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2019-01-14
Così la Mafia nigeriana gestisce (in Italia) il traffico degli organi
Ansa
Le prime riunioni si sono svolte la scorsa estate a Roma, all'ambasciata Usa, luogo in cui un magistrato di collegamento per le questioni internazionali e un funzionario dell'Fbi hanno incontrato un sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia e il pool napoletano che indaga sulla criminalità organizzata nigeriana. In quelle occasioni è avvenuto un primo scambio di notizie riservate, senza però scoprire troppo le carte. Gli statunitensi hanno chiesto informazioni sugli affari della mala nera nel litorale Domizio, terra di camorra e di mafia nigeriana, e gli investigatori napoletani hanno appreso che un flusso di denaro, proveniente con molta probabilità da un traffico internazionale di droga, faceva andata e ritorno con i money transfer e con i più occulti sistemi finanziari del deep web tra Castel Volturno e Gaeta e le metropoli Usa di Atlanta, New York City e Chicago. Con qualche passaggio, tutto ancora da approfondire, il denaro transitava anche in Canada. Un bel po' di bigliettoni verdi che passavano fra le mani dei boss dei gruppi più noti della mafia nigeriana: quelli dei Vicking, degli Eiyes e dei Black axe, tutti attivi anche in Italia, soprattutto in quell'area della Campania. Di incontri successivi ce ne sono stati diversi. A luglio anche a Napoli, in Procura, nell'ufficio del capo, Giovanni Melillo. È il procuratore in persona a coordinare l'indagine, in attesa che dal Csm arrivi la nomina di un nuovo aggiunto, il terzo che nella Direzione distrettuale antimafia andrà ad affiancare Filippo Beatrice e Giuseppe Borrelli, magistrati di lungo corso nel contrasto alla criminalità organizzata.
Qui, in via Grimaldi, a un passo da Poggioreale, chiusi negli uffici dei pm, ci sono, sotto chiave, i documenti dell'inchiesta giudiziaria sulla nuova mala nigeriana che tiene in scacco Castel Volturno e il litorale Domizio. E tra verbali e informative del Servizio centrale operativo della polizia di Stato e delle squadre mobili che ricostruiscono gli affari tradizionali, traffici di droga e di esseri umani e sfruttamento della prostituzione, è spuntato un racconto che ha tracciato una nuova pista: una nigeriana ha parlato di vendita di organi. Di mattatoi veri e propri: a Gazzanise, Villa Literno e Sant'Antimo. Una zona descritta dallo scrittore Sergio Nazzaro come «il più grande esperimento sociale libero da ogni regola». Un'area geografica multiculturale e multirazziale senza Stato e nella quale camorra e mala nigeriana hanno assunto il pieno controllo. Il posto migliore per nascondere una delle «cliniche degli orrori», come le ha definite la donna nigeriana parlando con Mary Liguori, cronista del Mattino da sempre in trincea contro la camorra che per prima ha raccontato dell'esistenza dell'indagine.
La nigeriana è ben inserita a Castel Volturno, paese del litorale in cui, stando alle stime ufficiali, vivono 1.236 nigeriani, ai quali bisogna aggiungere i clandestini, e aveva un marito criminale che la sfruttava. Poco più di un anno fa ha avuto il coraggio di denunciarlo e l'ha fatto arrestare. È stata lei a svelare di quei ragazzi, almeno tre, alcuni dei quali suoi conoscenti, che per 5.000 euro hanno venduto un rene. E ha indicato una delle improvvisate cliniche, in viale Fiume Oglio a Castel Volturno, nella quale ora non c'è più nulla ma che, a dire della testimone, fino a qualche tempo fa ospitava un medico esperto in trapianti.
In giro ormai su questa storia c'è molto chiacchiericcio. Anche tra le forze dell'ordine (dove c'è pure chi sostiene che la donna, alla quale pare piacciano le telecamere, sia in cerca di visibilità). Ma è una coincidenza inquietante che qualcuno, confermando quella ipotesi, dica che lì prima ci abitava un egiziano. E si sa che gli espiantatori professionisti di organi siano proprio al Cairo. In Egitto, dove il commercio di organi è proibito, la situazione è ben nota anche alle autorità.
In un articolo del luglio 2018 la Reuters riportava questa notizia: il Tribunale criminale del Cairo ha condannato 37 persone per traffico d'organi. Era una banda di medici, infermieri e procacciatori di vittime e clienti, molti dei quali con regolare licenza, sgominata nel 2016 grazie a un'inchiesta su cliniche e ospedali privati. Nell'operazione erano stati sequestrati anche milioni di dollari. Ma quella dell'egiziano al civico 7 di via Fiume Oglio a Castel Volturno potrebbe essere anche solo una mera coincidenza.
Il racconto dell'orrore che parte dal litorale si arricchisce ogni giorno di nuovi particolari. Giampiero Casoni, cronista giudiziario esperto dei meccanismi mafiosi dell'area aversana per averli raccontati per anni sulle agenzie di stampa dell'Alto Casertano, scrive addirittura di un «centro di cernita» per gli sventurati candidati all'espianto. E lo localizza a Lago Patria, dove, al centro delle attenzioni degli inquirenti, secondo fonti interne a chi sta indagando, ci sarebbe la figura di un certo Abu, che in Italia avrebbe anche adottato un curioso nom de guerre a metà fra lo ieratico e il paradossale: «papa Giovanni». Inutile cercare conferme in questure o tra i magistrati. L'indagine sul traffico di organi è top secret. Il capo della Direzione nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, al momento non si sbottona, ma ammette: «Sebbene non ci siano ancora riscontri completi in serie giudiziaria, terremo alta la guardia anche su questo inquietantissimo sospetto, da non sottovalutare». Parole sibilline per dire che il racconto è credibile, ma che la magistratura ci sta ancora lavorando.
Fatto sta che questa storia ha messo in luce una nuova inquietante realtà: la mafia nigeriana ha fatto un salto di qualità. Gli espianti sono sempre esistiti nel loro ambiente. È un fenomeno diffuso, legato a pratiche religiose e magiche che in Nigeria stanno provando a contrastare anche con la legislazione. Ora, però, i boss africani sembrano aver capito che c'è un business e che si può lucrare anche sugli organi. E così, oltre alla prostituzione e al traffico di droga, la mafia nigeriana, che stando alle stime della Procura antimafia, dopo Cosa nostra, 'ndrangheta, camorra e Sacra corona unita (ossia le mafie tradizionali), si è attestata come quinta mafia, pare sia entrata a gamba tesa anche nel mercato degli espianti.
È dal 2016 che l'Fbi sta lavorando su una segnalazione: un sospetto impiego di organi di dubbia provenienza in ospedali americani. I federali sono partiti dai rapimenti di ragazzini tra i 14 e i 17 anni, spesso orfani, da avviare alla prostituzione. Epicentri le periferie di Lagos e Benin City. D'altra parte, a Lagos, la più popolosa città della Nigeria, la polizia nigeriana ha trovato più volte donne segregate e costrette a mettere al mondo figli poi destinati al traffico di bambini, al mercato del sesso o alla compravendita di organi. Individuati i protagonisti del traffico e seguendo i flussi economici, i federali si sono imbattuti in un gruppo di nigeriani che ha scelto come domicilio Castel Volturno e che, paradosso, si trova in Italia con i documenti in regola. «Gente arrivata dalla Nigeria molti anni fa e che sarebbe in contatto con i boss neri delle città statunitensi», ricostruisce la giornalista del Mattino. È in questo punto che si annodano l'indagine americana e quella dell'antimafia napoletana. «È vero», sottolinea il procuratore Cafiero de Raho, «a Castel Volturno la mafia nigeriana fa affari sporchi, soprattutto con lo sfruttamento della prostituzione, del lavoro nero e con lo spaccio di droga». Il traffico di organi lo tiene fuori. Per ora.
Resti sull’Autosole, reni venduti ad Asti. Le quattro inchieste di cui non si parla
«Il traffico di organi non alimenta solo il mercato dei trapianti, ma anche i riti voodoo e la medicina tradizionale esercitata dagli stregoni». La denuncia, che risale al 2000, è del ministro dell'Interno nigeriano ed è stata riportata dall'agenzia Ansa. Il fenomeno, quindi, in Nigeria è noto ormai quasi da 20 anni. Ma l'Italia, dove i clan nigeriani sono ben insediati tanto da contendersi primati statistici e mercati con le mafie tradizionali, se ne accorge solo ora.
Sul territorio nazionale sono quattro le inchieste sugli espianti by Nigeria: oltre al fascicolo di Napoli ci sono approfondimenti in corso anche a Torino, a Roma e a Palermo. Nell'ultima inchiesta sul clan degli Eiye, che è una costola di una indagine più vasta sulla mafia nigeriana che parte dal luglio 2015, coordinata dai pm torinesi Stefano Castellani e Chiara Maina e che ha portato all'emissione di 15 misure cautelari, c'è una traccia sul traffico d'organi che parte da lontano. A fine 2010, su uno dei tre telefoni cellulari di Sajeed Kolynton Lawual, conosciuto negli ambienti della mala con il nome di Arab, residente ad Asti, viene intercettata una telefonata in lingua nigeriana. In una manciata di secondi, tale Abdul Abolade di Lagos, con il quale traffica in automobili rubate, parla di costi doganali. Poi passa al tema caldo. Abolade comunica: «Ho trovato quello che cercavi». Più di uno «e il costo è di 12 milioni di naira», la moneta nigeriana (circa 60.000 euro). Il traduttore incaricato dalla Procura ascolta più volte, poi annota qualcosa di molto inquietante: i due nigeriani stanno parlando, con pochissime possibilità di dubbio, di traffico di organi. E nello specifico di reni.
Quell'annotazione è finita in una informativa della squadra mobile ed è stata inviata in Procura. Da allora i magistrati stanno cercando di capire se Arab abbia avviato davvero una trattavia di compravendita di organi in Nigeria. E anche in quel caso i federali americani sono entrati nella partita. Quell'inchiesta, denominata Lagos, aveva fatto scoprire un traffico di identità rubate. La rete criminale nigeriana che portava ad Asti aveva spiato e poi rubato i dati di un miliardo e 300 milioni di soggetti sparsi in tutto il mondo che avevano un conto alla City Bank, oppure che avevano effettuato un qualsiasi tipo di transazione riferibile a quella banca. Ma anche ad altri istituti di credito statunitensi: la Chase Manhattan bank, la Jp Morgan e la Hsbc. Dati che, poi, la mala nigeriana, si è scoperto, ha venduto ad hacker specializzati in criminalità economica. Il capo era stato individuato: si chiama Saheed Lawal Kolynton e usava come base operativa un alloggio in corso Giulio Cesare 158 a Torino. Ma la Procura di Torino, la prima in Italia ad accorgersi della potenza della criminalità organizzata africana, aveva già capito che era in corso una forte infiltrazione della mala nigeriana.
Nel 2005 i Black axe, ricostruiscono Federica Cravero e Sarah Martinenghi su Repubblica, e i Maphite, «divisi in famiglie con boss chiamati don, che ricordano molto le mafie nostrane», si incontrano. Nasce l'operazione Athenaeum. E un pentito descrive per la prima volta i Maphite: «Sono sbarcati a Lampedusa e la gente ha paura di loro... Non hanno rispetto per la vita, hanno già sofferto troppo per arrivare in Italia». E sono spietati. Al punto tale da occuparsi di espianti. Fino a quel momento, però, si pensava che servissero solo per i loro riti tribali.
Nel 2011 arrivò anche un grido d'allarme molto serio dall'ambasciatore nigeriano a Roma: «Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenenti a sette segrete (...) riusciti a entrare in Italia principalmente con scopi criminali». E sulle sette segrete nigeriane anche Roma si era attivata. Nei faldoni c'è finito di tutto. A partire da un omicidio: una ragazza nigeriana trovata sezionata in due sacchi neri per l'immondizia lungo l'autostrada del Sole e mai identificata. Gli investigatori della Squadra mobile, coordinati dal pm Gabriele Mazzotta, analizzando una serie di ritrovamenti avvenuti anche in Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e al confine con la Francia, tutti con le stesse modalità (resti umani nel sacco della spazzatura poi finiti a bordo strada), conclusero che, siccome erano state asportate alcune parti del corpo, si trattava di riti tribali. Gli stessi riti che hanno portato in tribunale in Nigeria il calciatore Asamoah Gyan, ex attaccante dell'Udinese. L'accusa: omicidio plurimo e occultamento di cadavere allo scopo di effettuare un sacrificio che migliorasse il suo rendimento in campo. Le vittime: il rapper Castro e la sua fidanzata, Janet Badu, molto amici della punta.
L'ennesima traccia del traffico d'organi è a Palermo. E porta dritta ai centri clandestini utilizzati dalle organizzazioni criminali per smistare i rifugiati. Uno dei ritrovi era dalle parti della centrale piazza Ballarò, luogo controllato anche dalla mala nigeriana. Uno degli scafisti pentiti, Atta Nuredin Wehabrebi, eritreo, ha svelato ai magistrati: «Le persone che non possono pagare il viaggio vengono consegnate a degli egiziani che le uccidono per prelevarne gli organi e rivenderli in Egitto per una somma di circa 15.000 dollari. In particolare questi egiziani vengono attrezzati per espiantare l'organo e trasportarlo in borse termiche». Tra le vittime ci sono di sicuro dei nigeriani. E potrebbero essercene, è una delle ipotesi di chi sta indagando, anche tra i mediatori. Ultimo racconto dell'orrore, questa volta legato solo ai sacrifici umani: su un barcone in avaria a largo della Sicilia due nigeriani e tre ghanesi (poi arrestati) hanno gettato in mare alcuni compagni di viaggio per un rito propiziatorio. Un sacrificio umano offerto alle divinità in cambio di un approdo certo.
«Usano i corpi di donne e bambini anche per sacrifici e riti magici»
In Nigeria l'espianto di organi e il vilipendio dei cadaveri a scopo di sacrificio sono fenomeni diffusi. A contrastare i vecchi retaggi delle religioni tribali ci ha provato la nuova legislazione introdotta nel 1990. Nel codice penale nigeriano, infatti, è previsto che, oltre alla condanna a morte per chi commette un omicidio, sia condannato alla stessa pena anche chi sottopone una persona a un «processo di prova» iniziatica che finisce con la morte. Inoltre, è prevista una condanna a cinque anni di carcere per chi viene trovato in possesso di una testa umana o di un cranio entro sei mesi dalla sua rimozione da un corpo o da uno scheletro.
Di queste pratiche sono piene le riviste scientifiche. In un articolo accademico del 2011 sui rapimenti in Nigeria, i ricercatori della Ambrose Alli University di Ekpoma, Edo State e l'Università del Benin di Benin City, hanno sostenuto che gli obiettivi tradizionali del rapimento rituale sono i bambini. Secondo un sociologo dell'Università nigeriana Bayero di Kano, intervistato il 4 luglio 2009 da France presse, i sacerdoti tribali sono noti per queste pratiche disumane. Sul quotidiano Sahara Reporters, poi, nel 2012, è comparsa un'inchiesta giornalistica che ricostruì come in Nigeria «i membri vulnerabili della società», come donne, bambini e disabili, «vengono presi di mira e uccisi» per i riti tribali.
Maurizio Blondet, giornalista ora in pensione ma per anni indagatore delle comunità nigeriane, ha catalogato sul suo blog decine di casi di omicidio rituale. E così, ad esempio, dal Daily Trust, principale quotidiano nigeriano, edito nella capitale Abuja, in una serie di articoli del 2010, si apprende che «le uccisioni rituali in Nigeria vengono eseguite per ottenere parti del corpo umano da usare durante i riti tradizionali». Oppure, sempre la stessa fonte, fa sapere che dopo gli espianti vengono preparate pozioni e incantesimi. E ancora: il quotidiano di Lagos This Day spiega che «i ritualisti, conosciuti anche come cacciatori di teste, vanno a caccia di parti umane su richiesta degli erboristi, che li cercano per i sacrifici o per la preparazione di pozioni magiche».
Ricostruzione che fa il paio con quella del Daily Trust: «Le parti del corpo umano vengono portate agli erboristi che eseguono i rituali. I riti sono motivati dalla convinzione che possano portare potere e ricchezza a chi chiede la pozione. Si ritiene che gli incantesimi rendano invincibile una persona e la proteggano da insuccessi, malattie, incidenti e altri attacchi spirituali». Il quotidiano Punzon sottolinea che «ai nigeriani è stato fatto credere che i rituali siano efficaci». E ancora una volta il quotidiano Sahara Reporters, questa volta con un articolo del luglio 2012, afferma che «la credenza nel potere dell'omicidio rituale è molto sentita tra la popolazione della Nigeria meridionale, anche tra le persone di fedi diverse e a prescindere dai background educativi, quindi non solo tra analfabeti e tradizionalisti». Ma queste pratiche raccapriccianti non appartengono solo all'area Sud nigeriana: secondo un rapporto pubblicato da una rivista locale, Leadership, «l'omicidio rituale non è limitato a nessuna area specifica del Paese e ogni regione e tribù ha la sua usanza magica tipica». E infatti, una relazione riservata della polizia nigeriana che risale al 2009, ha indicato che le uccisioni con finalità magiche erano particolarmente diffuse nei territori di Lagos, Ogun, Kaduna, Abia, Kwara, Rivers e Kogi.
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Tutti i segreti del nuovo orrendo business su cui sta indagando pure l'Fbi Il centro è a Castel Volturno. Parla una testimone: «Lì fanno gli espianti...».In Piemonte una telefonata tra due immigrati ha svelato il prezzo di una compravendita: 60.000 euro Palermo, la sconvolgente rivelazione di uno scafista: «Chi non paga il viaggio rischia di finire smembrato».Pozioni e incantesimi per ottenere potere e denaro: a Lagos in molti considerano normale tagliare membra umane per pratiche di questo tipo Il vilipendio di cadavere? Un'abitudine.Lo speciale contiene tre articoliLe prime riunioni si sono svolte la scorsa estate a Roma, all'ambasciata Usa, luogo in cui un magistrato di collegamento per le questioni internazionali e un funzionario dell'Fbi hanno incontrato un sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia e il pool napoletano che indaga sulla criminalità organizzata nigeriana. In quelle occasioni è avvenuto un primo scambio di notizie riservate, senza però scoprire troppo le carte. Gli statunitensi hanno chiesto informazioni sugli affari della mala nera nel litorale Domizio, terra di camorra e di mafia nigeriana, e gli investigatori napoletani hanno appreso che un flusso di denaro, proveniente con molta probabilità da un traffico internazionale di droga, faceva andata e ritorno con i money transfer e con i più occulti sistemi finanziari del deep web tra Castel Volturno e Gaeta e le metropoli Usa di Atlanta, New York City e Chicago. Con qualche passaggio, tutto ancora da approfondire, il denaro transitava anche in Canada. Un bel po' di bigliettoni verdi che passavano fra le mani dei boss dei gruppi più noti della mafia nigeriana: quelli dei Vicking, degli Eiyes e dei Black axe, tutti attivi anche in Italia, soprattutto in quell'area della Campania. Di incontri successivi ce ne sono stati diversi. A luglio anche a Napoli, in Procura, nell'ufficio del capo, Giovanni Melillo. È il procuratore in persona a coordinare l'indagine, in attesa che dal Csm arrivi la nomina di un nuovo aggiunto, il terzo che nella Direzione distrettuale antimafia andrà ad affiancare Filippo Beatrice e Giuseppe Borrelli, magistrati di lungo corso nel contrasto alla criminalità organizzata.Qui, in via Grimaldi, a un passo da Poggioreale, chiusi negli uffici dei pm, ci sono, sotto chiave, i documenti dell'inchiesta giudiziaria sulla nuova mala nigeriana che tiene in scacco Castel Volturno e il litorale Domizio. E tra verbali e informative del Servizio centrale operativo della polizia di Stato e delle squadre mobili che ricostruiscono gli affari tradizionali, traffici di droga e di esseri umani e sfruttamento della prostituzione, è spuntato un racconto che ha tracciato una nuova pista: una nigeriana ha parlato di vendita di organi. Di mattatoi veri e propri: a Gazzanise, Villa Literno e Sant'Antimo. Una zona descritta dallo scrittore Sergio Nazzaro come «il più grande esperimento sociale libero da ogni regola». Un'area geografica multiculturale e multirazziale senza Stato e nella quale camorra e mala nigeriana hanno assunto il pieno controllo. Il posto migliore per nascondere una delle «cliniche degli orrori», come le ha definite la donna nigeriana parlando con Mary Liguori, cronista del Mattino da sempre in trincea contro la camorra che per prima ha raccontato dell'esistenza dell'indagine. La nigeriana è ben inserita a Castel Volturno, paese del litorale in cui, stando alle stime ufficiali, vivono 1.236 nigeriani, ai quali bisogna aggiungere i clandestini, e aveva un marito criminale che la sfruttava. Poco più di un anno fa ha avuto il coraggio di denunciarlo e l'ha fatto arrestare. È stata lei a svelare di quei ragazzi, almeno tre, alcuni dei quali suoi conoscenti, che per 5.000 euro hanno venduto un rene. E ha indicato una delle improvvisate cliniche, in viale Fiume Oglio a Castel Volturno, nella quale ora non c'è più nulla ma che, a dire della testimone, fino a qualche tempo fa ospitava un medico esperto in trapianti. In giro ormai su questa storia c'è molto chiacchiericcio. Anche tra le forze dell'ordine (dove c'è pure chi sostiene che la donna, alla quale pare piacciano le telecamere, sia in cerca di visibilità). Ma è una coincidenza inquietante che qualcuno, confermando quella ipotesi, dica che lì prima ci abitava un egiziano. E si sa che gli espiantatori professionisti di organi siano proprio al Cairo. In Egitto, dove il commercio di organi è proibito, la situazione è ben nota anche alle autorità. In un articolo del luglio 2018 la Reuters riportava questa notizia: il Tribunale criminale del Cairo ha condannato 37 persone per traffico d'organi. Era una banda di medici, infermieri e procacciatori di vittime e clienti, molti dei quali con regolare licenza, sgominata nel 2016 grazie a un'inchiesta su cliniche e ospedali privati. Nell'operazione erano stati sequestrati anche milioni di dollari. Ma quella dell'egiziano al civico 7 di via Fiume Oglio a Castel Volturno potrebbe essere anche solo una mera coincidenza. Il racconto dell'orrore che parte dal litorale si arricchisce ogni giorno di nuovi particolari. Giampiero Casoni, cronista giudiziario esperto dei meccanismi mafiosi dell'area aversana per averli raccontati per anni sulle agenzie di stampa dell'Alto Casertano, scrive addirittura di un «centro di cernita» per gli sventurati candidati all'espianto. E lo localizza a Lago Patria, dove, al centro delle attenzioni degli inquirenti, secondo fonti interne a chi sta indagando, ci sarebbe la figura di un certo Abu, che in Italia avrebbe anche adottato un curioso nom de guerre a metà fra lo ieratico e il paradossale: «papa Giovanni». Inutile cercare conferme in questure o tra i magistrati. L'indagine sul traffico di organi è top secret. Il capo della Direzione nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, al momento non si sbottona, ma ammette: «Sebbene non ci siano ancora riscontri completi in serie giudiziaria, terremo alta la guardia anche su questo inquietantissimo sospetto, da non sottovalutare». Parole sibilline per dire che il racconto è credibile, ma che la magistratura ci sta ancora lavorando.Fatto sta che questa storia ha messo in luce una nuova inquietante realtà: la mafia nigeriana ha fatto un salto di qualità. Gli espianti sono sempre esistiti nel loro ambiente. È un fenomeno diffuso, legato a pratiche religiose e magiche che in Nigeria stanno provando a contrastare anche con la legislazione. Ora, però, i boss africani sembrano aver capito che c'è un business e che si può lucrare anche sugli organi. E così, oltre alla prostituzione e al traffico di droga, la mafia nigeriana, che stando alle stime della Procura antimafia, dopo Cosa nostra, 'ndrangheta, camorra e Sacra corona unita (ossia le mafie tradizionali), si è attestata come quinta mafia, pare sia entrata a gamba tesa anche nel mercato degli espianti. È dal 2016 che l'Fbi sta lavorando su una segnalazione: un sospetto impiego di organi di dubbia provenienza in ospedali americani. I federali sono partiti dai rapimenti di ragazzini tra i 14 e i 17 anni, spesso orfani, da avviare alla prostituzione. Epicentri le periferie di Lagos e Benin City. D'altra parte, a Lagos, la più popolosa città della Nigeria, la polizia nigeriana ha trovato più volte donne segregate e costrette a mettere al mondo figli poi destinati al traffico di bambini, al mercato del sesso o alla compravendita di organi. Individuati i protagonisti del traffico e seguendo i flussi economici, i federali si sono imbattuti in un gruppo di nigeriani che ha scelto come domicilio Castel Volturno e che, paradosso, si trova in Italia con i documenti in regola. «Gente arrivata dalla Nigeria molti anni fa e che sarebbe in contatto con i boss neri delle città statunitensi», ricostruisce la giornalista del Mattino. È in questo punto che si annodano l'indagine americana e quella dell'antimafia napoletana. «È vero», sottolinea il procuratore Cafiero de Raho, «a Castel Volturno la mafia nigeriana fa affari sporchi, soprattutto con lo sfruttamento della prostituzione, del lavoro nero e con lo spaccio di droga». Il traffico di organi lo tiene fuori. Per ora.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-la-mafia-nigeriana-gestisce-in-italia-il-traffico-degli-organi-2625904389.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="resti-sullautosole-reni-venduti-ad-asti-le-quattro-inchieste-di-cui-non-si-parla" data-post-id="2625904389" data-published-at="1777977183" data-use-pagination="False"> Resti sull’Autosole, reni venduti ad Asti. Le quattro inchieste di cui non si parla «Il traffico di organi non alimenta solo il mercato dei trapianti, ma anche i riti voodoo e la medicina tradizionale esercitata dagli stregoni». La denuncia, che risale al 2000, è del ministro dell'Interno nigeriano ed è stata riportata dall'agenzia Ansa. Il fenomeno, quindi, in Nigeria è noto ormai quasi da 20 anni. Ma l'Italia, dove i clan nigeriani sono ben insediati tanto da contendersi primati statistici e mercati con le mafie tradizionali, se ne accorge solo ora. Sul territorio nazionale sono quattro le inchieste sugli espianti by Nigeria: oltre al fascicolo di Napoli ci sono approfondimenti in corso anche a Torino, a Roma e a Palermo. Nell'ultima inchiesta sul clan degli Eiye, che è una costola di una indagine più vasta sulla mafia nigeriana che parte dal luglio 2015, coordinata dai pm torinesi Stefano Castellani e Chiara Maina e che ha portato all'emissione di 15 misure cautelari, c'è una traccia sul traffico d'organi che parte da lontano. A fine 2010, su uno dei tre telefoni cellulari di Sajeed Kolynton Lawual, conosciuto negli ambienti della mala con il nome di Arab, residente ad Asti, viene intercettata una telefonata in lingua nigeriana. In una manciata di secondi, tale Abdul Abolade di Lagos, con il quale traffica in automobili rubate, parla di costi doganali. Poi passa al tema caldo. Abolade comunica: «Ho trovato quello che cercavi». Più di uno «e il costo è di 12 milioni di naira», la moneta nigeriana (circa 60.000 euro). Il traduttore incaricato dalla Procura ascolta più volte, poi annota qualcosa di molto inquietante: i due nigeriani stanno parlando, con pochissime possibilità di dubbio, di traffico di organi. E nello specifico di reni. Quell'annotazione è finita in una informativa della squadra mobile ed è stata inviata in Procura. Da allora i magistrati stanno cercando di capire se Arab abbia avviato davvero una trattavia di compravendita di organi in Nigeria. E anche in quel caso i federali americani sono entrati nella partita. Quell'inchiesta, denominata Lagos, aveva fatto scoprire un traffico di identità rubate. La rete criminale nigeriana che portava ad Asti aveva spiato e poi rubato i dati di un miliardo e 300 milioni di soggetti sparsi in tutto il mondo che avevano un conto alla City Bank, oppure che avevano effettuato un qualsiasi tipo di transazione riferibile a quella banca. Ma anche ad altri istituti di credito statunitensi: la Chase Manhattan bank, la Jp Morgan e la Hsbc. Dati che, poi, la mala nigeriana, si è scoperto, ha venduto ad hacker specializzati in criminalità economica. Il capo era stato individuato: si chiama Saheed Lawal Kolynton e usava come base operativa un alloggio in corso Giulio Cesare 158 a Torino. Ma la Procura di Torino, la prima in Italia ad accorgersi della potenza della criminalità organizzata africana, aveva già capito che era in corso una forte infiltrazione della mala nigeriana. Nel 2005 i Black axe, ricostruiscono Federica Cravero e Sarah Martinenghi su Repubblica, e i Maphite, «divisi in famiglie con boss chiamati don, che ricordano molto le mafie nostrane», si incontrano. Nasce l'operazione Athenaeum. E un pentito descrive per la prima volta i Maphite: «Sono sbarcati a Lampedusa e la gente ha paura di loro... Non hanno rispetto per la vita, hanno già sofferto troppo per arrivare in Italia». E sono spietati. Al punto tale da occuparsi di espianti. Fino a quel momento, però, si pensava che servissero solo per i loro riti tribali. Nel 2011 arrivò anche un grido d'allarme molto serio dall'ambasciatore nigeriano a Roma: «Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenenti a sette segrete (...) riusciti a entrare in Italia principalmente con scopi criminali». E sulle sette segrete nigeriane anche Roma si era attivata. Nei faldoni c'è finito di tutto. A partire da un omicidio: una ragazza nigeriana trovata sezionata in due sacchi neri per l'immondizia lungo l'autostrada del Sole e mai identificata. Gli investigatori della Squadra mobile, coordinati dal pm Gabriele Mazzotta, analizzando una serie di ritrovamenti avvenuti anche in Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e al confine con la Francia, tutti con le stesse modalità (resti umani nel sacco della spazzatura poi finiti a bordo strada), conclusero che, siccome erano state asportate alcune parti del corpo, si trattava di riti tribali. Gli stessi riti che hanno portato in tribunale in Nigeria il calciatore Asamoah Gyan, ex attaccante dell'Udinese. L'accusa: omicidio plurimo e occultamento di cadavere allo scopo di effettuare un sacrificio che migliorasse il suo rendimento in campo. Le vittime: il rapper Castro e la sua fidanzata, Janet Badu, molto amici della punta. L'ennesima traccia del traffico d'organi è a Palermo. E porta dritta ai centri clandestini utilizzati dalle organizzazioni criminali per smistare i rifugiati. Uno dei ritrovi era dalle parti della centrale piazza Ballarò, luogo controllato anche dalla mala nigeriana. Uno degli scafisti pentiti, Atta Nuredin Wehabrebi, eritreo, ha svelato ai magistrati: «Le persone che non possono pagare il viaggio vengono consegnate a degli egiziani che le uccidono per prelevarne gli organi e rivenderli in Egitto per una somma di circa 15.000 dollari. In particolare questi egiziani vengono attrezzati per espiantare l'organo e trasportarlo in borse termiche». Tra le vittime ci sono di sicuro dei nigeriani. E potrebbero essercene, è una delle ipotesi di chi sta indagando, anche tra i mediatori. Ultimo racconto dell'orrore, questa volta legato solo ai sacrifici umani: su un barcone in avaria a largo della Sicilia due nigeriani e tre ghanesi (poi arrestati) hanno gettato in mare alcuni compagni di viaggio per un rito propiziatorio. Un sacrificio umano offerto alle divinità in cambio di un approdo certo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-la-mafia-nigeriana-gestisce-in-italia-il-traffico-degli-organi-2625904389.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="usano-i-corpi-di-donne-e-bambini-anche-per-sacrifici-e-riti-magici" data-post-id="2625904389" data-published-at="1777977183" data-use-pagination="False"> «Usano i corpi di donne e bambini anche per sacrifici e riti magici» In Nigeria l'espianto di organi e il vilipendio dei cadaveri a scopo di sacrificio sono fenomeni diffusi. A contrastare i vecchi retaggi delle religioni tribali ci ha provato la nuova legislazione introdotta nel 1990. Nel codice penale nigeriano, infatti, è previsto che, oltre alla condanna a morte per chi commette un omicidio, sia condannato alla stessa pena anche chi sottopone una persona a un «processo di prova» iniziatica che finisce con la morte. Inoltre, è prevista una condanna a cinque anni di carcere per chi viene trovato in possesso di una testa umana o di un cranio entro sei mesi dalla sua rimozione da un corpo o da uno scheletro. Di queste pratiche sono piene le riviste scientifiche. In un articolo accademico del 2011 sui rapimenti in Nigeria, i ricercatori della Ambrose Alli University di Ekpoma, Edo State e l'Università del Benin di Benin City, hanno sostenuto che gli obiettivi tradizionali del rapimento rituale sono i bambini. Secondo un sociologo dell'Università nigeriana Bayero di Kano, intervistato il 4 luglio 2009 da France presse, i sacerdoti tribali sono noti per queste pratiche disumane. Sul quotidiano Sahara Reporters, poi, nel 2012, è comparsa un'inchiesta giornalistica che ricostruì come in Nigeria «i membri vulnerabili della società», come donne, bambini e disabili, «vengono presi di mira e uccisi» per i riti tribali. Maurizio Blondet, giornalista ora in pensione ma per anni indagatore delle comunità nigeriane, ha catalogato sul suo blog decine di casi di omicidio rituale. E così, ad esempio, dal Daily Trust, principale quotidiano nigeriano, edito nella capitale Abuja, in una serie di articoli del 2010, si apprende che «le uccisioni rituali in Nigeria vengono eseguite per ottenere parti del corpo umano da usare durante i riti tradizionali». Oppure, sempre la stessa fonte, fa sapere che dopo gli espianti vengono preparate pozioni e incantesimi. E ancora: il quotidiano di Lagos This Day spiega che «i ritualisti, conosciuti anche come cacciatori di teste, vanno a caccia di parti umane su richiesta degli erboristi, che li cercano per i sacrifici o per la preparazione di pozioni magiche». Ricostruzione che fa il paio con quella del Daily Trust: «Le parti del corpo umano vengono portate agli erboristi che eseguono i rituali. I riti sono motivati dalla convinzione che possano portare potere e ricchezza a chi chiede la pozione. Si ritiene che gli incantesimi rendano invincibile una persona e la proteggano da insuccessi, malattie, incidenti e altri attacchi spirituali». Il quotidiano Punzon sottolinea che «ai nigeriani è stato fatto credere che i rituali siano efficaci». E ancora una volta il quotidiano Sahara Reporters, questa volta con un articolo del luglio 2012, afferma che «la credenza nel potere dell'omicidio rituale è molto sentita tra la popolazione della Nigeria meridionale, anche tra le persone di fedi diverse e a prescindere dai background educativi, quindi non solo tra analfabeti e tradizionalisti». Ma queste pratiche raccapriccianti non appartengono solo all'area Sud nigeriana: secondo un rapporto pubblicato da una rivista locale, Leadership, «l'omicidio rituale non è limitato a nessuna area specifica del Paese e ogni regione e tribù ha la sua usanza magica tipica». E infatti, una relazione riservata della polizia nigeriana che risale al 2009, ha indicato che le uccisioni con finalità magiche erano particolarmente diffuse nei territori di Lagos, Ogun, Kaduna, Abia, Kwara, Rivers e Kogi.
Delle due l’una: o gli allarmi sul ritiro degli statunitensi dalla Nato sono esagerati, come sostengono i tedeschi; oppure l’Alleanza atlantica si appresta a suonare le ultime note dell’orchestrina del Titanic. Fonti vicine alla Farnesina, infatti, ci informano che il prossimo 15 luglio, alla faccia delle minacce di Donald Trump, nella suggestiva ambientazione di Villa Miani a Roma, si celebreranno i 75 anni del Nato defense college. Si tratta dell’università militare dell’Organizzazione, fondata nel 1951, quando l’ente aprì i battenti a Parigi; venne trasferito all’Eur nel 1966, in seguito all’uscita della Francia dal Patto atlantico e, da ultimo, nella sede della Cecchignola, dove si trova dal 10 settembre 1999. All’epoca - era il periodo della trionfante campagna in Serbia - alla vicepresidenza del Consiglio c’era Sergio Mattarella, che appena tre mesi dopo l’inaugurazione del centro divenne ministro della Difesa. Anche l’attuale capo dello Stato sarebbe stato invitato all’evento, ma il Quirinale non ne avrebbe ancora confermato la presenza: sembra che il presidente della Repubblica voglia assicurarsi che nella capitale arrivi anche il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte.
Benché il «compleanno» del Defense college cada il 19 novembre, la cerimonia sarebbe stata anticipata. Forse - è un’ipotesi - per consentire di prendervi parte al comandante, il tenente generale danese Max A.L.T. Nielsen, prima che lasci il suo incarico. Ma ciò che sorprende di più, al di là della voglia di festeggiare in un momento del genere, è il conto della cerimonia. Non proprio un budget da ultimi giorni di Pompei. Sarebbe previsto, anzi, un ricevimento sfarzoso, con circa 500 persone, nella incantevole dimora storica dove, nel 2005, tennero il loro banchetto di nozze Francesco Totti e Ilary Blasi. Solo per la location e il catering, la somma si aggirerebbe tra i 200 e i 300.000 euro. E a proposito di orchestrine del Titanic, la Nato non si farà mancare la sua: alla Verità risulta che il simposio sarà allietato dalle note di una banda, ingaggiata con un cachet di circa 40.000 euro. Dopodiché, bisognerà provvedere agli extra: spese di viaggio e alloggi per i tanti convitati stranieri. Secondo le fonti da noi consultate, tutto compreso, potrebbe partire quasi 1 milione. Soldi provenienti dal bilancio Nato, cioè dai contributi degli Stati membri, cioè dalle tasche dei cittadini. I quali, anche per far fronte all’eventuale disimpegno Usa, nei prossimi anni dovranno svenarsi per aumentare la quota degli stanziamenti bellici fino al 5% dei Pil nazionali.
Appunto, delle due l’una: o qualcuno si appresta a suonare la lira sulle ceneri del sodalizio militare, o, in fondo, nessuno crede veramente che la Nato sia ai titoli di coda. Per varie ragioni. Primo, perché a Trump, per sganciarsi, serve un’autorizzazione che difficilmente il Congresso gli accorderebbe. Secondo, perché il parziale smantellamento dei contingenti americani schierati nel Vecchio continente, avviato peraltro da Barack Obama, era previsto da tempo e, almeno nel caso della Germania, coinvolgerebbe una cifra tutto sommato esigua: 5.000 uomini su oltre 35.000. Vista da una prospettiva diversa, sarebbe l’opportunità per costruire quel «pilastro europeo» della Difesa che qui si invoca da anni.
Che le dichiarazioni del tycoon, al di fuori delle stanze della politica e delle redazioni dei giornali, non abbiano innescato una particolare spirale di panico, lo dimostra l’intervista rilasciata ieri a Repubblica dal nostro capo di Stato maggiore, Carmine Masiello: «I fatti», ha spiegato il generale di corpo d’armata, «sono che un mese fa, insieme al comandante delle forze Usa in Europa, ho presieduto un importante convegno sulla sicurezza del fianco Sud […]. Per quanto riguarda gli scambi addestrativi con le unità statunitensi dislocate in Italia, per l’esercito non si registrano modifiche. Al contrario, l’obiettivo condiviso è quello di rafforzare ulteriormente l’interoperabilità». Dello stesso tenore le dichiarazioni del ministro degli Esteri di Berlino, Johann Wadephul: «Non ho alcun dubbio che non vi sarà alcuna riduzione della capacità di deterrenza della Nato in Europa». E se Giorgia Meloni, da Eravan, ci ha tenuto a ribadire che l’Italia ha sempre «mantenuto gli impegni», «anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti», tipo in Afghanistan e in Iraq, così che «alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette», Rutte ha gettato acqua sul fuoco: i Paesi europei, ha garantito, hanno «ascoltato il messaggio» di Trump, recependo la sua «delusione» per il mancato sostegno alla guerra in Iran, e stanno attuando agli accordi in vigore sull’impiego delle basi. Per di più, il leader ucraino, Volodymyr Zelensky, ha riferito di aver concordato, con il segretario generale, di rafforzare con «nuovi contributi» il Purl, il programma tramite il quale gli Stati del Vecchio continente acquistano armamenti da Washington per poi spedirli a Kiev. Business as usual. La Nato può festeggiare.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
La richiesta di maggiore flessibilità, tramite lo scostamento di bilancio, per gestire la crisi energetica, è stata nuovamente messa sul tavolo europeo. Dopo la risposta negativa arrivata durante il vertice di Cipro, in cui il presidente del Consiglio Giorgia Meloni si era speso affinché passasse la linea di scorporare dal calcolo del disavanzo le maggiori spese per l’energia, ieri all’Eurogruppo, il vertice dei ministri finanziari europei, Giancarlo Giorgetti ha rinnovato la richiesta di flessibilità.
Il ministro dell’Economia ha delineato i punti critici dello scenario globale, ovvero «peggioramento delle prospettive di crescita e significativi rischi al ribasso, inflazione in aumento e in prospettiva una stretta monetaria. Pertanto «lo choc energetico causato dalla crisi iraniana richiede una risposta rapida, coordinata e proporzionata da parte dell’Ue». In sostanza, secondo Giorgetti , «la politica “attendere e vedere” è finita, ora è tempo di agire».
Nel suo intervento all’Eurogruppo ha sollecitato l’attivazione di «una clausola di salvaguardia generale a livello Ue per ottenere maggiore spazio di bilancio». E ha sottolineato che «se non si raggiungesse il consenso necessario per questa soluzione, un’attivazione coordinata delle clausole di salvaguardia nazionali rappresenterebbe la migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale». L’intervento sarebbe mirato a comprarti industriali sui quali la crisi ha impattato di più, in linea con la flessibilità ora prevista dalla Commissione sugli aiuti di Stato. Un tale approccio garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri, consentendo un sostegno mirato e preservando al contempo l’integrità del mercato unico». Questo significa «estendere all’energia le deroghe al Patto di Stabilità già attive per la difesa».
Un consenso generale a una clausola di salvaguardia generale che coinvolga tutta la Ue non pare possibile, poiché, come ribadito più volte dalla Commissione, non vi sono le condizioni per poterla usare dato che la Ue o l’area euro non si trovano in recessione. La seconda è stata utilizzata per la spesa per la difesa, ma l’Italia non l’ha ancora richiesta ancora. Il ricorso «coordinato» alla clausola nazionale (per le spese contro il caro energia) «rappresenterebbe la migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale. Il suo utilizzo sarebbe temporaneo, di portata limitata e mirato ai settori più esposti, in linea con la flessibilità ora prevista dalla Commissione per il quadro Ue sugli aiuti di Stato. Un tale approccio garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri, consentendo un sostegno mirato e preservando al contempo l’integrità del mercato unico».
Per Giorgetti «le misure dovrebbero rimanere incentrate sull’attenuazione dell’impatto sui settori più colpiti, in particolare agricoltura, pesca, trasporti e industrie ad alta intensità energetica, attraverso un sostegno proporzionato e temporaneo».
Ma c’è anche una terza opzione: estendere la clausola per la difesa alle spese per il caro energia «invocando le questioni di sicurezza nazionale già previste nel Temporary framework approvato la settimana scorsa dalla Commissione Ue». Giorgetti ha indicato l’interesse a discutere «misure selettive per l’incremento delle entrate»: l’Italia sostiene l’introduzione a livello Ue di una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche, come suggerito insieme a Germania, Portogallo, Austria e Spagna, in una lettera inviata alla Commissione.
Il ministro si è mosso con passi felpati ma decisi. Non una parola di troppo che possa essere interpretata dai mercati come uno strappo rispetto alla linea più volte rimarcata da Bruxelles di non consentire spazi di flessibilità rispetto a quelli già previsti.
Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, in mattinata era stato più tranciante: «È una questione di sopravvivenza». Se Bruxelles impedisce lo scostamento di bilancio, «sono convinto che il governo porterà all’approvazione del Parlamento, la possibilità di spendere soldi al di là dei vincoli e dei limiti europei per aiutare gli italiani che hanno bisogno». Poi ha ricordato lo sciopero degli autotrasportatori previsto dal 25 al 29 maggio. «Avere per una settimana i camion fermi, vuol dire avere i negozi vuoti, e vuol dire avere l’Italia nel caos. Per cui o Bruxelles mi permette di aiutare questi lavoratori o immagino, lo faremo lo stesso». All’Eurogruppo di ieri sono emerse voci di preoccupazione. Il Portogallo ha detto che è «importante» disporre di «un po' di flessibilità» per poter aiutare i settori «più colpiti» dallo choc energetico. Per il Belgio non ci sono le condizioni per una sospensione del Patto di stabilità. Sulla stessa linea l’Olanda: «Fare più debito non è la soluzione alla crisi dei prezzi dell’energia». La Spagna ha portato la proposta di usare la clausola nazionale che ha permesso ai Paesi Ue di scorporare dal Patto di stabilità le spese per la difesa.
Ursula «spreca» 20 miliardi per l’IA
Automotive, satelliti o intelligenza artificiale, lo schema delle strategie fallimentari dell’Europa si basa su una serie di fattori in comune che spaventano più dei flop stessi. Si parte con un ritardo abissale nel cogliere dove stiano andando l’industria e le nuove tecnologie (basti pensare al gap competitivo rispetto a Starlink), si continua con una corsa sfrenata per metterci in un modo o nell’altro una pezza e si arriva allo spreco di risorse e alla crisi di filiere (emblematica quella dell’automotive) che si traduce immancabilmente in un taglio di posti di lavoro.
L’ultimo esempio è quello dell’IA, dove però il danno è forse ancora rimediabile. O è almeno quanto sperano gli eurodeputati e gli analisti che secondo la ricostruzione di Politico stanno provando a mettere un argine alla furia masochista di Ursula von der Leyen.
Nel disperato tentativo di entrare nella partita che si stanno giocando senza esclusione di colpi Stati Uniti e Cina, il presidente della Commissione vuol costruire delle enormi strutture di analisi dei dati per addestrare modelli di Intelligenza artificiale altrettanto «importanti». L’obiettivo è creare quattro a cinque gigafactory, ciascuna dotata di 100.000 unità di elaborazione grafica (Gpu) per addestrare l’intelligenza artificiale del Vecchio continente. Per raggiungere lo scopo, l’Ue ha stanziato un fondo di 20 miliardi puntando a triplicare la capacità dei data center europei entro il 2030-2032.
C’è qualche problema. Innanzitutto i tempi. A parte l’enorme ritardo già accumulato, infatti, il bando per la presentazione dei progetti è stato rinviato due volte e l’ultimo arco temporale preso in considerazione parla della primavera. Sarà vero?
Quindi, la vera domanda dalla quale sarebbe dovuto partire l’intero progetto: per chi lavorerebbero le mega «fabbriche» che Bruxelles sta così dispendiosamente finanziando? A oggi in Europa mancano campioni nazionali che possano sfruttare l’energia prodotta dalle potenziali nuove centrali. «Non è affatto chiaro quale sia il pubblico di riferimento delle gigafactory», ha evidenziato in un’intervista Nicoleta Kyosovska, assistente di ricerca presso il Centro di studi di politica europea, un think tank con sede a Bruxelles, e coautrice di un rapporto sulle gigafactory dal titolo: Santuari dell’innovazione o cattedrali nel deserto?, «non abbiamo molte aziende che si occupano di Intelligenza artificiale, anzi forse abbiamo solo Mistral».
Mistral AI è una startup francese fondata nell’aprile del 2023 da tre ricercatori: Arthur Mensch, Guillaume Lample, e Timothée Lacroix. Dopo gli studi alla École Polytechnique e le esperienze in Google DeepMind e Meta, i nostri si sono posti l’obiettivo di democratizzare l’intelligenza artificiale attraverso modelli, prodotti e soluzioni open-source. Chapeau. Ma da qui a immaginarli come un’alternativa credibile ai modelli americani come ChatGpt (OpenAI) e Anthropic, che stanno investendo miliardi su miliardi nello sviluppo dei nuovi modelli di IA, ce ne passa.
«Nessuno è stato in grado di spiegarmi», ha evidenziato Sergey Lagodinsky, europarlamentare tedesco dei Verdi, «quale sia il piano aziendale che stanno realizzando per queste gigafactory».
Tant’è che paradossalmente, le nuove fabbriche europee potrebbero finire per accrescere la dipendenza del Vecchio continente dalla tecnologia Usa con l’americana Nvidia che è leader mondiale nella fornitura dei chip Gpu di cui sopra.
Il dubbio è venuto a un gruppo di 18 parlamentari Ue che ha interrogato sul tema la Commissione. Senza ricevere, neanche a dirlo, risposte.
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Giorgia Meloni con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan al vertice Epc di Erevan (Getty Images)
Su questo punto è tornato anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «I flussi migratori incontrollati mettono a dura prova la sicurezza dei cittadini e, se sfruttati come minaccia ibrida, anche la stabilità degli Stati. Ma non è tutto. Influiscono anche sull’economia, mettendo a dura prova le risorse pubbliche e incidendo sul mercato del lavoro; ciò indebolisce la competitività aumentando l’incertezza e le tensioni sociali», è il monito di Meloni. «Il modello Italia per le politiche migratorie continua a essere un punto di riferimento», ha ricordato anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, «i centri in Albania sono un progetto innovativo di cui parla tutta Europa, che infatti ha tarato le sue normative sui nostri centri. Quindi non stiamo sprecando soldi. Mare Nostrum, peraltro, è costata molto di più, al di là dell’obiettivo nobile».
In questo contesto, ha ripreso il premier, l’Europa è chiamata ad «alzare il tiro e, dopo aver dimostrato di saper rispondere alle emergenze, deve dimostrare di saperle prevedere».
Infine ci sono anche legami con l’energia, «poiché dobbiamo anche affrontare il fatto che molti flussi provengono da regioni instabili che sono fondamentali per i nostri approvvigionamenti energetici». Lo ha spiegato in occasione dell’ottava edizione della Comunità politica europea (Epc) a Erevan, in Armenia. La «necessità» è quella «di agire contro i trafficanti, garantire che i quadri normativi nazionali e internazionali siano solidi, accelerare i rimpatri, stringere nuove partnership, gestire efficacemente la migrazione a monte e contrastare la strumentalizzazione della migrazione», quindi «sostenersi a vicenda in questi sforzi». È quanto si legge nella dichiarazione congiunta dell’Epc.
In Armenia Meloni ha affrontato con il primo ministro canadese Mark Carney il tema delle materie prime critiche, «un altro elemento essenziale della sovranità energetica». E poi: «Credo che anche iniziative come questa che allargano il concetto d’Europa e dei confini propri dell’Unione europea siano utili».
Un vertice che anticipa la visita di Meloni in Azerbaigian, una missione che rientra nel quadro del rafforzamento della sicurezza energetica dell’Italia per proteggere le famiglie e le imprese dagli choc esterni dovuti alla guerra ma non solo. L’Italia si conferma il primo mercato di destinazione dell’export azero ed è anche il secondo fornitore di petrolio e gas all’Italia (17% e 16% del fabbisogno nazionale). Dal 2020 al 2025, sono stati trasportati in Italia circa 45 miliardi di metri cubi via Tap, il Trans-Adriatic pipeline.
In un contesto internazionale segnato da elevata instabilità, che incide sulla tenuta delle catene di approvvigionamento, Meloni e il presidente Ilham Aliyev avranno modo di approfondire le modalità per consolidare le relazioni tra Roma e Baku. «Il progetto Tap, che fa parte del corridoio del gas, deve naturalmente essere ampliato per aumentare le forniture», ha detto Aliyev.
«Dopo il viaggio nel Golfo, chiaramente anche questo (in Azerbaigian) fa parte di una diplomazia dell’energia che serve a difendere i nostri interessi ma non a farlo semplicemente sul piano episodico, a farlo su un piano strutturale di lungo termine e quindi cerchiamo di fare la nostra parte», ha spiegato Meloni. «Noi vogliamo che l’Azerbaigian possa rafforzare il suo ruolo di snodo fondamentale tra Europa e Asia», ha aggiunto, «e che l’Italia possa essere sempre più la porta d’accesso privilegiata al mercato europeo».
Secondo il premier, energia e connettività sono due ambiti nei quali l’Europa «può e deve giocare un ruolo più incisivo», sostenendo investimenti e favorendo una maggiore integrazione dell’Azerbaigian nelle reti energetiche e nei network dei trasporti internazionali. Il governo sul piano energetico punta a diversificare fonti e partner, costruendo una rete di cooperazioni che guarda all’Azerbaigian, al Nord Africa e ai Paesi del Golfo. Una vera e propria «diplomazia dell’energia» pensata per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e tutelare gli interessi nazionali nel lungo periodo. Meloni insiste poi sulla necessità di un cambio di paradigma in Europa: «Dopo anni segnati da crisi, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, l’Unione europea deve passare da una logica di reazione a una capacità di anticipazione. Serve una strategia di lungo periodo che tenga conto non solo dei partner più affini, ma anche del vicinato geografico».
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Marco Rubio (Ansa)
Si tratta di una missione, quella di Rubio, particolarmente delicata. Non dimentichiamo infatti che, il mese scorso, Donald Trump ha polemizzato sia con Leone che con la stessa Meloni. Al primo ha rimproverato di essere «debole» su crimine e politica estera, mentre ha accusato la seconda di non aver fornito adeguata assistenza agli Usa nella crisi di Hormuz.
Fibrillazioni significative, i cui strascichi, a oggi, non si sono ancora del tutto sopiti. La scorsa settimana, Leone ha messo a capo della diocesi di Wheeling-Charleston un prelato che, oltre a entrare illegalmente negli Stati Uniti da adolescente, è un aperto critico delle politiche migratorie di Trump. Inoltre, proprio ieri, il Papa ha ricevuto i rappresentanti delle Catholic Charities degli Stati Uniti: enti con cui l’attuale amministrazione americana è ai ferri corti sull’immigrazione. Al contempo, sempre ieri, la Meloni ha continuato a mostrare una certa freddezza verso la Casa Bianca. «È una scelta che non dipende da me e che personalmente non condividerei», ha dichiarato, riferendosi all’eventualità, ventilata da Trump, di ritirare le truppe americane dall’Italia. «L’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni, ha mantenuto tutti gli impegni che ha sottoscritto, lo ha sempre fatto. Lo abbiamo fatto particolarmente in ambito Nato, lo abbiamo fatto anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti: lo abbiamo fatto in Afghanistan, lo abbiamo fatto in Iraq», ha anche detto l’inquilina di Palazzo Chigi, per poi aggiungere: «Quindi alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette, anche perché a livello di Patto Atlantico nessuno si è presentato in una sede formale a chiedere un sostegno degli alleati sulle scelte che stava facendo».
In tutto questo, il comunicato con cui il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato il viaggio romano di Rubio è apparso particolarmente stringato. «Il segretario Rubio incontrerà i vertici della Santa Sede per discutere della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale. Gli incontri con le controparti italiane si concentreranno sugli interessi di sicurezza condivisi e sull’allineamento strategico», si legge nella breve nota. Tuttavia, al di là della freddezza del comunicato, è comunque una notizia che Rubio arrivi in Italia per parlare con Leone e con la Meloni: il che significa che, al netto della retorica, Trump ha interesse a questa doppia ricucitura. Del resto, oltre a essere cattolico, Rubio, all’interno dell’attuale amministrazione statunitense, è la figura meno ostile alla Nato e, più in generale, al Vecchio Continente. Non solo. Oltre a essere segretario di Stato, il diretto interessato riveste anche il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che ne fa, insieme a JD Vance, l’uomo attualmente più vicino al presidente statunitense.
Ma in che cosa risiede esattamente l’importanza del viaggio di Rubio? Partiamo dalla Santa Sede. Trump ha necessità di ricomporre la frattura con Leone per una serie di ragioni. Dal punto di vista geopolitico, la rottura con l’attuale pontefice rischia indirettamente di rafforzare quei settori filocinesi della Chiesa cattolica che erano usciti sconfitti dal conclave dell’anno scorso. In secondo luogo, Trump, a livello interno, vuole mantenere la presa su quell’elettorato cattolico che, nel 2024, lo votò in larga maggioranza: un elettorato di cui il presidente ha bisogno in vista delle Midterm di novembre e di cui avranno bisogno anche Rubio e Vance, entrambi cattolici, alle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Dall’altra parte, è vero che i vescovi statunitensi sono ai ferri corti con Trump su immigrazione clandestina e guerra in Iran. Ma è altrettanto vero che la gerarchia cattolica americana continua a temere l’ala woke di quel Partito democratico che, quando guidò la Casa Bianca con Joe Biden, non solo portò avanti politiche ferreamente abortiste ma utilizzò anche l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti. Va d’altronde rilevato che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dell’attuale presidente americano tra gli elettori cattolici a fine aprile è aumentato rispetto al mese precedente: segno, questo, del fatto che non sempre la base elettorale cattolica statunitense è politicamente allineata all’episcopato locale.
Venendo al governo italiano, è significativo che Trump invii Rubio a Roma proprio mentre sta inasprendo il suo scontro con Berlino. La Casa Bianca ha del resto sempre trovato nel governo Meloni una sponda contro quei leader europei che, da Emmanuel Macron a Pedro Sánchez, hanno cercato di spingere Bruxelles tra le braccia della Cina. Dall’altra parte, la forza dell’inquilina di Palazzo Chigi sul piano internazionale è storicamente in gran parte connessa ai suoi stretti legami con Washington (sia ai tempi di Biden che con Trump). Tutto questo per dire che, al netto delle difficoltà, tutti e tre gli attori in gioco - Usa, Italia e Santa Sede - hanno un interesse a ricomporre le fratture. Rubio è chiamato a portare a termine questo compito. Missione non facile, ma neppure impossibile.
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