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2020-07-15
Continuano gli sbarchi di immigrati infetti. Altri 11 pakistani a Pozzallo
(Stefano Montesi - Corbis/Corbis via Getty Images)
Molte destinazioni turistiche del nostro Sud Italia sono al collasso, perché scarseggiano le prenotazioni di vacanzieri, mentre non si fermano gli arrivi di clandestini per di più infetti. «Undici positivi tra i 66 sbarcati a Pozzallo sono di nazionalità pakistana», segnalava ieri il governatore della Sicilia, Nello Musumeci, assicurando che si trovano in isolamento in una struttura. È arrabbiato il presidente della Regione Sicilia: «Continua a emergere un quadro sconfortante nel quale si erge il silenzio del ministero dell'Interno». Chiede da settimane una nave per la quarantena, senza dover far scendere sull'isola persone positive ai tamponi, ma fino a oggi non c'è stata risposta. La Prefettura di Agrigento sta cercando con urgenza «un vettore deputato al trasferimento dei migranti che giungono sull'isola e che devono raggiungere la Sicilia», una nave che possa ospitare almeno 100 persone e che effettui la tratta speciale da Lampedusa a Porto Empedocle. Il bando scade il 17 luglio, quanto ci costerà questo nuovo noleggio ancora non lo sappiamo, di certo per assicurare la quarantena ai clandestini il governo giallorosso sta spendendo milioni di euro proprio in un'isola, la Sicilia, che come effetto Covid-19 in cinque mesi ha perso redditi per 179 milioni di euro. Il bollettino nefasto di ieri seguiva di pochi giorni quello sui 70 pakistani sbarcati a Roccella Ionica, 28 dei quali sono risultati positivi. Gli italiani hanno sofferto mesi chiusi in casa per contrastare la circolazione del Covid-19, oggi sono costretti ad accettare che stranieri contagiosi vengano accolti senza misure di efficace contenimento. Soprattutto senza che i porti vengano chiusi alle Ong e senza che l'Unione europea si prenda carico delle migliaia di clandestini attivati sulle nostre coste: 9.372 al 14 luglio, quando lo scorso anno furono 3.186. In dodici mesi sono cresciuti quasi del 300 per cento e mentre nel Mediterraneo centrale, a giugno, si è registrato un calo di arrivi illegali del 50% rispetto al mese precedente, l'Italia è in controtendenza. Come ha commentato il leader della Lega, Matteo Salvini, «perfino Frontex conferma l'incapacità del governo Conte-5 stelle-Pd: gli arrivi calano ovunque tranne che nel nostro Paese. Senza la Lega al governo, e con Pd e 5 stelle che vogliono smantellare i Decreti sicurezza, i trafficanti di esseri umani festeggiano e lavorano a pieno regime. Calano gli sbarchi verso Grecia e Spagna (che erano aumentati quando l'Italia aveva chiuso i porti) e sulle nostre coste arrivano decine di immigrati positivi al Covid. Non si parla più di ricollocamenti, di espulsioni, di morti in mare, di corridoi umanitari o di accordo di Malta. Vogliono trasformarci nel campo profughi e nel lazzaretto d'Europa. Questo governo mette in pericolo l'Italia». Salvini aveva reagito anche con «giù le mani da Brindisi, difendiamo la salute e il lavoro dei pugliesi», alla notizia che il Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Brindisi Restinco ha dovuto sgomberare i 50 ospiti, dirottandoli verso centri di accoglienza della Regione Lazio, per essere pronto a ricevere gli 80 migranti che la Prefettura di Agrigento sta trasferendo da Lampedusa. Secondo quanto affermava ieri Brindisireport, in poche ore si vorrebbe trasformare la struttura in un centro Covid, pronto per accogliere ospiti infetti, e i pugliesi stanno reagendo molto male all'idea. Brindisi non vuole diventare una seconda Lampedusa, dove la situazione è pesantissima per gli abitanti che si sono visti arrivare quasi 800 clandestini durante lo scorso fine settimana, e per le forze dell'ordine: appena cinque squadre di dieci uomini fra polizia, carabinieri e guardia di finanza che non riescono più a reggere il carico di lavoro. «Un numero ridicolo di uomini impiegati, turni giornalieri multipli e a volte consecutivi, fino a raggiungere le 32 ore di servizio di seguito, servizi notturni svolti dagli stessi agenti sei notti su dieci», denuncia Valter Mazzetti, segretario generale del sindacato Fsp, polizia di Stato, protestando perché non vengono inviati rinforzi: «Siamo servitori, non schiavi». Dal Viminale è uscita solo la notizia che il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese ha ricevuto il sindaco di Pozzallo, Roberto Ammatuna, ha ringraziato il primo cittadino e l'intera comunità del porto siciliano che in questi anni hanno mostrato «senso di umanità e solidarietà ed offerto fattiva collaborazione per l'accoglienza dei migranti». Il ministro ha promesso di recarsi al più presto in visita a Pozzallo, cosa che fino ad oggi si è guardata bene dal fare. Ieri mattina la Lamorgese si era incontrata con i colleghi alla Difesa, Lorenzo Guerini, e agli Esteri, Luigi Di Maio, oltre che con il direttore dell'Aise, Giovanni Caravelli, per fare il punto sulla presenza militare italiana in Libia. Avrebbero parlato anche di immigrazione: domani il capo del Viminale sarà in visita ufficiale a Tripoli dove incontrerà il collega libico Fathi Ali Bashagha, e nei prossimi giorni dovrebbe andare in Tunisia, altro Paese di partenza di clandestini. Tema caldo, quello degli stranieri anche a Parigi, dove oggi l'Istituto italiano di cultura offre gratuitamente l'accesso per assistere allo spettacolo teatrale Migrando dell'italiana Carla Bianchi. Un monologo, nel quale l'attrice spiega perché è importante «accogliere un migrante per rianimare un villaggio», dove sta per approdare un barcone con 50 clandestini. In un Tweet aveva ringraziato «Domenico Lucano per avermi ispirato» e un'associazione siciliana «per avermi fatto incontrare i bellissimi giovani migranti di Caltagirone».
Torna di moda l'allarme razzismo
Il telefono di Michele Mirabella deve essere bollente. Dopo il grande successo del video di fine febbraio in cui, inforcando un paio di bacchette, ci intimava di non aver paura dei cinesi (e neanche del virus, ché non era tutto questo granché), sembra infatti giunto il momento di replicare l'esperimento.
Magari stavolta potremmo piazzare l'attore e conduttore dentro un alimentari gestito da un bengalese, uno di quei negozietti dall'odore pungente che spuntano come funghi nelle nostre città. L'ultima emergenza mediatica si chiama infatti «razzismo anti bangla». Nel Paese asiatico, si sa, il virus è fuori controllo. E nel viavai con l'Italia, che vanta una nutrita comunità bengalese, è capitato che vari focolai si accendessero in diversi luoghi del Belpaese, proprio nelle comunità legate a Dacca. Abbiamo visto aerei carichi di positivi, a volte già con chiari sintomi febbrili, alzarsi dalla capitale bengalese per raggiungere Roma. Ci hanno raccontato del boom dei falsi certificati di immunità grazie ai quali molti bengalesi riescono a muoversi liberamente. E, con tutto il rispetto, se il Covid ha messo in ginocchio il nostro sistema sanitario, qualche dubbio sulla tenuta di Paesi meno attrezzati appare lecito. Insomma, i motivi di preoccupazione non mancano. Legittime ansie da pandemia? Macché, per certi media è chiaramente razzismo. Ieri L'aria che tira, su La7, ha mandato in onda un servizio dall'ormai mitologica periferia romana di Torpignattara. Dove, pare di capire, i bengalesi sono accerchiati. «Prima c'era paura dei cinesi, ora quando vedono i bengalesi hanno tutti paura», tuona un immigrato davanti alla telecamera. «La convivenza con gli italiani è messa a dura prova», chiosa la giornalista. «Se passano a mezzo metro mi scosto un po' più in là», ammette un pensionato italiano, ripetendo quello che altrove passerebbe per un'espressione di civismo e corretta profilassi sanitaria, ma che nel contesto del servizio sembra quasi il motto di un estremista afrikaner che invoca il ritorno dell'apartheid. Ieri, su Repubblica, Luigi Manconi si preoccupava del fatto che «il rapporto migrante-pandemia sembra costituire un nuovo motivo di allarme sociale». Allarme, per l'ex senatore, del tutto ingiustificato, anche perché, se bisogna allarmarsi, bisognerebbe farlo per le spiagge troppe affollate di italianissimi bagnanti senza protezioni, dice Manconi. Ora, al netto del fatto che l'imprudenza e l'irresponsabilità sono vizi universali e anche certi italiani non ne sono certo immuni, non è poi così difficile capire perché in Italia ci si fidi più dei propri concittadini, fino a ieri murati vivi in casa, che non di chi arriva da Paesi con meno controlli, è passato per le mani di scafisti e trafficanti e ha viaggiato su barche di fortuna in chissà quali condizioni. La diffidenza non ha a che fare con inferiorità e superiorità razziali, con l'odio per il diverso o chissà quale altra formula popoli i sogni bagnati dell'intellighenzia antirazzista, ma con naturali meccanismi etologici dovuti a questa particolare contingenza.
E se la cosa non convince, si dia almeno retta a Mohamed Taifur Rahman Shah, presidente del'associazione ItalBangla, che qualche giorno fa ha dichiarato all'Adnkronos: «Nel nostro Paese la situazione legata ai contagi è un disastro, non ci sono cure mediche e la gente sta cercando di scappare con ogni mezzo». Ma l'uomo ha anche aggiunto: «Sicuramente sono stati fatti errori dal governo del Bangladesh, che ha lasciato passare tutti, e da quello italiano che non ha controllato chi entrava in Italia». Capito? Sono i bengalesi a bacchettarci: bisognava chiudere tutto e, se abbiamo sbagliato, è stato nell'essere troppo morbidi. Sarà autorazzismo?
Ottenuta la cittadinanza se ne vanno. Ecco la prova che lo ius soli è inutile
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Il governatore Nello Musumeci insiste nel chiedere una nave quarantena, però da Giuseppe Conte nessuna risposta. Luciana Lamorgese domani sarà in visita a Tripoli, ma in Sicilia non va.Era già successo con i cinesi: il timore dei contagi è bollato come discriminazione. Ma perfino per i bengalesi abbiamo sbagliato.Nel 2019 gli stranieri che hanno ricevuto il passaporto sono stati 127.000, il 13% in più rispetto al 2018. Ma tanti dei naturalizzati non sono interessati a restare qui: tornano al Paese d'origine o si trasferiscono all'estero.Lo speciale contiene tre articoli.Molte destinazioni turistiche del nostro Sud Italia sono al collasso, perché scarseggiano le prenotazioni di vacanzieri, mentre non si fermano gli arrivi di clandestini per di più infetti. «Undici positivi tra i 66 sbarcati a Pozzallo sono di nazionalità pakistana», segnalava ieri il governatore della Sicilia, Nello Musumeci, assicurando che si trovano in isolamento in una struttura. È arrabbiato il presidente della Regione Sicilia: «Continua a emergere un quadro sconfortante nel quale si erge il silenzio del ministero dell'Interno». Chiede da settimane una nave per la quarantena, senza dover far scendere sull'isola persone positive ai tamponi, ma fino a oggi non c'è stata risposta. La Prefettura di Agrigento sta cercando con urgenza «un vettore deputato al trasferimento dei migranti che giungono sull'isola e che devono raggiungere la Sicilia», una nave che possa ospitare almeno 100 persone e che effettui la tratta speciale da Lampedusa a Porto Empedocle. Il bando scade il 17 luglio, quanto ci costerà questo nuovo noleggio ancora non lo sappiamo, di certo per assicurare la quarantena ai clandestini il governo giallorosso sta spendendo milioni di euro proprio in un'isola, la Sicilia, che come effetto Covid-19 in cinque mesi ha perso redditi per 179 milioni di euro. Il bollettino nefasto di ieri seguiva di pochi giorni quello sui 70 pakistani sbarcati a Roccella Ionica, 28 dei quali sono risultati positivi. Gli italiani hanno sofferto mesi chiusi in casa per contrastare la circolazione del Covid-19, oggi sono costretti ad accettare che stranieri contagiosi vengano accolti senza misure di efficace contenimento. Soprattutto senza che i porti vengano chiusi alle Ong e senza che l'Unione europea si prenda carico delle migliaia di clandestini attivati sulle nostre coste: 9.372 al 14 luglio, quando lo scorso anno furono 3.186. In dodici mesi sono cresciuti quasi del 300 per cento e mentre nel Mediterraneo centrale, a giugno, si è registrato un calo di arrivi illegali del 50% rispetto al mese precedente, l'Italia è in controtendenza. Come ha commentato il leader della Lega, Matteo Salvini, «perfino Frontex conferma l'incapacità del governo Conte-5 stelle-Pd: gli arrivi calano ovunque tranne che nel nostro Paese. Senza la Lega al governo, e con Pd e 5 stelle che vogliono smantellare i Decreti sicurezza, i trafficanti di esseri umani festeggiano e lavorano a pieno regime. Calano gli sbarchi verso Grecia e Spagna (che erano aumentati quando l'Italia aveva chiuso i porti) e sulle nostre coste arrivano decine di immigrati positivi al Covid. Non si parla più di ricollocamenti, di espulsioni, di morti in mare, di corridoi umanitari o di accordo di Malta. Vogliono trasformarci nel campo profughi e nel lazzaretto d'Europa. Questo governo mette in pericolo l'Italia». Salvini aveva reagito anche con «giù le mani da Brindisi, difendiamo la salute e il lavoro dei pugliesi», alla notizia che il Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Brindisi Restinco ha dovuto sgomberare i 50 ospiti, dirottandoli verso centri di accoglienza della Regione Lazio, per essere pronto a ricevere gli 80 migranti che la Prefettura di Agrigento sta trasferendo da Lampedusa. Secondo quanto affermava ieri Brindisireport, in poche ore si vorrebbe trasformare la struttura in un centro Covid, pronto per accogliere ospiti infetti, e i pugliesi stanno reagendo molto male all'idea. Brindisi non vuole diventare una seconda Lampedusa, dove la situazione è pesantissima per gli abitanti che si sono visti arrivare quasi 800 clandestini durante lo scorso fine settimana, e per le forze dell'ordine: appena cinque squadre di dieci uomini fra polizia, carabinieri e guardia di finanza che non riescono più a reggere il carico di lavoro. «Un numero ridicolo di uomini impiegati, turni giornalieri multipli e a volte consecutivi, fino a raggiungere le 32 ore di servizio di seguito, servizi notturni svolti dagli stessi agenti sei notti su dieci», denuncia Valter Mazzetti, segretario generale del sindacato Fsp, polizia di Stato, protestando perché non vengono inviati rinforzi: «Siamo servitori, non schiavi». Dal Viminale è uscita solo la notizia che il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese ha ricevuto il sindaco di Pozzallo, Roberto Ammatuna, ha ringraziato il primo cittadino e l'intera comunità del porto siciliano che in questi anni hanno mostrato «senso di umanità e solidarietà ed offerto fattiva collaborazione per l'accoglienza dei migranti». Il ministro ha promesso di recarsi al più presto in visita a Pozzallo, cosa che fino ad oggi si è guardata bene dal fare. Ieri mattina la Lamorgese si era incontrata con i colleghi alla Difesa, Lorenzo Guerini, e agli Esteri, Luigi Di Maio, oltre che con il direttore dell'Aise, Giovanni Caravelli, per fare il punto sulla presenza militare italiana in Libia. Avrebbero parlato anche di immigrazione: domani il capo del Viminale sarà in visita ufficiale a Tripoli dove incontrerà il collega libico Fathi Ali Bashagha, e nei prossimi giorni dovrebbe andare in Tunisia, altro Paese di partenza di clandestini. Tema caldo, quello degli stranieri anche a Parigi, dove oggi l'Istituto italiano di cultura offre gratuitamente l'accesso per assistere allo spettacolo teatrale Migrando dell'italiana Carla Bianchi. Un monologo, nel quale l'attrice spiega perché è importante «accogliere un migrante per rianimare un villaggio», dove sta per approdare un barcone con 50 clandestini. In un Tweet aveva ringraziato «Domenico Lucano per avermi ispirato» e un'associazione siciliana «per avermi fatto incontrare i bellissimi giovani migranti di Caltagirone». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/continuano-gli-sbarchi-di-immigrati-infetti-altri-11-pakistani-a-pozzallo-2646408451.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="torna-di-moda-l-allarme-razzismo" data-post-id="2646408451" data-published-at="1594753073" data-use-pagination="False"> Torna di moda l'allarme razzismo Il telefono di Michele Mirabella deve essere bollente. Dopo il grande successo del video di fine febbraio in cui, inforcando un paio di bacchette, ci intimava di non aver paura dei cinesi (e neanche del virus, ché non era tutto questo granché), sembra infatti giunto il momento di replicare l'esperimento. Magari stavolta potremmo piazzare l'attore e conduttore dentro un alimentari gestito da un bengalese, uno di quei negozietti dall'odore pungente che spuntano come funghi nelle nostre città. L'ultima emergenza mediatica si chiama infatti «razzismo anti bangla». Nel Paese asiatico, si sa, il virus è fuori controllo. E nel viavai con l'Italia, che vanta una nutrita comunità bengalese, è capitato che vari focolai si accendessero in diversi luoghi del Belpaese, proprio nelle comunità legate a Dacca. Abbiamo visto aerei carichi di positivi, a volte già con chiari sintomi febbrili, alzarsi dalla capitale bengalese per raggiungere Roma. Ci hanno raccontato del boom dei falsi certificati di immunità grazie ai quali molti bengalesi riescono a muoversi liberamente. E, con tutto il rispetto, se il Covid ha messo in ginocchio il nostro sistema sanitario, qualche dubbio sulla tenuta di Paesi meno attrezzati appare lecito. Insomma, i motivi di preoccupazione non mancano. Legittime ansie da pandemia? Macché, per certi media è chiaramente razzismo. Ieri L'aria che tira, su La7, ha mandato in onda un servizio dall'ormai mitologica periferia romana di Torpignattara. Dove, pare di capire, i bengalesi sono accerchiati. «Prima c'era paura dei cinesi, ora quando vedono i bengalesi hanno tutti paura», tuona un immigrato davanti alla telecamera. «La convivenza con gli italiani è messa a dura prova», chiosa la giornalista. «Se passano a mezzo metro mi scosto un po' più in là», ammette un pensionato italiano, ripetendo quello che altrove passerebbe per un'espressione di civismo e corretta profilassi sanitaria, ma che nel contesto del servizio sembra quasi il motto di un estremista afrikaner che invoca il ritorno dell'apartheid. Ieri, su Repubblica, Luigi Manconi si preoccupava del fatto che «il rapporto migrante-pandemia sembra costituire un nuovo motivo di allarme sociale». Allarme, per l'ex senatore, del tutto ingiustificato, anche perché, se bisogna allarmarsi, bisognerebbe farlo per le spiagge troppe affollate di italianissimi bagnanti senza protezioni, dice Manconi. Ora, al netto del fatto che l'imprudenza e l'irresponsabilità sono vizi universali e anche certi italiani non ne sono certo immuni, non è poi così difficile capire perché in Italia ci si fidi più dei propri concittadini, fino a ieri murati vivi in casa, che non di chi arriva da Paesi con meno controlli, è passato per le mani di scafisti e trafficanti e ha viaggiato su barche di fortuna in chissà quali condizioni. La diffidenza non ha a che fare con inferiorità e superiorità razziali, con l'odio per il diverso o chissà quale altra formula popoli i sogni bagnati dell'intellighenzia antirazzista, ma con naturali meccanismi etologici dovuti a questa particolare contingenza. E se la cosa non convince, si dia almeno retta a Mohamed Taifur Rahman Shah, presidente del'associazione ItalBangla, che qualche giorno fa ha dichiarato all'Adnkronos: «Nel nostro Paese la situazione legata ai contagi è un disastro, non ci sono cure mediche e la gente sta cercando di scappare con ogni mezzo». Ma l'uomo ha anche aggiunto: «Sicuramente sono stati fatti errori dal governo del Bangladesh, che ha lasciato passare tutti, e da quello italiano che non ha controllato chi entrava in Italia». Capito? Sono i bengalesi a bacchettarci: bisognava chiudere tutto e, se abbiamo sbagliato, è stato nell'essere troppo morbidi. Sarà autorazzismo? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/continuano-gli-sbarchi-di-immigrati-infetti-altri-11-pakistani-a-pozzallo-2646408451.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ottenuta-la-cittadinanza-se-ne-vanno-ecco-la-prova-che-lo-ius-soli-e-inutile" data-post-id="2646408451" data-published-at="1594753073" data-use-pagination="False"> Ottenuta la cittadinanza se ne vanno. Ecco la prova che lo ius soli è inutile
Roberto Vannacci (Ansa)
Quella «alta»: Vannacci mette a nudo le contraddizioni del centrodestra, che una volta vinte le elezioni si è adeguato alla realtà dei fatti, accantonando diversi proclami, soprattutto a livello di politica internazionale. La seconda: al di là degli esponenti istituzionali che hanno già aderito, in Italia c’è una miriade di assessori, consiglieri comunali e regionali e attuali parlamentari ed europarlamentari, che non hanno avuto garanzie dai rispettivi partiti di un posto al sole, sotto forma di una ricandidatura alle prossime politiche, o di una presidenza di commissione nei consigli regionali, o di una poltroncina di sottogoverno (cda di partecipate, enti, acquedotti, teatri, pro loco, bocciofile). Molti di costoro, chi per vendetta e chi per speranza, sono già pronti a imbarcarsi sul vascello del generale: aspettano solo il momento giusto.
Ma torniamo alla convention di ieri: Vannacci, ormai l’unica pop star della politica italiana, non delude le aspettative dei suoi. C’è anche il momento mistico: Vannacci legge la preghiera dei paracadutisti francesi e chiede alla sala di alzarsi in piedi e pregare con lui. «Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli», profetizza, e manca solo un bell’«amen» dalla platea. Scena western: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia», esclama Robert Charles Bronson Vannacci, «e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». Poi, sull’accusa di essere funzionali alla sinistra: «Ci hanno accusato di essere alleati con la sinistra», replica Vannacci, «di essere gli utili idioti. Io mi dovrei alleare con questa destra che porta avanti l’agenda Draghi o il debito comune? Questo governo si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita (ma è una signora, suvvia generale, ndr) Von der Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra? Poi si invoca il voto utile: secondo questo manicheismo o stai con noi o stai con la sinistra. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro nazionale, guardiani della sovranità, o con Von der Leyen, Draghi e il globalismo». E la remigrazione? «L’Italia agli italiani! Non mi vergogno di dirlo», arringa Vannacci, «prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. In Italia ci sono 530.000 clandestini entrati illegalmente che devono essere remigrati. E sono solo quelli entrati in via mare, altrimenti sarebbero molti di più. Equivalgono alla popolazione di Molise e Valle d’Aosta messe insieme e vengono mantenuti da tutti gli italiani».
Rispondendo a una domanda sulle critiche di Giorgia Meloni ai suoi parlamentari, accusati appunto di «fare quello che serve alla sinistra», Vannacci chiede al premier il famoso riconoscimento politico, sotto forma di una chiamata: «Non ho risposto al presidente del Consiglio», sottolinea Vannacci, «perché se avrà una domanda da farmi, me la fa direttamente e avrò l’onore e il piacere di risponderle. Mi risulta che abbia parlato alla sporca dozzina e loro hanno replicato. Al premier rispondo quando mi interpellerà».
Lo sgarbo vero arriva quando, in riferimento alla famosa frase sulle «ginocchiere» del deputato del M5s Francesco Silvestri, Vannacci smonta la narrazione di Fdi: «Se avessi provato a mettermi nei panni di una donna», dice il generale, «quella frase non l’avrei percepita come sessista. Così come la parola “cortigiana”, ma non sono una donna e non ho questa sensibilità. Il mio parere conta quel che conta». Respinge ogni accusa di filoputinismo, di essere un asset russo: «Nella mia carriera», rivendica il generale, «ho ricevuto, tra encomi, elogi, croci e medaglie, circa una trentina di onorificenze dalla Repubblica Italiana. Fra cui l’ultima è stata quella di essere nominato, con grande onore, Cavaliere della Repubblica. Proprio per aver fatto sempre gli interessi della Repubblica italiana. A rischio della mia vita e di quella dei miei uomini».
Bene, benissimo, ma alla fine che fa, Vannacci? Si allea col centrodestra? Il generale alzerà la posta fino all’ultimo istante utile, e intanto gigioneggia: «Io non ho mai parlato di adesione al centrodestra», sottolinea il generale, «è il centrodestra che parla di Fnv, che dovrebbe aderire al centrodestra. Non è una mia istanza, sembra sia quasi un’aspettativa di questo centrodestra e che quindi dovrei ammorbidire le mie posizioni, e io rispondo di no: le mie posizioni non le ammorbidisco e non le cambio». Così il leader di Futuro nazionale, nel punto stampa dopo il suo intervento all’assemblea costituente di Fnv. «Ancora prima di nascere Futuro nazionale Vannacci è al 5%, grazie proprio a queste posizioni e a queste linee rosse. Noi siamo il sestante che riporta l’alleanza di centrodestra nella giusta direzione». Traduzione: per ora vi faccio rosolare, arrivo al 10% e poi sarò io a dare le carte. Questo è il progetto del generale, vedremo se alla fine avrà il punto in mano o starà bluffando.
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Petrolio USA primo al mondo, ancora crisi di Hormuz, metalli sotto stress, rame in rialzo e logistica sempre più difficile per rinnovabili e batterie.
Donald Trump (Ansa)
Mentre Pakistan e Stati Uniti continuano a descrivere la pace come imminente, il memorandum di Islamabad resta avvolto da dichiarazioni contrastanti. A eccezione di alcuni principi generali, il contenuto dell’intesa continua infatti a essere oggetto di interpretazioni divergenti tra Washington e Teheran. Il risultato è una guerra di rivendicazioni che accompagna il negoziato e alimenta dubbi sulla reale portata dell’accordo. Nelle ultime ore, tuttavia, sono emersi segnali che indicano come il percorso diplomatico sia ormai vicino alla conclusione. Il portavoce del ministero degli Esteri pachistano, Tahir Andrabi, ha annunciato che Islamabad ospiterà oggi la cerimonia di firma dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, in videoconferenza. A rafforzare l’impressione di un’intesa imminente è stato Donald Trump. In un messaggio su Truth Social, il presidente americano ha reso noto che «subito dopo la firma, prevista per domani (oggi, ndr), lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti», aggiungendo che i rapporti con l’Iran sono oggi «molto diversi e migliori rispetto a quelli avuti dalle amministrazioni precedenti». La riapertura di Hormuz rappresenta uno degli elementi centrali dell’intesa. Più complessa resta la questione nucleare. Nelle ultime settimane Washington ha chiesto la distruzione delle scorte di uranio altamente arricchito accumulate dall’Iran e la progressiva eliminazione delle infrastrutture necessarie alla produzione di materiale fissile. Teheran, al contrario, ha sempre sostenuto che il memorandum non affronti direttamente il programma nucleare e che il tema debba essere discusso nella fase successiva. Trump ha usato il nuovo accordo per marcare la distanza dalla politica di Obama. «L’accordo di Barack Hussein Obama con l’Iran, il Jcpoa, era una strada facile, bella e spianata verso l’arma nucleare», ha scritto. «Il mio accordo con l’Iran è l’esatto contrario: un muro contro l’arma nucleare». Secondo Trump, l’Iran avrebbe rinunciato definitivamente alle ambizioni atomiche. «Non vogliono più un’arma nucleare, né ne avranno una», ha assicurato. Sia i diplomatici iraniani sia le Guardie rivoluzionarie hanno però smentito che Teheran firmerà oggi l’accordo. I pasdaran hanno criticato l’«insolita insistenza» di Trump per sottoscrivere l’accordo, sostenendo che il tycoon voglia far coincidere l’eventuale intesa con il suo compleanno, il 14 giugno, trasformandolo in un evento simbolico e mediatico. Ad ogni modo, le Guardie della rivoluzione hanno sottolineato che il memorandum non è ancora stato finalizzato e che la firma prevista per oggi «non avverrà sicuramente».
Le dichiarazioni del presidente sembrano inoltre chiarire uno dei punti più controversi della trattativa: i fondi iraniani congelati all’estero. Negli ultimi giorni alcune indiscrezioni avevano ipotizzato un graduale alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di miliardi di dollari appartenenti all’Iran. Trump lo ha escluso. «A differenza dei centinaia di miliardi di dollari che Obama ha versato loro, compresi 1,7 miliardi di dollari in contanti, non ci sarà alcuno scambio di denaro», ha affermato. Una posizione che si scontra con le dichiarazioni iraniane, secondo cui la liberazione dei fondi bloccati sarebbe una componente essenziale dell’intesa.
Ancora più significativa appare la parte del messaggio dedicata al materiale nucleare iraniano. Trump ha dichiarato che, una volta stabilizzata la situazione, gli Stati Uniti recupereranno il materiale fissile custodito nei siti sotterranei colpiti dai recenti bombardamenti americani. «Recupereremo la polvere nucleare, sepolta in profondità sotto le montagne di granito, grazie ai nostri bombardieri B-2 e ai loro piloti, e la diluiremo e la distruggeremo, sia in Iran sia negli Stati Uniti», ha scritto. A conferma dell’intensa attività diplomatica, Trump intende incontrare i leader di Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a margine del G7 della prossima settimana in Francia per discutere degli sforzi volti a porre fine alla guerra con l’Iran, mentre con i Paesi alleati parlerà dello sminamento di Hormuz. Il presidente ha concluso esprimendo fiducia in una cooperazione duratura con Teheran e con l’intero Medio Oriente, ma accompagnando l’apertura con un avvertimento: «Se così non fosse, abbiamo l’alternativa definitiva, che speriamo di non dover mai più utilizzare».
Resta tuttavia da capire se questa visione coincida con quella della leadership iraniana. Finora il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sostenuto che una delle opzioni allo studio fosse la diluizione dell’uranio arricchito direttamente in Iran, senza trasferimenti all’estero. Il viceministro Kazem Gharibabadi ha riferito di aver discusso con funzionari russi e cinesi degli ultimi sviluppi sulla bozza di memorandum in esame a Islamabad. Secondo Teheran, la cooperazione strategica tra Iran, Cina e Russia continuerà a rafforzarsi. Sullo sfondo resta il ruolo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, il cui assenso viene considerato decisivo per la piena attuazione dell’accordo. Nelle stesse ore il leader iraniano ha approvato la commutazione della pena per 139 detenuti condannati a morte e la concessione della grazia ad altri prigionieri, in quello che diversi osservatori interpretano come un segnale politico destinato ad accompagnare la fase finale del negoziato.
Resta però un ostacolo tutt’altro che secondario. I pasdaran, che rappresentano il centro del potere militare e ideologico della Repubblica islamica, continuano a prendere le distanze dall’intesa. Una posizione che evidenzia ancora una volta le profonde divisioni interne al regime iraniano.
Israele continua l’avanzata in Libano. Altre cinque vittime dovute ai raid
Ci si chiede se un accordo fra Stati Uniti e Iran porrà fine o no anche al conflitto in Libano, dove Israele prosegue l’avanzata terrestre e gli attacchi aerei per debellare il partito armato sciita filoiraniano Hezbollah. Che Teheran leghi la questione libanese a quella del Golfo Persico è stato confermato ancora ieri dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei: «Si cessi la guerra su tutti i fronti, incluso il Libano». L’analista israeliano di Axios, Barak Ravid, ha rivelato che il presidente americano Donald Trump ha detto per telefono al premier israeliano Benjamin Netanyahu che «è ora di por fine a questa guerra». Ravid cita indiscrezioni da funzionari statunitensi: «Netanyahu potrebbe tentare di ostacolare l’accordo». Ma responsabili israeliani temono che Trump «possa limitare la libertà operativa contro Hezbollah e pretendere d’esser consultato prima d’ogni attacco».
Israele intensifica l’offensiva, volendo smantellare il più possibile Hezbollah. Quindi Netanyahu potrebbe ignorare eventuali clausole, di accordi peraltro presi dagli Usa ma non da Israele, relativi al fronte libanese. Solo ieri le forze ebraiche hanno colpito 70 obbiettivi di Hezbollah. L’esercito israeliano ha anche ucciso sette miliziani che operavano da un tunnel nel Libano meridionale, dove venivano immagazzinati munizioni, armi e provviste per sostenere attacchi. Come a Gaza, quindi, anche in Libano i passaggi sotterranei si confermano una delle maggiori risorse per la guerra asimmetrica fatta di agguati mordi-e-fuggi contro un potente esercito tecnologico. E già lo si vedeva in Vietnam 60 anni fa con gli americani alle prese coi «formicai» dei Cong. Raid aerei e granate d’artiglieria su varie aree del Libano hanno causato ieri cinque morti, tra cui il sindaco di Al Rihan, Ali Badie. Fra le azioni militari israeliane, un drone ha centrato un veicolo a Kfar Hounah, poi l’artiglieria ha martellato il quartiere Rahbat di Nabatieh. Bombardate anche Sarifa, Maarakeh e Khiam. Toccante la testimonianza del prete maronita Eid Bou Rached, di Sidone, a Vatican News: «Un missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono state vittime, ma la morte è la nostra vicina di casa».
Secondo il giornale libanese L’Orient-Le Jour, varie persone sono state ferite da bombe di aerei israeliani a Zayyata, a Sud di Sidone, mentre un soldato dell’esercito libanese è stato ferito gravemente da un drone sulla strada fra Kfar Remane e Nabatieh. La posizione dell’esercito libanese, che non è in grado di far valere l’autorità statale sul partito armato Hezbollah, né di respingere gli israeliani, è critica. Ieri le truppe libanesi, che in teoria dovrebbero occupare «zone pilota» per vigilare sul disarmo di Hezbollah, si sono ritirate da Kfar Tebnit per disimpegnarsi dall’avanzata israeliana. Per il 22 giugno si attendono a Washington colloqui per un cessate il fuoco, ma un Libano frammentato, in cui Hezbollah agisce in modo indipendente, rende tutto arduo. Ieri il presidente Joseph Aoun ha esortato all’unità del Libano, «prigioniero della logica delle milizie», ma l’appello pare vano. Hezbollah ha lanciato vari droni, specie gli Ababil d’origine iraniana, su truppe israeliane a Margaliot, Jal al-Dei, Yahmour al-Shaqif, e Hammamas. Secondo Israele «non ci sono stati feriti», ma per gli sciiti «sono stati distrutti un carro armato Merkava e una jeep Hummer». L’Ababil è guidato con un cavo a fibra ottica lungo fino a 60 chilometri ed è quindi immune ai disturbi elettronici avversari, oltre a costare poco, solo 600 dollari l’uno. Il ministero della Salute libanese ha intanto diramato che, dal 2 marzo fino a ieri, il conflitto ha causato 3.756 morti e 11.632 feriti, mentre per il ministero dell’Economia i danni ammontano a 20 miliardi di dollari.
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Un vuoto che ha pesato sui soci: in una email inviata agli associati, The Core ha comunicato che l’evento del 19 maggio al Teatro Franco Parenti non si sarebbe più tenuto, rinviando di fatto il confronto con la community. Ma ad attenderle, questa volta, non ci saranno solo banchieri, imprenditori, avvocati, giornalisti e professionisti che chiedono risposte: c’è anche un fascicolo aperto alla Procura di Milano.
In seguito all’esposto depositato dallo studio Pizzoccaro di Brescia, promosso da diversi soci, la Procura ha aperto un procedimento: gli accertamenti sono in corso. Anche perché sarebbero già state depositate almeno 23 denunce-querele, con accuse che vanno dalla truffa alla bancarotta, fino ad altri profili legati alla gestione delle quote versate e al reticolo societario costruito intorno al progetto. Il nodo, in sintesi, è capire se The Core sia stato soltanto un club mai nato o una promessa commerciale tenuta in vita anche quando la sede promessa era ormai perduta.
La vicenda ruota attorno a 1 euro. Il 30 maggio 2025 Core Milan Llc dà in pegno a Reinvest il 100% di Core Matteotti srl, la società legata all’immobile di corso Matteotti 14, a garanzia di un finanziamento da 500.000 euro. Il 18 luglio la stessa società viene ceduta a Reinvest per 1 euro: prezzo simbolico, perché il veicolo era gravato da debiti, morosità e obblighi non rispettati. Reinvest si accolla così il risanamento e le somme non pagate dal mondo Core.
Da quel momento Jennie e Dangene Enterprise non controllano più la società chiave del progetto. Tentano di rientrare con una sublocazione, ma anche quella salta: canone da 4,5 milioni l’anno, garanzie per 10,2 milioni mai consegnate, risoluzione del contratto il 6 febbraio 2026 per inadempimento.
Intanto i soci avevano già pagato. The Core ha parlato di 700 aderenti, con quote tra 8.000 e 26.000 euro più Iva e quote iniziali più alte. Secondo chi segue il dossier, le richieste di restituzione potrebbero arrivare ad almeno 20 milioni; se non saranno pagate, tra le ipotesi c’è anche un’istanza di liquidazione giudiziale, l’ex fallimento.
Le fondatrici continuano a rassicurare i membri: nella comunicazione del 14 maggio scrivono che Core Llc avrebbe investito oltre 10 milioni di euro e che Milano resta «strategica e prioritaria», con apertura entro 12-14 mesi dalla ripresa del cantiere. Ma la versione si scontra con gli atti: a quella data il rapporto su corso Matteotti 14 risulta già risolto.
Oltre poi ai ritardi nei pagamenti ai fornitori, anche il piano B sembra essersi arenato. Dopo l’uscita di scena di corso Matteotti, erano circolate ipotesi su corso Magenta e soprattutto via Meravigli. Ma quest’ultimo tentativo, secondo quanto risulta alla Verità, si sarebbe chiuso ancora prima di cominciare: l’agente immobiliare avrebbe deciso di non incontrare le due fondatrici. Un altro segnale che rende sempre più fragile la narrazione del rilancio.
Ora il ritorno a Milano di Jennie e Dangene Enterprise rischia di diventare il primo vero faccia a faccia con i soci. Anche perché ormai i discorsi vertono tutti su querele, richieste di rimborso, possibili azioni fallimentari e ora anche un fascicolo aperto in Procura. Un club può anche non aprire. Ma se la società chiave viene prima data in pegno, poi ceduta per 1 euro, se la sublocazione salta per mancata garanzia e, nel frattempo, ai soci si continua a raccontare la favola che tutto va bene, allora la vicenda passa da progetto fallito a possibile caso giudiziario.
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