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2019-01-14
Così la Mafia nigeriana gestisce (in Italia) il traffico degli organi
Ansa
Le prime riunioni si sono svolte la scorsa estate a Roma, all'ambasciata Usa, luogo in cui un magistrato di collegamento per le questioni internazionali e un funzionario dell'Fbi hanno incontrato un sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia e il pool napoletano che indaga sulla criminalità organizzata nigeriana. In quelle occasioni è avvenuto un primo scambio di notizie riservate, senza però scoprire troppo le carte. Gli statunitensi hanno chiesto informazioni sugli affari della mala nera nel litorale Domizio, terra di camorra e di mafia nigeriana, e gli investigatori napoletani hanno appreso che un flusso di denaro, proveniente con molta probabilità da un traffico internazionale di droga, faceva andata e ritorno con i money transfer e con i più occulti sistemi finanziari del deep web tra Castel Volturno e Gaeta e le metropoli Usa di Atlanta, New York City e Chicago. Con qualche passaggio, tutto ancora da approfondire, il denaro transitava anche in Canada. Un bel po' di bigliettoni verdi che passavano fra le mani dei boss dei gruppi più noti della mafia nigeriana: quelli dei Vicking, degli Eiyes e dei Black axe, tutti attivi anche in Italia, soprattutto in quell'area della Campania. Di incontri successivi ce ne sono stati diversi. A luglio anche a Napoli, in Procura, nell'ufficio del capo, Giovanni Melillo. È il procuratore in persona a coordinare l'indagine, in attesa che dal Csm arrivi la nomina di un nuovo aggiunto, il terzo che nella Direzione distrettuale antimafia andrà ad affiancare Filippo Beatrice e Giuseppe Borrelli, magistrati di lungo corso nel contrasto alla criminalità organizzata.
Qui, in via Grimaldi, a un passo da Poggioreale, chiusi negli uffici dei pm, ci sono, sotto chiave, i documenti dell'inchiesta giudiziaria sulla nuova mala nigeriana che tiene in scacco Castel Volturno e il litorale Domizio. E tra verbali e informative del Servizio centrale operativo della polizia di Stato e delle squadre mobili che ricostruiscono gli affari tradizionali, traffici di droga e di esseri umani e sfruttamento della prostituzione, è spuntato un racconto che ha tracciato una nuova pista: una nigeriana ha parlato di vendita di organi. Di mattatoi veri e propri: a Gazzanise, Villa Literno e Sant'Antimo. Una zona descritta dallo scrittore Sergio Nazzaro come «il più grande esperimento sociale libero da ogni regola». Un'area geografica multiculturale e multirazziale senza Stato e nella quale camorra e mala nigeriana hanno assunto il pieno controllo. Il posto migliore per nascondere una delle «cliniche degli orrori», come le ha definite la donna nigeriana parlando con Mary Liguori, cronista del Mattino da sempre in trincea contro la camorra che per prima ha raccontato dell'esistenza dell'indagine.
La nigeriana è ben inserita a Castel Volturno, paese del litorale in cui, stando alle stime ufficiali, vivono 1.236 nigeriani, ai quali bisogna aggiungere i clandestini, e aveva un marito criminale che la sfruttava. Poco più di un anno fa ha avuto il coraggio di denunciarlo e l'ha fatto arrestare. È stata lei a svelare di quei ragazzi, almeno tre, alcuni dei quali suoi conoscenti, che per 5.000 euro hanno venduto un rene. E ha indicato una delle improvvisate cliniche, in viale Fiume Oglio a Castel Volturno, nella quale ora non c'è più nulla ma che, a dire della testimone, fino a qualche tempo fa ospitava un medico esperto in trapianti.
In giro ormai su questa storia c'è molto chiacchiericcio. Anche tra le forze dell'ordine (dove c'è pure chi sostiene che la donna, alla quale pare piacciano le telecamere, sia in cerca di visibilità). Ma è una coincidenza inquietante che qualcuno, confermando quella ipotesi, dica che lì prima ci abitava un egiziano. E si sa che gli espiantatori professionisti di organi siano proprio al Cairo. In Egitto, dove il commercio di organi è proibito, la situazione è ben nota anche alle autorità.
In un articolo del luglio 2018 la Reuters riportava questa notizia: il Tribunale criminale del Cairo ha condannato 37 persone per traffico d'organi. Era una banda di medici, infermieri e procacciatori di vittime e clienti, molti dei quali con regolare licenza, sgominata nel 2016 grazie a un'inchiesta su cliniche e ospedali privati. Nell'operazione erano stati sequestrati anche milioni di dollari. Ma quella dell'egiziano al civico 7 di via Fiume Oglio a Castel Volturno potrebbe essere anche solo una mera coincidenza.
Il racconto dell'orrore che parte dal litorale si arricchisce ogni giorno di nuovi particolari. Giampiero Casoni, cronista giudiziario esperto dei meccanismi mafiosi dell'area aversana per averli raccontati per anni sulle agenzie di stampa dell'Alto Casertano, scrive addirittura di un «centro di cernita» per gli sventurati candidati all'espianto. E lo localizza a Lago Patria, dove, al centro delle attenzioni degli inquirenti, secondo fonti interne a chi sta indagando, ci sarebbe la figura di un certo Abu, che in Italia avrebbe anche adottato un curioso nom de guerre a metà fra lo ieratico e il paradossale: «papa Giovanni». Inutile cercare conferme in questure o tra i magistrati. L'indagine sul traffico di organi è top secret. Il capo della Direzione nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, al momento non si sbottona, ma ammette: «Sebbene non ci siano ancora riscontri completi in serie giudiziaria, terremo alta la guardia anche su questo inquietantissimo sospetto, da non sottovalutare». Parole sibilline per dire che il racconto è credibile, ma che la magistratura ci sta ancora lavorando.
Fatto sta che questa storia ha messo in luce una nuova inquietante realtà: la mafia nigeriana ha fatto un salto di qualità. Gli espianti sono sempre esistiti nel loro ambiente. È un fenomeno diffuso, legato a pratiche religiose e magiche che in Nigeria stanno provando a contrastare anche con la legislazione. Ora, però, i boss africani sembrano aver capito che c'è un business e che si può lucrare anche sugli organi. E così, oltre alla prostituzione e al traffico di droga, la mafia nigeriana, che stando alle stime della Procura antimafia, dopo Cosa nostra, 'ndrangheta, camorra e Sacra corona unita (ossia le mafie tradizionali), si è attestata come quinta mafia, pare sia entrata a gamba tesa anche nel mercato degli espianti.
È dal 2016 che l'Fbi sta lavorando su una segnalazione: un sospetto impiego di organi di dubbia provenienza in ospedali americani. I federali sono partiti dai rapimenti di ragazzini tra i 14 e i 17 anni, spesso orfani, da avviare alla prostituzione. Epicentri le periferie di Lagos e Benin City. D'altra parte, a Lagos, la più popolosa città della Nigeria, la polizia nigeriana ha trovato più volte donne segregate e costrette a mettere al mondo figli poi destinati al traffico di bambini, al mercato del sesso o alla compravendita di organi. Individuati i protagonisti del traffico e seguendo i flussi economici, i federali si sono imbattuti in un gruppo di nigeriani che ha scelto come domicilio Castel Volturno e che, paradosso, si trova in Italia con i documenti in regola. «Gente arrivata dalla Nigeria molti anni fa e che sarebbe in contatto con i boss neri delle città statunitensi», ricostruisce la giornalista del Mattino. È in questo punto che si annodano l'indagine americana e quella dell'antimafia napoletana. «È vero», sottolinea il procuratore Cafiero de Raho, «a Castel Volturno la mafia nigeriana fa affari sporchi, soprattutto con lo sfruttamento della prostituzione, del lavoro nero e con lo spaccio di droga». Il traffico di organi lo tiene fuori. Per ora.
Resti sull’Autosole, reni venduti ad Asti. Le quattro inchieste di cui non si parla
«Il traffico di organi non alimenta solo il mercato dei trapianti, ma anche i riti voodoo e la medicina tradizionale esercitata dagli stregoni». La denuncia, che risale al 2000, è del ministro dell'Interno nigeriano ed è stata riportata dall'agenzia Ansa. Il fenomeno, quindi, in Nigeria è noto ormai quasi da 20 anni. Ma l'Italia, dove i clan nigeriani sono ben insediati tanto da contendersi primati statistici e mercati con le mafie tradizionali, se ne accorge solo ora.
Sul territorio nazionale sono quattro le inchieste sugli espianti by Nigeria: oltre al fascicolo di Napoli ci sono approfondimenti in corso anche a Torino, a Roma e a Palermo. Nell'ultima inchiesta sul clan degli Eiye, che è una costola di una indagine più vasta sulla mafia nigeriana che parte dal luglio 2015, coordinata dai pm torinesi Stefano Castellani e Chiara Maina e che ha portato all'emissione di 15 misure cautelari, c'è una traccia sul traffico d'organi che parte da lontano. A fine 2010, su uno dei tre telefoni cellulari di Sajeed Kolynton Lawual, conosciuto negli ambienti della mala con il nome di Arab, residente ad Asti, viene intercettata una telefonata in lingua nigeriana. In una manciata di secondi, tale Abdul Abolade di Lagos, con il quale traffica in automobili rubate, parla di costi doganali. Poi passa al tema caldo. Abolade comunica: «Ho trovato quello che cercavi». Più di uno «e il costo è di 12 milioni di naira», la moneta nigeriana (circa 60.000 euro). Il traduttore incaricato dalla Procura ascolta più volte, poi annota qualcosa di molto inquietante: i due nigeriani stanno parlando, con pochissime possibilità di dubbio, di traffico di organi. E nello specifico di reni.
Quell'annotazione è finita in una informativa della squadra mobile ed è stata inviata in Procura. Da allora i magistrati stanno cercando di capire se Arab abbia avviato davvero una trattavia di compravendita di organi in Nigeria. E anche in quel caso i federali americani sono entrati nella partita. Quell'inchiesta, denominata Lagos, aveva fatto scoprire un traffico di identità rubate. La rete criminale nigeriana che portava ad Asti aveva spiato e poi rubato i dati di un miliardo e 300 milioni di soggetti sparsi in tutto il mondo che avevano un conto alla City Bank, oppure che avevano effettuato un qualsiasi tipo di transazione riferibile a quella banca. Ma anche ad altri istituti di credito statunitensi: la Chase Manhattan bank, la Jp Morgan e la Hsbc. Dati che, poi, la mala nigeriana, si è scoperto, ha venduto ad hacker specializzati in criminalità economica. Il capo era stato individuato: si chiama Saheed Lawal Kolynton e usava come base operativa un alloggio in corso Giulio Cesare 158 a Torino. Ma la Procura di Torino, la prima in Italia ad accorgersi della potenza della criminalità organizzata africana, aveva già capito che era in corso una forte infiltrazione della mala nigeriana.
Nel 2005 i Black axe, ricostruiscono Federica Cravero e Sarah Martinenghi su Repubblica, e i Maphite, «divisi in famiglie con boss chiamati don, che ricordano molto le mafie nostrane», si incontrano. Nasce l'operazione Athenaeum. E un pentito descrive per la prima volta i Maphite: «Sono sbarcati a Lampedusa e la gente ha paura di loro... Non hanno rispetto per la vita, hanno già sofferto troppo per arrivare in Italia». E sono spietati. Al punto tale da occuparsi di espianti. Fino a quel momento, però, si pensava che servissero solo per i loro riti tribali.
Nel 2011 arrivò anche un grido d'allarme molto serio dall'ambasciatore nigeriano a Roma: «Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenenti a sette segrete (...) riusciti a entrare in Italia principalmente con scopi criminali». E sulle sette segrete nigeriane anche Roma si era attivata. Nei faldoni c'è finito di tutto. A partire da un omicidio: una ragazza nigeriana trovata sezionata in due sacchi neri per l'immondizia lungo l'autostrada del Sole e mai identificata. Gli investigatori della Squadra mobile, coordinati dal pm Gabriele Mazzotta, analizzando una serie di ritrovamenti avvenuti anche in Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e al confine con la Francia, tutti con le stesse modalità (resti umani nel sacco della spazzatura poi finiti a bordo strada), conclusero che, siccome erano state asportate alcune parti del corpo, si trattava di riti tribali. Gli stessi riti che hanno portato in tribunale in Nigeria il calciatore Asamoah Gyan, ex attaccante dell'Udinese. L'accusa: omicidio plurimo e occultamento di cadavere allo scopo di effettuare un sacrificio che migliorasse il suo rendimento in campo. Le vittime: il rapper Castro e la sua fidanzata, Janet Badu, molto amici della punta.
L'ennesima traccia del traffico d'organi è a Palermo. E porta dritta ai centri clandestini utilizzati dalle organizzazioni criminali per smistare i rifugiati. Uno dei ritrovi era dalle parti della centrale piazza Ballarò, luogo controllato anche dalla mala nigeriana. Uno degli scafisti pentiti, Atta Nuredin Wehabrebi, eritreo, ha svelato ai magistrati: «Le persone che non possono pagare il viaggio vengono consegnate a degli egiziani che le uccidono per prelevarne gli organi e rivenderli in Egitto per una somma di circa 15.000 dollari. In particolare questi egiziani vengono attrezzati per espiantare l'organo e trasportarlo in borse termiche». Tra le vittime ci sono di sicuro dei nigeriani. E potrebbero essercene, è una delle ipotesi di chi sta indagando, anche tra i mediatori. Ultimo racconto dell'orrore, questa volta legato solo ai sacrifici umani: su un barcone in avaria a largo della Sicilia due nigeriani e tre ghanesi (poi arrestati) hanno gettato in mare alcuni compagni di viaggio per un rito propiziatorio. Un sacrificio umano offerto alle divinità in cambio di un approdo certo.
«Usano i corpi di donne e bambini anche per sacrifici e riti magici»
In Nigeria l'espianto di organi e il vilipendio dei cadaveri a scopo di sacrificio sono fenomeni diffusi. A contrastare i vecchi retaggi delle religioni tribali ci ha provato la nuova legislazione introdotta nel 1990. Nel codice penale nigeriano, infatti, è previsto che, oltre alla condanna a morte per chi commette un omicidio, sia condannato alla stessa pena anche chi sottopone una persona a un «processo di prova» iniziatica che finisce con la morte. Inoltre, è prevista una condanna a cinque anni di carcere per chi viene trovato in possesso di una testa umana o di un cranio entro sei mesi dalla sua rimozione da un corpo o da uno scheletro.
Di queste pratiche sono piene le riviste scientifiche. In un articolo accademico del 2011 sui rapimenti in Nigeria, i ricercatori della Ambrose Alli University di Ekpoma, Edo State e l'Università del Benin di Benin City, hanno sostenuto che gli obiettivi tradizionali del rapimento rituale sono i bambini. Secondo un sociologo dell'Università nigeriana Bayero di Kano, intervistato il 4 luglio 2009 da France presse, i sacerdoti tribali sono noti per queste pratiche disumane. Sul quotidiano Sahara Reporters, poi, nel 2012, è comparsa un'inchiesta giornalistica che ricostruì come in Nigeria «i membri vulnerabili della società», come donne, bambini e disabili, «vengono presi di mira e uccisi» per i riti tribali.
Maurizio Blondet, giornalista ora in pensione ma per anni indagatore delle comunità nigeriane, ha catalogato sul suo blog decine di casi di omicidio rituale. E così, ad esempio, dal Daily Trust, principale quotidiano nigeriano, edito nella capitale Abuja, in una serie di articoli del 2010, si apprende che «le uccisioni rituali in Nigeria vengono eseguite per ottenere parti del corpo umano da usare durante i riti tradizionali». Oppure, sempre la stessa fonte, fa sapere che dopo gli espianti vengono preparate pozioni e incantesimi. E ancora: il quotidiano di Lagos This Day spiega che «i ritualisti, conosciuti anche come cacciatori di teste, vanno a caccia di parti umane su richiesta degli erboristi, che li cercano per i sacrifici o per la preparazione di pozioni magiche».
Ricostruzione che fa il paio con quella del Daily Trust: «Le parti del corpo umano vengono portate agli erboristi che eseguono i rituali. I riti sono motivati dalla convinzione che possano portare potere e ricchezza a chi chiede la pozione. Si ritiene che gli incantesimi rendano invincibile una persona e la proteggano da insuccessi, malattie, incidenti e altri attacchi spirituali». Il quotidiano Punzon sottolinea che «ai nigeriani è stato fatto credere che i rituali siano efficaci». E ancora una volta il quotidiano Sahara Reporters, questa volta con un articolo del luglio 2012, afferma che «la credenza nel potere dell'omicidio rituale è molto sentita tra la popolazione della Nigeria meridionale, anche tra le persone di fedi diverse e a prescindere dai background educativi, quindi non solo tra analfabeti e tradizionalisti». Ma queste pratiche raccapriccianti non appartengono solo all'area Sud nigeriana: secondo un rapporto pubblicato da una rivista locale, Leadership, «l'omicidio rituale non è limitato a nessuna area specifica del Paese e ogni regione e tribù ha la sua usanza magica tipica». E infatti, una relazione riservata della polizia nigeriana che risale al 2009, ha indicato che le uccisioni con finalità magiche erano particolarmente diffuse nei territori di Lagos, Ogun, Kaduna, Abia, Kwara, Rivers e Kogi.
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Tutti i segreti del nuovo orrendo business su cui sta indagando pure l'Fbi Il centro è a Castel Volturno. Parla una testimone: «Lì fanno gli espianti...».In Piemonte una telefonata tra due immigrati ha svelato il prezzo di una compravendita: 60.000 euro Palermo, la sconvolgente rivelazione di uno scafista: «Chi non paga il viaggio rischia di finire smembrato».Pozioni e incantesimi per ottenere potere e denaro: a Lagos in molti considerano normale tagliare membra umane per pratiche di questo tipo Il vilipendio di cadavere? Un'abitudine.Lo speciale contiene tre articoliLe prime riunioni si sono svolte la scorsa estate a Roma, all'ambasciata Usa, luogo in cui un magistrato di collegamento per le questioni internazionali e un funzionario dell'Fbi hanno incontrato un sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia e il pool napoletano che indaga sulla criminalità organizzata nigeriana. In quelle occasioni è avvenuto un primo scambio di notizie riservate, senza però scoprire troppo le carte. Gli statunitensi hanno chiesto informazioni sugli affari della mala nera nel litorale Domizio, terra di camorra e di mafia nigeriana, e gli investigatori napoletani hanno appreso che un flusso di denaro, proveniente con molta probabilità da un traffico internazionale di droga, faceva andata e ritorno con i money transfer e con i più occulti sistemi finanziari del deep web tra Castel Volturno e Gaeta e le metropoli Usa di Atlanta, New York City e Chicago. Con qualche passaggio, tutto ancora da approfondire, il denaro transitava anche in Canada. Un bel po' di bigliettoni verdi che passavano fra le mani dei boss dei gruppi più noti della mafia nigeriana: quelli dei Vicking, degli Eiyes e dei Black axe, tutti attivi anche in Italia, soprattutto in quell'area della Campania. Di incontri successivi ce ne sono stati diversi. A luglio anche a Napoli, in Procura, nell'ufficio del capo, Giovanni Melillo. È il procuratore in persona a coordinare l'indagine, in attesa che dal Csm arrivi la nomina di un nuovo aggiunto, il terzo che nella Direzione distrettuale antimafia andrà ad affiancare Filippo Beatrice e Giuseppe Borrelli, magistrati di lungo corso nel contrasto alla criminalità organizzata.Qui, in via Grimaldi, a un passo da Poggioreale, chiusi negli uffici dei pm, ci sono, sotto chiave, i documenti dell'inchiesta giudiziaria sulla nuova mala nigeriana che tiene in scacco Castel Volturno e il litorale Domizio. E tra verbali e informative del Servizio centrale operativo della polizia di Stato e delle squadre mobili che ricostruiscono gli affari tradizionali, traffici di droga e di esseri umani e sfruttamento della prostituzione, è spuntato un racconto che ha tracciato una nuova pista: una nigeriana ha parlato di vendita di organi. Di mattatoi veri e propri: a Gazzanise, Villa Literno e Sant'Antimo. Una zona descritta dallo scrittore Sergio Nazzaro come «il più grande esperimento sociale libero da ogni regola». Un'area geografica multiculturale e multirazziale senza Stato e nella quale camorra e mala nigeriana hanno assunto il pieno controllo. Il posto migliore per nascondere una delle «cliniche degli orrori», come le ha definite la donna nigeriana parlando con Mary Liguori, cronista del Mattino da sempre in trincea contro la camorra che per prima ha raccontato dell'esistenza dell'indagine. La nigeriana è ben inserita a Castel Volturno, paese del litorale in cui, stando alle stime ufficiali, vivono 1.236 nigeriani, ai quali bisogna aggiungere i clandestini, e aveva un marito criminale che la sfruttava. Poco più di un anno fa ha avuto il coraggio di denunciarlo e l'ha fatto arrestare. È stata lei a svelare di quei ragazzi, almeno tre, alcuni dei quali suoi conoscenti, che per 5.000 euro hanno venduto un rene. E ha indicato una delle improvvisate cliniche, in viale Fiume Oglio a Castel Volturno, nella quale ora non c'è più nulla ma che, a dire della testimone, fino a qualche tempo fa ospitava un medico esperto in trapianti. In giro ormai su questa storia c'è molto chiacchiericcio. Anche tra le forze dell'ordine (dove c'è pure chi sostiene che la donna, alla quale pare piacciano le telecamere, sia in cerca di visibilità). Ma è una coincidenza inquietante che qualcuno, confermando quella ipotesi, dica che lì prima ci abitava un egiziano. E si sa che gli espiantatori professionisti di organi siano proprio al Cairo. In Egitto, dove il commercio di organi è proibito, la situazione è ben nota anche alle autorità. In un articolo del luglio 2018 la Reuters riportava questa notizia: il Tribunale criminale del Cairo ha condannato 37 persone per traffico d'organi. Era una banda di medici, infermieri e procacciatori di vittime e clienti, molti dei quali con regolare licenza, sgominata nel 2016 grazie a un'inchiesta su cliniche e ospedali privati. Nell'operazione erano stati sequestrati anche milioni di dollari. Ma quella dell'egiziano al civico 7 di via Fiume Oglio a Castel Volturno potrebbe essere anche solo una mera coincidenza. Il racconto dell'orrore che parte dal litorale si arricchisce ogni giorno di nuovi particolari. Giampiero Casoni, cronista giudiziario esperto dei meccanismi mafiosi dell'area aversana per averli raccontati per anni sulle agenzie di stampa dell'Alto Casertano, scrive addirittura di un «centro di cernita» per gli sventurati candidati all'espianto. E lo localizza a Lago Patria, dove, al centro delle attenzioni degli inquirenti, secondo fonti interne a chi sta indagando, ci sarebbe la figura di un certo Abu, che in Italia avrebbe anche adottato un curioso nom de guerre a metà fra lo ieratico e il paradossale: «papa Giovanni». Inutile cercare conferme in questure o tra i magistrati. L'indagine sul traffico di organi è top secret. Il capo della Direzione nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, al momento non si sbottona, ma ammette: «Sebbene non ci siano ancora riscontri completi in serie giudiziaria, terremo alta la guardia anche su questo inquietantissimo sospetto, da non sottovalutare». Parole sibilline per dire che il racconto è credibile, ma che la magistratura ci sta ancora lavorando.Fatto sta che questa storia ha messo in luce una nuova inquietante realtà: la mafia nigeriana ha fatto un salto di qualità. Gli espianti sono sempre esistiti nel loro ambiente. È un fenomeno diffuso, legato a pratiche religiose e magiche che in Nigeria stanno provando a contrastare anche con la legislazione. Ora, però, i boss africani sembrano aver capito che c'è un business e che si può lucrare anche sugli organi. E così, oltre alla prostituzione e al traffico di droga, la mafia nigeriana, che stando alle stime della Procura antimafia, dopo Cosa nostra, 'ndrangheta, camorra e Sacra corona unita (ossia le mafie tradizionali), si è attestata come quinta mafia, pare sia entrata a gamba tesa anche nel mercato degli espianti. È dal 2016 che l'Fbi sta lavorando su una segnalazione: un sospetto impiego di organi di dubbia provenienza in ospedali americani. I federali sono partiti dai rapimenti di ragazzini tra i 14 e i 17 anni, spesso orfani, da avviare alla prostituzione. Epicentri le periferie di Lagos e Benin City. D'altra parte, a Lagos, la più popolosa città della Nigeria, la polizia nigeriana ha trovato più volte donne segregate e costrette a mettere al mondo figli poi destinati al traffico di bambini, al mercato del sesso o alla compravendita di organi. Individuati i protagonisti del traffico e seguendo i flussi economici, i federali si sono imbattuti in un gruppo di nigeriani che ha scelto come domicilio Castel Volturno e che, paradosso, si trova in Italia con i documenti in regola. «Gente arrivata dalla Nigeria molti anni fa e che sarebbe in contatto con i boss neri delle città statunitensi», ricostruisce la giornalista del Mattino. È in questo punto che si annodano l'indagine americana e quella dell'antimafia napoletana. «È vero», sottolinea il procuratore Cafiero de Raho, «a Castel Volturno la mafia nigeriana fa affari sporchi, soprattutto con lo sfruttamento della prostituzione, del lavoro nero e con lo spaccio di droga». Il traffico di organi lo tiene fuori. Per ora.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-la-mafia-nigeriana-gestisce-in-italia-il-traffico-degli-organi-2625904389.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="resti-sullautosole-reni-venduti-ad-asti-le-quattro-inchieste-di-cui-non-si-parla" data-post-id="2625904389" data-published-at="1778439141" data-use-pagination="False"> Resti sull’Autosole, reni venduti ad Asti. Le quattro inchieste di cui non si parla «Il traffico di organi non alimenta solo il mercato dei trapianti, ma anche i riti voodoo e la medicina tradizionale esercitata dagli stregoni». La denuncia, che risale al 2000, è del ministro dell'Interno nigeriano ed è stata riportata dall'agenzia Ansa. Il fenomeno, quindi, in Nigeria è noto ormai quasi da 20 anni. Ma l'Italia, dove i clan nigeriani sono ben insediati tanto da contendersi primati statistici e mercati con le mafie tradizionali, se ne accorge solo ora. Sul territorio nazionale sono quattro le inchieste sugli espianti by Nigeria: oltre al fascicolo di Napoli ci sono approfondimenti in corso anche a Torino, a Roma e a Palermo. Nell'ultima inchiesta sul clan degli Eiye, che è una costola di una indagine più vasta sulla mafia nigeriana che parte dal luglio 2015, coordinata dai pm torinesi Stefano Castellani e Chiara Maina e che ha portato all'emissione di 15 misure cautelari, c'è una traccia sul traffico d'organi che parte da lontano. A fine 2010, su uno dei tre telefoni cellulari di Sajeed Kolynton Lawual, conosciuto negli ambienti della mala con il nome di Arab, residente ad Asti, viene intercettata una telefonata in lingua nigeriana. In una manciata di secondi, tale Abdul Abolade di Lagos, con il quale traffica in automobili rubate, parla di costi doganali. Poi passa al tema caldo. Abolade comunica: «Ho trovato quello che cercavi». Più di uno «e il costo è di 12 milioni di naira», la moneta nigeriana (circa 60.000 euro). Il traduttore incaricato dalla Procura ascolta più volte, poi annota qualcosa di molto inquietante: i due nigeriani stanno parlando, con pochissime possibilità di dubbio, di traffico di organi. E nello specifico di reni. Quell'annotazione è finita in una informativa della squadra mobile ed è stata inviata in Procura. Da allora i magistrati stanno cercando di capire se Arab abbia avviato davvero una trattavia di compravendita di organi in Nigeria. E anche in quel caso i federali americani sono entrati nella partita. Quell'inchiesta, denominata Lagos, aveva fatto scoprire un traffico di identità rubate. La rete criminale nigeriana che portava ad Asti aveva spiato e poi rubato i dati di un miliardo e 300 milioni di soggetti sparsi in tutto il mondo che avevano un conto alla City Bank, oppure che avevano effettuato un qualsiasi tipo di transazione riferibile a quella banca. Ma anche ad altri istituti di credito statunitensi: la Chase Manhattan bank, la Jp Morgan e la Hsbc. Dati che, poi, la mala nigeriana, si è scoperto, ha venduto ad hacker specializzati in criminalità economica. Il capo era stato individuato: si chiama Saheed Lawal Kolynton e usava come base operativa un alloggio in corso Giulio Cesare 158 a Torino. Ma la Procura di Torino, la prima in Italia ad accorgersi della potenza della criminalità organizzata africana, aveva già capito che era in corso una forte infiltrazione della mala nigeriana. Nel 2005 i Black axe, ricostruiscono Federica Cravero e Sarah Martinenghi su Repubblica, e i Maphite, «divisi in famiglie con boss chiamati don, che ricordano molto le mafie nostrane», si incontrano. Nasce l'operazione Athenaeum. E un pentito descrive per la prima volta i Maphite: «Sono sbarcati a Lampedusa e la gente ha paura di loro... Non hanno rispetto per la vita, hanno già sofferto troppo per arrivare in Italia». E sono spietati. Al punto tale da occuparsi di espianti. Fino a quel momento, però, si pensava che servissero solo per i loro riti tribali. Nel 2011 arrivò anche un grido d'allarme molto serio dall'ambasciatore nigeriano a Roma: «Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenenti a sette segrete (...) riusciti a entrare in Italia principalmente con scopi criminali». E sulle sette segrete nigeriane anche Roma si era attivata. Nei faldoni c'è finito di tutto. A partire da un omicidio: una ragazza nigeriana trovata sezionata in due sacchi neri per l'immondizia lungo l'autostrada del Sole e mai identificata. Gli investigatori della Squadra mobile, coordinati dal pm Gabriele Mazzotta, analizzando una serie di ritrovamenti avvenuti anche in Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e al confine con la Francia, tutti con le stesse modalità (resti umani nel sacco della spazzatura poi finiti a bordo strada), conclusero che, siccome erano state asportate alcune parti del corpo, si trattava di riti tribali. Gli stessi riti che hanno portato in tribunale in Nigeria il calciatore Asamoah Gyan, ex attaccante dell'Udinese. L'accusa: omicidio plurimo e occultamento di cadavere allo scopo di effettuare un sacrificio che migliorasse il suo rendimento in campo. Le vittime: il rapper Castro e la sua fidanzata, Janet Badu, molto amici della punta. L'ennesima traccia del traffico d'organi è a Palermo. E porta dritta ai centri clandestini utilizzati dalle organizzazioni criminali per smistare i rifugiati. Uno dei ritrovi era dalle parti della centrale piazza Ballarò, luogo controllato anche dalla mala nigeriana. Uno degli scafisti pentiti, Atta Nuredin Wehabrebi, eritreo, ha svelato ai magistrati: «Le persone che non possono pagare il viaggio vengono consegnate a degli egiziani che le uccidono per prelevarne gli organi e rivenderli in Egitto per una somma di circa 15.000 dollari. In particolare questi egiziani vengono attrezzati per espiantare l'organo e trasportarlo in borse termiche». Tra le vittime ci sono di sicuro dei nigeriani. E potrebbero essercene, è una delle ipotesi di chi sta indagando, anche tra i mediatori. Ultimo racconto dell'orrore, questa volta legato solo ai sacrifici umani: su un barcone in avaria a largo della Sicilia due nigeriani e tre ghanesi (poi arrestati) hanno gettato in mare alcuni compagni di viaggio per un rito propiziatorio. Un sacrificio umano offerto alle divinità in cambio di un approdo certo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-la-mafia-nigeriana-gestisce-in-italia-il-traffico-degli-organi-2625904389.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="usano-i-corpi-di-donne-e-bambini-anche-per-sacrifici-e-riti-magici" data-post-id="2625904389" data-published-at="1778439141" data-use-pagination="False"> «Usano i corpi di donne e bambini anche per sacrifici e riti magici» In Nigeria l'espianto di organi e il vilipendio dei cadaveri a scopo di sacrificio sono fenomeni diffusi. A contrastare i vecchi retaggi delle religioni tribali ci ha provato la nuova legislazione introdotta nel 1990. Nel codice penale nigeriano, infatti, è previsto che, oltre alla condanna a morte per chi commette un omicidio, sia condannato alla stessa pena anche chi sottopone una persona a un «processo di prova» iniziatica che finisce con la morte. Inoltre, è prevista una condanna a cinque anni di carcere per chi viene trovato in possesso di una testa umana o di un cranio entro sei mesi dalla sua rimozione da un corpo o da uno scheletro. Di queste pratiche sono piene le riviste scientifiche. In un articolo accademico del 2011 sui rapimenti in Nigeria, i ricercatori della Ambrose Alli University di Ekpoma, Edo State e l'Università del Benin di Benin City, hanno sostenuto che gli obiettivi tradizionali del rapimento rituale sono i bambini. Secondo un sociologo dell'Università nigeriana Bayero di Kano, intervistato il 4 luglio 2009 da France presse, i sacerdoti tribali sono noti per queste pratiche disumane. Sul quotidiano Sahara Reporters, poi, nel 2012, è comparsa un'inchiesta giornalistica che ricostruì come in Nigeria «i membri vulnerabili della società», come donne, bambini e disabili, «vengono presi di mira e uccisi» per i riti tribali. Maurizio Blondet, giornalista ora in pensione ma per anni indagatore delle comunità nigeriane, ha catalogato sul suo blog decine di casi di omicidio rituale. E così, ad esempio, dal Daily Trust, principale quotidiano nigeriano, edito nella capitale Abuja, in una serie di articoli del 2010, si apprende che «le uccisioni rituali in Nigeria vengono eseguite per ottenere parti del corpo umano da usare durante i riti tradizionali». Oppure, sempre la stessa fonte, fa sapere che dopo gli espianti vengono preparate pozioni e incantesimi. E ancora: il quotidiano di Lagos This Day spiega che «i ritualisti, conosciuti anche come cacciatori di teste, vanno a caccia di parti umane su richiesta degli erboristi, che li cercano per i sacrifici o per la preparazione di pozioni magiche». Ricostruzione che fa il paio con quella del Daily Trust: «Le parti del corpo umano vengono portate agli erboristi che eseguono i rituali. I riti sono motivati dalla convinzione che possano portare potere e ricchezza a chi chiede la pozione. Si ritiene che gli incantesimi rendano invincibile una persona e la proteggano da insuccessi, malattie, incidenti e altri attacchi spirituali». Il quotidiano Punzon sottolinea che «ai nigeriani è stato fatto credere che i rituali siano efficaci». E ancora una volta il quotidiano Sahara Reporters, questa volta con un articolo del luglio 2012, afferma che «la credenza nel potere dell'omicidio rituale è molto sentita tra la popolazione della Nigeria meridionale, anche tra le persone di fedi diverse e a prescindere dai background educativi, quindi non solo tra analfabeti e tradizionalisti». Ma queste pratiche raccapriccianti non appartengono solo all'area Sud nigeriana: secondo un rapporto pubblicato da una rivista locale, Leadership, «l'omicidio rituale non è limitato a nessuna area specifica del Paese e ogni regione e tribù ha la sua usanza magica tipica». E infatti, una relazione riservata della polizia nigeriana che risale al 2009, ha indicato che le uccisioni con finalità magiche erano particolarmente diffuse nei territori di Lagos, Ogun, Kaduna, Abia, Kwara, Rivers e Kogi.
Richard Hawkins (Getty Images)
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
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Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
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Fanno eccezioni le scuole in situazioni disagiate, come nelle piccole isole, nei Comuni montani, nelle zone abitate da minoranze linguistiche dove possono essere costituite classi uniche con un numero di alunni inferiori.
Il problema è che in tutta Italia nascono sempre meno bimbi, da 576.659 del 2008 siamo passati a 355.000 del 2025; il numero medio di figli per donna è sceso da 2,34 del 2008 a 1,14 del 2025 e la soglia d’obbligo della normativa vigente ostacola di fatto l’avvio del ciclo d’istruzione.
Come accade nelle frazioni romagnole di Macerone e Ponte Pietra. «Nell’arco di dieci anni a Cesena abbiamo perso il 33% delle nascite», ha spiegato l’assessore comunale alla Scuola, Elena Baredi, ricordando sul Resto del Carlino che «nel 2020 i nuovi nati erano 624, nel 2025 sono scesi a 471: 153 bambini in meno, un dato pesante se pensiamo agli effetti che avrà sulle scuole primarie nei prossimi anni».
A sedere a settembre sui banchi della prima elementare saranno i bambini nati nel 2020, inizio Covid, e dopo quello che hanno passato tra restrizioni nei giochi all’aria aperta e socialità ridotta per non dire assente, si vedono negare pure il diritto di andare a scuola nel proprio Comune. A Montesicuro, frazione di Ancona, malgrado le rassicurazioni dell’assessore comunale alle Politiche educative, Antonella Andreoli, i genitori non sono ancora certi che partirà la prima elementare. Le domande di iscrizione si sono fermate a quota 8 e rimane il rischio di dover spostare i bambini su altri plessi, con grande disagio delle famiglie malgrado sia stato promesso il trasporto scolastico.
In Toscana, sulle colline della Valdinievole, nel Comune di Massa e Cozzile, con soli 11 bambini iscritti l’Ufficio scolastico regionale potrebbe non attivare la classe prima. I cittadini hanno promosso una raccolta firme, segnalando che il Comune ha investito nel recupero di cinque appartamenti nel centro storico per attirare nuove famiglie e sarebbe un controsenso tagliare i servizi scolastici. Secondo l’associazione Gilda degli insegnanti di Lucca e Massa Carrara, la stima del calo delle iscrizioni 2026-2027 nella scuola primaria è del - 6,8% rispetto al 2025, con conseguente mancata attivazione delle classi prime.
La Puglia registra -950 iscrizioni nella scuola primaria, con perdite più importanti a Taranto (-6,76%), oltre a prevedere una diminuzione di 3.080 studenti considerando anche la secondaria di primo e secondo grado. In Sardegna, Regione col tasso di fecondità più basso in Italia per il sesto anno consecutivo (0,85 figli per donna), nel 2025 si registrarono circa 2.000 iscrizioni in meno, rispetto al 2024. La scuola elementare di Villa Carcina, frazione di Brescia, chiuderà a settembre perché non ci sono bambini, non è possibile formare le classi. Stessa sorte subiranno le elementari «Aldo Moro» di Fontana e «Giovanni Paolo II» di Rossaghe; incerta anche la sorte della scuola primaria di Temù, nell’Alta Val Camonica, dove cinque dei sette bambini che la frequentano andranno alle medie a settembre e nessuno entrerà in prima. Lo scorso settembre era stata chiusa la scuola elementare «Gianni Rodari» di Gazzolo, frazione di Lumezzane, sempre nel Bresciano.
«Stimiamo circa 420-440 nuovi iscritti in prima, contro i 600 dei primi anni 2000: una riduzione che supera il 30%», ha dichiarato Piervincenzo Di Terlizzi, dirigente scolastico dell’istituto tecnico Kennedy di Pordenone, Friuli-Venezia Giulia. In un’intervista a Tecnica della scuola ha ricordato: «Settembre 2026 segna anche l’ingresso nella scuola primaria dei bimbi nati nel 2020, anno del Covid. È un momento simbolico e concreto: questi bambini sono nati in uno dei periodi più difficili del dopoguerra, in un anno in cui le nascite in provincia hanno toccato uno dei valori più bassi degli ultimi decenni. Non è solo statistica; è la conseguenza di scelte fatte anni fa che ora si manifestano nelle nostre aule».
A febbraio, Marcello Pacifico, presidente nazionale di Anief, Sssociazione professionale e sindacale del mondo dell’Istruzione, aveva dichiarato: «Salvaguardare l’attivazione delle classi prime nei piccoli comuni significa tutelare il diritto allo studio, ma anche la coesione territoriale e la vitalità delle comunità». Secondo Anief, serve rivedere la norma del 2009 includendo le realtà demograficamente critiche nelle deroghe alla formazione delle classi per le quali non è vincolante il numero minimo di 15 alunni. Sarebbe un segnale importante, di attenzione alle politiche familiari.
Non dimentichiamo, inoltre, che il nuovo Fondo per le attività socioeducative territoriali a favore dei minori, 60 milioni di euro annui a decorrere dal 2026, (decreto firmato il 7 maggio) vedrà le sue risorse ripartite tra i Comuni tenendo conto dei dati Istat relativi alla popolazione minorile residente risultante dall’ultimo censimento. I finanziamenti calano, con il calo della natalità.
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