2025-08-16
Conte e Draghi strapagarono Autostrade
Ponte Morandi al momento del crollo, 14 agosto 2018 (Getty)
Quel Ferragosto di sei anni fa, dopo aver visitato le macerie del ponte Morandi e aver promesso giustizia ai parenti delle vittime, Giuseppe Conte va su Facebook e a tarda notte si confessa. «È stato senza dubbio il giorno più lungo e difficile da presidente del Consiglio», scrive. Quello stesso giorno, forse preso ancora dall’emozione, aveva scandito a Genova: «Avvieremo la procedura per la revoca della concessione a società Autostrade».
Gli estremi c’erano tutti, se non altro per un recesso dello Stato per mancanza del requisito di fiducia nel concessionario. Invece com’è andata a finire lo sanno tutti gli italiani: lo Stato, ai tempi del governo Draghi, si è ricomprato le concessioni a peso d’oro per la bellezza di 9 miliardi. Così, fa sorridere che ieri Conte si sia vantato di «aver fatto il massimo per le casse dello Stato» e che si sia anche lanciato in un elogio del nuovo ponte San Giorgio, dopo che aveva appena smesso di criticare il progetto del Ponte di Messina.
Le prime ore dopo il disastro sul Polcevera non sono state neppure troppo amare, per i governanti dell’epoca. Di Conte che si precipita in prefettura a Genova a parlare con i parenti dei morti e a ringraziare chi ha prestato soccorso, si è detto. Non si nasconde certo, l’avvocato pugliese, anche perché la ribalta gli piace. E poi lui si picca di essere homo novus, anche se viene da uno studio legale della Prima Repubblica, e nessuno può certo rimproverare al premier grillino di essere a libro paga dei concessionari autostradali, da oltre settant’anni grandi finanziatori dei partiti e assolutamente intoccabili per i grandi giornali. Se ti chiami Benetton, con corredo di Oliviero Toscani e adorazione prodiana e piddina permanente effettiva, di quell’improbabile governo Lega-M5s potevi anche fregartene.
Succede addirittura che ai funerali di Stato i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini entrano nei padiglioni della Fiera di Genova tra gli applausi. Stringono mani ed entrambi promettono una dura risposta ad Autostrade. Il 19 agosto, da Viareggio, il capo del Carroccio afferma: «Autostrade deve vergognarsi, deve aprire il portafoglio, ricostruire tutto e risarcire tutti. Andiamo avanti con la revoca delle concessioni perché 43 morti meritano giustizia».
Meritano giustizia, ma lo Stato mette loro a disposizione Conte come premier che, dopo pochi mesi, comincia già a farla complicata e parla di «caducazione» come se fosse a un convegno di giureconsulti bizantini. Mentre la gestione quotidiana del dossier è affidata al ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli. Perfino lui sa che contro i Benetton e le banche creditrici non andrà da nessuna parte. A maggio del 2021, con Mario Draghi al governo e il Pd già da tempo nella stanza dei bottoni al posto del povero Toninelli, lo Stato si ricompra le concessioni e stacca un assegno che, almeno moralmente, grida vendetta.
Rimettere in fila i fatti serve a capire su che pianeta vive Conte. Su «X», ieri scrive che «il dolore e lo strazio provato in quelle ore, fra le macerie, sono per me memoria incancellabile», aggiungendo che non osa «immaginare quanto doloroso sia il vuoto avvertito dai familiari e dagli amici per le 43 vite spezzate». Andare a Genova in quelle ore a rappresentare uno Stato così sbrindellato da non saper pretendere un po’ di manutenzione da chi ingrassava da anni al casello dev’essere stato anche parecchio imbarazzante. Ma poi l’ex premier entra in un campo minato, vantandosi: «Dove c’erano i resti del Ponte Morandi abbiamo ricostruito in tempi record e con attenzione alla legalità e alla sicurezza una nuova infrastruttura, apprezzata in tutto il mondo».
Vero, verissimo, e già che c’era avrebbe potuto spendere una parola su WeBuild e Fincantieri che quel ponte l’hanno costruito. Ma forse citare WeBuild lo avrebbe portato a dover riflettere su un altro ponte, quello di Messina, che invece la scorsa settimana ha bocciato affermando che «toglie soldi a infrastrutture necessarie». Ma dove la memoria del leader M5s fa acqua da tutte le parti è sul rapporto con la famiglia Benetton.
Ieri il Fatto Quotidiano ha riferito che in mano alla Procura di Roma c’è una superconsulenza che dubita della correttezza dei bilanci di Autostrade in base ai quali lo Stato ha comprato tutta la baracca, con possibile sovrastima del patrimonio da 650 milioni di euro. Le carte fanno parte dell’inchiesta in corso su presunte irregolarità di quella «pace» tra lo Stato e la famiglia di Ponzano Veneto.
E invece l’ignaro Conte scrive sui social: «Dove c’erano concessioni autostradali vergognose, firmate in passato a tutto vantaggio dei privati, abbiamo fatto il massimo di quel che si poteva fare di fronte a un accordo che legava mani e piedi lo Stato e le sue casse: mandare via chi aveva gestito in quel modo l’infrastruttura e non poteva restare al suo posto a incassarne i profitti».
L’ex premier chiude con un passaggio un po’ inquietante: «Ho toccato con mano cosa significa rappresentare lo Stato e sentirsi osteggiati da più lati e in tutti modi, quando invece la difesa dello Stato e dell’interesse pubblico dovrebbe essere motivo di orgoglio per tutti i cittadini». Visto che è anche un valente uomo di legge, potrebbe andare a piazzale Clodio e raccontare ai pm tutto quello che sa, a cominciare da chi lo ha osteggiato e come. Chissà, magari potrebbe anche scoprire qualche retroscena sulla caduta del suo secondo governo, nonostante avesse accettato di sostituire la Lega con il Pd.
A Genova il ricordo della tragedia. Bucci: «Mi ha cambiato la vita»
È cominciato con un ringraziamento a chi ha lavorato durante e dopo l’emergenza, compreso il governatore Marco Bucci, il discorso del sindaco di Genova, Silvia Salis, durante la commemorazione della tragedia di ponte Morandi 7 anni fa.
«Quel giorno io c’ero, e la mia vita è cambiata totalmente, ma fin dai primi momenti, poche ore dopo il crollo, abbiamo detto che volevamo reagire, ricostruire, fare meglio di prima. La città ha dato un segnale potentissimo al mondo, che ci ha permesso di portare a Genova e in Liguria risorse e investimenti su cui ancora oggi stiamo lavorando»: così il presidente della Regione Liguria, Marco Bucci, alla cerimonia nella città della Lanterna. «Vogliamo che la commemorazione non sia soltanto un ricordo di quello che accadde il 14 agosto, ma qualcosa che permea ogni giorno il nostro lavoro», ha rimarcato Bucci.
Ha sottolineato la drammaticità del crollo il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio inviato al sindaco Salis: «Una ferita indelebile nel cuore di Genova, della Liguria, dell’Italia. La rapida ricostruzione di un così importante tratto stradale, il ponte di Genova “San Giorgio”, riconnettendo la città e l’Italia, è stata un atto di ripartenza. La tutela delle infrastrutture, per garantire piena sicurezza nella circolazione, non ammette alcuna forma di negligenza». La commemorazione, con l’intervento delle autorità civili e religiose della città, oltre al comitato dei parenti delle vittime, è culminato nel minuto di silenzio alle 11.36, ora del disastro: solo il suono dalle sirene delle navi in porto e i rintocchi delle campane di tutta la diocesi di Genova hanno potuto interromperlo.
«È sempre molto difficile sopportare la mancanza dei nostri cari, ma quest’anno il dolore lo sentiamo ancora più forte», ha detto uno dei familiari ai quali ha indirettamente risposto la premier Giorgia Meloni: «Accertare le responsabilità per ciò che è accaduto, individuare le eventuali colpe ed omissioni, dare risposte definitive: obblighi morali e civili che non possono essere disattesi». Quella catastrofe «rimarrà per sempre nella memoria del nostro popolo», ha affermato Meloni, aggiungendo: «Il 14 agosto di sette anni fa Genova è stata duramente ferita, ma non si è lasciata abbattere. E ha mostrato al mondo la forza di una comunità unita, capace di ricostruire e di rinascere. Il ponte San Giorgio è il simbolo più potente di una nazione e di un popolo che anche nei momenti più difficili sanno prendersi per mano e rialzarsi, più forti e orgogliosi di prima».
Per il vicepremier leghista Matteo Salvini «Sette anni fa, il crollo del ponte Morandi spezzò 43 vite e lasciò una ferita profonda nel cuore di Genova, della Liguria e di tutta l’Italia. Nel ricordo di chi non c’è, rendiamo onore alla reazione straordinaria di una città, di una Regione, di un Paese che, all’indomani della tragedia, seppero unirsi per ricostruire in tempi record un’opera sicura e moderna, superando divisioni, ostacoli e burocrazia. Un risultato che ha mostrato la forza dei genovesi e dei liguri, la determinazione di tutta la nazione, l’eccellenza del nostro ingegno e la capacità di rialzarsi. È questa l’Italia dei Sì: quella che sceglie di guardare avanti e trasformare il dolore in futuro». Dello stesso avviso il presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Il mio pensiero va alle famiglie delle vittime e a tutta Genova, che ha saputo reagire con coraggio e dignità». Per il presidente del Senato Ignazio La Russa «Il ricordo resta tuttora forte, così come resta forte l’impegno a fare della memoria un fondamento di responsabilità».
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Secondo una perizia in mano alla Procura di Roma, il governo italiano (con Giuseppi e Mr. Bce) versò ai Benetton 650 milioni in più del dovuto per la «caducazione» di Aspi. Intanto il leader del M5s sfrutta la commemorazione del Morandi per farsi propaganda.L’ex sindaco di Genova commosso alla cerimonia per le vittime del Ponte. Vicinanza da Sergio Mattarella e Giorgia Meloni.Lo speciale contiene due articoliQuel Ferragosto di sei anni fa, dopo aver visitato le macerie del ponte Morandi e aver promesso giustizia ai parenti delle vittime, Giuseppe Conte va su Facebook e a tarda notte si confessa. «È stato senza dubbio il giorno più lungo e difficile da presidente del Consiglio», scrive. Quello stesso giorno, forse preso ancora dall’emozione, aveva scandito a Genova: «Avvieremo la procedura per la revoca della concessione a società Autostrade».Gli estremi c’erano tutti, se non altro per un recesso dello Stato per mancanza del requisito di fiducia nel concessionario. Invece com’è andata a finire lo sanno tutti gli italiani: lo Stato, ai tempi del governo Draghi, si è ricomprato le concessioni a peso d’oro per la bellezza di 9 miliardi. Così, fa sorridere che ieri Conte si sia vantato di «aver fatto il massimo per le casse dello Stato» e che si sia anche lanciato in un elogio del nuovo ponte San Giorgio, dopo che aveva appena smesso di criticare il progetto del Ponte di Messina.Le prime ore dopo il disastro sul Polcevera non sono state neppure troppo amare, per i governanti dell’epoca. Di Conte che si precipita in prefettura a Genova a parlare con i parenti dei morti e a ringraziare chi ha prestato soccorso, si è detto. Non si nasconde certo, l’avvocato pugliese, anche perché la ribalta gli piace. E poi lui si picca di essere homo novus, anche se viene da uno studio legale della Prima Repubblica, e nessuno può certo rimproverare al premier grillino di essere a libro paga dei concessionari autostradali, da oltre settant’anni grandi finanziatori dei partiti e assolutamente intoccabili per i grandi giornali. Se ti chiami Benetton, con corredo di Oliviero Toscani e adorazione prodiana e piddina permanente effettiva, di quell’improbabile governo Lega-M5s potevi anche fregartene.Succede addirittura che ai funerali di Stato i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini entrano nei padiglioni della Fiera di Genova tra gli applausi. Stringono mani ed entrambi promettono una dura risposta ad Autostrade. Il 19 agosto, da Viareggio, il capo del Carroccio afferma: «Autostrade deve vergognarsi, deve aprire il portafoglio, ricostruire tutto e risarcire tutti. Andiamo avanti con la revoca delle concessioni perché 43 morti meritano giustizia».Meritano giustizia, ma lo Stato mette loro a disposizione Conte come premier che, dopo pochi mesi, comincia già a farla complicata e parla di «caducazione» come se fosse a un convegno di giureconsulti bizantini. Mentre la gestione quotidiana del dossier è affidata al ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli. Perfino lui sa che contro i Benetton e le banche creditrici non andrà da nessuna parte. A maggio del 2021, con Mario Draghi al governo e il Pd già da tempo nella stanza dei bottoni al posto del povero Toninelli, lo Stato si ricompra le concessioni e stacca un assegno che, almeno moralmente, grida vendetta.Rimettere in fila i fatti serve a capire su che pianeta vive Conte. Su «X», ieri scrive che «il dolore e lo strazio provato in quelle ore, fra le macerie, sono per me memoria incancellabile», aggiungendo che non osa «immaginare quanto doloroso sia il vuoto avvertito dai familiari e dagli amici per le 43 vite spezzate». Andare a Genova in quelle ore a rappresentare uno Stato così sbrindellato da non saper pretendere un po’ di manutenzione da chi ingrassava da anni al casello dev’essere stato anche parecchio imbarazzante. Ma poi l’ex premier entra in un campo minato, vantandosi: «Dove c’erano i resti del Ponte Morandi abbiamo ricostruito in tempi record e con attenzione alla legalità e alla sicurezza una nuova infrastruttura, apprezzata in tutto il mondo». Vero, verissimo, e già che c’era avrebbe potuto spendere una parola su WeBuild e Fincantieri che quel ponte l’hanno costruito. Ma forse citare WeBuild lo avrebbe portato a dover riflettere su un altro ponte, quello di Messina, che invece la scorsa settimana ha bocciato affermando che «toglie soldi a infrastrutture necessarie». Ma dove la memoria del leader M5s fa acqua da tutte le parti è sul rapporto con la famiglia Benetton.Ieri il Fatto Quotidiano ha riferito che in mano alla Procura di Roma c’è una superconsulenza che dubita della correttezza dei bilanci di Autostrade in base ai quali lo Stato ha comprato tutta la baracca, con possibile sovrastima del patrimonio da 650 milioni di euro. Le carte fanno parte dell’inchiesta in corso su presunte irregolarità di quella «pace» tra lo Stato e la famiglia di Ponzano Veneto.E invece l’ignaro Conte scrive sui social: «Dove c’erano concessioni autostradali vergognose, firmate in passato a tutto vantaggio dei privati, abbiamo fatto il massimo di quel che si poteva fare di fronte a un accordo che legava mani e piedi lo Stato e le sue casse: mandare via chi aveva gestito in quel modo l’infrastruttura e non poteva restare al suo posto a incassarne i profitti».L’ex premier chiude con un passaggio un po’ inquietante: «Ho toccato con mano cosa significa rappresentare lo Stato e sentirsi osteggiati da più lati e in tutti modi, quando invece la difesa dello Stato e dell’interesse pubblico dovrebbe essere motivo di orgoglio per tutti i cittadini». Visto che è anche un valente uomo di legge, potrebbe andare a piazzale Clodio e raccontare ai pm tutto quello che sa, a cominciare da chi lo ha osteggiato e come. Chissà, magari potrebbe anche scoprire qualche retroscena sulla caduta del suo secondo governo, nonostante avesse accettato di sostituire la Lega con il Pd. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-draghi-strapagarono-autostrade-ponte-morandi-2673889264.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-genova-il-ricordo-della-tragedia-bucci-mi-ha-cambiato-la-vita" data-post-id="2673889264" data-published-at="1755218283" data-use-pagination="False"> A Genova il ricordo della tragedia. Bucci: «Mi ha cambiato la vita» È cominciato con un ringraziamento a chi ha lavorato durante e dopo l’emergenza, compreso il governatore Marco Bucci, il discorso del sindaco di Genova, Silvia Salis, durante la commemorazione della tragedia di ponte Morandi 7 anni fa.«Quel giorno io c’ero, e la mia vita è cambiata totalmente, ma fin dai primi momenti, poche ore dopo il crollo, abbiamo detto che volevamo reagire, ricostruire, fare meglio di prima. La città ha dato un segnale potentissimo al mondo, che ci ha permesso di portare a Genova e in Liguria risorse e investimenti su cui ancora oggi stiamo lavorando»: così il presidente della Regione Liguria, Marco Bucci, alla cerimonia nella città della Lanterna. «Vogliamo che la commemorazione non sia soltanto un ricordo di quello che accadde il 14 agosto, ma qualcosa che permea ogni giorno il nostro lavoro», ha rimarcato Bucci.Ha sottolineato la drammaticità del crollo il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio inviato al sindaco Salis: «Una ferita indelebile nel cuore di Genova, della Liguria, dell’Italia. La rapida ricostruzione di un così importante tratto stradale, il ponte di Genova “San Giorgio”, riconnettendo la città e l’Italia, è stata un atto di ripartenza. La tutela delle infrastrutture, per garantire piena sicurezza nella circolazione, non ammette alcuna forma di negligenza». La commemorazione, con l’intervento delle autorità civili e religiose della città, oltre al comitato dei parenti delle vittime, è culminato nel minuto di silenzio alle 11.36, ora del disastro: solo il suono dalle sirene delle navi in porto e i rintocchi delle campane di tutta la diocesi di Genova hanno potuto interromperlo.«È sempre molto difficile sopportare la mancanza dei nostri cari, ma quest’anno il dolore lo sentiamo ancora più forte», ha detto uno dei familiari ai quali ha indirettamente risposto la premier Giorgia Meloni: «Accertare le responsabilità per ciò che è accaduto, individuare le eventuali colpe ed omissioni, dare risposte definitive: obblighi morali e civili che non possono essere disattesi». Quella catastrofe «rimarrà per sempre nella memoria del nostro popolo», ha affermato Meloni, aggiungendo: «Il 14 agosto di sette anni fa Genova è stata duramente ferita, ma non si è lasciata abbattere. E ha mostrato al mondo la forza di una comunità unita, capace di ricostruire e di rinascere. Il ponte San Giorgio è il simbolo più potente di una nazione e di un popolo che anche nei momenti più difficili sanno prendersi per mano e rialzarsi, più forti e orgogliosi di prima».Per il vicepremier leghista Matteo Salvini «Sette anni fa, il crollo del ponte Morandi spezzò 43 vite e lasciò una ferita profonda nel cuore di Genova, della Liguria e di tutta l’Italia. Nel ricordo di chi non c’è, rendiamo onore alla reazione straordinaria di una città, di una Regione, di un Paese che, all’indomani della tragedia, seppero unirsi per ricostruire in tempi record un’opera sicura e moderna, superando divisioni, ostacoli e burocrazia. Un risultato che ha mostrato la forza dei genovesi e dei liguri, la determinazione di tutta la nazione, l’eccellenza del nostro ingegno e la capacità di rialzarsi. È questa l’Italia dei Sì: quella che sceglie di guardare avanti e trasformare il dolore in futuro». Dello stesso avviso il presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Il mio pensiero va alle famiglie delle vittime e a tutta Genova, che ha saputo reagire con coraggio e dignità». Per il presidente del Senato Ignazio La Russa «Il ricordo resta tuttora forte, così come resta forte l’impegno a fare della memoria un fondamento di responsabilità».
«Jo Nesbø's Detective Hole» (Netflix)
Dopo il film con Michael Fassbender, il personaggio di Jo Nesbø arriva su Netflix con una serie che ne esplora fragilità e ossessioni. Basata su «La stella del diavolo», segue un’unica indagine tra i demoni personali del protagonista.
Harry Hole, al cinema, ha avuto il volto cupo di Michael Fassbender, i capelli ramati e un accenno di barba. Quando si è deciso di far delle sue gesta un film, si è scelto avesse le fattezze massicce dell'attore, così simile a quelle immaginate da Jo Nesbø. Poi, però, ci si è fermati. Harry Hole non ha avuto seguiti né adattamenti ulteriori. Eppure, Nesbø ha continuato a scrivere. E tanto ha prodotto da aver - finalmente - convinto una piattaforma a fare del suo detective il centro di una serie crime.
Jo Nesbø's Detective Hole, disponibile su Netflix da giovedì 26 marzo, prova a mettere insieme tutti i romanzi dello scrittore norvegese, costruendo su quel suo investigatore una narrazione capace di ricostruirne la complessità.Harry Hole, non più interpretato da Fassbender ma da Tobias Santelmann, è la copia carbone di quello che tanti detective prima di lui sono stati. Un genio preda di fantasmi e tormenti, l'intuitivo fuori scala inversamente proporzionale all'abilità di intessere relazioni umane soddisfacenti. Hole, pur noto ad Oslo come il più talentuoso fra gli investigatori, è vittima di una depressione cronica che, negli anni, lo ha indotto a sviluppare una forma altrettanto cronica di alcolismo. Beve fino a perdere conoscenza, Jim Beam, whiskey per lo più.
Eppure, il vizio non ha mai intaccato le sue capacità deduttive. Si è preso altro: il privato, le relazioni di Hole, monche e lacunose. Il detective, pur temuto e rispettato, ha amato una sola donna, senza riuscire a tenersela accanto. Rachel, un tempo amore, si è trasformata in tormento: tossica quanto e più del whiskey. Harry Hole non è mai riuscito a dirle addio. Rachel è sempre tornata, ondivaga e insicura. E con lei, puntuali, si sono fatti avanti i demoni. Gli stessi che l'investigatore sta goffamente cercando di combattere quando il candore di Oslo, sua città natale, si tinge di rosso. Una ragazza è stata trovata morta nel proprio appartamento, un dito le è stato reciso e, dietro una palpebra, il killer si è premurato di lasciarle un piccolo diamante a forma di stella. Una firma, un indizio, un peccato di vanità che, nella letteratura, ha dato il titolo ad uno dei romanzi di Nesbø.
Benché la serie Netflix ambisca ad essere un compendio di quanto prodotto dallo scrittore, Jo Nesbø's Detective Hole è basata per lo più su uno dei suoi tanti romanzi, il quinto, La stella del diavolo. Così ha voluto Nesbø, che per Netflix ha curato parte della sceneggiatura. Lo show, dunque, si trova a riavvolgere il filo per raccontare, intimamente, chi sia quest'uomo complesso. Poi, però, entra nel merito di un suo solo caso, un solo serial killer e una sola indagine, condotta - come da libro - insieme all'odiato e corretto collega Tom Waaler.
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Ford introduce le versioni BlueCruise Edition su Kuga e Puma, portando la guida assistita di livello 2 su modelli più diffusi. Il sistema è utilizzabile su oltre 135.000 chilometri di strade europee ed è incluso senza abbonamento.
Ford accelera sulla democratizzazione della guida assistita e introduce le nuove BlueCruise Edition su due dei modelli più apprezzati della gamma europea, Kuga e Puma. Le nuove versioni rappresentano un passo concreto verso una mobilità sempre più tecnologica e accessibile, portando su larga scala il sistema di assistenza alla guida di livello 2 che consente la modalità «mani libere, occhi puntati sulla strada».
Dopo il debutto europeo su Mustang Mach-E, primo sistema di questo tipo a ottenere l’approvazione normativa nel continente, BlueCruise amplia ora il proprio raggio d’azione. L’obiettivo è chiaro: offrire un’esperienza di guida più rilassata e sicura anche a un pubblico più ampio, andando oltre il segmento premium e integrandosi su modelli ad alta diffusione.
Le nuove Kuga e Puma BlueCruise Edition nascono infatti con una vocazione precisa: ridurre lo stress nei lunghi viaggi, soprattutto in autostrada. Grazie al Co-Pilot Pack di serie, il sistema consente la guida a mani libere su oltre 135.000 chilometri di arterie europee, le cosiddette «Blue Zones», distribuite in 16 Paesi. Un’estensione significativa che rende la tecnologia concretamente utilizzabile nella quotidianità.
Uno degli elementi più rilevanti dell’offerta è l’assenza di abbonamenti: BlueCruise è incluso senza costi aggiuntivi, insieme alla navigazione connessa basata su cloud, che fornisce aggiornamenti sul traffico in tempo reale e suggerisce percorsi ottimizzati. Una scelta strategica che punta a semplificare l’esperienza d’uso e a rafforzare il valore percepito del prodotto.
Non manca un’attenzione particolare al design. Le BlueCruise Edition si distinguono per dettagli esclusivi, a partire dalla livrea Vapor Blue abbinata al tetto a contrasto nero e agli specchietti coordinati. Completano il look i cerchi in lega dedicati, da 18 pollici su Puma e da 19 su Kuga. All’interno, l’ambiente si caratterizza per finiture Nordic Blue e inserti dei sedili lavorati, che conferiscono un tocco distintivo senza rinunciare alla sobrietà.
Ampia anche la gamma di motorizzazioni. Kuga è proposta in versione full hybrid e plug-in hybrid, mentre Puma affianca alle unità EcoBoost hybrid con cambio automatico anche la nuova declinazione completamente elettrica Gen-E. Una varietà che riflette la strategia multienergia del costruttore, orientata a soddisfare esigenze diverse in termini di utilizzo e sostenibilità.
Con le BlueCruise Edition, Ford compie dunque un passo deciso verso la diffusione capillare della guida assistita avanzata. Non si tratta solo di un’evoluzione tecnologica, ma di un cambio di paradigma: la comodità e il supporto alla guida diventano elementi centrali dell’esperienza automobilistica, accessibili a un pubblico sempre più vasto.
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Ansa
La parabola di Plotino si rispecchia nel bacino Mediterraneo, è l’erede di quei mondi antichi, il maestro di quel passaggio e il crocevia del pensiero, dal Medio Oriente a Roma. Dopo di lui verrà Sant’Agostino, con la Patristica. Nel suo tempo cresce la Gnosi e si diffonde il Manicheismo. A lui si deve il platonismo a Roma, con una scuola frequentata anche dai politici e dalle donne. A lui si deve il grande sogno della città governata dai filosofi, Platonopoli, che sarebbe sorta a due passi da Napoli. A lui si deve il primo, grande pensiero che supera il dualismo, con la teoria dell’emanazione e la nostalgia del Ritorno: l’Uno emana il mondo, come i raggi del sole, e le anime avvertono il conato di tornare alle origini. In Plotino la vita come il pensiero sono percorsi dalla nostalgia dell’origine. Emanazione e Ritorno sono il respiro del mondo, L’Uno espira e dà fiato al mondo, il mondo inspira e torna all’Uno. A lui si deve la prima grande filosofia della bellezza che dal corpo scorre verso l’anima e dall’anima risale a Dio.
Il suo pensiero fecondò la dottrina cristiana e il pensiero arabo, soffiò nel platonismo medioevale e nell’alchimia, poi nell’Umanesimo e nel Rinascimento, l’idealismo e il romanticismo, da Marsilio Ficino a Pico della Mirandola fino a Schelling, e poi a raggiungere nel Novecento personalità eminenti di ambiti differenti come Jung e Florenskij, Yeats e Bergson, Hillmann e Hadot, Eliade e Sestov. Pure Leopardi s’innamorò di lui e a lui dedicò un dialogo, uno dei suoi pochi scritti in difesa della vita, quando Plotino riesce a dissuadere il suo allievo Porfirio, che sarà poi il suo biografo, dal desiderio di suicidarsi.
A lui si riferirono anche scrittori e poeti del secolo scorso: da Albert Camus, che scrisse la tesi di laurea su di lui a Ezra Pound che gli dedicò una poesia giovanile in A lume spento, fino a Borges che ne parlò agli esorti della sua Storia dell’eternità.
Sarebbe un esercizio curioso e intrigante rileggere alcune teorie di Plotino alla luce della tecno-scienza di oggi e della fisica quantica: il nesso tra microcosmo e macrocosmo, la connessione di ogni parte al tutto, la convinzione che ogni particella del cosmo, come una miniatura dell’universo, abbia in sé la totalità del mondo. Tutto ciò precorre su altri versanti le più recenti teorie della fisica, le particelle di Dio, le onde elettromagnetiche e gravitazionali, le vibrazioni cosmiche...
Per tutte queste ragioni, dopo tanti anni di passione per il pensiero di Plotino nel fatidico anno 2000, mi dedicai a lui, autore sommo nel mio pantheon personale. Lo scrissi in forma di autobiografia, in prima persona, riferendomi agli ultimi anni vissuti da Plotino nella campagna di Minturno, dove morì. Al testo letterario ho aggiunto un saggio su di lui e sul suo pensiero. Il testo è un bilancio della sua vita e del suo pensiero, attraverso i luoghi e i temi che li avevano scanditi. Gli impliciti modelli di scrittura erano Così parlò Zarathustra di Nietzsche e le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.
Dietro l’apparenza di una fictio, i dettagli storici e teorici combaciavano con la realtà storica e col suo pensiero, con le fonti, i nomi e i luoghi. Dalla sua nascita e poi la sua infanzia sulle rive del basso Nilo - nei pressi dell’odierna Asyut - alla sua prima maturità ad Alessandria d’Egitto dove fu iniziato alla filosofia, poi il suo soggiorno ad Antiochia e la sua partecipazione in Siria alla guerra con i persiani, dove rischiò di essere ucciso, nel suo tentativo di spingersi verso Oriente fino a vagheggiare la meta dell’India per conoscere i sapienti. Quindi il suo viaggio verso Roma, dove fondò la sua scuola frequentata anche da senatori e patrizi, che tenne per vent’anni, le sue commemorazioni di Platone, Socrate e Aristotele, il suo sogno di fondare una città ideale a sud di Roma, Platonopoli e di convincere all’impresa l’imperatore Gallieno; il suo dialogo con l’allievo Porfirio per dissuaderlo dal proposito di togliersi la vita, quindi il suo ritiro nella campagna di Minturno, infine la sua morte intorno ai 68 anni.
È solo una congettura, invece, l’incontro con Mani e con Origene il cristiano, suoi contemporanei; autentico è invece il suo incontro fatale con Ammonio Sacca che lo iniziò alla sapienza. L’amore per Gemina è invece un’amorosa illazione su una amicizia effettiva del filosofo con una donna e con sua figlia che aveva lo stesso nome della madre, assidue della sua scuola e appartenenti al ceto nobiliare romano. Plotino aveva ritrosia a parlare e a scrivere di sé. Si vergognava di avere un corpo, fermò il suo allievo Amerio che voleva farlo ritrarre dal pittore Carterio; aveva perfino pudore di mangiare in presenza d’altri. Coltivava la vita incorporea del corpo.
Nella copertina dell’autobiografia appare il ritratto che ne fece Raffaello nella Scuola d’Atene. Immaginai che quella presunta autobiografia Plotino l’avesse poi gettata nel fiume del tempo, inabissandola nelle acque del fiume Lyris, come facevano coloro che attraversavano il fiume e per ingraziarsi l’impervio corso fluviale gettavano una moneta nelle sue acque. La moneta gettata da Plotino per ingraziarsi gli dei era la sua vita raccolta in uno scritto «sacrificale». Quel fiume Liri, oggi noto nella sua parte terminale come Garigliano, si ricongiungeva in una geografia poetica - avrebbe detto Vico - al fiume Nilo delle sue origini, ai fiumi Ilisso e Celari di Socrate, dei suoi allievi e dei suoi dialoghi platonici, poi ai fiumi della sua maturità, il Tigri e l’Eufrate, crinali d’Oriente e Occidente, e infine al Tevere alle cui sponde Plotino rimase per oltre un ventennio. Il libro finisce nei fondali del fiume e si perde ogni sua traccia; e dunque quel che i lettori hanno tra le mani in realtà non può esistere. Vissi la scrittura di quel libro nella primavera del 2000 in uno stato di grazia, felice di scrivere e di vivere in compagnia di Plotino. Spero che altrettanta gioia possa scaturire nella lettura di questo libro in compagnia di quel maestro di luce e di bellezza. Plotino ci indica la via del ritorno all’Uno, alla Casa, all’Origine e la bellezza divina dell’Essere. Come scrive Porfirio nella Vita di Plotino: «Io mi sforzo di ricondurre il divino che è in me al divino che è nell’universo».
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Päivi Räsänen (Ansa)
Poi le indagini a carico della politica cristiana si sono allargate a un opuscolo parrocchiale risalente al 2004, scritto sempre dalla Räsänen intitolato Maschio e femmina li creò - le relazioni omosessuali sfidano il concetto cristiano di umanità. Per quel documento è finito sotto indagine anche il vescovo luterano Juhana Pohjola, in quanto responsabile della sua pubblicazione e della sua diffusione. L’opuscolo è diventato materia processuale dopo l’avvio delle indagini preliminari nel 2019, dato che la Räsänen - indagata anche per delle affermazioni fatte lo stesso anno in un dibattito radiofonico - ha continuato a condividerlo sulle proprie pagine internet e sui social media tra il 2019 e il 2020, quando, appunto, era già sotto inchiesta.
Conseguentemente, la dottoressa e nonna di 12 nipoti è andata a processo prima all’inizio del 2022 poi nuovamente nel 2023. Nel 2022, il tribunale distrettuale di Helsinki aveva assolto da tutte le accuse sia l’ex ministro sia il vescovo Pohjola; nel 2023, la Corte d’Appello aveva poi confermato l’assoluzione. Tuttavia la faccenda si era nuovamente riaperta nel 2024 con la Corte Suprema che, dopo il ricorso della Procura di Stato - ricorso che aveva evitato di impugnare solo la citata accusa sul dibattito radiofonico -, aveva accettato di riesaminare il caso. Per la precisione, il riesame del caso, su due delle tre accuse originarie, da parte della Corte risale all’ottobre 2025. Si è così arrivati al giudizio di ieri, che come si diceva è risultato duplice: in parte assolutorio, in parte di condanna. L’assoluzione ha riguardato il citato tweet del 2019, con la Corte Suprema che ha assolto l’ex ministro all’unanimità.
Diverso, purtroppo, è stato l’esito relativamente all’opuscolo che, con una decisione di scarto minimo - tre voti a favore contro due di segno opposto -, ha visto la magistratura nordica dichiarare la Räsänen colpevole di «incitamento all’odio». L’ex ministro è stata condannata con Pohjola per aver, attraverso l’opuscolo, «messo a disposizione di tutti e mantenuto disponibili opinioni che insultano gli omosessuali come gruppo sulla base del loro orientamento sessuale». Va tuttavia detto che la Corte, pur infliggendo una sanzione di 1.800 euro alla donna e al vescovo e di 5.000 alla Fondazione di Lutero che aveva pubblicato l’opuscolo sul suo sito - e pur ordinando la rimozione e distruzione delle dichiarazioni incriminate nel documento - ha riconosciuto che il testo non conteneva incitamenti alla violenza o minacce dirette, concludendo che la condotta non era «particolarmente grave» in termini di natura del reato.
Questo però non dà alcun sollievo alla parlamentare. «Sono scioccata e profondamente delusa dal fatto che la corte non abbia riconosciuto il mio diritto umano fondamentale alla libertà di espressione», ha dichiarato, aggiungendo: «Rimango fedele agli insegnamenti della mia fede cristiana e continuerò a difendere il mio diritto e quello di ogni persona di condividere le proprie convinzioni nella sfera pubblica». Proprio per continuare ad affermare le sue ragioni, Räsänen ha fatto sapere di voler dare ancora battaglia rispetto alla condanna inflittale: «Mi sto consultando con un legale per valutare un possibile ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo». «Non si tratta», ha concluso, «solo della mia libertà di espressione, ma di quella di ogni persona in Finlandia. Una sentenza favorevole contribuirebbe a impedire che altre persone innocenti subiscano la stessa sorte per il semplice fatto di aver espresso le proprie opinioni».
Parole non diverse son giunte dal team legale che assiste l’ex parlamentare, coordinato da Adf International. «La libertà di parola è un pilastro della democrazia. È giusto che la Corte abbia assolto Päivi Räsänen per il suo tweet del 2019 contenente un versetto biblico», ha dichiarato Paul Coleman, direttore esecutivo di Adf, secondo cui, «tuttavia, la condanna per un semplice opuscolo religioso pubblicato decenni fa è un esempio oltraggioso di censura di Stato». Indignato dalla condanna è pure Markku Ruotsila, docente di storia della Chiesa, che ha parlato di «giornata vergognosa. Per molti versi, i peggiori timori si sono avverati. In questo Paese, ora esistono parole chiaramente proibite e reati di pensiero». Siamo nel 2026 ma sembra il 1984. Quello di Orwell ovviamente.
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