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2019-01-14
Così la Mafia nigeriana gestisce (in Italia) il traffico degli organi
Ansa
Le prime riunioni si sono svolte la scorsa estate a Roma, all'ambasciata Usa, luogo in cui un magistrato di collegamento per le questioni internazionali e un funzionario dell'Fbi hanno incontrato un sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia e il pool napoletano che indaga sulla criminalità organizzata nigeriana. In quelle occasioni è avvenuto un primo scambio di notizie riservate, senza però scoprire troppo le carte. Gli statunitensi hanno chiesto informazioni sugli affari della mala nera nel litorale Domizio, terra di camorra e di mafia nigeriana, e gli investigatori napoletani hanno appreso che un flusso di denaro, proveniente con molta probabilità da un traffico internazionale di droga, faceva andata e ritorno con i money transfer e con i più occulti sistemi finanziari del deep web tra Castel Volturno e Gaeta e le metropoli Usa di Atlanta, New York City e Chicago. Con qualche passaggio, tutto ancora da approfondire, il denaro transitava anche in Canada. Un bel po' di bigliettoni verdi che passavano fra le mani dei boss dei gruppi più noti della mafia nigeriana: quelli dei Vicking, degli Eiyes e dei Black axe, tutti attivi anche in Italia, soprattutto in quell'area della Campania. Di incontri successivi ce ne sono stati diversi. A luglio anche a Napoli, in Procura, nell'ufficio del capo, Giovanni Melillo. È il procuratore in persona a coordinare l'indagine, in attesa che dal Csm arrivi la nomina di un nuovo aggiunto, il terzo che nella Direzione distrettuale antimafia andrà ad affiancare Filippo Beatrice e Giuseppe Borrelli, magistrati di lungo corso nel contrasto alla criminalità organizzata.
Qui, in via Grimaldi, a un passo da Poggioreale, chiusi negli uffici dei pm, ci sono, sotto chiave, i documenti dell'inchiesta giudiziaria sulla nuova mala nigeriana che tiene in scacco Castel Volturno e il litorale Domizio. E tra verbali e informative del Servizio centrale operativo della polizia di Stato e delle squadre mobili che ricostruiscono gli affari tradizionali, traffici di droga e di esseri umani e sfruttamento della prostituzione, è spuntato un racconto che ha tracciato una nuova pista: una nigeriana ha parlato di vendita di organi. Di mattatoi veri e propri: a Gazzanise, Villa Literno e Sant'Antimo. Una zona descritta dallo scrittore Sergio Nazzaro come «il più grande esperimento sociale libero da ogni regola». Un'area geografica multiculturale e multirazziale senza Stato e nella quale camorra e mala nigeriana hanno assunto il pieno controllo. Il posto migliore per nascondere una delle «cliniche degli orrori», come le ha definite la donna nigeriana parlando con Mary Liguori, cronista del Mattino da sempre in trincea contro la camorra che per prima ha raccontato dell'esistenza dell'indagine.
La nigeriana è ben inserita a Castel Volturno, paese del litorale in cui, stando alle stime ufficiali, vivono 1.236 nigeriani, ai quali bisogna aggiungere i clandestini, e aveva un marito criminale che la sfruttava. Poco più di un anno fa ha avuto il coraggio di denunciarlo e l'ha fatto arrestare. È stata lei a svelare di quei ragazzi, almeno tre, alcuni dei quali suoi conoscenti, che per 5.000 euro hanno venduto un rene. E ha indicato una delle improvvisate cliniche, in viale Fiume Oglio a Castel Volturno, nella quale ora non c'è più nulla ma che, a dire della testimone, fino a qualche tempo fa ospitava un medico esperto in trapianti.
In giro ormai su questa storia c'è molto chiacchiericcio. Anche tra le forze dell'ordine (dove c'è pure chi sostiene che la donna, alla quale pare piacciano le telecamere, sia in cerca di visibilità). Ma è una coincidenza inquietante che qualcuno, confermando quella ipotesi, dica che lì prima ci abitava un egiziano. E si sa che gli espiantatori professionisti di organi siano proprio al Cairo. In Egitto, dove il commercio di organi è proibito, la situazione è ben nota anche alle autorità.
In un articolo del luglio 2018 la Reuters riportava questa notizia: il Tribunale criminale del Cairo ha condannato 37 persone per traffico d'organi. Era una banda di medici, infermieri e procacciatori di vittime e clienti, molti dei quali con regolare licenza, sgominata nel 2016 grazie a un'inchiesta su cliniche e ospedali privati. Nell'operazione erano stati sequestrati anche milioni di dollari. Ma quella dell'egiziano al civico 7 di via Fiume Oglio a Castel Volturno potrebbe essere anche solo una mera coincidenza.
Il racconto dell'orrore che parte dal litorale si arricchisce ogni giorno di nuovi particolari. Giampiero Casoni, cronista giudiziario esperto dei meccanismi mafiosi dell'area aversana per averli raccontati per anni sulle agenzie di stampa dell'Alto Casertano, scrive addirittura di un «centro di cernita» per gli sventurati candidati all'espianto. E lo localizza a Lago Patria, dove, al centro delle attenzioni degli inquirenti, secondo fonti interne a chi sta indagando, ci sarebbe la figura di un certo Abu, che in Italia avrebbe anche adottato un curioso nom de guerre a metà fra lo ieratico e il paradossale: «papa Giovanni». Inutile cercare conferme in questure o tra i magistrati. L'indagine sul traffico di organi è top secret. Il capo della Direzione nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, al momento non si sbottona, ma ammette: «Sebbene non ci siano ancora riscontri completi in serie giudiziaria, terremo alta la guardia anche su questo inquietantissimo sospetto, da non sottovalutare». Parole sibilline per dire che il racconto è credibile, ma che la magistratura ci sta ancora lavorando.
Fatto sta che questa storia ha messo in luce una nuova inquietante realtà: la mafia nigeriana ha fatto un salto di qualità. Gli espianti sono sempre esistiti nel loro ambiente. È un fenomeno diffuso, legato a pratiche religiose e magiche che in Nigeria stanno provando a contrastare anche con la legislazione. Ora, però, i boss africani sembrano aver capito che c'è un business e che si può lucrare anche sugli organi. E così, oltre alla prostituzione e al traffico di droga, la mafia nigeriana, che stando alle stime della Procura antimafia, dopo Cosa nostra, 'ndrangheta, camorra e Sacra corona unita (ossia le mafie tradizionali), si è attestata come quinta mafia, pare sia entrata a gamba tesa anche nel mercato degli espianti.
È dal 2016 che l'Fbi sta lavorando su una segnalazione: un sospetto impiego di organi di dubbia provenienza in ospedali americani. I federali sono partiti dai rapimenti di ragazzini tra i 14 e i 17 anni, spesso orfani, da avviare alla prostituzione. Epicentri le periferie di Lagos e Benin City. D'altra parte, a Lagos, la più popolosa città della Nigeria, la polizia nigeriana ha trovato più volte donne segregate e costrette a mettere al mondo figli poi destinati al traffico di bambini, al mercato del sesso o alla compravendita di organi. Individuati i protagonisti del traffico e seguendo i flussi economici, i federali si sono imbattuti in un gruppo di nigeriani che ha scelto come domicilio Castel Volturno e che, paradosso, si trova in Italia con i documenti in regola. «Gente arrivata dalla Nigeria molti anni fa e che sarebbe in contatto con i boss neri delle città statunitensi», ricostruisce la giornalista del Mattino. È in questo punto che si annodano l'indagine americana e quella dell'antimafia napoletana. «È vero», sottolinea il procuratore Cafiero de Raho, «a Castel Volturno la mafia nigeriana fa affari sporchi, soprattutto con lo sfruttamento della prostituzione, del lavoro nero e con lo spaccio di droga». Il traffico di organi lo tiene fuori. Per ora.
Resti sull’Autosole, reni venduti ad Asti. Le quattro inchieste di cui non si parla
«Il traffico di organi non alimenta solo il mercato dei trapianti, ma anche i riti voodoo e la medicina tradizionale esercitata dagli stregoni». La denuncia, che risale al 2000, è del ministro dell'Interno nigeriano ed è stata riportata dall'agenzia Ansa. Il fenomeno, quindi, in Nigeria è noto ormai quasi da 20 anni. Ma l'Italia, dove i clan nigeriani sono ben insediati tanto da contendersi primati statistici e mercati con le mafie tradizionali, se ne accorge solo ora.
Sul territorio nazionale sono quattro le inchieste sugli espianti by Nigeria: oltre al fascicolo di Napoli ci sono approfondimenti in corso anche a Torino, a Roma e a Palermo. Nell'ultima inchiesta sul clan degli Eiye, che è una costola di una indagine più vasta sulla mafia nigeriana che parte dal luglio 2015, coordinata dai pm torinesi Stefano Castellani e Chiara Maina e che ha portato all'emissione di 15 misure cautelari, c'è una traccia sul traffico d'organi che parte da lontano. A fine 2010, su uno dei tre telefoni cellulari di Sajeed Kolynton Lawual, conosciuto negli ambienti della mala con il nome di Arab, residente ad Asti, viene intercettata una telefonata in lingua nigeriana. In una manciata di secondi, tale Abdul Abolade di Lagos, con il quale traffica in automobili rubate, parla di costi doganali. Poi passa al tema caldo. Abolade comunica: «Ho trovato quello che cercavi». Più di uno «e il costo è di 12 milioni di naira», la moneta nigeriana (circa 60.000 euro). Il traduttore incaricato dalla Procura ascolta più volte, poi annota qualcosa di molto inquietante: i due nigeriani stanno parlando, con pochissime possibilità di dubbio, di traffico di organi. E nello specifico di reni.
Quell'annotazione è finita in una informativa della squadra mobile ed è stata inviata in Procura. Da allora i magistrati stanno cercando di capire se Arab abbia avviato davvero una trattavia di compravendita di organi in Nigeria. E anche in quel caso i federali americani sono entrati nella partita. Quell'inchiesta, denominata Lagos, aveva fatto scoprire un traffico di identità rubate. La rete criminale nigeriana che portava ad Asti aveva spiato e poi rubato i dati di un miliardo e 300 milioni di soggetti sparsi in tutto il mondo che avevano un conto alla City Bank, oppure che avevano effettuato un qualsiasi tipo di transazione riferibile a quella banca. Ma anche ad altri istituti di credito statunitensi: la Chase Manhattan bank, la Jp Morgan e la Hsbc. Dati che, poi, la mala nigeriana, si è scoperto, ha venduto ad hacker specializzati in criminalità economica. Il capo era stato individuato: si chiama Saheed Lawal Kolynton e usava come base operativa un alloggio in corso Giulio Cesare 158 a Torino. Ma la Procura di Torino, la prima in Italia ad accorgersi della potenza della criminalità organizzata africana, aveva già capito che era in corso una forte infiltrazione della mala nigeriana.
Nel 2005 i Black axe, ricostruiscono Federica Cravero e Sarah Martinenghi su Repubblica, e i Maphite, «divisi in famiglie con boss chiamati don, che ricordano molto le mafie nostrane», si incontrano. Nasce l'operazione Athenaeum. E un pentito descrive per la prima volta i Maphite: «Sono sbarcati a Lampedusa e la gente ha paura di loro... Non hanno rispetto per la vita, hanno già sofferto troppo per arrivare in Italia». E sono spietati. Al punto tale da occuparsi di espianti. Fino a quel momento, però, si pensava che servissero solo per i loro riti tribali.
Nel 2011 arrivò anche un grido d'allarme molto serio dall'ambasciatore nigeriano a Roma: «Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenenti a sette segrete (...) riusciti a entrare in Italia principalmente con scopi criminali». E sulle sette segrete nigeriane anche Roma si era attivata. Nei faldoni c'è finito di tutto. A partire da un omicidio: una ragazza nigeriana trovata sezionata in due sacchi neri per l'immondizia lungo l'autostrada del Sole e mai identificata. Gli investigatori della Squadra mobile, coordinati dal pm Gabriele Mazzotta, analizzando una serie di ritrovamenti avvenuti anche in Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e al confine con la Francia, tutti con le stesse modalità (resti umani nel sacco della spazzatura poi finiti a bordo strada), conclusero che, siccome erano state asportate alcune parti del corpo, si trattava di riti tribali. Gli stessi riti che hanno portato in tribunale in Nigeria il calciatore Asamoah Gyan, ex attaccante dell'Udinese. L'accusa: omicidio plurimo e occultamento di cadavere allo scopo di effettuare un sacrificio che migliorasse il suo rendimento in campo. Le vittime: il rapper Castro e la sua fidanzata, Janet Badu, molto amici della punta.
L'ennesima traccia del traffico d'organi è a Palermo. E porta dritta ai centri clandestini utilizzati dalle organizzazioni criminali per smistare i rifugiati. Uno dei ritrovi era dalle parti della centrale piazza Ballarò, luogo controllato anche dalla mala nigeriana. Uno degli scafisti pentiti, Atta Nuredin Wehabrebi, eritreo, ha svelato ai magistrati: «Le persone che non possono pagare il viaggio vengono consegnate a degli egiziani che le uccidono per prelevarne gli organi e rivenderli in Egitto per una somma di circa 15.000 dollari. In particolare questi egiziani vengono attrezzati per espiantare l'organo e trasportarlo in borse termiche». Tra le vittime ci sono di sicuro dei nigeriani. E potrebbero essercene, è una delle ipotesi di chi sta indagando, anche tra i mediatori. Ultimo racconto dell'orrore, questa volta legato solo ai sacrifici umani: su un barcone in avaria a largo della Sicilia due nigeriani e tre ghanesi (poi arrestati) hanno gettato in mare alcuni compagni di viaggio per un rito propiziatorio. Un sacrificio umano offerto alle divinità in cambio di un approdo certo.
«Usano i corpi di donne e bambini anche per sacrifici e riti magici»
In Nigeria l'espianto di organi e il vilipendio dei cadaveri a scopo di sacrificio sono fenomeni diffusi. A contrastare i vecchi retaggi delle religioni tribali ci ha provato la nuova legislazione introdotta nel 1990. Nel codice penale nigeriano, infatti, è previsto che, oltre alla condanna a morte per chi commette un omicidio, sia condannato alla stessa pena anche chi sottopone una persona a un «processo di prova» iniziatica che finisce con la morte. Inoltre, è prevista una condanna a cinque anni di carcere per chi viene trovato in possesso di una testa umana o di un cranio entro sei mesi dalla sua rimozione da un corpo o da uno scheletro.
Di queste pratiche sono piene le riviste scientifiche. In un articolo accademico del 2011 sui rapimenti in Nigeria, i ricercatori della Ambrose Alli University di Ekpoma, Edo State e l'Università del Benin di Benin City, hanno sostenuto che gli obiettivi tradizionali del rapimento rituale sono i bambini. Secondo un sociologo dell'Università nigeriana Bayero di Kano, intervistato il 4 luglio 2009 da France presse, i sacerdoti tribali sono noti per queste pratiche disumane. Sul quotidiano Sahara Reporters, poi, nel 2012, è comparsa un'inchiesta giornalistica che ricostruì come in Nigeria «i membri vulnerabili della società», come donne, bambini e disabili, «vengono presi di mira e uccisi» per i riti tribali.
Maurizio Blondet, giornalista ora in pensione ma per anni indagatore delle comunità nigeriane, ha catalogato sul suo blog decine di casi di omicidio rituale. E così, ad esempio, dal Daily Trust, principale quotidiano nigeriano, edito nella capitale Abuja, in una serie di articoli del 2010, si apprende che «le uccisioni rituali in Nigeria vengono eseguite per ottenere parti del corpo umano da usare durante i riti tradizionali». Oppure, sempre la stessa fonte, fa sapere che dopo gli espianti vengono preparate pozioni e incantesimi. E ancora: il quotidiano di Lagos This Day spiega che «i ritualisti, conosciuti anche come cacciatori di teste, vanno a caccia di parti umane su richiesta degli erboristi, che li cercano per i sacrifici o per la preparazione di pozioni magiche».
Ricostruzione che fa il paio con quella del Daily Trust: «Le parti del corpo umano vengono portate agli erboristi che eseguono i rituali. I riti sono motivati dalla convinzione che possano portare potere e ricchezza a chi chiede la pozione. Si ritiene che gli incantesimi rendano invincibile una persona e la proteggano da insuccessi, malattie, incidenti e altri attacchi spirituali». Il quotidiano Punzon sottolinea che «ai nigeriani è stato fatto credere che i rituali siano efficaci». E ancora una volta il quotidiano Sahara Reporters, questa volta con un articolo del luglio 2012, afferma che «la credenza nel potere dell'omicidio rituale è molto sentita tra la popolazione della Nigeria meridionale, anche tra le persone di fedi diverse e a prescindere dai background educativi, quindi non solo tra analfabeti e tradizionalisti». Ma queste pratiche raccapriccianti non appartengono solo all'area Sud nigeriana: secondo un rapporto pubblicato da una rivista locale, Leadership, «l'omicidio rituale non è limitato a nessuna area specifica del Paese e ogni regione e tribù ha la sua usanza magica tipica». E infatti, una relazione riservata della polizia nigeriana che risale al 2009, ha indicato che le uccisioni con finalità magiche erano particolarmente diffuse nei territori di Lagos, Ogun, Kaduna, Abia, Kwara, Rivers e Kogi.
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Tutti i segreti del nuovo orrendo business su cui sta indagando pure l'Fbi Il centro è a Castel Volturno. Parla una testimone: «Lì fanno gli espianti...».In Piemonte una telefonata tra due immigrati ha svelato il prezzo di una compravendita: 60.000 euro Palermo, la sconvolgente rivelazione di uno scafista: «Chi non paga il viaggio rischia di finire smembrato».Pozioni e incantesimi per ottenere potere e denaro: a Lagos in molti considerano normale tagliare membra umane per pratiche di questo tipo Il vilipendio di cadavere? Un'abitudine.Lo speciale contiene tre articoliLe prime riunioni si sono svolte la scorsa estate a Roma, all'ambasciata Usa, luogo in cui un magistrato di collegamento per le questioni internazionali e un funzionario dell'Fbi hanno incontrato un sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia e il pool napoletano che indaga sulla criminalità organizzata nigeriana. In quelle occasioni è avvenuto un primo scambio di notizie riservate, senza però scoprire troppo le carte. Gli statunitensi hanno chiesto informazioni sugli affari della mala nera nel litorale Domizio, terra di camorra e di mafia nigeriana, e gli investigatori napoletani hanno appreso che un flusso di denaro, proveniente con molta probabilità da un traffico internazionale di droga, faceva andata e ritorno con i money transfer e con i più occulti sistemi finanziari del deep web tra Castel Volturno e Gaeta e le metropoli Usa di Atlanta, New York City e Chicago. Con qualche passaggio, tutto ancora da approfondire, il denaro transitava anche in Canada. Un bel po' di bigliettoni verdi che passavano fra le mani dei boss dei gruppi più noti della mafia nigeriana: quelli dei Vicking, degli Eiyes e dei Black axe, tutti attivi anche in Italia, soprattutto in quell'area della Campania. Di incontri successivi ce ne sono stati diversi. A luglio anche a Napoli, in Procura, nell'ufficio del capo, Giovanni Melillo. È il procuratore in persona a coordinare l'indagine, in attesa che dal Csm arrivi la nomina di un nuovo aggiunto, il terzo che nella Direzione distrettuale antimafia andrà ad affiancare Filippo Beatrice e Giuseppe Borrelli, magistrati di lungo corso nel contrasto alla criminalità organizzata.Qui, in via Grimaldi, a un passo da Poggioreale, chiusi negli uffici dei pm, ci sono, sotto chiave, i documenti dell'inchiesta giudiziaria sulla nuova mala nigeriana che tiene in scacco Castel Volturno e il litorale Domizio. E tra verbali e informative del Servizio centrale operativo della polizia di Stato e delle squadre mobili che ricostruiscono gli affari tradizionali, traffici di droga e di esseri umani e sfruttamento della prostituzione, è spuntato un racconto che ha tracciato una nuova pista: una nigeriana ha parlato di vendita di organi. Di mattatoi veri e propri: a Gazzanise, Villa Literno e Sant'Antimo. Una zona descritta dallo scrittore Sergio Nazzaro come «il più grande esperimento sociale libero da ogni regola». Un'area geografica multiculturale e multirazziale senza Stato e nella quale camorra e mala nigeriana hanno assunto il pieno controllo. Il posto migliore per nascondere una delle «cliniche degli orrori», come le ha definite la donna nigeriana parlando con Mary Liguori, cronista del Mattino da sempre in trincea contro la camorra che per prima ha raccontato dell'esistenza dell'indagine. La nigeriana è ben inserita a Castel Volturno, paese del litorale in cui, stando alle stime ufficiali, vivono 1.236 nigeriani, ai quali bisogna aggiungere i clandestini, e aveva un marito criminale che la sfruttava. Poco più di un anno fa ha avuto il coraggio di denunciarlo e l'ha fatto arrestare. È stata lei a svelare di quei ragazzi, almeno tre, alcuni dei quali suoi conoscenti, che per 5.000 euro hanno venduto un rene. E ha indicato una delle improvvisate cliniche, in viale Fiume Oglio a Castel Volturno, nella quale ora non c'è più nulla ma che, a dire della testimone, fino a qualche tempo fa ospitava un medico esperto in trapianti. In giro ormai su questa storia c'è molto chiacchiericcio. Anche tra le forze dell'ordine (dove c'è pure chi sostiene che la donna, alla quale pare piacciano le telecamere, sia in cerca di visibilità). Ma è una coincidenza inquietante che qualcuno, confermando quella ipotesi, dica che lì prima ci abitava un egiziano. E si sa che gli espiantatori professionisti di organi siano proprio al Cairo. In Egitto, dove il commercio di organi è proibito, la situazione è ben nota anche alle autorità. In un articolo del luglio 2018 la Reuters riportava questa notizia: il Tribunale criminale del Cairo ha condannato 37 persone per traffico d'organi. Era una banda di medici, infermieri e procacciatori di vittime e clienti, molti dei quali con regolare licenza, sgominata nel 2016 grazie a un'inchiesta su cliniche e ospedali privati. Nell'operazione erano stati sequestrati anche milioni di dollari. Ma quella dell'egiziano al civico 7 di via Fiume Oglio a Castel Volturno potrebbe essere anche solo una mera coincidenza. Il racconto dell'orrore che parte dal litorale si arricchisce ogni giorno di nuovi particolari. Giampiero Casoni, cronista giudiziario esperto dei meccanismi mafiosi dell'area aversana per averli raccontati per anni sulle agenzie di stampa dell'Alto Casertano, scrive addirittura di un «centro di cernita» per gli sventurati candidati all'espianto. E lo localizza a Lago Patria, dove, al centro delle attenzioni degli inquirenti, secondo fonti interne a chi sta indagando, ci sarebbe la figura di un certo Abu, che in Italia avrebbe anche adottato un curioso nom de guerre a metà fra lo ieratico e il paradossale: «papa Giovanni». Inutile cercare conferme in questure o tra i magistrati. L'indagine sul traffico di organi è top secret. Il capo della Direzione nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, al momento non si sbottona, ma ammette: «Sebbene non ci siano ancora riscontri completi in serie giudiziaria, terremo alta la guardia anche su questo inquietantissimo sospetto, da non sottovalutare». Parole sibilline per dire che il racconto è credibile, ma che la magistratura ci sta ancora lavorando.Fatto sta che questa storia ha messo in luce una nuova inquietante realtà: la mafia nigeriana ha fatto un salto di qualità. Gli espianti sono sempre esistiti nel loro ambiente. È un fenomeno diffuso, legato a pratiche religiose e magiche che in Nigeria stanno provando a contrastare anche con la legislazione. Ora, però, i boss africani sembrano aver capito che c'è un business e che si può lucrare anche sugli organi. E così, oltre alla prostituzione e al traffico di droga, la mafia nigeriana, che stando alle stime della Procura antimafia, dopo Cosa nostra, 'ndrangheta, camorra e Sacra corona unita (ossia le mafie tradizionali), si è attestata come quinta mafia, pare sia entrata a gamba tesa anche nel mercato degli espianti. È dal 2016 che l'Fbi sta lavorando su una segnalazione: un sospetto impiego di organi di dubbia provenienza in ospedali americani. I federali sono partiti dai rapimenti di ragazzini tra i 14 e i 17 anni, spesso orfani, da avviare alla prostituzione. Epicentri le periferie di Lagos e Benin City. D'altra parte, a Lagos, la più popolosa città della Nigeria, la polizia nigeriana ha trovato più volte donne segregate e costrette a mettere al mondo figli poi destinati al traffico di bambini, al mercato del sesso o alla compravendita di organi. Individuati i protagonisti del traffico e seguendo i flussi economici, i federali si sono imbattuti in un gruppo di nigeriani che ha scelto come domicilio Castel Volturno e che, paradosso, si trova in Italia con i documenti in regola. «Gente arrivata dalla Nigeria molti anni fa e che sarebbe in contatto con i boss neri delle città statunitensi», ricostruisce la giornalista del Mattino. È in questo punto che si annodano l'indagine americana e quella dell'antimafia napoletana. «È vero», sottolinea il procuratore Cafiero de Raho, «a Castel Volturno la mafia nigeriana fa affari sporchi, soprattutto con lo sfruttamento della prostituzione, del lavoro nero e con lo spaccio di droga». Il traffico di organi lo tiene fuori. Per ora.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-la-mafia-nigeriana-gestisce-in-italia-il-traffico-degli-organi-2625904389.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="resti-sullautosole-reni-venduti-ad-asti-le-quattro-inchieste-di-cui-non-si-parla" data-post-id="2625904389" data-published-at="1767496951" data-use-pagination="False"> Resti sull’Autosole, reni venduti ad Asti. Le quattro inchieste di cui non si parla «Il traffico di organi non alimenta solo il mercato dei trapianti, ma anche i riti voodoo e la medicina tradizionale esercitata dagli stregoni». La denuncia, che risale al 2000, è del ministro dell'Interno nigeriano ed è stata riportata dall'agenzia Ansa. Il fenomeno, quindi, in Nigeria è noto ormai quasi da 20 anni. Ma l'Italia, dove i clan nigeriani sono ben insediati tanto da contendersi primati statistici e mercati con le mafie tradizionali, se ne accorge solo ora. Sul territorio nazionale sono quattro le inchieste sugli espianti by Nigeria: oltre al fascicolo di Napoli ci sono approfondimenti in corso anche a Torino, a Roma e a Palermo. Nell'ultima inchiesta sul clan degli Eiye, che è una costola di una indagine più vasta sulla mafia nigeriana che parte dal luglio 2015, coordinata dai pm torinesi Stefano Castellani e Chiara Maina e che ha portato all'emissione di 15 misure cautelari, c'è una traccia sul traffico d'organi che parte da lontano. A fine 2010, su uno dei tre telefoni cellulari di Sajeed Kolynton Lawual, conosciuto negli ambienti della mala con il nome di Arab, residente ad Asti, viene intercettata una telefonata in lingua nigeriana. In una manciata di secondi, tale Abdul Abolade di Lagos, con il quale traffica in automobili rubate, parla di costi doganali. Poi passa al tema caldo. Abolade comunica: «Ho trovato quello che cercavi». Più di uno «e il costo è di 12 milioni di naira», la moneta nigeriana (circa 60.000 euro). Il traduttore incaricato dalla Procura ascolta più volte, poi annota qualcosa di molto inquietante: i due nigeriani stanno parlando, con pochissime possibilità di dubbio, di traffico di organi. E nello specifico di reni. Quell'annotazione è finita in una informativa della squadra mobile ed è stata inviata in Procura. Da allora i magistrati stanno cercando di capire se Arab abbia avviato davvero una trattavia di compravendita di organi in Nigeria. E anche in quel caso i federali americani sono entrati nella partita. Quell'inchiesta, denominata Lagos, aveva fatto scoprire un traffico di identità rubate. La rete criminale nigeriana che portava ad Asti aveva spiato e poi rubato i dati di un miliardo e 300 milioni di soggetti sparsi in tutto il mondo che avevano un conto alla City Bank, oppure che avevano effettuato un qualsiasi tipo di transazione riferibile a quella banca. Ma anche ad altri istituti di credito statunitensi: la Chase Manhattan bank, la Jp Morgan e la Hsbc. Dati che, poi, la mala nigeriana, si è scoperto, ha venduto ad hacker specializzati in criminalità economica. Il capo era stato individuato: si chiama Saheed Lawal Kolynton e usava come base operativa un alloggio in corso Giulio Cesare 158 a Torino. Ma la Procura di Torino, la prima in Italia ad accorgersi della potenza della criminalità organizzata africana, aveva già capito che era in corso una forte infiltrazione della mala nigeriana. Nel 2005 i Black axe, ricostruiscono Federica Cravero e Sarah Martinenghi su Repubblica, e i Maphite, «divisi in famiglie con boss chiamati don, che ricordano molto le mafie nostrane», si incontrano. Nasce l'operazione Athenaeum. E un pentito descrive per la prima volta i Maphite: «Sono sbarcati a Lampedusa e la gente ha paura di loro... Non hanno rispetto per la vita, hanno già sofferto troppo per arrivare in Italia». E sono spietati. Al punto tale da occuparsi di espianti. Fino a quel momento, però, si pensava che servissero solo per i loro riti tribali. Nel 2011 arrivò anche un grido d'allarme molto serio dall'ambasciatore nigeriano a Roma: «Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenenti a sette segrete (...) riusciti a entrare in Italia principalmente con scopi criminali». E sulle sette segrete nigeriane anche Roma si era attivata. Nei faldoni c'è finito di tutto. A partire da un omicidio: una ragazza nigeriana trovata sezionata in due sacchi neri per l'immondizia lungo l'autostrada del Sole e mai identificata. Gli investigatori della Squadra mobile, coordinati dal pm Gabriele Mazzotta, analizzando una serie di ritrovamenti avvenuti anche in Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e al confine con la Francia, tutti con le stesse modalità (resti umani nel sacco della spazzatura poi finiti a bordo strada), conclusero che, siccome erano state asportate alcune parti del corpo, si trattava di riti tribali. Gli stessi riti che hanno portato in tribunale in Nigeria il calciatore Asamoah Gyan, ex attaccante dell'Udinese. L'accusa: omicidio plurimo e occultamento di cadavere allo scopo di effettuare un sacrificio che migliorasse il suo rendimento in campo. Le vittime: il rapper Castro e la sua fidanzata, Janet Badu, molto amici della punta. L'ennesima traccia del traffico d'organi è a Palermo. E porta dritta ai centri clandestini utilizzati dalle organizzazioni criminali per smistare i rifugiati. Uno dei ritrovi era dalle parti della centrale piazza Ballarò, luogo controllato anche dalla mala nigeriana. Uno degli scafisti pentiti, Atta Nuredin Wehabrebi, eritreo, ha svelato ai magistrati: «Le persone che non possono pagare il viaggio vengono consegnate a degli egiziani che le uccidono per prelevarne gli organi e rivenderli in Egitto per una somma di circa 15.000 dollari. In particolare questi egiziani vengono attrezzati per espiantare l'organo e trasportarlo in borse termiche». Tra le vittime ci sono di sicuro dei nigeriani. E potrebbero essercene, è una delle ipotesi di chi sta indagando, anche tra i mediatori. Ultimo racconto dell'orrore, questa volta legato solo ai sacrifici umani: su un barcone in avaria a largo della Sicilia due nigeriani e tre ghanesi (poi arrestati) hanno gettato in mare alcuni compagni di viaggio per un rito propiziatorio. Un sacrificio umano offerto alle divinità in cambio di un approdo certo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-la-mafia-nigeriana-gestisce-in-italia-il-traffico-degli-organi-2625904389.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="usano-i-corpi-di-donne-e-bambini-anche-per-sacrifici-e-riti-magici" data-post-id="2625904389" data-published-at="1767496951" data-use-pagination="False"> «Usano i corpi di donne e bambini anche per sacrifici e riti magici» In Nigeria l'espianto di organi e il vilipendio dei cadaveri a scopo di sacrificio sono fenomeni diffusi. A contrastare i vecchi retaggi delle religioni tribali ci ha provato la nuova legislazione introdotta nel 1990. Nel codice penale nigeriano, infatti, è previsto che, oltre alla condanna a morte per chi commette un omicidio, sia condannato alla stessa pena anche chi sottopone una persona a un «processo di prova» iniziatica che finisce con la morte. Inoltre, è prevista una condanna a cinque anni di carcere per chi viene trovato in possesso di una testa umana o di un cranio entro sei mesi dalla sua rimozione da un corpo o da uno scheletro. Di queste pratiche sono piene le riviste scientifiche. In un articolo accademico del 2011 sui rapimenti in Nigeria, i ricercatori della Ambrose Alli University di Ekpoma, Edo State e l'Università del Benin di Benin City, hanno sostenuto che gli obiettivi tradizionali del rapimento rituale sono i bambini. Secondo un sociologo dell'Università nigeriana Bayero di Kano, intervistato il 4 luglio 2009 da France presse, i sacerdoti tribali sono noti per queste pratiche disumane. Sul quotidiano Sahara Reporters, poi, nel 2012, è comparsa un'inchiesta giornalistica che ricostruì come in Nigeria «i membri vulnerabili della società», come donne, bambini e disabili, «vengono presi di mira e uccisi» per i riti tribali. Maurizio Blondet, giornalista ora in pensione ma per anni indagatore delle comunità nigeriane, ha catalogato sul suo blog decine di casi di omicidio rituale. E così, ad esempio, dal Daily Trust, principale quotidiano nigeriano, edito nella capitale Abuja, in una serie di articoli del 2010, si apprende che «le uccisioni rituali in Nigeria vengono eseguite per ottenere parti del corpo umano da usare durante i riti tradizionali». Oppure, sempre la stessa fonte, fa sapere che dopo gli espianti vengono preparate pozioni e incantesimi. E ancora: il quotidiano di Lagos This Day spiega che «i ritualisti, conosciuti anche come cacciatori di teste, vanno a caccia di parti umane su richiesta degli erboristi, che li cercano per i sacrifici o per la preparazione di pozioni magiche». Ricostruzione che fa il paio con quella del Daily Trust: «Le parti del corpo umano vengono portate agli erboristi che eseguono i rituali. I riti sono motivati dalla convinzione che possano portare potere e ricchezza a chi chiede la pozione. Si ritiene che gli incantesimi rendano invincibile una persona e la proteggano da insuccessi, malattie, incidenti e altri attacchi spirituali». Il quotidiano Punzon sottolinea che «ai nigeriani è stato fatto credere che i rituali siano efficaci». E ancora una volta il quotidiano Sahara Reporters, questa volta con un articolo del luglio 2012, afferma che «la credenza nel potere dell'omicidio rituale è molto sentita tra la popolazione della Nigeria meridionale, anche tra le persone di fedi diverse e a prescindere dai background educativi, quindi non solo tra analfabeti e tradizionalisti». Ma queste pratiche raccapriccianti non appartengono solo all'area Sud nigeriana: secondo un rapporto pubblicato da una rivista locale, Leadership, «l'omicidio rituale non è limitato a nessuna area specifica del Paese e ogni regione e tribù ha la sua usanza magica tipica». E infatti, una relazione riservata della polizia nigeriana che risale al 2009, ha indicato che le uccisioni con finalità magiche erano particolarmente diffuse nei territori di Lagos, Ogun, Kaduna, Abia, Kwara, Rivers e Kogi.
Barbara Fabbroni (Getty Images)
Ne parliamo con Barbara Fabbroni, criminologa e scrittrice, che ci offre una prospettiva unica sull’intersezione tra moda, crimine sociale e cultura contemporanea e come questo possa incidere sull’evoluzione del nostro modo di vestire, pensare e, soprattutto, resistere.
C’è sempre un maggiore interesse per i temi sociali nella moda, in particolare per quelli legati alla violenza di genere e alle disuguaglianze. Come vede questa evoluzione?
«Come una reazione necessaria, quasi inevitabile, prima ancora che come una scelta estetica. La moda, storicamente, è sempre stata uno specchio del tempo, ma oggi quello specchio si è incrinato. Non riflette più solo desideri o status, riflette fratture sociali, ferite collettive, urgenze non risolte. Quando la violenza di genere e le disuguaglianze entrano nelle collezioni, non è perché “fanno tendenza” ma perché non possono più essere ignorate. È un tentativo di rendere visibile ciò che per troppo tempo è rimasto sommerso, normalizzato, silenziato. Il rischio, semmai - ed è un rischio reale - è che questa visibilità resti superficiale. Ma il movimento, in sé, è già un segnale di consapevolezza sociale».
Come pensa che la moda stia trasformando il concetto di «empowerment femminile»? In che modo le collezioni stanno affrontando la violenza di genere e le disuguaglianze in modo diverso rispetto al passato?
«L’empowerment femminile, oggi, non passa più solo dall’immagine della donna forte, invincibile. Sta emergendo un concetto più maturo: il potere come possibilità di essere complesse, non perfette. Io amo dire che “la perfezione sta sempre nell’imperfezione di ciascuna individualità”. Le collezioni più interessanti non celebrano più un femminile idealizzato, ma raccontano corpi reali, storie ferite. È una rottura rispetto al passato, dove la moda parlava sulle donne; oggi, quando funziona davvero, parla con le donne. Anche la violenza di genere non viene più trattata come choc visivo, ma come processo culturale, come sistema che va decostruito, non semplicemente denunciato».
Molti brand e designer stanno utilizzando la moda come strumento per trasmettere messaggi sociali. Qual è il ruolo della moda come linguaggio anche di protesta?
«La moda è un linguaggio silenzioso ma, proprio per questo, potentissimo. Non argomenta: mostra. Non convince: disturba. In una società sempre più polarizzata, la moda può diventare uno spazio di resistenza simbolica, perché agisce sull’immaginario, non sull’ideologia. Un abito può essere un manifesto ma anche e, forse, soprattutto una domanda aperta. Il suo ruolo più importante non è schierarsi, ma rompere la neutralità apparente, che spesso è la forma più subdola di complicità. La moda, quando è autentica, non pacifica: mette a disagio, costringe a guardare».
C’è un legame tra l’evoluzione estetica della moda e l’analisi criminologica dei crimini sociali?
«Sì e credo sia un legame profondo. La criminologia studia le dinamiche invisibili: potere, controllo, esclusione, normalizzazione della violenza. La moda, spesso senza rendersene conto, mette in scena gli stessi meccanismi: chi è visibile, chi è escluso, quali corpi sono legittimi e quali restano marginalizzati. Nell’incrocio tra questi ambiti, vedo una possibilità importante: usare l’estetica non per occultare il conflitto, ma per renderlo leggibile. La moda può diventare una mappa emotiva dei crimini sociali, se accetta di non essere rassicurante».
Come pensa che i giovani stiano interpretando questi messaggi? C’è una relazione tra il modo in cui si vestono e come percepiscono il mondo che li circonda?
«I giovani usano il corpo come spazio di incontro, spesso più consapevolmente degli adulti. Il modo in cui si vestono è una forma di posizionamento nel mondo: identitario, relazionale, valoriale, esistenziale. Non è solo stile. È presa di parola, è comunicazione di sé all’altro e al mondo. Attraverso l’abbigliamento esprimono conflitto, rifiuto, ricerca di senso, possibilità. È un linguaggio immediato, ma tutt’altro che superficiale. Spesso racconta proprio quello spazio che non trovano altrove e che, allora, cercano di costruire. Ignorarlo significa non ascoltare una generazione che sta cercando nuovi codici per interpretare una realtà complessa come quella che stiamo vivendo».
Quali sfide ritiene che la moda debba affrontare per essere davvero un catalizzatore di cambiamento sociale?
«La sfida principale è non fermarsi all’immagine. Il rischio più grande è la neutralizzazione del messaggio: trasformare il pensiero del cambiamento in stile, l’empowerment in branding, il dolore in trend. Per evitarlo servono coerenza, continuità, responsabilità. La moda può essere catalizzatore di cambiamento solo se accetta di lasciare andare qualcosa. E non è poco: consenso, comodità, neutralità. Il cambiamento non è mai esteticamente semplice. E, forse, è proprio lì che la moda deve avere il coraggio di stare».
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Al levar del sole, si faceva accompagnare dalla sua borsa blu (conservata, poi, come una sorta di reliquia per anni) che, con pochi chili di acquisto, gli permetteva di gestire la cucina. Nel contempo, con l’amico macellaio Emilio Hen andava «a studiare» le cucine dei locali che allora, nel territorio, risultavano tra i più rinomati. «Davo un’occhiata per imparare a copiare qualche piatto, era una sorta di spionaggio industriale», diceva. A trovare la quadra gli viene in aiuto, nel suo pellegrinaggio mattutino al mercato del pesce mestrino, il signor Galvani, che ne intuisce le potenzialità. «Dia un’occhiata a quello che mangia la gente qui per strada». In primis i folpetti caldi ripescati al momento dal pentolone in bella vista. Da lì l’intuizione conseguente.
All’entrata del suo locale ecco un carrello tentatore con il meglio dei cicheti (i piccoli assaggi di street food locale) della tradizione, a iniziare da quelli freddi: gamberi, uova di seppia, alici marinate. Il passaggio conseguente a tavola, con quelli caldi in arrivo dalla cucina, dagli immancabili folpetti ai peoci (le cozze) e molto altro. Su queste basi, sior Dino ottimizza la sua filosofia, ovvero quella di conservare e valorizzare il passato, in una Venezia patrimonio secolare, con uno sguardo continuamente rivolto al futuro ma sempre rimanendo nel solco della tradizione, di un territorio con molte storie da offrire, se non da riscoprire, in un tempo in cui, con il boom economico, anche la cucina seguiva nuove mode, a prevalenza transalpina ma un po’ «senz’anima», ovvero proponibili un po’ ovunque. Su queste basi trovare la quadra è indispensabile, a partire da chi sappia gestire la regia ai fornelli con talento e spirito conseguente.
Era il tempo in cui, il lunedì mattina, con un’ombra e due cicheti passava a salutare il fratello Bepi, cuoco in carica, Federico «Rico» Spolaore, con diverse esperienze in importanti cucine d’albergo della catena Ciga. Dino lo annusa e butta l’esca: «Non le chiedo quanto mi costa, ma soltanto di applicare la sua bravura a questa cucina», magari con qualche piccola invenzione, ma sempre nel solco della tradizione. Chef «Rico» lo guarda, paga il conto e se ne va senza rispondere. Dopo qualche giorno ritorna, stavolta non per salutare il fratello Bepi, ma per confrontarsi, occhi negli occhi, con un Boscarato felicemente rincuorato dall’aver scommesso per la giusta causa. Dall’Amelia comincia a prendere il volo. Il passaparola va oltre i confini locali e i suoi piatti hanno un primo riconoscimento con l’entrata nel circuito dei Ristoranti del Buon ricordo, nato dalla felice intuizione di Dino Villani, tra i fondatori dell’Accademia italiana della cucina. Un primo riconoscimento con il Fogher d’Oro, nel 1969, al tempo uno dei maggiori tra quelli riservati a quei locali che, tra Veneto e Friuli, nel rispetto della qualità, sapevano valorizzare al meglio le rispettive cucine locali. Nel 1970 altro cambio di passo. Parte la ristrutturazione della vecchia Amelia, grazie all’architetto Luigi Carrer che, oltre a decorare gli interni con un tratto personale, si inventa il logo che poi diventerà un’icona conosciuta e ambita dai vari pellegrini golosi. Un pesce con un bel cappellone da chef. Messaggio neanche tanto subliminale per far intendere che, dall’Amelia, la cucina di pesce viaggia a paso doble.
Iniziano le missioni all’estero, come ad esempio a New York. Nella preparazione della lista della spesa, un involontario qui pro quo linguistico: il tradizionale stoccafisso, ovvero il merluzzo essiccato al vento delle Lofoten, nel Veneto è tradotto come baccalà mentre invece, come tale, nel resto del mondo si intende quello conservato sotto sale. Due preparazioni che richiedono un trattamento completamente diverso. Giunti alla vigilia del grande evento, i cuochi amelioti non sanno più che fare. Partono telefonate a tutti i fornitori della Grande mela ma niente da fare. Poi, all’ultimo, il miracolo: in un negozietto di Little Italy, gestito da una famiglia calabrese, ci sono dei mini stoccafissi, poco più grandi di sardine, «ma piccoli e duri come il marmo».
Bisogna fare il miracolo. I Boscarato boys vanno nell’officina meccanica dell’albergo e lì procedono alla battitura di rito usando una pressa metallica destinata ad altri usi, ma il risultato al piatto risulterà molto gradito al centinaio di convitati curiosi di scoprire le vere specialità della cucina veneziana. Il giorno dopo, per premiarsi della fatica, Dino e i suoi ragazzi vanno nell’ambasciata culinaria italiana di Manhattan, «Le Cirque», di quel toscanaccio di Sirio Maccioni. E chi ti incontrano? Enzo Biagi, anche lui in trasferta yankee, che offrirà loro il pranzo, per ringraziare sior Dino di avergli assegnato, qualche mese prima, il prestigioso premio «Tavola all’Amelia». In sostanza, era successo questo. Dall’Amelia, nel tempo, diventa sempre più centro di golosità permanente del meglio dell’intellighenzia dapprima veneta e poi nazionale. Nel 1965, dalla collaborazione con il gallerista Mario Lucchesi, si pensò di dare un premio a chi si era distinto in vari settori della cultura, dalla letteratura all’arte nelle sue varie declinazioni. Come premio, la riproduzione di una scultura di Salvatore Messina.
Nell’albo d’oro ci sono nomi che hanno fatto la storia sella cultura italiana: Dino Buzzati, Leonardo Sciascia, Enzo Biagi, Uto Ughi, Carlo Rubbia, Ottavio Missoni, Ermanno Olmi. Con la possibilità, per il pubblico, sempre più fidelizzato alla «missione Amelia» di conoscerli in diretta, almeno per una sera. La gemmazione conseguente con «A Tavola con l’autore». Il tutto è nato un po’ per caso, ma bisogna avere talento per cogliere quell’occasione che può fare la differenza. Siamo nel 1983. Dall’Amelia, oramai, è un mito consolidato. Una serata è dedicata alla presentazione dell’ultima creatura editoriale di Bepi Maffioli, un gigante del connubio tra cucina, storia e cultura, La cucina veneziana, per i tipi di Franco Muzzio Editore. Come rendere il meritato onore a cotanta firma? Elementare, Watson: Boscarato si incuriosisce a ricercare tra le pagine di Maffioli lo spunto per proporre qualche ricetta originale, magari un po’ dimenticata dallo scorrere del tempo. Ed ecco riemergere un piatto del XVIII secolo, il baccalà in turbante, un’eredità del ghetto sepolta nella memoria. Uno stoccafisso messo a sobbollire lentamente con burro e latte, cui vengono poi aggiunti spinaci lessati, uova e noce moscata. Il tutto messo in forno entro uno stampo rotondo con il buco in mezzo. Ne deriva, servito al piatto, come un turbante goloso. È facile immaginarsi lo stupore dei commensali e dello stesso Maffioli. Così come il riso e fagioli con i gò, piccoli pesciolini della laguna che vivono prudentemente nascondendosi sotto i fondali per sfuggire alle reti dei piccoli veneziani che così venivano addestrati dai nonni all’arte della pesca.
Un format, quello de A tavola con l’autore» che avrà oltre 100 repliche nel corso del tempo, ad esempio con il polesano Gian Antonio Cibotto, in una serata in cui il pubblico ha scoperto quali fossero le radici del popolare riso a la sbiraglia» Durante il dominio austriaco gli sbiri (ovvero i gendarmi) di Cecco Beppe, predavano le campagne delle famiglie rurali di quanto trovavano, in primis i polli. Poi entravano in qualche osteria con sorriso sornione: «O mi cuoci bene questi polli, o ti rubo anche i tuoi». Era conseguente che la cuoca vittima di tale approccio era quanto mai generosa nel condire il tutto con quanto offrivano le risaie del vicino delta del Po.
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Narendra Modi (Ansa)
Dal 1° gennaio l’India ha assunto la presidenza dei Brics, per la prima volta alla guida del formato allargato a dieci Paesi. Narendra Modi propone una visione «humanity-first», mentre sullo sfondo pesano le tensioni commerciali con gli Stati Uniti e la sfida di rafforzare il ruolo del Global South in un contesto geopolitico instabile.
L’India ha assunto ufficialmente la presidenza dei Brics il 1° gennaio 2026, prendendo il timone del gruppo in una fase segnata da forti tensioni commerciali globali e da un quadro geopolitico in rapido mutamento. Il passaggio di consegne è avvenuto dal Brasile e affida ora a Nuova Delhi la guida di un blocco allargato a dieci Paesi, chiamato a muoversi in un contesto economico instabile.
Il primo ministro Narendra Modi ha delineato per il mandato indiano una visione definita «humanity-first», proponendo una rilettura dell’acronimo Brics come Building Resilience and Innovation for Cooperation and Sustainability. Un’impostazione che punta a rafforzare il ruolo e la voce del cosiddetto Global South, in continuità con l’approccio adottato dall’India durante la sua presidenza del G20, fortemente orientata ai temi dello sviluppo.
La leadership indiana si inserisce inoltre in un momento di rapporti commerciali tesi con gli Stati Uniti, deterioratisi dopo la rielezione di Donald Trump. Nel 2025, l’amministrazione americana ha imposto dazi elevati su alcune esportazioni indiane, un fattore che spinge Nuova Delhi a utilizzare il foro Brics per promuovere una linea di «realismo commerciale». Tra i punti chiave figurano il ricorso a regolamenti in valuta locale, la riduzione della dipendenza dal dollaro statunitense e la contrarietà a barriere commerciali unilaterali.
La presidenza del 2026 assume un peso particolare perché è la prima esercitata dall’India alla guida del formato Brics+, ampliato con l’ingresso di Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran ed Emirati Arabi Uniti, che si affiancano ai membri fondatori Russia, Cina e Sudafrica. Nuova Delhi ha individuato quattro priorità centrali per il suo mandato: resilienza, innovazione, cooperazione e sostenibilità. Tra i dossier su cui concentrare l’azione figurano lo sviluppo delle infrastrutture pubbliche digitali, il finanziamento climatico a favore dei Paesi in via di sviluppo e la riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio.
Il banco di prova politico sarà il 18° vertice Brics, atteso nel corso dell’anno proprio a New Delhi. L’appuntamento servirà a misurare la capacità dell’India di mantenere la propria autonomia strategica, bilanciando i rapporti con le grandi potenze e proponendosi al tempo stesso come ponte tra il mondo sviluppato e il Global South.
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Will Smith (Getty Images)
«Le accuse del signor Joseph riguardanti il mio cliente sono false, infondate e sconsiderate. Neghiamo categoricamente ogni addebito e utilizzeremo tutti i mezzi legali disponibili per affrontare questa vicenda e garantire che la verità venga portata alla luce», ha dichiarato alla stampa l’avvocato di Smith, Allen B. Grodsky.
Secondo la sua ricostruzione Joseph, giunto alla ribalta come uno dei primi tre finalisti di America’s Got Talent nel 2018, era stato invitato a casa di Smith a novembre 2024 per suonare per la star di Hollywood. Durante l’incontro era stato poi ingaggiato per suonare al concerto di Smith a San Diego nel dicembre 2024 e poi nel successivo tour. Nell’ambito della relazione professionale, i due uomini sarebbero diventati intimi e avrebbero trascorso «molto tempo da soli». Secondo il musicista, Smith all’inizio della collaborazione avrebbe detto a Joseph: «Tu ed io abbiamo una connessione così speciale che io non ho con nessun altro».
Joseph ha affermato che durante una sosta del tour a Las Vegas nel marzo dello scorso anno, rientrando nella sua stanza d’albergo la sera dopo cena, avrebbe scoperto che qualcuno era «entrato illegittimamente» ma «senza forzare la porta» lasciando un biglietto scritto a mano che recitava: «Brian, tornerò più tardi, alle 5.30, solo noi», con un cuore e la firma «Stone F.». L’attore, che ha precisato che i membri della direzione del tour erano «le uniche persone che avevano accesso alla sua stanza», ha affermato di aver trovato, oltre al biglietto, «alcune salviette, una bottiglia di birra, uno zaino rosso, un flaconcino di farmaci per l’Hiv con il nome di un’altra persona, un orecchino e documenti di dimissione ospedaliera appartenenti a una persona a lui sconosciuta». Temendo che qualcuno «tornasse nella sua stanza» dopo la minaccia di violenza sessuale, Joseph aveva denunciato l’incidente alla sicurezza dell’hotel, alla polizia e al team di Smith, ma era stato «deriso, umiliato e svergognato» dal team dell’attore, quindi licenziato e sostituito con un altro musicista, provocandogli «grave disagio emotivo, perdita economica, danni alla reputazione e altri danni», nonché «Ptsd (sindrome post-traumatica) e altre malattie mentali». Secondo l’accusa, il musicista si sarebbe inoltre fatto carico di «significativi investimenti finanziari in preparazione del tour», che si è svolto da luglio all’inizio di settembre.
La nuova denuncia fa seguito alla causa da 3 milioni di dollari intentata l’1 dicembre dall’ex socio Bilaal Salaam contro la moglie di Smith, Jada Pinkett Smith, che lo avrebbe minacciato verbalmente.
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