Uber e taxi si alleano con l’aiutino del renziano De Giorgi. E Draghi ringrazia

Uber si accorda con buona parte dei tassisti italiani. Ed elimina una grana nel Dl concorrenza, al centro dello scontro fra le forze politiche e il premier Mario Draghi. Un risultato di tutto rispetto raggiunto grazie al meticoloso lavoro di tessitura del lobbista di Uber, Gabriele De Giorgi, già piddino doc, vicino a Matteo Renzi.
Anche ai tempi del blitz, poi fallito, dell’ex premier sulla liberalizzazione dei taxi e l’apertura al noleggio con conducente in stile Uber. «Dalle prime informazioni disponibili sembra si tratti di un accordo positivo, nel rispetto delle regole» ha raccontato a Verità & Affari Andrea Mascaretti, consigliere comunale a Milano per Fratelli d’Italia, particolarmente attento alle tematiche del trasporto. «Se funziona, spero venga ampliato risolvendo un nodo di cui si discute da tempo per un servizio, quello dei taxi, che è stato in prima linea anche durante la pandemia».
L'INTESA
Ma di che cosa si tratta esattamente? Secondo le prime indiscrezioni, Uber ha siglato un’intesa con le tre app iT Taxi, App Taxi e In Taxi. L’accordo prevede che Uber si trasformi in intermediario trasferendo i suoi sei milioni di clienti alle app dove poi il cliente potrà scegliere il tipo di servizio: noleggio con conducente oppure taxi tradizionale sulla base delle esigenze e del prezzo. In pratica, Uber avrà una percentuale sull’intermediazione attorno al 6%, ma non sarà più in diretta concorrenza con i tassisti con vetture proprie.
«La percentuale per l’intermediazione è peraltro molto bassa se confrontata con il settore alberghiero dove si parla di un 30-35%» fanno notare fonti vicine alla trattativa. Per Uber poi l’intesa comprime in maniera decisa tutti i costi di negoziazione territoriali con le cooperative italiane impegnate nel servizio taxi (circa 200) riportando il tutto nell’alveo di un accordo quadro. Non a caso fonti che hanno partecipato alla negoziazione hanno sottolineato che si tratta di una soluzione win-win.
Perchè se Uber può lucrare sull’intermediazione, i tassisti possono contare su una platea più ampia di potenziali clienti. E il governo di Draghi si ritrova con una rogna in meno nel dl concorrenza. Di cui però dovrà ringraziare un fedelissimo di Renzi.
PROGETTO PILOTA
L’Italia è peraltro il primo Paese del Vecchio continente in cui viene sperimentata questo tipo di intesa già rodata negli Stati Uniti. L’accordo sarà peraltro sin da subito operativo su tutto il territorio nazionale per un totale di circa 120 città. In prima linea naturalmente Roma (con la Cooperativa radiotaxi 3570) e Milano, dove It taxi è legata allo 02-6969. Ma c’è da scommettere che ben presto l’accordo si allargherà a macchia d’olio a tutti i 40mila tassisti italiani che faranno da apripista per i 150mila colleghi europei.
«Questa operazione consente a Uber di sfilarsi da una battaglia con i tassisti - suggerisce una fonte sindacale - Crea meno problemi al governo e dimostra come ci si può accordare nell’interesse comune senza che l’intervento della politica». Già perché finora si è parlato sostanzialmente di liberalizzazioni e indennizzi per le licenze dei taxi. Non di un’intesa che salvasse capri e cavoli. Che una soluzione analoga si possa trovare anche per i balneari? C’è da scommettere che Mario Draghi ci metterebbe la firma.
Monfalcone si trova a pochi chilometri dal confine italo-sloveno e per questo è una delle prime città di approdo dei migranti della rotta balcanica. Qui ci sono centinaia di sentieri che attraversano il Carso e che i clandestini percorrono per entrare illegalmente nel nostro Paese.
Gli immigrati che arrivano così a Monfalcone vengono identificati dalle forze dell’ordine e, se non hanno i documenti, compilano un’autocertificazione nella quale dichiarano la loro età. Se si dicono minorenni, vengono affidati al centro d’accoglienza per minori non accompagnati della città, il Timavo, gestito dalla coop Duemilauno. Per il programma Fuori dal coro di Mario Giordano, nella puntata di ieri sera su Rete 4, sono stata proprio nella struttura Timavo perché ho scoperto che per sei mesi tre immigrati pakistani si sono finti minorenni. Ali Touheed ha dichiarato di avere 17 anni, in realtà ne ha 30. Rizwan Hassan diceva di essere minore, ma ha 26 anni. E per finire, Ali Sajid ha 22 anni. I tre pakistani hanno nascosto i loro documenti per sei lunghi mesi, fino a quando sono andati alla questura di Gorizia per fare richiesta di protezione internazionale. In quel momento, le forze dell’ordine hanno scoperto la truffa: i tre sono ultramaggiorenni e non hanno diritto di stare nella comunità per minori non accompagnati. Insomma, fingendosi diciassettenni, i pakistani hanno ottenuto accoglienza immediata, ma al Comune di Monfalcone le loro bugie sono costate oltre 58.000 euro (ogni minore «costa» 108 euro al giorno, ndr).
Così sono andata nella comunità Timavo per chiedere spiegazioni. La prima educatrice che incontro mi confessa che questo trucchetto è molto diffuso fra gli immigrati che arrivano illegalmente in Italia e che «capita spesso» nei centri d’accoglienza. Ma mi invita a rimanere così da poter parlare con altri educatori. Dopo qualche minuto, senza presentarsi arrivano a passo spedito verso di me un uomo e una donna. Presumibilmente una educatrice e un mediatore culturale. «Come avete fatto a non accorgervi», gli chiedo, «che questi tre immigrati non erano minorenni? In sei mesi lo Stato vi ha dato 58.000 euro e sono soldi dei cittadini italiani». L’educatrice apre la porta, mi dice di uscire e mette le mani sulla telecamera per non farsi riprendere. E mentre io continuo a fare domande, gli animi dei due si scaldano. Il mediatore culturale mi spinge verso la porta, l’educatrice copre l’obiettivo della telecamera.
Riesco a divincolarmi e a riprendere tutta la scena. Poi gli faccio notare che per legge, se loro hanno dubbi circa l’età dei minori che ospitano, devono comunicarlo alle autorità competenti, in modo da rendere possibili le visite mediche che permettono di capire più precisamente quanti anni ha la persona. «Ma voi non lo avete fatto», preciso, «e avete preso i soldi». Sentendo queste parole, il mediatore culturale dà in escandescenze, mi mette le mani addosso e mi spinge fuori dal centro d’accoglienza.
Ma per capire se questa pratica di fingersi minori per aggirare la legge italiana è diffusa fra gli immigrati, sono andata in alcuni centri d’accoglienza per under 18 non accompagnati in provincia di Udine. In tutte le strutture in cui sono stata, ho detto di aver incontrato alcuni clandestini che mi hanno spiegato di essere minorenni, ma non in possesso di documenti. «Cosa devono fare?», chiedo. Grazie a una telecamera nascosta ho filmato tutte le risposte che ho ricevuto. Nel primo centro d’accoglienza, due educatori mi spiegano che i carabinieri identificano gli immigrati e «se si dichiarano minorenni, così vengono trattati». «Ci sono un sacco di leggi», continuano, «che tutelano i minori. E loro (i clandestini, ndr) lo sanno. Se dicono di avere 17 anni, i carabinieri lo scrivono e nessuno può rimandarli a casa». Allora domando: «Ma se non sono veramente minori, che succede? Gli fanno delle visite?». «Se loro dicono che sono minorenni, i carabinieri lo prendono per vero», rispondono, «non fanno le visite. I carabinieri non hanno tempo di fare indagini sull’età. Si dichiarano minori? Il giorno stesso sono accolti».
Incredula della facilità con la quale si può aggirare la legge, mi sposto in un’altra struttura per minori. Ma purtroppo anche questa educatrice mi conferma che «i migranti fanno questo giochetto di dichiararsi minori anche quando non lo sono». «Poi», continua, «dovrebbe essere la questura a fare i controlli in merito all’età, ma non lo fa perché costa troppo». Ma non solo. La donna mi spiega che quando gli immigrati entrano in Italia e sono maggiorenni che vogliono spacciarsi per minorenni, «o buttano i documenti o li nascondono» in modo tale da «poter dichiarare di avere 17 anni, questo è il sistema».
Cambio centro d’accoglienza, ma il registro - purtroppo - è sempre lo stesso. «Dichiararsi minorenni», sostiene l’educatrice, «significa avere tutto assicurato. Loro fanno conto, quando vengono qui, di risultare minorenni. Molti sono stati respinti in Francia, Spagna e Belgio e poi, fingendosi minori, entrano in Italia». E noi li accogliamo, sapendo che ci ingannano. Perché nessuno fa qualcosa?
L’acqua è l’Archè, ovvero il Principio. La sostanza da cui tutto trae origine, sosteneva il filosofo Talete. L’Alfa e l’Omega della vita. Il Fonte battesimale di Betania oggi è parte del Regno Hascemita di Giordania. Proprio lì Gesù di Nazareth ha voluto essere battezzato: «Nel punto più basso del pianeta ma il più vicino al Cielo». In una landa desolata lungo le rive del fiume Giordano, quel deserto dove lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, si posò al suolo.
Terra benedetta, un luogo che cattura l’anima.
Al-Maghtas - in arabo «immersione» - è la «Betania oltre il Giordano» narrata dai Vangeli.
Per secoli fu tappa del pellegrinaggio cristiano che si snoda da Gerusalemme lungo il fiume fino al monte Nebo. Una depressione poco distante dal Mar Morto che i geologi indicano come il posto più basso della Terra, 400 metri sotto il livello del mare.
Tuttavia solo negli anni Novanta il Fonte fu definitivamente identificato dagli archeologi - tra cui il francescano padre Michele Piccirillo - come il luogo dove Giovanni Il Battista visse e dove l’Uomo di Nazareth fu battezzato. In un’epoca in cui non esistevano confini e chiunque poteva passare liberamente da una riva all’altra.
La popolazione giordana è per il 97% musulmana ma il turismo religioso è considerato prioritario per l’economia del Paese. Chiese e moschee godono delle stesse agevolazioni fiscali. E proprio a Betania è stata recentemente consacrata la chiesa cattolica del Battesimo alla presenza dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, e del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme. Realizzata là dove c’era un campo minato, è in grado di accogliere fino a 1.200 pellegrini.
«Vogliamo costruire ponti di amicizia e di pace» afferma il direttore del Sito del Battesimo, l’armeno Rustom Mkhjian, che da vent’anni dedica ogni sua energia a questo luogo. «I cristiani sono una parte piccola ma essenziale della popolazione giordana. Il nostro è un Paese che vuol essere messaggero di armonia e di pace».
Il Regno Hashemita di Giordania, attualmente governato da Re Abdullah II, è oggi uno Stato sicuro dove la convivenza pacifica tra cristiani e musulmani è normalità. Un Paese stabile che ha imboccato senza tentennamenti la strada della modernità in una zona del mondo tutt’altro che tranquilla. «La Giordania è un paese sicuro e non è mai stato coinvolto nei conflitti regionali» spiega Abdelrazzaq Arabiyat, direttore generale del Jordan Tourism Board. «Ci teniamo a sottolinearlo con forza per rassicurare i visitatori italiani ed invitarli a visitare i siti del nostro patrimonio culturale».
Per cogliere concretamente le dimensioni di una convivenza finalmente possibile è interessante recarsi anche a As Salt, a Nord Ovest di Amman, dove c’è il sepolcro del biblico Giobbe. L’Unesco l’ha premiata «città della tolleranza e di ospitalità urbana». Arroccata su una collina è un arruffato mix di botteghe, locali e caffè dove si fuma ancora il narghilè e dove gli uomini trascorrono le ore giocando a «mancala» con delle strane pedine di legno. E le donne, al bazar, impastano il pane e lo cuociono davanti agli avventori.
E poi si parte alla ricerca della città perduta.
Petra è un altro luogo magico che è difficile descrivere a parole. Per la seconda volta dopo Betania l’emozione toglie il fiato.
Ignoto invece è il motivo per cui poi la città un certo momento fu completamente dimenticata e nessuno ne sentì più parlare. Fino al 1812, quando un esploratore svizzero, Johann Ludwig Burckhard, pare travestito da arabo errante, vi si fece condurre.
Oltre il palazzo de il Tesoro si cammina tra centinaia di tombe scavate nella roccia rossastra, bassorilievi, templi, colonnati, i resti di una chiesa bizantina ed un grande teatro romano capace di accogliere 7.000 persone.
Ma la Giordania è soprattutto deserto, un affascinante, arido mondo di pietra rossa che già Lawrence d’Arabia descrisse e che oggi offre al turista campi tendati ben mimetizzati nel paesaggio. Al Wadi Rum Bubble Luxotel si dorme all’interno di «bolle» ad aria compressa con il soffitto trasparente. Mentre le stelle stanno a guardare. Info: www.visitjordan.com; www.jordanpass.jo.













