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2025-01-20
Corsa ai satelliti e armi nucleari. L’escalation militare nello spazio
Gwynne Shotwell (Getty Images)
La corsa alla supremazia nello spazio si intensifica, con Stati Uniti, Cina e Russia impegnati nello sviluppo di tecnologie sempre più avanzate per il controllo delle orbite. Pechino ha lanciato una nuova generazione di satelliti in grado di eseguire manovre orbitali sofisticate, come il rifornimento in orbita, utilizzati spesso per ispezionare e monitorare satelliti di altre nazioni, con il potenziale di interferire con essi. Mosca, invece, concentra i suoi sforzi sui satelliti «hunter-killer», progettati per attacchi mirati alle infrastrutture spaziali strategiche. Washington risponde con programmi come l’X-37B e una flotta di piccoli satelliti altamente manovrabili, concepiti per difendere risorse critiche e garantire la sicurezza delle infrastrutture nello spazio.
La competizione tra le potenze si gioca non solo sul piano tecnologico, ma anche su quello della sicurezza e del controllo geopolitico delle orbite terrestri. Le tecnologie emergenti stanno trasformando il panorama della competizione spaziale. Tra le innovazioni più significative, leggiamo sulla rivista Air & Space Forces Magazine, figurano sistemi di propulsione nucleare per missioni a lungo raggio e satelliti di risposta rapida, progettati per neutralizzare minacce nello spazio in tempi brevissimi. Tuttavia, il progresso tecnologico solleva anche complessi interrogativi legali. Le normative internazionali esistenti non definiscono con chiarezza cosa costituisca un atto di guerra nello spazio, lasciando ampie zone d’ombra. A complicare il quadro, la natura dual-use di molti satelliti e le difficoltà nell’attribuire con precisione le responsabilità di eventuali attacchi.
Nel 2024, la crescente militarizzazione dello spazio ha segnato una svolta epocale. Controllo delle orbite, sorveglianza avanzata e capacità di reazione rapida sono diventati elementi strategici centrali per la sicurezza nazionale delle grandi potenze. Il futuro delle relazioni internazionali nello spazio appare sempre più intrecciato con il progresso tecnologico e con la necessità di aggiornare le regole del diritto internazionale. Stati Uniti, Cina e Russia sono protagonisti di una competizione strategica che sta ridefinendo il dominio spaziale, trasformando l’orbita terrestre in un nuovo terreno di confronto geopolitico. Nel 2019, gli Stati Uniti hanno segnato un punto di svolta con l’istituzione della Space Force, una divisione militare interamente dedicata alle operazioni spaziali. Il generale Chance Saltzman, comandante della Space Force, ha recentemente sottolineato il rapido avanzamento delle capacità militari spaziali della Cina, definendolo «incredibile» e lanciando un monito sulla necessità di un’azione concertata con gli alleati internazionali. Oltre alla Cina, anche la Russia rappresenta una minaccia crescente. Il compito principale della Space Force è la protezione degli assetti spaziali statunitensi, un’impresa che include il monitoraggio di oltre 46.000 oggetti in orbita. Per affrontare queste sfide, la Space Force sta rafforzando la collaborazione con il settore privato, incentivando lo sviluppo di tecnologie all’avanguardia per garantire la sicurezza nello spazio. Tra le collaborazioni strategiche più rilevanti si distingue quella con SpaceX, l’azienda fondata da Elon Musk, che ha siglato un contratto da 734 milioni di dollari per garantire servizi di lancio spaziale alle agenzie di difesa e intelligence degli Stati Uniti. Questa partnership evidenzia il ruolo sempre più centrale dell’industria privata nella sicurezza nazionale, in un momento storico in cui lo spazio si conferma un ambito cruciale per la difesa e la supremazia tecnologica.
La Cina continua a espandere le proprie ambizioni spaziali con un aumento significativo degli investimenti in progetti strategici. Tra questi spiccano le costellazioni satellitari G60 e GW, concepite per fornire servizi Internet a banda larga su scala globale e rafforzare la sicurezza nazionale. Parallelamente, Pechino ha intensificato lo sviluppo di tecnologie anti-satellite, capaci di disabilitare o distruggere satelliti nemici, alimentando le preoccupazioni internazionali sulla crescente militarizzazione dello spazio. Nel 2024 la Cina ha completato con successo il terzo test di un aereo spaziale senza pilota, un sistema che, secondo gli esperti, potrebbe essere utilizzato per minacciare le infrastrutture satellitari strategiche. Questi progressi sottolineano l’intenzione di Pechino di consolidare il proprio controllo nello spazio e sfidare la supremazia statunitense in questo settore cruciale.
Anche la Russia, nel frattempo, continua a sviluppare capacità spaziali avanzate, mantenendo alta la tensione nella competizione globale per il dominio orbitale. Rapporti recenti segnalano che la Russia sta sviluppando armi nucleari progettate specificamente per operazioni nello spazio. Questa evoluzione ha suscitato profonde preoccupazioni a livello internazionale, alimentando timori su una possibile militarizzazione dell’orbita terrestre e sull’installazione di armamenti nucleari nello spazio.
Le attività di Mosca e Pechino stanno esacerbando le tensioni globali, evidenziando la necessità urgente di regole internazionali chiare per prevenire la trasformazione dello spazio in un nuovo teatro di guerra. La crescente militarizzazione dello spazio da parte delle principali potenze mondiali rappresenta una minaccia significativa per la sicurezza globale. L’assenza di un quadro normativo efficace potrebbe innescare una pericolosa corsa agli armamenti spaziali, aumentando il rischio di conflitti in orbita con conseguenze dirette sulla Terra. La cooperazione internazionale e lo sviluppo di accordi vincolanti per regolare l’uso militare dello spazio emergono come priorità essenziali. Senza tali misure, lo spazio rischia di diventare rapidamente un campo di battaglia, mettendo a rischio la stabilità globale e le infrastrutture critiche. Nel 2024, lo spazio si è confermato un dominio strategico cruciale, con Stati Uniti, Cina e Russia impegnati in una competizione serrata per il suo controllo. Questa dinamica riflette l’aspirazione di Cina e Russia a sfidare il predominio statunitense, consolidando la loro alleanza per diventare nuovi attori principali sulla scena globale. Tuttavia, resta forte lo scetticismo sul fatto che lo spazio possa rimanere un ambiente pacifico. La militarizzazione spaziale si sta delineando come la nuova frontiera della conflittualità globale, evidenziando la necessità di interventi immediati e coordinati per evitare una drammatica escalation che sarebbe senza ritorno.
La flotta cinese: da 36 apparecchi a più di 1.000
Il rapporto annuale del Pentagono «Sviluppi militari e di sicurezza che coinvolgono la Repubblica Popolare Cinese», pubblicato lo scorso 18 dicembre, sottolinea il ritmo accelerato della modernizzazione militare della Cina, con un’attenzione crescente alle tecnologie spaziali e di Intelligenza artificiale (Ia). Il rapporto, spesso definito «China Military Power Report», offre spunti sulle capacità in espansione di Pechino, molte delle quali mirano a contrastare l’influenza degli Usa nell’Indopacifico. Il rapporto pone enfasi sull’uso da parte della Cina di satelliti e Ia per rafforzare le sue operazioni militari. Descrive come Pechino stia sempre più sfruttando la sorveglianza basata sullo spazio per tracciare le Forze statunitensi e alleate e migliorare le sue capacità di attacco di precisione. Questa capacità include l’integrazione di dati satellitari con sistemi di Ia avanzati per identificare vulnerabilità e guidare attacchi missilistici ad alta precisione. Le capacità spaziali della Cina si sono espanse a un ritmo rapido, nota il rapporto. Nel 2010 il Paese gestiva una modesta flotta di 36 satelliti. Entro il 2024 quel numero è salito a oltre 1.000, con oltre 360 dedicati a missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione.
«La Repubblica Popolare Cinese sottolinea l’importanza delle capacità di sorveglianza basate sullo spazio nel supportare attacchi di precisione e, nel 2022, ha continuato a sviluppare la sua costellazione di satelliti da ricognizione militare che potrebbero supportare il monitoraggio, il tracciamento e il targeting delle Forze statunitensi e alleate», afferma il rapporto. La Cina ha adottato «la guerra di precisione multi-dominio», una strategia che integra intelligenza artificiale, big data e tecnologie spaziali per condurre operazioni militari altamente coordinate. Articolato per la prima volta dall’Esercito Popolare di Liberazione nel 2021, questo concetto rispecchia strategie simili avviate dal Pentagono, ma ora sembra essere una pietra angolare della dottrina militare cinese. L’idea è di sintetizzare grandi quantità di intelligence da vari domini (terra, mare, aria, spazio e cyberspazio) per sferrare attacchi precisi e coordinati. Oltre ai progressi nel campo dei satelliti, la Cina continua a sviluppare armi anti-satellite e tecnologie per aerei spaziali riutilizzabili, afferma il rapporto. La valutazione del Pentagono suggerisce che i progressi di Pechino non riguardano solo il confronto militare, ma riflettono anche le ambizioni di leadership tecnologica e strategica globale.
«Usa in vantaggio ma in ambiti specifici i rivali competono»
Il generale Pasquale Preziosa, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, è presidente dell’Osservatorio Sicurezza Eurispes.
Cosa succede nello spazio?
«Siamo in presenza di una nuova corsa verso lo spazio, caratterizzata da una crescente domanda di dati, connettività e capacità di analisi. Dalle vision delle startup del settore alle costellazioni satellitari dei giganti della tecnologia, l’impennata delle missioni spaziali evidenzia una domanda diffusa e in continua crescita. La corsa si basa su tre linee di tendenza principali: la crescente richiesta di dati, connettività e monitoraggio, necessaria per settori come l’agricoltura di precisione, l’IoT, le comunicazioni globali e il monitoraggio ambientale; l’evoluzione della tecnologia satellitare, con la proliferazione di Smallsat, nanosat e cubesat, che ha reso la produzione più economica e accessibile, consentendo missioni più mirate e costellazioni su larga scala come Starlink e Project Kuiper; il cambiamento nella tecnologia e nella frequenza di lancio, guidato da attori come SpaceX, che ha rivoluzionato il settore con razzi riutilizzabili e un numero record di lanci (oltre 60 nel 2023), e da agenzie come la Nasa, che collaborano con partner commerciali. Nonostante il coinvolgimento di nuovi attori, i principali protagonisti della nuova corsa spaziale restano Usa, Cina e Russia. La Cina ha accelerato notevolmente i suoi programmi con obiettivi ambiziosi come basi lunari e una stazione spaziale permanente. Anche Europa e Regno Unito stanno consolidando la loro presenza. Questa corsa ha caratterizzato lo spazio come nuovo dominio operativo in stretta connessione col cyberspazio. L’emergere di entrambi i domini riflette un cambiamento fondamentale nelle dinamiche geopolitiche e militari. Spazio e cyberspazio sono ormai centrali per le strategie di sicurezza, la competitività economica e l’influenza globale, poiché supportano infrastrutture critiche».
Chi è più avanti tra Russia, Cina e Stati Uniti?
«Gli Usa sono considerati la nazione più avanzata nel dominio spaziale, seguiti dalla Cina. La Russia sta cercando di mantenere un ruolo rilevante nonostante le sfide economiche e tecnologiche. Tuttavia, ciascun Paese ha sviluppato capacità specifiche che lo rendono competitivo in certi ambiti specifici. Sotto il profilo infrastrutturale e tecnologico gli Usa possiedono la rete satellitare più estesa al mondo per scopi militari, commerciali e scientifici, il Global Positioning System (Gps) rimane la rete di navigazione satellitare più utilizzata al mondo. Progetti come Starlink di SpaceX mostrano la capacità degli Usa di integrare tecnologia commerciale e militare. Inoltre, la creazione nel 2019 della U.S. Space Force ha consolidato il dominio spaziale come priorità nazionale, con risorse significative dedicate alla protezione dei satelliti e allo sviluppo di armi spaziali. Aziende come SpaceX, Blue Origin e Lockheed Martin sono leader globali nel settore spaziale e collaborano strettamente con il governo per progetti strategici. Sotto il profilo militare hanno testato armi cinetiche e laser per difendere i propri asset spaziali. Inoltre, hanno sviluppato satelliti resilienti per resistere a eventuali attacchi e possiedono capacità di guerra cibernetica avanzate».
L’amministrazione Trump darà un forte impulso alle attività belliche spaziali?
«È probabile. Già durante il primo mandato Trump ha istituito la U.S. Space Force come nuova branca militare per rafforzare la posizione degli Usa nello spazio come “dominio di guerra”. Nel secondo mandato è ragionevole supporre che questa forza sarà potenziata con finanziamenti e sviluppo di nuove capacità operative. Elon Musk, tramite SpaceX, potrebbe giocare un ruolo chiave, fornendo infrastrutture, tecnologie di lancio riutilizzabili e supporto per missioni di difesa. SpaceX ha già collaborato col Dipartimento della Difesa per il lancio di satelliti militari e lo sviluppo di reti di comunicazione sicure. La costellazione Starlink potrebbe essere integrata nei sistemi di comunicazione militari globali per garantire connettività sicura e resiliente. Nel secondo mandato di Trump probabilmente vedremo anche una accelerazione per lo sviluppo di armi antisatellite (Asat), come tecnologie offensive (attacchi cinetici e armi a energia diretta) e difensive (satelliti “guardian” per proteggere infrastrutture spaziali critiche). Inoltre, l’enfasi sull’utilizzo della Luna come “avamposto strategico” per operazioni spaziali riflette una visione in linea con l’obiettivo strategico di dominare questo “dominio operativo”. Tuttavia, una forte dipendenza da SpaceX potrebbe alimentare critiche sulla concentrazione di potere in mani private e creare tensioni con altri attori industriali. Inoltre, una maggiore militarizzazione dello spazio, combinata con la crescita delle capacità spaziali di Cina e Russia, rischierebbe di destabilizzare ulteriormente il fragile equilibrio internazionale nel settore. Anche senza un secondo mandato di Trump, la militarizzazione dello spazio è una tendenza globale in atto, influenzata da molteplici attori sia statali sia privati».
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Washington, Pechino e Mosca stanno sviluppando strumenti sempre più avanzati per il controllo delle orbite, dove il diritto internazionale non dice con chiarezza cosa costituisca un atto di guerra. Il 2024 anno di svolta.La flotta cinese: da 36 apparecchi a più di 1.000. Boom in 15 anni anche grazie all’Intelligenza artificiale. Focus sull’Indopacifico. «Usa in vantaggio ma in ambiti specifici i rivali competono». Il generale Pasquale Preziosa: «Cresce la domanda di dati. Tecnologie commerciali e belliche ormai sono integrate. Donald Trump darà un nuovo impulso». Lo speciale comprende tre articoli.La corsa alla supremazia nello spazio si intensifica, con Stati Uniti, Cina e Russia impegnati nello sviluppo di tecnologie sempre più avanzate per il controllo delle orbite. Pechino ha lanciato una nuova generazione di satelliti in grado di eseguire manovre orbitali sofisticate, come il rifornimento in orbita, utilizzati spesso per ispezionare e monitorare satelliti di altre nazioni, con il potenziale di interferire con essi. Mosca, invece, concentra i suoi sforzi sui satelliti «hunter-killer», progettati per attacchi mirati alle infrastrutture spaziali strategiche. Washington risponde con programmi come l’X-37B e una flotta di piccoli satelliti altamente manovrabili, concepiti per difendere risorse critiche e garantire la sicurezza delle infrastrutture nello spazio. La competizione tra le potenze si gioca non solo sul piano tecnologico, ma anche su quello della sicurezza e del controllo geopolitico delle orbite terrestri. Le tecnologie emergenti stanno trasformando il panorama della competizione spaziale. Tra le innovazioni più significative, leggiamo sulla rivista Air & Space Forces Magazine, figurano sistemi di propulsione nucleare per missioni a lungo raggio e satelliti di risposta rapida, progettati per neutralizzare minacce nello spazio in tempi brevissimi. Tuttavia, il progresso tecnologico solleva anche complessi interrogativi legali. Le normative internazionali esistenti non definiscono con chiarezza cosa costituisca un atto di guerra nello spazio, lasciando ampie zone d’ombra. A complicare il quadro, la natura dual-use di molti satelliti e le difficoltà nell’attribuire con precisione le responsabilità di eventuali attacchi. Nel 2024, la crescente militarizzazione dello spazio ha segnato una svolta epocale. Controllo delle orbite, sorveglianza avanzata e capacità di reazione rapida sono diventati elementi strategici centrali per la sicurezza nazionale delle grandi potenze. Il futuro delle relazioni internazionali nello spazio appare sempre più intrecciato con il progresso tecnologico e con la necessità di aggiornare le regole del diritto internazionale. Stati Uniti, Cina e Russia sono protagonisti di una competizione strategica che sta ridefinendo il dominio spaziale, trasformando l’orbita terrestre in un nuovo terreno di confronto geopolitico. Nel 2019, gli Stati Uniti hanno segnato un punto di svolta con l’istituzione della Space Force, una divisione militare interamente dedicata alle operazioni spaziali. Il generale Chance Saltzman, comandante della Space Force, ha recentemente sottolineato il rapido avanzamento delle capacità militari spaziali della Cina, definendolo «incredibile» e lanciando un monito sulla necessità di un’azione concertata con gli alleati internazionali. Oltre alla Cina, anche la Russia rappresenta una minaccia crescente. Il compito principale della Space Force è la protezione degli assetti spaziali statunitensi, un’impresa che include il monitoraggio di oltre 46.000 oggetti in orbita. Per affrontare queste sfide, la Space Force sta rafforzando la collaborazione con il settore privato, incentivando lo sviluppo di tecnologie all’avanguardia per garantire la sicurezza nello spazio. Tra le collaborazioni strategiche più rilevanti si distingue quella con SpaceX, l’azienda fondata da Elon Musk, che ha siglato un contratto da 734 milioni di dollari per garantire servizi di lancio spaziale alle agenzie di difesa e intelligence degli Stati Uniti. Questa partnership evidenzia il ruolo sempre più centrale dell’industria privata nella sicurezza nazionale, in un momento storico in cui lo spazio si conferma un ambito cruciale per la difesa e la supremazia tecnologica. La Cina continua a espandere le proprie ambizioni spaziali con un aumento significativo degli investimenti in progetti strategici. Tra questi spiccano le costellazioni satellitari G60 e GW, concepite per fornire servizi Internet a banda larga su scala globale e rafforzare la sicurezza nazionale. Parallelamente, Pechino ha intensificato lo sviluppo di tecnologie anti-satellite, capaci di disabilitare o distruggere satelliti nemici, alimentando le preoccupazioni internazionali sulla crescente militarizzazione dello spazio. Nel 2024 la Cina ha completato con successo il terzo test di un aereo spaziale senza pilota, un sistema che, secondo gli esperti, potrebbe essere utilizzato per minacciare le infrastrutture satellitari strategiche. Questi progressi sottolineano l’intenzione di Pechino di consolidare il proprio controllo nello spazio e sfidare la supremazia statunitense in questo settore cruciale. Anche la Russia, nel frattempo, continua a sviluppare capacità spaziali avanzate, mantenendo alta la tensione nella competizione globale per il dominio orbitale. Rapporti recenti segnalano che la Russia sta sviluppando armi nucleari progettate specificamente per operazioni nello spazio. Questa evoluzione ha suscitato profonde preoccupazioni a livello internazionale, alimentando timori su una possibile militarizzazione dell’orbita terrestre e sull’installazione di armamenti nucleari nello spazio. Le attività di Mosca e Pechino stanno esacerbando le tensioni globali, evidenziando la necessità urgente di regole internazionali chiare per prevenire la trasformazione dello spazio in un nuovo teatro di guerra. La crescente militarizzazione dello spazio da parte delle principali potenze mondiali rappresenta una minaccia significativa per la sicurezza globale. L’assenza di un quadro normativo efficace potrebbe innescare una pericolosa corsa agli armamenti spaziali, aumentando il rischio di conflitti in orbita con conseguenze dirette sulla Terra. La cooperazione internazionale e lo sviluppo di accordi vincolanti per regolare l’uso militare dello spazio emergono come priorità essenziali. Senza tali misure, lo spazio rischia di diventare rapidamente un campo di battaglia, mettendo a rischio la stabilità globale e le infrastrutture critiche. Nel 2024, lo spazio si è confermato un dominio strategico cruciale, con Stati Uniti, Cina e Russia impegnati in una competizione serrata per il suo controllo. Questa dinamica riflette l’aspirazione di Cina e Russia a sfidare il predominio statunitense, consolidando la loro alleanza per diventare nuovi attori principali sulla scena globale. Tuttavia, resta forte lo scetticismo sul fatto che lo spazio possa rimanere un ambiente pacifico. 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Il rapporto, spesso definito «China Military Power Report», offre spunti sulle capacità in espansione di Pechino, molte delle quali mirano a contrastare l’influenza degli Usa nell’Indopacifico. Il rapporto pone enfasi sull’uso da parte della Cina di satelliti e Ia per rafforzare le sue operazioni militari. Descrive come Pechino stia sempre più sfruttando la sorveglianza basata sullo spazio per tracciare le Forze statunitensi e alleate e migliorare le sue capacità di attacco di precisione. Questa capacità include l’integrazione di dati satellitari con sistemi di Ia avanzati per identificare vulnerabilità e guidare attacchi missilistici ad alta precisione. Le capacità spaziali della Cina si sono espanse a un ritmo rapido, nota il rapporto. Nel 2010 il Paese gestiva una modesta flotta di 36 satelliti. Entro il 2024 quel numero è salito a oltre 1.000, con oltre 360 dedicati a missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione. «La Repubblica Popolare Cinese sottolinea l’importanza delle capacità di sorveglianza basate sullo spazio nel supportare attacchi di precisione e, nel 2022, ha continuato a sviluppare la sua costellazione di satelliti da ricognizione militare che potrebbero supportare il monitoraggio, il tracciamento e il targeting delle Forze statunitensi e alleate», afferma il rapporto. La Cina ha adottato «la guerra di precisione multi-dominio», una strategia che integra intelligenza artificiale, big data e tecnologie spaziali per condurre operazioni militari altamente coordinate. Articolato per la prima volta dall’Esercito Popolare di Liberazione nel 2021, questo concetto rispecchia strategie simili avviate dal Pentagono, ma ora sembra essere una pietra angolare della dottrina militare cinese. L’idea è di sintetizzare grandi quantità di intelligence da vari domini (terra, mare, aria, spazio e cyberspazio) per sferrare attacchi precisi e coordinati. Oltre ai progressi nel campo dei satelliti, la Cina continua a sviluppare armi anti-satellite e tecnologie per aerei spaziali riutilizzabili, afferma il rapporto. La valutazione del Pentagono suggerisce che i progressi di Pechino non riguardano solo il confronto militare, ma riflettono anche le ambizioni di leadership tecnologica e strategica globale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/corsa-ai-satelliti-e-armi-nucleari-lescalation-militare-nello-spazio-2670892476.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="usa-in-vantaggio-ma-in-ambiti-specifici-i-rivali-competono" data-post-id="2670892476" data-published-at="1737318247" data-use-pagination="False"> «Usa in vantaggio ma in ambiti specifici i rivali competono» Il generale Pasquale Preziosa, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, è presidente dell’Osservatorio Sicurezza Eurispes. Cosa succede nello spazio? «Siamo in presenza di una nuova corsa verso lo spazio, caratterizzata da una crescente domanda di dati, connettività e capacità di analisi. Dalle vision delle startup del settore alle costellazioni satellitari dei giganti della tecnologia, l’impennata delle missioni spaziali evidenzia una domanda diffusa e in continua crescita. La corsa si basa su tre linee di tendenza principali: la crescente richiesta di dati, connettività e monitoraggio, necessaria per settori come l’agricoltura di precisione, l’IoT, le comunicazioni globali e il monitoraggio ambientale; l’evoluzione della tecnologia satellitare, con la proliferazione di Smallsat, nanosat e cubesat, che ha reso la produzione più economica e accessibile, consentendo missioni più mirate e costellazioni su larga scala come Starlink e Project Kuiper; il cambiamento nella tecnologia e nella frequenza di lancio, guidato da attori come SpaceX, che ha rivoluzionato il settore con razzi riutilizzabili e un numero record di lanci (oltre 60 nel 2023), e da agenzie come la Nasa, che collaborano con partner commerciali. Nonostante il coinvolgimento di nuovi attori, i principali protagonisti della nuova corsa spaziale restano Usa, Cina e Russia. La Cina ha accelerato notevolmente i suoi programmi con obiettivi ambiziosi come basi lunari e una stazione spaziale permanente. Anche Europa e Regno Unito stanno consolidando la loro presenza. Questa corsa ha caratterizzato lo spazio come nuovo dominio operativo in stretta connessione col cyberspazio. L’emergere di entrambi i domini riflette un cambiamento fondamentale nelle dinamiche geopolitiche e militari. Spazio e cyberspazio sono ormai centrali per le strategie di sicurezza, la competitività economica e l’influenza globale, poiché supportano infrastrutture critiche». Chi è più avanti tra Russia, Cina e Stati Uniti? «Gli Usa sono considerati la nazione più avanzata nel dominio spaziale, seguiti dalla Cina. La Russia sta cercando di mantenere un ruolo rilevante nonostante le sfide economiche e tecnologiche. Tuttavia, ciascun Paese ha sviluppato capacità specifiche che lo rendono competitivo in certi ambiti specifici. Sotto il profilo infrastrutturale e tecnologico gli Usa possiedono la rete satellitare più estesa al mondo per scopi militari, commerciali e scientifici, il Global Positioning System (Gps) rimane la rete di navigazione satellitare più utilizzata al mondo. Progetti come Starlink di SpaceX mostrano la capacità degli Usa di integrare tecnologia commerciale e militare. Inoltre, la creazione nel 2019 della U.S. Space Force ha consolidato il dominio spaziale come priorità nazionale, con risorse significative dedicate alla protezione dei satelliti e allo sviluppo di armi spaziali. Aziende come SpaceX, Blue Origin e Lockheed Martin sono leader globali nel settore spaziale e collaborano strettamente con il governo per progetti strategici. Sotto il profilo militare hanno testato armi cinetiche e laser per difendere i propri asset spaziali. Inoltre, hanno sviluppato satelliti resilienti per resistere a eventuali attacchi e possiedono capacità di guerra cibernetica avanzate». L’amministrazione Trump darà un forte impulso alle attività belliche spaziali? «È probabile. Già durante il primo mandato Trump ha istituito la U.S. Space Force come nuova branca militare per rafforzare la posizione degli Usa nello spazio come “dominio di guerra”. Nel secondo mandato è ragionevole supporre che questa forza sarà potenziata con finanziamenti e sviluppo di nuove capacità operative. Elon Musk, tramite SpaceX, potrebbe giocare un ruolo chiave, fornendo infrastrutture, tecnologie di lancio riutilizzabili e supporto per missioni di difesa. SpaceX ha già collaborato col Dipartimento della Difesa per il lancio di satelliti militari e lo sviluppo di reti di comunicazione sicure. La costellazione Starlink potrebbe essere integrata nei sistemi di comunicazione militari globali per garantire connettività sicura e resiliente. Nel secondo mandato di Trump probabilmente vedremo anche una accelerazione per lo sviluppo di armi antisatellite (Asat), come tecnologie offensive (attacchi cinetici e armi a energia diretta) e difensive (satelliti “guardian” per proteggere infrastrutture spaziali critiche). Inoltre, l’enfasi sull’utilizzo della Luna come “avamposto strategico” per operazioni spaziali riflette una visione in linea con l’obiettivo strategico di dominare questo “dominio operativo”. Tuttavia, una forte dipendenza da SpaceX potrebbe alimentare critiche sulla concentrazione di potere in mani private e creare tensioni con altri attori industriali. Inoltre, una maggiore militarizzazione dello spazio, combinata con la crescita delle capacità spaziali di Cina e Russia, rischierebbe di destabilizzare ulteriormente il fragile equilibrio internazionale nel settore. Anche senza un secondo mandato di Trump, la militarizzazione dello spazio è una tendenza globale in atto, influenzata da molteplici attori sia statali sia privati».
Il curatore di Fr*cinema Pietro Turano. Nel riquadro, la locandina dell'edizione 2026 (Getty Images)
Ai quali si sono aggiunti nel 2026 altri 300.000 euro da parte della Regione Lazio, anche questi erogati direttamente: il Consiglio regionale del Lazio ha approvato all’unanimità un emendamento che stanzia il contributo straordinario per l’anno 2026 a favore della Fondazione che ha promosso il Fr*cinema.
Si vola alto, nelle trame vincitrici del concorso, ideato per soggetti di «cortometraggi queer» e rivolto a film maker under-35: Vajassa, di Michela Mazzaferro, Giovanna De Luca, Leonardo Gaspa e Federico Politi per la regia di Andrea La Medica, è una storia ambientata a Napoli che racconta di una giovane artista trans che sogna di fare l’attrice e si scontra con un regista che la valuta soltanto come caricatura. Tra le ragioni del riconoscimento, «un linguaggio intelligente, ironico e furbo, una tragi-commedia che riporta in vita gli echi della cultura teatrale partenopea di Ruccello, Moscato o (nientemeno, ndr) De Filippo». Fr*cinema ha generosamente assegnato 15.000 euro di contributo produttivo a Vajassa e altri 10.000 euro al vincitore della sezione Documentario, il corto La stanza delle bambine di Federica Corti, Valentina Morricone, Pierpaolo Moscatello. Anche in questa produzione, sono i temi Lgbtiq+ dominare la scena, nella fattispecie i «diritti delle madri intenzionali in coppie omogenitoriali». Nei post dedicati al film Tomboy si parla invece della «espressione di genere nella dimensione del gioco e della ricerca» e del «racconto di un’infanzia queer che rivendica il diritto di sperimentare, lontano dall’obbligo degli adulti di doversi definire».
I fondi all’epoca (2023) concessi in affidamento diretto da Gualtieri furono contestati come «concorrenza sleale» da Fratelli d’Italia. Quest’anno però alla Fondazione Piccolo America, ideatrice del festival queer Fr*cinema, è andata meglio: lo stanziamento è stato inserito all’interno di una legge omnibus sui debiti fuori bilancio tramite un accordo politico trasversale e condiviso da tutte le forze d’Aula, dopo anni di tensione sulla Fondazione scoppiati nel 2023, anno dell’insediamento di Francesco Rocca (indipendente di area centrodestra) come governatore. Subito dopo la sua elezione, la nuova giunta aveva deciso di azzerare i contributi finanziari storici che la precedente amministrazione (guidata da Nicola Zingaretti, Pd) erogava regolarmente alla rassegna. I motivi ufficiali del taglio avanzati allora dalla Pisana facevano leva su un duro piano di rientro dal debito regionale e sulla volontà politica di cambiare i criteri di assegnazione dei fondi alla cultura, cancellando i canali preferenziali e gli affidamenti diretti alle singole associazioni, di cui usufruisce da sempre Piccolo America. Fratelli d’Italia, ad esempio, definì le spese di 130.000 euro alla voce «Gestione ospiti ed incontri con viaggi e alloggi» come fuori mercato.
Senza il polmone economico della Regione, la Fondazione si è trovata in grave affanno. Per mantenere del tutto gratuite le tre piazze romane che accolgono la manifestazione «Cinema in Piazza 2026», il fondatore della kermesse cinematografica, Valerio Carocci, si è inventato coperture alternative, come quella dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Carocci aveva accusato il centrodestra di voler soffocare «una delle rassegne culturali più amate e frequentate di Roma» per motivi puramente politici. Che davvero lo sia è tutto da vedere: fatto sta che soltanto nel 2026 le due parti hanno iniziato a imbastire una serie di trattative diplomatiche dietro le quinte. I due fattori chiave del riavvicinamento sono stati il superamento del «pregiudizio ideologico» e l’urgenza di riqualificare il tessuto sociale delle periferie romane, argomenti che a quanto pare hanno convinto la giunta Rocca del «valore istituzionale» del progetto. L’accordo siglato con la fondazione pro-queer prevede che, invece di richiedere finanziamenti last-minute per tamponare le emergenze dell’anno in corso, si dialoghi (addirittura) su una programmazione a lungo termine. Il voto all’unanimità dell’emendamento ha sancito formalmente la fine delle ostilità, trasformando quello che era un simbolo dell’opposizione giovanile di sinistra in un evento politically correct felicemente finanziato in modo bipartisan da tutte le istituzioni locali, sia comunali che regionali. E i cittadini ringraziano.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Quella «alta»: Vannacci mette a nudo le contraddizioni del centrodestra, che una volta vinte le elezioni si è adeguato alla realtà dei fatti, accantonando diversi proclami, soprattutto a livello di politica internazionale. La seconda: al di là degli esponenti istituzionali che hanno già aderito, in Italia c’è una miriade di assessori, consiglieri comunali e regionali e attuali parlamentari ed europarlamentari, che non hanno avuto garanzie dai rispettivi partiti di un posto al sole, sotto forma di una ricandidatura alle prossime politiche, o di una presidenza di commissione nei consigli regionali, o di una poltroncina di sottogoverno (cda di partecipate, enti, acquedotti, teatri, pro loco, bocciofile). Molti di costoro, chi per vendetta e chi per speranza, sono già pronti a imbarcarsi sul vascello del generale: aspettano solo il momento giusto.
Ma torniamo alla convention di ieri: Vannacci, ormai l’unica pop star della politica italiana, non delude le aspettative dei suoi. C’è anche il momento mistico: Vannacci legge la preghiera dei paracadutisti francesi e chiede alla sala di alzarsi in piedi e pregare con lui. «Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli», profetizza, e manca solo un bell’«amen» dalla platea. Scena western: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia», esclama Robert Charles Bronson Vannacci, «e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». Poi, sull’accusa di essere funzionali alla sinistra: «Ci hanno accusato di essere alleati con la sinistra», replica Vannacci, «di essere gli utili idioti. Io mi dovrei alleare con questa destra che porta avanti l’agenda Draghi o il debito comune? Questo governo si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita (ma è una signora, suvvia generale, ndr) Von der Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra? Poi si invoca il voto utile: secondo questo manicheismo o stai con noi o stai con la sinistra. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro nazionale, guardiani della sovranità, o con Von der Leyen, Draghi e il globalismo». E la remigrazione? «L’Italia agli italiani! Non mi vergogno di dirlo», arringa Vannacci, «prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. In Italia ci sono 530.000 clandestini entrati illegalmente che devono essere remigrati. E sono solo quelli entrati in via mare, altrimenti sarebbero molti di più. Equivalgono alla popolazione di Molise e Valle d’Aosta messe insieme e vengono mantenuti da tutti gli italiani».
Rispondendo a una domanda sulle critiche di Giorgia Meloni ai suoi parlamentari, accusati appunto di «fare quello che serve alla sinistra», Vannacci chiede al premier il famoso riconoscimento politico, sotto forma di una chiamata: «Non ho risposto al presidente del Consiglio», sottolinea Vannacci, «perché se avrà una domanda da farmi, me la fa direttamente e avrò l’onore e il piacere di risponderle. Mi risulta che abbia parlato alla sporca dozzina e loro hanno replicato. Al premier rispondo quando mi interpellerà».
Lo sgarbo vero arriva quando, in riferimento alla famosa frase sulle «ginocchiere» del deputato del M5s Francesco Silvestri, Vannacci smonta la narrazione di Fdi: «Se avessi provato a mettermi nei panni di una donna», dice il generale, «quella frase non l’avrei percepita come sessista. Così come la parola “cortigiana”, ma non sono una donna e non ho questa sensibilità. Il mio parere conta quel che conta». Respinge ogni accusa di filoputinismo, di essere un asset russo: «Nella mia carriera», rivendica il generale, «ho ricevuto, tra encomi, elogi, croci e medaglie, circa una trentina di onorificenze dalla Repubblica Italiana. Fra cui l’ultima è stata quella di essere nominato, con grande onore, Cavaliere della Repubblica. Proprio per aver fatto sempre gli interessi della Repubblica italiana. A rischio della mia vita e di quella dei miei uomini».
Bene, benissimo, ma alla fine che fa, Vannacci? Si allea col centrodestra? Il generale alzerà la posta fino all’ultimo istante utile, e intanto gigioneggia: «Io non ho mai parlato di adesione al centrodestra», sottolinea il generale, «è il centrodestra che parla di Fnv, che dovrebbe aderire al centrodestra. Non è una mia istanza, sembra sia quasi un’aspettativa di questo centrodestra e che quindi dovrei ammorbidire le mie posizioni, e io rispondo di no: le mie posizioni non le ammorbidisco e non le cambio». Così il leader di Futuro nazionale, nel punto stampa dopo il suo intervento all’assemblea costituente di Fnv. «Ancora prima di nascere Futuro nazionale Vannacci è al 5%, grazie proprio a queste posizioni e a queste linee rosse. Noi siamo il sestante che riporta l’alleanza di centrodestra nella giusta direzione». Traduzione: per ora vi faccio rosolare, arrivo al 10% e poi sarò io a dare le carte. Questo è il progetto del generale, vedremo se alla fine avrà il punto in mano o starà bluffando.
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Petrolio USA primo al mondo, ancora crisi di Hormuz, metalli sotto stress, rame in rialzo e logistica sempre più difficile per rinnovabili e batterie.
Donald Trump (Ansa)
Mentre Pakistan e Stati Uniti continuano a descrivere la pace come imminente, il memorandum di Islamabad resta avvolto da dichiarazioni contrastanti. A eccezione di alcuni principi generali, il contenuto dell’intesa continua infatti a essere oggetto di interpretazioni divergenti tra Washington e Teheran. Il risultato è una guerra di rivendicazioni che accompagna il negoziato e alimenta dubbi sulla reale portata dell’accordo. Nelle ultime ore, tuttavia, sono emersi segnali che indicano come il percorso diplomatico sia ormai vicino alla conclusione. Il portavoce del ministero degli Esteri pachistano, Tahir Andrabi, ha annunciato che Islamabad ospiterà oggi la cerimonia di firma dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, in videoconferenza. A rafforzare l’impressione di un’intesa imminente è stato Donald Trump. In un messaggio su Truth Social, il presidente americano ha reso noto che «subito dopo la firma, prevista per domani (oggi, ndr), lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti», aggiungendo che i rapporti con l’Iran sono oggi «molto diversi e migliori rispetto a quelli avuti dalle amministrazioni precedenti». La riapertura di Hormuz rappresenta uno degli elementi centrali dell’intesa. Più complessa resta la questione nucleare. Nelle ultime settimane Washington ha chiesto la distruzione delle scorte di uranio altamente arricchito accumulate dall’Iran e la progressiva eliminazione delle infrastrutture necessarie alla produzione di materiale fissile. Teheran, al contrario, ha sempre sostenuto che il memorandum non affronti direttamente il programma nucleare e che il tema debba essere discusso nella fase successiva. Trump ha usato il nuovo accordo per marcare la distanza dalla politica di Obama. «L’accordo di Barack Hussein Obama con l’Iran, il Jcpoa, era una strada facile, bella e spianata verso l’arma nucleare», ha scritto. «Il mio accordo con l’Iran è l’esatto contrario: un muro contro l’arma nucleare». Secondo Trump, l’Iran avrebbe rinunciato definitivamente alle ambizioni atomiche. «Non vogliono più un’arma nucleare, né ne avranno una», ha assicurato. Sia i diplomatici iraniani sia le Guardie rivoluzionarie hanno però smentito che Teheran firmerà oggi l’accordo. I pasdaran hanno criticato l’«insolita insistenza» di Trump per sottoscrivere l’accordo, sostenendo che il tycoon voglia far coincidere l’eventuale intesa con il suo compleanno, il 14 giugno, trasformandolo in un evento simbolico e mediatico. Ad ogni modo, le Guardie della rivoluzione hanno sottolineato che il memorandum non è ancora stato finalizzato e che la firma prevista per oggi «non avverrà sicuramente».
Le dichiarazioni del presidente sembrano inoltre chiarire uno dei punti più controversi della trattativa: i fondi iraniani congelati all’estero. Negli ultimi giorni alcune indiscrezioni avevano ipotizzato un graduale alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di miliardi di dollari appartenenti all’Iran. Trump lo ha escluso. «A differenza dei centinaia di miliardi di dollari che Obama ha versato loro, compresi 1,7 miliardi di dollari in contanti, non ci sarà alcuno scambio di denaro», ha affermato. Una posizione che si scontra con le dichiarazioni iraniane, secondo cui la liberazione dei fondi bloccati sarebbe una componente essenziale dell’intesa.
Ancora più significativa appare la parte del messaggio dedicata al materiale nucleare iraniano. Trump ha dichiarato che, una volta stabilizzata la situazione, gli Stati Uniti recupereranno il materiale fissile custodito nei siti sotterranei colpiti dai recenti bombardamenti americani. «Recupereremo la polvere nucleare, sepolta in profondità sotto le montagne di granito, grazie ai nostri bombardieri B-2 e ai loro piloti, e la diluiremo e la distruggeremo, sia in Iran sia negli Stati Uniti», ha scritto. A conferma dell’intensa attività diplomatica, Trump intende incontrare i leader di Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a margine del G7 della prossima settimana in Francia per discutere degli sforzi volti a porre fine alla guerra con l’Iran, mentre con i Paesi alleati parlerà dello sminamento di Hormuz. Il presidente ha concluso esprimendo fiducia in una cooperazione duratura con Teheran e con l’intero Medio Oriente, ma accompagnando l’apertura con un avvertimento: «Se così non fosse, abbiamo l’alternativa definitiva, che speriamo di non dover mai più utilizzare».
Resta tuttavia da capire se questa visione coincida con quella della leadership iraniana. Finora il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sostenuto che una delle opzioni allo studio fosse la diluizione dell’uranio arricchito direttamente in Iran, senza trasferimenti all’estero. Il viceministro Kazem Gharibabadi ha riferito di aver discusso con funzionari russi e cinesi degli ultimi sviluppi sulla bozza di memorandum in esame a Islamabad. Secondo Teheran, la cooperazione strategica tra Iran, Cina e Russia continuerà a rafforzarsi. Sullo sfondo resta il ruolo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, il cui assenso viene considerato decisivo per la piena attuazione dell’accordo. Nelle stesse ore il leader iraniano ha approvato la commutazione della pena per 139 detenuti condannati a morte e la concessione della grazia ad altri prigionieri, in quello che diversi osservatori interpretano come un segnale politico destinato ad accompagnare la fase finale del negoziato.
Resta però un ostacolo tutt’altro che secondario. I pasdaran, che rappresentano il centro del potere militare e ideologico della Repubblica islamica, continuano a prendere le distanze dall’intesa. Una posizione che evidenzia ancora una volta le profonde divisioni interne al regime iraniano.
Israele continua l’avanzata in Libano. Altre cinque vittime dovute ai raid
Ci si chiede se un accordo fra Stati Uniti e Iran porrà fine o no anche al conflitto in Libano, dove Israele prosegue l’avanzata terrestre e gli attacchi aerei per debellare il partito armato sciita filoiraniano Hezbollah. Che Teheran leghi la questione libanese a quella del Golfo Persico è stato confermato ancora ieri dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei: «Si cessi la guerra su tutti i fronti, incluso il Libano». L’analista israeliano di Axios, Barak Ravid, ha rivelato che il presidente americano Donald Trump ha detto per telefono al premier israeliano Benjamin Netanyahu che «è ora di por fine a questa guerra». Ravid cita indiscrezioni da funzionari statunitensi: «Netanyahu potrebbe tentare di ostacolare l’accordo». Ma responsabili israeliani temono che Trump «possa limitare la libertà operativa contro Hezbollah e pretendere d’esser consultato prima d’ogni attacco».
Israele intensifica l’offensiva, volendo smantellare il più possibile Hezbollah. Quindi Netanyahu potrebbe ignorare eventuali clausole, di accordi peraltro presi dagli Usa ma non da Israele, relativi al fronte libanese. Solo ieri le forze ebraiche hanno colpito 70 obbiettivi di Hezbollah. L’esercito israeliano ha anche ucciso sette miliziani che operavano da un tunnel nel Libano meridionale, dove venivano immagazzinati munizioni, armi e provviste per sostenere attacchi. Come a Gaza, quindi, anche in Libano i passaggi sotterranei si confermano una delle maggiori risorse per la guerra asimmetrica fatta di agguati mordi-e-fuggi contro un potente esercito tecnologico. E già lo si vedeva in Vietnam 60 anni fa con gli americani alle prese coi «formicai» dei Cong. Raid aerei e granate d’artiglieria su varie aree del Libano hanno causato ieri cinque morti, tra cui il sindaco di Al Rihan, Ali Badie. Fra le azioni militari israeliane, un drone ha centrato un veicolo a Kfar Hounah, poi l’artiglieria ha martellato il quartiere Rahbat di Nabatieh. Bombardate anche Sarifa, Maarakeh e Khiam. Toccante la testimonianza del prete maronita Eid Bou Rached, di Sidone, a Vatican News: «Un missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono state vittime, ma la morte è la nostra vicina di casa».
Secondo il giornale libanese L’Orient-Le Jour, varie persone sono state ferite da bombe di aerei israeliani a Zayyata, a Sud di Sidone, mentre un soldato dell’esercito libanese è stato ferito gravemente da un drone sulla strada fra Kfar Remane e Nabatieh. La posizione dell’esercito libanese, che non è in grado di far valere l’autorità statale sul partito armato Hezbollah, né di respingere gli israeliani, è critica. Ieri le truppe libanesi, che in teoria dovrebbero occupare «zone pilota» per vigilare sul disarmo di Hezbollah, si sono ritirate da Kfar Tebnit per disimpegnarsi dall’avanzata israeliana. Per il 22 giugno si attendono a Washington colloqui per un cessate il fuoco, ma un Libano frammentato, in cui Hezbollah agisce in modo indipendente, rende tutto arduo. Ieri il presidente Joseph Aoun ha esortato all’unità del Libano, «prigioniero della logica delle milizie», ma l’appello pare vano. Hezbollah ha lanciato vari droni, specie gli Ababil d’origine iraniana, su truppe israeliane a Margaliot, Jal al-Dei, Yahmour al-Shaqif, e Hammamas. Secondo Israele «non ci sono stati feriti», ma per gli sciiti «sono stati distrutti un carro armato Merkava e una jeep Hummer». L’Ababil è guidato con un cavo a fibra ottica lungo fino a 60 chilometri ed è quindi immune ai disturbi elettronici avversari, oltre a costare poco, solo 600 dollari l’uno. Il ministero della Salute libanese ha intanto diramato che, dal 2 marzo fino a ieri, il conflitto ha causato 3.756 morti e 11.632 feriti, mentre per il ministero dell’Economia i danni ammontano a 20 miliardi di dollari.
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