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2025-01-20
Corsa ai satelliti e armi nucleari. L’escalation militare nello spazio
Gwynne Shotwell (Getty Images)
La corsa alla supremazia nello spazio si intensifica, con Stati Uniti, Cina e Russia impegnati nello sviluppo di tecnologie sempre più avanzate per il controllo delle orbite. Pechino ha lanciato una nuova generazione di satelliti in grado di eseguire manovre orbitali sofisticate, come il rifornimento in orbita, utilizzati spesso per ispezionare e monitorare satelliti di altre nazioni, con il potenziale di interferire con essi. Mosca, invece, concentra i suoi sforzi sui satelliti «hunter-killer», progettati per attacchi mirati alle infrastrutture spaziali strategiche. Washington risponde con programmi come l’X-37B e una flotta di piccoli satelliti altamente manovrabili, concepiti per difendere risorse critiche e garantire la sicurezza delle infrastrutture nello spazio.
La competizione tra le potenze si gioca non solo sul piano tecnologico, ma anche su quello della sicurezza e del controllo geopolitico delle orbite terrestri. Le tecnologie emergenti stanno trasformando il panorama della competizione spaziale. Tra le innovazioni più significative, leggiamo sulla rivista Air & Space Forces Magazine, figurano sistemi di propulsione nucleare per missioni a lungo raggio e satelliti di risposta rapida, progettati per neutralizzare minacce nello spazio in tempi brevissimi. Tuttavia, il progresso tecnologico solleva anche complessi interrogativi legali. Le normative internazionali esistenti non definiscono con chiarezza cosa costituisca un atto di guerra nello spazio, lasciando ampie zone d’ombra. A complicare il quadro, la natura dual-use di molti satelliti e le difficoltà nell’attribuire con precisione le responsabilità di eventuali attacchi.
Nel 2024, la crescente militarizzazione dello spazio ha segnato una svolta epocale. Controllo delle orbite, sorveglianza avanzata e capacità di reazione rapida sono diventati elementi strategici centrali per la sicurezza nazionale delle grandi potenze. Il futuro delle relazioni internazionali nello spazio appare sempre più intrecciato con il progresso tecnologico e con la necessità di aggiornare le regole del diritto internazionale. Stati Uniti, Cina e Russia sono protagonisti di una competizione strategica che sta ridefinendo il dominio spaziale, trasformando l’orbita terrestre in un nuovo terreno di confronto geopolitico. Nel 2019, gli Stati Uniti hanno segnato un punto di svolta con l’istituzione della Space Force, una divisione militare interamente dedicata alle operazioni spaziali. Il generale Chance Saltzman, comandante della Space Force, ha recentemente sottolineato il rapido avanzamento delle capacità militari spaziali della Cina, definendolo «incredibile» e lanciando un monito sulla necessità di un’azione concertata con gli alleati internazionali. Oltre alla Cina, anche la Russia rappresenta una minaccia crescente. Il compito principale della Space Force è la protezione degli assetti spaziali statunitensi, un’impresa che include il monitoraggio di oltre 46.000 oggetti in orbita. Per affrontare queste sfide, la Space Force sta rafforzando la collaborazione con il settore privato, incentivando lo sviluppo di tecnologie all’avanguardia per garantire la sicurezza nello spazio. Tra le collaborazioni strategiche più rilevanti si distingue quella con SpaceX, l’azienda fondata da Elon Musk, che ha siglato un contratto da 734 milioni di dollari per garantire servizi di lancio spaziale alle agenzie di difesa e intelligence degli Stati Uniti. Questa partnership evidenzia il ruolo sempre più centrale dell’industria privata nella sicurezza nazionale, in un momento storico in cui lo spazio si conferma un ambito cruciale per la difesa e la supremazia tecnologica.
La Cina continua a espandere le proprie ambizioni spaziali con un aumento significativo degli investimenti in progetti strategici. Tra questi spiccano le costellazioni satellitari G60 e GW, concepite per fornire servizi Internet a banda larga su scala globale e rafforzare la sicurezza nazionale. Parallelamente, Pechino ha intensificato lo sviluppo di tecnologie anti-satellite, capaci di disabilitare o distruggere satelliti nemici, alimentando le preoccupazioni internazionali sulla crescente militarizzazione dello spazio. Nel 2024 la Cina ha completato con successo il terzo test di un aereo spaziale senza pilota, un sistema che, secondo gli esperti, potrebbe essere utilizzato per minacciare le infrastrutture satellitari strategiche. Questi progressi sottolineano l’intenzione di Pechino di consolidare il proprio controllo nello spazio e sfidare la supremazia statunitense in questo settore cruciale.
Anche la Russia, nel frattempo, continua a sviluppare capacità spaziali avanzate, mantenendo alta la tensione nella competizione globale per il dominio orbitale. Rapporti recenti segnalano che la Russia sta sviluppando armi nucleari progettate specificamente per operazioni nello spazio. Questa evoluzione ha suscitato profonde preoccupazioni a livello internazionale, alimentando timori su una possibile militarizzazione dell’orbita terrestre e sull’installazione di armamenti nucleari nello spazio.
Le attività di Mosca e Pechino stanno esacerbando le tensioni globali, evidenziando la necessità urgente di regole internazionali chiare per prevenire la trasformazione dello spazio in un nuovo teatro di guerra. La crescente militarizzazione dello spazio da parte delle principali potenze mondiali rappresenta una minaccia significativa per la sicurezza globale. L’assenza di un quadro normativo efficace potrebbe innescare una pericolosa corsa agli armamenti spaziali, aumentando il rischio di conflitti in orbita con conseguenze dirette sulla Terra. La cooperazione internazionale e lo sviluppo di accordi vincolanti per regolare l’uso militare dello spazio emergono come priorità essenziali. Senza tali misure, lo spazio rischia di diventare rapidamente un campo di battaglia, mettendo a rischio la stabilità globale e le infrastrutture critiche. Nel 2024, lo spazio si è confermato un dominio strategico cruciale, con Stati Uniti, Cina e Russia impegnati in una competizione serrata per il suo controllo. Questa dinamica riflette l’aspirazione di Cina e Russia a sfidare il predominio statunitense, consolidando la loro alleanza per diventare nuovi attori principali sulla scena globale. Tuttavia, resta forte lo scetticismo sul fatto che lo spazio possa rimanere un ambiente pacifico. La militarizzazione spaziale si sta delineando come la nuova frontiera della conflittualità globale, evidenziando la necessità di interventi immediati e coordinati per evitare una drammatica escalation che sarebbe senza ritorno.
La flotta cinese: da 36 apparecchi a più di 1.000
Il rapporto annuale del Pentagono «Sviluppi militari e di sicurezza che coinvolgono la Repubblica Popolare Cinese», pubblicato lo scorso 18 dicembre, sottolinea il ritmo accelerato della modernizzazione militare della Cina, con un’attenzione crescente alle tecnologie spaziali e di Intelligenza artificiale (Ia). Il rapporto, spesso definito «China Military Power Report», offre spunti sulle capacità in espansione di Pechino, molte delle quali mirano a contrastare l’influenza degli Usa nell’Indopacifico. Il rapporto pone enfasi sull’uso da parte della Cina di satelliti e Ia per rafforzare le sue operazioni militari. Descrive come Pechino stia sempre più sfruttando la sorveglianza basata sullo spazio per tracciare le Forze statunitensi e alleate e migliorare le sue capacità di attacco di precisione. Questa capacità include l’integrazione di dati satellitari con sistemi di Ia avanzati per identificare vulnerabilità e guidare attacchi missilistici ad alta precisione. Le capacità spaziali della Cina si sono espanse a un ritmo rapido, nota il rapporto. Nel 2010 il Paese gestiva una modesta flotta di 36 satelliti. Entro il 2024 quel numero è salito a oltre 1.000, con oltre 360 dedicati a missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione.
«La Repubblica Popolare Cinese sottolinea l’importanza delle capacità di sorveglianza basate sullo spazio nel supportare attacchi di precisione e, nel 2022, ha continuato a sviluppare la sua costellazione di satelliti da ricognizione militare che potrebbero supportare il monitoraggio, il tracciamento e il targeting delle Forze statunitensi e alleate», afferma il rapporto. La Cina ha adottato «la guerra di precisione multi-dominio», una strategia che integra intelligenza artificiale, big data e tecnologie spaziali per condurre operazioni militari altamente coordinate. Articolato per la prima volta dall’Esercito Popolare di Liberazione nel 2021, questo concetto rispecchia strategie simili avviate dal Pentagono, ma ora sembra essere una pietra angolare della dottrina militare cinese. L’idea è di sintetizzare grandi quantità di intelligence da vari domini (terra, mare, aria, spazio e cyberspazio) per sferrare attacchi precisi e coordinati. Oltre ai progressi nel campo dei satelliti, la Cina continua a sviluppare armi anti-satellite e tecnologie per aerei spaziali riutilizzabili, afferma il rapporto. La valutazione del Pentagono suggerisce che i progressi di Pechino non riguardano solo il confronto militare, ma riflettono anche le ambizioni di leadership tecnologica e strategica globale.
«Usa in vantaggio ma in ambiti specifici i rivali competono»
Il generale Pasquale Preziosa, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, è presidente dell’Osservatorio Sicurezza Eurispes.
Cosa succede nello spazio?
«Siamo in presenza di una nuova corsa verso lo spazio, caratterizzata da una crescente domanda di dati, connettività e capacità di analisi. Dalle vision delle startup del settore alle costellazioni satellitari dei giganti della tecnologia, l’impennata delle missioni spaziali evidenzia una domanda diffusa e in continua crescita. La corsa si basa su tre linee di tendenza principali: la crescente richiesta di dati, connettività e monitoraggio, necessaria per settori come l’agricoltura di precisione, l’IoT, le comunicazioni globali e il monitoraggio ambientale; l’evoluzione della tecnologia satellitare, con la proliferazione di Smallsat, nanosat e cubesat, che ha reso la produzione più economica e accessibile, consentendo missioni più mirate e costellazioni su larga scala come Starlink e Project Kuiper; il cambiamento nella tecnologia e nella frequenza di lancio, guidato da attori come SpaceX, che ha rivoluzionato il settore con razzi riutilizzabili e un numero record di lanci (oltre 60 nel 2023), e da agenzie come la Nasa, che collaborano con partner commerciali. Nonostante il coinvolgimento di nuovi attori, i principali protagonisti della nuova corsa spaziale restano Usa, Cina e Russia. La Cina ha accelerato notevolmente i suoi programmi con obiettivi ambiziosi come basi lunari e una stazione spaziale permanente. Anche Europa e Regno Unito stanno consolidando la loro presenza. Questa corsa ha caratterizzato lo spazio come nuovo dominio operativo in stretta connessione col cyberspazio. L’emergere di entrambi i domini riflette un cambiamento fondamentale nelle dinamiche geopolitiche e militari. Spazio e cyberspazio sono ormai centrali per le strategie di sicurezza, la competitività economica e l’influenza globale, poiché supportano infrastrutture critiche».
Chi è più avanti tra Russia, Cina e Stati Uniti?
«Gli Usa sono considerati la nazione più avanzata nel dominio spaziale, seguiti dalla Cina. La Russia sta cercando di mantenere un ruolo rilevante nonostante le sfide economiche e tecnologiche. Tuttavia, ciascun Paese ha sviluppato capacità specifiche che lo rendono competitivo in certi ambiti specifici. Sotto il profilo infrastrutturale e tecnologico gli Usa possiedono la rete satellitare più estesa al mondo per scopi militari, commerciali e scientifici, il Global Positioning System (Gps) rimane la rete di navigazione satellitare più utilizzata al mondo. Progetti come Starlink di SpaceX mostrano la capacità degli Usa di integrare tecnologia commerciale e militare. Inoltre, la creazione nel 2019 della U.S. Space Force ha consolidato il dominio spaziale come priorità nazionale, con risorse significative dedicate alla protezione dei satelliti e allo sviluppo di armi spaziali. Aziende come SpaceX, Blue Origin e Lockheed Martin sono leader globali nel settore spaziale e collaborano strettamente con il governo per progetti strategici. Sotto il profilo militare hanno testato armi cinetiche e laser per difendere i propri asset spaziali. Inoltre, hanno sviluppato satelliti resilienti per resistere a eventuali attacchi e possiedono capacità di guerra cibernetica avanzate».
L’amministrazione Trump darà un forte impulso alle attività belliche spaziali?
«È probabile. Già durante il primo mandato Trump ha istituito la U.S. Space Force come nuova branca militare per rafforzare la posizione degli Usa nello spazio come “dominio di guerra”. Nel secondo mandato è ragionevole supporre che questa forza sarà potenziata con finanziamenti e sviluppo di nuove capacità operative. Elon Musk, tramite SpaceX, potrebbe giocare un ruolo chiave, fornendo infrastrutture, tecnologie di lancio riutilizzabili e supporto per missioni di difesa. SpaceX ha già collaborato col Dipartimento della Difesa per il lancio di satelliti militari e lo sviluppo di reti di comunicazione sicure. La costellazione Starlink potrebbe essere integrata nei sistemi di comunicazione militari globali per garantire connettività sicura e resiliente. Nel secondo mandato di Trump probabilmente vedremo anche una accelerazione per lo sviluppo di armi antisatellite (Asat), come tecnologie offensive (attacchi cinetici e armi a energia diretta) e difensive (satelliti “guardian” per proteggere infrastrutture spaziali critiche). Inoltre, l’enfasi sull’utilizzo della Luna come “avamposto strategico” per operazioni spaziali riflette una visione in linea con l’obiettivo strategico di dominare questo “dominio operativo”. Tuttavia, una forte dipendenza da SpaceX potrebbe alimentare critiche sulla concentrazione di potere in mani private e creare tensioni con altri attori industriali. Inoltre, una maggiore militarizzazione dello spazio, combinata con la crescita delle capacità spaziali di Cina e Russia, rischierebbe di destabilizzare ulteriormente il fragile equilibrio internazionale nel settore. Anche senza un secondo mandato di Trump, la militarizzazione dello spazio è una tendenza globale in atto, influenzata da molteplici attori sia statali sia privati».
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Washington, Pechino e Mosca stanno sviluppando strumenti sempre più avanzati per il controllo delle orbite, dove il diritto internazionale non dice con chiarezza cosa costituisca un atto di guerra. Il 2024 anno di svolta.La flotta cinese: da 36 apparecchi a più di 1.000. Boom in 15 anni anche grazie all’Intelligenza artificiale. Focus sull’Indopacifico. «Usa in vantaggio ma in ambiti specifici i rivali competono». Il generale Pasquale Preziosa: «Cresce la domanda di dati. Tecnologie commerciali e belliche ormai sono integrate. Donald Trump darà un nuovo impulso». Lo speciale comprende tre articoli.La corsa alla supremazia nello spazio si intensifica, con Stati Uniti, Cina e Russia impegnati nello sviluppo di tecnologie sempre più avanzate per il controllo delle orbite. Pechino ha lanciato una nuova generazione di satelliti in grado di eseguire manovre orbitali sofisticate, come il rifornimento in orbita, utilizzati spesso per ispezionare e monitorare satelliti di altre nazioni, con il potenziale di interferire con essi. Mosca, invece, concentra i suoi sforzi sui satelliti «hunter-killer», progettati per attacchi mirati alle infrastrutture spaziali strategiche. Washington risponde con programmi come l’X-37B e una flotta di piccoli satelliti altamente manovrabili, concepiti per difendere risorse critiche e garantire la sicurezza delle infrastrutture nello spazio. La competizione tra le potenze si gioca non solo sul piano tecnologico, ma anche su quello della sicurezza e del controllo geopolitico delle orbite terrestri. Le tecnologie emergenti stanno trasformando il panorama della competizione spaziale. Tra le innovazioni più significative, leggiamo sulla rivista Air & Space Forces Magazine, figurano sistemi di propulsione nucleare per missioni a lungo raggio e satelliti di risposta rapida, progettati per neutralizzare minacce nello spazio in tempi brevissimi. Tuttavia, il progresso tecnologico solleva anche complessi interrogativi legali. Le normative internazionali esistenti non definiscono con chiarezza cosa costituisca un atto di guerra nello spazio, lasciando ampie zone d’ombra. A complicare il quadro, la natura dual-use di molti satelliti e le difficoltà nell’attribuire con precisione le responsabilità di eventuali attacchi. Nel 2024, la crescente militarizzazione dello spazio ha segnato una svolta epocale. Controllo delle orbite, sorveglianza avanzata e capacità di reazione rapida sono diventati elementi strategici centrali per la sicurezza nazionale delle grandi potenze. Il futuro delle relazioni internazionali nello spazio appare sempre più intrecciato con il progresso tecnologico e con la necessità di aggiornare le regole del diritto internazionale. Stati Uniti, Cina e Russia sono protagonisti di una competizione strategica che sta ridefinendo il dominio spaziale, trasformando l’orbita terrestre in un nuovo terreno di confronto geopolitico. Nel 2019, gli Stati Uniti hanno segnato un punto di svolta con l’istituzione della Space Force, una divisione militare interamente dedicata alle operazioni spaziali. Il generale Chance Saltzman, comandante della Space Force, ha recentemente sottolineato il rapido avanzamento delle capacità militari spaziali della Cina, definendolo «incredibile» e lanciando un monito sulla necessità di un’azione concertata con gli alleati internazionali. Oltre alla Cina, anche la Russia rappresenta una minaccia crescente. Il compito principale della Space Force è la protezione degli assetti spaziali statunitensi, un’impresa che include il monitoraggio di oltre 46.000 oggetti in orbita. Per affrontare queste sfide, la Space Force sta rafforzando la collaborazione con il settore privato, incentivando lo sviluppo di tecnologie all’avanguardia per garantire la sicurezza nello spazio. Tra le collaborazioni strategiche più rilevanti si distingue quella con SpaceX, l’azienda fondata da Elon Musk, che ha siglato un contratto da 734 milioni di dollari per garantire servizi di lancio spaziale alle agenzie di difesa e intelligence degli Stati Uniti. Questa partnership evidenzia il ruolo sempre più centrale dell’industria privata nella sicurezza nazionale, in un momento storico in cui lo spazio si conferma un ambito cruciale per la difesa e la supremazia tecnologica. La Cina continua a espandere le proprie ambizioni spaziali con un aumento significativo degli investimenti in progetti strategici. Tra questi spiccano le costellazioni satellitari G60 e GW, concepite per fornire servizi Internet a banda larga su scala globale e rafforzare la sicurezza nazionale. Parallelamente, Pechino ha intensificato lo sviluppo di tecnologie anti-satellite, capaci di disabilitare o distruggere satelliti nemici, alimentando le preoccupazioni internazionali sulla crescente militarizzazione dello spazio. Nel 2024 la Cina ha completato con successo il terzo test di un aereo spaziale senza pilota, un sistema che, secondo gli esperti, potrebbe essere utilizzato per minacciare le infrastrutture satellitari strategiche. Questi progressi sottolineano l’intenzione di Pechino di consolidare il proprio controllo nello spazio e sfidare la supremazia statunitense in questo settore cruciale. Anche la Russia, nel frattempo, continua a sviluppare capacità spaziali avanzate, mantenendo alta la tensione nella competizione globale per il dominio orbitale. Rapporti recenti segnalano che la Russia sta sviluppando armi nucleari progettate specificamente per operazioni nello spazio. Questa evoluzione ha suscitato profonde preoccupazioni a livello internazionale, alimentando timori su una possibile militarizzazione dell’orbita terrestre e sull’installazione di armamenti nucleari nello spazio. Le attività di Mosca e Pechino stanno esacerbando le tensioni globali, evidenziando la necessità urgente di regole internazionali chiare per prevenire la trasformazione dello spazio in un nuovo teatro di guerra. La crescente militarizzazione dello spazio da parte delle principali potenze mondiali rappresenta una minaccia significativa per la sicurezza globale. L’assenza di un quadro normativo efficace potrebbe innescare una pericolosa corsa agli armamenti spaziali, aumentando il rischio di conflitti in orbita con conseguenze dirette sulla Terra. La cooperazione internazionale e lo sviluppo di accordi vincolanti per regolare l’uso militare dello spazio emergono come priorità essenziali. Senza tali misure, lo spazio rischia di diventare rapidamente un campo di battaglia, mettendo a rischio la stabilità globale e le infrastrutture critiche. Nel 2024, lo spazio si è confermato un dominio strategico cruciale, con Stati Uniti, Cina e Russia impegnati in una competizione serrata per il suo controllo. Questa dinamica riflette l’aspirazione di Cina e Russia a sfidare il predominio statunitense, consolidando la loro alleanza per diventare nuovi attori principali sulla scena globale. Tuttavia, resta forte lo scetticismo sul fatto che lo spazio possa rimanere un ambiente pacifico. La militarizzazione spaziale si sta delineando come la nuova frontiera della conflittualità globale, evidenziando la necessità di interventi immediati e coordinati per evitare una drammatica escalation che sarebbe senza ritorno.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/corsa-ai-satelliti-e-armi-nucleari-lescalation-militare-nello-spazio-2670892476.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-flotta-cinese-da-36-apparecchi-a-piu-di-1-000" data-post-id="2670892476" data-published-at="1737318247" data-use-pagination="False"> La flotta cinese: da 36 apparecchi a più di 1.000 Il rapporto annuale del Pentagono «Sviluppi militari e di sicurezza che coinvolgono la Repubblica Popolare Cinese», pubblicato lo scorso 18 dicembre, sottolinea il ritmo accelerato della modernizzazione militare della Cina, con un’attenzione crescente alle tecnologie spaziali e di Intelligenza artificiale (Ia). Il rapporto, spesso definito «China Military Power Report», offre spunti sulle capacità in espansione di Pechino, molte delle quali mirano a contrastare l’influenza degli Usa nell’Indopacifico. Il rapporto pone enfasi sull’uso da parte della Cina di satelliti e Ia per rafforzare le sue operazioni militari. Descrive come Pechino stia sempre più sfruttando la sorveglianza basata sullo spazio per tracciare le Forze statunitensi e alleate e migliorare le sue capacità di attacco di precisione. Questa capacità include l’integrazione di dati satellitari con sistemi di Ia avanzati per identificare vulnerabilità e guidare attacchi missilistici ad alta precisione. Le capacità spaziali della Cina si sono espanse a un ritmo rapido, nota il rapporto. Nel 2010 il Paese gestiva una modesta flotta di 36 satelliti. Entro il 2024 quel numero è salito a oltre 1.000, con oltre 360 dedicati a missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione. «La Repubblica Popolare Cinese sottolinea l’importanza delle capacità di sorveglianza basate sullo spazio nel supportare attacchi di precisione e, nel 2022, ha continuato a sviluppare la sua costellazione di satelliti da ricognizione militare che potrebbero supportare il monitoraggio, il tracciamento e il targeting delle Forze statunitensi e alleate», afferma il rapporto. La Cina ha adottato «la guerra di precisione multi-dominio», una strategia che integra intelligenza artificiale, big data e tecnologie spaziali per condurre operazioni militari altamente coordinate. Articolato per la prima volta dall’Esercito Popolare di Liberazione nel 2021, questo concetto rispecchia strategie simili avviate dal Pentagono, ma ora sembra essere una pietra angolare della dottrina militare cinese. L’idea è di sintetizzare grandi quantità di intelligence da vari domini (terra, mare, aria, spazio e cyberspazio) per sferrare attacchi precisi e coordinati. Oltre ai progressi nel campo dei satelliti, la Cina continua a sviluppare armi anti-satellite e tecnologie per aerei spaziali riutilizzabili, afferma il rapporto. La valutazione del Pentagono suggerisce che i progressi di Pechino non riguardano solo il confronto militare, ma riflettono anche le ambizioni di leadership tecnologica e strategica globale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/corsa-ai-satelliti-e-armi-nucleari-lescalation-militare-nello-spazio-2670892476.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="usa-in-vantaggio-ma-in-ambiti-specifici-i-rivali-competono" data-post-id="2670892476" data-published-at="1737318247" data-use-pagination="False"> «Usa in vantaggio ma in ambiti specifici i rivali competono» Il generale Pasquale Preziosa, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, è presidente dell’Osservatorio Sicurezza Eurispes. Cosa succede nello spazio? «Siamo in presenza di una nuova corsa verso lo spazio, caratterizzata da una crescente domanda di dati, connettività e capacità di analisi. Dalle vision delle startup del settore alle costellazioni satellitari dei giganti della tecnologia, l’impennata delle missioni spaziali evidenzia una domanda diffusa e in continua crescita. La corsa si basa su tre linee di tendenza principali: la crescente richiesta di dati, connettività e monitoraggio, necessaria per settori come l’agricoltura di precisione, l’IoT, le comunicazioni globali e il monitoraggio ambientale; l’evoluzione della tecnologia satellitare, con la proliferazione di Smallsat, nanosat e cubesat, che ha reso la produzione più economica e accessibile, consentendo missioni più mirate e costellazioni su larga scala come Starlink e Project Kuiper; il cambiamento nella tecnologia e nella frequenza di lancio, guidato da attori come SpaceX, che ha rivoluzionato il settore con razzi riutilizzabili e un numero record di lanci (oltre 60 nel 2023), e da agenzie come la Nasa, che collaborano con partner commerciali. Nonostante il coinvolgimento di nuovi attori, i principali protagonisti della nuova corsa spaziale restano Usa, Cina e Russia. La Cina ha accelerato notevolmente i suoi programmi con obiettivi ambiziosi come basi lunari e una stazione spaziale permanente. Anche Europa e Regno Unito stanno consolidando la loro presenza. Questa corsa ha caratterizzato lo spazio come nuovo dominio operativo in stretta connessione col cyberspazio. L’emergere di entrambi i domini riflette un cambiamento fondamentale nelle dinamiche geopolitiche e militari. Spazio e cyberspazio sono ormai centrali per le strategie di sicurezza, la competitività economica e l’influenza globale, poiché supportano infrastrutture critiche». Chi è più avanti tra Russia, Cina e Stati Uniti? «Gli Usa sono considerati la nazione più avanzata nel dominio spaziale, seguiti dalla Cina. La Russia sta cercando di mantenere un ruolo rilevante nonostante le sfide economiche e tecnologiche. Tuttavia, ciascun Paese ha sviluppato capacità specifiche che lo rendono competitivo in certi ambiti specifici. Sotto il profilo infrastrutturale e tecnologico gli Usa possiedono la rete satellitare più estesa al mondo per scopi militari, commerciali e scientifici, il Global Positioning System (Gps) rimane la rete di navigazione satellitare più utilizzata al mondo. Progetti come Starlink di SpaceX mostrano la capacità degli Usa di integrare tecnologia commerciale e militare. Inoltre, la creazione nel 2019 della U.S. Space Force ha consolidato il dominio spaziale come priorità nazionale, con risorse significative dedicate alla protezione dei satelliti e allo sviluppo di armi spaziali. Aziende come SpaceX, Blue Origin e Lockheed Martin sono leader globali nel settore spaziale e collaborano strettamente con il governo per progetti strategici. Sotto il profilo militare hanno testato armi cinetiche e laser per difendere i propri asset spaziali. Inoltre, hanno sviluppato satelliti resilienti per resistere a eventuali attacchi e possiedono capacità di guerra cibernetica avanzate». L’amministrazione Trump darà un forte impulso alle attività belliche spaziali? «È probabile. Già durante il primo mandato Trump ha istituito la U.S. Space Force come nuova branca militare per rafforzare la posizione degli Usa nello spazio come “dominio di guerra”. Nel secondo mandato è ragionevole supporre che questa forza sarà potenziata con finanziamenti e sviluppo di nuove capacità operative. Elon Musk, tramite SpaceX, potrebbe giocare un ruolo chiave, fornendo infrastrutture, tecnologie di lancio riutilizzabili e supporto per missioni di difesa. SpaceX ha già collaborato col Dipartimento della Difesa per il lancio di satelliti militari e lo sviluppo di reti di comunicazione sicure. La costellazione Starlink potrebbe essere integrata nei sistemi di comunicazione militari globali per garantire connettività sicura e resiliente. Nel secondo mandato di Trump probabilmente vedremo anche una accelerazione per lo sviluppo di armi antisatellite (Asat), come tecnologie offensive (attacchi cinetici e armi a energia diretta) e difensive (satelliti “guardian” per proteggere infrastrutture spaziali critiche). Inoltre, l’enfasi sull’utilizzo della Luna come “avamposto strategico” per operazioni spaziali riflette una visione in linea con l’obiettivo strategico di dominare questo “dominio operativo”. Tuttavia, una forte dipendenza da SpaceX potrebbe alimentare critiche sulla concentrazione di potere in mani private e creare tensioni con altri attori industriali. Inoltre, una maggiore militarizzazione dello spazio, combinata con la crescita delle capacità spaziali di Cina e Russia, rischierebbe di destabilizzare ulteriormente il fragile equilibrio internazionale nel settore. Anche senza un secondo mandato di Trump, la militarizzazione dello spazio è una tendenza globale in atto, influenzata da molteplici attori sia statali sia privati».
Giuseppe Cruciani (Imagoeconomica)
Già, è difficile tornare indietro. Però intanto si può ragionare sulle motivazioni di una sentenza del genere e capire che cosa non vada in questa vicenda per cercare dei rimedi.
«Qui c’è un misto di ragioni. Nella nostra cultura giuridica c’è un’attenzione al formalismo e soprattutto alla protezione della vita umana, che in linea generale è un bene, naturalmente. Però qui non si sta parlando della vita umana di una persona qualsiasi. Qui si sta parlando del fatto che c’è un signore che ha 56 anni, è un siriano pregiudicato, è uno che mi risulta irregolare, il quale in combutta con un altro aggredisce un carabiniere. Vogliamo che la polizia o i carabinieri e in generale le forze dell’ordine siano delle comparse? Vogliamo che negli inseguimenti si gettino ad accalappiare un ladro, un aggressore, un malvivente a mano nude?».
Direi di no.
«Bene, se non vogliamo arrivare a questo significa che le forze dell’ordine devono usare tutti i mezzi possibili. E certo la pistola è l’extrema ratio, ma bisogna in qualche modo consentire ai poliziotti, ai tutori dell’ordine, di utilizzare le armi. Hanno il monopolio della forza. E se uno di loro spara e il malvivente muore perché lo sparo colpisce il petto invece delle gambe, io dico amen».
Non è un po’ spietato?
«No, è qualcosa che nella dinamica del rapinatore ci sta, fa parte del gioco. Per cui io penso che i giudici dovrebbero fare più attenzione quando ci sono di mezzo le forze dell’ordine. Ma che cosa doveva fare quel carabiniere?».
Non è l’unico caso, del resto. Pensiamo alla vicenda di Ramy.
«Esattamente. Il lavoro delle forze dell’ordine viene messo in discussione continuamente. Si discetta su quello che il carabiniere poteva fare o non poteva fare, se doveva avvicinarsi o rimanere a distanza, oppure se può urtare o meno una moto... A un certo punto ci sta che uno si chieda: ma a noi chi ce lo fa fare? Legittimamente questi agenti si chiedono: ma se io devo stare lì a razionalizzare, a pensare “questa cosa non la posso fare altrimenti finisco sul banco degli imputati”, come posso operare? Noi chiediamo agli agenti una proporzionalità che non può esistere, chiediamo ragionamenti che in certe situazioni sono impossibili da fare. Questa è una cosa assurda».
Quello che solitamente si dice è: si tratta di professionisti, che devono anche sapere ragionare e calibrare la forza.
«Per carità, il poliziotto deve agire pensando certamente al fatto che ci sono altri metodi per bloccare una persona che non siamo sparare. Ma nel caso di questo carabiniere non parliamo di un inseguimento in cui la prima cosa che ha fatto è stata aprire il fuoco e uccidere il siriano. Stiamo parlando di una situazione in cui questo siriano aveva da poco aggredito un altro carabiniere, e mi risulta che Marroccella abbia sparato alle gambe. Ma io vado persino oltr».
Cioè?
«Io dico: se anche non avesse sparato alle gambe, se avesse sparato alla figura per fermarlo, beh, le forze dell’ordine devono avere in alcuni casi il diritto di farlo. Soprattutto nel caso in cui ci sia stata un’aggressione appena compiuta».
Di certo una condanna a tre anni fa arrabbiare, soprattutto quando si scopre che un immigrato in un centro di accoglienza violenta una bambina di dieci anni e prende una condanna a cinque anni.
«Sì. Sono casi diversi ovviamente, lo so. E di solito quando fai paragoni di questo tipo ti dicono che sei un populista, e che appunto sono cose diverse. Certo che sono cose diverse, però oggettivamente un carabiniere spara a un pregiudicato irregolare in fuga che ha appena colpito un suo collega, tre anni e risarcimento. Un signore che ha violentato e messo incinta una bambina di 10 anni, cinque anni.... Oggettivamente c’è una sproporzione tra i due casi che è incredibile se ci pensi, è spaventosa. Una condanna quasi uguale ma da una parte c’è lo stupro di una bambina di 10 anni, dall’altra c’è un signore che fa il suo mestiere e dunque può utilizzare la pistola diversamente da quanto che possiamo fare noi».
Cruciani è noto per essere un libertario. Ma come si conciliano libertà e sicurezza? Io non vorrei vivere in uno Stato di polizia, ci tengo alle garanzie per i cittadini, alla libertà personale e ai diritti dei singoli.
«L’idea del libertario, se vogliamo metterla su questo piano, è quella di avere uno Stato minimo, uno Stato che interviene poco nella vita del singolo. Io, come voi della Verità, sto facendo una battaglia di principio, ad esempio, sulla questione della famiglia del bosco. In quel caso rimproveriamo fondamentalmente allo Stato di impicciarsi dell’educazione dei bambini, ed è una battaglia sacrosanta, di principio, che in pochi stanno facendo nella indifferenza generale. Siamo in presenza di due genitori un po’ bizzarri che hanno la loro idea della vita e dell’educazione, e che vengono tenuti lontani dai figli perché secondo le istituzioni rappresentano per questi un pericolo, siamo alla follia totale».
Appunto, in un caso come questo lo Stato dovrebbe arretrare e concedere libertà.
«Sì, io penso che l’intervento dello Stato debba essere minimo. C’è un settore tuttavia che è fondamentale affinché la libertà della singola persona possa dispiegarsi: quello della sicurezza. Io posso essere libero al cento per cento se viene acquisita una premessa fondamentale: la sicurezza. Io devo essere libero di dire quello che voglio, devo essere capace di muovermi sul territorio nazionale come e quando mi pare, e certo non mi piace lo stato di polizia di cui abbiamo avuto un assaggio ai tempi del Covid. Però la sicurezza mi deve essere garantita perché altrimenti la stessa libertà non riesce a dispiegarsi in maniera compiuta. Mi sembra che sia una posizione perfettamente coerente».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 16 gennaio con Carlo Cambi
Maurizio Landini (Ansa)
Siamo nel 2010 e a Pomigliano la Fiat sfida le parti sociali a ribaltare il tavolo. L’azienda non va e il sito campano è l’emblema di un andazzo poco propenso al lavoro. Marchionne propone un’intesa in deroga al contratto nazionale che riguarda turni, straordinari e malattia. Una mezza rivoluzione. Tutti d’accordo (Fim e Uilm) tranne il sindacato più a sinistra della fabbrica: la Fiom di Landini, appunto.
Stagione più recente, con Renato Brunetta a capo del Cnel. L’ex ministro presenta un documento di base su salario minimo e lavoro povero. Firmano tutti. Anche perché si tratta di un primo passo, non certo di quello definitivo. Tutti, tranne uno: neanche a dirlo il compagno Maurizio.
Giorni nostri. Contratto del pubblico impiego. Il governo Meloni, grazie anche alla spinta del ministro Paolo Zangrillo, mette sul piatto una cifra record per i rinnovi 2022-2024 e 2025-2027 degli statali. Ben 20 miliardi di euro. Ci sono più di 3 milioni di lavoratori in attesa di un rinnovo che certo non copre tutta l’inflazione monstre del periodo (più del 15%), ma una buona parte sì. La Cisl ci sta subito, la Uil cede dopo un po’ e lascia al suo destino le scelte di un sindacato, la Cgil ovviamente, che, pur di contrastare il governo e di avallare la politica del suo capo, non ha mai neanche minimamente preso in considerazione l’idea di firmare e così far guadagnare circa 300 euro lordi in più (considerando le due tornate contrattuali) ai dipendenti della Pa. Una follia.
Ci siamo un po’ dilungati, ma neanche troppo perché abbiamo scelto solo alcuni dei casi più eclatanti, per raccontare il cursus honorum del segretario della Cgil. E per porci la seguente domanda: può un sindacalista che ha un curriculum del genere proporre seriamente che, per incrementare gli stipendi degli italiani, bisogna ricontrattare i salari ogni anno? Insomma, perché aspettare 36 mesi per ridiscutere la parte economica di un accordo, meglio mettersi seduti intorno a un tavolo ogni sei mesi.
Da un certo punto di vista vorrebbe dire tornare alla scala mobile, perché ovviamente l’obiettivo è quello di adeguare costantemente le buste paga all’inflazione, da un altro ci troveremmo di fronte a uno stillicidio. Alla paralisi continua, con il Landini di turno pronto a bloccare tutto e tutti pur di prendersi ancora una volta la scena e qualche titolo di giornale.
Anche no. Ieri il tema è tornato di stretta attualità perché l’Inps ha presentato uno studio sulle dinamiche salariali. E il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, ha ricordato che in Italia «la produttività ristagna da un quarto di secolo» e che «dal 2000, i salari orari sono rimasti pressoché fermi in termini reali, contro una crescita del 21% in Germania e del 14% in Francia».
Dubitiamo che Panetta sia d’accordo con Landini sull’idea ricontrattare ogni 12 mesi gli accordi collettivi. Siamo più propensi a credere che abbia guardato con attenzione l’analisi curata dalla direzione centrale studi e ricerche dell’Inps che, nel descrivere l’andamento delle buste paga tra il 2020 e il 2024, parla del peso preponderante dello choc inflattivo esogeno osservato nel biennio 2022-2023. E osserva che gli stipendi sono stati rallentati da componenti legate alle imprese come la produttività, il potere contrattuale e le politiche retributive.
In buona sostanza, è su queste che bisogna agire. Sul rinnovo dei contratti, sull’innovazione tecnologica (che vuol dire produttività) e sulla riduzione della pressione fiscale e contributiva anche per detassare il lavoro festivo, notturno e straordinario. Alcune di queste cose il governo ha solo iniziato a farle. Bisogna accelerare. È stato già perso troppo tempo a causa dei no a prescindere dei Landini di turno.
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Pasquale Stanzione (Imagoeconomica)
Peculato, corruzione e sospette connivenze con colossi come Meta e Ita Airways. Ipotesi che la Procura di Roma ricostruisce in un decreto di perquisizione che ieri ha spinto gli investigatori del Nucleo di Polizia economico finanziaria della Guardia di finanza fin nelle stanze dei bottoni del Garante della privacy, per verificare se l’Authority fosse stata trasformata in un bancomat. Oltre al presidente Pasquale Stanzione risultano indagati i membri del collegio: Guido Scorza, Agostino Ghiglia e Ginevra Cerrina Feroni. L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco, è partita da un’inchiesta di Report, la trasmissione di Sigfrido Ranucci, che aveva sollevato dubbi sulle spese di rappresentanza dell’Autorità e sui rapporti con le due aziende. L’origine è dichiarata nell’introduzione del decreto. Che, subito dopo, riconosce apertamente: molte informazioni provengono «da accessi civici» e altre da «fonti interne» sulle quali al momento la Procura mantiene riserbo. La premessa, insomma, è questa: le condotte, definite dai magistrati «disinvolte» sarebbero emerse «a più riprese e in molteplici occasioni, disvelando comportamenti che da meri illeciti offensivi del decoro dell’ente sarebbero sfociati con facilità nelle ipotesi delittuose provvisoriamente ascritte, oltre a integrare, in molteplici occasioni, la abrogata fattispecie del reato di abuso d’ufficio». Al centro dell’attenzione ci sono le «spese significative» del presidente Stanzione nella macelleria romana di Angelo Feroci. Lo shopping da tirannosauro rex è costato per il 2023 1.551 euro, per il 2024 addirittura 3.318 euro e per il 2025 1.749 euro. Un appetito giustificato, secondo l’accusa, con vaghe ricevute per «pasti pronti». Poi c’è la questione Meta, la multinazionale di Mark Zuckerberg. Gli smart glasses Ray-Ban stories, un concentrato di tecnologia e rischi per la privacy, avevano attirato l’attenzione del Garante, che aveva ipotizzato una sanzione da 44 milioni di euro. Poi progressivamente ridotta e, infine, annullata. E Scorza aveva elogiato gli smart glasses di Meta in un video pubblicato sui social. La sua imparzialità è, quindi, finita sulla graticola. Ora gli investigatori stanno cercando di capire «se e in che modo questi», si legge nel decreto, «si sia astenuto dalle adunanze riguardanti il procedimento a carico della società». Non è tutto: si indaga anche su un incontro, avvenuto il 16 ottobre 2024 durante il Como Lake, tra un’esponente di Meta, Angelo Mazzotti, all’epoca responsabile delle relazioni istituzionali della società, e Ghiglia. Un incontro, secondo l’accusa, «le cui finalità e il cui contenuto non sono noti». La ricostruzione successiva punta i riflettori sui rapporti con Ita Airways. Secondo il pm i membri del Collegio avrebbero chiuso un occhio sulle irregolarità della compagnia, ricevendo in cambio «tessere Volare classe executive», dal valore di 6.000 euro ciascuna. Ed ecco il reato di corruzione: «Omettendo un atto del loro ufficio, ovvero non erogando alcuna sanzione se non una meramente formale alla società Ita Airways […]», scrive il pm, «ricevevano come utilità tessere Volare». E l’ipotizzato conflitto d’interessi si fa ancora più stridente se si considera che «il responsabile della protezione dei dati era, per gli anni 2022 e 2023, un avvocato dello studio legale fondato da Scorza e del quale è partner la moglie». Il contrappasso per gli indagati è che a occuparsi della loro passione per il volo sia l’ufficio guidato da Francesco Lo Voi, che qualche mattacchione ha soprannominato «Lo Volo». La boutade trae origine dalla querelle del procuratore con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, il quale aveva messo nero su bianco le ragioni con cui negava al capo della Procura di Roma l’uso dei voli di Stato. Ma non è finita. C’è pure una rimborsopoli (inchieste che in passato sono spesso finite in un nulla di fatto). Vengono contestati anche l’utilizzo di rimborsi per spese «estranee al mandato» e l’uso «dell’auto di servizio per finalità estranee alla funzione». Ghiglia, per esempio, avrebbe usato l’auto di servizio per recarsi nella sede di un partito politico. E poi ci sono i numeri. Le spese di rappresentanza e gestione sarebbero schizzate: da una spesa marginale nel 2021 (poco superiore a 20.000 euro)» a «circa 400.000 euro annui nel 2024». I costi per organi e incarichi istituzionali avrebbero raggiunto, nel 2024, l’importo complessivo di 1 milione e 247.000 euro, in larga parte riconducibile a rimborsi per «viaggi, soggiorni in alberghi a cinque stelle, cene di rappresentanza, servizi di lavanderia, ma anche per fitness e cura della persona». Pure le missioni all’estero sono finite sotto la lente. In particolare, quella del G7 di Tokyo (2023), il cui costo, secondo «fonti interne e documentazione informale», avrebbe superato gli 80.000 euro, di cui 40.000 destinati ai soli voli. E mentre Ranucci non nasconde soddisfazione per la profezia che si è avverata, Stanzione ha assicurato di essere «tranquillo». Ora tocca alla Procura cercare di dare consistenza a quello che nel decreto definisce il «fumus» delle contestazioni.
Pd e M5s gridano allo scandalo. Ma l’Authority l’hanno eletta loro
Monta lo sdegno a sinistra sul caso del Garante della Privacy. Ieri mattina sono partite le perquisizioni nella sede dell’Authority. E Report, la trasmissione Rai condotta da Sigfrido Ranucci che aveva sollevato il caso, sui suoi social scrive: «Tutti i membri del Garante della Privacy sono indagati per peculato e corruzione, in un’inchiesta della Procura di Roma». Si tratta del presidente Pasquale Stanzione e i componenti del Collegio Ginevra Cerrina Feroni (in quota Lega), Agostino Ghiglia (quota Fdi) e Guido Scorza (quota M5s). Al vaglio degli inquirenti ci sono anche le spese della macelleria del presidente Stanzione: dal 2023 al 2025 ben 6.619,95 euro».
Pd, Movimento Cinque Stelle e Avs, già dopo la puntata andata in onda a inizio novembre scorso chiesero a gran voce lo scioglimento del collegio, dimenticandosi però che non è nelle facoltà del governo. Elly Schlein, segretaria del Pd, parlava di un «quadro grave e desolante sulle modalità di gestione» e della necessità di un «segnale forte di discontinuità». Secca la replica del premier Giorgia Meloni: «Questo Garante è stato eletto durante il governo giallorosso. Se il Pd e i 5s non si fidano di chi hanno messo all’Autorità, non se la possono prendere con me», aveva replicato il premier mentre il responsabile organizzativo di Fdi, Giovanni Donzelli, aggiungeva: «Favorevoli allo scioglimento di qualsiasi ente o autorità nominata dalla sinistra».
Anche adesso il registro non cambia. «Le perquisizioni e i sequestri negli uffici del Garante per la privacy, con l’intervento della Guardia di Finanza e un’indagine aperta dalla procura dopo i servizi di Report, rappresentano l’ennesimo colpo durissimo alla credibilità dell’istituzione. Spese di rappresentanza e la mancata sanzione a Meta per i Ray-Ban Stories sono al centro di un’inchiesta che è solo uno degli elementi che da mesi mette in discussione scelte e comportamenti del Collegio». Così gli esponenti del Movimento 5 stelle in commissione vigilanza Rai, Dario Carotenuto, Dolores Bevilacqua, Anna Laura Orrico e Gaetano Amato. Nella nota tuttavia non si legge nessuna autocritica sulla selezione del Garante compiuta proprio dal Movimento insieme al Pd quando governavano insieme. Anzi. «Lo stesso presidente Pasquale Stanzione risulterebbe indagato. In una situazione del genere, restare aggrappati alle poltrone è un atto di grave irresponsabilità. Così si espone l’istituzione al pubblico ludibrio e si nega la minima tutela del suo prestigio. Per questo ribadiamo una richiesta di semplice igiene istituzionale: l’intero Collegio si dimetta. Subito. Per rispetto dell’Autorità, dei cittadini e della funzione che essa dovrebbe svolgere».
Ancora più duri quelli di Alleanza Verdi Sinistra. Il portavoce Angelo Bonelli denuncia: «Un problema politico e istituzionale immediato. Un’Authority deve essere indipendente, terza, al di sopra delle parti. Qui emergono elementi che indicano una gestione non trasparente. Il Garante non può essere percepito come sotto l’influenza dell’esecutivo né come una sua succursale. In questo quadro, la permanenza dell’attuale presidente è incompatibile con la funzione di garanzia che l’Autorità deve svolgere. Per ristabilire terzietà, autorevolezza e fiducia, le dimissioni dell’intero collegio sono un atto necessario». Il capogruppo Peppe De Cristofaro parla di «preoccupanti zone d’ombra». Questa vicenda mette in luce alcune criticità su questa autorità di garanzia, come i conflitti di interesse e gli stretti rapporti di alcuni suoi componenti con la politica». Dimenticandosi anche qui di evidenziare quale parte politica abbia messo Stanzione su quella poltrona.
Per il Pd parla Sandro Ruotolo, responsabile Informazione: «Cos’altro dobbiamo aspettare per le dimissioni dei membri del collegio del Garante per la protezione dei dati personali?». E poi: «La credibilità dell’Authority era già stata messa seriamente in discussione nei mesi scorsi» spiega, facendo riferimento «a quando si scoprì che, alla vigilia della multa inflitta a Report, un membro del collegio, Agostino Ghiglia, ex parlamentare ed esponente di Fratelli d’Italia, si era recato il giorno prima in via della Scrofa, sede nazionale del partito di governo». Nessuna prova, solo illazioni. Eppure Ruotolo per conto del Pd parla di «un fatto politicamente e istituzionalmente gravissimo per ciò che compromette sul piano dell’indipendenza e dell’imparzialità. Eppure, nonostante tutto questo, sono rimasti al loro posto. Nessuna assunzione di responsabilità, nessun passo indietro». Cenni alla responsabilità di chi ha messo quelle persone in quelle posizioni? Zero. L’imbarazzo è evidente, tanto che sono in pochi a parlare della vicenda. Sostanzialmente si tratta di uno scontro tra dem e giustizia in qualche modo. Giorgia Meloni e il governo ne escono comunque bene perché la responsabilità non è dell’esecutivo e, se si dimettesse, la nomina del nuovo Garante spetterebbe alla maggioranza.
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