2025-08-16
Conte e Draghi strapagarono Autostrade
Ponte Morandi al momento del crollo, 14 agosto 2018 (Getty)
Quel Ferragosto di sei anni fa, dopo aver visitato le macerie del ponte Morandi e aver promesso giustizia ai parenti delle vittime, Giuseppe Conte va su Facebook e a tarda notte si confessa. «È stato senza dubbio il giorno più lungo e difficile da presidente del Consiglio», scrive. Quello stesso giorno, forse preso ancora dall’emozione, aveva scandito a Genova: «Avvieremo la procedura per la revoca della concessione a società Autostrade».
Gli estremi c’erano tutti, se non altro per un recesso dello Stato per mancanza del requisito di fiducia nel concessionario. Invece com’è andata a finire lo sanno tutti gli italiani: lo Stato, ai tempi del governo Draghi, si è ricomprato le concessioni a peso d’oro per la bellezza di 9 miliardi. Così, fa sorridere che ieri Conte si sia vantato di «aver fatto il massimo per le casse dello Stato» e che si sia anche lanciato in un elogio del nuovo ponte San Giorgio, dopo che aveva appena smesso di criticare il progetto del Ponte di Messina.
Le prime ore dopo il disastro sul Polcevera non sono state neppure troppo amare, per i governanti dell’epoca. Di Conte che si precipita in prefettura a Genova a parlare con i parenti dei morti e a ringraziare chi ha prestato soccorso, si è detto. Non si nasconde certo, l’avvocato pugliese, anche perché la ribalta gli piace. E poi lui si picca di essere homo novus, anche se viene da uno studio legale della Prima Repubblica, e nessuno può certo rimproverare al premier grillino di essere a libro paga dei concessionari autostradali, da oltre settant’anni grandi finanziatori dei partiti e assolutamente intoccabili per i grandi giornali. Se ti chiami Benetton, con corredo di Oliviero Toscani e adorazione prodiana e piddina permanente effettiva, di quell’improbabile governo Lega-M5s potevi anche fregartene.
Succede addirittura che ai funerali di Stato i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini entrano nei padiglioni della Fiera di Genova tra gli applausi. Stringono mani ed entrambi promettono una dura risposta ad Autostrade. Il 19 agosto, da Viareggio, il capo del Carroccio afferma: «Autostrade deve vergognarsi, deve aprire il portafoglio, ricostruire tutto e risarcire tutti. Andiamo avanti con la revoca delle concessioni perché 43 morti meritano giustizia».
Meritano giustizia, ma lo Stato mette loro a disposizione Conte come premier che, dopo pochi mesi, comincia già a farla complicata e parla di «caducazione» come se fosse a un convegno di giureconsulti bizantini. Mentre la gestione quotidiana del dossier è affidata al ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli. Perfino lui sa che contro i Benetton e le banche creditrici non andrà da nessuna parte. A maggio del 2021, con Mario Draghi al governo e il Pd già da tempo nella stanza dei bottoni al posto del povero Toninelli, lo Stato si ricompra le concessioni e stacca un assegno che, almeno moralmente, grida vendetta.
Rimettere in fila i fatti serve a capire su che pianeta vive Conte. Su «X», ieri scrive che «il dolore e lo strazio provato in quelle ore, fra le macerie, sono per me memoria incancellabile», aggiungendo che non osa «immaginare quanto doloroso sia il vuoto avvertito dai familiari e dagli amici per le 43 vite spezzate». Andare a Genova in quelle ore a rappresentare uno Stato così sbrindellato da non saper pretendere un po’ di manutenzione da chi ingrassava da anni al casello dev’essere stato anche parecchio imbarazzante. Ma poi l’ex premier entra in un campo minato, vantandosi: «Dove c’erano i resti del Ponte Morandi abbiamo ricostruito in tempi record e con attenzione alla legalità e alla sicurezza una nuova infrastruttura, apprezzata in tutto il mondo».
Vero, verissimo, e già che c’era avrebbe potuto spendere una parola su WeBuild e Fincantieri che quel ponte l’hanno costruito. Ma forse citare WeBuild lo avrebbe portato a dover riflettere su un altro ponte, quello di Messina, che invece la scorsa settimana ha bocciato affermando che «toglie soldi a infrastrutture necessarie». Ma dove la memoria del leader M5s fa acqua da tutte le parti è sul rapporto con la famiglia Benetton.
Ieri il Fatto Quotidiano ha riferito che in mano alla Procura di Roma c’è una superconsulenza che dubita della correttezza dei bilanci di Autostrade in base ai quali lo Stato ha comprato tutta la baracca, con possibile sovrastima del patrimonio da 650 milioni di euro. Le carte fanno parte dell’inchiesta in corso su presunte irregolarità di quella «pace» tra lo Stato e la famiglia di Ponzano Veneto.
E invece l’ignaro Conte scrive sui social: «Dove c’erano concessioni autostradali vergognose, firmate in passato a tutto vantaggio dei privati, abbiamo fatto il massimo di quel che si poteva fare di fronte a un accordo che legava mani e piedi lo Stato e le sue casse: mandare via chi aveva gestito in quel modo l’infrastruttura e non poteva restare al suo posto a incassarne i profitti».
L’ex premier chiude con un passaggio un po’ inquietante: «Ho toccato con mano cosa significa rappresentare lo Stato e sentirsi osteggiati da più lati e in tutti modi, quando invece la difesa dello Stato e dell’interesse pubblico dovrebbe essere motivo di orgoglio per tutti i cittadini». Visto che è anche un valente uomo di legge, potrebbe andare a piazzale Clodio e raccontare ai pm tutto quello che sa, a cominciare da chi lo ha osteggiato e come. Chissà, magari potrebbe anche scoprire qualche retroscena sulla caduta del suo secondo governo, nonostante avesse accettato di sostituire la Lega con il Pd.
A Genova il ricordo della tragedia. Bucci: «Mi ha cambiato la vita»
È cominciato con un ringraziamento a chi ha lavorato durante e dopo l’emergenza, compreso il governatore Marco Bucci, il discorso del sindaco di Genova, Silvia Salis, durante la commemorazione della tragedia di ponte Morandi 7 anni fa.
«Quel giorno io c’ero, e la mia vita è cambiata totalmente, ma fin dai primi momenti, poche ore dopo il crollo, abbiamo detto che volevamo reagire, ricostruire, fare meglio di prima. La città ha dato un segnale potentissimo al mondo, che ci ha permesso di portare a Genova e in Liguria risorse e investimenti su cui ancora oggi stiamo lavorando»: così il presidente della Regione Liguria, Marco Bucci, alla cerimonia nella città della Lanterna. «Vogliamo che la commemorazione non sia soltanto un ricordo di quello che accadde il 14 agosto, ma qualcosa che permea ogni giorno il nostro lavoro», ha rimarcato Bucci.
Ha sottolineato la drammaticità del crollo il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio inviato al sindaco Salis: «Una ferita indelebile nel cuore di Genova, della Liguria, dell’Italia. La rapida ricostruzione di un così importante tratto stradale, il ponte di Genova “San Giorgio”, riconnettendo la città e l’Italia, è stata un atto di ripartenza. La tutela delle infrastrutture, per garantire piena sicurezza nella circolazione, non ammette alcuna forma di negligenza». La commemorazione, con l’intervento delle autorità civili e religiose della città, oltre al comitato dei parenti delle vittime, è culminato nel minuto di silenzio alle 11.36, ora del disastro: solo il suono dalle sirene delle navi in porto e i rintocchi delle campane di tutta la diocesi di Genova hanno potuto interromperlo.
«È sempre molto difficile sopportare la mancanza dei nostri cari, ma quest’anno il dolore lo sentiamo ancora più forte», ha detto uno dei familiari ai quali ha indirettamente risposto la premier Giorgia Meloni: «Accertare le responsabilità per ciò che è accaduto, individuare le eventuali colpe ed omissioni, dare risposte definitive: obblighi morali e civili che non possono essere disattesi». Quella catastrofe «rimarrà per sempre nella memoria del nostro popolo», ha affermato Meloni, aggiungendo: «Il 14 agosto di sette anni fa Genova è stata duramente ferita, ma non si è lasciata abbattere. E ha mostrato al mondo la forza di una comunità unita, capace di ricostruire e di rinascere. Il ponte San Giorgio è il simbolo più potente di una nazione e di un popolo che anche nei momenti più difficili sanno prendersi per mano e rialzarsi, più forti e orgogliosi di prima».
Per il vicepremier leghista Matteo Salvini «Sette anni fa, il crollo del ponte Morandi spezzò 43 vite e lasciò una ferita profonda nel cuore di Genova, della Liguria e di tutta l’Italia. Nel ricordo di chi non c’è, rendiamo onore alla reazione straordinaria di una città, di una Regione, di un Paese che, all’indomani della tragedia, seppero unirsi per ricostruire in tempi record un’opera sicura e moderna, superando divisioni, ostacoli e burocrazia. Un risultato che ha mostrato la forza dei genovesi e dei liguri, la determinazione di tutta la nazione, l’eccellenza del nostro ingegno e la capacità di rialzarsi. È questa l’Italia dei Sì: quella che sceglie di guardare avanti e trasformare il dolore in futuro». Dello stesso avviso il presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Il mio pensiero va alle famiglie delle vittime e a tutta Genova, che ha saputo reagire con coraggio e dignità». Per il presidente del Senato Ignazio La Russa «Il ricordo resta tuttora forte, così come resta forte l’impegno a fare della memoria un fondamento di responsabilità».
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Secondo una perizia in mano alla Procura di Roma, il governo italiano (con Giuseppi e Mr. Bce) versò ai Benetton 650 milioni in più del dovuto per la «caducazione» di Aspi. Intanto il leader del M5s sfrutta la commemorazione del Morandi per farsi propaganda.L’ex sindaco di Genova commosso alla cerimonia per le vittime del Ponte. Vicinanza da Sergio Mattarella e Giorgia Meloni.Lo speciale contiene due articoliQuel Ferragosto di sei anni fa, dopo aver visitato le macerie del ponte Morandi e aver promesso giustizia ai parenti delle vittime, Giuseppe Conte va su Facebook e a tarda notte si confessa. «È stato senza dubbio il giorno più lungo e difficile da presidente del Consiglio», scrive. Quello stesso giorno, forse preso ancora dall’emozione, aveva scandito a Genova: «Avvieremo la procedura per la revoca della concessione a società Autostrade».Gli estremi c’erano tutti, se non altro per un recesso dello Stato per mancanza del requisito di fiducia nel concessionario. Invece com’è andata a finire lo sanno tutti gli italiani: lo Stato, ai tempi del governo Draghi, si è ricomprato le concessioni a peso d’oro per la bellezza di 9 miliardi. Così, fa sorridere che ieri Conte si sia vantato di «aver fatto il massimo per le casse dello Stato» e che si sia anche lanciato in un elogio del nuovo ponte San Giorgio, dopo che aveva appena smesso di criticare il progetto del Ponte di Messina.Le prime ore dopo il disastro sul Polcevera non sono state neppure troppo amare, per i governanti dell’epoca. Di Conte che si precipita in prefettura a Genova a parlare con i parenti dei morti e a ringraziare chi ha prestato soccorso, si è detto. Non si nasconde certo, l’avvocato pugliese, anche perché la ribalta gli piace. E poi lui si picca di essere homo novus, anche se viene da uno studio legale della Prima Repubblica, e nessuno può certo rimproverare al premier grillino di essere a libro paga dei concessionari autostradali, da oltre settant’anni grandi finanziatori dei partiti e assolutamente intoccabili per i grandi giornali. Se ti chiami Benetton, con corredo di Oliviero Toscani e adorazione prodiana e piddina permanente effettiva, di quell’improbabile governo Lega-M5s potevi anche fregartene.Succede addirittura che ai funerali di Stato i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini entrano nei padiglioni della Fiera di Genova tra gli applausi. Stringono mani ed entrambi promettono una dura risposta ad Autostrade. Il 19 agosto, da Viareggio, il capo del Carroccio afferma: «Autostrade deve vergognarsi, deve aprire il portafoglio, ricostruire tutto e risarcire tutti. Andiamo avanti con la revoca delle concessioni perché 43 morti meritano giustizia».Meritano giustizia, ma lo Stato mette loro a disposizione Conte come premier che, dopo pochi mesi, comincia già a farla complicata e parla di «caducazione» come se fosse a un convegno di giureconsulti bizantini. Mentre la gestione quotidiana del dossier è affidata al ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli. Perfino lui sa che contro i Benetton e le banche creditrici non andrà da nessuna parte. A maggio del 2021, con Mario Draghi al governo e il Pd già da tempo nella stanza dei bottoni al posto del povero Toninelli, lo Stato si ricompra le concessioni e stacca un assegno che, almeno moralmente, grida vendetta.Rimettere in fila i fatti serve a capire su che pianeta vive Conte. Su «X», ieri scrive che «il dolore e lo strazio provato in quelle ore, fra le macerie, sono per me memoria incancellabile», aggiungendo che non osa «immaginare quanto doloroso sia il vuoto avvertito dai familiari e dagli amici per le 43 vite spezzate». Andare a Genova in quelle ore a rappresentare uno Stato così sbrindellato da non saper pretendere un po’ di manutenzione da chi ingrassava da anni al casello dev’essere stato anche parecchio imbarazzante. Ma poi l’ex premier entra in un campo minato, vantandosi: «Dove c’erano i resti del Ponte Morandi abbiamo ricostruito in tempi record e con attenzione alla legalità e alla sicurezza una nuova infrastruttura, apprezzata in tutto il mondo». Vero, verissimo, e già che c’era avrebbe potuto spendere una parola su WeBuild e Fincantieri che quel ponte l’hanno costruito. Ma forse citare WeBuild lo avrebbe portato a dover riflettere su un altro ponte, quello di Messina, che invece la scorsa settimana ha bocciato affermando che «toglie soldi a infrastrutture necessarie». Ma dove la memoria del leader M5s fa acqua da tutte le parti è sul rapporto con la famiglia Benetton.Ieri il Fatto Quotidiano ha riferito che in mano alla Procura di Roma c’è una superconsulenza che dubita della correttezza dei bilanci di Autostrade in base ai quali lo Stato ha comprato tutta la baracca, con possibile sovrastima del patrimonio da 650 milioni di euro. Le carte fanno parte dell’inchiesta in corso su presunte irregolarità di quella «pace» tra lo Stato e la famiglia di Ponzano Veneto.E invece l’ignaro Conte scrive sui social: «Dove c’erano concessioni autostradali vergognose, firmate in passato a tutto vantaggio dei privati, abbiamo fatto il massimo di quel che si poteva fare di fronte a un accordo che legava mani e piedi lo Stato e le sue casse: mandare via chi aveva gestito in quel modo l’infrastruttura e non poteva restare al suo posto a incassarne i profitti».L’ex premier chiude con un passaggio un po’ inquietante: «Ho toccato con mano cosa significa rappresentare lo Stato e sentirsi osteggiati da più lati e in tutti modi, quando invece la difesa dello Stato e dell’interesse pubblico dovrebbe essere motivo di orgoglio per tutti i cittadini». Visto che è anche un valente uomo di legge, potrebbe andare a piazzale Clodio e raccontare ai pm tutto quello che sa, a cominciare da chi lo ha osteggiato e come. Chissà, magari potrebbe anche scoprire qualche retroscena sulla caduta del suo secondo governo, nonostante avesse accettato di sostituire la Lega con il Pd. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-draghi-strapagarono-autostrade-ponte-morandi-2673889264.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-genova-il-ricordo-della-tragedia-bucci-mi-ha-cambiato-la-vita" data-post-id="2673889264" data-published-at="1755218283" data-use-pagination="False"> A Genova il ricordo della tragedia. Bucci: «Mi ha cambiato la vita» È cominciato con un ringraziamento a chi ha lavorato durante e dopo l’emergenza, compreso il governatore Marco Bucci, il discorso del sindaco di Genova, Silvia Salis, durante la commemorazione della tragedia di ponte Morandi 7 anni fa.«Quel giorno io c’ero, e la mia vita è cambiata totalmente, ma fin dai primi momenti, poche ore dopo il crollo, abbiamo detto che volevamo reagire, ricostruire, fare meglio di prima. La città ha dato un segnale potentissimo al mondo, che ci ha permesso di portare a Genova e in Liguria risorse e investimenti su cui ancora oggi stiamo lavorando»: così il presidente della Regione Liguria, Marco Bucci, alla cerimonia nella città della Lanterna. «Vogliamo che la commemorazione non sia soltanto un ricordo di quello che accadde il 14 agosto, ma qualcosa che permea ogni giorno il nostro lavoro», ha rimarcato Bucci.Ha sottolineato la drammaticità del crollo il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio inviato al sindaco Salis: «Una ferita indelebile nel cuore di Genova, della Liguria, dell’Italia. La rapida ricostruzione di un così importante tratto stradale, il ponte di Genova “San Giorgio”, riconnettendo la città e l’Italia, è stata un atto di ripartenza. La tutela delle infrastrutture, per garantire piena sicurezza nella circolazione, non ammette alcuna forma di negligenza». La commemorazione, con l’intervento delle autorità civili e religiose della città, oltre al comitato dei parenti delle vittime, è culminato nel minuto di silenzio alle 11.36, ora del disastro: solo il suono dalle sirene delle navi in porto e i rintocchi delle campane di tutta la diocesi di Genova hanno potuto interromperlo.«È sempre molto difficile sopportare la mancanza dei nostri cari, ma quest’anno il dolore lo sentiamo ancora più forte», ha detto uno dei familiari ai quali ha indirettamente risposto la premier Giorgia Meloni: «Accertare le responsabilità per ciò che è accaduto, individuare le eventuali colpe ed omissioni, dare risposte definitive: obblighi morali e civili che non possono essere disattesi». Quella catastrofe «rimarrà per sempre nella memoria del nostro popolo», ha affermato Meloni, aggiungendo: «Il 14 agosto di sette anni fa Genova è stata duramente ferita, ma non si è lasciata abbattere. E ha mostrato al mondo la forza di una comunità unita, capace di ricostruire e di rinascere. Il ponte San Giorgio è il simbolo più potente di una nazione e di un popolo che anche nei momenti più difficili sanno prendersi per mano e rialzarsi, più forti e orgogliosi di prima».Per il vicepremier leghista Matteo Salvini «Sette anni fa, il crollo del ponte Morandi spezzò 43 vite e lasciò una ferita profonda nel cuore di Genova, della Liguria e di tutta l’Italia. Nel ricordo di chi non c’è, rendiamo onore alla reazione straordinaria di una città, di una Regione, di un Paese che, all’indomani della tragedia, seppero unirsi per ricostruire in tempi record un’opera sicura e moderna, superando divisioni, ostacoli e burocrazia. Un risultato che ha mostrato la forza dei genovesi e dei liguri, la determinazione di tutta la nazione, l’eccellenza del nostro ingegno e la capacità di rialzarsi. È questa l’Italia dei Sì: quella che sceglie di guardare avanti e trasformare il dolore in futuro». Dello stesso avviso il presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Il mio pensiero va alle famiglie delle vittime e a tutta Genova, che ha saputo reagire con coraggio e dignità». Per il presidente del Senato Ignazio La Russa «Il ricordo resta tuttora forte, così come resta forte l’impegno a fare della memoria un fondamento di responsabilità».
Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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