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2020-07-15
Continuano gli sbarchi di immigrati infetti. Altri 11 pakistani a Pozzallo
(Stefano Montesi - Corbis/Corbis via Getty Images)
Molte destinazioni turistiche del nostro Sud Italia sono al collasso, perché scarseggiano le prenotazioni di vacanzieri, mentre non si fermano gli arrivi di clandestini per di più infetti. «Undici positivi tra i 66 sbarcati a Pozzallo sono di nazionalità pakistana», segnalava ieri il governatore della Sicilia, Nello Musumeci, assicurando che si trovano in isolamento in una struttura. È arrabbiato il presidente della Regione Sicilia: «Continua a emergere un quadro sconfortante nel quale si erge il silenzio del ministero dell'Interno». Chiede da settimane una nave per la quarantena, senza dover far scendere sull'isola persone positive ai tamponi, ma fino a oggi non c'è stata risposta. La Prefettura di Agrigento sta cercando con urgenza «un vettore deputato al trasferimento dei migranti che giungono sull'isola e che devono raggiungere la Sicilia», una nave che possa ospitare almeno 100 persone e che effettui la tratta speciale da Lampedusa a Porto Empedocle. Il bando scade il 17 luglio, quanto ci costerà questo nuovo noleggio ancora non lo sappiamo, di certo per assicurare la quarantena ai clandestini il governo giallorosso sta spendendo milioni di euro proprio in un'isola, la Sicilia, che come effetto Covid-19 in cinque mesi ha perso redditi per 179 milioni di euro. Il bollettino nefasto di ieri seguiva di pochi giorni quello sui 70 pakistani sbarcati a Roccella Ionica, 28 dei quali sono risultati positivi. Gli italiani hanno sofferto mesi chiusi in casa per contrastare la circolazione del Covid-19, oggi sono costretti ad accettare che stranieri contagiosi vengano accolti senza misure di efficace contenimento. Soprattutto senza che i porti vengano chiusi alle Ong e senza che l'Unione europea si prenda carico delle migliaia di clandestini attivati sulle nostre coste: 9.372 al 14 luglio, quando lo scorso anno furono 3.186. In dodici mesi sono cresciuti quasi del 300 per cento e mentre nel Mediterraneo centrale, a giugno, si è registrato un calo di arrivi illegali del 50% rispetto al mese precedente, l'Italia è in controtendenza. Come ha commentato il leader della Lega, Matteo Salvini, «perfino Frontex conferma l'incapacità del governo Conte-5 stelle-Pd: gli arrivi calano ovunque tranne che nel nostro Paese. Senza la Lega al governo, e con Pd e 5 stelle che vogliono smantellare i Decreti sicurezza, i trafficanti di esseri umani festeggiano e lavorano a pieno regime. Calano gli sbarchi verso Grecia e Spagna (che erano aumentati quando l'Italia aveva chiuso i porti) e sulle nostre coste arrivano decine di immigrati positivi al Covid. Non si parla più di ricollocamenti, di espulsioni, di morti in mare, di corridoi umanitari o di accordo di Malta. Vogliono trasformarci nel campo profughi e nel lazzaretto d'Europa. Questo governo mette in pericolo l'Italia». Salvini aveva reagito anche con «giù le mani da Brindisi, difendiamo la salute e il lavoro dei pugliesi», alla notizia che il Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Brindisi Restinco ha dovuto sgomberare i 50 ospiti, dirottandoli verso centri di accoglienza della Regione Lazio, per essere pronto a ricevere gli 80 migranti che la Prefettura di Agrigento sta trasferendo da Lampedusa. Secondo quanto affermava ieri Brindisireport, in poche ore si vorrebbe trasformare la struttura in un centro Covid, pronto per accogliere ospiti infetti, e i pugliesi stanno reagendo molto male all'idea. Brindisi non vuole diventare una seconda Lampedusa, dove la situazione è pesantissima per gli abitanti che si sono visti arrivare quasi 800 clandestini durante lo scorso fine settimana, e per le forze dell'ordine: appena cinque squadre di dieci uomini fra polizia, carabinieri e guardia di finanza che non riescono più a reggere il carico di lavoro. «Un numero ridicolo di uomini impiegati, turni giornalieri multipli e a volte consecutivi, fino a raggiungere le 32 ore di servizio di seguito, servizi notturni svolti dagli stessi agenti sei notti su dieci», denuncia Valter Mazzetti, segretario generale del sindacato Fsp, polizia di Stato, protestando perché non vengono inviati rinforzi: «Siamo servitori, non schiavi». Dal Viminale è uscita solo la notizia che il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese ha ricevuto il sindaco di Pozzallo, Roberto Ammatuna, ha ringraziato il primo cittadino e l'intera comunità del porto siciliano che in questi anni hanno mostrato «senso di umanità e solidarietà ed offerto fattiva collaborazione per l'accoglienza dei migranti». Il ministro ha promesso di recarsi al più presto in visita a Pozzallo, cosa che fino ad oggi si è guardata bene dal fare. Ieri mattina la Lamorgese si era incontrata con i colleghi alla Difesa, Lorenzo Guerini, e agli Esteri, Luigi Di Maio, oltre che con il direttore dell'Aise, Giovanni Caravelli, per fare il punto sulla presenza militare italiana in Libia. Avrebbero parlato anche di immigrazione: domani il capo del Viminale sarà in visita ufficiale a Tripoli dove incontrerà il collega libico Fathi Ali Bashagha, e nei prossimi giorni dovrebbe andare in Tunisia, altro Paese di partenza di clandestini. Tema caldo, quello degli stranieri anche a Parigi, dove oggi l'Istituto italiano di cultura offre gratuitamente l'accesso per assistere allo spettacolo teatrale Migrando dell'italiana Carla Bianchi. Un monologo, nel quale l'attrice spiega perché è importante «accogliere un migrante per rianimare un villaggio», dove sta per approdare un barcone con 50 clandestini. In un Tweet aveva ringraziato «Domenico Lucano per avermi ispirato» e un'associazione siciliana «per avermi fatto incontrare i bellissimi giovani migranti di Caltagirone».
Torna di moda l'allarme razzismo
Il telefono di Michele Mirabella deve essere bollente. Dopo il grande successo del video di fine febbraio in cui, inforcando un paio di bacchette, ci intimava di non aver paura dei cinesi (e neanche del virus, ché non era tutto questo granché), sembra infatti giunto il momento di replicare l'esperimento.
Magari stavolta potremmo piazzare l'attore e conduttore dentro un alimentari gestito da un bengalese, uno di quei negozietti dall'odore pungente che spuntano come funghi nelle nostre città. L'ultima emergenza mediatica si chiama infatti «razzismo anti bangla». Nel Paese asiatico, si sa, il virus è fuori controllo. E nel viavai con l'Italia, che vanta una nutrita comunità bengalese, è capitato che vari focolai si accendessero in diversi luoghi del Belpaese, proprio nelle comunità legate a Dacca. Abbiamo visto aerei carichi di positivi, a volte già con chiari sintomi febbrili, alzarsi dalla capitale bengalese per raggiungere Roma. Ci hanno raccontato del boom dei falsi certificati di immunità grazie ai quali molti bengalesi riescono a muoversi liberamente. E, con tutto il rispetto, se il Covid ha messo in ginocchio il nostro sistema sanitario, qualche dubbio sulla tenuta di Paesi meno attrezzati appare lecito. Insomma, i motivi di preoccupazione non mancano. Legittime ansie da pandemia? Macché, per certi media è chiaramente razzismo. Ieri L'aria che tira, su La7, ha mandato in onda un servizio dall'ormai mitologica periferia romana di Torpignattara. Dove, pare di capire, i bengalesi sono accerchiati. «Prima c'era paura dei cinesi, ora quando vedono i bengalesi hanno tutti paura», tuona un immigrato davanti alla telecamera. «La convivenza con gli italiani è messa a dura prova», chiosa la giornalista. «Se passano a mezzo metro mi scosto un po' più in là», ammette un pensionato italiano, ripetendo quello che altrove passerebbe per un'espressione di civismo e corretta profilassi sanitaria, ma che nel contesto del servizio sembra quasi il motto di un estremista afrikaner che invoca il ritorno dell'apartheid. Ieri, su Repubblica, Luigi Manconi si preoccupava del fatto che «il rapporto migrante-pandemia sembra costituire un nuovo motivo di allarme sociale». Allarme, per l'ex senatore, del tutto ingiustificato, anche perché, se bisogna allarmarsi, bisognerebbe farlo per le spiagge troppe affollate di italianissimi bagnanti senza protezioni, dice Manconi. Ora, al netto del fatto che l'imprudenza e l'irresponsabilità sono vizi universali e anche certi italiani non ne sono certo immuni, non è poi così difficile capire perché in Italia ci si fidi più dei propri concittadini, fino a ieri murati vivi in casa, che non di chi arriva da Paesi con meno controlli, è passato per le mani di scafisti e trafficanti e ha viaggiato su barche di fortuna in chissà quali condizioni. La diffidenza non ha a che fare con inferiorità e superiorità razziali, con l'odio per il diverso o chissà quale altra formula popoli i sogni bagnati dell'intellighenzia antirazzista, ma con naturali meccanismi etologici dovuti a questa particolare contingenza.
E se la cosa non convince, si dia almeno retta a Mohamed Taifur Rahman Shah, presidente del'associazione ItalBangla, che qualche giorno fa ha dichiarato all'Adnkronos: «Nel nostro Paese la situazione legata ai contagi è un disastro, non ci sono cure mediche e la gente sta cercando di scappare con ogni mezzo». Ma l'uomo ha anche aggiunto: «Sicuramente sono stati fatti errori dal governo del Bangladesh, che ha lasciato passare tutti, e da quello italiano che non ha controllato chi entrava in Italia». Capito? Sono i bengalesi a bacchettarci: bisognava chiudere tutto e, se abbiamo sbagliato, è stato nell'essere troppo morbidi. Sarà autorazzismo?
Ottenuta la cittadinanza se ne vanno. Ecco la prova che lo ius soli è inutile
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Il governatore Nello Musumeci insiste nel chiedere una nave quarantena, però da Giuseppe Conte nessuna risposta. Luciana Lamorgese domani sarà in visita a Tripoli, ma in Sicilia non va.Era già successo con i cinesi: il timore dei contagi è bollato come discriminazione. Ma perfino per i bengalesi abbiamo sbagliato.Nel 2019 gli stranieri che hanno ricevuto il passaporto sono stati 127.000, il 13% in più rispetto al 2018. Ma tanti dei naturalizzati non sono interessati a restare qui: tornano al Paese d'origine o si trasferiscono all'estero.Lo speciale contiene tre articoli.Molte destinazioni turistiche del nostro Sud Italia sono al collasso, perché scarseggiano le prenotazioni di vacanzieri, mentre non si fermano gli arrivi di clandestini per di più infetti. «Undici positivi tra i 66 sbarcati a Pozzallo sono di nazionalità pakistana», segnalava ieri il governatore della Sicilia, Nello Musumeci, assicurando che si trovano in isolamento in una struttura. È arrabbiato il presidente della Regione Sicilia: «Continua a emergere un quadro sconfortante nel quale si erge il silenzio del ministero dell'Interno». Chiede da settimane una nave per la quarantena, senza dover far scendere sull'isola persone positive ai tamponi, ma fino a oggi non c'è stata risposta. La Prefettura di Agrigento sta cercando con urgenza «un vettore deputato al trasferimento dei migranti che giungono sull'isola e che devono raggiungere la Sicilia», una nave che possa ospitare almeno 100 persone e che effettui la tratta speciale da Lampedusa a Porto Empedocle. Il bando scade il 17 luglio, quanto ci costerà questo nuovo noleggio ancora non lo sappiamo, di certo per assicurare la quarantena ai clandestini il governo giallorosso sta spendendo milioni di euro proprio in un'isola, la Sicilia, che come effetto Covid-19 in cinque mesi ha perso redditi per 179 milioni di euro. Il bollettino nefasto di ieri seguiva di pochi giorni quello sui 70 pakistani sbarcati a Roccella Ionica, 28 dei quali sono risultati positivi. Gli italiani hanno sofferto mesi chiusi in casa per contrastare la circolazione del Covid-19, oggi sono costretti ad accettare che stranieri contagiosi vengano accolti senza misure di efficace contenimento. Soprattutto senza che i porti vengano chiusi alle Ong e senza che l'Unione europea si prenda carico delle migliaia di clandestini attivati sulle nostre coste: 9.372 al 14 luglio, quando lo scorso anno furono 3.186. In dodici mesi sono cresciuti quasi del 300 per cento e mentre nel Mediterraneo centrale, a giugno, si è registrato un calo di arrivi illegali del 50% rispetto al mese precedente, l'Italia è in controtendenza. Come ha commentato il leader della Lega, Matteo Salvini, «perfino Frontex conferma l'incapacità del governo Conte-5 stelle-Pd: gli arrivi calano ovunque tranne che nel nostro Paese. Senza la Lega al governo, e con Pd e 5 stelle che vogliono smantellare i Decreti sicurezza, i trafficanti di esseri umani festeggiano e lavorano a pieno regime. Calano gli sbarchi verso Grecia e Spagna (che erano aumentati quando l'Italia aveva chiuso i porti) e sulle nostre coste arrivano decine di immigrati positivi al Covid. Non si parla più di ricollocamenti, di espulsioni, di morti in mare, di corridoi umanitari o di accordo di Malta. Vogliono trasformarci nel campo profughi e nel lazzaretto d'Europa. Questo governo mette in pericolo l'Italia». Salvini aveva reagito anche con «giù le mani da Brindisi, difendiamo la salute e il lavoro dei pugliesi», alla notizia che il Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Brindisi Restinco ha dovuto sgomberare i 50 ospiti, dirottandoli verso centri di accoglienza della Regione Lazio, per essere pronto a ricevere gli 80 migranti che la Prefettura di Agrigento sta trasferendo da Lampedusa. Secondo quanto affermava ieri Brindisireport, in poche ore si vorrebbe trasformare la struttura in un centro Covid, pronto per accogliere ospiti infetti, e i pugliesi stanno reagendo molto male all'idea. Brindisi non vuole diventare una seconda Lampedusa, dove la situazione è pesantissima per gli abitanti che si sono visti arrivare quasi 800 clandestini durante lo scorso fine settimana, e per le forze dell'ordine: appena cinque squadre di dieci uomini fra polizia, carabinieri e guardia di finanza che non riescono più a reggere il carico di lavoro. «Un numero ridicolo di uomini impiegati, turni giornalieri multipli e a volte consecutivi, fino a raggiungere le 32 ore di servizio di seguito, servizi notturni svolti dagli stessi agenti sei notti su dieci», denuncia Valter Mazzetti, segretario generale del sindacato Fsp, polizia di Stato, protestando perché non vengono inviati rinforzi: «Siamo servitori, non schiavi». Dal Viminale è uscita solo la notizia che il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese ha ricevuto il sindaco di Pozzallo, Roberto Ammatuna, ha ringraziato il primo cittadino e l'intera comunità del porto siciliano che in questi anni hanno mostrato «senso di umanità e solidarietà ed offerto fattiva collaborazione per l'accoglienza dei migranti». Il ministro ha promesso di recarsi al più presto in visita a Pozzallo, cosa che fino ad oggi si è guardata bene dal fare. Ieri mattina la Lamorgese si era incontrata con i colleghi alla Difesa, Lorenzo Guerini, e agli Esteri, Luigi Di Maio, oltre che con il direttore dell'Aise, Giovanni Caravelli, per fare il punto sulla presenza militare italiana in Libia. Avrebbero parlato anche di immigrazione: domani il capo del Viminale sarà in visita ufficiale a Tripoli dove incontrerà il collega libico Fathi Ali Bashagha, e nei prossimi giorni dovrebbe andare in Tunisia, altro Paese di partenza di clandestini. Tema caldo, quello degli stranieri anche a Parigi, dove oggi l'Istituto italiano di cultura offre gratuitamente l'accesso per assistere allo spettacolo teatrale Migrando dell'italiana Carla Bianchi. Un monologo, nel quale l'attrice spiega perché è importante «accogliere un migrante per rianimare un villaggio», dove sta per approdare un barcone con 50 clandestini. In un Tweet aveva ringraziato «Domenico Lucano per avermi ispirato» e un'associazione siciliana «per avermi fatto incontrare i bellissimi giovani migranti di Caltagirone». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/continuano-gli-sbarchi-di-immigrati-infetti-altri-11-pakistani-a-pozzallo-2646408451.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="torna-di-moda-l-allarme-razzismo" data-post-id="2646408451" data-published-at="1594753073" data-use-pagination="False"> Torna di moda l'allarme razzismo Il telefono di Michele Mirabella deve essere bollente. Dopo il grande successo del video di fine febbraio in cui, inforcando un paio di bacchette, ci intimava di non aver paura dei cinesi (e neanche del virus, ché non era tutto questo granché), sembra infatti giunto il momento di replicare l'esperimento. Magari stavolta potremmo piazzare l'attore e conduttore dentro un alimentari gestito da un bengalese, uno di quei negozietti dall'odore pungente che spuntano come funghi nelle nostre città. L'ultima emergenza mediatica si chiama infatti «razzismo anti bangla». Nel Paese asiatico, si sa, il virus è fuori controllo. E nel viavai con l'Italia, che vanta una nutrita comunità bengalese, è capitato che vari focolai si accendessero in diversi luoghi del Belpaese, proprio nelle comunità legate a Dacca. Abbiamo visto aerei carichi di positivi, a volte già con chiari sintomi febbrili, alzarsi dalla capitale bengalese per raggiungere Roma. Ci hanno raccontato del boom dei falsi certificati di immunità grazie ai quali molti bengalesi riescono a muoversi liberamente. E, con tutto il rispetto, se il Covid ha messo in ginocchio il nostro sistema sanitario, qualche dubbio sulla tenuta di Paesi meno attrezzati appare lecito. Insomma, i motivi di preoccupazione non mancano. Legittime ansie da pandemia? Macché, per certi media è chiaramente razzismo. Ieri L'aria che tira, su La7, ha mandato in onda un servizio dall'ormai mitologica periferia romana di Torpignattara. Dove, pare di capire, i bengalesi sono accerchiati. «Prima c'era paura dei cinesi, ora quando vedono i bengalesi hanno tutti paura», tuona un immigrato davanti alla telecamera. «La convivenza con gli italiani è messa a dura prova», chiosa la giornalista. «Se passano a mezzo metro mi scosto un po' più in là», ammette un pensionato italiano, ripetendo quello che altrove passerebbe per un'espressione di civismo e corretta profilassi sanitaria, ma che nel contesto del servizio sembra quasi il motto di un estremista afrikaner che invoca il ritorno dell'apartheid. Ieri, su Repubblica, Luigi Manconi si preoccupava del fatto che «il rapporto migrante-pandemia sembra costituire un nuovo motivo di allarme sociale». Allarme, per l'ex senatore, del tutto ingiustificato, anche perché, se bisogna allarmarsi, bisognerebbe farlo per le spiagge troppe affollate di italianissimi bagnanti senza protezioni, dice Manconi. Ora, al netto del fatto che l'imprudenza e l'irresponsabilità sono vizi universali e anche certi italiani non ne sono certo immuni, non è poi così difficile capire perché in Italia ci si fidi più dei propri concittadini, fino a ieri murati vivi in casa, che non di chi arriva da Paesi con meno controlli, è passato per le mani di scafisti e trafficanti e ha viaggiato su barche di fortuna in chissà quali condizioni. La diffidenza non ha a che fare con inferiorità e superiorità razziali, con l'odio per il diverso o chissà quale altra formula popoli i sogni bagnati dell'intellighenzia antirazzista, ma con naturali meccanismi etologici dovuti a questa particolare contingenza. E se la cosa non convince, si dia almeno retta a Mohamed Taifur Rahman Shah, presidente del'associazione ItalBangla, che qualche giorno fa ha dichiarato all'Adnkronos: «Nel nostro Paese la situazione legata ai contagi è un disastro, non ci sono cure mediche e la gente sta cercando di scappare con ogni mezzo». Ma l'uomo ha anche aggiunto: «Sicuramente sono stati fatti errori dal governo del Bangladesh, che ha lasciato passare tutti, e da quello italiano che non ha controllato chi entrava in Italia». Capito? Sono i bengalesi a bacchettarci: bisognava chiudere tutto e, se abbiamo sbagliato, è stato nell'essere troppo morbidi. Sarà autorazzismo? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/continuano-gli-sbarchi-di-immigrati-infetti-altri-11-pakistani-a-pozzallo-2646408451.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ottenuta-la-cittadinanza-se-ne-vanno-ecco-la-prova-che-lo-ius-soli-e-inutile" data-post-id="2646408451" data-published-at="1594753073" data-use-pagination="False"> Ottenuta la cittadinanza se ne vanno. Ecco la prova che lo ius soli è inutile
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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