2020-04-30
Per toccare correttamente la superficie del pianeta rosso, gli ingegneri hanno fatto cadere lo scheletro della piattaforma di ExoMars a varie velocità e da varie altezze su terreni simulati alla Altec di Torino.
Le gambe di atterraggio sono un elemento fondamentale per l'atterraggio sicuro della missione Rosalind Franklin del rover ExoMars dell'Esa nel 2030, insieme ai paracadute e ai motori che rallenteranno la discesa del veicolo spaziale su Marte.
Per oltre un mese, i team di Thales Alenia Space e di Airbus hanno eseguito decine di lanci verticali utilizzando un modello in scala reale della piattaforma di atterraggio presso le strutture Altec di Torino. Mentre Thales Alenia Space è il leader industriale della missione, Airbus fornisce la piattaforma di atterraggio e Altec offre il supporto tecnico per il test.
Le gambe, leggere e dispiegabili, sono interconnesse e dotate di ammortizzatori per resistere agli urti. Le quattro gambe utilizzate per i test replicano esattamente struttura e dimensioni di quelle che atterreranno su Marte.
Considerando ogni possibile scenario di atterraggio, i team si stanno preparando a ciò che potrebbe accadere se il veicolo spaziale atterrasse non perfettamente in verticale oppure su una roccia.
«L'ultima cosa che si desidera è che la piattaforma si ribalti quando raggiunge la superficie marziana. I test confermeranno la sua stabilità all'atterraggio» ha affermato Benjamin Rasse, team leader dell'Esa per il modulo di discesa ExoMars.
Un altro obiettivo della campagna era quello di verificare le prestazioni dei sensori di atterraggio. Un sistema installato in tutte e quattro le gambe rileva quando il veicolo spaziale tocca la superficie e attiva lo spegnimento dei motori di discesa dopo un atterraggio morbido.
Tuttavia, il veicolo spaziale ha bisogno di un tempo minimo per spegnere i motori dopo l'atterraggio. Se i sensori impiegassero troppo tempo per comandare lo spegnimento del sistema di propulsione, i flussi di gas dei motori di atterraggio potrebbero sollevare frammenti di suolo marziano e danneggiare la piattaforma, perfino ribaltandola nella peggiore delle ipotesi.
«Vogliamo ridurre il tempo di spegnimento a un battito di ciglia, non più di 200 millisecondi dopo l'atterraggio. Siamo lieti di comunicare che questi sensori critici funzionano bene entro i limiti per un atterraggio sicuro» ha detto Benjamin.
Nel corso di oltre una dozzina di cadute verticali, il team ha modificato di pochi centimetri la velocità e l'altezza delle cadute. Questa prima serie di test ha visto il lancio del modello su superfici sia dure che morbide, queste ultime ricoperte di terreno polveroso, lo stesso utilizzato per testare la mobilità del rover Rosalind Franklin.
Nei prossimi mesi, la piattaforma verrà rilasciata con l'aiuto di una slitta a velocità più elevate per testarne la stabilità in caso di atterraggio su piano inclinato. Questa nuova configurazione richiederà aggiornamenti di sicurezza presso la struttura di prova per il personale che gestisce la campagna.
Le registrazioni delle telecamere ad alta velocità e le misurazioni dei sensori, degli accelerometri e dei laser installati sul modello saranno inserite in un modello computerizzato del lander ExoMars e delle sue gambe.
Il team utilizzerà un algoritmo per simulare scenari di atterraggio su Marte e confermare la stabilità del modulo nel conto alla rovescia per il lancio, previsto per il 2028.
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Mohamed bin Zayed e Narendra Modi (Ansa)
La visita di Mohamed bin Zayed a Nuova Delhi rafforza il patto strategico con l’India e segna una presa di distanza dal progetto di una coalizione sunnita guidata da Arabia Saudita e Pakistan. Al centro il controllo del Mar Rosso e i nuovi equilibri regionali.
La visita del presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, a Nuova Delhi va ben oltre il protocollo e le consuete relazioni bilaterali. È un segnale politico preciso, una scelta strategica che va letta anche per ciò che lascia fuori. In una fase di profonda ridefinizione degli equilibri in Medio Oriente e nel Mar Rosso, il rafforzamento dell’asse tra India ed Emirati si configura come un’alternativa netta a un altro progetto che sta prendendo forma: un accordo di difesa tra Arabia Saudita e Pakistan, che Riyadh e Islamabad puntano ad allargare a Egitto e Turchia, con l’obiettivo di costruire una vasta coalizione sunnita a forte trazione militare.
Non si tratta di sfumature diplomatiche, ma di due modelli opposti di sicurezza regionale. Da un lato, l’intesa tra India ed Emirati si fonda su interessi concreti e condivisi: la protezione delle rotte marittime, la sicurezza delle infrastrutture energetiche, la cooperazione tecnologica e lo scambio di intelligence. Un’alleanza pragmatica, priva di connotazioni ideologiche, che punta alla stabilità. Dall’altro lato, l’asse tra Arabia Saudita e Pakistan risponde a una logica diversa. Islamabad porta in dote un apparato militare consolidato e, soprattutto, il deterrente nucleare. Riyadh garantisce risorse finanziarie, peso politico e ambizioni di leadership nel mondo sunnita. L’eventuale ingresso di Egitto e Turchia trasformerebbe questa intesa in un blocco confessionale armato, con possibili effetti destabilizzanti ben oltre la Penisola Arabica.
Il vero terreno di confronto è il Mar Rosso, ormai al centro delle tensioni globali. Gli attacchi alle navi commerciali, l’instabilità dello Yemen e la pressione indiretta dell’Iran hanno dimostrato quanto questa rotta sia diventata strategica. Per l’India si tratta di un passaggio vitale, perché una parte rilevante del suo commercio con l’Europa transita da lì. Gli Emirati, snodo logistico di primo piano, non possono permettersi che il Mar Rosso venga trasformato in un teatro di scontro ideologico. L’asse India–Emirati mira a garantire la libertà di navigazione e a ridurre la tensione. Una coalizione sunnita allargata, invece, rischierebbe di accentuare la militarizzazione di uno dei choke point più delicati del commercio mondiale.
C’è poi un attore che osserva con particolare attenzione questa dinamica: Israele. Dopo gli Accordi di Abramo, la cooperazione tra Emirati e Israele su difesa, tecnologia e intelligence si è consolidata, e l’India si è progressivamente inserita in questo quadro, soprattutto sul piano della sicurezza marittima e dei sistemi di difesa avanzati. A Gerusalemme, l’ipotesi di una coalizione sunnita che includa Pakistan e Turchia viene guardata con preoccupazione, non tanto per un conflitto immediato quanto per la legittimazione regionale di attori apertamente ostili a Israele, come Ankara. In questo contesto, il rapporto tra India ed Emirati assume il ruolo di contrappeso strategico.
Nuova Delhi gioca una partita diversa rispetto agli altri attori regionali. Non esporta ideologie, non costruisce alleanze su base religiosa e non persegue leadership confessionali. La sua politica estera è guidata da interessi economici, dalla sicurezza delle rotte e dalla ricerca di stabilità. La scelta degli Emirati di rafforzare il legame con l’India invia anche un messaggio implicito a Riyadh: non tutto il mondo sunnita è disposto a seguire una deriva sempre più militarizzata e identitaria.
Ecco quindi che la visita di Mohamed bin Zayed a Nuova Delhi può segnare una linea di frattura nel Medio Oriente contemporaneo, in una regione dove storicamente l’ambiguità è una scelta tattica.
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iStock
Alle imprese serve un nuovo modello di crescita, come il partenariato pubblico-privato.
«Ne rimarrà uno solo». Possiamo prendere a prestito la frase cult del film Highlander per anticipare una specie di battaglia finale dove le imprese del settore edile dovranno dimostrare di avere la forza per affrontare la transizione dal Pnrr a un nuovo e alternativo modello di sviluppo infrastrutturale.
La storia è nota, e anche l’attualità. Dopo gli anni difficili pre-pandemia, il comparto delle costruzioni ha vissuto un’accelerazione prima con il Superbonus del 110 e poi con l’arrivo delle risorse europee del Pnrr: cantieri, imprese, occupazione e filiere ne hanno beneficiato, senza precedenti. Così, dopo l’avvio e la crescita di tante imprese con il picco degli anni 2021-23, molte aziende hanno confidato di potersi sostenere poggiando direttamente sul Pnrr. Ma dal 2024 ad oggi il colpo è stato duro: ritardi nei pagamenti, iter burocratici completamente diversi, con la conseguenza che molti operatori già oggi sono in difficoltà.
Non è difficile prevedere che la situazione è destinata a peggiorare con la completa fine del Pnrr, quindi con la drastica riduzione dei volumi del mercato.
In poche parole, molte aziende spariranno. A meno che non si creino nuove basi industriali. I numeri raccontano questa realtà in trasformazione: il Pnrr, che va completato entro il 2026, ha rappresentato uno dei principali motori di crescita delle costruzioni e, considerando l’intera filiera, pesa per una quota rilevante del Pil italiano. La sua riduzione lascerebbe dunque un grande vuoto nella domanda di infrastrutture, rigenerazione urbana ed efficientamento energetico, con effetti diretti su produzione, occupazione e capacità di investimento delle imprese.
Non possiamo che restare dunque in questo campo di gioco. La fine del Pnrr impone alle imprese di ripensare il proprio modello di crescita. Per quel che ci riguarda, riteniamo che il modello debba seguire tre passi. II primo è il consolidamento delle imprese nei territori dove esistono competenze, fornitori e reti già mature; il secondo è l’aggregazione societaria, nel senso che molte medie e piccole imprese, pur forti di capacità ed esperienza, non reggeranno l’impatto a meno che non si integreranno con soggetti più grandi. Il terzo passo è la vera novità di sistema: la decisa apertura al mondo del partenariato pubblico-privato, il Ppp.
La riduzione dei fondi pubblici renderà inevitabilmente questo modello una leva virtuosa per costruire scuole, ospedali, residenze sanitarie, infrastrutture sociali e opere di rigenerazione urbana. Questa sfida dovrà coinvolgere anche il mondo del credito: la banca diventa socio delle società di progetto, partecipa ai flussi di cassa generati dalla gestione delle infrastrutture, alla valorizzazione immobiliare e alla creazione di strumenti finanziari legati ai beni pubblici. Accade in diversi Paesi europei, perché non provarci adesso, in Italia?
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Ansa
Berlino, malgrado il rinvio del Parlamento Ue alla Corte di giustizia, spinge per l’applicazione provvisoria del trattato commerciale. In ballo c’è il litio argentino all’industria dell’auto tedesca. Ma Parigi avverte Ursula: «Qualsiasi forzatura sarebbe intollerabile».
In Europa Ursula von der Leyen è salva, ma sta messa molto male la democrazia. Il Consiglio europeo si prepara a vanificare il voto sul Mercosur espresso mercoledì dall’Eurocamera. Che viene probabilmente svenduta per un piatto di lenticchie. Anzi meglio, per una fornitura di litio argentino alle case automobilistiche tedesche che devono costruire le batterie per le auto elettriche. La conseguenza è che l’Europa unita non sta affatto bene. Nel Consiglio europeo straordinario che si è tenuto ieri sera per rispondere a Donald Trump sulle relazioni transatlantiche, si è accennato alla possibilità di varare comunque il Mercosur.
Sul tema si sono palesate le divisioni già note: Germania e Francia sono in rotta di collisione. Il giorno dopo la decisione dell’Eurocamera di rinviare alla Corte di Lussemburgo l’accordo con il Mercosur per verificarne la compatibilità con i trattati europei, il che di fatto congela l’intesa commerciale per almeno un anno e mezzo, si pensa a come sterilizzare il pronunciamento degli eurodeputati. Già mercoledì, a precisa domanda se il presidente volesse comunque procedere con l’intesa in via provvisoria, Olof Gill, il portavoce della Commissione, si era chiuso in un diplomatico e, in qualche misura, sospetto mutismo.
La ragione del silenzio era evidente: ieri andava in aula per la quarta volta una mozione di sfiducia contro la baronessa. È stata respinta: neanche il tempo di annunciarne il risultato che il cancelliere tedesco Friedrich Merz - aveva bollato come abominevole il voto anti-Mercosur - ha fatto sapere: ora si deve applicare il trattato in regime provvisorio. E la Von der Leyen non aspetta di meglio. Perché è vero che martedì scorso oltre 10.000 agricoltori hanno «assediato» Strasburgo con i trattori, ma le lobby economiche e industriali a Bruxelles pesano e finanziano - basta ricordarsi le intese della Baronessa con Albert Bourla sulle commesse miliardarie per i vaccini - infinitamente di più. Il presidente della Commissione è pronto a rivendicare le sue prerogative mettendo da parte la volontà del Parlamento. A darle uno stop interviene il portavoce del governo francese, Maud Bregeon, che ha fatto sapere, a nome di Sebastien Lecornu (non muove foglia che Emmanuel Macron non voglia): «Se Ursula von der Leyen dovesse forzare l’applicazione provvisoria, ciò costituirebbe, alla luce del voto svoltosi a Strasburgo, una forma di violazione democratica. Non riesco a immaginare che ciò possa accadere».
Neppure i Cinque stelle italiani, per quel che vale, ci stanno, e con una nota del loro gruppo di Strasburgo dicono: «L’applicazione provvisoria dell’accordo commerciale Ue-Mercosur sarebbe un furto di democrazia. Se la Corte di giustizia europea dovesse dare ragione ai proponenti e quindi valutare incompatibile il Mercosur con i trattati europei, l’accordo sarebbe da rinegoziare, dunque con l’entrata in vigore delle sue disposizioni in via provvisoria si arriverebbe a un caos giuridico con possibilità di ricorsi e rimborsi miliardari».
Non la pensa così il Ppe. Per ordine di Manfred Weber, in accordo con António Costa, il presidente del Consiglio europeo, vuole interpellare subito i governi per varare comunque l’intesa. Di fatto il Consiglio europeo sarebbe pronto a sconfessare il Parlamento. Il Ppe deve dare retta alla Confindustria europea che per bocca di Markus Beyrer dice: «Siamo scioccati dall’assenza collettiva di responsabilità: tra il 2021 e il 2025 l’Ue ha perso 291 miliardi di euro in Pil a causa della mancata attuazione dell’accordo» e ora deve accontentare il presidente delle Camere di commercio continentali Vladimír Dlouhý che si è detto deluso e preoccupato.
Dall’euroburocrazia David Kleimann, tedesco, ribadisce: «La decisione del Consiglio è chiara: l’applicazione provvisoria entrerà automaticamente in vigore il primo giorno del secondo mese successivo all’invio delle notifiche. La Commissione non ha alcuna discrezionalità». Gli fa eco dall’Istituto europeo di Firenze - think tank al servizio della Commissione - Dorin-Ciprian Gumaz: «L’applicazione provvisoria è inclusa nell’accordo e la richiesta alla Corte di giustizia non ha effetto sospensivo». Replica il ministro degli Esteri di Parigi Jean-Noel Barrot: «Il Parlamento si è espresso in coerenza con la posizione della Francia, sarebbe intollerabile qualsiasi forzatura». Il presidente della commissione per il commercio del Parlamento, Bernd Lange, sostiene che quattro commissari europei hanno promesso di non aggirare il Parlamento. Ma Jörgen Warborn, responsabile commercio del Ppe, chiede ufficialmente alla Commissione l’applicazione provvisoria: «Stiamo perdendo la pazienza». Cosa spinge i tedeschi a forzare la mano? Javier Milei, presidente dell’Argentina, farà approvare il trattato entro febbraio e avrebbe avvertito la von der Leyen che o firma o lui va avanti con la Cina a cui, in cambio di circa 800 milioni di euro, dà una privativa sull’estrazione del litio a Ganfeng Lithium e a Tibet Summit Resources. La Germania vuole quel litio per le batterie delle auto elettriche. Ursula von der Leyen, dopo aver distrutto col Green deal l’automotive, un risarcimento deve darglielo. Così più del rispetto democratico conterà il digiuno.
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