Oltre 3.000 agricoltori si sono riuniti all’evento di Coldiretti al Parco della Musica, per un confronto sugli impegni europei e sulle sfide da affrontare. L’associazione di categoria denuncia gli aspetti che penalizzano i produttori italiani: «C’è un problema di concorrenza sleale quando non c’è la tracciabilità, quando si siglano accordi di libero scambio che non prevedono le stesse regole» ha dichiarato Ettore Prandini, presidente di Coldiretti.
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Francesco Buzzella: «L’anno scorso in Europa hanno chiuso impianti che fruttavano 11 milioni di tonnellate. Che oggi compriamo per lo più dall’Asia». Emanuele Orsini batte cassa in Ue: «Servono gli eurobond per sostenere l’industria».
Ci hanno messo solo 25 anni, ma finalmente anche gli industriali della chimica si sono accorti che la Cina non è un simpatico panda ma un drago con le fauci spalancate. Il rischio si chiama desertificazione produttiva. Ora che le importazioni dalla Cina sono passate dal 6 al 17% - con un incremento del 183% - e che la produzione interna scende dell’1,5% dopo quattro anni di discesa continua, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha lanciato l’allarme: «Servono gli eurobond per mettere al centro l’industria». Per la lobby degli industriali il primo problema è sempre quello di ottenere sussidi e contributi. All’assemblea di Federchimica al Teatro Lirico di Milano, si sono sentiti accenti molto preoccupati. Anche in quello che rappresenta il fiore all’occhiello dell’industria nazionale (come dimenticare il primo brevetto della plastica o Raul Gardini come profeta della bio-chimica) si sono accorti, seppure con qualche decennio di ritardo, che la globalizzazione non era un pranzo di gala e che la Ue sulla transizione green non ha capito nulla.
Il presidente di Federchimica, Francesco Buzzella, ha presentato il conto: «Solo l’anno scorso in Europa hanno chiuso impianti che producevano 11 milioni di tonnellate. Tutti prodotti che ora importiamo prevalentemente dall’Asia e dalla Cina. Pechino opera in un contesto di asimmetria competitiva: dal 2021 ai primi otto mesi del 2025 la quota cinese sull’import italiano di chimica è passata dal 6 al 17%». Tradotto: ci hanno colonizzato il mercato mentre la Ue discuteva degli imballaggi biodegradabili. Buzzella non si limita a lanciare l’allarme: «In meno di 25 anni dal suo ingresso nel Wto, la Cina è diventata la seconda superpotenza economica, industriale e commerciale del mondo. Tra concorrenza sleale, protezionismo e sovracapacità produttiva sta contribuendo a desertificare interi settori industriali della Ue e non solo». Come se fosse una sorpresa.
Intanto la chimica italiana si sta sciogliendo come una pastiglia nell’acqua: -11% di produzione dal 2021 al 2024, e un altro -1,5% in arrivo per il 2025. Quattro anni consecutivi di calo per un settore che vale 65 miliardi di fatturato, con oltre 2.800 imprese e 113.000 addetti. «Per evitare la desertificazione industriale bisogna intervenire presto», implora Buzzella. E come? Con più investimenti, ovviamente. Meglio se con il sostegno di stato considerato che «solo il 30% delle imprese ha pianificato investimenti significativi in Italia nei prossimi anni». In pratica: ci lamentiamo del deserto, ma nessuno vuole piantare alberi. A rincarare la dose ci pensa Emanuele Orsini, che come sempre chiede aiuto: «L’Europa dovrebbe fare una cosa semplice, degli eurobond per rimettere al centro l’industria». Visto che con Giorgetti non riesce, almeno per il momento, a spuntarla, chiede soldi a Bruxelles. Nel frattempo bisogna chiudere la guerra commerciale: «Gli Stati Uniti hanno una capacità di spesa che altri mercati non hanno. Dobbiamo continuare a puntare sugli Usa, perché mercati più piccoli come il Mercosur non hanno la stessa capacità». Tradotto: non molliamo Washington, che almeno compra ancora. Ma Orsini non si ferma e almeno su una cosa ha ragione: «Il green deal non ha portato alcun beneficio. Bisogna fare un saldo tra effetti e benefici e tirare una linea. Al centro deve essere messa la neutralità tecnologica». E giù la stoccata: «Abbiamo abbassato le emissioni per avere la Cina che ha aperto 100 centrali a carbone per darci le auto elettriche che noi non riusciamo a ricaricare perché l’energia costa troppo?». Un applauso spontaneo, forse per disperazione più che per convinzione.
Sul fronte politico, Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente, si lancia in qualche promessa: «L’energy release è un meccanismo per andare incontro alle imprese fortemente energivore. All’inizio l’Europa ci ha sollevato dei dubbi, ora è diventata una best practice. Ma dobbiamo fare qualcosa di più forte per una massa più consistente di imprese». Non chiede eurobond, ma un po’ di realismo. Poi tocca a Tommaso Foti, ministro per gli Affari Europei, pronunciare la requisitoria contro Bruxelles: «Il green deal non è stato un errore ma un accidente ideologico voluto per deindustrializzare l’Europa. Bisogna smontarlo per evitare un suicidio annunciato». Insomma, un funerale con orazione politica. Morale: dopo anni di illusioni sulla «transizione verde», scopriamo che ci siamo consegnati alla Cina, che produce energia con il carbone, e ci rivende pure le batterie e i pannelli che avevamo sognato di fabbricare in casa. Gli industriali adesso gridano al pericolo, ma sono gli stessi che, fino a ieri, firmavano memorandum d’intesa con Pechino sorridendo davanti ai dragoni. E ora chiedono soldi all’Europa. Magari in yuan.
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(Totaleu)
«Strumentalizzazione da parte dei giornali». Lo ha dichiarato l'europarlamentare del Carroccio durante un'intervista a margine della sessione plenaria al Parlamento europeo di Strasburgo.
Il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida (Ansa)
Oggi a Vercelli il ministro raduna i produttori europei. Obiettivo: contrastare gli accordi commerciali dell’Ue, che col Mercosur spalancano il continente a prodotti di basso valore provenienti da Oriente e Sud America: «Difendiamo qualità e mercato».
«Non basta la leadership produttiva, serve anche quella politica e partiamo da Risò, il primo festival internazionale che porta a Vercelli buyers da tutto il mondo e i migliori operatori, per lanciare un’alleanza tra i Paesi risicoli europei a difesa della qualità e del mercato»: parole di Francesco Lollobrigida. Per la prima volta si mette insieme il riso come economia, il riso come gioiello enogastronomico, il riso come civiltà rurale ma anche come ricerca per dare forza al protagonismo produttivo dell’Italia. Siamo il primo produttore del miglior japonica (il riso a chicco grosso), ma dobbiamo batterci ad armi impari, per colpa dell’Ue, contro i produttori di indica (è il riso a chicco lungo, inadatto per esempio ai risotti, ma anche al sushi) che arriva da Oriente dove si coltiva tenendo i contadini in semischiavitù e senza alcun rispetto per l’ambiente.
Risò apre oggi e prosegue fino a domenica con una serie di declinazioni che vanno dall’assaggio alla Borsa fino ai seminari sulla ricerca. A tenere insieme tutto, la volontà del ministro per la Sovranità alimentare di sfruttare l’alleanza europea per contrastare le fughe in avanti dell’Ue col Mercosur - che resta, per quel che riguarda l’Italia, un «sorvegliato» speciale - con gli accordi bilaterali a dazi quasi zero con Paesi come Vietnam, Birmania, Cambogia che ci invadono con prodotti di scarsa qualità e a prezzi insostenibili per i nostri risicoltori.
«Per contrastare questa situazione», spiega Lollobrigida, «offriamo agli altri Paesi produttori europei lo schema Italia che ruota attorno all’Ente risi, un’istituzione che non ha pari in Europa, che promuove la ricerca agronomica e scientifica, monitora il mercato e fa da volano per le imprese. Se mettiamo insieme il nostro riso - l’Italia fa il 58% della produzione europea - con la Spagna (27%), il Portogallo e la Grecia (7% ciascuno) con i Paesi balcanici e li “leghiamo” con un’attività simile a quella dell’Ente risi, abbiamo l’opportunità di contrastare sia il dumping che ci viene da Oriente, sia le quantità che arriveranno dal Sud America affermando tre principi per noi inderogabili anche in rapporto al Mercosur: stessi standard produttivi, stessi obblighi sociali, stessa garanzia di salubrità».
A conferma che questa fermezza c’è di tutto il governo: ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha detto: «Per il Mercosur continueremo a vigilare sulle misure che riguardano l’agricoltura da cui dipenderà il nostro giudizio finale». L’Italia produce circa 1,5 milioni di tonnellate di riso, valgono un miliardo e mezzo di euro all’anno, di cui quasi la metà vengono esportate. Gli ettari coltivati sono 226.000 concentrati tra Vercelli, Novara e Pavia, ma con risi di qualità nel Veronese, lungo il Delta del Po, in Toscana, in Sardegna, nella piana di Catania, nelle pianure delle Marche. È anche un gioiello gastronomico che racconta la biodiversità in campagna e a tavola: si va dal riso giallo meneghino, al sartù napoletano, dai frascarelli marchigiani, al riso alla pilota mantovano, dalla Panissa vercellese all’arancino catanese. Di tutto questo si assaggia a Risò. Ma senza i coltivatori non si va da nessuna parte. La Coldiretti da Vercelli dice, col presidente Ettore Prandini: «I dazi agevolati concessi a Vietnam, Cambogia e Birmania hanno fatto quintuplicare le importazioni mettendo in ginocchio i produttori italiani e dimostrando i rischi legati alle agevolazioni concesse senza far valere il principio di reciprocità».
A sostenere questa posizione ci sono il presidente di Coldiretti Piemonte, Cristina Brizzolari (produce riso di altissima qualità con l’etichetta Riso Buono) e l’ad di Filiera Italia, Luigi Scordamaglia. E mettono in evidenza: «Il Mercosur prevede l’ingresso progressivo di riso a dazio zero fino a 60 milioni di chili. L’Europa apre il mercato italiano al primo Paese produttore non asiatico con un potenziale di oltre 10 miliardi di chili di riso. Anche qui il vero nodo della questione è la mancanza di reciprocità». Codiretti indica che il 60% del riso che entra in Italia beneficia di tariffe agevolate e gli arrivi dai Paesi asiatici sono passati dai poco più di 9 milioni di chili di sedici anni fa ai quasi 50 milioni attuali. Per questo - sostengono tanto Prandini quanto Vincenzo Gesmundo, segretario generale di Coldiretti, «L’introduzione di una clausola di salvaguardia automatica al superamento delle soglie d’importazione resta uno strumento essenziale per riequilibrare la concorrenza, garantire reddito ai produttori e difendere il riso italiano».
Il tema, lo conferma Lollobrigida, è far sì che l’Ue mantenga ciò che Ursula von der Leyen, nel discorso sullo stato dell’Unione, ha affermato. Sostiene il ministro: «Von der Leyen ha detto tutto ciò che l’Italia dice da tempo: gli agricoltori non sono solo operatori economici, ma custodi del territorio; non possono subire la concorrenza sleale da chi non rispetta i nostri standard ambientali e sociali; non devono essere sotterrati dalle scartoffie, ma sono meritevoli di fiducia. Ora vediamo i fatti». Ma Coldiretti non è convinta: «Le belle affermazioni della Von der Leyen si scontrano impietosamente con la realtà dalle sua Commissione che colpisce duramente il settore agricolo, dal taglio del 20% dei fondi Pac alla stipula di accordi come il Mercosur senza far valere il principio di reciprocità».
Magari con un risotto fatto col Carnaroli (quest’anno si festeggiano gli ottanta anni dalla creazione di questo ibrido straordinario) anche la baronessa può trovare la forza di passare dalle parole ai fatti.
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(Getty Images)
L'unità di calcolo sul cloud di Amazon ha comunicato martedì che offrirà gratuitamente la potenza dei suoi computer a tutti i ricercatori, in particolare a quelli interessati ad impiegare i suoi chip personalizzati per l'intelligenza artificiale.
L'iniziativa va letta nell'ottica del tentativo di contrastare la popolarità del costruttore di chip per l'IA Nvidia, suo principale competitor.
Amazon Web Service (AWS) mette a disposizione i sui cloud data center, valutati 110 milioni di dollari, a quei ricercatori che desiderano provare Trainium, il chip impiegato per sviluppare modelli di intelligenza artificiale.
Analoga iniziativa è stata lanciata da Advanced Micro Device (AMD) e da Alphabet, che hanno aperto, ciascuna separatamente, una nuova divisione per il calcolo sul cloud.
AWS ha riferito che al programma parteciperanno anche i ricercatori dell'Università Carnegie Mellon e quelli dell'Università californiana di Barkley.
La società prevede di mettere a disposizione del programma 40.000 chip di prima generazione Trainium.
Il progetto arriva nel momento in cui AWS, la principale società di calcolo sul cloud in termini di vendite, ha ingaggiato una dura sfida con Microsoft, che ha deciso di confrontarsi nello stesso mercato mentre i suoi sviluppatori di software cercano di sfruttare nuovi modelli di chip per l'IA.
Per programmare i chip di Nvidia molti sviluppatori di IA, anziché scrivere linee di codice direttamente sul semiconduttore, impiegano quello che chiamano Cuda, il software di punta di Nvidia. Si tratta di un ambiente di sviluppo software attraverso il quale si possono ottenere applicazioni in grado di svolgere calcolo parallelo sui processori per creare immagini (GPU) e sulle schede video Nvida.
AWS prevede invece di pubblicare la documentazione sulla parte più importante del suo chip, la cosiddetta architettura del set di istruzioni, e lasciare che i clienti programmino direttamente sul chip.
Quest'approccio intenderebbe attirare una nuova clientela interessata ad apportare modifiche, che potrebbe sommarsi agli ingenti guadagni che si ottengono offrendo sul mercato una potenza di calcolo di decine di migliaia di chip alla volta.
Il cliente tipo di AWS è quello che magari è agli inizi della sua attività, e che intende aumentare enormemente le prestazioni di calcolo, riducendo i costi.
L'andamento crescente del valore delle azioni di Alphabet, la società di riferimento di Google Cloud, in particolare nel terzo trimestre, sono di buon auspicio per i principali operatori di mercato, Microsoft e Amazon, evidenziando come il business della potenza di calcolo assistita dall'IA sia in continua crescita.
Il titolo di Alphabet è infatti cresciuto del 5.5% dopo che Google Cloud ha fatto registrare un aumento dei ricavi del 35%, contro un 29% atteso.
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