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2019-12-27
L'Inps ha un buco di 5,5 miliardi. Tridico si aumenta lo stipendio
Ansa
Nei giorni scorsi il presidente dell'Inps Pasquale Tridico ha lucidato uno dei suoi argomenti più amati, il reddito di cittadinanza come strumento di lotta alla povertà. «Ha avuto un impatto molto forte sulla povertà e ha provocato una riduzione della disuguaglianza». Su Panorama, intervistato dal nostro Luca Telese, aveva difeso il provvedimento, raccontando di essere figlio dello stato sociale, un miracolato degli aiuti pubblici alle famiglie disagiate. Senza quel sostegno, aveva detto, ci sarebbe stato sicuramente «un altro Tridico» che «forse non si sarebbe diplomato, sicuramente non si sarebbe laureato». Ma adesso Tridico è presidente dell'Inps e può contare su 103.000 euro lordi all'anno che diventano 125.000 con gli oneri riflessi, ovvero i contributi a carico del datore di lavoro. Insomma la battaglia per sconfiggere la sua povertà l'ha vinta. Ma dentro all'Inps diversi dirigenti raccontano che la scalata non è finita. E che con l'insediamento del consiglio d'amministrazione (sono stati designati in quota Pd e M5s Luisa Gnecchi, Roberto Lancellotti, Rosario De Luca e Patrizia Tullini) anche il suo stipendio subirà un lauto ritocco. A quel che risulta al nostro giornale, la «promozione reddituale» sarebbe già stata proposta, dal dg Gabriella Di Michele, appena scampata a una indagine interna sulla ristrutturazione della sua casa, in una lettera inviata ai ministeri vigilanti con le indicazioni dei compensi anche per i nuovi consiglieri di amministrazione in attesa dei relativi decreti interministeriali (Lavoro ed Economia) che fisseranno l'entità delle «buste paga». Si sussurra che il nostro potrebbe accontentarsi di 160.000 euro, molto meno del tetto di 240.000 euro previsto per i manager pubblici, ma molto di più degli attuali 100.000 e rotti. Un aumento del 60% che non è da tutti. Ma c'è chi, dentro all'ente previdenziale, non esclude un emolumento che sfondi la soglia dei 200.000 euro. E, a proposito di aumenti, nel bilancio 2020 i costi per i compensi fissi ai componenti del consiglio di indirizzo e vigilanza, delle gestioni dei coltivatori diretti, mezzadri e coloni, degli artigiani e degli esercenti attività commerciale e relativi oneri previdenziali e assistenziali in appena dodici mesi sono lievitati del 127% passando da 409.500 euro del 2019 ai 931.500 del 2020 con un incremento secco di 522.000 euro per la reintroduzione del Cda. Infatti otteniamo la cifra sopra citata sommando ai precedenti 409.000 euro, i 450.000 euro citati da una lettera del ministero del Lavoro del 14 giugno scorso, quale indicazione minima per i costi del nuovo organo di gestione, e i 72.000 euro di oneri riflessi calcolati con l'applicazione dell'aliquota del 16%. Per recuperare questo mezzo milione di euro in più, i vertici dell'Inps hanno sforbiciato per equivalente il capitolo di bilancio relativo a «manutenzione e noleggio impianti, macchine e apparecchiature sanitarie» e quello per «spese postali, telegrafiche e telefoniche degli uffici». Di fatto disattendendo la buona prassi dei tagli strutturali, che eliminano definitivamente i costi, per adottare semplici «sostituzioni» di voci di uscite che non incidono sulla quantità di denaro pubblico effettivamente speso. Intervento di cui, invece, l'Inps avrebbe urgente bisogno.
I 522.000 euro, oltre che per il Cda, serviranno - secondo quel che La Verità ha potuto ricostruire - anche a finanziare l'aumento di stipendio per Tridico tant'è che, c'è scritto nel documento contabile, tale cifra dev'essere considerata in aggiunta alla somma «già prevista in bilancio quale compenso per il presidente dell'Istituto». Nello schema di bilancio troviamo inoltre una pingue riserva di denaro destinata ai rimborsi spesa per il presidente (80.000 euro) e per il Cda (altri 316.000 euro), e anche per il collegio sindacale e il magistrato della Corte dei conti (16.000 euro). Collegio sindacale che in bilancio può contare su uno stanziamento di 2,4 milioni di euro di compensi per il solo 2020.
Ma a pesare sulle casse dell'Inps non ci sono solo gli stipendi del presidente dell'Inps e del direttore generale. Nella lettera di diffida (il cui contenuto è approfondito nell'artico sotto) inviata da sei dirigenti di prima fascia per fermare la riorganizzazione del ticket Tridico-Gabriella Di Michele si legge di ulteriori costi. Infatti i dirigenti di prima fascia in pianta organica sono passati da 40 a 43, «con un effettivo maggiore esborso per l'Inps di oltre mezzo milione di euro». Infatti sono arrivati un nuovo dirigente di prima fascia (costo circa 300.000 euro) e tre sono stati promossi dalla seconda fascia. A tale importo andrebbe aggiunto «il maggior costo (..) per le spese che l'ente deve sostenere, per anni, a titolo di indennità di prima sistemazione e di rimborsi spese per l'abitazione, dipendenti dagli spostamenti sul territorio conseguenti al conferimento di diversi incarichi dirigenziali generali». Ma nel caso dell'Inps riorganizzazione non fa rima con razionalizzazione. Per esempio l'ente tornerà a sborsare centinaia di migliaia di euro in affitti di casa e indennità, mentre la precedente amministrazione aveva cercato di tagliare queste uscite. Infatti i casi di rotazione sono numerosi, ben 25. Per esempio un dirigente andrà da Roma a Napoli, mentre due suoi colleghi si muoveranno sulla stessa direttrice, ma in direzione opposta. Peccato che chi è finito nella Capitale volesse restare a Napoli e chi è stato trasferito sotto il Vesuvio avesse chiesto di rimanere sotto il Colosseo. Colmo dei colmi: un dirigente che aveva indicato come mete gradite Napoli e Bari andrà a sostituire a Roma un collega che invece è stato mandato a Bari contro la sua volontà. Ma la rotazione ha scontentato molti altri manager, che hanno visto la propria vita sconvolta dalle scelte di presidente e dg. Con il sorprendente risultato che l'Inps pagherà di più per avere dirigenti depressi.
Diffida dei dirigenti trasferiti al presidente
Dure accuse contro l'Inps, che avrebbe messo in atto uno «spoils system» che somiglierebbe pericolosamente a una «purga». Un'operazione che sarebbe stata realizzata dai vertici contro un gruppo di dirigenti di prima fascia accusati di non essere allineati al pensiero dominante. E che per questo sarebbero stati silurati con 12 mesi di anticipo sulla scadenza dell'incarico quadriennale con l'escamotage della riorganizzazione. È un formidabile atto d'accusa nei confronti del presidente Pasquale Tridico e della direttrice generale Gabriella Di Michele la diffida che l'avvocato Iolanda Piccinini, ordinario di diritto del lavoro alla Lumsa di Roma, ha inviato nei giorni scorsi ai vertici dell'istituto oltre che al collegio dei sindaci, al magistrato della Corte dei conti delegato al controllo, al presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza e, per conoscenza, alla commissione bicamerale di Controllo sull'attività degli enti di previdenza, al vicepresidente della commissione Lavoro del Senato e, ancora, alla direzione generale per le politiche previdenziali del ministero del Lavoro.
Diciannove pagine che il nostro giornale ha potuto leggere e che demoliscono il riordino dei piani alti dell'istituto di previdenza. Illegittimo, c'è scritto nella diffida, perché messo in atto da un presidente che, da almeno sette mesi, non ha più i poteri del commissario straordinario e che, pertanto, doveva concordare ogni mossa con il futuro cda, con i sindacati e con i dirigenti competenti per materia e convalidare il piano con un apposito nuovo regolamento. Una riorganizzazione peraltro che sarebbe assai limitata, e dunque secondo l'avvocato sospetta, considerato che ha riguardato appena 366 posizioni su una platea di 30.000 dipendenti (in pratica l'1%) e che non avrebbe in alcun modo modificato la struttura del territorio così come molte direzioni centrali (pensioni, entrate, pianificazione e controllo di gestione, e bilancio).
I sei dirigenti disarcionati parlano di uno «spoils system mascherato» per «poter adeguare l'assetto amministrativo al nuovo vertice politico pentastellato» che integrerebbe l'accusa di «frode alla legge».
La diffida, per ora, dovrebbe servire a convincere presidente e dg a revocare in autotutela i provvedimenti di trasferimento ma tutto lascia presagire che la storia potrebbe approdare davanti alle magistrature penale, contabile e del lavoro se la situazione non si sbloccasse. I dirigenti di prima fascia lamentano un atteggiamento discriminatorio nei loro confronti solo perché appartenenti alla vecchia governance o per aver espresso legittime critiche alla dg o perché sospettati di aver fornito informazioni ai giornali per la pubblicazione di articoli sulle critiche condizioni dell'Inps. La realtà, secondo la lettera dell'avvocato, potrebbe essere addirittura molto più semplice: i dirigenti sarebbero stati sacrificati per liberare poltrone importanti. E così i sei super manager si sarebbero ritrovati defenestrati.
Vincenzo Damato è passato dalla direzione centrale riorganizzazione e sistemi informativi al coordinamento della città metropolitana di Napoli. Fabio Vitale, già direttore tutore regionale del Lazio (scoprì un'evasione contributiva dell'Enel ai danni dell'Inps per milioni di euro), è stato invece inviato nelle Marche Giovanni Di Monde, ex direttore della direzione centrale risorse umane a Roma, adesso invece si trova in Lombardia. Dalla Capitale è andato via - destinazione Puglia - anche Giulio Blandamura, ex direttore della direzione centrale pianificazione e controllo di gestione. Giuliano Quattrone, ex direttore della Lombardia, è stato invece spostato alla direzione servizi al territorio a Roma, e - infine - Alessandro Tombolini è passato da direttore regionale delle Marche a direttore generale in Sardegna.
Tutti o quasi hanno dovuto preparare le valigie con appena 72 ore di anticipo, malgrado situazioni personali e familiari critiche con figli minori e addirittura, in un caso, con una precaria condizione abitativa dovuta all'incendio e alla distruzione del proprio appartamento.
Profondo rosso all’Inps: buco da 5,5 miliardi
Il 2019 è quasi finito e il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, ha già firmato il bilancio previsionale per il 2020. Manca il visto del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell'istituto, ma La Verità è in grado di anticipare che per il prossimo anno il buco previsto si aggira sui 5,5 miliardi di euro. La gestione finanziaria calcolata per cassa dovrebbe chiudere il 2020 con un differenziale negativo di 5,53 miliardi, per l'esattezza. Un conto frutto della sottrazione tra le riscossioni complessive (430,6 miliardi) e le uscite (436,1). Il fabbisogno di cassa, come ogni anno, è in parte coperto dell'anticipo dello Stato girato a mo' di prestito.
Lo squilibrio ha effetti sul conto patrimoniale che, a sua volta, riporta un dato con un grosso segno meno. La differenza, in questo caso, tra il valore della produzione e il costo della produzione stessa è di 6,3 miliardi, euro più, euro meno. Bisogna dare atto che se le previsioni resteranno nell'alveo tracciato dal documento adesso al vaglio del Civ i conti nel complesso non si può certo dire che siano in peggioramento. Rispetto alle attese per il 2019 le entrate sono previste in miglioramento di quasi 10 miliardi.
Così come le spese per il funzionamento e la gestione dell'istituto sono in calo di un 4%, anche se rimangono ancora sopra alla considerevole soglia di 5 miliardi di euro. Messe assieme tutte queste voci, a fine 2020 si dovrà prendere atto che il patrimonio dell'Inps si sarà ulteriormente eroso, fino a raggiungere 32 miliardi. Dai 38 del 2019. Un trend che porterà l'istituto fra una decina di anni a un valore pari a zero. Rendendo inutile l'intervento avviato due anni fa, sotto la presidenza di Tito Boeri. Il Tesoro ha infatti cancellato alla fine del 2017 ben 88,8 miliardi di debiti cumulati negli anni precedenti. L'intervento che si è finalizzato ad aprile del 2018, quando il bilancio preventivo indicava un rosso di 17 miliardi, ha permesso anche il ripianamento della situazione contabile e la ricostituzione del patrimonio con una soglia stabilita a 40 miliardi di euro. Valore che in soli due anni si sarà ridotto del 20%. Sebbene le perdite di esercizio siano in miglioramento, gli interventi non sembrano sufficiente a invertire il trend.
D'altronde la mossa del Tesoro del 2017 ha numerosi precedenti. Il più famoso è del 1988 quando il Parlamento stabilì che il debito accumulato (121.630 miliardi di lire) non era più da intendersi come prestito da restituire, ma come «trasferimento definitivo». Bastò un semplice comma per trasformare una voce di bilancio in qualcosa di completamente diverso: da passivo ad attivo. Presto fatto. Tanto la legge spiega che la regolazione dei flussi di credito o debito tra Stato e Inps non rientra nel calderone del deficit e al tempo stesso la garanzia di continuità dei pagamenti degli assegni pensionistici è coperta dai trasferimenti o dagli anticipi dello Stato stesso. Un modo per garantire che a circa 18 milioni di italiani non venga meno il bonifico mensile. Dall'altra parte però la garanzia finisce con il concedere sempre più tempo al riassetto vero e definitivo.
Ci riferiamo alla mole di costi che ancora si può tagliare. Sono numerosissime le inchieste sul patrimonio immobiliare dell'istituto, che vale più o meno 3 miliardi di euro e che non rende come dovrebbe. Tito Boeri al momento del suo insediamento aveva dedicato al mattone un passaggio fondamentale del discorso. Alla fine del mandato la situazione non è cambiata granché. Un recente articolo di Panorama ricorda che quasi la metà degli immobili resta sfitto e dunque non partecipa alla voce entrate. Così chi ha potuto vedere il bilancio previsionale ha notato tagli consistenti a singole voci come l'acquisto di carta e cancelleria (da 1 milione a circa 750.000 euro) o le spese di facchinaggio (da 11 milioni a 9 circa grazie alle gare Consip) e così via per voci di spesa tradizionali o iper tecnologiche. Ad esempio i costi per i sistemi informatici e per la disaster recovery calano di quasi il 30% grazie alla razionalizzazione degli appalti, ma nel complesso prima di arrivare al pareggio ci vorrebbe la falce. Ovviamente ci sono voci di spesa che non si possono tagliare: ne verrebbe meno l'efficienza e la stabilità stessa dell'istituto.
Come i costi di ammodernamento e di aggiornamento del personale, così come quelli relativi alla struttura dell'information technology. Al contrario il compito di Pasquale Tridico dovrebbe essere quello di razionalizzare la governance e tagliare i compensi, mentre la politica dovrebbe prima o poi prendersi la responsabilità dell'intera gestione. Su quasi 18 milioni di assegni mensili, solo 13,8 sono di natura previdenziale. Gli altri 4 scarsi sono di natura assistenziale (accompagnamento, invalidità, pensioni sociali). Se togliessimo questi 4 milioni di assegni caricati tutti sulle spalle di chi ha lavorato, l'Inps starebbe in piedi da sola, indipendentemente dal sistema retributivo o contributivo. Solo che 4 milioni di famiglie valgono almeno 10 milioni di voti: quale governo farà mai una riforma di tale genere?
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Fonti della «Verità»: la dg Gabriella Di Michele, scampata a un'indagine interna, ha proposto di pagare di più il numero uno dell'ente. Si parla di almeno 160.000 euro, +60%. Con la rotazione dei direttori crescono indennità e salari. Diffida dei dirigenti trasferiti al presidente. L'accusa: «L'obiettivo è adeguare l'ente al nuovo vertice grillino. È una frode». Il bilancio di previsione 2020 evidenzia lo squilibrio fra entrate (430,6 miliardi) e uscite (436,1). Andando avanti di questo passo fra una decina di anni l'istituto avrà eroso tutto il patrimonio. Bisogna sfruttare gli immobili e separare previdenza e assistenza. Lo speciale comprende tre articoli. Nei giorni scorsi il presidente dell'Inps Pasquale Tridico ha lucidato uno dei suoi argomenti più amati, il reddito di cittadinanza come strumento di lotta alla povertà. «Ha avuto un impatto molto forte sulla povertà e ha provocato una riduzione della disuguaglianza». Su Panorama, intervistato dal nostro Luca Telese, aveva difeso il provvedimento, raccontando di essere figlio dello stato sociale, un miracolato degli aiuti pubblici alle famiglie disagiate. Senza quel sostegno, aveva detto, ci sarebbe stato sicuramente «un altro Tridico» che «forse non si sarebbe diplomato, sicuramente non si sarebbe laureato». Ma adesso Tridico è presidente dell'Inps e può contare su 103.000 euro lordi all'anno che diventano 125.000 con gli oneri riflessi, ovvero i contributi a carico del datore di lavoro. Insomma la battaglia per sconfiggere la sua povertà l'ha vinta. Ma dentro all'Inps diversi dirigenti raccontano che la scalata non è finita. E che con l'insediamento del consiglio d'amministrazione (sono stati designati in quota Pd e M5s Luisa Gnecchi, Roberto Lancellotti, Rosario De Luca e Patrizia Tullini) anche il suo stipendio subirà un lauto ritocco. A quel che risulta al nostro giornale, la «promozione reddituale» sarebbe già stata proposta, dal dg Gabriella Di Michele, appena scampata a una indagine interna sulla ristrutturazione della sua casa, in una lettera inviata ai ministeri vigilanti con le indicazioni dei compensi anche per i nuovi consiglieri di amministrazione in attesa dei relativi decreti interministeriali (Lavoro ed Economia) che fisseranno l'entità delle «buste paga». Si sussurra che il nostro potrebbe accontentarsi di 160.000 euro, molto meno del tetto di 240.000 euro previsto per i manager pubblici, ma molto di più degli attuali 100.000 e rotti. Un aumento del 60% che non è da tutti. Ma c'è chi, dentro all'ente previdenziale, non esclude un emolumento che sfondi la soglia dei 200.000 euro. E, a proposito di aumenti, nel bilancio 2020 i costi per i compensi fissi ai componenti del consiglio di indirizzo e vigilanza, delle gestioni dei coltivatori diretti, mezzadri e coloni, degli artigiani e degli esercenti attività commerciale e relativi oneri previdenziali e assistenziali in appena dodici mesi sono lievitati del 127% passando da 409.500 euro del 2019 ai 931.500 del 2020 con un incremento secco di 522.000 euro per la reintroduzione del Cda. Infatti otteniamo la cifra sopra citata sommando ai precedenti 409.000 euro, i 450.000 euro citati da una lettera del ministero del Lavoro del 14 giugno scorso, quale indicazione minima per i costi del nuovo organo di gestione, e i 72.000 euro di oneri riflessi calcolati con l'applicazione dell'aliquota del 16%. Per recuperare questo mezzo milione di euro in più, i vertici dell'Inps hanno sforbiciato per equivalente il capitolo di bilancio relativo a «manutenzione e noleggio impianti, macchine e apparecchiature sanitarie» e quello per «spese postali, telegrafiche e telefoniche degli uffici». Di fatto disattendendo la buona prassi dei tagli strutturali, che eliminano definitivamente i costi, per adottare semplici «sostituzioni» di voci di uscite che non incidono sulla quantità di denaro pubblico effettivamente speso. Intervento di cui, invece, l'Inps avrebbe urgente bisogno. I 522.000 euro, oltre che per il Cda, serviranno - secondo quel che La Verità ha potuto ricostruire - anche a finanziare l'aumento di stipendio per Tridico tant'è che, c'è scritto nel documento contabile, tale cifra dev'essere considerata in aggiunta alla somma «già prevista in bilancio quale compenso per il presidente dell'Istituto». Nello schema di bilancio troviamo inoltre una pingue riserva di denaro destinata ai rimborsi spesa per il presidente (80.000 euro) e per il Cda (altri 316.000 euro), e anche per il collegio sindacale e il magistrato della Corte dei conti (16.000 euro). Collegio sindacale che in bilancio può contare su uno stanziamento di 2,4 milioni di euro di compensi per il solo 2020. Ma a pesare sulle casse dell'Inps non ci sono solo gli stipendi del presidente dell'Inps e del direttore generale. Nella lettera di diffida (il cui contenuto è approfondito nell'artico sotto) inviata da sei dirigenti di prima fascia per fermare la riorganizzazione del ticket Tridico-Gabriella Di Michele si legge di ulteriori costi. Infatti i dirigenti di prima fascia in pianta organica sono passati da 40 a 43, «con un effettivo maggiore esborso per l'Inps di oltre mezzo milione di euro». Infatti sono arrivati un nuovo dirigente di prima fascia (costo circa 300.000 euro) e tre sono stati promossi dalla seconda fascia. A tale importo andrebbe aggiunto «il maggior costo (..) per le spese che l'ente deve sostenere, per anni, a titolo di indennità di prima sistemazione e di rimborsi spese per l'abitazione, dipendenti dagli spostamenti sul territorio conseguenti al conferimento di diversi incarichi dirigenziali generali». Ma nel caso dell'Inps riorganizzazione non fa rima con razionalizzazione. Per esempio l'ente tornerà a sborsare centinaia di migliaia di euro in affitti di casa e indennità, mentre la precedente amministrazione aveva cercato di tagliare queste uscite. Infatti i casi di rotazione sono numerosi, ben 25. Per esempio un dirigente andrà da Roma a Napoli, mentre due suoi colleghi si muoveranno sulla stessa direttrice, ma in direzione opposta. Peccato che chi è finito nella Capitale volesse restare a Napoli e chi è stato trasferito sotto il Vesuvio avesse chiesto di rimanere sotto il Colosseo. Colmo dei colmi: un dirigente che aveva indicato come mete gradite Napoli e Bari andrà a sostituire a Roma un collega che invece è stato mandato a Bari contro la sua volontà. Ma la rotazione ha scontentato molti altri manager, che hanno visto la propria vita sconvolta dalle scelte di presidente e dg. Con il sorprendente risultato che l'Inps pagherà di più per avere dirigenti depressi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-tridico-piu-costi-per-i-manager-ma-lui-ottiene-laumento-di-stipendio-2642024664.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="diffida-dei-dirigenti-trasferiti-al-presidente" data-post-id="2642024664" data-published-at="1778175417" data-use-pagination="False"> Diffida dei dirigenti trasferiti al presidente Dure accuse contro l'Inps, che avrebbe messo in atto uno «spoils system» che somiglierebbe pericolosamente a una «purga». Un'operazione che sarebbe stata realizzata dai vertici contro un gruppo di dirigenti di prima fascia accusati di non essere allineati al pensiero dominante. E che per questo sarebbero stati silurati con 12 mesi di anticipo sulla scadenza dell'incarico quadriennale con l'escamotage della riorganizzazione. È un formidabile atto d'accusa nei confronti del presidente Pasquale Tridico e della direttrice generale Gabriella Di Michele la diffida che l'avvocato Iolanda Piccinini, ordinario di diritto del lavoro alla Lumsa di Roma, ha inviato nei giorni scorsi ai vertici dell'istituto oltre che al collegio dei sindaci, al magistrato della Corte dei conti delegato al controllo, al presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza e, per conoscenza, alla commissione bicamerale di Controllo sull'attività degli enti di previdenza, al vicepresidente della commissione Lavoro del Senato e, ancora, alla direzione generale per le politiche previdenziali del ministero del Lavoro. Diciannove pagine che il nostro giornale ha potuto leggere e che demoliscono il riordino dei piani alti dell'istituto di previdenza. Illegittimo, c'è scritto nella diffida, perché messo in atto da un presidente che, da almeno sette mesi, non ha più i poteri del commissario straordinario e che, pertanto, doveva concordare ogni mossa con il futuro cda, con i sindacati e con i dirigenti competenti per materia e convalidare il piano con un apposito nuovo regolamento. Una riorganizzazione peraltro che sarebbe assai limitata, e dunque secondo l'avvocato sospetta, considerato che ha riguardato appena 366 posizioni su una platea di 30.000 dipendenti (in pratica l'1%) e che non avrebbe in alcun modo modificato la struttura del territorio così come molte direzioni centrali (pensioni, entrate, pianificazione e controllo di gestione, e bilancio). I sei dirigenti disarcionati parlano di uno «spoils system mascherato» per «poter adeguare l'assetto amministrativo al nuovo vertice politico pentastellato» che integrerebbe l'accusa di «frode alla legge». La diffida, per ora, dovrebbe servire a convincere presidente e dg a revocare in autotutela i provvedimenti di trasferimento ma tutto lascia presagire che la storia potrebbe approdare davanti alle magistrature penale, contabile e del lavoro se la situazione non si sbloccasse. I dirigenti di prima fascia lamentano un atteggiamento discriminatorio nei loro confronti solo perché appartenenti alla vecchia governance o per aver espresso legittime critiche alla dg o perché sospettati di aver fornito informazioni ai giornali per la pubblicazione di articoli sulle critiche condizioni dell'Inps. La realtà, secondo la lettera dell'avvocato, potrebbe essere addirittura molto più semplice: i dirigenti sarebbero stati sacrificati per liberare poltrone importanti. E così i sei super manager si sarebbero ritrovati defenestrati. Vincenzo Damato è passato dalla direzione centrale riorganizzazione e sistemi informativi al coordinamento della città metropolitana di Napoli. Fabio Vitale, già direttore tutore regionale del Lazio (scoprì un'evasione contributiva dell'Enel ai danni dell'Inps per milioni di euro), è stato invece inviato nelle Marche Giovanni Di Monde, ex direttore della direzione centrale risorse umane a Roma, adesso invece si trova in Lombardia. Dalla Capitale è andato via - destinazione Puglia - anche Giulio Blandamura, ex direttore della direzione centrale pianificazione e controllo di gestione. Giuliano Quattrone, ex direttore della Lombardia, è stato invece spostato alla direzione servizi al territorio a Roma, e - infine - Alessandro Tombolini è passato da direttore regionale delle Marche a direttore generale in Sardegna. Tutti o quasi hanno dovuto preparare le valigie con appena 72 ore di anticipo, malgrado situazioni personali e familiari critiche con figli minori e addirittura, in un caso, con una precaria condizione abitativa dovuta all'incendio e alla distruzione del proprio appartamento. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-tridico-piu-costi-per-i-manager-ma-lui-ottiene-laumento-di-stipendio-2642024664.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="profondo-rosso-allinps-buco-da-55-miliardi" data-post-id="2642024664" data-published-at="1778175417" data-use-pagination="False"> Profondo rosso all’Inps: buco da 5,5 miliardi Il 2019 è quasi finito e il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, ha già firmato il bilancio previsionale per il 2020. Manca il visto del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell'istituto, ma La Verità è in grado di anticipare che per il prossimo anno il buco previsto si aggira sui 5,5 miliardi di euro. La gestione finanziaria calcolata per cassa dovrebbe chiudere il 2020 con un differenziale negativo di 5,53 miliardi, per l'esattezza. Un conto frutto della sottrazione tra le riscossioni complessive (430,6 miliardi) e le uscite (436,1). Il fabbisogno di cassa, come ogni anno, è in parte coperto dell'anticipo dello Stato girato a mo' di prestito. Lo squilibrio ha effetti sul conto patrimoniale che, a sua volta, riporta un dato con un grosso segno meno. La differenza, in questo caso, tra il valore della produzione e il costo della produzione stessa è di 6,3 miliardi, euro più, euro meno. Bisogna dare atto che se le previsioni resteranno nell'alveo tracciato dal documento adesso al vaglio del Civ i conti nel complesso non si può certo dire che siano in peggioramento. Rispetto alle attese per il 2019 le entrate sono previste in miglioramento di quasi 10 miliardi. Così come le spese per il funzionamento e la gestione dell'istituto sono in calo di un 4%, anche se rimangono ancora sopra alla considerevole soglia di 5 miliardi di euro. Messe assieme tutte queste voci, a fine 2020 si dovrà prendere atto che il patrimonio dell'Inps si sarà ulteriormente eroso, fino a raggiungere 32 miliardi. Dai 38 del 2019. Un trend che porterà l'istituto fra una decina di anni a un valore pari a zero. Rendendo inutile l'intervento avviato due anni fa, sotto la presidenza di Tito Boeri. Il Tesoro ha infatti cancellato alla fine del 2017 ben 88,8 miliardi di debiti cumulati negli anni precedenti. L'intervento che si è finalizzato ad aprile del 2018, quando il bilancio preventivo indicava un rosso di 17 miliardi, ha permesso anche il ripianamento della situazione contabile e la ricostituzione del patrimonio con una soglia stabilita a 40 miliardi di euro. Valore che in soli due anni si sarà ridotto del 20%. Sebbene le perdite di esercizio siano in miglioramento, gli interventi non sembrano sufficiente a invertire il trend. D'altronde la mossa del Tesoro del 2017 ha numerosi precedenti. Il più famoso è del 1988 quando il Parlamento stabilì che il debito accumulato (121.630 miliardi di lire) non era più da intendersi come prestito da restituire, ma come «trasferimento definitivo». Bastò un semplice comma per trasformare una voce di bilancio in qualcosa di completamente diverso: da passivo ad attivo. Presto fatto. Tanto la legge spiega che la regolazione dei flussi di credito o debito tra Stato e Inps non rientra nel calderone del deficit e al tempo stesso la garanzia di continuità dei pagamenti degli assegni pensionistici è coperta dai trasferimenti o dagli anticipi dello Stato stesso. Un modo per garantire che a circa 18 milioni di italiani non venga meno il bonifico mensile. Dall'altra parte però la garanzia finisce con il concedere sempre più tempo al riassetto vero e definitivo. Ci riferiamo alla mole di costi che ancora si può tagliare. Sono numerosissime le inchieste sul patrimonio immobiliare dell'istituto, che vale più o meno 3 miliardi di euro e che non rende come dovrebbe. Tito Boeri al momento del suo insediamento aveva dedicato al mattone un passaggio fondamentale del discorso. Alla fine del mandato la situazione non è cambiata granché. Un recente articolo di Panorama ricorda che quasi la metà degli immobili resta sfitto e dunque non partecipa alla voce entrate. Così chi ha potuto vedere il bilancio previsionale ha notato tagli consistenti a singole voci come l'acquisto di carta e cancelleria (da 1 milione a circa 750.000 euro) o le spese di facchinaggio (da 11 milioni a 9 circa grazie alle gare Consip) e così via per voci di spesa tradizionali o iper tecnologiche. Ad esempio i costi per i sistemi informatici e per la disaster recovery calano di quasi il 30% grazie alla razionalizzazione degli appalti, ma nel complesso prima di arrivare al pareggio ci vorrebbe la falce. Ovviamente ci sono voci di spesa che non si possono tagliare: ne verrebbe meno l'efficienza e la stabilità stessa dell'istituto. Come i costi di ammodernamento e di aggiornamento del personale, così come quelli relativi alla struttura dell'information technology. Al contrario il compito di Pasquale Tridico dovrebbe essere quello di razionalizzare la governance e tagliare i compensi, mentre la politica dovrebbe prima o poi prendersi la responsabilità dell'intera gestione. Su quasi 18 milioni di assegni mensili, solo 13,8 sono di natura previdenziale. Gli altri 4 scarsi sono di natura assistenziale (accompagnamento, invalidità, pensioni sociali). 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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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