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2019-12-27
L'Inps ha un buco di 5,5 miliardi. Tridico si aumenta lo stipendio
Ansa
Nei giorni scorsi il presidente dell'Inps Pasquale Tridico ha lucidato uno dei suoi argomenti più amati, il reddito di cittadinanza come strumento di lotta alla povertà. «Ha avuto un impatto molto forte sulla povertà e ha provocato una riduzione della disuguaglianza». Su Panorama, intervistato dal nostro Luca Telese, aveva difeso il provvedimento, raccontando di essere figlio dello stato sociale, un miracolato degli aiuti pubblici alle famiglie disagiate. Senza quel sostegno, aveva detto, ci sarebbe stato sicuramente «un altro Tridico» che «forse non si sarebbe diplomato, sicuramente non si sarebbe laureato». Ma adesso Tridico è presidente dell'Inps e può contare su 103.000 euro lordi all'anno che diventano 125.000 con gli oneri riflessi, ovvero i contributi a carico del datore di lavoro. Insomma la battaglia per sconfiggere la sua povertà l'ha vinta. Ma dentro all'Inps diversi dirigenti raccontano che la scalata non è finita. E che con l'insediamento del consiglio d'amministrazione (sono stati designati in quota Pd e M5s Luisa Gnecchi, Roberto Lancellotti, Rosario De Luca e Patrizia Tullini) anche il suo stipendio subirà un lauto ritocco. A quel che risulta al nostro giornale, la «promozione reddituale» sarebbe già stata proposta, dal dg Gabriella Di Michele, appena scampata a una indagine interna sulla ristrutturazione della sua casa, in una lettera inviata ai ministeri vigilanti con le indicazioni dei compensi anche per i nuovi consiglieri di amministrazione in attesa dei relativi decreti interministeriali (Lavoro ed Economia) che fisseranno l'entità delle «buste paga». Si sussurra che il nostro potrebbe accontentarsi di 160.000 euro, molto meno del tetto di 240.000 euro previsto per i manager pubblici, ma molto di più degli attuali 100.000 e rotti. Un aumento del 60% che non è da tutti. Ma c'è chi, dentro all'ente previdenziale, non esclude un emolumento che sfondi la soglia dei 200.000 euro. E, a proposito di aumenti, nel bilancio 2020 i costi per i compensi fissi ai componenti del consiglio di indirizzo e vigilanza, delle gestioni dei coltivatori diretti, mezzadri e coloni, degli artigiani e degli esercenti attività commerciale e relativi oneri previdenziali e assistenziali in appena dodici mesi sono lievitati del 127% passando da 409.500 euro del 2019 ai 931.500 del 2020 con un incremento secco di 522.000 euro per la reintroduzione del Cda. Infatti otteniamo la cifra sopra citata sommando ai precedenti 409.000 euro, i 450.000 euro citati da una lettera del ministero del Lavoro del 14 giugno scorso, quale indicazione minima per i costi del nuovo organo di gestione, e i 72.000 euro di oneri riflessi calcolati con l'applicazione dell'aliquota del 16%. Per recuperare questo mezzo milione di euro in più, i vertici dell'Inps hanno sforbiciato per equivalente il capitolo di bilancio relativo a «manutenzione e noleggio impianti, macchine e apparecchiature sanitarie» e quello per «spese postali, telegrafiche e telefoniche degli uffici». Di fatto disattendendo la buona prassi dei tagli strutturali, che eliminano definitivamente i costi, per adottare semplici «sostituzioni» di voci di uscite che non incidono sulla quantità di denaro pubblico effettivamente speso. Intervento di cui, invece, l'Inps avrebbe urgente bisogno.
I 522.000 euro, oltre che per il Cda, serviranno - secondo quel che La Verità ha potuto ricostruire - anche a finanziare l'aumento di stipendio per Tridico tant'è che, c'è scritto nel documento contabile, tale cifra dev'essere considerata in aggiunta alla somma «già prevista in bilancio quale compenso per il presidente dell'Istituto». Nello schema di bilancio troviamo inoltre una pingue riserva di denaro destinata ai rimborsi spesa per il presidente (80.000 euro) e per il Cda (altri 316.000 euro), e anche per il collegio sindacale e il magistrato della Corte dei conti (16.000 euro). Collegio sindacale che in bilancio può contare su uno stanziamento di 2,4 milioni di euro di compensi per il solo 2020.
Ma a pesare sulle casse dell'Inps non ci sono solo gli stipendi del presidente dell'Inps e del direttore generale. Nella lettera di diffida (il cui contenuto è approfondito nell'artico sotto) inviata da sei dirigenti di prima fascia per fermare la riorganizzazione del ticket Tridico-Gabriella Di Michele si legge di ulteriori costi. Infatti i dirigenti di prima fascia in pianta organica sono passati da 40 a 43, «con un effettivo maggiore esborso per l'Inps di oltre mezzo milione di euro». Infatti sono arrivati un nuovo dirigente di prima fascia (costo circa 300.000 euro) e tre sono stati promossi dalla seconda fascia. A tale importo andrebbe aggiunto «il maggior costo (..) per le spese che l'ente deve sostenere, per anni, a titolo di indennità di prima sistemazione e di rimborsi spese per l'abitazione, dipendenti dagli spostamenti sul territorio conseguenti al conferimento di diversi incarichi dirigenziali generali». Ma nel caso dell'Inps riorganizzazione non fa rima con razionalizzazione. Per esempio l'ente tornerà a sborsare centinaia di migliaia di euro in affitti di casa e indennità, mentre la precedente amministrazione aveva cercato di tagliare queste uscite. Infatti i casi di rotazione sono numerosi, ben 25. Per esempio un dirigente andrà da Roma a Napoli, mentre due suoi colleghi si muoveranno sulla stessa direttrice, ma in direzione opposta. Peccato che chi è finito nella Capitale volesse restare a Napoli e chi è stato trasferito sotto il Vesuvio avesse chiesto di rimanere sotto il Colosseo. Colmo dei colmi: un dirigente che aveva indicato come mete gradite Napoli e Bari andrà a sostituire a Roma un collega che invece è stato mandato a Bari contro la sua volontà. Ma la rotazione ha scontentato molti altri manager, che hanno visto la propria vita sconvolta dalle scelte di presidente e dg. Con il sorprendente risultato che l'Inps pagherà di più per avere dirigenti depressi.
Diffida dei dirigenti trasferiti al presidente
Dure accuse contro l'Inps, che avrebbe messo in atto uno «spoils system» che somiglierebbe pericolosamente a una «purga». Un'operazione che sarebbe stata realizzata dai vertici contro un gruppo di dirigenti di prima fascia accusati di non essere allineati al pensiero dominante. E che per questo sarebbero stati silurati con 12 mesi di anticipo sulla scadenza dell'incarico quadriennale con l'escamotage della riorganizzazione. È un formidabile atto d'accusa nei confronti del presidente Pasquale Tridico e della direttrice generale Gabriella Di Michele la diffida che l'avvocato Iolanda Piccinini, ordinario di diritto del lavoro alla Lumsa di Roma, ha inviato nei giorni scorsi ai vertici dell'istituto oltre che al collegio dei sindaci, al magistrato della Corte dei conti delegato al controllo, al presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza e, per conoscenza, alla commissione bicamerale di Controllo sull'attività degli enti di previdenza, al vicepresidente della commissione Lavoro del Senato e, ancora, alla direzione generale per le politiche previdenziali del ministero del Lavoro.
Diciannove pagine che il nostro giornale ha potuto leggere e che demoliscono il riordino dei piani alti dell'istituto di previdenza. Illegittimo, c'è scritto nella diffida, perché messo in atto da un presidente che, da almeno sette mesi, non ha più i poteri del commissario straordinario e che, pertanto, doveva concordare ogni mossa con il futuro cda, con i sindacati e con i dirigenti competenti per materia e convalidare il piano con un apposito nuovo regolamento. Una riorganizzazione peraltro che sarebbe assai limitata, e dunque secondo l'avvocato sospetta, considerato che ha riguardato appena 366 posizioni su una platea di 30.000 dipendenti (in pratica l'1%) e che non avrebbe in alcun modo modificato la struttura del territorio così come molte direzioni centrali (pensioni, entrate, pianificazione e controllo di gestione, e bilancio).
I sei dirigenti disarcionati parlano di uno «spoils system mascherato» per «poter adeguare l'assetto amministrativo al nuovo vertice politico pentastellato» che integrerebbe l'accusa di «frode alla legge».
La diffida, per ora, dovrebbe servire a convincere presidente e dg a revocare in autotutela i provvedimenti di trasferimento ma tutto lascia presagire che la storia potrebbe approdare davanti alle magistrature penale, contabile e del lavoro se la situazione non si sbloccasse. I dirigenti di prima fascia lamentano un atteggiamento discriminatorio nei loro confronti solo perché appartenenti alla vecchia governance o per aver espresso legittime critiche alla dg o perché sospettati di aver fornito informazioni ai giornali per la pubblicazione di articoli sulle critiche condizioni dell'Inps. La realtà, secondo la lettera dell'avvocato, potrebbe essere addirittura molto più semplice: i dirigenti sarebbero stati sacrificati per liberare poltrone importanti. E così i sei super manager si sarebbero ritrovati defenestrati.
Vincenzo Damato è passato dalla direzione centrale riorganizzazione e sistemi informativi al coordinamento della città metropolitana di Napoli. Fabio Vitale, già direttore tutore regionale del Lazio (scoprì un'evasione contributiva dell'Enel ai danni dell'Inps per milioni di euro), è stato invece inviato nelle Marche Giovanni Di Monde, ex direttore della direzione centrale risorse umane a Roma, adesso invece si trova in Lombardia. Dalla Capitale è andato via - destinazione Puglia - anche Giulio Blandamura, ex direttore della direzione centrale pianificazione e controllo di gestione. Giuliano Quattrone, ex direttore della Lombardia, è stato invece spostato alla direzione servizi al territorio a Roma, e - infine - Alessandro Tombolini è passato da direttore regionale delle Marche a direttore generale in Sardegna.
Tutti o quasi hanno dovuto preparare le valigie con appena 72 ore di anticipo, malgrado situazioni personali e familiari critiche con figli minori e addirittura, in un caso, con una precaria condizione abitativa dovuta all'incendio e alla distruzione del proprio appartamento.
Profondo rosso all’Inps: buco da 5,5 miliardi
Il 2019 è quasi finito e il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, ha già firmato il bilancio previsionale per il 2020. Manca il visto del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell'istituto, ma La Verità è in grado di anticipare che per il prossimo anno il buco previsto si aggira sui 5,5 miliardi di euro. La gestione finanziaria calcolata per cassa dovrebbe chiudere il 2020 con un differenziale negativo di 5,53 miliardi, per l'esattezza. Un conto frutto della sottrazione tra le riscossioni complessive (430,6 miliardi) e le uscite (436,1). Il fabbisogno di cassa, come ogni anno, è in parte coperto dell'anticipo dello Stato girato a mo' di prestito.
Lo squilibrio ha effetti sul conto patrimoniale che, a sua volta, riporta un dato con un grosso segno meno. La differenza, in questo caso, tra il valore della produzione e il costo della produzione stessa è di 6,3 miliardi, euro più, euro meno. Bisogna dare atto che se le previsioni resteranno nell'alveo tracciato dal documento adesso al vaglio del Civ i conti nel complesso non si può certo dire che siano in peggioramento. Rispetto alle attese per il 2019 le entrate sono previste in miglioramento di quasi 10 miliardi.
Così come le spese per il funzionamento e la gestione dell'istituto sono in calo di un 4%, anche se rimangono ancora sopra alla considerevole soglia di 5 miliardi di euro. Messe assieme tutte queste voci, a fine 2020 si dovrà prendere atto che il patrimonio dell'Inps si sarà ulteriormente eroso, fino a raggiungere 32 miliardi. Dai 38 del 2019. Un trend che porterà l'istituto fra una decina di anni a un valore pari a zero. Rendendo inutile l'intervento avviato due anni fa, sotto la presidenza di Tito Boeri. Il Tesoro ha infatti cancellato alla fine del 2017 ben 88,8 miliardi di debiti cumulati negli anni precedenti. L'intervento che si è finalizzato ad aprile del 2018, quando il bilancio preventivo indicava un rosso di 17 miliardi, ha permesso anche il ripianamento della situazione contabile e la ricostituzione del patrimonio con una soglia stabilita a 40 miliardi di euro. Valore che in soli due anni si sarà ridotto del 20%. Sebbene le perdite di esercizio siano in miglioramento, gli interventi non sembrano sufficiente a invertire il trend.
D'altronde la mossa del Tesoro del 2017 ha numerosi precedenti. Il più famoso è del 1988 quando il Parlamento stabilì che il debito accumulato (121.630 miliardi di lire) non era più da intendersi come prestito da restituire, ma come «trasferimento definitivo». Bastò un semplice comma per trasformare una voce di bilancio in qualcosa di completamente diverso: da passivo ad attivo. Presto fatto. Tanto la legge spiega che la regolazione dei flussi di credito o debito tra Stato e Inps non rientra nel calderone del deficit e al tempo stesso la garanzia di continuità dei pagamenti degli assegni pensionistici è coperta dai trasferimenti o dagli anticipi dello Stato stesso. Un modo per garantire che a circa 18 milioni di italiani non venga meno il bonifico mensile. Dall'altra parte però la garanzia finisce con il concedere sempre più tempo al riassetto vero e definitivo.
Ci riferiamo alla mole di costi che ancora si può tagliare. Sono numerosissime le inchieste sul patrimonio immobiliare dell'istituto, che vale più o meno 3 miliardi di euro e che non rende come dovrebbe. Tito Boeri al momento del suo insediamento aveva dedicato al mattone un passaggio fondamentale del discorso. Alla fine del mandato la situazione non è cambiata granché. Un recente articolo di Panorama ricorda che quasi la metà degli immobili resta sfitto e dunque non partecipa alla voce entrate. Così chi ha potuto vedere il bilancio previsionale ha notato tagli consistenti a singole voci come l'acquisto di carta e cancelleria (da 1 milione a circa 750.000 euro) o le spese di facchinaggio (da 11 milioni a 9 circa grazie alle gare Consip) e così via per voci di spesa tradizionali o iper tecnologiche. Ad esempio i costi per i sistemi informatici e per la disaster recovery calano di quasi il 30% grazie alla razionalizzazione degli appalti, ma nel complesso prima di arrivare al pareggio ci vorrebbe la falce. Ovviamente ci sono voci di spesa che non si possono tagliare: ne verrebbe meno l'efficienza e la stabilità stessa dell'istituto.
Come i costi di ammodernamento e di aggiornamento del personale, così come quelli relativi alla struttura dell'information technology. Al contrario il compito di Pasquale Tridico dovrebbe essere quello di razionalizzare la governance e tagliare i compensi, mentre la politica dovrebbe prima o poi prendersi la responsabilità dell'intera gestione. Su quasi 18 milioni di assegni mensili, solo 13,8 sono di natura previdenziale. Gli altri 4 scarsi sono di natura assistenziale (accompagnamento, invalidità, pensioni sociali). Se togliessimo questi 4 milioni di assegni caricati tutti sulle spalle di chi ha lavorato, l'Inps starebbe in piedi da sola, indipendentemente dal sistema retributivo o contributivo. Solo che 4 milioni di famiglie valgono almeno 10 milioni di voti: quale governo farà mai una riforma di tale genere?
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Fonti della «Verità»: la dg Gabriella Di Michele, scampata a un'indagine interna, ha proposto di pagare di più il numero uno dell'ente. Si parla di almeno 160.000 euro, +60%. Con la rotazione dei direttori crescono indennità e salari. Diffida dei dirigenti trasferiti al presidente. L'accusa: «L'obiettivo è adeguare l'ente al nuovo vertice grillino. È una frode». Il bilancio di previsione 2020 evidenzia lo squilibrio fra entrate (430,6 miliardi) e uscite (436,1). Andando avanti di questo passo fra una decina di anni l'istituto avrà eroso tutto il patrimonio. Bisogna sfruttare gli immobili e separare previdenza e assistenza. Lo speciale comprende tre articoli. Nei giorni scorsi il presidente dell'Inps Pasquale Tridico ha lucidato uno dei suoi argomenti più amati, il reddito di cittadinanza come strumento di lotta alla povertà. «Ha avuto un impatto molto forte sulla povertà e ha provocato una riduzione della disuguaglianza». Su Panorama, intervistato dal nostro Luca Telese, aveva difeso il provvedimento, raccontando di essere figlio dello stato sociale, un miracolato degli aiuti pubblici alle famiglie disagiate. Senza quel sostegno, aveva detto, ci sarebbe stato sicuramente «un altro Tridico» che «forse non si sarebbe diplomato, sicuramente non si sarebbe laureato». Ma adesso Tridico è presidente dell'Inps e può contare su 103.000 euro lordi all'anno che diventano 125.000 con gli oneri riflessi, ovvero i contributi a carico del datore di lavoro. Insomma la battaglia per sconfiggere la sua povertà l'ha vinta. Ma dentro all'Inps diversi dirigenti raccontano che la scalata non è finita. E che con l'insediamento del consiglio d'amministrazione (sono stati designati in quota Pd e M5s Luisa Gnecchi, Roberto Lancellotti, Rosario De Luca e Patrizia Tullini) anche il suo stipendio subirà un lauto ritocco. A quel che risulta al nostro giornale, la «promozione reddituale» sarebbe già stata proposta, dal dg Gabriella Di Michele, appena scampata a una indagine interna sulla ristrutturazione della sua casa, in una lettera inviata ai ministeri vigilanti con le indicazioni dei compensi anche per i nuovi consiglieri di amministrazione in attesa dei relativi decreti interministeriali (Lavoro ed Economia) che fisseranno l'entità delle «buste paga». Si sussurra che il nostro potrebbe accontentarsi di 160.000 euro, molto meno del tetto di 240.000 euro previsto per i manager pubblici, ma molto di più degli attuali 100.000 e rotti. Un aumento del 60% che non è da tutti. Ma c'è chi, dentro all'ente previdenziale, non esclude un emolumento che sfondi la soglia dei 200.000 euro. E, a proposito di aumenti, nel bilancio 2020 i costi per i compensi fissi ai componenti del consiglio di indirizzo e vigilanza, delle gestioni dei coltivatori diretti, mezzadri e coloni, degli artigiani e degli esercenti attività commerciale e relativi oneri previdenziali e assistenziali in appena dodici mesi sono lievitati del 127% passando da 409.500 euro del 2019 ai 931.500 del 2020 con un incremento secco di 522.000 euro per la reintroduzione del Cda. Infatti otteniamo la cifra sopra citata sommando ai precedenti 409.000 euro, i 450.000 euro citati da una lettera del ministero del Lavoro del 14 giugno scorso, quale indicazione minima per i costi del nuovo organo di gestione, e i 72.000 euro di oneri riflessi calcolati con l'applicazione dell'aliquota del 16%. Per recuperare questo mezzo milione di euro in più, i vertici dell'Inps hanno sforbiciato per equivalente il capitolo di bilancio relativo a «manutenzione e noleggio impianti, macchine e apparecchiature sanitarie» e quello per «spese postali, telegrafiche e telefoniche degli uffici». Di fatto disattendendo la buona prassi dei tagli strutturali, che eliminano definitivamente i costi, per adottare semplici «sostituzioni» di voci di uscite che non incidono sulla quantità di denaro pubblico effettivamente speso. Intervento di cui, invece, l'Inps avrebbe urgente bisogno. I 522.000 euro, oltre che per il Cda, serviranno - secondo quel che La Verità ha potuto ricostruire - anche a finanziare l'aumento di stipendio per Tridico tant'è che, c'è scritto nel documento contabile, tale cifra dev'essere considerata in aggiunta alla somma «già prevista in bilancio quale compenso per il presidente dell'Istituto». Nello schema di bilancio troviamo inoltre una pingue riserva di denaro destinata ai rimborsi spesa per il presidente (80.000 euro) e per il Cda (altri 316.000 euro), e anche per il collegio sindacale e il magistrato della Corte dei conti (16.000 euro). Collegio sindacale che in bilancio può contare su uno stanziamento di 2,4 milioni di euro di compensi per il solo 2020. Ma a pesare sulle casse dell'Inps non ci sono solo gli stipendi del presidente dell'Inps e del direttore generale. Nella lettera di diffida (il cui contenuto è approfondito nell'artico sotto) inviata da sei dirigenti di prima fascia per fermare la riorganizzazione del ticket Tridico-Gabriella Di Michele si legge di ulteriori costi. Infatti i dirigenti di prima fascia in pianta organica sono passati da 40 a 43, «con un effettivo maggiore esborso per l'Inps di oltre mezzo milione di euro». Infatti sono arrivati un nuovo dirigente di prima fascia (costo circa 300.000 euro) e tre sono stati promossi dalla seconda fascia. A tale importo andrebbe aggiunto «il maggior costo (..) per le spese che l'ente deve sostenere, per anni, a titolo di indennità di prima sistemazione e di rimborsi spese per l'abitazione, dipendenti dagli spostamenti sul territorio conseguenti al conferimento di diversi incarichi dirigenziali generali». Ma nel caso dell'Inps riorganizzazione non fa rima con razionalizzazione. Per esempio l'ente tornerà a sborsare centinaia di migliaia di euro in affitti di casa e indennità, mentre la precedente amministrazione aveva cercato di tagliare queste uscite. Infatti i casi di rotazione sono numerosi, ben 25. Per esempio un dirigente andrà da Roma a Napoli, mentre due suoi colleghi si muoveranno sulla stessa direttrice, ma in direzione opposta. Peccato che chi è finito nella Capitale volesse restare a Napoli e chi è stato trasferito sotto il Vesuvio avesse chiesto di rimanere sotto il Colosseo. Colmo dei colmi: un dirigente che aveva indicato come mete gradite Napoli e Bari andrà a sostituire a Roma un collega che invece è stato mandato a Bari contro la sua volontà. Ma la rotazione ha scontentato molti altri manager, che hanno visto la propria vita sconvolta dalle scelte di presidente e dg. Con il sorprendente risultato che l'Inps pagherà di più per avere dirigenti depressi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-tridico-piu-costi-per-i-manager-ma-lui-ottiene-laumento-di-stipendio-2642024664.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="diffida-dei-dirigenti-trasferiti-al-presidente" data-post-id="2642024664" data-published-at="1772872934" data-use-pagination="False"> Diffida dei dirigenti trasferiti al presidente Dure accuse contro l'Inps, che avrebbe messo in atto uno «spoils system» che somiglierebbe pericolosamente a una «purga». 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Diciannove pagine che il nostro giornale ha potuto leggere e che demoliscono il riordino dei piani alti dell'istituto di previdenza. Illegittimo, c'è scritto nella diffida, perché messo in atto da un presidente che, da almeno sette mesi, non ha più i poteri del commissario straordinario e che, pertanto, doveva concordare ogni mossa con il futuro cda, con i sindacati e con i dirigenti competenti per materia e convalidare il piano con un apposito nuovo regolamento. Una riorganizzazione peraltro che sarebbe assai limitata, e dunque secondo l'avvocato sospetta, considerato che ha riguardato appena 366 posizioni su una platea di 30.000 dipendenti (in pratica l'1%) e che non avrebbe in alcun modo modificato la struttura del territorio così come molte direzioni centrali (pensioni, entrate, pianificazione e controllo di gestione, e bilancio). I sei dirigenti disarcionati parlano di uno «spoils system mascherato» per «poter adeguare l'assetto amministrativo al nuovo vertice politico pentastellato» che integrerebbe l'accusa di «frode alla legge». La diffida, per ora, dovrebbe servire a convincere presidente e dg a revocare in autotutela i provvedimenti di trasferimento ma tutto lascia presagire che la storia potrebbe approdare davanti alle magistrature penale, contabile e del lavoro se la situazione non si sbloccasse. I dirigenti di prima fascia lamentano un atteggiamento discriminatorio nei loro confronti solo perché appartenenti alla vecchia governance o per aver espresso legittime critiche alla dg o perché sospettati di aver fornito informazioni ai giornali per la pubblicazione di articoli sulle critiche condizioni dell'Inps. La realtà, secondo la lettera dell'avvocato, potrebbe essere addirittura molto più semplice: i dirigenti sarebbero stati sacrificati per liberare poltrone importanti. E così i sei super manager si sarebbero ritrovati defenestrati. Vincenzo Damato è passato dalla direzione centrale riorganizzazione e sistemi informativi al coordinamento della città metropolitana di Napoli. Fabio Vitale, già direttore tutore regionale del Lazio (scoprì un'evasione contributiva dell'Enel ai danni dell'Inps per milioni di euro), è stato invece inviato nelle Marche Giovanni Di Monde, ex direttore della direzione centrale risorse umane a Roma, adesso invece si trova in Lombardia. Dalla Capitale è andato via - destinazione Puglia - anche Giulio Blandamura, ex direttore della direzione centrale pianificazione e controllo di gestione. Giuliano Quattrone, ex direttore della Lombardia, è stato invece spostato alla direzione servizi al territorio a Roma, e - infine - Alessandro Tombolini è passato da direttore regionale delle Marche a direttore generale in Sardegna. 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Manca il visto del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell'istituto, ma La Verità è in grado di anticipare che per il prossimo anno il buco previsto si aggira sui 5,5 miliardi di euro. La gestione finanziaria calcolata per cassa dovrebbe chiudere il 2020 con un differenziale negativo di 5,53 miliardi, per l'esattezza. Un conto frutto della sottrazione tra le riscossioni complessive (430,6 miliardi) e le uscite (436,1). Il fabbisogno di cassa, come ogni anno, è in parte coperto dell'anticipo dello Stato girato a mo' di prestito. Lo squilibrio ha effetti sul conto patrimoniale che, a sua volta, riporta un dato con un grosso segno meno. La differenza, in questo caso, tra il valore della produzione e il costo della produzione stessa è di 6,3 miliardi, euro più, euro meno. Bisogna dare atto che se le previsioni resteranno nell'alveo tracciato dal documento adesso al vaglio del Civ i conti nel complesso non si può certo dire che siano in peggioramento. Rispetto alle attese per il 2019 le entrate sono previste in miglioramento di quasi 10 miliardi. Così come le spese per il funzionamento e la gestione dell'istituto sono in calo di un 4%, anche se rimangono ancora sopra alla considerevole soglia di 5 miliardi di euro. Messe assieme tutte queste voci, a fine 2020 si dovrà prendere atto che il patrimonio dell'Inps si sarà ulteriormente eroso, fino a raggiungere 32 miliardi. Dai 38 del 2019. Un trend che porterà l'istituto fra una decina di anni a un valore pari a zero. Rendendo inutile l'intervento avviato due anni fa, sotto la presidenza di Tito Boeri. Il Tesoro ha infatti cancellato alla fine del 2017 ben 88,8 miliardi di debiti cumulati negli anni precedenti. L'intervento che si è finalizzato ad aprile del 2018, quando il bilancio preventivo indicava un rosso di 17 miliardi, ha permesso anche il ripianamento della situazione contabile e la ricostituzione del patrimonio con una soglia stabilita a 40 miliardi di euro. Valore che in soli due anni si sarà ridotto del 20%. Sebbene le perdite di esercizio siano in miglioramento, gli interventi non sembrano sufficiente a invertire il trend. D'altronde la mossa del Tesoro del 2017 ha numerosi precedenti. Il più famoso è del 1988 quando il Parlamento stabilì che il debito accumulato (121.630 miliardi di lire) non era più da intendersi come prestito da restituire, ma come «trasferimento definitivo». Bastò un semplice comma per trasformare una voce di bilancio in qualcosa di completamente diverso: da passivo ad attivo. Presto fatto. Tanto la legge spiega che la regolazione dei flussi di credito o debito tra Stato e Inps non rientra nel calderone del deficit e al tempo stesso la garanzia di continuità dei pagamenti degli assegni pensionistici è coperta dai trasferimenti o dagli anticipi dello Stato stesso. Un modo per garantire che a circa 18 milioni di italiani non venga meno il bonifico mensile. Dall'altra parte però la garanzia finisce con il concedere sempre più tempo al riassetto vero e definitivo. Ci riferiamo alla mole di costi che ancora si può tagliare. Sono numerosissime le inchieste sul patrimonio immobiliare dell'istituto, che vale più o meno 3 miliardi di euro e che non rende come dovrebbe. Tito Boeri al momento del suo insediamento aveva dedicato al mattone un passaggio fondamentale del discorso. Alla fine del mandato la situazione non è cambiata granché. Un recente articolo di Panorama ricorda che quasi la metà degli immobili resta sfitto e dunque non partecipa alla voce entrate. Così chi ha potuto vedere il bilancio previsionale ha notato tagli consistenti a singole voci come l'acquisto di carta e cancelleria (da 1 milione a circa 750.000 euro) o le spese di facchinaggio (da 11 milioni a 9 circa grazie alle gare Consip) e così via per voci di spesa tradizionali o iper tecnologiche. Ad esempio i costi per i sistemi informatici e per la disaster recovery calano di quasi il 30% grazie alla razionalizzazione degli appalti, ma nel complesso prima di arrivare al pareggio ci vorrebbe la falce. Ovviamente ci sono voci di spesa che non si possono tagliare: ne verrebbe meno l'efficienza e la stabilità stessa dell'istituto. Come i costi di ammodernamento e di aggiornamento del personale, così come quelli relativi alla struttura dell'information technology. Al contrario il compito di Pasquale Tridico dovrebbe essere quello di razionalizzare la governance e tagliare i compensi, mentre la politica dovrebbe prima o poi prendersi la responsabilità dell'intera gestione. Su quasi 18 milioni di assegni mensili, solo 13,8 sono di natura previdenziale. Gli altri 4 scarsi sono di natura assistenziale (accompagnamento, invalidità, pensioni sociali). Se togliessimo questi 4 milioni di assegni caricati tutti sulle spalle di chi ha lavorato, l'Inps starebbe in piedi da sola, indipendentemente dal sistema retributivo o contributivo. Solo che 4 milioni di famiglie valgono almeno 10 milioni di voti: quale governo farà mai una riforma di tale genere?
Pedro, Pedro, Pedro. Come avrebbe detto Raffaella Carrà, sembrava tanto perbenino… E invece è un bel filone. Il premier spagnolo, il mito di Elly Schlein e della sinistra radicale italiana, continua a sbandierare la sua presunta autonomia strategica dall’America di Donald Trump. Negare l’uso delle basi in territorio iberico, ha ribadito ieri Sánchez, «è un nostro diritto in quanto Paese sovrano». È il nazionalismo che piace ai progressisti che piacciono. Ma se si gratta sotto la superficie barricadera, ecco che viene fuori la realtà che già il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, aveva indicato durante le sue comunicazioni alla Camera di giovedì: le regole sull’utilizzo delle piattaforme statunitensi sono le stesse in Italia e in Spagna, «perché il trattato è identico». E ciò che abbiamo dovuto concedere noi - il loro impiego per operazioni «non cinetiche», che non riguardano la mobilitazione di mezzi direttamente coinvolti nel conflitto in Iran - «è lo stesso uso che sta concedendo Sánchez». Madrid, anzi, potrebbe essersi spinta persino un po’ più in là.
«scalo a sigonella»
Lo ha scritto la testata El Español: «Almeno due navi e una decina di aerei sono partiti da Rota», in Andalusia, dove sorge l’hub Usa, «in direzione dell’Iran, da quando Sánchez ha posto il veto all’uso delle basi». Il quotidiano ha fornito dettagli molto precisi: l’altro ieri, «due Lockheed Martin KC-130J Super Hercules, noti per la loro capacità di rifornire sia velivoli ad ala fissa che ad ala rotante, sono partiti per il Mediterraneo orientale, una posizione strategica per sostenere l’operazione e rafforzare le difese di Israele contro una potenziale risposta iraniana. Mercoledì 4 marzo, alle 21.00, un aereo da trasporto pesante statunitense C-17° Globemaster III è partito dalla base navale di Rota. La sua destinazione? La base Nato di Sigonella, in Italia. Ha fatto scalo lì e poi ha proseguito per Camp Lemonnier a Gibuti, un piccolo paese costiero di fronte allo Yemen». Se è così, vanno riqualificate pure le affermazioni del nostro governo: ad esempio, secondo il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, le basi presenti nel nostro Paese non sono coinvolte neppure in operazioni logistiche. Ma soprattutto, la ricostruzione dell’Español smonta la prosopopea del primo ministro socialista.
È persino più imbarazzante la testimonianza del Mundo: dal 27 febbraio al 5 marzo, ha rivelato il giornale, da Rota e Morón ci sono stati «non meno di 40» voli. E almeno 24 apparecchi, dopo uno scalo in Germania o in Italia, sarebbero andati ad attaccare l’Iran, «mentre Sánchez si vantava nel “No alla guerra”».
Che i fatti siano diversi da come li racconta il prezzemolino di Pd, Avs e M5s, lo ha confermato ieri anche il sindaco di Rota, José Javier Ruiz Arana, compagno di partito del premier. In un’intervista a Canal Sur Radio, il primo cittadino ha sostenuto che nella struttura si registrano «movimenti quotidiani di aerei e navi». Egli non è in grado di affermare se il traffico sia legato alla missione in Medio Oriente, perché «non ci informano mai e tanto meno vengono informati i Comuni». Gli americani agiscono nella riservatezza e le autorità non si sognano di disturbarli. «Continuiamo a vedere ogni giorno il movimento di aerei e navi», ha riferito Arana, «ma non chiediamo mai dove vanno né da dove vengono». Il sindaco, peraltro, è uno che alla base Usa ci tiene, visto il suo «enorme impatto» sull’«economia locale»: circa 3.000 posti di lavoro.
Può darsi che fosse a questa situazione cui si riferiva la Casa Bianca, quando ha assicurato che Madrid, archiviate le iniziali titubanze, si era messa a collaborare. Il governo spagnolo aveva subito smentito, suscitando l’ira di Trump, che ha minacciato un embargo totale sull’export iberico. Non sarebbe una perdita irreparabile: solo il 5% dei prodotti della Spagna viaggia Oltreoceano, contro l’11% di quelli italiani e il 10% di quelli tedeschi.
la fregata colón
Nonostante sia stato colto con le mani nella marmellata, Sánchez ha proseguito a impartire lezioni di moralità: ieri, pur confermando un «enorme rispetto per la presidenza Usa», ha rivendicato un «atlantismo su base paritaria», ben sapendo che si tratta di una pia illusione, indipendentemente da chi si trovi nello Studio ovale. E ha ribadito che per lui - e per l’omologo portoghese, Luís Montenegro - questa guerra è «uno straordinario errore che pagheremo. E difatti stiamo già pagando con l’aumento del prezzo del petrolio, del prezzo del gas, senza dimenticare il numero di vittime». Tutto vero. Peccato che nessuno se ne sia preoccupato quando un altro presidente americano, Joe Biden, aveva preteso di partecipare a un conflitto per procura contro la Russia a due passi da casa nostra, in Ucraina. Obbligandoci a corrergli dietro e scaricando su noi europei le conseguenze economiche. Sarà che, nel 2022, Sánchez aveva potuto tenere la mente sgombra: in virtù della cosiddetta «eccezione iberica», l’Ue permise a Madrid e Lisbona di disapplicare le regole del mercato comunitario e di introdurre un tetto al costo dell’energia.
Intanto, sull’invio della fregata Colón a Cipro, Sánchez agisce d’imperio, suscitando le proteste del leader dei popolari, Alberto Núñex Feijóo: in nome della legge sulla Difesa nazionale, non vuole chiedere un voto al Parlamento. Pedro, Pedro, Pedro: altro che perbenino…
L’ok del governo serve per i raid. Ma non per sganciare l’atomica
Dieci, nove, sette. Nessuno sa con precisione quante siano le basi statunitensi in Italia. Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, dove Washington tiene parte della sua aeronautica e alcune armi atomiche. Sigonella in Sicilia, Gaeta nel Lazio. E poi Camp Darby in Toscana. Camp Ederle a Vicenza ospita la 173ª Brigata paracadutisti di pronto impiego per il fronte Sud (Africa), mentre la Caserma Del Din, sempre in Veneto, è base di truppe terrestri. Non tutte le sedi però sono note perché alcune di loro si mischiano ospitando personale italiano, statunitense e Nato. Dovrebbe essere composto invece da circa 30.000 unità, tra reclute e ufficiali, l’esercito statunitense di stanza in Italia: 13.000 militari americani nelle basi, altri 21.000 fanno parte invece della VI flotta della Us Navy, dove ci sono 40 navi e 175 aerei di combattimento e di trasporto. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, dopo che lo aveva già fatto Giorgia Meloni, ha assicurato che «i trattati internazionali prevedono soltanto motivi logistici, non sono basi per far partire azioni di bombardamento».
Concetto ribadito anche da Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia: «La concessione di basi militari italiane può riguardare solo atti non cinetici, cioè non di guerra, ma solo per supporto tecnico e logistico». Così come «l’invio di truppe di cui si parla in realtà non sussiste, sussiste la votazione che si è svolta lo scorso anno di una scheda parlamentare votata da tutti con cui si chiede di mettere in sicurezza gli italiani militari e civili già presenti sul territorio». Eppure nonostante le ripetute rassicurazioni del governo, arrivano le intimidazioni di Mohammad Reza Sabouri, ambasciatore iraniano in Italia: «Qualsiasi cooperazione o sostegno di terze parti agli attacchi sarà considerata come un atto di assistenza e ostilità e riceverà una risposta proporzionata». Reza ha poi aggiunto: «Non è una minaccia, è soltanto un monito, la capacità missilistica della Repubblica Islamica è stata sviluppata esclusivamente come legittima difesa. L’Iran ha sempre considerato l’Italia un Paese amico e un ponte di dialogo, diplomazia e pace in Europa. Allo stesso tempo, l’Iran è preparato a tutti i possibili scenari e, qualora si trovi di fronte a qualsiasi minaccia, difenderà con decisione se stesso». Nelle basi, di norma, valgono le leggi italiane, anche se nella prassi nelle aree militari le leggi civili possono essere ignorate nel caso sia in ballo la sicurezza nazionale. Di fatto, quindi, è come se si trattasse di un territorio franco.
I primi patti che regolamentano l’utilizzo delle basi sono stati siglati dopo la Seconda guerra mondiale. Il Nato Sofa del 1951, conosciuto come Convenzione di Londra, e poi il Bilateral infrastructure agreement (Bia), stipulato tra Italia e Stati Uniti il 20 ottobre 1954.
Tra gli addetti ai lavori lo chiamano Accordo Ombrello e il suo contenuto non si conosce. Accordo che poi è stato aggiornato nel 1973 e attualizzato con il Memorandum d’intesa Italia-Usa del 1995. Normalmente si parla di «bilateralizzazione» dell’art. 3 del Trattato Nato che impegna le parti a sviluppare le loro capacità di difesa, individualmente e congiuntamente, e a prestarsi reciproca assistenza per sviluppare le loro capacità di legittima difesa individuale e collettiva. Siti militari Usa in Italia sono già stati utilizzati nei conflitti diverse volte. Nel 1999, con Massimo D’Alema premier, l’Italia ha concesso le basi per i bombardamenti in Kosovo nell’operazione Allied force della Nato a cui prese anche parte direttamente, senza passare per il Parlamento.
Governo e Parlamento nel 2003 (Berlusconi II) durante la seconda Guerra del Golfo condotta dagli Usa approvarono l’invio verso Erbil, in Iraq, dei paracadutisti della diciassettesima Brigata da Camp Ederle. Era una missione non Nato.
Adesso sono in molti a chiedersi cosa succederà. Per quanto riguarda l’uso delle armi atomiche presenti in Italia va ricordato che essendo la Nato un’alleanza difensiva, possono essere usate solo se un Paese alleato fosse attaccato. Un paese Nato, non necessariamente l’Italia. E se la Nato dovesse decidere di usare la bomba atomica che si trova ad Aviano non dovrebbe chiedere il permesso di farlo al governo italiano, ma al Consiglio dell’Alleanza Atlantica. Se questo dovesse dare parere favorevole, allora nulla potrebbe impedire l’uso di quell’arma. Invece nel caso in cui gli Stati Uniti intendano utilizzare una loro postazione come trampolino di lancio per scopi bellici, come gli attacchi a Teheran, serve l’ok del governo italiano.
Nello scalo militare di Sigonella in Sicilia si è intensificato il traffico di droni e aerei americani, ma solo per rifornimento, logistica e sorveglianza aerea mentre una dozzina di F-16 sarebbero già stati trasferiti ad Aviano. Ma mentre le opposizioni si preoccupano di eventuali attacchi all’Iran dall’Italia, il governo si concentra su una minaccia reale: la presenza di infrastrutture statunitensi militari è un elemento sensibile rispetto ad eventuali minacce terroristiche in Italia, tanto che in queste ore il Dipartimento della Pubblica sicurezza ha inviato a prefetti e questori una circolare per il rafforzamento della vigilanza sulle stesse basi e sui siti sensibili riconducibili alla filiera di produzione a interesse militare americano.
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Invece il ministro dello Sviluppo economico, Adolfo Urso, si è intortato (come spesso gli succede, regalando a Maurizio Crozza deliziosi spunti comici) con un fiume di parole: «Allo stato attuale, il prezzo medio dei carburanti è al di sotto dei 2 euro al litro, valori ben lontani dai picchi registrati nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina: ulteriori aumenti dipenderanno dall’evoluzione e dalla durata delle tensioni internazionali. Per questo abbiamo rafforzato il monitoraggio di mister Prezzi su tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione, per impedire che le tensioni in Medio Oriente diventino un pretesto per speculazioni o rincari ingiustificati, e predisposto con il ministro Giancarlo Giorgetti un immediato piano operativo di intervento della Guardia di Finanza».
Ma quali tensioni internazionali? Davvero pensate che stiamo ancora con l’anello al naso? Ma quale piano operativo con Giorgetti? E che monitoraggio rafforzato di mister Prezzi, una specie di Supereroe dell’aria fritta degno di Chi l’ha visto? Gli italiani, sul versante benzina e gasolio, ne hanno le scatole piene delle promesse e dei vedremo: sono anni che speriamo che il famoso taglio delle accise - sempre sulla bocca di chi sta all’opposizione - si concretizzi; al momento le accise sono tutte ancora lì.
Che però ora ci dobbiamo pure beccare quest’altro sciacallaggio legalizzato dove ogni guerra diventa l’occasione per alzare la cresta, allora no, non ci stiamo proprio. E non guardiamo in faccia a nessuno. Si chiami Urso o Pichetto o Vattelappesca. Governo, fai immediatamente qualcosa e non unirti ai furbi che incassano dal nostro pieno.
I fatti sono di facile comprensione: alla pompa di benzina si stanno verificando aumenti… da rapina. Il ministro Urso dice che «allo stato il prezzo dei carburanti è sotto i 2 euro. C’è stato un incremento di qualche centesimo, ma siamo ben lontani da quello che si verificò dopo l’invasione russa dell’Ucraina, quando i prezzi balzarono a 2,25 euro»? Bene, allora non avrà problemi a mandare mister Prezzi e le Fiamme gialle a fare un po’ di controlli. Anzi, gli regaliamo una idea facile facile: se siete troppo impegnati a stare nel Palazzo, aprite una casella mail e invitate i cittadini a fare le fotografie dei distributori di benzina che fanno i banditi. Urso, siccome i nostri lettori ce ne stano mandando, gliele giriamo volentieri: non ci sentiremo affatto in colpa di fare la spia.
Lo diciamo anche agli amici della Lega, il cui ministro Giorgetti è titolare dell’Economia e delle Finanza, e il cui segretario è anche ministro dei Trasporti. «Il partito è al lavoro su un “pacchetto energia” a favore di famiglie e imprese con una serie di emendamenti al decreto già in discussione», è scritto in una nota diramata da via Bellerio. «Inoltre la Lega ritiene assolutamente prioritario creare una task force per individuare e colpire gli speculatori, che approfittando dei conflitti internazionali potrebbero decidere un incremento dei prezzi ingiustificato. Salvini intende convocare anche le compagnie petrolifere per chiedere informazioni ufficiali e avere rassicurazioni viste le potenziali ricadute sui trasporti, con conseguenze economiche per cittadini e imprese. Sempre in quest’ottica c’è l’intenzione anche di aprire un dialogo con l’Antitrust finalizzato a un doveroso monitoraggio costante».
La diciamo come l’avrebbe detta Umberto Bossi negli anni d’oro: attaccatevi al tram. Non ci interessa sapere cosa farete domani e se - come abbiamo sentito dire da «fonti governative» - poi saranno multati i furbi, il problema della gente comune è o-g-g-i, perché è oggi che facciamo il pieno di benzina e oggi lo paghiamo alla cassa. E quindi al governo diamo le accise che dovevano essere tagliate e alle compagnie il «di più» preso con la scusa delle tensioni internazionali. Insomma paga sempre il cittadino. Ecco, la panzana delle tensioni internazionali che farebbero già schizzare alle stelle i prezzi del carburante non la beviamo. E vogliamo che il governo intervenga subito. Inviando immediatamente la Guardia di Finanza in tutta Italia e invitando il Tg1 a fare vedere le immagini delle multe: assicuriamo il direttore (e amico) Gian Marco Chiocci che preferiremmo questo bel servizio rispetto al tutorial (che tristezza) di Sal Da Vinci sul balletto della sua canzonetta.
Per chiudere, caro Urso, caro Giorgetti, caro governo: fate immediatamente qualcosa per evitate che il rin-caro non diventi un altro problema a carico delle famiglie e delle imprese. Passi (per modo di dire…) il mancato taglio delle accise, non passerà l’ennesimo furto alla pompa di benzina.
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Donald Trump (Ansa)
Poco dopo, il presidente americano ha parlato con la Cnn, aprendo alla possibilità che il prossimo leader iraniano sia un religioso e che l’assetto istituzionale del Paese possa non essere democratico. «Non mi danno fastidio i leader religiosi», ha dichiarato, tornando inoltre a evocare uno scenario di tipo venezuelano. La Casa Bianca ha poi specificato che per «resa incondizionata» si intende che l’Iran cessi di essere una minaccia per gli Usa.
Trump, che l’altro ieri aveva pregato con alcuni leader evangelici nello studio ovale per ottenere la benedizione delle forze armate americane, sembrerebbe quindi attualmente poco propenso a un regime change alla Bush jr. L’obiettivo del presidente americano parrebbe infatti essere quello di scegliere come interlocutore qualche esponente del vecchio sistema di potere, dopo averlo adeguatamente addomesticato, per portare Teheran nell’orbita di Washington. L’idea è, in sostanza, quella di trovare una Delcy Rodriguez in salsa iraniana. Secondo Axios, lo stesso segretario di Stato americano Marco Rubio, in una telefonata con gli omologhi arabi l’altro ieri, avrebbe detto che l’obiettivo finale di Washington non sarebbe un regime change, pur ammettendo la necessità di «persone diverse» al potere e che l’operazione bellica potrebbe andare avanti per alcune settimane.
Certo, non è al momento chiaro come la soluzione venezuelana possa sposarsi con il fatto che, secondo varie indiscrezioni, la Cia potrebbe armare i curdi per organizzare un’offensiva di terra e suscitare una rivolta contro il regime khomeinista. Una soluzione, questa, che, caldeggiata da Benjamin Netanyahu, punterebbe sia a un regime change completo sia a creare un Iran dall’assetto istituzionale decentralizzato (se non addirittura con venature separatiste).
È quindi ipotizzabile che, dietro le quinte, il rapporto tra Trump e Netanyahu sia meno compatto di quanto i due vogliano dare a intendere. Del resto, secondo Axios, il premier israeliano avrebbe chiesto conto alla Casa Bianca di alcuni presunti contatti segreti che l’amministrazione americana avrebbe avuto con gli iraniani dopo l’inizio della guerra. Al contempo, non va trascurato il fatto che, sulla questione iraniana, si registra una dialettica sotterranea tra le alte sfere di Washington. JD Vance era scettico su un intervento bellico in grande stile, mentre più propenso si era mostrato Rubio. Si può quindi ipotizzare che tali dinamiche abbiano spinto Trump, negli scorsi giorni, a oscillare tra soluzioni divergenti. Tutto questo, senza trascurare che, secondo il Washington Post, l’esercito americano avrebbe annullato un’esercitazione di paracadutisti d’élite, alimentando l’ipotesi che quei soldati possano essere inviati in Medio Oriente per delle operazioni di guerra.
Al momento, quel che è certo è che Washington punta a rendere l’Iran inoffensivo sotto il profilo nucleare e missilistico, oltre a impedirgli di continuare a foraggiare i suoi proxy regionali. È anche in questo quadro che Trump sta cercando di rendere sempre più isolato il regime khomeinista. Non a caso, ieri il presidente è tornato a mettere sotto pressione uno dei suoi principali alleati latinoamericani: Cuba. «Cuba cadrà molto presto», ha affermato, sottolineando che la leadership castrista vuole «raggiungere un accordo». Mosca, dal canto suo, è preoccupata per la propria influenza in America Latina e in Medio Oriente: in tal senso, secondo gli 007 statunitensi, starebbe fornendo informazioni d’intelligence a Teheran sullo spostamento delle navi e delle truppe di Washington.
Frattanto, il direttore del National Economic Council della Casa Bianca, Kevin Hassett, ha reso noto che l’esercito statunitense sta studiando delle modalità per consentire alle navi di riprendere a passare nello Stretto di Hormuz. Ricordiamo che nell’area viene trasportato circa il 20% del petrolio a livello mondiale. Ora, negli ultimi giorni, il costo dell’energia è salito significativamente negli Usa: un campanello d’allarme inquietante per il Partito repubblicano in vista delle elezioni di Midterm. «Va tutto bene. Sarà un periodo breve. Scenderà molto rapidamente», ha dichiarato ieri Trump alla Cnn, riferendosi al prezzo della benzina. L’Iran sa che la Casa Bianca è politicamente vulnerabile su Hormuz. E per questo il presidente americano si prepara a usare la potenza militare in loco.
Nel frattempo, due funzionari americani hanno fatto sapere a Reuters che, secondo gli investigatori militari di Washington, le forze statunitensi potrebbero essere le responsabili del bombardamento di una scuola femminile iraniana, in cui, sabato scorso, sono morte svariate decine di studentesse. Gli inquirenti «non hanno ancora raggiunto una conclusione definitiva né completato le indagini».
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Ansa
Dopo che Hezbollah ha trascinato il Libano nello scontro mediorientale all’inizio di questa settimana, unendosi alla rappresaglia del regime iraniano, si contano già quasi mezzo milione di sfollati.
A renderlo noto è il Jerusalem post: dal Sud del Libano sono scappati 420.000 civili dopo aver ricevuto ordini di evacuazione, mentre dai sobborghi meridionali di Beirut sono in fuga decine di migliaia di persone.
Se per il primo ministro libanese, Nawaf Salam, si rischia «una catastrofe umanitaria» con il Libano che è «trascinato sempre più verso l’abisso» in una guerra che non ha «né cercato, né scelto», dall’altra parte il portavoce delle Idf, Effie Defrin, ha messo in chiaro la visione israeliana. «Il governo libanese deve disfarsi di Hezbollah e dei Guardiani della rivoluzione che operano dal Libano altrimenti noi li perseguiteremo e attaccheremo».
Dall’inizio dell’operazione in territorio libanese, le Forze di difesa israeliane hanno sottolineato di aver «colpito 500 obiettivi», tra cui i lanciarazzi, i depositi di armi e gli alti comandanti del gruppo di Hezbollah. A tal proposito Defrin ha annunciato che sono stati eliminati oltre 70 militanti del gruppo terroristico.
Restringendo il campo alla sola giornata di ieri, la nuova ondata di raid israeliani ha preso di nuovo di mira Beirut, in particolare il quartiere Sud di Dahiyeh, roccaforte di Hezbollah, dove sono stati distrutti dieci edifici utilizzati dai terroristi. «Tra gli obiettivi», hanno scritto su X le Idf, «c’erano il centro di comando di un consiglio esecutivo e una struttura che ospitava droni utilizzati per attacchi contro Israele». Ed è stato colpito anche il quartier generale delle Guardie rivoluzionarie iraniane, situato sempre nella periferia Sud della capitale. A darsi alla macchia, stando a quanto riferito da Axios, sono decine di pasdaran presenti a Beirut come consiglieri militari di Hezbollah. Nel mirino di Gerusalemme è rientrato pure l’ufficio del capo della divisione per la raccolta fondi di Hamas. Ad annunciarlo sono state le Idf e lo Shin Bet: la sede lavorava per ricevere «centinaia di milioni di dollari in tutto il mondo per l’organizzazione terroristica».
Ma a essere bombardati sono stati anche un appartamento nella città costiera di Sidone, dove si contano cinque morti, e la città di Tiro. Sempre nel Sud del Paese, nel distretto di Marjayoun, si sono registrati scontri a fuoco tra Hezbollah e l’esercito israeliano, mentre altri ordini di evacuazione sono arrivati per i residenti della Valle della Beqa. Il conflitto non ha lasciato esclusa nemmeno la postazione di Unifil nel Libano meridionale: nell’attacco sono stati feriti tre peacekeeper ghanesi e non è ancora chiaro chi sia il responsabile.
Intanto sale il bilancio delle vittime: secondo il ministero della Salute libanese, negli attacchi israeliani sono state uccise 217 persone, mentre i feriti sono 798.
Dall’altra parte della barricata, Israele deve far fronte contemporaneamente ai raid di Hezbollah e del regime iraniano. Come ha spiegato uno dei portavoce delle Idf, Nadav Shoshani, si sono verificati lanci «simultanei e coordinati» con lo scopo di sovraccaricare la difesa aerea israeliana. In meno di 24 ore, Hezbollah ha lanciato 70 razzi contro il territorio israeliano. Tra i bersagli una colonia in Alta Galilea e le postazioni delle Idf lungo la linea di confine. Su quest’ultimo raid, Hezbollah ha comunicato: «I combattenti della Resistenza islamica hanno lanciato un attacco con salve di razzi e fuoco d’artiglieria». E anche il figlio del ministro delle finanze israeliano, Bezalel Smotrich, risulta ferito dopo «un’attività militare al confine». Parallelamente, sin dalle prime ore della mattina, il Comando del fronte interno israeliano ha rilevato il lancio di missili iraniani. Ancora una volta, le sirene sono suonate per almeno tre volte a Tel Aviv e nel centro del Paese, mentre le difese aeree israeliane intercettavano i missili. L’agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna ha aggiunto che «nella raffica di missili» sono inclusi anche i «Kheibar» creati per colpire gli obiettivi strategici nella città israeliana.
La rappresaglia iraniana prosegue a tappeto anche nei Paesi del Golfo. In Arabia Saudita, il ministero della Difesa ha dichiarato che è stato distrutto un missile da crociera vicino alla zona di Al-Kharj. Già nelle prime ore della mattina, Riad aveva abbattuto tre droni diretti alla base aerea Prince Sultan. In Kuwait, l’esercito iraniano ha preso per la seconda volta di mira la base di Ali al Salem, oltre a una petroliera statunitense. Nel Kurdistan iracheno sono state sentite diverse esplosioni vicino all’aeroporto di Erbil. Ma droni iraniani sono stati sganciati anche contro i giacimenti petroliferi di Bassora, in Iraq, con TotalEnergies ed Eni che hanno iniziato a evacuare il personale. Altri vettori sono stati puntati sul Qatar e sugli Emirati Arabi Uniti: Doha ha intercettato un raid contro la base americana di Al Udeid e Abu Dhabi ha abbattuto nove missili e 109 droni. In Bahrein, a Manama, sono stati invece colpiti edifici residenziali e un hotel.
Smart working per il post Khamenei
L’Iran continua a essere scosso da una serie di attacchi militari e da una crisi politica che ruota attorno alla successione di Ali Khamenei. Mentre i bombardamenti proseguono in diverse aree del Paese, la leadership è impegnata nel delicato processo che dovrà portare all’elezione della nuova guida. La televisione di Stato ha riferito che il consiglio direttivo incaricato di organizzare la riunione dell’Assemblea degli esperti si è riunito in modalità virtuale dopo che il complesso di Qom, destinato a ospitare l’incontro, è stato distrutto dai raid aerei israeliani. L’organo ha il compito di definire le modalità con cui l’assemblea dei religiosi dovrà riunirsi per scegliere il futuro leader del Paese. Alla riunione hanno partecipato il presidente Masoud Pezeshkian, il capo della magistratura Gholam Hossein Mohseni Ejehi e l’ayatollah Ali Reza Arafi. Nel comunicato diffuso dai media iraniani non vengono indicati né i tempi della votazione né se la riunione dell’Assemblea degli esperti si terrà in presenza o a distanza.
Sul tavolo resta il nome di Mojtaba Khamenei, figlio della Guida suprema uccisa nei primi giorni del conflitto. Tuttavia, secondo diverse ricostruzioni, il tentativo dei pasdaran di accelerarne la nomina sarebbe fallito. La leadership iraniana appare divisa e sotto pressione anche per le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha definito Mojtaba «un peso piuma», sostenendo che la sua eventuale designazione sarebbe «inaccettabile».
Nel frattempo, l’offensiva israeliana e americana continua a colpire obiettivi sensibili in tutto il territorio iraniano, coste comprese. Le Idf hanno dichiarato di aver bombardato con circa 50 caccia il bunker sotterraneo utilizzato da Ali Khamenei a Teheran, e sganciato circa 100 bombe contro la struttura situata sotto il complesso dirigenziale della capitale. Nelle stesse ore un altro attacco ha colpito il cuore dell’apparato politico iraniano. Asghar Hijazi, capo ad interim dell’ufficio della Guida suprema dopo l’uccisione di Khamenei, sarebbe rimasto ucciso in un raid aereo israeliano a Teheran. La notizia è stata riferita da una fonte israeliana all’emittente Sky News Arabia, mentre l’esercito israeliano ha confermato di aver preso di mira «un alto comandante del regime».
La guerra sta producendo effetti anche sulla vita quotidiana del Paese. Le autorità iraniane hanno disposto la chiusura delle università fino a nuove disposizioni, sospendendo tutte le attività accademiche. Esplosioni sono state segnalate anche nella città portuale di Bandar Abbas, sul Golfo Persico, dove diversi attacchi avrebbero colpito infrastrutture e obiettivi militari. Le tensioni si estendono anche alle aree di confine. L’Azerbaigian ha annunciato l’evacuazione del proprio personale diplomatico dall’Iran dopo l’attacco di giovedì con droni (che ha colpito un aeroporto) e quello di ieri a una scuola in una regione di frontiera. I media azeri sostengono che le Guardie rivoluzionarie iraniane e reti a loro collegate stessero anche preparando una serie di attentati a obiettivi come l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, l’ambasciata israeliana e la sinagoga di Baku.
Nel Nord-ovest dell’Iran, la città di Mahabad, nella provincia dell’Azerbaigian occidentale a maggioranza curda, è stata colpita da intensi bombardamenti che hanno preso di mira installazioni di sicurezza e sedi governative. Secondo fonti citate dall’emittente curda Rudaw, tra gli obiettivi figurano stazioni di polizia e strutture delle forze di sicurezza. Contemporaneamente le autorità del Kurdistan iracheno hanno annunciato lo stop della produzione nel giacimento petrolifero di Sarsang, gestito dalla società americana Hkn Energy, dopo un attacco con droni alle infrastrutture. Teheran ha reagito con nuove minacce. In un documento citato dall’agenzia Mehr, il Consiglio di difesa ha avvertito che tutte le strutture della regione autonoma del Kurdistan iracheno potrebbero diventare bersaglio se venisse consentito il passaggio di militanti verso il territorio iraniano. Ma i missili a disposizione per Teheran sono sempre meno.
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