelle Marche. Lì governa il Pd, che lo difende.Lo speciale contiene due articoli!function(e,i,n,s){var t="InfogramEmbeds",d=e.getElementsByTagName("script")[0];if(window[t]&&window[t].initialized)window[t].process&&window[t].process();else if(!e.getElementById(n)){var o=e.createElement("script");o.async=1,o.id=n,o.src="https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js",d.parentNode.insertBefore(o,d)}}(document,0,"infogram-async");Non ci sono soltanto i commercianti che riconsegnano allo Stato le chiavi dei negozi. O gli imprenditori schiacciati da recessione e burocrazia. E i milioni di lavoratori che rischiano di perdere il posto. La crisi economica è arrivata anche laddove la crisi sanitaria è partita. Ovvero, in quelle Rsa diventate il fulcro delle inchieste giudiziarie nelle Procure di mezza Italia. L'ultima è della Procura di Genova: sei direttori sono indagati per epidemia colposa. Nelle loro strutture il tasso di mortalità, tra il febbraio e l'aprile 2020, sarebbe aumentato del 200 per cento. Case di riposo diventate lazzaretti: la giustizia farà il suo corso. Ma, intanto, le residenze per anziani cercano di fronteggiare l'aumento delle spese, il crollo degli ospiti e la chiusura forzata dei centri diurni. Centinaia di dipendenti sono finiti in cassa integrazione. Decine di Rsa vanno verso la chiusura. E cominciano i primi aumenti delle rette: decisione magari inevitabile, ma che non rinsalda certo il già deteriorato legame di fiducia con le famiglie. Il ritocco all'insù è, ad esempio, di 150 euro nel bolognese. Lo denuncia Silvia Piccinini, consigliera regionale dei Cinque stelle in Emilia Romagna. Quindi, ha chiesto lumi alla giunta guidata da Stefano Bonaccini: il rialzo è compatibile con le procedure per l'accreditamento? E sono saltati sulla sedia anche a Torremaggiore, in provincia di Foggia: qui la retta, attacca la lista civica Italia in Comune, sarebbe lievitata addirittura di 300 euro: «Una cifra spropositata». La richiesta di integrazione è stata inviata ai parenti di alcuni anziani. A loro volta, già in crisi. E l'Anaste, l'Associazione nazionale strutture terza età, ammette che, finita la complessa gestione dell'emergenza, sarà il momento di rivedere i costi.Accorate lettere sono arrivate, nei giorni corsi, pure a molte famiglie del bresciano. Il tono delle missive sembra desolato: perdonateci, ma la situazione è diventata insostenibile. Per i vostri cari, dunque, servono un centinaio di euro in più al mese. Del resto Marco Drera, segretario provinciale della funzione pubblica della Cgil, aggiunge che già una decina di Rsa sono ricorse alla cassa integrazione: da Ospitaletto a Quinzano d'Oglio. Su 6.800 posti letto, ne rimangono vuoti circa 1.600. Difficilmente, si riempiranno a breve. Anche perché tutte le strutture, chiuse ai parenti, non accettano nuovi ingressi. Le 65 case di riposo della bergamasca, che registrano quasi 2.000 morti su cui indaga la Procura, hanno un numero simile di posti: 6.196. Oltre 1.500 letti restano però deserti. Nelle residenze sanitarie della provincia orobica, tra dipendenti diretti e indiretti, lavorano 7.000 persone. Che adesso tribolano. Tanto da aver convinto i sindacati a inviare un'allarmata lettera alla Regione Lombardia e all'Ats di Bergamo: «Ancor prima di affrontare il rischio occupazionale, le Rsa stanno affrontando gli effetti del mancato pagamento delle rette e le spese esorbitanti per il reperimento dei dispositivi di protezione. Chiediamo che si faccia di tutto per evitare di perdere posti di lavoro tra dipendenti che, fino a pochi giorni fa, venivano descritti come “eroi". E ora potrebbero finire senza occupazione». Sempre in Lombardia, una delle situazioni più drammatiche resta quella della Ambrosetti Paravicini di Morbegno, in provincia di Sondrio. Il bollettino è tragico: 55 deceduti e 60 per cento di anziani contagiati. E alle rette perse, 1.500 euro a ospite ogni mese, si sommano i servizi sospesi e gli ingressi bloccati. I conti non possono tornare. Così, su 195 dipendenti, 47 sono finiti in cassa integrazione. Dall'11 maggio al 31 maggio, intanto. Poi si vedrà.Walter Gelli, segretario nazionale del sindacato Cub sanità, ammette che molte aziende stanno già pensando di estendere la misura a periodi più lunghi. «Alcune residenze hanno il 25 dei posti vuoti» spiega. «E, in questo momento, la paura non è passata. Chi ha un parente da accudire adesso lo tiene a casa, mentre prima c'erano ovunque lunghe liste d'attesa». Anche perché, come a Morbegno, ci sono strutture che hanno avuto una percentuale di morti spaventosa. In questi casi, i danni sanitari si accumulano a quelli d'immagine. E la ripartenza diventa ancora più accidentata. «È un settore che, già prima della pandemia, si teneva in piedi grazie a tre cose: la qualità di biscotti nel caffellatte, i risparmi sui pannolini e le turnazioni del personale» dice Gelli. «I ricavi erano modesti. E il rapporto tra assistiti e lavoratori è sempre stato inadeguato. Ma la situazione, ora, sta precipitando». Anche in Piemonte, al problema economico si aggiunge a quello sanitario: 15 per cento di posti letto non occupati e conseguente rischio di tracollo finanziario. E i costi di gestione, lamentano le case di riposo, continuano a lievitare per il potenziamento delle misure di prevenzione. Così adesso pure le rette, bloccate dal 2013, potrebbero essere ritoccate. Molte strutture, comunque, sono destinate alla chiusura. Meno ospiti, più costi, troppi dipendenti. E un volantino sindacale che sintetizza: «Da eroi a cassintegrati il passo è breve».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crisi-spese-niente-ingressi-tante-rsa-verso-la-chiusura-le-altre-aumentano-le-rette-2646056457.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ospedale-in-fiera-esposto-in-procura-fontana-non-lo-chiuderemo-mai" data-post-id="2646056457" data-published-at="1590098346" data-use-pagination="False"> Ospedale in Fiera, esposto in Procura. Fontana: «Non lo chiuderemo mai» Esposto in Procura a Milano sull'ospedale in Fiera: un sindacato critica l'uso dei 21 milioni donati dai privati. Silenzio invece sulla struttura gemella di Civitanova Marche, che benché vuota è difesa dal governatore pd. Rissa sfiorata alla Camera per le parole insultanti del grillino Ricciardi sulla sanità lombarda. Il Covid Hospital costruito nei padiglioni della Fiera di Milano finisce nel mirino della magistratura. Ieri, in seguito a un esposto presentato dall'Adl Cobas Lombardia, la Procura di Milano, come atto dovuto, ha aperto un fascicolo conoscitivo, al momento senza ipotesi di reato né indagati, sulla realizzazione di questo ospedale, voluto dalla Regione Lombardia, che ha chiamato Guido Bertolaso a realizzarla (Bertolaso si è anche ammalato di Covid mentre si dedicava alla costruzione della struttura) e che è stato oggetto di molte polemiche politiche, basate in sostanza sul fatto che abbia ospitato pochi ricoverati. Al di là di quelle che saranno le risultanze dell'inchiesta, di cui si occupa il dipartimento di contrasto ai reati nella Pubblica amministrazione guidato dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, in un paese normale il fatto che un ospedale dedicato al coronavirus, costruito, tra l'altro, interamente con donazioni di privati, in piena emergenza, non abbia funzionato al massimo delle sue potenzialità, dovrebbe solo far ringraziare il Signore, tanto più che la stragrande maggioranza degli esperti non esclude la possibilità di un ritorno dell'epidemia in autunno. Sono stati 25 i ricoveri effettuati fino a ieri presso questa struttura, costata 17 milioni di euro per 221 posti letto. La raccolta di fondi ha portato a incamerare 21 milioni di euro, 10 dei quali elargiti da Silvio Berlusconi. Comunque sia, nella denuncia, firmata dal portavoce del sindacato Riccardo Germani e depositata tramite l'avvocato Vincenzo Barbarisi, si segnala che la costruzione della struttura modulare in Fiera «presenta delle criticità già dal giorno successivo alla decisione di pubblicizzazione da parte di Regione Lombardia della Fondazione Fiera Milano per la lotta al coronavirus». Il sindacato ha sempre sostenuto la possibilità di utilizzare una parte dei padiglioni dismessi e «con gli impianti funzionanti» dell'ospedale di Legnano. La scorsa settimana, intervistato da Fanpage.it, Antonio Pesenti, direttore del reparto di terapia intensiva del Policlinico di Milano e capo della task force della Regione Lombardia per la gestione delle terapie intensive durante il coronavirus, ha ipotizzato che l'ospedale potrebbe chiudere «entro un paio di settimane, se le cose vanno avanti così». Ovvero, se contagi e ricoverati continueranno a calare, come chiunque dotato di buon senso si augura. «Perché a Berlino», ha detto a Radio anch'io il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, «dove hanno già quattro volte il numero dei letti rispetto all'Italia, hanno realizzato una cosa identica all'ospedale della Fiera di Milano? Perché lo hanno fatto nelle Marche e in Emilia Romagna? È ovvio che si tratta di polemiche strumentali. Il significato di questo nuovo ospedale è sostenuto dal governo. Io ne dovrò realizzare altri di ospedali come quello della Fiera». Da una prima rendicontazione delle spese resa nota ieri dalla Fondazione Fiera di Milano, «le infrastrutture realizzate nella fase più acuta della pandemia Covid-19 da Fondazione Fiera Milano e date in comodato gratuito, come da indicazioni della Regione Lombardia, al Policlinico di Milano», hanno comportato «un investimento di 17,257 milioni di euro, Iva esclusa, per la realizzazione di 221 posti letto di terapia intensiva». La rendicontazione finale dei costi del progetto, aggiunge la nota, «sarà pubblicata sul sito di Fondazione Fiera Milano entro la fine del mese di luglio». Il finanziamento dell'opera è avvenuto attraverso una raccolta fondi, che ha oggi superato i 21,6 milioni di euro, attraverso la costituzione di un Fondo presso la Fondazione di Comunità Milano che si occuperà, con il supporto di un Comitato di Garanti, della rendicontazione puntuale nei confronti dei donatori dei costi. A sollevare dubbi e perplessità è stato anche Giuseppe La Scala, avvocato, che insieme ai colleghi del suo studio ha donato 10.000 euro per la realizzazione del Covid Hospital, e che ha denunciato «la mancanza di trasparenza sull'uso dei fondi», e ipotizzato un'azione legale nei confronti della Regione Lombardia. La Scala ha lamentato la mancanza di una rendicontazione dei fondi raccolti. «Mi ha chiamato Guido Bertolaso», ha detto il legale a Businessinsider.com, «per ringraziarmi di aver sollevato il caso Ospedale in Fiera. Mi ha inoltre autorizzato a diffondere pubblicamente la notizia che il dottor Bertolaso ha diffidato Regione Lombardia e Fondazione Milano, dal chiudere la struttura». «Il presidente Fontana», ha sottolineato lo stesso Bertolaso ad Agorà, su Rai Tre, «mi ha detto: non lo chiuderemo mai». Lo stesso Bertolaso ha curato anche la realizzazione di un Covid Hospital a Civitanova Marche, costato 12 milioni di euro, raccolti grazie a una sottoscrizione promossa dall'Ordine dei Cavalieri di Malta, e rimasto completamente vuoto, con tanto di critiche rivolte da sindacati dei medici al presidente della Regione Marche, Luca Ceriscioli, del Pd.
Ansa
I nerazzurri completano la doppietta nazionale dopo lo Scudetto e conquistano la decima Coppa Italia della loro storia. All’Olimpico, contro la Lazio di Sarri, decisivi l’autogol di Marusic e il sigillo di Lautaro Martinez nel primo tempo. Chivu: «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia».
L’Inter chiude la stagione italiana con il secondo trofeo in bacheca. Dopo lo Scudetto, arriva anche la Coppa Italia: 2-0 alla Lazio nella finale dell’Olimpico e decimo successo nella competizione per i nerazzurri, che continuano così il proprio ciclo vincente. Per Cristian Chivu, arrivato in estate tra dubbi e inevitabili paragoni con il recente passato, il primo anno sulla panchina interista si chiude con una doppietta che pochi avrebbero pronosticato dodici mesi fa.
La finale è durata poco più di mezz’ora. L’Inter ha indirizzato la partita sfruttando due errori pesanti della Lazio e poi ha gestito senza particolari affanni. Il vantaggio è arrivato al 14’: corner di Dimarco, Thuram prolunga e Marusic, nel tentativo di anticipare tutti, devia nella propria porta. Un episodio che ha cambiato subito l’inerzia della gara e messo la squadra di Sarri nella condizione peggiore possibile, considerando quanto dichiarato dal tecnico biancoceleste al termine della partita in merito al fatto che aveva preparato una partita più lunga, con l'obiettivo di portarla ai tempi supplementari. Dopo lo svantaggio la Lazio ha provato a rimanere dentro la partita, ma ha faticato a costruire gioco e soprattutto perso troppi palloni in uscita. Ed è proprio da una disattenzione che è nato il raddoppio interista. Al 35’ Tavares si fa soffiare il pallone da Dumfries, che entra in area e serve Lautaro Martinez: il capitano deve soltanto spingere in rete il 2-0. Per l’argentino è il ventitreesimo gol stagionale, l’ennesimo sigillo in una finale. La squadra di Chivu non ha offerto una prestazione spettacolare, ma ha dato sempre la sensazione di avere il controllo della gara. Pressione alta, ritmi spezzati quando necessario e pochissimi rischi concessi alla Lazio. I biancocelesti hanno costruito poco: le occasioni migliori sono arrivate nella ripresa con un tiro insidioso di Noslin di poco a lato e una conclusione ravvicinata di Dia, salvata con il volto da Josep Martinez. Troppo poco per riaprire davvero la partita. Nel finale è cresciuto solo il nervosismo, culminato in un parapiglia dopo un duro intervento di Pedro su Dimarco.
Per l’Inter è una vittoria netta, costruita con organizzazione e solidità. Dopo la pesante delusione europea della passata stagione con la finale persa 5-0 a Monaco contro il Paris Saint-Germain, e la scottante eliminazione di quest'anno agli ottavi contro il Bodo/Glimt, il club nerazzurro ha ritrovato immediatamente equilibrio e continuità. E Chivu, alla sua prima esperienza ad altissimo livello, ha saputo tenere compatto un gruppo che conosce bene e che ha continuato a garantire rendimento anche dopo i cambiamenti estivi. «L’Inter ha vinto due trofei quest’anno, ce li siamo meritati», ha detto il tecnico romeno dopo la partita. «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia. Siamo felici per quello che abbiamo superato, per i tifosi e per la società». Chivu ha poi sottolineato il lavoro mentale fatto a inizio stagione: «Prima del Mondiale per Club mentalmente non stavano bene, ho cercato di stare vicino agli uomini oltre che ai calciatori». Soddisfatto anche Lautaro Martinez: «Non era semplice ripartire dopo l’anno scorso. Abbiamo fatto una stagione importante a livello di gioco, risultati e prestazioni». Il capitano ha poi difeso il gruppo dalle critiche ricevute durante l’anno: «Si parla sempre dell’Inter, ma noi dobbiamo continuare sulla nostra strada». Dall’altra parte resta la delusione della Lazio, che vede sfumare l’ultimo obiettivo stagionale. Maurizio Sarri, squalificato e assente in panchina, non cerca alibi tecnici: «Abbiamo fatto tutto da soli, gli abbiamo regalato due gol». Poi però il tecnico biancoceleste si scaglia contro la gestione del calendario e il possibile derby di campionato programmato a ridosso degli Internazionali di tennis: «Se fossi il presidente non presenterei nemmeno la squadra. Gli errori clamorosi li ha fatti la Lega Serie A».
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Luciano Darderi festeggia dopo aver vinto contro Rafael Jódar durante il quarto di finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 al Foro Italico (Getty Images)
Cosa c’è di meglio di una vittoria in rimonta, quando tutti ti davano per spacciato, contro il numero 3 del mondo agli ottavi di un Masters 1000 di casa? Probabilmente solo ripetersi il giorno dopo, nei quarti, in una notte lunga e complicata, superando il nuovo talento spagnolo Rafael Jódar e conquistando la semifinale degli Internazionali d’Italia. Luciano Darderi, 24 anni, continua a spingersi oltre i propri limiti e tiene vivo il sogno di una possibile finale tutta azzurra sulla terra di Roma.
La notte del Foro Italico consegna al ragazzo italo-argentino la prima semifinale in carriera in un Masters 1000. Un traguardo che arriva al termine di una partita lunga, sporca, spezzata da interruzioni e ribaltamenti continui, chiusa dopo oltre tre ore contro il baby fenomeno spagnolo con il punteggio di 7-6, 5-7, 6-0. Un match iniziato in ritardo per la pioggia e poi ulteriormente complicato da un episodio singolare: la sospensione temporanea dovuta al fumo proveniente dai festeggiamenti allo Stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia vinta dall'Inter, che ha reso l’aria irrespirabile e mandato in tilt alcune componenti del sistema elettronico di chiamata.
Dentro questa cornice anomala, Darderi ha dovuto prima reggere l’urto mentale e poi trovare le energie per venire fuori alla distanza. Il primo set si è deciso al tie-break, dopo una fase iniziale equilibrata e con continui cambi di inerzia. L’azzurro era anche andato avanti di un break, poi recuperato dallo spagnolo. Nel gioco decisivo, Darderi ha rimontato uno svantaggio importante, ribaltando il 2-5 fino al 7-5 finale. Nel secondo set l’andamento si è capovolto. Darderi ha avuto anche due palle match, ma non è riuscito a chiudere. Jódar ne ha approfittato, ha alzato il livello negli scambi lunghi e ha portato a casa il parziale 7-5, rimettendo tutto in equilibrio. La risposta dell’italiano, però, è stata netta. Nel terzo set non c’è stata partita: break immediato, pressione costante e Jódar progressivamente scarico, anche fisicamente. Il 6-0 finale fotografa una frazione in cui Darderi ha preso completamente il controllo, spinto anche da un Centrale rimasto fino a notte fonda.
Il dato più rilevante è la gestione dei momenti chiave. Dopo aver eliminato Alexander Zverev agli ottavi in rimonta, Darderi si è ripetuto contro un avversario diverso per caratteristiche ma altrettanto pericoloso, confermando una crescita anche sul piano della tenuta mentale nei passaggi decisivi. Con questo risultato, l’azzurro entra per la prima volta tra i migliori quattro di un Masters 1000 e diventa uno degli otto italiani dell’era Open a raggiungere la semifinale a Roma. Ora lo attende Casper Ruud, in una sfida che definirà il lato alto del tabellone. Dall’altra parte, infatti, continua a prendere forma il sogno di una finale tutta italiana che coinvolge anche Jannik Sinner, ancora in corsa nella parte opposta del draw e in campo oggi alle 13 contro Andrej Rublev. Ma per Darderi, per ora, il discorso resta più immediato: una semifinale conquistata nel modo più logorante possibile, in una notte in cui Roma ha chiesto tutto e lui ha risposto fino all’ultimo punto. Con tanto di dedica scritta con il pennarello sulla lente della telecamera: «Roma ti amo».
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Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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