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2019-01-14
Così la Mafia nigeriana gestisce (in Italia) il traffico degli organi
Ansa
Le prime riunioni si sono svolte la scorsa estate a Roma, all'ambasciata Usa, luogo in cui un magistrato di collegamento per le questioni internazionali e un funzionario dell'Fbi hanno incontrato un sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia e il pool napoletano che indaga sulla criminalità organizzata nigeriana. In quelle occasioni è avvenuto un primo scambio di notizie riservate, senza però scoprire troppo le carte. Gli statunitensi hanno chiesto informazioni sugli affari della mala nera nel litorale Domizio, terra di camorra e di mafia nigeriana, e gli investigatori napoletani hanno appreso che un flusso di denaro, proveniente con molta probabilità da un traffico internazionale di droga, faceva andata e ritorno con i money transfer e con i più occulti sistemi finanziari del deep web tra Castel Volturno e Gaeta e le metropoli Usa di Atlanta, New York City e Chicago. Con qualche passaggio, tutto ancora da approfondire, il denaro transitava anche in Canada. Un bel po' di bigliettoni verdi che passavano fra le mani dei boss dei gruppi più noti della mafia nigeriana: quelli dei Vicking, degli Eiyes e dei Black axe, tutti attivi anche in Italia, soprattutto in quell'area della Campania. Di incontri successivi ce ne sono stati diversi. A luglio anche a Napoli, in Procura, nell'ufficio del capo, Giovanni Melillo. È il procuratore in persona a coordinare l'indagine, in attesa che dal Csm arrivi la nomina di un nuovo aggiunto, il terzo che nella Direzione distrettuale antimafia andrà ad affiancare Filippo Beatrice e Giuseppe Borrelli, magistrati di lungo corso nel contrasto alla criminalità organizzata.
Qui, in via Grimaldi, a un passo da Poggioreale, chiusi negli uffici dei pm, ci sono, sotto chiave, i documenti dell'inchiesta giudiziaria sulla nuova mala nigeriana che tiene in scacco Castel Volturno e il litorale Domizio. E tra verbali e informative del Servizio centrale operativo della polizia di Stato e delle squadre mobili che ricostruiscono gli affari tradizionali, traffici di droga e di esseri umani e sfruttamento della prostituzione, è spuntato un racconto che ha tracciato una nuova pista: una nigeriana ha parlato di vendita di organi. Di mattatoi veri e propri: a Gazzanise, Villa Literno e Sant'Antimo. Una zona descritta dallo scrittore Sergio Nazzaro come «il più grande esperimento sociale libero da ogni regola». Un'area geografica multiculturale e multirazziale senza Stato e nella quale camorra e mala nigeriana hanno assunto il pieno controllo. Il posto migliore per nascondere una delle «cliniche degli orrori», come le ha definite la donna nigeriana parlando con Mary Liguori, cronista del Mattino da sempre in trincea contro la camorra che per prima ha raccontato dell'esistenza dell'indagine.
La nigeriana è ben inserita a Castel Volturno, paese del litorale in cui, stando alle stime ufficiali, vivono 1.236 nigeriani, ai quali bisogna aggiungere i clandestini, e aveva un marito criminale che la sfruttava. Poco più di un anno fa ha avuto il coraggio di denunciarlo e l'ha fatto arrestare. È stata lei a svelare di quei ragazzi, almeno tre, alcuni dei quali suoi conoscenti, che per 5.000 euro hanno venduto un rene. E ha indicato una delle improvvisate cliniche, in viale Fiume Oglio a Castel Volturno, nella quale ora non c'è più nulla ma che, a dire della testimone, fino a qualche tempo fa ospitava un medico esperto in trapianti.
In giro ormai su questa storia c'è molto chiacchiericcio. Anche tra le forze dell'ordine (dove c'è pure chi sostiene che la donna, alla quale pare piacciano le telecamere, sia in cerca di visibilità). Ma è una coincidenza inquietante che qualcuno, confermando quella ipotesi, dica che lì prima ci abitava un egiziano. E si sa che gli espiantatori professionisti di organi siano proprio al Cairo. In Egitto, dove il commercio di organi è proibito, la situazione è ben nota anche alle autorità.
In un articolo del luglio 2018 la Reuters riportava questa notizia: il Tribunale criminale del Cairo ha condannato 37 persone per traffico d'organi. Era una banda di medici, infermieri e procacciatori di vittime e clienti, molti dei quali con regolare licenza, sgominata nel 2016 grazie a un'inchiesta su cliniche e ospedali privati. Nell'operazione erano stati sequestrati anche milioni di dollari. Ma quella dell'egiziano al civico 7 di via Fiume Oglio a Castel Volturno potrebbe essere anche solo una mera coincidenza.
Il racconto dell'orrore che parte dal litorale si arricchisce ogni giorno di nuovi particolari. Giampiero Casoni, cronista giudiziario esperto dei meccanismi mafiosi dell'area aversana per averli raccontati per anni sulle agenzie di stampa dell'Alto Casertano, scrive addirittura di un «centro di cernita» per gli sventurati candidati all'espianto. E lo localizza a Lago Patria, dove, al centro delle attenzioni degli inquirenti, secondo fonti interne a chi sta indagando, ci sarebbe la figura di un certo Abu, che in Italia avrebbe anche adottato un curioso nom de guerre a metà fra lo ieratico e il paradossale: «papa Giovanni». Inutile cercare conferme in questure o tra i magistrati. L'indagine sul traffico di organi è top secret. Il capo della Direzione nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, al momento non si sbottona, ma ammette: «Sebbene non ci siano ancora riscontri completi in serie giudiziaria, terremo alta la guardia anche su questo inquietantissimo sospetto, da non sottovalutare». Parole sibilline per dire che il racconto è credibile, ma che la magistratura ci sta ancora lavorando.
Fatto sta che questa storia ha messo in luce una nuova inquietante realtà: la mafia nigeriana ha fatto un salto di qualità. Gli espianti sono sempre esistiti nel loro ambiente. È un fenomeno diffuso, legato a pratiche religiose e magiche che in Nigeria stanno provando a contrastare anche con la legislazione. Ora, però, i boss africani sembrano aver capito che c'è un business e che si può lucrare anche sugli organi. E così, oltre alla prostituzione e al traffico di droga, la mafia nigeriana, che stando alle stime della Procura antimafia, dopo Cosa nostra, 'ndrangheta, camorra e Sacra corona unita (ossia le mafie tradizionali), si è attestata come quinta mafia, pare sia entrata a gamba tesa anche nel mercato degli espianti.
È dal 2016 che l'Fbi sta lavorando su una segnalazione: un sospetto impiego di organi di dubbia provenienza in ospedali americani. I federali sono partiti dai rapimenti di ragazzini tra i 14 e i 17 anni, spesso orfani, da avviare alla prostituzione. Epicentri le periferie di Lagos e Benin City. D'altra parte, a Lagos, la più popolosa città della Nigeria, la polizia nigeriana ha trovato più volte donne segregate e costrette a mettere al mondo figli poi destinati al traffico di bambini, al mercato del sesso o alla compravendita di organi. Individuati i protagonisti del traffico e seguendo i flussi economici, i federali si sono imbattuti in un gruppo di nigeriani che ha scelto come domicilio Castel Volturno e che, paradosso, si trova in Italia con i documenti in regola. «Gente arrivata dalla Nigeria molti anni fa e che sarebbe in contatto con i boss neri delle città statunitensi», ricostruisce la giornalista del Mattino. È in questo punto che si annodano l'indagine americana e quella dell'antimafia napoletana. «È vero», sottolinea il procuratore Cafiero de Raho, «a Castel Volturno la mafia nigeriana fa affari sporchi, soprattutto con lo sfruttamento della prostituzione, del lavoro nero e con lo spaccio di droga». Il traffico di organi lo tiene fuori. Per ora.
Resti sull’Autosole, reni venduti ad Asti. Le quattro inchieste di cui non si parla
«Il traffico di organi non alimenta solo il mercato dei trapianti, ma anche i riti voodoo e la medicina tradizionale esercitata dagli stregoni». La denuncia, che risale al 2000, è del ministro dell'Interno nigeriano ed è stata riportata dall'agenzia Ansa. Il fenomeno, quindi, in Nigeria è noto ormai quasi da 20 anni. Ma l'Italia, dove i clan nigeriani sono ben insediati tanto da contendersi primati statistici e mercati con le mafie tradizionali, se ne accorge solo ora.
Sul territorio nazionale sono quattro le inchieste sugli espianti by Nigeria: oltre al fascicolo di Napoli ci sono approfondimenti in corso anche a Torino, a Roma e a Palermo. Nell'ultima inchiesta sul clan degli Eiye, che è una costola di una indagine più vasta sulla mafia nigeriana che parte dal luglio 2015, coordinata dai pm torinesi Stefano Castellani e Chiara Maina e che ha portato all'emissione di 15 misure cautelari, c'è una traccia sul traffico d'organi che parte da lontano. A fine 2010, su uno dei tre telefoni cellulari di Sajeed Kolynton Lawual, conosciuto negli ambienti della mala con il nome di Arab, residente ad Asti, viene intercettata una telefonata in lingua nigeriana. In una manciata di secondi, tale Abdul Abolade di Lagos, con il quale traffica in automobili rubate, parla di costi doganali. Poi passa al tema caldo. Abolade comunica: «Ho trovato quello che cercavi». Più di uno «e il costo è di 12 milioni di naira», la moneta nigeriana (circa 60.000 euro). Il traduttore incaricato dalla Procura ascolta più volte, poi annota qualcosa di molto inquietante: i due nigeriani stanno parlando, con pochissime possibilità di dubbio, di traffico di organi. E nello specifico di reni.
Quell'annotazione è finita in una informativa della squadra mobile ed è stata inviata in Procura. Da allora i magistrati stanno cercando di capire se Arab abbia avviato davvero una trattavia di compravendita di organi in Nigeria. E anche in quel caso i federali americani sono entrati nella partita. Quell'inchiesta, denominata Lagos, aveva fatto scoprire un traffico di identità rubate. La rete criminale nigeriana che portava ad Asti aveva spiato e poi rubato i dati di un miliardo e 300 milioni di soggetti sparsi in tutto il mondo che avevano un conto alla City Bank, oppure che avevano effettuato un qualsiasi tipo di transazione riferibile a quella banca. Ma anche ad altri istituti di credito statunitensi: la Chase Manhattan bank, la Jp Morgan e la Hsbc. Dati che, poi, la mala nigeriana, si è scoperto, ha venduto ad hacker specializzati in criminalità economica. Il capo era stato individuato: si chiama Saheed Lawal Kolynton e usava come base operativa un alloggio in corso Giulio Cesare 158 a Torino. Ma la Procura di Torino, la prima in Italia ad accorgersi della potenza della criminalità organizzata africana, aveva già capito che era in corso una forte infiltrazione della mala nigeriana.
Nel 2005 i Black axe, ricostruiscono Federica Cravero e Sarah Martinenghi su Repubblica, e i Maphite, «divisi in famiglie con boss chiamati don, che ricordano molto le mafie nostrane», si incontrano. Nasce l'operazione Athenaeum. E un pentito descrive per la prima volta i Maphite: «Sono sbarcati a Lampedusa e la gente ha paura di loro... Non hanno rispetto per la vita, hanno già sofferto troppo per arrivare in Italia». E sono spietati. Al punto tale da occuparsi di espianti. Fino a quel momento, però, si pensava che servissero solo per i loro riti tribali.
Nel 2011 arrivò anche un grido d'allarme molto serio dall'ambasciatore nigeriano a Roma: «Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenenti a sette segrete (...) riusciti a entrare in Italia principalmente con scopi criminali». E sulle sette segrete nigeriane anche Roma si era attivata. Nei faldoni c'è finito di tutto. A partire da un omicidio: una ragazza nigeriana trovata sezionata in due sacchi neri per l'immondizia lungo l'autostrada del Sole e mai identificata. Gli investigatori della Squadra mobile, coordinati dal pm Gabriele Mazzotta, analizzando una serie di ritrovamenti avvenuti anche in Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e al confine con la Francia, tutti con le stesse modalità (resti umani nel sacco della spazzatura poi finiti a bordo strada), conclusero che, siccome erano state asportate alcune parti del corpo, si trattava di riti tribali. Gli stessi riti che hanno portato in tribunale in Nigeria il calciatore Asamoah Gyan, ex attaccante dell'Udinese. L'accusa: omicidio plurimo e occultamento di cadavere allo scopo di effettuare un sacrificio che migliorasse il suo rendimento in campo. Le vittime: il rapper Castro e la sua fidanzata, Janet Badu, molto amici della punta.
L'ennesima traccia del traffico d'organi è a Palermo. E porta dritta ai centri clandestini utilizzati dalle organizzazioni criminali per smistare i rifugiati. Uno dei ritrovi era dalle parti della centrale piazza Ballarò, luogo controllato anche dalla mala nigeriana. Uno degli scafisti pentiti, Atta Nuredin Wehabrebi, eritreo, ha svelato ai magistrati: «Le persone che non possono pagare il viaggio vengono consegnate a degli egiziani che le uccidono per prelevarne gli organi e rivenderli in Egitto per una somma di circa 15.000 dollari. In particolare questi egiziani vengono attrezzati per espiantare l'organo e trasportarlo in borse termiche». Tra le vittime ci sono di sicuro dei nigeriani. E potrebbero essercene, è una delle ipotesi di chi sta indagando, anche tra i mediatori. Ultimo racconto dell'orrore, questa volta legato solo ai sacrifici umani: su un barcone in avaria a largo della Sicilia due nigeriani e tre ghanesi (poi arrestati) hanno gettato in mare alcuni compagni di viaggio per un rito propiziatorio. Un sacrificio umano offerto alle divinità in cambio di un approdo certo.
«Usano i corpi di donne e bambini anche per sacrifici e riti magici»
In Nigeria l'espianto di organi e il vilipendio dei cadaveri a scopo di sacrificio sono fenomeni diffusi. A contrastare i vecchi retaggi delle religioni tribali ci ha provato la nuova legislazione introdotta nel 1990. Nel codice penale nigeriano, infatti, è previsto che, oltre alla condanna a morte per chi commette un omicidio, sia condannato alla stessa pena anche chi sottopone una persona a un «processo di prova» iniziatica che finisce con la morte. Inoltre, è prevista una condanna a cinque anni di carcere per chi viene trovato in possesso di una testa umana o di un cranio entro sei mesi dalla sua rimozione da un corpo o da uno scheletro.
Di queste pratiche sono piene le riviste scientifiche. In un articolo accademico del 2011 sui rapimenti in Nigeria, i ricercatori della Ambrose Alli University di Ekpoma, Edo State e l'Università del Benin di Benin City, hanno sostenuto che gli obiettivi tradizionali del rapimento rituale sono i bambini. Secondo un sociologo dell'Università nigeriana Bayero di Kano, intervistato il 4 luglio 2009 da France presse, i sacerdoti tribali sono noti per queste pratiche disumane. Sul quotidiano Sahara Reporters, poi, nel 2012, è comparsa un'inchiesta giornalistica che ricostruì come in Nigeria «i membri vulnerabili della società», come donne, bambini e disabili, «vengono presi di mira e uccisi» per i riti tribali.
Maurizio Blondet, giornalista ora in pensione ma per anni indagatore delle comunità nigeriane, ha catalogato sul suo blog decine di casi di omicidio rituale. E così, ad esempio, dal Daily Trust, principale quotidiano nigeriano, edito nella capitale Abuja, in una serie di articoli del 2010, si apprende che «le uccisioni rituali in Nigeria vengono eseguite per ottenere parti del corpo umano da usare durante i riti tradizionali». Oppure, sempre la stessa fonte, fa sapere che dopo gli espianti vengono preparate pozioni e incantesimi. E ancora: il quotidiano di Lagos This Day spiega che «i ritualisti, conosciuti anche come cacciatori di teste, vanno a caccia di parti umane su richiesta degli erboristi, che li cercano per i sacrifici o per la preparazione di pozioni magiche».
Ricostruzione che fa il paio con quella del Daily Trust: «Le parti del corpo umano vengono portate agli erboristi che eseguono i rituali. I riti sono motivati dalla convinzione che possano portare potere e ricchezza a chi chiede la pozione. Si ritiene che gli incantesimi rendano invincibile una persona e la proteggano da insuccessi, malattie, incidenti e altri attacchi spirituali». Il quotidiano Punzon sottolinea che «ai nigeriani è stato fatto credere che i rituali siano efficaci». E ancora una volta il quotidiano Sahara Reporters, questa volta con un articolo del luglio 2012, afferma che «la credenza nel potere dell'omicidio rituale è molto sentita tra la popolazione della Nigeria meridionale, anche tra le persone di fedi diverse e a prescindere dai background educativi, quindi non solo tra analfabeti e tradizionalisti». Ma queste pratiche raccapriccianti non appartengono solo all'area Sud nigeriana: secondo un rapporto pubblicato da una rivista locale, Leadership, «l'omicidio rituale non è limitato a nessuna area specifica del Paese e ogni regione e tribù ha la sua usanza magica tipica». E infatti, una relazione riservata della polizia nigeriana che risale al 2009, ha indicato che le uccisioni con finalità magiche erano particolarmente diffuse nei territori di Lagos, Ogun, Kaduna, Abia, Kwara, Rivers e Kogi.
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Tutti i segreti del nuovo orrendo business su cui sta indagando pure l'Fbi Il centro è a Castel Volturno. Parla una testimone: «Lì fanno gli espianti...».In Piemonte una telefonata tra due immigrati ha svelato il prezzo di una compravendita: 60.000 euro Palermo, la sconvolgente rivelazione di uno scafista: «Chi non paga il viaggio rischia di finire smembrato».Pozioni e incantesimi per ottenere potere e denaro: a Lagos in molti considerano normale tagliare membra umane per pratiche di questo tipo Il vilipendio di cadavere? Un'abitudine.Lo speciale contiene tre articoliLe prime riunioni si sono svolte la scorsa estate a Roma, all'ambasciata Usa, luogo in cui un magistrato di collegamento per le questioni internazionali e un funzionario dell'Fbi hanno incontrato un sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia e il pool napoletano che indaga sulla criminalità organizzata nigeriana. In quelle occasioni è avvenuto un primo scambio di notizie riservate, senza però scoprire troppo le carte. Gli statunitensi hanno chiesto informazioni sugli affari della mala nera nel litorale Domizio, terra di camorra e di mafia nigeriana, e gli investigatori napoletani hanno appreso che un flusso di denaro, proveniente con molta probabilità da un traffico internazionale di droga, faceva andata e ritorno con i money transfer e con i più occulti sistemi finanziari del deep web tra Castel Volturno e Gaeta e le metropoli Usa di Atlanta, New York City e Chicago. Con qualche passaggio, tutto ancora da approfondire, il denaro transitava anche in Canada. Un bel po' di bigliettoni verdi che passavano fra le mani dei boss dei gruppi più noti della mafia nigeriana: quelli dei Vicking, degli Eiyes e dei Black axe, tutti attivi anche in Italia, soprattutto in quell'area della Campania. Di incontri successivi ce ne sono stati diversi. A luglio anche a Napoli, in Procura, nell'ufficio del capo, Giovanni Melillo. È il procuratore in persona a coordinare l'indagine, in attesa che dal Csm arrivi la nomina di un nuovo aggiunto, il terzo che nella Direzione distrettuale antimafia andrà ad affiancare Filippo Beatrice e Giuseppe Borrelli, magistrati di lungo corso nel contrasto alla criminalità organizzata.Qui, in via Grimaldi, a un passo da Poggioreale, chiusi negli uffici dei pm, ci sono, sotto chiave, i documenti dell'inchiesta giudiziaria sulla nuova mala nigeriana che tiene in scacco Castel Volturno e il litorale Domizio. E tra verbali e informative del Servizio centrale operativo della polizia di Stato e delle squadre mobili che ricostruiscono gli affari tradizionali, traffici di droga e di esseri umani e sfruttamento della prostituzione, è spuntato un racconto che ha tracciato una nuova pista: una nigeriana ha parlato di vendita di organi. Di mattatoi veri e propri: a Gazzanise, Villa Literno e Sant'Antimo. Una zona descritta dallo scrittore Sergio Nazzaro come «il più grande esperimento sociale libero da ogni regola». Un'area geografica multiculturale e multirazziale senza Stato e nella quale camorra e mala nigeriana hanno assunto il pieno controllo. Il posto migliore per nascondere una delle «cliniche degli orrori», come le ha definite la donna nigeriana parlando con Mary Liguori, cronista del Mattino da sempre in trincea contro la camorra che per prima ha raccontato dell'esistenza dell'indagine. La nigeriana è ben inserita a Castel Volturno, paese del litorale in cui, stando alle stime ufficiali, vivono 1.236 nigeriani, ai quali bisogna aggiungere i clandestini, e aveva un marito criminale che la sfruttava. Poco più di un anno fa ha avuto il coraggio di denunciarlo e l'ha fatto arrestare. È stata lei a svelare di quei ragazzi, almeno tre, alcuni dei quali suoi conoscenti, che per 5.000 euro hanno venduto un rene. E ha indicato una delle improvvisate cliniche, in viale Fiume Oglio a Castel Volturno, nella quale ora non c'è più nulla ma che, a dire della testimone, fino a qualche tempo fa ospitava un medico esperto in trapianti. In giro ormai su questa storia c'è molto chiacchiericcio. Anche tra le forze dell'ordine (dove c'è pure chi sostiene che la donna, alla quale pare piacciano le telecamere, sia in cerca di visibilità). Ma è una coincidenza inquietante che qualcuno, confermando quella ipotesi, dica che lì prima ci abitava un egiziano. E si sa che gli espiantatori professionisti di organi siano proprio al Cairo. In Egitto, dove il commercio di organi è proibito, la situazione è ben nota anche alle autorità. In un articolo del luglio 2018 la Reuters riportava questa notizia: il Tribunale criminale del Cairo ha condannato 37 persone per traffico d'organi. Era una banda di medici, infermieri e procacciatori di vittime e clienti, molti dei quali con regolare licenza, sgominata nel 2016 grazie a un'inchiesta su cliniche e ospedali privati. Nell'operazione erano stati sequestrati anche milioni di dollari. Ma quella dell'egiziano al civico 7 di via Fiume Oglio a Castel Volturno potrebbe essere anche solo una mera coincidenza. Il racconto dell'orrore che parte dal litorale si arricchisce ogni giorno di nuovi particolari. Giampiero Casoni, cronista giudiziario esperto dei meccanismi mafiosi dell'area aversana per averli raccontati per anni sulle agenzie di stampa dell'Alto Casertano, scrive addirittura di un «centro di cernita» per gli sventurati candidati all'espianto. E lo localizza a Lago Patria, dove, al centro delle attenzioni degli inquirenti, secondo fonti interne a chi sta indagando, ci sarebbe la figura di un certo Abu, che in Italia avrebbe anche adottato un curioso nom de guerre a metà fra lo ieratico e il paradossale: «papa Giovanni». Inutile cercare conferme in questure o tra i magistrati. L'indagine sul traffico di organi è top secret. Il capo della Direzione nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, al momento non si sbottona, ma ammette: «Sebbene non ci siano ancora riscontri completi in serie giudiziaria, terremo alta la guardia anche su questo inquietantissimo sospetto, da non sottovalutare». Parole sibilline per dire che il racconto è credibile, ma che la magistratura ci sta ancora lavorando.Fatto sta che questa storia ha messo in luce una nuova inquietante realtà: la mafia nigeriana ha fatto un salto di qualità. Gli espianti sono sempre esistiti nel loro ambiente. È un fenomeno diffuso, legato a pratiche religiose e magiche che in Nigeria stanno provando a contrastare anche con la legislazione. Ora, però, i boss africani sembrano aver capito che c'è un business e che si può lucrare anche sugli organi. E così, oltre alla prostituzione e al traffico di droga, la mafia nigeriana, che stando alle stime della Procura antimafia, dopo Cosa nostra, 'ndrangheta, camorra e Sacra corona unita (ossia le mafie tradizionali), si è attestata come quinta mafia, pare sia entrata a gamba tesa anche nel mercato degli espianti. È dal 2016 che l'Fbi sta lavorando su una segnalazione: un sospetto impiego di organi di dubbia provenienza in ospedali americani. I federali sono partiti dai rapimenti di ragazzini tra i 14 e i 17 anni, spesso orfani, da avviare alla prostituzione. Epicentri le periferie di Lagos e Benin City. D'altra parte, a Lagos, la più popolosa città della Nigeria, la polizia nigeriana ha trovato più volte donne segregate e costrette a mettere al mondo figli poi destinati al traffico di bambini, al mercato del sesso o alla compravendita di organi. Individuati i protagonisti del traffico e seguendo i flussi economici, i federali si sono imbattuti in un gruppo di nigeriani che ha scelto come domicilio Castel Volturno e che, paradosso, si trova in Italia con i documenti in regola. «Gente arrivata dalla Nigeria molti anni fa e che sarebbe in contatto con i boss neri delle città statunitensi», ricostruisce la giornalista del Mattino. È in questo punto che si annodano l'indagine americana e quella dell'antimafia napoletana. «È vero», sottolinea il procuratore Cafiero de Raho, «a Castel Volturno la mafia nigeriana fa affari sporchi, soprattutto con lo sfruttamento della prostituzione, del lavoro nero e con lo spaccio di droga». Il traffico di organi lo tiene fuori. Per ora.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-la-mafia-nigeriana-gestisce-in-italia-il-traffico-degli-organi-2625904389.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="resti-sullautosole-reni-venduti-ad-asti-le-quattro-inchieste-di-cui-non-si-parla" data-post-id="2625904389" data-published-at="1782078257" data-use-pagination="False"> Resti sull’Autosole, reni venduti ad Asti. Le quattro inchieste di cui non si parla «Il traffico di organi non alimenta solo il mercato dei trapianti, ma anche i riti voodoo e la medicina tradizionale esercitata dagli stregoni». La denuncia, che risale al 2000, è del ministro dell'Interno nigeriano ed è stata riportata dall'agenzia Ansa. Il fenomeno, quindi, in Nigeria è noto ormai quasi da 20 anni. Ma l'Italia, dove i clan nigeriani sono ben insediati tanto da contendersi primati statistici e mercati con le mafie tradizionali, se ne accorge solo ora. Sul territorio nazionale sono quattro le inchieste sugli espianti by Nigeria: oltre al fascicolo di Napoli ci sono approfondimenti in corso anche a Torino, a Roma e a Palermo. Nell'ultima inchiesta sul clan degli Eiye, che è una costola di una indagine più vasta sulla mafia nigeriana che parte dal luglio 2015, coordinata dai pm torinesi Stefano Castellani e Chiara Maina e che ha portato all'emissione di 15 misure cautelari, c'è una traccia sul traffico d'organi che parte da lontano. A fine 2010, su uno dei tre telefoni cellulari di Sajeed Kolynton Lawual, conosciuto negli ambienti della mala con il nome di Arab, residente ad Asti, viene intercettata una telefonata in lingua nigeriana. In una manciata di secondi, tale Abdul Abolade di Lagos, con il quale traffica in automobili rubate, parla di costi doganali. Poi passa al tema caldo. Abolade comunica: «Ho trovato quello che cercavi». Più di uno «e il costo è di 12 milioni di naira», la moneta nigeriana (circa 60.000 euro). Il traduttore incaricato dalla Procura ascolta più volte, poi annota qualcosa di molto inquietante: i due nigeriani stanno parlando, con pochissime possibilità di dubbio, di traffico di organi. E nello specifico di reni. Quell'annotazione è finita in una informativa della squadra mobile ed è stata inviata in Procura. Da allora i magistrati stanno cercando di capire se Arab abbia avviato davvero una trattavia di compravendita di organi in Nigeria. E anche in quel caso i federali americani sono entrati nella partita. Quell'inchiesta, denominata Lagos, aveva fatto scoprire un traffico di identità rubate. La rete criminale nigeriana che portava ad Asti aveva spiato e poi rubato i dati di un miliardo e 300 milioni di soggetti sparsi in tutto il mondo che avevano un conto alla City Bank, oppure che avevano effettuato un qualsiasi tipo di transazione riferibile a quella banca. Ma anche ad altri istituti di credito statunitensi: la Chase Manhattan bank, la Jp Morgan e la Hsbc. Dati che, poi, la mala nigeriana, si è scoperto, ha venduto ad hacker specializzati in criminalità economica. Il capo era stato individuato: si chiama Saheed Lawal Kolynton e usava come base operativa un alloggio in corso Giulio Cesare 158 a Torino. Ma la Procura di Torino, la prima in Italia ad accorgersi della potenza della criminalità organizzata africana, aveva già capito che era in corso una forte infiltrazione della mala nigeriana. Nel 2005 i Black axe, ricostruiscono Federica Cravero e Sarah Martinenghi su Repubblica, e i Maphite, «divisi in famiglie con boss chiamati don, che ricordano molto le mafie nostrane», si incontrano. Nasce l'operazione Athenaeum. E un pentito descrive per la prima volta i Maphite: «Sono sbarcati a Lampedusa e la gente ha paura di loro... Non hanno rispetto per la vita, hanno già sofferto troppo per arrivare in Italia». E sono spietati. Al punto tale da occuparsi di espianti. Fino a quel momento, però, si pensava che servissero solo per i loro riti tribali. Nel 2011 arrivò anche un grido d'allarme molto serio dall'ambasciatore nigeriano a Roma: «Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenenti a sette segrete (...) riusciti a entrare in Italia principalmente con scopi criminali». E sulle sette segrete nigeriane anche Roma si era attivata. Nei faldoni c'è finito di tutto. A partire da un omicidio: una ragazza nigeriana trovata sezionata in due sacchi neri per l'immondizia lungo l'autostrada del Sole e mai identificata. Gli investigatori della Squadra mobile, coordinati dal pm Gabriele Mazzotta, analizzando una serie di ritrovamenti avvenuti anche in Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e al confine con la Francia, tutti con le stesse modalità (resti umani nel sacco della spazzatura poi finiti a bordo strada), conclusero che, siccome erano state asportate alcune parti del corpo, si trattava di riti tribali. Gli stessi riti che hanno portato in tribunale in Nigeria il calciatore Asamoah Gyan, ex attaccante dell'Udinese. L'accusa: omicidio plurimo e occultamento di cadavere allo scopo di effettuare un sacrificio che migliorasse il suo rendimento in campo. Le vittime: il rapper Castro e la sua fidanzata, Janet Badu, molto amici della punta. L'ennesima traccia del traffico d'organi è a Palermo. E porta dritta ai centri clandestini utilizzati dalle organizzazioni criminali per smistare i rifugiati. Uno dei ritrovi era dalle parti della centrale piazza Ballarò, luogo controllato anche dalla mala nigeriana. Uno degli scafisti pentiti, Atta Nuredin Wehabrebi, eritreo, ha svelato ai magistrati: «Le persone che non possono pagare il viaggio vengono consegnate a degli egiziani che le uccidono per prelevarne gli organi e rivenderli in Egitto per una somma di circa 15.000 dollari. In particolare questi egiziani vengono attrezzati per espiantare l'organo e trasportarlo in borse termiche». Tra le vittime ci sono di sicuro dei nigeriani. E potrebbero essercene, è una delle ipotesi di chi sta indagando, anche tra i mediatori. Ultimo racconto dell'orrore, questa volta legato solo ai sacrifici umani: su un barcone in avaria a largo della Sicilia due nigeriani e tre ghanesi (poi arrestati) hanno gettato in mare alcuni compagni di viaggio per un rito propiziatorio. Un sacrificio umano offerto alle divinità in cambio di un approdo certo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-la-mafia-nigeriana-gestisce-in-italia-il-traffico-degli-organi-2625904389.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="usano-i-corpi-di-donne-e-bambini-anche-per-sacrifici-e-riti-magici" data-post-id="2625904389" data-published-at="1782078257" data-use-pagination="False"> «Usano i corpi di donne e bambini anche per sacrifici e riti magici» In Nigeria l'espianto di organi e il vilipendio dei cadaveri a scopo di sacrificio sono fenomeni diffusi. A contrastare i vecchi retaggi delle religioni tribali ci ha provato la nuova legislazione introdotta nel 1990. Nel codice penale nigeriano, infatti, è previsto che, oltre alla condanna a morte per chi commette un omicidio, sia condannato alla stessa pena anche chi sottopone una persona a un «processo di prova» iniziatica che finisce con la morte. Inoltre, è prevista una condanna a cinque anni di carcere per chi viene trovato in possesso di una testa umana o di un cranio entro sei mesi dalla sua rimozione da un corpo o da uno scheletro. Di queste pratiche sono piene le riviste scientifiche. In un articolo accademico del 2011 sui rapimenti in Nigeria, i ricercatori della Ambrose Alli University di Ekpoma, Edo State e l'Università del Benin di Benin City, hanno sostenuto che gli obiettivi tradizionali del rapimento rituale sono i bambini. Secondo un sociologo dell'Università nigeriana Bayero di Kano, intervistato il 4 luglio 2009 da France presse, i sacerdoti tribali sono noti per queste pratiche disumane. Sul quotidiano Sahara Reporters, poi, nel 2012, è comparsa un'inchiesta giornalistica che ricostruì come in Nigeria «i membri vulnerabili della società», come donne, bambini e disabili, «vengono presi di mira e uccisi» per i riti tribali. Maurizio Blondet, giornalista ora in pensione ma per anni indagatore delle comunità nigeriane, ha catalogato sul suo blog decine di casi di omicidio rituale. E così, ad esempio, dal Daily Trust, principale quotidiano nigeriano, edito nella capitale Abuja, in una serie di articoli del 2010, si apprende che «le uccisioni rituali in Nigeria vengono eseguite per ottenere parti del corpo umano da usare durante i riti tradizionali». Oppure, sempre la stessa fonte, fa sapere che dopo gli espianti vengono preparate pozioni e incantesimi. E ancora: il quotidiano di Lagos This Day spiega che «i ritualisti, conosciuti anche come cacciatori di teste, vanno a caccia di parti umane su richiesta degli erboristi, che li cercano per i sacrifici o per la preparazione di pozioni magiche». Ricostruzione che fa il paio con quella del Daily Trust: «Le parti del corpo umano vengono portate agli erboristi che eseguono i rituali. I riti sono motivati dalla convinzione che possano portare potere e ricchezza a chi chiede la pozione. Si ritiene che gli incantesimi rendano invincibile una persona e la proteggano da insuccessi, malattie, incidenti e altri attacchi spirituali». Il quotidiano Punzon sottolinea che «ai nigeriani è stato fatto credere che i rituali siano efficaci». E ancora una volta il quotidiano Sahara Reporters, questa volta con un articolo del luglio 2012, afferma che «la credenza nel potere dell'omicidio rituale è molto sentita tra la popolazione della Nigeria meridionale, anche tra le persone di fedi diverse e a prescindere dai background educativi, quindi non solo tra analfabeti e tradizionalisti». Ma queste pratiche raccapriccianti non appartengono solo all'area Sud nigeriana: secondo un rapporto pubblicato da una rivista locale, Leadership, «l'omicidio rituale non è limitato a nessuna area specifica del Paese e ogni regione e tribù ha la sua usanza magica tipica». E infatti, una relazione riservata della polizia nigeriana che risale al 2009, ha indicato che le uccisioni con finalità magiche erano particolarmente diffuse nei territori di Lagos, Ogun, Kaduna, Abia, Kwara, Rivers e Kogi.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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