2025-08-16
Conte e Draghi strapagarono Autostrade
Ponte Morandi al momento del crollo, 14 agosto 2018 (Getty)
Quel Ferragosto di sei anni fa, dopo aver visitato le macerie del ponte Morandi e aver promesso giustizia ai parenti delle vittime, Giuseppe Conte va su Facebook e a tarda notte si confessa. «È stato senza dubbio il giorno più lungo e difficile da presidente del Consiglio», scrive. Quello stesso giorno, forse preso ancora dall’emozione, aveva scandito a Genova: «Avvieremo la procedura per la revoca della concessione a società Autostrade».
Gli estremi c’erano tutti, se non altro per un recesso dello Stato per mancanza del requisito di fiducia nel concessionario. Invece com’è andata a finire lo sanno tutti gli italiani: lo Stato, ai tempi del governo Draghi, si è ricomprato le concessioni a peso d’oro per la bellezza di 9 miliardi. Così, fa sorridere che ieri Conte si sia vantato di «aver fatto il massimo per le casse dello Stato» e che si sia anche lanciato in un elogio del nuovo ponte San Giorgio, dopo che aveva appena smesso di criticare il progetto del Ponte di Messina.
Le prime ore dopo il disastro sul Polcevera non sono state neppure troppo amare, per i governanti dell’epoca. Di Conte che si precipita in prefettura a Genova a parlare con i parenti dei morti e a ringraziare chi ha prestato soccorso, si è detto. Non si nasconde certo, l’avvocato pugliese, anche perché la ribalta gli piace. E poi lui si picca di essere homo novus, anche se viene da uno studio legale della Prima Repubblica, e nessuno può certo rimproverare al premier grillino di essere a libro paga dei concessionari autostradali, da oltre settant’anni grandi finanziatori dei partiti e assolutamente intoccabili per i grandi giornali. Se ti chiami Benetton, con corredo di Oliviero Toscani e adorazione prodiana e piddina permanente effettiva, di quell’improbabile governo Lega-M5s potevi anche fregartene.
Succede addirittura che ai funerali di Stato i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini entrano nei padiglioni della Fiera di Genova tra gli applausi. Stringono mani ed entrambi promettono una dura risposta ad Autostrade. Il 19 agosto, da Viareggio, il capo del Carroccio afferma: «Autostrade deve vergognarsi, deve aprire il portafoglio, ricostruire tutto e risarcire tutti. Andiamo avanti con la revoca delle concessioni perché 43 morti meritano giustizia».
Meritano giustizia, ma lo Stato mette loro a disposizione Conte come premier che, dopo pochi mesi, comincia già a farla complicata e parla di «caducazione» come se fosse a un convegno di giureconsulti bizantini. Mentre la gestione quotidiana del dossier è affidata al ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli. Perfino lui sa che contro i Benetton e le banche creditrici non andrà da nessuna parte. A maggio del 2021, con Mario Draghi al governo e il Pd già da tempo nella stanza dei bottoni al posto del povero Toninelli, lo Stato si ricompra le concessioni e stacca un assegno che, almeno moralmente, grida vendetta.
Rimettere in fila i fatti serve a capire su che pianeta vive Conte. Su «X», ieri scrive che «il dolore e lo strazio provato in quelle ore, fra le macerie, sono per me memoria incancellabile», aggiungendo che non osa «immaginare quanto doloroso sia il vuoto avvertito dai familiari e dagli amici per le 43 vite spezzate». Andare a Genova in quelle ore a rappresentare uno Stato così sbrindellato da non saper pretendere un po’ di manutenzione da chi ingrassava da anni al casello dev’essere stato anche parecchio imbarazzante. Ma poi l’ex premier entra in un campo minato, vantandosi: «Dove c’erano i resti del Ponte Morandi abbiamo ricostruito in tempi record e con attenzione alla legalità e alla sicurezza una nuova infrastruttura, apprezzata in tutto il mondo».
Vero, verissimo, e già che c’era avrebbe potuto spendere una parola su WeBuild e Fincantieri che quel ponte l’hanno costruito. Ma forse citare WeBuild lo avrebbe portato a dover riflettere su un altro ponte, quello di Messina, che invece la scorsa settimana ha bocciato affermando che «toglie soldi a infrastrutture necessarie». Ma dove la memoria del leader M5s fa acqua da tutte le parti è sul rapporto con la famiglia Benetton.
Ieri il Fatto Quotidiano ha riferito che in mano alla Procura di Roma c’è una superconsulenza che dubita della correttezza dei bilanci di Autostrade in base ai quali lo Stato ha comprato tutta la baracca, con possibile sovrastima del patrimonio da 650 milioni di euro. Le carte fanno parte dell’inchiesta in corso su presunte irregolarità di quella «pace» tra lo Stato e la famiglia di Ponzano Veneto.
E invece l’ignaro Conte scrive sui social: «Dove c’erano concessioni autostradali vergognose, firmate in passato a tutto vantaggio dei privati, abbiamo fatto il massimo di quel che si poteva fare di fronte a un accordo che legava mani e piedi lo Stato e le sue casse: mandare via chi aveva gestito in quel modo l’infrastruttura e non poteva restare al suo posto a incassarne i profitti».
L’ex premier chiude con un passaggio un po’ inquietante: «Ho toccato con mano cosa significa rappresentare lo Stato e sentirsi osteggiati da più lati e in tutti modi, quando invece la difesa dello Stato e dell’interesse pubblico dovrebbe essere motivo di orgoglio per tutti i cittadini». Visto che è anche un valente uomo di legge, potrebbe andare a piazzale Clodio e raccontare ai pm tutto quello che sa, a cominciare da chi lo ha osteggiato e come. Chissà, magari potrebbe anche scoprire qualche retroscena sulla caduta del suo secondo governo, nonostante avesse accettato di sostituire la Lega con il Pd.
A Genova il ricordo della tragedia. Bucci: «Mi ha cambiato la vita»
È cominciato con un ringraziamento a chi ha lavorato durante e dopo l’emergenza, compreso il governatore Marco Bucci, il discorso del sindaco di Genova, Silvia Salis, durante la commemorazione della tragedia di ponte Morandi 7 anni fa.
«Quel giorno io c’ero, e la mia vita è cambiata totalmente, ma fin dai primi momenti, poche ore dopo il crollo, abbiamo detto che volevamo reagire, ricostruire, fare meglio di prima. La città ha dato un segnale potentissimo al mondo, che ci ha permesso di portare a Genova e in Liguria risorse e investimenti su cui ancora oggi stiamo lavorando»: così il presidente della Regione Liguria, Marco Bucci, alla cerimonia nella città della Lanterna. «Vogliamo che la commemorazione non sia soltanto un ricordo di quello che accadde il 14 agosto, ma qualcosa che permea ogni giorno il nostro lavoro», ha rimarcato Bucci.
Ha sottolineato la drammaticità del crollo il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio inviato al sindaco Salis: «Una ferita indelebile nel cuore di Genova, della Liguria, dell’Italia. La rapida ricostruzione di un così importante tratto stradale, il ponte di Genova “San Giorgio”, riconnettendo la città e l’Italia, è stata un atto di ripartenza. La tutela delle infrastrutture, per garantire piena sicurezza nella circolazione, non ammette alcuna forma di negligenza». La commemorazione, con l’intervento delle autorità civili e religiose della città, oltre al comitato dei parenti delle vittime, è culminato nel minuto di silenzio alle 11.36, ora del disastro: solo il suono dalle sirene delle navi in porto e i rintocchi delle campane di tutta la diocesi di Genova hanno potuto interromperlo.
«È sempre molto difficile sopportare la mancanza dei nostri cari, ma quest’anno il dolore lo sentiamo ancora più forte», ha detto uno dei familiari ai quali ha indirettamente risposto la premier Giorgia Meloni: «Accertare le responsabilità per ciò che è accaduto, individuare le eventuali colpe ed omissioni, dare risposte definitive: obblighi morali e civili che non possono essere disattesi». Quella catastrofe «rimarrà per sempre nella memoria del nostro popolo», ha affermato Meloni, aggiungendo: «Il 14 agosto di sette anni fa Genova è stata duramente ferita, ma non si è lasciata abbattere. E ha mostrato al mondo la forza di una comunità unita, capace di ricostruire e di rinascere. Il ponte San Giorgio è il simbolo più potente di una nazione e di un popolo che anche nei momenti più difficili sanno prendersi per mano e rialzarsi, più forti e orgogliosi di prima».
Per il vicepremier leghista Matteo Salvini «Sette anni fa, il crollo del ponte Morandi spezzò 43 vite e lasciò una ferita profonda nel cuore di Genova, della Liguria e di tutta l’Italia. Nel ricordo di chi non c’è, rendiamo onore alla reazione straordinaria di una città, di una Regione, di un Paese che, all’indomani della tragedia, seppero unirsi per ricostruire in tempi record un’opera sicura e moderna, superando divisioni, ostacoli e burocrazia. Un risultato che ha mostrato la forza dei genovesi e dei liguri, la determinazione di tutta la nazione, l’eccellenza del nostro ingegno e la capacità di rialzarsi. È questa l’Italia dei Sì: quella che sceglie di guardare avanti e trasformare il dolore in futuro». Dello stesso avviso il presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Il mio pensiero va alle famiglie delle vittime e a tutta Genova, che ha saputo reagire con coraggio e dignità». Per il presidente del Senato Ignazio La Russa «Il ricordo resta tuttora forte, così come resta forte l’impegno a fare della memoria un fondamento di responsabilità».
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Secondo una perizia in mano alla Procura di Roma, il governo italiano (con Giuseppi e Mr. Bce) versò ai Benetton 650 milioni in più del dovuto per la «caducazione» di Aspi. Intanto il leader del M5s sfrutta la commemorazione del Morandi per farsi propaganda.L’ex sindaco di Genova commosso alla cerimonia per le vittime del Ponte. Vicinanza da Sergio Mattarella e Giorgia Meloni.Lo speciale contiene due articoliQuel Ferragosto di sei anni fa, dopo aver visitato le macerie del ponte Morandi e aver promesso giustizia ai parenti delle vittime, Giuseppe Conte va su Facebook e a tarda notte si confessa. «È stato senza dubbio il giorno più lungo e difficile da presidente del Consiglio», scrive. Quello stesso giorno, forse preso ancora dall’emozione, aveva scandito a Genova: «Avvieremo la procedura per la revoca della concessione a società Autostrade».Gli estremi c’erano tutti, se non altro per un recesso dello Stato per mancanza del requisito di fiducia nel concessionario. Invece com’è andata a finire lo sanno tutti gli italiani: lo Stato, ai tempi del governo Draghi, si è ricomprato le concessioni a peso d’oro per la bellezza di 9 miliardi. Così, fa sorridere che ieri Conte si sia vantato di «aver fatto il massimo per le casse dello Stato» e che si sia anche lanciato in un elogio del nuovo ponte San Giorgio, dopo che aveva appena smesso di criticare il progetto del Ponte di Messina.Le prime ore dopo il disastro sul Polcevera non sono state neppure troppo amare, per i governanti dell’epoca. Di Conte che si precipita in prefettura a Genova a parlare con i parenti dei morti e a ringraziare chi ha prestato soccorso, si è detto. Non si nasconde certo, l’avvocato pugliese, anche perché la ribalta gli piace. E poi lui si picca di essere homo novus, anche se viene da uno studio legale della Prima Repubblica, e nessuno può certo rimproverare al premier grillino di essere a libro paga dei concessionari autostradali, da oltre settant’anni grandi finanziatori dei partiti e assolutamente intoccabili per i grandi giornali. Se ti chiami Benetton, con corredo di Oliviero Toscani e adorazione prodiana e piddina permanente effettiva, di quell’improbabile governo Lega-M5s potevi anche fregartene.Succede addirittura che ai funerali di Stato i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini entrano nei padiglioni della Fiera di Genova tra gli applausi. Stringono mani ed entrambi promettono una dura risposta ad Autostrade. Il 19 agosto, da Viareggio, il capo del Carroccio afferma: «Autostrade deve vergognarsi, deve aprire il portafoglio, ricostruire tutto e risarcire tutti. Andiamo avanti con la revoca delle concessioni perché 43 morti meritano giustizia».Meritano giustizia, ma lo Stato mette loro a disposizione Conte come premier che, dopo pochi mesi, comincia già a farla complicata e parla di «caducazione» come se fosse a un convegno di giureconsulti bizantini. Mentre la gestione quotidiana del dossier è affidata al ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli. Perfino lui sa che contro i Benetton e le banche creditrici non andrà da nessuna parte. A maggio del 2021, con Mario Draghi al governo e il Pd già da tempo nella stanza dei bottoni al posto del povero Toninelli, lo Stato si ricompra le concessioni e stacca un assegno che, almeno moralmente, grida vendetta.Rimettere in fila i fatti serve a capire su che pianeta vive Conte. Su «X», ieri scrive che «il dolore e lo strazio provato in quelle ore, fra le macerie, sono per me memoria incancellabile», aggiungendo che non osa «immaginare quanto doloroso sia il vuoto avvertito dai familiari e dagli amici per le 43 vite spezzate». Andare a Genova in quelle ore a rappresentare uno Stato così sbrindellato da non saper pretendere un po’ di manutenzione da chi ingrassava da anni al casello dev’essere stato anche parecchio imbarazzante. Ma poi l’ex premier entra in un campo minato, vantandosi: «Dove c’erano i resti del Ponte Morandi abbiamo ricostruito in tempi record e con attenzione alla legalità e alla sicurezza una nuova infrastruttura, apprezzata in tutto il mondo». Vero, verissimo, e già che c’era avrebbe potuto spendere una parola su WeBuild e Fincantieri che quel ponte l’hanno costruito. Ma forse citare WeBuild lo avrebbe portato a dover riflettere su un altro ponte, quello di Messina, che invece la scorsa settimana ha bocciato affermando che «toglie soldi a infrastrutture necessarie». Ma dove la memoria del leader M5s fa acqua da tutte le parti è sul rapporto con la famiglia Benetton.Ieri il Fatto Quotidiano ha riferito che in mano alla Procura di Roma c’è una superconsulenza che dubita della correttezza dei bilanci di Autostrade in base ai quali lo Stato ha comprato tutta la baracca, con possibile sovrastima del patrimonio da 650 milioni di euro. Le carte fanno parte dell’inchiesta in corso su presunte irregolarità di quella «pace» tra lo Stato e la famiglia di Ponzano Veneto.E invece l’ignaro Conte scrive sui social: «Dove c’erano concessioni autostradali vergognose, firmate in passato a tutto vantaggio dei privati, abbiamo fatto il massimo di quel che si poteva fare di fronte a un accordo che legava mani e piedi lo Stato e le sue casse: mandare via chi aveva gestito in quel modo l’infrastruttura e non poteva restare al suo posto a incassarne i profitti».L’ex premier chiude con un passaggio un po’ inquietante: «Ho toccato con mano cosa significa rappresentare lo Stato e sentirsi osteggiati da più lati e in tutti modi, quando invece la difesa dello Stato e dell’interesse pubblico dovrebbe essere motivo di orgoglio per tutti i cittadini». Visto che è anche un valente uomo di legge, potrebbe andare a piazzale Clodio e raccontare ai pm tutto quello che sa, a cominciare da chi lo ha osteggiato e come. Chissà, magari potrebbe anche scoprire qualche retroscena sulla caduta del suo secondo governo, nonostante avesse accettato di sostituire la Lega con il Pd. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-draghi-strapagarono-autostrade-ponte-morandi-2673889264.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-genova-il-ricordo-della-tragedia-bucci-mi-ha-cambiato-la-vita" data-post-id="2673889264" data-published-at="1755218283" data-use-pagination="False"> A Genova il ricordo della tragedia. 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La città ha dato un segnale potentissimo al mondo, che ci ha permesso di portare a Genova e in Liguria risorse e investimenti su cui ancora oggi stiamo lavorando»: così il presidente della Regione Liguria, Marco Bucci, alla cerimonia nella città della Lanterna. «Vogliamo che la commemorazione non sia soltanto un ricordo di quello che accadde il 14 agosto, ma qualcosa che permea ogni giorno il nostro lavoro», ha rimarcato Bucci.Ha sottolineato la drammaticità del crollo il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio inviato al sindaco Salis: «Una ferita indelebile nel cuore di Genova, della Liguria, dell’Italia. La rapida ricostruzione di un così importante tratto stradale, il ponte di Genova “San Giorgio”, riconnettendo la città e l’Italia, è stata un atto di ripartenza. La tutela delle infrastrutture, per garantire piena sicurezza nella circolazione, non ammette alcuna forma di negligenza». La commemorazione, con l’intervento delle autorità civili e religiose della città, oltre al comitato dei parenti delle vittime, è culminato nel minuto di silenzio alle 11.36, ora del disastro: solo il suono dalle sirene delle navi in porto e i rintocchi delle campane di tutta la diocesi di Genova hanno potuto interromperlo.«È sempre molto difficile sopportare la mancanza dei nostri cari, ma quest’anno il dolore lo sentiamo ancora più forte», ha detto uno dei familiari ai quali ha indirettamente risposto la premier Giorgia Meloni: «Accertare le responsabilità per ciò che è accaduto, individuare le eventuali colpe ed omissioni, dare risposte definitive: obblighi morali e civili che non possono essere disattesi». Quella catastrofe «rimarrà per sempre nella memoria del nostro popolo», ha affermato Meloni, aggiungendo: «Il 14 agosto di sette anni fa Genova è stata duramente ferita, ma non si è lasciata abbattere. E ha mostrato al mondo la forza di una comunità unita, capace di ricostruire e di rinascere. Il ponte San Giorgio è il simbolo più potente di una nazione e di un popolo che anche nei momenti più difficili sanno prendersi per mano e rialzarsi, più forti e orgogliosi di prima».Per il vicepremier leghista Matteo Salvini «Sette anni fa, il crollo del ponte Morandi spezzò 43 vite e lasciò una ferita profonda nel cuore di Genova, della Liguria e di tutta l’Italia. Nel ricordo di chi non c’è, rendiamo onore alla reazione straordinaria di una città, di una Regione, di un Paese che, all’indomani della tragedia, seppero unirsi per ricostruire in tempi record un’opera sicura e moderna, superando divisioni, ostacoli e burocrazia. Un risultato che ha mostrato la forza dei genovesi e dei liguri, la determinazione di tutta la nazione, l’eccellenza del nostro ingegno e la capacità di rialzarsi. È questa l’Italia dei Sì: quella che sceglie di guardare avanti e trasformare il dolore in futuro». Dello stesso avviso il presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Il mio pensiero va alle famiglie delle vittime e a tutta Genova, che ha saputo reagire con coraggio e dignità». Per il presidente del Senato Ignazio La Russa «Il ricordo resta tuttora forte, così come resta forte l’impegno a fare della memoria un fondamento di responsabilità».
Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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Greta Thunberg cammina con una folla di attivisti filo-palestinesi arrivati per accogliere la Global Sumud Flotilla al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, il 7 settembre 2025 (Ansa)
Cuba potrebbe diventare la meta di una nuova Flotilla che dovrebbe arrivare nell’isola caraibica il 21 marzo. L’iniziativa, denominata Nuestra América, è stata promossa dall’ organizzazione Internazionale Progressista e dai Democratic Socialists of America, che hanno appoggiato l’elezione di Mamdani a New York, e ha già ricevuto la benedizione dell’eco-attivista Greta Thunberg. Le imbarcazioni vorrebbero portare cibo, medicinali e beni di prima necessità, ma soprattutto «rompere il blocco imposto da Washington».
Nel frattempo, la cronaca delle ultime ore riporta di quanto accaduto al largo delle acque cubane, dove la Guardia Costiera ha aperto il fuoco su un'imbarcazione registrata in Florida, uccidendo quattro persone e ferendone altre sei. Stando a quanto dichiarato dal ministero dell’Interno dell’Avana lo scontro sarebbe avvenuto nelle acque territoriali dell’isola e in una nota gli uomini sull’imbarcazione sono stati definiti come aggressori statunitensi.
Le previsioni di Donald Trump sul crollo del regime cubano sembrano infatti sempre più vicine ad avversarsi. Il tycoon aveva dichiarato che L’Avana era pronta a cadere e che non ci sarebbe stato bisogno di fare nulla, dipendendo totalmente dal petrolio del Venezuela che adesso non avrebbe più ricevuto. Il governo di Cuba ha annunciato alle compagnie aeree internazionali che gli aeroporti cubani non saranno in grado di fare rifornimento agli aerei almeno fino a metà marzo. Una situazione che complica enormemente l’afflusso turistico nell’isola caraibica, costringendo gli aerei a fare degli scali tecnici in Messico o nella Repubblica Dominicana. Air Canada ha già interrotto le tratte, limitandosi a organizzare una serie di voli per riportare a casa i canadesi presenti a Cuba. Per il momento le compagnie aeree spagnole Iberia e Air Europa hanno dichiarato che i loro servizi per l'isola continueranno, ma i voli da Madrid dovranno atterrare nella Repubblica Dominicana per rifornirsi di carburante. Nelle ultime settimane il governo cubano ha tagliato molte tratte di trasporti pubblici, ha accorciato la settimana lavorativa e ha imposto che le lezioni universitarie si tengano online. Il governo ha anche deciso di chiudere alcuni resort turistici per concentrare i visitatori. Il turismo è in grave crisi ormai da anni: nel 2024 sono arrivati poco più di 2 milioni di turisti, la cifra più bassa in due decenni e nel 2025 c’è stato un ulteriore calo del 20 per cento. I blackout sono sempre più frequenti e le code ai distributori infinite, mentre ormai anche i generatori degli ospedali sono quasi esauriti.
Carlos Fernandez de Cossio è il viceministro degli Esteri ed ha lavorato presso le Nazioni Unite. «Abbiamo opzioni molto limitate, dobbiamo cercare un dialogo che si basi sul rispetto delle sovranità nazionale. Siamo aperti al dialogo con gli Stati Uniti, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né tantomeno una nostra resa». L’esperto uomo politico ha poi fatto la fotografia dell’attuale situazione. «Stiamo adottando una serie di misure che mirano a preservare i servizi essenziali e concentrare le risorse dove sono più necessarie. Siamo pronti ad aprire una trattativa economica, ma non ad un cambio di regime. Tutte le divergenze con Washington possono essere risolte».
Il Messico sta valutando la ripresa delle spedizioni di petrolio, dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha annullato i dazi imposti contro i Paesi esportatori di greggio verso Cuba. Il governo della presidente Claudia Sheinbaum ha inviato 800 tonnellate di aiuti alimentari a bordo di due navi della sua Marina. Anche il Canada ha annunciato che sta lavorando a un pacchetto di aiuti e assistenza. Mosca è intervenuta nella questione dichiarando che la situazione è davvero critica e accusando gli Stati Uniti di aver imposto una stretta alla gola sull’isola. Dichiarazioni di sostegno sono arrivate anche dalla Cina, dal Brasile e dalla Colombia, ma il destino dell’ormai ex isola rivoluzionaria sembra già segnato.
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Rubén Oseguera González (Ansa)
Ma il potente cartello non può dirsi sconfitto dopo l’eliminazione di quello che era probabilmente l’ultimo grande boss della droga messicano. Insieme a El Mencho è stato ucciso anche il suo braccio destro Hugo «H» alias El Tuli, un uomo estremamente influente nel clan che coordinava posti di blocco, incendi di veicoli, attacchi alla Guardia nazionale e agli edifici governativi. El Tuli aveva anche messo una taglia di 20.000 pesos (circa 1.000 euro) per ogni soldato o poliziotto che veniva ucciso. Il cartello Jalisco Nueva Generación, nonostante la perdita dei due uomini più importanti , si sta già riorganizzando scegliendo un nuovo capo da seguire. Due dei figli di El Mencho sono morti tempo fa, mentre un terzo si trova in carcere negli Stati Uniti. Rubén Oseguera González, meglio conosciuto come El Menchito era l’erede designato, ma è stato condannato all’ergastolo più trent’anni per associazione a delinquere finalizzata al traffico di cocaina e metanfetamina negli Usa. Sui giornali messicani sono apparsi ben cinque possibili eredi del pericoloso El Mencho, ma il figlio della moglie del defunto boss appare il grande favorito. Juan Carlos Valencia González, alias El 03, come detto figliastro di Nemesio Oseguera Cervantes, appare come il suo successore naturale. Figlio di un primo matrimonio di Rosalinda González Valencia, conosciuta come La Jefa, che ha sempre avuto molta influenza su El Mencho imponendogli il figlio. Juan Carlos Valencia Gonzalez è nato a Santa Ana in California e ha la cittadinanza statunitense. Negli ultimi anni ha guidato il gruppo «Elite», il braccio armato di Jalisco dimostrandosi sempre molto risoluto e capace di organizzare attacchi e battaglie contro le forze dell’ordine. Lui ha convinto il clan a investire in armamenti sempre più moderni per contrastare l’esercito messicano. Sulla sua testa pende una taglia di 5 milioni da parte della Dea, il Dipartimento antidroga americano. Un altro personaggio da tenere d’occhio potrebbe essere Audias Flores Silva , El Jardinero, responsabile delle operazioni del cartello in diverse entità federali, come Jalisco e Michoacan e dei processi di espansione in altre, come Zacatecas, mentre appare meno probabile una promozione di Gonzalo Mendoza Gaitán, alias El Sapo, responsabile delle operazioni portuali e marittime del cartello in particolare a Manzanillo , il porto più importante del Paese e da cui arrivano la maggior parte dei precursori chimici provenienti da Cina, India e Thailandia. Un ruolo nella nuova organizzazione potrebbe averlo anche la figlia di El Mencho Jessica Johanna Oseguera Gonzalez, detta La Negra, anch’essa con la cittadinanza statunitense. Nel febbraio 2020, è stata arrestata a Washington, mentre si recava all’udienza penale del fratello, ed è stata accusata di cinque capi d’imputazione per transazioni o affari in quanto membro del Cartel de Jalisco Nueva Generacion.
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Matteo Zoppas (Imagoeconomica)
Facciamo il punto. Sono entrati in vigore i nuovi dazi globali del 10% annunciati dal Customs and border protection, l’Agenzia delle dogane. Ma questo è solo un primo passo perché Trump punta comunque al 15% annunciato dopo la sentenza della Corte Suprema della scorsa settimana ed è quindi presumibile che stia lavorando per trovare il supporto giuridico per arrivare a questo obiettivo. Nel frattempo il presidente americano avverte che chi «volesse giocare» con la decisione della Corte Suprema, rischia tariffe molto più alte.
Per le esportazioni italiane questo cosa vuol dire?
«È un momento in cui bisogna essere cauti e prudenti. La situazione che si è venuta a creare tra il presidente Donald Trump e la Corte suprema, è una questione interna americana che è da osservare e capire. Dal canto nostro non bisogna abbassare la guardia e fare il massimo dello sforzo per continuare a promuovere gli Usa. Bisogna capire se i dazi passati saranno sostituiti o sommato ad altre aliquote. Il ministro Tajani ha fatto bene a convocare tutte le categorie del sistema Paese e le imprese per dare un aggiornamento sulla situazione. Il messaggio è di non perdere l’impegno a lavorare con gli Usa che comunque sono una destinazione strategica. Un’impresa che ha una consolidata penetrazione negli Stati Uniti usa questo come biglietto di presentazione per accreditarsi su altri mercati. Essere negli States significa essere in una vetrina importante».
Quali sono le informazioni che vi arrivano?
«A quanto pare per l’Europa si torna a un’imposta doganale del 15% per tutti i prodotti, ad eccezione di quelli, come acciaio e alluminio, per i quali i dazi nascono da un’altra normativa. L’aliquota varrà per 150 giorni. Stanno cercando una formula giuridica per arrivare quanto prima a sbloccare l’impasse creato dalla sentenza della Corte suprema e arrivare ad un 15% anche oltre ai 150 giorni. Nel frattempo si raccomanda di non fare dell’allarmismo. Vale l’invito della Farnesina ad evitare una guerra commerciale. Gli imprenditori ci diranno cosa accade alle merci alla dogana. Ora tutta l’attenzione è giustamente e comprensibilmente focalizzata sulle tariffe doganali e la disputa tra la Casa Bianca e la Corte suprema ma c’è un altro nemico, ben più pericoloso per le imprese, ed è il cambio sfavorevole con il dollaro. Questo raddoppia l’onere dei dazi. Auspichiamo che l’Europa si muova con misure che possono aiutare a far fronte a questa situazione penalizzante. Resta la raccomandazione di non abbassare la guardia sugli Usa che, ripeto, sono destinazione strategica».
Temete ritorsioni da parte del presidente Trump qualora qualcosa dovesse andare storto?
«Certo che le temiamo ed è per questo che mai come adesso è necessario muoversi con estrema prudenza. La diplomazia europea e con essa quella italiana, stanno lavorando per tornare ad una situazione di stabilità».
Avete notizie se le esportazioni, alla luce di questa incertezza, si sono bloccate o hanno rallentato?
«È presto per arrivare a valutazioni di questo tipo. Credo che tutti siano in attesa di una schiarita sulle norme attuative. Questa altalena di notizie, prima il 10% poi il 15 non aiutano ma bisogna tenere i nervi saldi».
C’è la tentazione di smarcarsi dagli Usa e cercare nuovi mercati di sbocco?
«Ogni categoria merceologica si comporta in modo diverso ma tutte rispondono alla strategia che, dove c’è un varco con prospettive di mercato interessante, vale la pena inserirsi e andare a vedere. Gli accordi con il Mercosur e con l’India aprono scenari interessanti. Non dimentichiamo che dal 2014 al 2023 siamo passati da 450 a circa 2400 barriere tariffarie a livello globale. Il che vuol dire che la globalizzazione è ancora lontana e c’è molto da fare. Questo non vuol dire smettere di marcare stretto gli Stati Uniti, che restano uno sbocco importante. Per quanto riguarda l’India, il passaggio per il vino da dazi del 150% al 20% è un’apertura incredibile».
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