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2019-12-27
L'Inps ha un buco di 5,5 miliardi. Tridico si aumenta lo stipendio
Ansa
Nei giorni scorsi il presidente dell'Inps Pasquale Tridico ha lucidato uno dei suoi argomenti più amati, il reddito di cittadinanza come strumento di lotta alla povertà. «Ha avuto un impatto molto forte sulla povertà e ha provocato una riduzione della disuguaglianza». Su Panorama, intervistato dal nostro Luca Telese, aveva difeso il provvedimento, raccontando di essere figlio dello stato sociale, un miracolato degli aiuti pubblici alle famiglie disagiate. Senza quel sostegno, aveva detto, ci sarebbe stato sicuramente «un altro Tridico» che «forse non si sarebbe diplomato, sicuramente non si sarebbe laureato». Ma adesso Tridico è presidente dell'Inps e può contare su 103.000 euro lordi all'anno che diventano 125.000 con gli oneri riflessi, ovvero i contributi a carico del datore di lavoro. Insomma la battaglia per sconfiggere la sua povertà l'ha vinta. Ma dentro all'Inps diversi dirigenti raccontano che la scalata non è finita. E che con l'insediamento del consiglio d'amministrazione (sono stati designati in quota Pd e M5s Luisa Gnecchi, Roberto Lancellotti, Rosario De Luca e Patrizia Tullini) anche il suo stipendio subirà un lauto ritocco. A quel che risulta al nostro giornale, la «promozione reddituale» sarebbe già stata proposta, dal dg Gabriella Di Michele, appena scampata a una indagine interna sulla ristrutturazione della sua casa, in una lettera inviata ai ministeri vigilanti con le indicazioni dei compensi anche per i nuovi consiglieri di amministrazione in attesa dei relativi decreti interministeriali (Lavoro ed Economia) che fisseranno l'entità delle «buste paga». Si sussurra che il nostro potrebbe accontentarsi di 160.000 euro, molto meno del tetto di 240.000 euro previsto per i manager pubblici, ma molto di più degli attuali 100.000 e rotti. Un aumento del 60% che non è da tutti. Ma c'è chi, dentro all'ente previdenziale, non esclude un emolumento che sfondi la soglia dei 200.000 euro. E, a proposito di aumenti, nel bilancio 2020 i costi per i compensi fissi ai componenti del consiglio di indirizzo e vigilanza, delle gestioni dei coltivatori diretti, mezzadri e coloni, degli artigiani e degli esercenti attività commerciale e relativi oneri previdenziali e assistenziali in appena dodici mesi sono lievitati del 127% passando da 409.500 euro del 2019 ai 931.500 del 2020 con un incremento secco di 522.000 euro per la reintroduzione del Cda. Infatti otteniamo la cifra sopra citata sommando ai precedenti 409.000 euro, i 450.000 euro citati da una lettera del ministero del Lavoro del 14 giugno scorso, quale indicazione minima per i costi del nuovo organo di gestione, e i 72.000 euro di oneri riflessi calcolati con l'applicazione dell'aliquota del 16%. Per recuperare questo mezzo milione di euro in più, i vertici dell'Inps hanno sforbiciato per equivalente il capitolo di bilancio relativo a «manutenzione e noleggio impianti, macchine e apparecchiature sanitarie» e quello per «spese postali, telegrafiche e telefoniche degli uffici». Di fatto disattendendo la buona prassi dei tagli strutturali, che eliminano definitivamente i costi, per adottare semplici «sostituzioni» di voci di uscite che non incidono sulla quantità di denaro pubblico effettivamente speso. Intervento di cui, invece, l'Inps avrebbe urgente bisogno.
I 522.000 euro, oltre che per il Cda, serviranno - secondo quel che La Verità ha potuto ricostruire - anche a finanziare l'aumento di stipendio per Tridico tant'è che, c'è scritto nel documento contabile, tale cifra dev'essere considerata in aggiunta alla somma «già prevista in bilancio quale compenso per il presidente dell'Istituto». Nello schema di bilancio troviamo inoltre una pingue riserva di denaro destinata ai rimborsi spesa per il presidente (80.000 euro) e per il Cda (altri 316.000 euro), e anche per il collegio sindacale e il magistrato della Corte dei conti (16.000 euro). Collegio sindacale che in bilancio può contare su uno stanziamento di 2,4 milioni di euro di compensi per il solo 2020.
Ma a pesare sulle casse dell'Inps non ci sono solo gli stipendi del presidente dell'Inps e del direttore generale. Nella lettera di diffida (il cui contenuto è approfondito nell'artico sotto) inviata da sei dirigenti di prima fascia per fermare la riorganizzazione del ticket Tridico-Gabriella Di Michele si legge di ulteriori costi. Infatti i dirigenti di prima fascia in pianta organica sono passati da 40 a 43, «con un effettivo maggiore esborso per l'Inps di oltre mezzo milione di euro». Infatti sono arrivati un nuovo dirigente di prima fascia (costo circa 300.000 euro) e tre sono stati promossi dalla seconda fascia. A tale importo andrebbe aggiunto «il maggior costo (..) per le spese che l'ente deve sostenere, per anni, a titolo di indennità di prima sistemazione e di rimborsi spese per l'abitazione, dipendenti dagli spostamenti sul territorio conseguenti al conferimento di diversi incarichi dirigenziali generali». Ma nel caso dell'Inps riorganizzazione non fa rima con razionalizzazione. Per esempio l'ente tornerà a sborsare centinaia di migliaia di euro in affitti di casa e indennità, mentre la precedente amministrazione aveva cercato di tagliare queste uscite. Infatti i casi di rotazione sono numerosi, ben 25. Per esempio un dirigente andrà da Roma a Napoli, mentre due suoi colleghi si muoveranno sulla stessa direttrice, ma in direzione opposta. Peccato che chi è finito nella Capitale volesse restare a Napoli e chi è stato trasferito sotto il Vesuvio avesse chiesto di rimanere sotto il Colosseo. Colmo dei colmi: un dirigente che aveva indicato come mete gradite Napoli e Bari andrà a sostituire a Roma un collega che invece è stato mandato a Bari contro la sua volontà. Ma la rotazione ha scontentato molti altri manager, che hanno visto la propria vita sconvolta dalle scelte di presidente e dg. Con il sorprendente risultato che l'Inps pagherà di più per avere dirigenti depressi.
Diffida dei dirigenti trasferiti al presidente
Dure accuse contro l'Inps, che avrebbe messo in atto uno «spoils system» che somiglierebbe pericolosamente a una «purga». Un'operazione che sarebbe stata realizzata dai vertici contro un gruppo di dirigenti di prima fascia accusati di non essere allineati al pensiero dominante. E che per questo sarebbero stati silurati con 12 mesi di anticipo sulla scadenza dell'incarico quadriennale con l'escamotage della riorganizzazione. È un formidabile atto d'accusa nei confronti del presidente Pasquale Tridico e della direttrice generale Gabriella Di Michele la diffida che l'avvocato Iolanda Piccinini, ordinario di diritto del lavoro alla Lumsa di Roma, ha inviato nei giorni scorsi ai vertici dell'istituto oltre che al collegio dei sindaci, al magistrato della Corte dei conti delegato al controllo, al presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza e, per conoscenza, alla commissione bicamerale di Controllo sull'attività degli enti di previdenza, al vicepresidente della commissione Lavoro del Senato e, ancora, alla direzione generale per le politiche previdenziali del ministero del Lavoro.
Diciannove pagine che il nostro giornale ha potuto leggere e che demoliscono il riordino dei piani alti dell'istituto di previdenza. Illegittimo, c'è scritto nella diffida, perché messo in atto da un presidente che, da almeno sette mesi, non ha più i poteri del commissario straordinario e che, pertanto, doveva concordare ogni mossa con il futuro cda, con i sindacati e con i dirigenti competenti per materia e convalidare il piano con un apposito nuovo regolamento. Una riorganizzazione peraltro che sarebbe assai limitata, e dunque secondo l'avvocato sospetta, considerato che ha riguardato appena 366 posizioni su una platea di 30.000 dipendenti (in pratica l'1%) e che non avrebbe in alcun modo modificato la struttura del territorio così come molte direzioni centrali (pensioni, entrate, pianificazione e controllo di gestione, e bilancio).
I sei dirigenti disarcionati parlano di uno «spoils system mascherato» per «poter adeguare l'assetto amministrativo al nuovo vertice politico pentastellato» che integrerebbe l'accusa di «frode alla legge».
La diffida, per ora, dovrebbe servire a convincere presidente e dg a revocare in autotutela i provvedimenti di trasferimento ma tutto lascia presagire che la storia potrebbe approdare davanti alle magistrature penale, contabile e del lavoro se la situazione non si sbloccasse. I dirigenti di prima fascia lamentano un atteggiamento discriminatorio nei loro confronti solo perché appartenenti alla vecchia governance o per aver espresso legittime critiche alla dg o perché sospettati di aver fornito informazioni ai giornali per la pubblicazione di articoli sulle critiche condizioni dell'Inps. La realtà, secondo la lettera dell'avvocato, potrebbe essere addirittura molto più semplice: i dirigenti sarebbero stati sacrificati per liberare poltrone importanti. E così i sei super manager si sarebbero ritrovati defenestrati.
Vincenzo Damato è passato dalla direzione centrale riorganizzazione e sistemi informativi al coordinamento della città metropolitana di Napoli. Fabio Vitale, già direttore tutore regionale del Lazio (scoprì un'evasione contributiva dell'Enel ai danni dell'Inps per milioni di euro), è stato invece inviato nelle Marche Giovanni Di Monde, ex direttore della direzione centrale risorse umane a Roma, adesso invece si trova in Lombardia. Dalla Capitale è andato via - destinazione Puglia - anche Giulio Blandamura, ex direttore della direzione centrale pianificazione e controllo di gestione. Giuliano Quattrone, ex direttore della Lombardia, è stato invece spostato alla direzione servizi al territorio a Roma, e - infine - Alessandro Tombolini è passato da direttore regionale delle Marche a direttore generale in Sardegna.
Tutti o quasi hanno dovuto preparare le valigie con appena 72 ore di anticipo, malgrado situazioni personali e familiari critiche con figli minori e addirittura, in un caso, con una precaria condizione abitativa dovuta all'incendio e alla distruzione del proprio appartamento.
Profondo rosso all’Inps: buco da 5,5 miliardi
Il 2019 è quasi finito e il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, ha già firmato il bilancio previsionale per il 2020. Manca il visto del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell'istituto, ma La Verità è in grado di anticipare che per il prossimo anno il buco previsto si aggira sui 5,5 miliardi di euro. La gestione finanziaria calcolata per cassa dovrebbe chiudere il 2020 con un differenziale negativo di 5,53 miliardi, per l'esattezza. Un conto frutto della sottrazione tra le riscossioni complessive (430,6 miliardi) e le uscite (436,1). Il fabbisogno di cassa, come ogni anno, è in parte coperto dell'anticipo dello Stato girato a mo' di prestito.
Lo squilibrio ha effetti sul conto patrimoniale che, a sua volta, riporta un dato con un grosso segno meno. La differenza, in questo caso, tra il valore della produzione e il costo della produzione stessa è di 6,3 miliardi, euro più, euro meno. Bisogna dare atto che se le previsioni resteranno nell'alveo tracciato dal documento adesso al vaglio del Civ i conti nel complesso non si può certo dire che siano in peggioramento. Rispetto alle attese per il 2019 le entrate sono previste in miglioramento di quasi 10 miliardi.
Così come le spese per il funzionamento e la gestione dell'istituto sono in calo di un 4%, anche se rimangono ancora sopra alla considerevole soglia di 5 miliardi di euro. Messe assieme tutte queste voci, a fine 2020 si dovrà prendere atto che il patrimonio dell'Inps si sarà ulteriormente eroso, fino a raggiungere 32 miliardi. Dai 38 del 2019. Un trend che porterà l'istituto fra una decina di anni a un valore pari a zero. Rendendo inutile l'intervento avviato due anni fa, sotto la presidenza di Tito Boeri. Il Tesoro ha infatti cancellato alla fine del 2017 ben 88,8 miliardi di debiti cumulati negli anni precedenti. L'intervento che si è finalizzato ad aprile del 2018, quando il bilancio preventivo indicava un rosso di 17 miliardi, ha permesso anche il ripianamento della situazione contabile e la ricostituzione del patrimonio con una soglia stabilita a 40 miliardi di euro. Valore che in soli due anni si sarà ridotto del 20%. Sebbene le perdite di esercizio siano in miglioramento, gli interventi non sembrano sufficiente a invertire il trend.
D'altronde la mossa del Tesoro del 2017 ha numerosi precedenti. Il più famoso è del 1988 quando il Parlamento stabilì che il debito accumulato (121.630 miliardi di lire) non era più da intendersi come prestito da restituire, ma come «trasferimento definitivo». Bastò un semplice comma per trasformare una voce di bilancio in qualcosa di completamente diverso: da passivo ad attivo. Presto fatto. Tanto la legge spiega che la regolazione dei flussi di credito o debito tra Stato e Inps non rientra nel calderone del deficit e al tempo stesso la garanzia di continuità dei pagamenti degli assegni pensionistici è coperta dai trasferimenti o dagli anticipi dello Stato stesso. Un modo per garantire che a circa 18 milioni di italiani non venga meno il bonifico mensile. Dall'altra parte però la garanzia finisce con il concedere sempre più tempo al riassetto vero e definitivo.
Ci riferiamo alla mole di costi che ancora si può tagliare. Sono numerosissime le inchieste sul patrimonio immobiliare dell'istituto, che vale più o meno 3 miliardi di euro e che non rende come dovrebbe. Tito Boeri al momento del suo insediamento aveva dedicato al mattone un passaggio fondamentale del discorso. Alla fine del mandato la situazione non è cambiata granché. Un recente articolo di Panorama ricorda che quasi la metà degli immobili resta sfitto e dunque non partecipa alla voce entrate. Così chi ha potuto vedere il bilancio previsionale ha notato tagli consistenti a singole voci come l'acquisto di carta e cancelleria (da 1 milione a circa 750.000 euro) o le spese di facchinaggio (da 11 milioni a 9 circa grazie alle gare Consip) e così via per voci di spesa tradizionali o iper tecnologiche. Ad esempio i costi per i sistemi informatici e per la disaster recovery calano di quasi il 30% grazie alla razionalizzazione degli appalti, ma nel complesso prima di arrivare al pareggio ci vorrebbe la falce. Ovviamente ci sono voci di spesa che non si possono tagliare: ne verrebbe meno l'efficienza e la stabilità stessa dell'istituto.
Come i costi di ammodernamento e di aggiornamento del personale, così come quelli relativi alla struttura dell'information technology. Al contrario il compito di Pasquale Tridico dovrebbe essere quello di razionalizzare la governance e tagliare i compensi, mentre la politica dovrebbe prima o poi prendersi la responsabilità dell'intera gestione. Su quasi 18 milioni di assegni mensili, solo 13,8 sono di natura previdenziale. Gli altri 4 scarsi sono di natura assistenziale (accompagnamento, invalidità, pensioni sociali). Se togliessimo questi 4 milioni di assegni caricati tutti sulle spalle di chi ha lavorato, l'Inps starebbe in piedi da sola, indipendentemente dal sistema retributivo o contributivo. Solo che 4 milioni di famiglie valgono almeno 10 milioni di voti: quale governo farà mai una riforma di tale genere?
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Fonti della «Verità»: la dg Gabriella Di Michele, scampata a un'indagine interna, ha proposto di pagare di più il numero uno dell'ente. Si parla di almeno 160.000 euro, +60%. Con la rotazione dei direttori crescono indennità e salari. Diffida dei dirigenti trasferiti al presidente. L'accusa: «L'obiettivo è adeguare l'ente al nuovo vertice grillino. È una frode». Il bilancio di previsione 2020 evidenzia lo squilibrio fra entrate (430,6 miliardi) e uscite (436,1). Andando avanti di questo passo fra una decina di anni l'istituto avrà eroso tutto il patrimonio. Bisogna sfruttare gli immobili e separare previdenza e assistenza. Lo speciale comprende tre articoli. Nei giorni scorsi il presidente dell'Inps Pasquale Tridico ha lucidato uno dei suoi argomenti più amati, il reddito di cittadinanza come strumento di lotta alla povertà. «Ha avuto un impatto molto forte sulla povertà e ha provocato una riduzione della disuguaglianza». Su Panorama, intervistato dal nostro Luca Telese, aveva difeso il provvedimento, raccontando di essere figlio dello stato sociale, un miracolato degli aiuti pubblici alle famiglie disagiate. Senza quel sostegno, aveva detto, ci sarebbe stato sicuramente «un altro Tridico» che «forse non si sarebbe diplomato, sicuramente non si sarebbe laureato». Ma adesso Tridico è presidente dell'Inps e può contare su 103.000 euro lordi all'anno che diventano 125.000 con gli oneri riflessi, ovvero i contributi a carico del datore di lavoro. Insomma la battaglia per sconfiggere la sua povertà l'ha vinta. Ma dentro all'Inps diversi dirigenti raccontano che la scalata non è finita. E che con l'insediamento del consiglio d'amministrazione (sono stati designati in quota Pd e M5s Luisa Gnecchi, Roberto Lancellotti, Rosario De Luca e Patrizia Tullini) anche il suo stipendio subirà un lauto ritocco. A quel che risulta al nostro giornale, la «promozione reddituale» sarebbe già stata proposta, dal dg Gabriella Di Michele, appena scampata a una indagine interna sulla ristrutturazione della sua casa, in una lettera inviata ai ministeri vigilanti con le indicazioni dei compensi anche per i nuovi consiglieri di amministrazione in attesa dei relativi decreti interministeriali (Lavoro ed Economia) che fisseranno l'entità delle «buste paga». Si sussurra che il nostro potrebbe accontentarsi di 160.000 euro, molto meno del tetto di 240.000 euro previsto per i manager pubblici, ma molto di più degli attuali 100.000 e rotti. Un aumento del 60% che non è da tutti. Ma c'è chi, dentro all'ente previdenziale, non esclude un emolumento che sfondi la soglia dei 200.000 euro. E, a proposito di aumenti, nel bilancio 2020 i costi per i compensi fissi ai componenti del consiglio di indirizzo e vigilanza, delle gestioni dei coltivatori diretti, mezzadri e coloni, degli artigiani e degli esercenti attività commerciale e relativi oneri previdenziali e assistenziali in appena dodici mesi sono lievitati del 127% passando da 409.500 euro del 2019 ai 931.500 del 2020 con un incremento secco di 522.000 euro per la reintroduzione del Cda. Infatti otteniamo la cifra sopra citata sommando ai precedenti 409.000 euro, i 450.000 euro citati da una lettera del ministero del Lavoro del 14 giugno scorso, quale indicazione minima per i costi del nuovo organo di gestione, e i 72.000 euro di oneri riflessi calcolati con l'applicazione dell'aliquota del 16%. Per recuperare questo mezzo milione di euro in più, i vertici dell'Inps hanno sforbiciato per equivalente il capitolo di bilancio relativo a «manutenzione e noleggio impianti, macchine e apparecchiature sanitarie» e quello per «spese postali, telegrafiche e telefoniche degli uffici». Di fatto disattendendo la buona prassi dei tagli strutturali, che eliminano definitivamente i costi, per adottare semplici «sostituzioni» di voci di uscite che non incidono sulla quantità di denaro pubblico effettivamente speso. Intervento di cui, invece, l'Inps avrebbe urgente bisogno. I 522.000 euro, oltre che per il Cda, serviranno - secondo quel che La Verità ha potuto ricostruire - anche a finanziare l'aumento di stipendio per Tridico tant'è che, c'è scritto nel documento contabile, tale cifra dev'essere considerata in aggiunta alla somma «già prevista in bilancio quale compenso per il presidente dell'Istituto». Nello schema di bilancio troviamo inoltre una pingue riserva di denaro destinata ai rimborsi spesa per il presidente (80.000 euro) e per il Cda (altri 316.000 euro), e anche per il collegio sindacale e il magistrato della Corte dei conti (16.000 euro). Collegio sindacale che in bilancio può contare su uno stanziamento di 2,4 milioni di euro di compensi per il solo 2020. Ma a pesare sulle casse dell'Inps non ci sono solo gli stipendi del presidente dell'Inps e del direttore generale. Nella lettera di diffida (il cui contenuto è approfondito nell'artico sotto) inviata da sei dirigenti di prima fascia per fermare la riorganizzazione del ticket Tridico-Gabriella Di Michele si legge di ulteriori costi. Infatti i dirigenti di prima fascia in pianta organica sono passati da 40 a 43, «con un effettivo maggiore esborso per l'Inps di oltre mezzo milione di euro». Infatti sono arrivati un nuovo dirigente di prima fascia (costo circa 300.000 euro) e tre sono stati promossi dalla seconda fascia. A tale importo andrebbe aggiunto «il maggior costo (..) per le spese che l'ente deve sostenere, per anni, a titolo di indennità di prima sistemazione e di rimborsi spese per l'abitazione, dipendenti dagli spostamenti sul territorio conseguenti al conferimento di diversi incarichi dirigenziali generali». Ma nel caso dell'Inps riorganizzazione non fa rima con razionalizzazione. Per esempio l'ente tornerà a sborsare centinaia di migliaia di euro in affitti di casa e indennità, mentre la precedente amministrazione aveva cercato di tagliare queste uscite. Infatti i casi di rotazione sono numerosi, ben 25. Per esempio un dirigente andrà da Roma a Napoli, mentre due suoi colleghi si muoveranno sulla stessa direttrice, ma in direzione opposta. Peccato che chi è finito nella Capitale volesse restare a Napoli e chi è stato trasferito sotto il Vesuvio avesse chiesto di rimanere sotto il Colosseo. Colmo dei colmi: un dirigente che aveva indicato come mete gradite Napoli e Bari andrà a sostituire a Roma un collega che invece è stato mandato a Bari contro la sua volontà. Ma la rotazione ha scontentato molti altri manager, che hanno visto la propria vita sconvolta dalle scelte di presidente e dg. Con il sorprendente risultato che l'Inps pagherà di più per avere dirigenti depressi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-tridico-piu-costi-per-i-manager-ma-lui-ottiene-laumento-di-stipendio-2642024664.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="diffida-dei-dirigenti-trasferiti-al-presidente" data-post-id="2642024664" data-published-at="1776220985" data-use-pagination="False"> Diffida dei dirigenti trasferiti al presidente Dure accuse contro l'Inps, che avrebbe messo in atto uno «spoils system» che somiglierebbe pericolosamente a una «purga». 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Diciannove pagine che il nostro giornale ha potuto leggere e che demoliscono il riordino dei piani alti dell'istituto di previdenza. Illegittimo, c'è scritto nella diffida, perché messo in atto da un presidente che, da almeno sette mesi, non ha più i poteri del commissario straordinario e che, pertanto, doveva concordare ogni mossa con il futuro cda, con i sindacati e con i dirigenti competenti per materia e convalidare il piano con un apposito nuovo regolamento. Una riorganizzazione peraltro che sarebbe assai limitata, e dunque secondo l'avvocato sospetta, considerato che ha riguardato appena 366 posizioni su una platea di 30.000 dipendenti (in pratica l'1%) e che non avrebbe in alcun modo modificato la struttura del territorio così come molte direzioni centrali (pensioni, entrate, pianificazione e controllo di gestione, e bilancio). I sei dirigenti disarcionati parlano di uno «spoils system mascherato» per «poter adeguare l'assetto amministrativo al nuovo vertice politico pentastellato» che integrerebbe l'accusa di «frode alla legge». La diffida, per ora, dovrebbe servire a convincere presidente e dg a revocare in autotutela i provvedimenti di trasferimento ma tutto lascia presagire che la storia potrebbe approdare davanti alle magistrature penale, contabile e del lavoro se la situazione non si sbloccasse. I dirigenti di prima fascia lamentano un atteggiamento discriminatorio nei loro confronti solo perché appartenenti alla vecchia governance o per aver espresso legittime critiche alla dg o perché sospettati di aver fornito informazioni ai giornali per la pubblicazione di articoli sulle critiche condizioni dell'Inps. La realtà, secondo la lettera dell'avvocato, potrebbe essere addirittura molto più semplice: i dirigenti sarebbero stati sacrificati per liberare poltrone importanti. E così i sei super manager si sarebbero ritrovati defenestrati. Vincenzo Damato è passato dalla direzione centrale riorganizzazione e sistemi informativi al coordinamento della città metropolitana di Napoli. Fabio Vitale, già direttore tutore regionale del Lazio (scoprì un'evasione contributiva dell'Enel ai danni dell'Inps per milioni di euro), è stato invece inviato nelle Marche Giovanni Di Monde, ex direttore della direzione centrale risorse umane a Roma, adesso invece si trova in Lombardia. Dalla Capitale è andato via - destinazione Puglia - anche Giulio Blandamura, ex direttore della direzione centrale pianificazione e controllo di gestione. Giuliano Quattrone, ex direttore della Lombardia, è stato invece spostato alla direzione servizi al territorio a Roma, e - infine - Alessandro Tombolini è passato da direttore regionale delle Marche a direttore generale in Sardegna. 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Manca il visto del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell'istituto, ma La Verità è in grado di anticipare che per il prossimo anno il buco previsto si aggira sui 5,5 miliardi di euro. La gestione finanziaria calcolata per cassa dovrebbe chiudere il 2020 con un differenziale negativo di 5,53 miliardi, per l'esattezza. Un conto frutto della sottrazione tra le riscossioni complessive (430,6 miliardi) e le uscite (436,1). Il fabbisogno di cassa, come ogni anno, è in parte coperto dell'anticipo dello Stato girato a mo' di prestito. Lo squilibrio ha effetti sul conto patrimoniale che, a sua volta, riporta un dato con un grosso segno meno. La differenza, in questo caso, tra il valore della produzione e il costo della produzione stessa è di 6,3 miliardi, euro più, euro meno. Bisogna dare atto che se le previsioni resteranno nell'alveo tracciato dal documento adesso al vaglio del Civ i conti nel complesso non si può certo dire che siano in peggioramento. Rispetto alle attese per il 2019 le entrate sono previste in miglioramento di quasi 10 miliardi. Così come le spese per il funzionamento e la gestione dell'istituto sono in calo di un 4%, anche se rimangono ancora sopra alla considerevole soglia di 5 miliardi di euro. Messe assieme tutte queste voci, a fine 2020 si dovrà prendere atto che il patrimonio dell'Inps si sarà ulteriormente eroso, fino a raggiungere 32 miliardi. Dai 38 del 2019. Un trend che porterà l'istituto fra una decina di anni a un valore pari a zero. Rendendo inutile l'intervento avviato due anni fa, sotto la presidenza di Tito Boeri. Il Tesoro ha infatti cancellato alla fine del 2017 ben 88,8 miliardi di debiti cumulati negli anni precedenti. L'intervento che si è finalizzato ad aprile del 2018, quando il bilancio preventivo indicava un rosso di 17 miliardi, ha permesso anche il ripianamento della situazione contabile e la ricostituzione del patrimonio con una soglia stabilita a 40 miliardi di euro. Valore che in soli due anni si sarà ridotto del 20%. Sebbene le perdite di esercizio siano in miglioramento, gli interventi non sembrano sufficiente a invertire il trend. D'altronde la mossa del Tesoro del 2017 ha numerosi precedenti. Il più famoso è del 1988 quando il Parlamento stabilì che il debito accumulato (121.630 miliardi di lire) non era più da intendersi come prestito da restituire, ma come «trasferimento definitivo». Bastò un semplice comma per trasformare una voce di bilancio in qualcosa di completamente diverso: da passivo ad attivo. Presto fatto. Tanto la legge spiega che la regolazione dei flussi di credito o debito tra Stato e Inps non rientra nel calderone del deficit e al tempo stesso la garanzia di continuità dei pagamenti degli assegni pensionistici è coperta dai trasferimenti o dagli anticipi dello Stato stesso. Un modo per garantire che a circa 18 milioni di italiani non venga meno il bonifico mensile. Dall'altra parte però la garanzia finisce con il concedere sempre più tempo al riassetto vero e definitivo. Ci riferiamo alla mole di costi che ancora si può tagliare. Sono numerosissime le inchieste sul patrimonio immobiliare dell'istituto, che vale più o meno 3 miliardi di euro e che non rende come dovrebbe. Tito Boeri al momento del suo insediamento aveva dedicato al mattone un passaggio fondamentale del discorso. Alla fine del mandato la situazione non è cambiata granché. Un recente articolo di Panorama ricorda che quasi la metà degli immobili resta sfitto e dunque non partecipa alla voce entrate. Così chi ha potuto vedere il bilancio previsionale ha notato tagli consistenti a singole voci come l'acquisto di carta e cancelleria (da 1 milione a circa 750.000 euro) o le spese di facchinaggio (da 11 milioni a 9 circa grazie alle gare Consip) e così via per voci di spesa tradizionali o iper tecnologiche. Ad esempio i costi per i sistemi informatici e per la disaster recovery calano di quasi il 30% grazie alla razionalizzazione degli appalti, ma nel complesso prima di arrivare al pareggio ci vorrebbe la falce. Ovviamente ci sono voci di spesa che non si possono tagliare: ne verrebbe meno l'efficienza e la stabilità stessa dell'istituto. Come i costi di ammodernamento e di aggiornamento del personale, così come quelli relativi alla struttura dell'information technology. Al contrario il compito di Pasquale Tridico dovrebbe essere quello di razionalizzare la governance e tagliare i compensi, mentre la politica dovrebbe prima o poi prendersi la responsabilità dell'intera gestione. Su quasi 18 milioni di assegni mensili, solo 13,8 sono di natura previdenziale. Gli altri 4 scarsi sono di natura assistenziale (accompagnamento, invalidità, pensioni sociali). Se togliessimo questi 4 milioni di assegni caricati tutti sulle spalle di chi ha lavorato, l'Inps starebbe in piedi da sola, indipendentemente dal sistema retributivo o contributivo. Solo che 4 milioni di famiglie valgono almeno 10 milioni di voti: quale governo farà mai una riforma di tale genere?
Nasa
L’uomo li creò maschio e femmina, i bulloni. Ma dopo 500 anni di utilizzo inconsapevole è arrivato il momento di liberarli da stereotipi sessisti. Basta con viti maschio e dadi femmina. La Nasa ha brevettato un connettore genderless, che si assembla in qualunque direzione. Per secoli milioni di esseri umani hanno usato i bulloni con rozza insensibilità e sottile discriminazione. Come non capire che il dado-donna era un simbolo della dominazione patriarcale? Lo stesso vale per il reparto elettricità, dove si sprecano spinotti fallocrati, da abbinare per forza a spine femmine dolci e remissive. E pure nell’idraulica, è tutto un pullulare di tubi maschi, manicotti femmina e perfino «prolunghe femmina» sulla cui destinazione finale sarà meglio non elucubrare troppo.
Sul sito gay.it, tra i più popolari nei cantieri e nelle ferramenta, leggiamo che «il binarismo, anche nell’hardware, è un limite tecnico prima ancora che culturale. I connettori convenzionali impongono orientamento, gerarchia, direzione obbligata. Quello androgino no: si assembla in qualunque direzione, tollera il disallineamento, non richiede che il robot sappia distinguere chi sta sopra e chi sta sotto». E quindi ben venga il bullone no gender della Nasa, «strumento non-escludente che garantisce più ampi margini di manovra, più adattabilità e maggior efficienza». Tutto pronto, insomma, anche per la rondella ermafrodita e il trapano non binario. Sembra da gay.it apprendiamo che il connettore genderless «troverà immediato utilizzo nella costruzione di habitat lunari assemblati da robot: strutture modulari, reversibili, riconfigurabilabili. Metafora perfetta di identità deidentificate: non fisse, non gerarchiche, ma adattabili e polifunzionali». Come i batteri, le muffe e altre forme di vita umida e spugnosa.
Tomaso Montanari (Imagoeconomica)
Un complesso che l’ha sempre portata, per dirla con Massimo Fini, ad essere «antropologicamente incapace di accettare la destra», a disprezzarne gli esponenti e i sostenitori, giudicati sempre e comunque ignoranti e gretti, a negarne o a ridicolizzarne le espressioni culturali, «perché la sinistra difende ideali, mentre la destra difende interessi» e quindi, se presenta un profilo intellettuale, o si maschera o ricicla idee altrui. Questo retroterra psicologico, faceva notare il sociologo, produce nel mondo progressista un atteggiamento pedagogico, «un misto di supponenza e snobismo» al cui fondo c’è un riflesso razzista, connotato «da un assunto di irrecuperabilità, ossia dalla convinzione che gli «inferiori» siano destinati a rimanere tali», che «riaffiora continuamente nel [suo] discorso politico» e che «non si esprime solo nella petulanza un po’ rituale del politicamente corretto, nell’incapacità di intendere le ragioni degli altri […] ma si esprime anche nelle forme più dirette e aggressive del disprezzo e della derisione».
Da quando, nel settembre 2022, il successo elettorale ha portato a Palazzo Chigi Giorgia Meloni, la malattia descritta da Ricolfi si è ulteriormente aggravata. Sulla sinistra intellettuale italiana si è abbattuta un’ondata depressiva simile a quella che seguì l’exploit di Berlusconi nel 1994, che in molti dei suoi esponenti si è trasformata in nevrosi e in ossessione del «ritorno del fascismo», condita da una forte dose di aggressività, che è ulteriormente cresciuta quando l’ex ministro Sangiuliano ha espresso la sua velleitaria intenzione di promuovere un’azione di «contro-egemonia» in campo culturale. Gli appassionati di talk show ne hanno avuto - e tuttora ne hanno - un’ampia quantità di esempi nelle frequenti risse verbali e appassionate concioni in argomento, ma la stringatezza dei tempi televisivi non consente di constatare in tutta la sua gravità questo stato di malessere psicologico. Che si rivela in pieno, invece, nelle sue forme scritte.
Da un paio d’anni a questa parte ha infatti iniziato a fare la sua comparsa nelle librerie una serie di testi che non si limitano più alla generica denuncia del prossimo rientro sulla scena delle camicie nere ma si concentrato sulla scoperta, e successiva decrittazione, delle fonti ideologiche che starebbero preparando il terreno al temuto revival. Ad alimentare questo filone c’è l’impegno di una pletora di avanguardisti che, sprezzanti del disgusto che con ogni probabilità li avrebbe colti, si sono avventurati nella lettura di autori e opere del sulfureo mondo della destra radicale - da sempre circolanti, in tirature confidenziali, negli ambienti giovanili dei vari partiti della Fiamma - con l’esclusivo scopo di sostenere che, dietro la facciata delle politiche ufficiali del governo Meloni, il suo ferreo atlantismo, il sostegno a Israele, l’appoggio a Zelensky, le scelte liberali in economia, c’è un oscuro lato nascosto fatto di antiamericanismo, antisemitismo, razzismo, anticapitalismo, rivolta contro la modernità, celebrazione di ogni forma di diseguaglianza, suprematismo. Ovvero, per citare l’epigrafe del libro di Tomaso Montanari La continuità del male, ultimo (per adesso) prodotto di questa pamphlettistica livorosa e militante, svelare che «c’è un lungo e sotterraneo filo nero che lega le idee della destra che governa l’Italia al fascismo».
Ripetitiva, sommaria, zeppa di errori, intrisa di complottismo, questa letteratura ossessiva - che purtroppo, oltre a giornalisti e polemisti da talk show, ha coinvolto anche studiosi che su altri temi o in altre occasioni hanno dimostrato il loro valore - esemplifica alla perfezione quel razzismo etico di cui scriveva Ricolfi. Ogni manifestazione di una cultura accostabile al Nemico viene bollata come inaccettabile, assoggettata alla cultura del sospetto, manipolata sulla base del pregiudizio, adattata ai bisogni della propria fazione e denigrata. Perché, quando si è fanaticamente convinti di agire in nome del Bene, ogni mezzo per colpire il Male è lecito.
Capita così a chi scrive queste righe - che pure da più di quarant’anni rifiuta di essere classificato a destra e rivendica una libertà di giudizio che lo rende sgradito tanto all’attuale governo quanto ai suoi oppositori (e ai rispettivi fiancheggiatori radiotelevisivi e giornalistici) - di subire da parte di Montanari, «intellettuale pubblico fra i più influenti», come umilmente si lascia definire nella bandella della sua più recente fatica editoriale, l’accusa di non essere uno studioso «neutrale» per il solo fatto di aver dimostrato, testi alla mano, nel mio libro Le tre età della Fiamma (Solferino) che inserire Fratelli d’Italia nella categoria della «destra radicale populista» è infondato, e che l’etichetta che più gli si addice è quella di un partito nazional-conservatore e afascista.
A questa convinzione sono giunti altri politologi come Salvatore Vassallo, già deputato del Pd e direttore dell’Istituto Cattaneo, e Rinaldo Vignati, nel loro libro Fratelli di Giorgia (il Mulino), o Alice Santaniello, autrice della prima ricerca empirica sul FdI. Ma ciò non sembra indignare Montanari, stanti le opinioni di sinistra degli autori citati. Nel mio caso c’è invece da segnalare e denunciare «una vita [che] si è svolta così dentro la galassia neofascista, che a un certo punto fu eletto alla guida del Fronte della Gioventù, salvo essere sostituito con Gianfranco Fini per decisione di Giorgio Almirante» [i fatti non andarono così, ma poco importa…] «e quindi espulso dal Movimento Sociale per un numero satirico della Voce della fogna che dirigeva».
Con un simile pedigree, che risale agli anni 1977 e 1981, per i piccoli Torquemada alla Montanari ce n’è abbastanza per essere destinati al ghetto dei deplorevoli e degli infrequentabili. Non servono più di trent’anni di insegnamento e più di un centinaio di corsi di Scienza politica e materie affini tenuti all’università di Firenze, le attestazioni di stima di studenti, collaboratori e colleghi molto spesso di opinioni politiche lontane, la produzione scientifica, gli inviti ai convegni internazionali, l’elezione a professore emerito, per essere al riparo dalla denigrazione di chi, accecato dalla faziosità, ovunque e comunque vede nero.
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«Margo» (Apple Tv)
Dal romanzo di Rufi Thorpe, la serie segue una diciannovenne sola con un figlio, tra difficoltà economiche e giudizi sociali. Quando perde il lavoro, sceglie una strada controversa pur di sopravvivere, aprendo una riflessione su maternità e stigma.
Margo è vagamente diversa da come Rufi Thorpe l'aveva dipinta. Ha un pizzico di strafottenza, lo sguardo severo di Elle Fanning. Fra le braccia, però, lo stesso neonato che la scrittrice americana aveva immaginato per lei. Margo, diciannove anni, ha portato a termine la propria gravidanza nonostante gli strali del mondo circostante. Le dicevano di abortire, di restarsene al college, in California, e darsi l'occasione di vivere una vita di intenzionalità e scelte consapevoli. Urlavano che un figlio le avrebbe distrutto la vita, e lei, così giovane e inesperta, avrebbe finito per distruggerla a lui, esserino senza colpa. Margo, invece, quel bambino ha deciso di tenerlo. Da sola, ché il padre, adultero, s'è tenuto stretto la moglie che tradiva, e i figli avuti con lei. Un'esistenza di plastica, finta e miserevole. Margo è tornata a casa, dalla madre e dalle amiche ormai estranee. Lo ha fatto da sola, e di questa sua solitudine la Thorpe ha fatto un libro.Nessuna storia vera, solo verosimile.
Margo ha problemi di soldi, da cui Apple Tv ha tratto una serie omonima, pronta a debuttare online mercoledì 15 aprile, ha preso spunto dalla contemporaneità per dar forma ad un racconto sottile e ironico. Un racconto che può dirsi iniziato con la crisi di questa diciannovenne di belle speranze. Margo, contro tutti fuorché se stessa, ha scelto una vita difficile. Ostinata, credeva di poterla sostenere. Ma il castello che s'era figurata crolla miseramente il giorno in cui la licenziano. Troppe assenze per badare al figlio, nessuna capacità economica che le consenta una tata. Margo è sul baratro della disperazione. Ed è guardando giù, nell'abisso nero, che pensa l'impensabile: aprire un account OnlyFans per garantire a sé e al figlio un posto nel mondo.Lo show, in cui Michelle Pfeiffer è madre di Margo, ex cameriera di Hooter's perennemente in bolletta, si muove così a raccontare le difficoltà intrinseche alla maternità, alla solitudine che spesso ne consegue e, pure, al pregiudizio legato ai lavori online. Specie, a quelli che abbiano a che fare con il sesso.
Margo è il cuore di ogni complessità, motore di ogni riflessione che la serie induca. Non somiglia per forza alle ragazze di oggi, così particolare nelle sue scelte. Eppure, è capace di indurre al pensiero critico chiunque la guardi muoversi nel mondo dei grandi: lei, piccola e bionda, testarda e fiera, di quella fierezza che ogni madre scopre in sé nel momento in cui capisce di essere l'unica responsabile dell'esistenza minuscola che le sta fra le braccia.
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Ansa
Suo padre, magari anche per insegnare a suo figlio come ci si comporta, è intervenuto con suo cognato per farli smettere. Il branco di ragazzini allora si è scagliato contro, in particolare alcuni di loro, tra cui due romeni maggiorenni e un italiano minorenne, poi fermati dalla polizia. Ha visto suo padre morire davanti ai suoi occhi, inutilmente soccorso dal 118. Ma esco dalla cronaca, non vi racconto quello che è già stato descritto nei dettagli; vorrei entrare invece nella testa di quel bambino e in quella degli assassini di suo padre, per capire come hanno vissuto quella domenica sera di aprile a Massa.
Io non sono riuscito a capire cos’hanno in testa quei ragazzi che hanno massacrato l’uomo, e cosa frullava nella loro testa in quel momento, quando hanno cominciato a colpirlo e a finirlo. Se avevano bevuto, fumato, oppure no. Certo, non è stato tutto l’intero branco ad aggredirlo, c’è chi si è limitato a vedere la scena o magari a godersi il brutto spettacolo di un uomo adulto che soccombe sotto i colpi furiosi dei ragazzi fino a morire. Ma l’effetto branco è sicuramente la prima molla che li muove e li contagia. E ogni branco ha sempre un capo-branco, o forse due, cioè qualcuno che dà l’esempio e indica la linea da violare, individua il nemico o l’ostacolo da abbattere e sveglia la molla bestiale che è in loro, dà inizio al massacro, come se fosse una festa crudele, invita all’imitazione e al rito tribale.
Ma si può uccidere per così poco un essere umano di cui non sai nulla, che non ti ha mai fatto nulla, che ti ha solo detto di non fare danni, non far del male e non farvi male? Cos’è per loro un uomo, non è un loro simile, uno che vive, fatica, ama, soffre, ha il suo mondo e i suoi affetti proprio come te? No, lui è solo un’ombra molesta, un ostacolo da abbattere, come nei videogiochi; e a differenza della vetrina che subisce inerte il loro scempio, è uno che osa mettere in discussione la tua libertà e frenare i tuoi desideri. Ma non ti ricorda, quell’uomo che hai pestato a sangue, tuo padre, tua madre, un amico o una persona a cui sei affezionato, non ti dice nulla l’umanità che avete in comune, non provi nulla davanti a qualcuno che soffre, per giunta a causa tua, non vedi la sproporzione gigantesca tra un piccolo bisticcio e la soppressione definitiva di una persona? E non ti sembra da vigliacchi pestarlo in branco? Non hai nessun codice elementare di vita, nessuna residua, istintiva pietà, nessun freno o nessun senso del limite che a un certo punto, quando lo vedi a terra, inerme e ferito, ti spinge a fermarti? Nessuno ti ha insegnato nulla o nessuno è riuscito a insegnarti nulla? Da chi attingi i tuoi modelli di vita, dalla tv, dai social, dalla scuola, dalla famiglia, dal rione? Ma come vivi, cosa dà significato e valore alla tua vita e a quella degli altri, vale solo quel che ti passa in quel momento per la testa e per le mani? Pensi pure tu, come quel tredicenne di Bergamo che scriveva prima di aggredire l’insegnante e progettare l’uccisione dei suoi genitori, che «conto solo io, gli altri sono nulla»? Non ti fa nessun effetto che con lui c’era anche sua moglie e soprattutto c’era un bambino, suo figlio; non ti sei neanche per un momento messo nei suoi panni, per capire come avrà sofferto davanti a quella scena, quanto dolore e forse quanto odio impotente, che è il peggiore delle forme di odio accumulate nel tempo, gli hai trasmesso per tutta la sua vita, massacrandogli il padre davanti ai suoi occhi?
Mentre scrivo queste parole so che sto parlando al vento o so che potrà ascoltarmi e magari capirmi solo chi non avrebbe mai compiuto un massacro del genere, non certo quei ragazzi; so che le parole rimbalzano nel vuoto quando hanno davanti il nulla più sordo e più cieco; se potessero, costoro ucciderebbero anche me. So che ogni frase rivolta a loro cade in una terra straniera, come se mi rivolgessi a barbari o alieni che non ne capiscono il più basilare significato; so che parliamo due lingue diverse, abitiamo in due mondi diversi anche se in apparenza è lo stesso.
Ma qui la domanda che più preme è l’altra, da cui sono partito. Cosa avrà capito della vita il bambino che ha visto suo padre colpito e ucciso dal branco di ragazzi un po’ più grandi di lui? Che idea si sarà fatto del mondo, dei rapporti tra gli uomini, della legge che vige sulla terra? Che fiducia potrà avere nella vita e nel futuro avendo patito un colpo così letale che gli ha lasciato un macigno così enorme sulle sue spalle? Da grande sarà come suo padre, e cercherà di opporsi al male e di educare a sua volta suo figlio, o sarà come i suoi assassini, per vendicarsi della vita subita e perché ha capito che quello è l’unico modo per stare al mondo, uccidi prima che ti uccidano gli altri, se non sbrani vieni sbranato? Io mi auguro che quel dolore lo renda migliore, lo vaccini dal male, lo conduca a una vita decisamente diversa da quella di chi ha imboccato quel vicolo cieco sull’abisso. Ma non sempre il dolore ci rende migliori, non sempre l’ingiustizia subita, il male patito, vengono ripagati con un più acuto senso della giustizia e un più forte desiderio del bene. Le tragedie educano i migliori, incattiviscono i peggiori, migliorano i più costruttivi, peggiorano i più disfattisti. Conta l’indole, e l’habitat, il mondo circostante, le esperienze successive di vita.
Intanto hanno rubato a quel bambino suo padre, per sempre, e lo hanno prematuramente gettato nella vita, facendolo passare dalla porta peggiore, lasciandogli addosso l’odore nero e acre della disperazione e della vita selvaggia. Spero che gli resti almeno l’esempio di suo padre come un segno benefico lasciato nella sua mente e nella sua anima: a lui è costato la vita insegnare agli altri, a cominciare da suo figlio, il rispetto per le regole, per le cose e per la vita degli altri. Ha fatto il suo dovere di uomo, di padre, di cittadino, esponendosi a un rischio che si è rivelato mortale. Che di quella domenica sera a passeggio, gli resti da adulto almeno la fierezza di essere il figlio di quel Giacomo e la tenerezza indimenticabile di averlo visto morire, in modo così stupido e brutale. Ricordarsi e pensare, con fierezza e tenerezza: di questo vive la nostra umanità.
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