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2019-01-14
Così la Mafia nigeriana gestisce (in Italia) il traffico degli organi
Ansa
Le prime riunioni si sono svolte la scorsa estate a Roma, all'ambasciata Usa, luogo in cui un magistrato di collegamento per le questioni internazionali e un funzionario dell'Fbi hanno incontrato un sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia e il pool napoletano che indaga sulla criminalità organizzata nigeriana. In quelle occasioni è avvenuto un primo scambio di notizie riservate, senza però scoprire troppo le carte. Gli statunitensi hanno chiesto informazioni sugli affari della mala nera nel litorale Domizio, terra di camorra e di mafia nigeriana, e gli investigatori napoletani hanno appreso che un flusso di denaro, proveniente con molta probabilità da un traffico internazionale di droga, faceva andata e ritorno con i money transfer e con i più occulti sistemi finanziari del deep web tra Castel Volturno e Gaeta e le metropoli Usa di Atlanta, New York City e Chicago. Con qualche passaggio, tutto ancora da approfondire, il denaro transitava anche in Canada. Un bel po' di bigliettoni verdi che passavano fra le mani dei boss dei gruppi più noti della mafia nigeriana: quelli dei Vicking, degli Eiyes e dei Black axe, tutti attivi anche in Italia, soprattutto in quell'area della Campania. Di incontri successivi ce ne sono stati diversi. A luglio anche a Napoli, in Procura, nell'ufficio del capo, Giovanni Melillo. È il procuratore in persona a coordinare l'indagine, in attesa che dal Csm arrivi la nomina di un nuovo aggiunto, il terzo che nella Direzione distrettuale antimafia andrà ad affiancare Filippo Beatrice e Giuseppe Borrelli, magistrati di lungo corso nel contrasto alla criminalità organizzata.
Qui, in via Grimaldi, a un passo da Poggioreale, chiusi negli uffici dei pm, ci sono, sotto chiave, i documenti dell'inchiesta giudiziaria sulla nuova mala nigeriana che tiene in scacco Castel Volturno e il litorale Domizio. E tra verbali e informative del Servizio centrale operativo della polizia di Stato e delle squadre mobili che ricostruiscono gli affari tradizionali, traffici di droga e di esseri umani e sfruttamento della prostituzione, è spuntato un racconto che ha tracciato una nuova pista: una nigeriana ha parlato di vendita di organi. Di mattatoi veri e propri: a Gazzanise, Villa Literno e Sant'Antimo. Una zona descritta dallo scrittore Sergio Nazzaro come «il più grande esperimento sociale libero da ogni regola». Un'area geografica multiculturale e multirazziale senza Stato e nella quale camorra e mala nigeriana hanno assunto il pieno controllo. Il posto migliore per nascondere una delle «cliniche degli orrori», come le ha definite la donna nigeriana parlando con Mary Liguori, cronista del Mattino da sempre in trincea contro la camorra che per prima ha raccontato dell'esistenza dell'indagine.
La nigeriana è ben inserita a Castel Volturno, paese del litorale in cui, stando alle stime ufficiali, vivono 1.236 nigeriani, ai quali bisogna aggiungere i clandestini, e aveva un marito criminale che la sfruttava. Poco più di un anno fa ha avuto il coraggio di denunciarlo e l'ha fatto arrestare. È stata lei a svelare di quei ragazzi, almeno tre, alcuni dei quali suoi conoscenti, che per 5.000 euro hanno venduto un rene. E ha indicato una delle improvvisate cliniche, in viale Fiume Oglio a Castel Volturno, nella quale ora non c'è più nulla ma che, a dire della testimone, fino a qualche tempo fa ospitava un medico esperto in trapianti.
In giro ormai su questa storia c'è molto chiacchiericcio. Anche tra le forze dell'ordine (dove c'è pure chi sostiene che la donna, alla quale pare piacciano le telecamere, sia in cerca di visibilità). Ma è una coincidenza inquietante che qualcuno, confermando quella ipotesi, dica che lì prima ci abitava un egiziano. E si sa che gli espiantatori professionisti di organi siano proprio al Cairo. In Egitto, dove il commercio di organi è proibito, la situazione è ben nota anche alle autorità.
In un articolo del luglio 2018 la Reuters riportava questa notizia: il Tribunale criminale del Cairo ha condannato 37 persone per traffico d'organi. Era una banda di medici, infermieri e procacciatori di vittime e clienti, molti dei quali con regolare licenza, sgominata nel 2016 grazie a un'inchiesta su cliniche e ospedali privati. Nell'operazione erano stati sequestrati anche milioni di dollari. Ma quella dell'egiziano al civico 7 di via Fiume Oglio a Castel Volturno potrebbe essere anche solo una mera coincidenza.
Il racconto dell'orrore che parte dal litorale si arricchisce ogni giorno di nuovi particolari. Giampiero Casoni, cronista giudiziario esperto dei meccanismi mafiosi dell'area aversana per averli raccontati per anni sulle agenzie di stampa dell'Alto Casertano, scrive addirittura di un «centro di cernita» per gli sventurati candidati all'espianto. E lo localizza a Lago Patria, dove, al centro delle attenzioni degli inquirenti, secondo fonti interne a chi sta indagando, ci sarebbe la figura di un certo Abu, che in Italia avrebbe anche adottato un curioso nom de guerre a metà fra lo ieratico e il paradossale: «papa Giovanni». Inutile cercare conferme in questure o tra i magistrati. L'indagine sul traffico di organi è top secret. Il capo della Direzione nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, al momento non si sbottona, ma ammette: «Sebbene non ci siano ancora riscontri completi in serie giudiziaria, terremo alta la guardia anche su questo inquietantissimo sospetto, da non sottovalutare». Parole sibilline per dire che il racconto è credibile, ma che la magistratura ci sta ancora lavorando.
Fatto sta che questa storia ha messo in luce una nuova inquietante realtà: la mafia nigeriana ha fatto un salto di qualità. Gli espianti sono sempre esistiti nel loro ambiente. È un fenomeno diffuso, legato a pratiche religiose e magiche che in Nigeria stanno provando a contrastare anche con la legislazione. Ora, però, i boss africani sembrano aver capito che c'è un business e che si può lucrare anche sugli organi. E così, oltre alla prostituzione e al traffico di droga, la mafia nigeriana, che stando alle stime della Procura antimafia, dopo Cosa nostra, 'ndrangheta, camorra e Sacra corona unita (ossia le mafie tradizionali), si è attestata come quinta mafia, pare sia entrata a gamba tesa anche nel mercato degli espianti.
È dal 2016 che l'Fbi sta lavorando su una segnalazione: un sospetto impiego di organi di dubbia provenienza in ospedali americani. I federali sono partiti dai rapimenti di ragazzini tra i 14 e i 17 anni, spesso orfani, da avviare alla prostituzione. Epicentri le periferie di Lagos e Benin City. D'altra parte, a Lagos, la più popolosa città della Nigeria, la polizia nigeriana ha trovato più volte donne segregate e costrette a mettere al mondo figli poi destinati al traffico di bambini, al mercato del sesso o alla compravendita di organi. Individuati i protagonisti del traffico e seguendo i flussi economici, i federali si sono imbattuti in un gruppo di nigeriani che ha scelto come domicilio Castel Volturno e che, paradosso, si trova in Italia con i documenti in regola. «Gente arrivata dalla Nigeria molti anni fa e che sarebbe in contatto con i boss neri delle città statunitensi», ricostruisce la giornalista del Mattino. È in questo punto che si annodano l'indagine americana e quella dell'antimafia napoletana. «È vero», sottolinea il procuratore Cafiero de Raho, «a Castel Volturno la mafia nigeriana fa affari sporchi, soprattutto con lo sfruttamento della prostituzione, del lavoro nero e con lo spaccio di droga». Il traffico di organi lo tiene fuori. Per ora.
Resti sull’Autosole, reni venduti ad Asti. Le quattro inchieste di cui non si parla
«Il traffico di organi non alimenta solo il mercato dei trapianti, ma anche i riti voodoo e la medicina tradizionale esercitata dagli stregoni». La denuncia, che risale al 2000, è del ministro dell'Interno nigeriano ed è stata riportata dall'agenzia Ansa. Il fenomeno, quindi, in Nigeria è noto ormai quasi da 20 anni. Ma l'Italia, dove i clan nigeriani sono ben insediati tanto da contendersi primati statistici e mercati con le mafie tradizionali, se ne accorge solo ora.
Sul territorio nazionale sono quattro le inchieste sugli espianti by Nigeria: oltre al fascicolo di Napoli ci sono approfondimenti in corso anche a Torino, a Roma e a Palermo. Nell'ultima inchiesta sul clan degli Eiye, che è una costola di una indagine più vasta sulla mafia nigeriana che parte dal luglio 2015, coordinata dai pm torinesi Stefano Castellani e Chiara Maina e che ha portato all'emissione di 15 misure cautelari, c'è una traccia sul traffico d'organi che parte da lontano. A fine 2010, su uno dei tre telefoni cellulari di Sajeed Kolynton Lawual, conosciuto negli ambienti della mala con il nome di Arab, residente ad Asti, viene intercettata una telefonata in lingua nigeriana. In una manciata di secondi, tale Abdul Abolade di Lagos, con il quale traffica in automobili rubate, parla di costi doganali. Poi passa al tema caldo. Abolade comunica: «Ho trovato quello che cercavi». Più di uno «e il costo è di 12 milioni di naira», la moneta nigeriana (circa 60.000 euro). Il traduttore incaricato dalla Procura ascolta più volte, poi annota qualcosa di molto inquietante: i due nigeriani stanno parlando, con pochissime possibilità di dubbio, di traffico di organi. E nello specifico di reni.
Quell'annotazione è finita in una informativa della squadra mobile ed è stata inviata in Procura. Da allora i magistrati stanno cercando di capire se Arab abbia avviato davvero una trattavia di compravendita di organi in Nigeria. E anche in quel caso i federali americani sono entrati nella partita. Quell'inchiesta, denominata Lagos, aveva fatto scoprire un traffico di identità rubate. La rete criminale nigeriana che portava ad Asti aveva spiato e poi rubato i dati di un miliardo e 300 milioni di soggetti sparsi in tutto il mondo che avevano un conto alla City Bank, oppure che avevano effettuato un qualsiasi tipo di transazione riferibile a quella banca. Ma anche ad altri istituti di credito statunitensi: la Chase Manhattan bank, la Jp Morgan e la Hsbc. Dati che, poi, la mala nigeriana, si è scoperto, ha venduto ad hacker specializzati in criminalità economica. Il capo era stato individuato: si chiama Saheed Lawal Kolynton e usava come base operativa un alloggio in corso Giulio Cesare 158 a Torino. Ma la Procura di Torino, la prima in Italia ad accorgersi della potenza della criminalità organizzata africana, aveva già capito che era in corso una forte infiltrazione della mala nigeriana.
Nel 2005 i Black axe, ricostruiscono Federica Cravero e Sarah Martinenghi su Repubblica, e i Maphite, «divisi in famiglie con boss chiamati don, che ricordano molto le mafie nostrane», si incontrano. Nasce l'operazione Athenaeum. E un pentito descrive per la prima volta i Maphite: «Sono sbarcati a Lampedusa e la gente ha paura di loro... Non hanno rispetto per la vita, hanno già sofferto troppo per arrivare in Italia». E sono spietati. Al punto tale da occuparsi di espianti. Fino a quel momento, però, si pensava che servissero solo per i loro riti tribali.
Nel 2011 arrivò anche un grido d'allarme molto serio dall'ambasciatore nigeriano a Roma: «Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenenti a sette segrete (...) riusciti a entrare in Italia principalmente con scopi criminali». E sulle sette segrete nigeriane anche Roma si era attivata. Nei faldoni c'è finito di tutto. A partire da un omicidio: una ragazza nigeriana trovata sezionata in due sacchi neri per l'immondizia lungo l'autostrada del Sole e mai identificata. Gli investigatori della Squadra mobile, coordinati dal pm Gabriele Mazzotta, analizzando una serie di ritrovamenti avvenuti anche in Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e al confine con la Francia, tutti con le stesse modalità (resti umani nel sacco della spazzatura poi finiti a bordo strada), conclusero che, siccome erano state asportate alcune parti del corpo, si trattava di riti tribali. Gli stessi riti che hanno portato in tribunale in Nigeria il calciatore Asamoah Gyan, ex attaccante dell'Udinese. L'accusa: omicidio plurimo e occultamento di cadavere allo scopo di effettuare un sacrificio che migliorasse il suo rendimento in campo. Le vittime: il rapper Castro e la sua fidanzata, Janet Badu, molto amici della punta.
L'ennesima traccia del traffico d'organi è a Palermo. E porta dritta ai centri clandestini utilizzati dalle organizzazioni criminali per smistare i rifugiati. Uno dei ritrovi era dalle parti della centrale piazza Ballarò, luogo controllato anche dalla mala nigeriana. Uno degli scafisti pentiti, Atta Nuredin Wehabrebi, eritreo, ha svelato ai magistrati: «Le persone che non possono pagare il viaggio vengono consegnate a degli egiziani che le uccidono per prelevarne gli organi e rivenderli in Egitto per una somma di circa 15.000 dollari. In particolare questi egiziani vengono attrezzati per espiantare l'organo e trasportarlo in borse termiche». Tra le vittime ci sono di sicuro dei nigeriani. E potrebbero essercene, è una delle ipotesi di chi sta indagando, anche tra i mediatori. Ultimo racconto dell'orrore, questa volta legato solo ai sacrifici umani: su un barcone in avaria a largo della Sicilia due nigeriani e tre ghanesi (poi arrestati) hanno gettato in mare alcuni compagni di viaggio per un rito propiziatorio. Un sacrificio umano offerto alle divinità in cambio di un approdo certo.
«Usano i corpi di donne e bambini anche per sacrifici e riti magici»
In Nigeria l'espianto di organi e il vilipendio dei cadaveri a scopo di sacrificio sono fenomeni diffusi. A contrastare i vecchi retaggi delle religioni tribali ci ha provato la nuova legislazione introdotta nel 1990. Nel codice penale nigeriano, infatti, è previsto che, oltre alla condanna a morte per chi commette un omicidio, sia condannato alla stessa pena anche chi sottopone una persona a un «processo di prova» iniziatica che finisce con la morte. Inoltre, è prevista una condanna a cinque anni di carcere per chi viene trovato in possesso di una testa umana o di un cranio entro sei mesi dalla sua rimozione da un corpo o da uno scheletro.
Di queste pratiche sono piene le riviste scientifiche. In un articolo accademico del 2011 sui rapimenti in Nigeria, i ricercatori della Ambrose Alli University di Ekpoma, Edo State e l'Università del Benin di Benin City, hanno sostenuto che gli obiettivi tradizionali del rapimento rituale sono i bambini. Secondo un sociologo dell'Università nigeriana Bayero di Kano, intervistato il 4 luglio 2009 da France presse, i sacerdoti tribali sono noti per queste pratiche disumane. Sul quotidiano Sahara Reporters, poi, nel 2012, è comparsa un'inchiesta giornalistica che ricostruì come in Nigeria «i membri vulnerabili della società», come donne, bambini e disabili, «vengono presi di mira e uccisi» per i riti tribali.
Maurizio Blondet, giornalista ora in pensione ma per anni indagatore delle comunità nigeriane, ha catalogato sul suo blog decine di casi di omicidio rituale. E così, ad esempio, dal Daily Trust, principale quotidiano nigeriano, edito nella capitale Abuja, in una serie di articoli del 2010, si apprende che «le uccisioni rituali in Nigeria vengono eseguite per ottenere parti del corpo umano da usare durante i riti tradizionali». Oppure, sempre la stessa fonte, fa sapere che dopo gli espianti vengono preparate pozioni e incantesimi. E ancora: il quotidiano di Lagos This Day spiega che «i ritualisti, conosciuti anche come cacciatori di teste, vanno a caccia di parti umane su richiesta degli erboristi, che li cercano per i sacrifici o per la preparazione di pozioni magiche».
Ricostruzione che fa il paio con quella del Daily Trust: «Le parti del corpo umano vengono portate agli erboristi che eseguono i rituali. I riti sono motivati dalla convinzione che possano portare potere e ricchezza a chi chiede la pozione. Si ritiene che gli incantesimi rendano invincibile una persona e la proteggano da insuccessi, malattie, incidenti e altri attacchi spirituali». Il quotidiano Punzon sottolinea che «ai nigeriani è stato fatto credere che i rituali siano efficaci». E ancora una volta il quotidiano Sahara Reporters, questa volta con un articolo del luglio 2012, afferma che «la credenza nel potere dell'omicidio rituale è molto sentita tra la popolazione della Nigeria meridionale, anche tra le persone di fedi diverse e a prescindere dai background educativi, quindi non solo tra analfabeti e tradizionalisti». Ma queste pratiche raccapriccianti non appartengono solo all'area Sud nigeriana: secondo un rapporto pubblicato da una rivista locale, Leadership, «l'omicidio rituale non è limitato a nessuna area specifica del Paese e ogni regione e tribù ha la sua usanza magica tipica». E infatti, una relazione riservata della polizia nigeriana che risale al 2009, ha indicato che le uccisioni con finalità magiche erano particolarmente diffuse nei territori di Lagos, Ogun, Kaduna, Abia, Kwara, Rivers e Kogi.
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Tutti i segreti del nuovo orrendo business su cui sta indagando pure l'Fbi Il centro è a Castel Volturno. Parla una testimone: «Lì fanno gli espianti...».In Piemonte una telefonata tra due immigrati ha svelato il prezzo di una compravendita: 60.000 euro Palermo, la sconvolgente rivelazione di uno scafista: «Chi non paga il viaggio rischia di finire smembrato».Pozioni e incantesimi per ottenere potere e denaro: a Lagos in molti considerano normale tagliare membra umane per pratiche di questo tipo Il vilipendio di cadavere? Un'abitudine.Lo speciale contiene tre articoliLe prime riunioni si sono svolte la scorsa estate a Roma, all'ambasciata Usa, luogo in cui un magistrato di collegamento per le questioni internazionali e un funzionario dell'Fbi hanno incontrato un sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia e il pool napoletano che indaga sulla criminalità organizzata nigeriana. In quelle occasioni è avvenuto un primo scambio di notizie riservate, senza però scoprire troppo le carte. Gli statunitensi hanno chiesto informazioni sugli affari della mala nera nel litorale Domizio, terra di camorra e di mafia nigeriana, e gli investigatori napoletani hanno appreso che un flusso di denaro, proveniente con molta probabilità da un traffico internazionale di droga, faceva andata e ritorno con i money transfer e con i più occulti sistemi finanziari del deep web tra Castel Volturno e Gaeta e le metropoli Usa di Atlanta, New York City e Chicago. Con qualche passaggio, tutto ancora da approfondire, il denaro transitava anche in Canada. Un bel po' di bigliettoni verdi che passavano fra le mani dei boss dei gruppi più noti della mafia nigeriana: quelli dei Vicking, degli Eiyes e dei Black axe, tutti attivi anche in Italia, soprattutto in quell'area della Campania. Di incontri successivi ce ne sono stati diversi. A luglio anche a Napoli, in Procura, nell'ufficio del capo, Giovanni Melillo. È il procuratore in persona a coordinare l'indagine, in attesa che dal Csm arrivi la nomina di un nuovo aggiunto, il terzo che nella Direzione distrettuale antimafia andrà ad affiancare Filippo Beatrice e Giuseppe Borrelli, magistrati di lungo corso nel contrasto alla criminalità organizzata.Qui, in via Grimaldi, a un passo da Poggioreale, chiusi negli uffici dei pm, ci sono, sotto chiave, i documenti dell'inchiesta giudiziaria sulla nuova mala nigeriana che tiene in scacco Castel Volturno e il litorale Domizio. E tra verbali e informative del Servizio centrale operativo della polizia di Stato e delle squadre mobili che ricostruiscono gli affari tradizionali, traffici di droga e di esseri umani e sfruttamento della prostituzione, è spuntato un racconto che ha tracciato una nuova pista: una nigeriana ha parlato di vendita di organi. Di mattatoi veri e propri: a Gazzanise, Villa Literno e Sant'Antimo. Una zona descritta dallo scrittore Sergio Nazzaro come «il più grande esperimento sociale libero da ogni regola». Un'area geografica multiculturale e multirazziale senza Stato e nella quale camorra e mala nigeriana hanno assunto il pieno controllo. Il posto migliore per nascondere una delle «cliniche degli orrori», come le ha definite la donna nigeriana parlando con Mary Liguori, cronista del Mattino da sempre in trincea contro la camorra che per prima ha raccontato dell'esistenza dell'indagine. La nigeriana è ben inserita a Castel Volturno, paese del litorale in cui, stando alle stime ufficiali, vivono 1.236 nigeriani, ai quali bisogna aggiungere i clandestini, e aveva un marito criminale che la sfruttava. Poco più di un anno fa ha avuto il coraggio di denunciarlo e l'ha fatto arrestare. È stata lei a svelare di quei ragazzi, almeno tre, alcuni dei quali suoi conoscenti, che per 5.000 euro hanno venduto un rene. E ha indicato una delle improvvisate cliniche, in viale Fiume Oglio a Castel Volturno, nella quale ora non c'è più nulla ma che, a dire della testimone, fino a qualche tempo fa ospitava un medico esperto in trapianti. In giro ormai su questa storia c'è molto chiacchiericcio. Anche tra le forze dell'ordine (dove c'è pure chi sostiene che la donna, alla quale pare piacciano le telecamere, sia in cerca di visibilità). Ma è una coincidenza inquietante che qualcuno, confermando quella ipotesi, dica che lì prima ci abitava un egiziano. E si sa che gli espiantatori professionisti di organi siano proprio al Cairo. In Egitto, dove il commercio di organi è proibito, la situazione è ben nota anche alle autorità. In un articolo del luglio 2018 la Reuters riportava questa notizia: il Tribunale criminale del Cairo ha condannato 37 persone per traffico d'organi. Era una banda di medici, infermieri e procacciatori di vittime e clienti, molti dei quali con regolare licenza, sgominata nel 2016 grazie a un'inchiesta su cliniche e ospedali privati. Nell'operazione erano stati sequestrati anche milioni di dollari. Ma quella dell'egiziano al civico 7 di via Fiume Oglio a Castel Volturno potrebbe essere anche solo una mera coincidenza. Il racconto dell'orrore che parte dal litorale si arricchisce ogni giorno di nuovi particolari. Giampiero Casoni, cronista giudiziario esperto dei meccanismi mafiosi dell'area aversana per averli raccontati per anni sulle agenzie di stampa dell'Alto Casertano, scrive addirittura di un «centro di cernita» per gli sventurati candidati all'espianto. E lo localizza a Lago Patria, dove, al centro delle attenzioni degli inquirenti, secondo fonti interne a chi sta indagando, ci sarebbe la figura di un certo Abu, che in Italia avrebbe anche adottato un curioso nom de guerre a metà fra lo ieratico e il paradossale: «papa Giovanni». Inutile cercare conferme in questure o tra i magistrati. L'indagine sul traffico di organi è top secret. Il capo della Direzione nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, al momento non si sbottona, ma ammette: «Sebbene non ci siano ancora riscontri completi in serie giudiziaria, terremo alta la guardia anche su questo inquietantissimo sospetto, da non sottovalutare». Parole sibilline per dire che il racconto è credibile, ma che la magistratura ci sta ancora lavorando.Fatto sta che questa storia ha messo in luce una nuova inquietante realtà: la mafia nigeriana ha fatto un salto di qualità. Gli espianti sono sempre esistiti nel loro ambiente. È un fenomeno diffuso, legato a pratiche religiose e magiche che in Nigeria stanno provando a contrastare anche con la legislazione. Ora, però, i boss africani sembrano aver capito che c'è un business e che si può lucrare anche sugli organi. E così, oltre alla prostituzione e al traffico di droga, la mafia nigeriana, che stando alle stime della Procura antimafia, dopo Cosa nostra, 'ndrangheta, camorra e Sacra corona unita (ossia le mafie tradizionali), si è attestata come quinta mafia, pare sia entrata a gamba tesa anche nel mercato degli espianti. È dal 2016 che l'Fbi sta lavorando su una segnalazione: un sospetto impiego di organi di dubbia provenienza in ospedali americani. I federali sono partiti dai rapimenti di ragazzini tra i 14 e i 17 anni, spesso orfani, da avviare alla prostituzione. Epicentri le periferie di Lagos e Benin City. D'altra parte, a Lagos, la più popolosa città della Nigeria, la polizia nigeriana ha trovato più volte donne segregate e costrette a mettere al mondo figli poi destinati al traffico di bambini, al mercato del sesso o alla compravendita di organi. Individuati i protagonisti del traffico e seguendo i flussi economici, i federali si sono imbattuti in un gruppo di nigeriani che ha scelto come domicilio Castel Volturno e che, paradosso, si trova in Italia con i documenti in regola. «Gente arrivata dalla Nigeria molti anni fa e che sarebbe in contatto con i boss neri delle città statunitensi», ricostruisce la giornalista del Mattino. È in questo punto che si annodano l'indagine americana e quella dell'antimafia napoletana. «È vero», sottolinea il procuratore Cafiero de Raho, «a Castel Volturno la mafia nigeriana fa affari sporchi, soprattutto con lo sfruttamento della prostituzione, del lavoro nero e con lo spaccio di droga». Il traffico di organi lo tiene fuori. Per ora.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-la-mafia-nigeriana-gestisce-in-italia-il-traffico-degli-organi-2625904389.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="resti-sullautosole-reni-venduti-ad-asti-le-quattro-inchieste-di-cui-non-si-parla" data-post-id="2625904389" data-published-at="1778480202" data-use-pagination="False"> Resti sull’Autosole, reni venduti ad Asti. Le quattro inchieste di cui non si parla «Il traffico di organi non alimenta solo il mercato dei trapianti, ma anche i riti voodoo e la medicina tradizionale esercitata dagli stregoni». La denuncia, che risale al 2000, è del ministro dell'Interno nigeriano ed è stata riportata dall'agenzia Ansa. Il fenomeno, quindi, in Nigeria è noto ormai quasi da 20 anni. Ma l'Italia, dove i clan nigeriani sono ben insediati tanto da contendersi primati statistici e mercati con le mafie tradizionali, se ne accorge solo ora. Sul territorio nazionale sono quattro le inchieste sugli espianti by Nigeria: oltre al fascicolo di Napoli ci sono approfondimenti in corso anche a Torino, a Roma e a Palermo. Nell'ultima inchiesta sul clan degli Eiye, che è una costola di una indagine più vasta sulla mafia nigeriana che parte dal luglio 2015, coordinata dai pm torinesi Stefano Castellani e Chiara Maina e che ha portato all'emissione di 15 misure cautelari, c'è una traccia sul traffico d'organi che parte da lontano. A fine 2010, su uno dei tre telefoni cellulari di Sajeed Kolynton Lawual, conosciuto negli ambienti della mala con il nome di Arab, residente ad Asti, viene intercettata una telefonata in lingua nigeriana. In una manciata di secondi, tale Abdul Abolade di Lagos, con il quale traffica in automobili rubate, parla di costi doganali. Poi passa al tema caldo. Abolade comunica: «Ho trovato quello che cercavi». Più di uno «e il costo è di 12 milioni di naira», la moneta nigeriana (circa 60.000 euro). Il traduttore incaricato dalla Procura ascolta più volte, poi annota qualcosa di molto inquietante: i due nigeriani stanno parlando, con pochissime possibilità di dubbio, di traffico di organi. E nello specifico di reni. Quell'annotazione è finita in una informativa della squadra mobile ed è stata inviata in Procura. Da allora i magistrati stanno cercando di capire se Arab abbia avviato davvero una trattavia di compravendita di organi in Nigeria. E anche in quel caso i federali americani sono entrati nella partita. Quell'inchiesta, denominata Lagos, aveva fatto scoprire un traffico di identità rubate. La rete criminale nigeriana che portava ad Asti aveva spiato e poi rubato i dati di un miliardo e 300 milioni di soggetti sparsi in tutto il mondo che avevano un conto alla City Bank, oppure che avevano effettuato un qualsiasi tipo di transazione riferibile a quella banca. Ma anche ad altri istituti di credito statunitensi: la Chase Manhattan bank, la Jp Morgan e la Hsbc. Dati che, poi, la mala nigeriana, si è scoperto, ha venduto ad hacker specializzati in criminalità economica. Il capo era stato individuato: si chiama Saheed Lawal Kolynton e usava come base operativa un alloggio in corso Giulio Cesare 158 a Torino. Ma la Procura di Torino, la prima in Italia ad accorgersi della potenza della criminalità organizzata africana, aveva già capito che era in corso una forte infiltrazione della mala nigeriana. Nel 2005 i Black axe, ricostruiscono Federica Cravero e Sarah Martinenghi su Repubblica, e i Maphite, «divisi in famiglie con boss chiamati don, che ricordano molto le mafie nostrane», si incontrano. Nasce l'operazione Athenaeum. E un pentito descrive per la prima volta i Maphite: «Sono sbarcati a Lampedusa e la gente ha paura di loro... Non hanno rispetto per la vita, hanno già sofferto troppo per arrivare in Italia». E sono spietati. Al punto tale da occuparsi di espianti. Fino a quel momento, però, si pensava che servissero solo per i loro riti tribali. Nel 2011 arrivò anche un grido d'allarme molto serio dall'ambasciatore nigeriano a Roma: «Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenenti a sette segrete (...) riusciti a entrare in Italia principalmente con scopi criminali». E sulle sette segrete nigeriane anche Roma si era attivata. Nei faldoni c'è finito di tutto. A partire da un omicidio: una ragazza nigeriana trovata sezionata in due sacchi neri per l'immondizia lungo l'autostrada del Sole e mai identificata. Gli investigatori della Squadra mobile, coordinati dal pm Gabriele Mazzotta, analizzando una serie di ritrovamenti avvenuti anche in Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e al confine con la Francia, tutti con le stesse modalità (resti umani nel sacco della spazzatura poi finiti a bordo strada), conclusero che, siccome erano state asportate alcune parti del corpo, si trattava di riti tribali. Gli stessi riti che hanno portato in tribunale in Nigeria il calciatore Asamoah Gyan, ex attaccante dell'Udinese. L'accusa: omicidio plurimo e occultamento di cadavere allo scopo di effettuare un sacrificio che migliorasse il suo rendimento in campo. Le vittime: il rapper Castro e la sua fidanzata, Janet Badu, molto amici della punta. L'ennesima traccia del traffico d'organi è a Palermo. E porta dritta ai centri clandestini utilizzati dalle organizzazioni criminali per smistare i rifugiati. Uno dei ritrovi era dalle parti della centrale piazza Ballarò, luogo controllato anche dalla mala nigeriana. Uno degli scafisti pentiti, Atta Nuredin Wehabrebi, eritreo, ha svelato ai magistrati: «Le persone che non possono pagare il viaggio vengono consegnate a degli egiziani che le uccidono per prelevarne gli organi e rivenderli in Egitto per una somma di circa 15.000 dollari. In particolare questi egiziani vengono attrezzati per espiantare l'organo e trasportarlo in borse termiche». Tra le vittime ci sono di sicuro dei nigeriani. E potrebbero essercene, è una delle ipotesi di chi sta indagando, anche tra i mediatori. Ultimo racconto dell'orrore, questa volta legato solo ai sacrifici umani: su un barcone in avaria a largo della Sicilia due nigeriani e tre ghanesi (poi arrestati) hanno gettato in mare alcuni compagni di viaggio per un rito propiziatorio. Un sacrificio umano offerto alle divinità in cambio di un approdo certo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-la-mafia-nigeriana-gestisce-in-italia-il-traffico-degli-organi-2625904389.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="usano-i-corpi-di-donne-e-bambini-anche-per-sacrifici-e-riti-magici" data-post-id="2625904389" data-published-at="1778480202" data-use-pagination="False"> «Usano i corpi di donne e bambini anche per sacrifici e riti magici» In Nigeria l'espianto di organi e il vilipendio dei cadaveri a scopo di sacrificio sono fenomeni diffusi. A contrastare i vecchi retaggi delle religioni tribali ci ha provato la nuova legislazione introdotta nel 1990. Nel codice penale nigeriano, infatti, è previsto che, oltre alla condanna a morte per chi commette un omicidio, sia condannato alla stessa pena anche chi sottopone una persona a un «processo di prova» iniziatica che finisce con la morte. Inoltre, è prevista una condanna a cinque anni di carcere per chi viene trovato in possesso di una testa umana o di un cranio entro sei mesi dalla sua rimozione da un corpo o da uno scheletro. Di queste pratiche sono piene le riviste scientifiche. In un articolo accademico del 2011 sui rapimenti in Nigeria, i ricercatori della Ambrose Alli University di Ekpoma, Edo State e l'Università del Benin di Benin City, hanno sostenuto che gli obiettivi tradizionali del rapimento rituale sono i bambini. Secondo un sociologo dell'Università nigeriana Bayero di Kano, intervistato il 4 luglio 2009 da France presse, i sacerdoti tribali sono noti per queste pratiche disumane. Sul quotidiano Sahara Reporters, poi, nel 2012, è comparsa un'inchiesta giornalistica che ricostruì come in Nigeria «i membri vulnerabili della società», come donne, bambini e disabili, «vengono presi di mira e uccisi» per i riti tribali. Maurizio Blondet, giornalista ora in pensione ma per anni indagatore delle comunità nigeriane, ha catalogato sul suo blog decine di casi di omicidio rituale. E così, ad esempio, dal Daily Trust, principale quotidiano nigeriano, edito nella capitale Abuja, in una serie di articoli del 2010, si apprende che «le uccisioni rituali in Nigeria vengono eseguite per ottenere parti del corpo umano da usare durante i riti tradizionali». Oppure, sempre la stessa fonte, fa sapere che dopo gli espianti vengono preparate pozioni e incantesimi. E ancora: il quotidiano di Lagos This Day spiega che «i ritualisti, conosciuti anche come cacciatori di teste, vanno a caccia di parti umane su richiesta degli erboristi, che li cercano per i sacrifici o per la preparazione di pozioni magiche». Ricostruzione che fa il paio con quella del Daily Trust: «Le parti del corpo umano vengono portate agli erboristi che eseguono i rituali. I riti sono motivati dalla convinzione che possano portare potere e ricchezza a chi chiede la pozione. Si ritiene che gli incantesimi rendano invincibile una persona e la proteggano da insuccessi, malattie, incidenti e altri attacchi spirituali». Il quotidiano Punzon sottolinea che «ai nigeriani è stato fatto credere che i rituali siano efficaci». E ancora una volta il quotidiano Sahara Reporters, questa volta con un articolo del luglio 2012, afferma che «la credenza nel potere dell'omicidio rituale è molto sentita tra la popolazione della Nigeria meridionale, anche tra le persone di fedi diverse e a prescindere dai background educativi, quindi non solo tra analfabeti e tradizionalisti». Ma queste pratiche raccapriccianti non appartengono solo all'area Sud nigeriana: secondo un rapporto pubblicato da una rivista locale, Leadership, «l'omicidio rituale non è limitato a nessuna area specifica del Paese e ogni regione e tribù ha la sua usanza magica tipica». E infatti, una relazione riservata della polizia nigeriana che risale al 2009, ha indicato che le uccisioni con finalità magiche erano particolarmente diffuse nei territori di Lagos, Ogun, Kaduna, Abia, Kwara, Rivers e Kogi.
La caserma Tenente Francesco Lillo della Guardia di Finanza di Pavia (Ansa)
È il passaggio, nelle contestazioni lette ad Andrea Sempio, unico indagato per il delitto di Chiara Poggi, durante l’interrogatorio del 6 maggio scorso, che segna il punto di rottura definitivo della nuova inchiesta sul giallo di Garlasco e il cambio radicale della prospettiva investigativa. Nella stessa contestazione i magistrati sostengono che dall’indagine «sono emersi nuovi elementi che destituiscono di qualsiasi fondamento il «movente pornografico» in capo ad Alberto Stasi e per contro forniscono solidi elementi sul tentativo dell’approccio sessuale di Sempio». E subito dopo: «L’emersione delle responsabilità di Sempio si intreccia indissolubilmente con lo sgretolamento della responsabilità di Stasi». La Procura scrive anche che «l’attività investigativa svolta nel presente procedimento ha fatto venire alla luce circostanze ed elementi fattuali del tutto nuovi rispetto alle indagini dell’epoca e rispetto ai procedimenti successivi», quelli poi finiti in archivio. E vengono sottolineate le «evidenti omissioni» negli atti della sezione di Polizia giudiziaria della Procura di Pavia, ovvero la «Squadretta» che lavorava con l’ex procuratore Mario Venditti. Ma c’è un giorno preciso in cui il destino giudiziario dei due deve essersi praticamente intrecciato. E coincide con la convocazione per l’interrogatorio. Sempio non si presenta. Stasi sì. Quando il verbale di Stasi è ormai chiuso e manca soltanto la rilettura del verbale, la notizia dell’assenza di Sempio arriva anche lì.
L’annotazione che accompagna il verbale descrive perfino un gesto di Stasi: «Due occhiate, la prima all’avvocato Antonio De Rensis e la seconda alla collega Giada Bocellari», con le quali «invita» i due «a guardare la telecamera, verosimilmente al fine di ricordare loro che la registrazione è ancora attiva». È De Rensis in quel momento a spiegare che «hanno battuto la notizia gli organi di stampa, non è un’indiscrezione…». E arriva la frase secca: «Totale mancanza di rispetto». Stasi la pronuncia a bassa voce, ma abbastanza forte da restare impressa nella registrazione. Solo pochi istanti prima l’interrogatorio era andato dritto sul punto focale dell’inchiesta: i video intimi tra Chiara e Alberto. La domanda è precisa: Chiara gli aveva mai detto che il fratello Marco fosse a conoscenza dell’esistenza di quei video? La risposta arriva esitante, frammentata: «Oggi non mi ricordo, ma direi di no! Tendo ad escluderlo… ecco». La Procura ipotizza che Marco conoscesse l’esistenza di quei file e che Sempio possa essere riuscito a copiarli dal computer di casa Poggi o a sottrarli da una pen drive. Marco Poggi, invece, nel suo ultimo verbale ha dichiarato: «Non mi so dare una spiegazione. L’unica plausibile, seppure assurda, visto che nell’intercettazione si parla di una chiavetta con video intimi, è che Sempio ha preso una penna usb che c’era in camera di Chiara e se l’è portata a casa». Del video era a conoscenza anche una delle cugine di Chiara, Stefania Cappa. Ma c’è un altro dato che emerge con forza dagli interrogatori: secondo Stasi, Chiara non gli parlò mai di Sempio. Né di avance. Né delle tre telefonate effettuate tra il 7 e l’8 agosto 2007 (che oggi vengono considerate un indizio importante). Quando il procuratore Fabio Napoleone gli chiede se Chiara gli avesse mai riferito di quei contatti, la risposta è netta: «No… non me l’ha riferito… non l’ha fatto». E poi una riflessione più lunga, quasi un tentativo di dare un senso a quel silenzio: «Non saprei dare un motivo... del perché non me l’ha detto, però sicuramente non me l’ha detto». Poi il procuratore cambia prospettiva e gli chiede direttamente se Chiara gli avesse mai parlato di Sempio. La risposta è ancora più secca: «No, no. Mai visto, mai sentito, confermo che prima di leggere quelle sit non sapevo neanche esistesse». Il riferimento è alle informazioni testimoniali raccolte all’epoca dalla Procura di Vigevano. E proprio lì emerge un dettaglio rimasto negli anni uno dei più controversi dell’intera vicenda: lo scontrino del parcheggio. «Mi aveva personalmente incuriosito, insospettito, la questione dello scontrino», afferma Stasi, «mi aveva lasciato un po’ sorpreso, perché io normalmente non conservo uno scontrino del parcheggio per anni e lo esibisco al bisogno». Nel 2017, però, fu sufficiente a scagionare Sempio.
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Figlio di immigrati della Lucania, Rocco Anthony Petrone fu direttore di lancio e dell’intero programma spaziale
Andrea Sempio e Chiara Poggi (Ansa)
Ogni giorno infatti veniamo a conoscenza di fatti che inducono a chiederci se davvero quella sull’omicidio di una ragazza di appena 26 anni fu un’inchiesta condotta male, con scarsa professionalità degli inquirenti, o piuttosto si sia tratto di qualche cosa di più grave, ovvero di un vero e proprio depistaggio per salvare un colpevole. Come abbiamo appreso dal caso Tortora in poi, si può finire dietro le sbarre per la trascuratezza di chi ha il compito di indagare. Si può essere arrestati per uno scambio di persona, come avvenne con Daniele Barillà, un piccolo imprenditore che ebbe la sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, cosa che gli costò sette anni di prigione da innocente. Si può essere trascinati in manette dentro un’auto della polizia perché nessuno si è premurato di controllare un numero di telefono, oppure perché si è fatta una chiamata dal cellulare sbagliato. Tutto ciò attiene agli errori giudiziari o se preferite agli orrori della nostra giustizia. Ma il caso Garlasco è diverso. Nella vicenda che ha portato alla condanna di Alberto Stasi e all’archiviazione delle accuse contro Andrea Sempio c’è qualche cosa che va oltre la negligenza degli inquirenti e apre la strada all’idea che per interessi estranei all’inchiesta, forse per denaro, si volesse salvare il commesso di un negozio di computer.
L’inchiesta ancora aperta contro l’ex procuratore di Pavia, del resto, suppone la corruzione e accusa il padre di Sempio di aver pagato decine di migliaia di euro. Ovviamente le accuse devono essere provate e convalidate da una sentenza definitiva. Tuttavia, nelle carte ci sono infinite stranezze che inducono a sospettare che qualche cosa di anomalo sia avvenuto. Per esempio i contatti tra Sempio e gli uomini della polizia giudiziaria, così inusuali e prolungati. Oppure gli interrogatori degli amici di Marco Poggi, il fratello della vittima. Tutti effettuati alla stessa ora dagli stessi ufficiali di polizia giudiziaria, quasi che invece di singoli fossero collettivi. Oppure i verbali che riportano la testimonianza dello stesso Sempio, ma non le interruzioni e soprattutto l’intervento di un’ambulanza in soccorso del commesso, il quale, di fronte alle domande degli inquirenti, si sarebbe sentito male, ma gli investigatori avrebbero taciuto del malessere ai pm. Tutti errori, tutte dimenticanze casuali? Sarà, ma gli stessi magistrati hanno iscritto nel registro degli indagati chi aveva il compito di investigare. E quando mai si è visto che l’ex procuratore e una squadra di agenti di polizia giudiziaria finissero accusati di aver nascosto degli indizi o, peggio, di essersi fatti corrompere dalle persone su cui dovevano indagare?
L’ultima notizia riguarda un’ex pm che sostenne l’accusa contro Stasi, che una volta lasciata Pavia per Milano, dove ha ricoperto la carica di sostituta procuratrice generale, per i familiari di Chiara Poggi sarebbe stata la persona a cui rivolgersi per cercare di fermare l’inchiesta bis contro Andrea Sempio. In pratica, i genitori della vittima speravano di poter impedire che si tornasse a indagare sul delitto attraverso un intervento dall’alto, cioè della Procura generale di Milano. Un esposto contro i pm di Pavia per fermare l’inchiesta, che secondo i Poggi sarebbe stato suggerito dall’ex pubblico ministero, è il perfetto corollario di una vicenda dove appare chiaro che l’errore giudiziario è l’aspetto minore e meno inquietante.
A Garlasco emerge una commistione di interessi e di pressioni che nulla hanno a che fare con la giustizia. C’è un giallo nel giallo, che va oltre l’assassinio di Chiara, e coinvolge chi aveva il compito di fare le indagini e assicurare alla giustizia il colpevole ma non lo ha fatto. In questo caso, a prescindere da Stasi e Sempio, nulla torna. Io mi auguro che prima o poi si stabilisca in via definitiva chi è il killer della giovane. Ma mi domando anche come evitare che un domani non si ripeta un caso del genere, con magistrati accusati di essersi fatti corrompere e uomini della polizia giudiziaria imputati di aver lavorato per salvare i colpevoli invece di consegnarli alla giustizia.
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Luca Zaia (Imagoeconomica)
Tanto più se questo romanzo è forte come dice lei. «Spaccherà», ha anticipato infatti. Perciò noi non vediamo l’ora di leggerlo: siamo sicuri che il suo romanzo spaccherà davvero tutto. Ma proprio tutto. Forse persino il centrodestra.
Non conosciamo ancora la trama del suo capolavoro, infatti, ma conosciamo le trame, assai meno avvincenti, che si stanno tessendo a Roma. Per esempio, si è parlato della sua partecipazione a quella che i giornali hanno definito la «convention anti Tajani» con il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto. Notizia smentita: si sa, certi retroscenisti politici sanno inventare storie più che i grandi romanzieri come lei. Però capirà che il dubbio resta: ce lo siamo chiesti tante volte negli ultimi tempi, mentre lei si esprimeva a favore dell’eutanasia («il fine vita è un diritto»), della legalizzazione della cannabis («non fa male alla salute») e delle politiche gender («scelta di civiltà»): a chi è, caro Zaia, che sta strizzando l’occhio (o anche solo l’Occhiuto)?
Trevigiano di Godega di Sant’Urbano, diplomato alla scuola enologica e poi laureato in agraria a Udine, per molti anni pr nelle discoteche del Veneto, autodefinitosi «pannelliano» e «gandhiano», leghista dai primi anni Novanta, consigliere comunale dal 1993, quindi presidente della provincia di Treviso (1998-2005), vicepresidente del Veneto (2005-2008), ministro dell’agricoltura (2008-2010) e presidente del Veneto (2010-2025), dopo che le è stato negato il terzo mandato ha optato per la carica di presidente del Consiglio regionale. E nel frattempo si tiene le mani libere per scrivere romanzi e non solo. Da qualche tempo lei si dedica a un’altra iniziativa editoriale di successo, un podcast intitolato Il fienile e girato proprio tra le balle. Di fieno, per il momento.
Ovvio: «O di paglia o di fieno, purché il corpo sia pieno», dicevano i nostri vecchi. Ma leggendo la notizia del romanzo «che spacca» ci è venuto un dubbio: non è che lei sta diventando come Veltroni? Ci pensi: scrive saggi ma anche romanzi, è vicino a chi sta con Tajani ma anche a chi fa l’anti Tajani, sostiene la politica del centrodestra ma anche i temi etici del centrosinistra. Se il suo romanzo s’intitolerà «I care» e il protagonista porterà le camicie botton down, allora capiremo che la trasformazione è compiuta. Del resto gli Happy Days ce li ha avuti pure lei. Meno felici altri giorni, quelli del Covid, quando era in prima fila per la campagna vaccinale (o «vaginale» come disse con una delle sue clamorose gaffe). Ricordo che allora citò i versi di un grande poeta del 233 a.C. Eracleonte da Gela.
Un poeta, ovviamente, mai esistito, come il grande centro. Spero che il romanzo non gliel’abbia ispirato lui.
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