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2021-06-27
Con i criteri utilizzati contro Orbàn l’Ue dovrebbe bandire il bavaglio arcobaleno
Viktor Orban (Ansa)
Europa e Ungheria continuano a darsi botte da Orbán per la legge «anti Lgbt» di Budapest.
Ieri, al ministro della Giustizia magiaro, Judit Varga, è arrivata una missiva del commissario Ue per la Giustizia, Didier Reynders, e di quello per il Mercato interno e i servizi, Thierry Breton. Gli emissari di Bruxelles chiedono al governo ungherese «chiarimenti, spiegazioni e informazioni», sollevando obiezioni alla norma sul gender. I firmatari esigono una replica entro fine mese e ricordano che, «se la legge entrerà in vigore, la Commissione non esiterà a prendere provvedimenti».
Riaffiora un paradosso già messo in luce dalla Verità: proprio come ha fatto il Vaticano con l'Italia, rispetto al ddl Zan, l'Europa contesta una legge in virtù di un trattato siglato dal Paese di Viktor Orbán (il Trattato sul funzionamento dell'Ue), della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione e di due direttive sui servizi audiovisivi e l'e-commerce. La logica è la medesima: si rimprovera a uno Stato di aver sottoscritto obbligazioni giuridiche, ma di averle violate con una legge nazionale successiva. Perché ci si stracciano le vesti per l'ingerenza della Chiesa, ma non per quella di Ursula von der Leyen? In questo caso, anzi, c'è un'aggravante che manca nella Nota verbale vaticana: un ultimatum ai recalcitranti magiari, con tanto di minaccia di sanzioni.
Ma anche le critiche avanzate nel documento lasciano perplessi, senza che si debba per forza imbastire una crociata in difesa di una legge sicuramente discutibile e di difficile applicazione.
Quanto alle lamentate limitazioni dei diritti, si fatica a comprendere per quale motivo l'idea di tenere i minori lontani da «un contenuto che sia pornografico o ritragga la sessualità in modo gratuito o che diffonda o ritragga la divergenza dall'autoidentità corrispondente al sesso alla nascita, il cambio di sesso o l'omosessualità», debba essere in contrasto con gli articoli 7 e 9 della Carta Ue dei diritti. L'articolo 7 dispone: «Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e delle proprie comunicazioni». Il 9 recita: «Il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio». Il che, peraltro, non esclude che un Paese possa negare matrimoni e adozioni alle coppie gay. A ogni modo, cosa c'entra la rappresentazione dell'omosessualità con il diritto alla vita privata e familiare, o con quello a contrarre matrimonio? A meno che - ma ciò giustificherebbe le preoccupazioni degli ungheresi - non si tratti esattamente di fare «propaganda gay», ossia di convincere i giovanissimi ad abbracciare l'ideologia gender e ad adottare la filosofia della «fluidità».
Davanti ai continui richiami a mercato e libertà d'impresa, si può solo constatare che abbiamo di fronte due mondi separati da una radicale incomunicabilità. Da un lato, chi appiccica qualche frettolosa considerazione sui diritti a un'argomentazione in cui l'economia diventa il grimaldello della politica; dall'altro, chi privilegia la salvaguardia delle fondamenta etiche della propria comunità. I detrattori hanno sempre avuto buon gioco a rievocare la formula «democrazia illiberale», coniata da Orbán, dimenticandosi che egli, forte di un solido consenso nel Paese, la intende anzitutto come «democrazia cristiana». È davvero un modello meno legittimo e inclusivo dell'eurocrazia, incentrata su regole di bilancio e diktat delle minoranze più chiassose e aggressive?
Un'altra contestazione della missiva si riferisce all'articolo 11 della Carta dei diritti, che tutela libertà d'espressione e informazione senza «ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera». A questo punto si collegano le ansie per le sorti della libera d'impresa (articolo 16) e, più specificamente, per la facoltà di diffondere oltreconfine materiali audiovisivi. I commissari assicurano che le fattispecie bandite dalla normativa ungherese non «danneggiano manifestamente, seriamente e gravemente lo sviluppo fisico, mentale o morale dei minori» e che non posso essere considerate «un'autentica, sufficientemente seria minaccia che riguardi uno degli interessi fondamentali della società». Ma non spiegano perché. Siamo, insomma, alla parola di Burxelles contro quella di Budapest. Con un'ulteriore bizzarria: se chi produce film o spot a sfondo Lgbt ha il diritto di trasmetterli in tutta l'Unione, i ragazzi hanno il diritto di guardarli. Ergo, l'impianto valoriale dell'Europa, che ha appena inserito quello all'aborto tra i diritti umani essenziali, contempla un controsenso: il minore non ha diritto di nascere, ma ha diritto di guardare scene omoerotiche.
Senza contare - e sta qui la contraddizione principale - che le stesse obiezioni mosse alla legge ungherese andrebbero indirizzate al ddl Zan. Precludere la divulgazione di immagini che ritraggono l'omosessualità o la transessualità mina la libertà d'espressione? Bene: e non è ugualmente in pericolo la libertà d'espressione di chi critica l'antropologia gender, gli usi della comunità Lgbt, o le sue rivendicazioni politiche, ma rischia che certe opinioni subiscano uno scrutino giudiziario? È normale che un deputato (Alessandro Zan) illustri ai sacerdoti, dalle colonne di un quotidiano, cosa possono o non possono dire in un'omelia? Il fatto che si consideri, sic et simplicter, un omofobo chi promuove la famiglia naturale, non viola gli articoli 7 e 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue? Qualora il ddl Zan fosse approvato, anche il nostro Guardasigilli, Marta Cartabia, dovrà aspettarsi una letterina di Reynders e Breton?
Il Pride torna a sfilare in sei città. A Roma apre un Gesù Cristo Lgbt
«Per uno Stato laico aboliamo il Concordato. Scendiamo in piazza con i nostri corpi. Con tutte le sfumature del nostro arcobaleno». È stato lo slogan più ripetuto ieri pomeriggio a Roma durante l'evento dell'orgoglio e ostentazione Lgbtqia+ (lesbico, gay, bisessuale, transessuale, intersessuale), che doveva essere stanziale e che invece tra cortei e sit in ha provocato diversi disagi alla circolazione. Dopo lo stop dello scorso anno agli eventi in presenza, causa Covid, ieri ad Ancora, L'Aquila, Faenza, Martina Franca, Milano e Roma è arrivata la cosiddetta «onda pride» ossia i 6 pride organizzati dal movimento a conclusione del Pride month, occasione per riaffermare che sul ddl Zan non si arretra e non verrà accettato alcun compromesso: «Lo vogliamo così come è». Dopo l'intervento della Santa Sede che, nei giorni scorsi, aveva chiesto modifiche al disegno di legge perché in contrasto con il Concordato, anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, dal palco all'Arco della Pace ha detto: «Il messaggio è: approviamo in fretta il ddl Zan. Milano ha fatto una serie di cose in questo decennio ma c'è altro da fare: sarebbe utile una delegata contro le discriminazioni e bisogna riprendere la battaglia sulla genitorialità. La sinistra deve tenere una posizione ferma e in tal senso credo che si debba dialogare, ma se iniziamo a buttare in là la cosa non la facciamo, credo si debba accelerare». Poi ha chiamato sul palco il deputato Pd primo firmatario del dl contro l'omotransfobia ed esponente della comunità Lgbtq, Alessandro Zan e gli ha regalato il suo orologio arcobaleno, che sfoggiava da qualche giorno: «Scandisca il tuo tempo per raggiungere l'obiettivo finale della legge». Zan, molto compiaciuto per la piazza piena di giovani, «che chiedono finalmente all'Italia che venga riconosciuta la libertà di tutti i cittadini», ha ribadito che «noi siamo un Paese dell'Ue che ancora non si è dotato di una legge contro i crimini d'odio e questo è molto grave. Stiamo parlando di violenza, di discriminazione, di bullismo, abbiamo un problema di violazione dei principi di uguaglianza». E ha definito l'intervento del Vaticano «un'invasione di campo che mi ha sorpreso. Il testo che abbiamo approvato alla Camera a larghissima maggioranza va incontro a tantissime diverse sensibilità in particolare a quelle del mondo cattolico». Poi non ha evitato un attacco al leader della Lega: «Il problema non è personale, è politico. Salvini sostiene Orbàn, dice di aver letto la sua legge e di non trovarci nulla di strano. Come possiamo noi sederci a un tavolo delle trattative con chi, come Salvini e Meloni, sostiene quei Paesi che stanno facendo delle leggi discriminatorie, inaccettabili, e che ci stanno portando nel momento più buio del secolo scorso? Il dialogo è aperto con tutti ma non con chi vuole affossare la legge o svuotarla del suo significato».
Nella capitale gli organizzatori dell'evento hanno spiegato lo striscione «Orgoglio e ostentazione» dietro ad un Cristo Lgbt con corona di spine, stimmate colorate e lenzuolo arcobaleno. Una performance che non è piaciuta a Giorgia Meloni, che si è chiesta: «Per quanto mi interroghi, non riesco a trovare una risposta a questa domanda: che bisogno c'è di mancare di rispetto a milioni di fedeli per sostenere le proprie tesi?».
A Bologna, invece, più che una performance uno sfregio: per lanciare la settimana transfemminista e transnazionale, le femministe hanno sfilato con una mitra rosa in testa, calpestando e lasciando impronte (rosa anche queste) sui volti di Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Simone Pillon, Mario Adinolfi, Viktor Orbàn, Donald Trump e papa Francesco.
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Bruxelles attacca l'Ungheria su diritti e libertà d'espressione. Ma neanche la legge feticcio della sinistra supererebbe l'esame.Giorgia Meloni critica l'insulto alla religione: «Perché mancare di rispetto ai fedeli?»Europa e Ungheria continuano a darsi botte da Orbán per la legge «anti Lgbt» di Budapest.Ieri, al ministro della Giustizia magiaro, Judit Varga, è arrivata una missiva del commissario Ue per la Giustizia, Didier Reynders, e di quello per il Mercato interno e i servizi, Thierry Breton. Gli emissari di Bruxelles chiedono al governo ungherese «chiarimenti, spiegazioni e informazioni», sollevando obiezioni alla norma sul gender. I firmatari esigono una replica entro fine mese e ricordano che, «se la legge entrerà in vigore, la Commissione non esiterà a prendere provvedimenti». Riaffiora un paradosso già messo in luce dalla Verità: proprio come ha fatto il Vaticano con l'Italia, rispetto al ddl Zan, l'Europa contesta una legge in virtù di un trattato siglato dal Paese di Viktor Orbán (il Trattato sul funzionamento dell'Ue), della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione e di due direttive sui servizi audiovisivi e l'e-commerce. La logica è la medesima: si rimprovera a uno Stato di aver sottoscritto obbligazioni giuridiche, ma di averle violate con una legge nazionale successiva. Perché ci si stracciano le vesti per l'ingerenza della Chiesa, ma non per quella di Ursula von der Leyen? In questo caso, anzi, c'è un'aggravante che manca nella Nota verbale vaticana: un ultimatum ai recalcitranti magiari, con tanto di minaccia di sanzioni. Ma anche le critiche avanzate nel documento lasciano perplessi, senza che si debba per forza imbastire una crociata in difesa di una legge sicuramente discutibile e di difficile applicazione. Quanto alle lamentate limitazioni dei diritti, si fatica a comprendere per quale motivo l'idea di tenere i minori lontani da «un contenuto che sia pornografico o ritragga la sessualità in modo gratuito o che diffonda o ritragga la divergenza dall'autoidentità corrispondente al sesso alla nascita, il cambio di sesso o l'omosessualità», debba essere in contrasto con gli articoli 7 e 9 della Carta Ue dei diritti. L'articolo 7 dispone: «Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e delle proprie comunicazioni». Il 9 recita: «Il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio». Il che, peraltro, non esclude che un Paese possa negare matrimoni e adozioni alle coppie gay. A ogni modo, cosa c'entra la rappresentazione dell'omosessualità con il diritto alla vita privata e familiare, o con quello a contrarre matrimonio? A meno che - ma ciò giustificherebbe le preoccupazioni degli ungheresi - non si tratti esattamente di fare «propaganda gay», ossia di convincere i giovanissimi ad abbracciare l'ideologia gender e ad adottare la filosofia della «fluidità».Davanti ai continui richiami a mercato e libertà d'impresa, si può solo constatare che abbiamo di fronte due mondi separati da una radicale incomunicabilità. Da un lato, chi appiccica qualche frettolosa considerazione sui diritti a un'argomentazione in cui l'economia diventa il grimaldello della politica; dall'altro, chi privilegia la salvaguardia delle fondamenta etiche della propria comunità. I detrattori hanno sempre avuto buon gioco a rievocare la formula «democrazia illiberale», coniata da Orbán, dimenticandosi che egli, forte di un solido consenso nel Paese, la intende anzitutto come «democrazia cristiana». È davvero un modello meno legittimo e inclusivo dell'eurocrazia, incentrata su regole di bilancio e diktat delle minoranze più chiassose e aggressive? Un'altra contestazione della missiva si riferisce all'articolo 11 della Carta dei diritti, che tutela libertà d'espressione e informazione senza «ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera». A questo punto si collegano le ansie per le sorti della libera d'impresa (articolo 16) e, più specificamente, per la facoltà di diffondere oltreconfine materiali audiovisivi. I commissari assicurano che le fattispecie bandite dalla normativa ungherese non «danneggiano manifestamente, seriamente e gravemente lo sviluppo fisico, mentale o morale dei minori» e che non posso essere considerate «un'autentica, sufficientemente seria minaccia che riguardi uno degli interessi fondamentali della società». Ma non spiegano perché. Siamo, insomma, alla parola di Burxelles contro quella di Budapest. Con un'ulteriore bizzarria: se chi produce film o spot a sfondo Lgbt ha il diritto di trasmetterli in tutta l'Unione, i ragazzi hanno il diritto di guardarli. Ergo, l'impianto valoriale dell'Europa, che ha appena inserito quello all'aborto tra i diritti umani essenziali, contempla un controsenso: il minore non ha diritto di nascere, ma ha diritto di guardare scene omoerotiche. Senza contare - e sta qui la contraddizione principale - che le stesse obiezioni mosse alla legge ungherese andrebbero indirizzate al ddl Zan. Precludere la divulgazione di immagini che ritraggono l'omosessualità o la transessualità mina la libertà d'espressione? Bene: e non è ugualmente in pericolo la libertà d'espressione di chi critica l'antropologia gender, gli usi della comunità Lgbt, o le sue rivendicazioni politiche, ma rischia che certe opinioni subiscano uno scrutino giudiziario? È normale che un deputato (Alessandro Zan) illustri ai sacerdoti, dalle colonne di un quotidiano, cosa possono o non possono dire in un'omelia? Il fatto che si consideri, sic et simplicter, un omofobo chi promuove la famiglia naturale, non viola gli articoli 7 e 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue? Qualora il ddl Zan fosse approvato, anche il nostro Guardasigilli, Marta Cartabia, dovrà aspettarsi una letterina di Reynders e Breton?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-i-criteri-utilizzati-contro-orban-lue-dovrebbe-bandire-il-bavaglio-arcobaleno-2653562825.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pride-torna-a-sfilare-in-sei-citta-a-roma-apre-un-gesu-cristo-lgbt" data-post-id="2653562825" data-published-at="1624750524" data-use-pagination="False"> Il Pride torna a sfilare in sei città. A Roma apre un Gesù Cristo Lgbt «Per uno Stato laico aboliamo il Concordato. Scendiamo in piazza con i nostri corpi. Con tutte le sfumature del nostro arcobaleno». È stato lo slogan più ripetuto ieri pomeriggio a Roma durante l'evento dell'orgoglio e ostentazione Lgbtqia+ (lesbico, gay, bisessuale, transessuale, intersessuale), che doveva essere stanziale e che invece tra cortei e sit in ha provocato diversi disagi alla circolazione. Dopo lo stop dello scorso anno agli eventi in presenza, causa Covid, ieri ad Ancora, L'Aquila, Faenza, Martina Franca, Milano e Roma è arrivata la cosiddetta «onda pride» ossia i 6 pride organizzati dal movimento a conclusione del Pride month, occasione per riaffermare che sul ddl Zan non si arretra e non verrà accettato alcun compromesso: «Lo vogliamo così come è». Dopo l'intervento della Santa Sede che, nei giorni scorsi, aveva chiesto modifiche al disegno di legge perché in contrasto con il Concordato, anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, dal palco all'Arco della Pace ha detto: «Il messaggio è: approviamo in fretta il ddl Zan. Milano ha fatto una serie di cose in questo decennio ma c'è altro da fare: sarebbe utile una delegata contro le discriminazioni e bisogna riprendere la battaglia sulla genitorialità. La sinistra deve tenere una posizione ferma e in tal senso credo che si debba dialogare, ma se iniziamo a buttare in là la cosa non la facciamo, credo si debba accelerare». Poi ha chiamato sul palco il deputato Pd primo firmatario del dl contro l'omotransfobia ed esponente della comunità Lgbtq, Alessandro Zan e gli ha regalato il suo orologio arcobaleno, che sfoggiava da qualche giorno: «Scandisca il tuo tempo per raggiungere l'obiettivo finale della legge». Zan, molto compiaciuto per la piazza piena di giovani, «che chiedono finalmente all'Italia che venga riconosciuta la libertà di tutti i cittadini», ha ribadito che «noi siamo un Paese dell'Ue che ancora non si è dotato di una legge contro i crimini d'odio e questo è molto grave. Stiamo parlando di violenza, di discriminazione, di bullismo, abbiamo un problema di violazione dei principi di uguaglianza». E ha definito l'intervento del Vaticano «un'invasione di campo che mi ha sorpreso. Il testo che abbiamo approvato alla Camera a larghissima maggioranza va incontro a tantissime diverse sensibilità in particolare a quelle del mondo cattolico». Poi non ha evitato un attacco al leader della Lega: «Il problema non è personale, è politico. Salvini sostiene Orbàn, dice di aver letto la sua legge e di non trovarci nulla di strano. Come possiamo noi sederci a un tavolo delle trattative con chi, come Salvini e Meloni, sostiene quei Paesi che stanno facendo delle leggi discriminatorie, inaccettabili, e che ci stanno portando nel momento più buio del secolo scorso? Il dialogo è aperto con tutti ma non con chi vuole affossare la legge o svuotarla del suo significato». Nella capitale gli organizzatori dell'evento hanno spiegato lo striscione «Orgoglio e ostentazione» dietro ad un Cristo Lgbt con corona di spine, stimmate colorate e lenzuolo arcobaleno. Una performance che non è piaciuta a Giorgia Meloni, che si è chiesta: «Per quanto mi interroghi, non riesco a trovare una risposta a questa domanda: che bisogno c'è di mancare di rispetto a milioni di fedeli per sostenere le proprie tesi?». A Bologna, invece, più che una performance uno sfregio: per lanciare la settimana transfemminista e transnazionale, le femministe hanno sfilato con una mitra rosa in testa, calpestando e lasciando impronte (rosa anche queste) sui volti di Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Simone Pillon, Mario Adinolfi, Viktor Orbàn, Donald Trump e papa Francesco.
La protesta dei trattori a Milano contro il Mercosur (Ansa)
Un recente studio pubblicato sul sito del Parlamento europeo dal titolo «Un aggiornamento sugli effetti economici, di sostenibilità e regolamentari della parte commerciale dell’Accordo di partenariato Ue-Mercosur», fa sapere che «gli impatti economici per l’Ue-27 sono modesti. La simulazione prevede un aumento dello 0,1% del Pil e del benessere, insieme a una crescita marginale delle importazioni complessive (0,2%) e delle esportazioni (0,1%). I salari reali dei lavoratori qualificati e non qualificati aumentano leggermente (0,1%), con un effetto trascurabile sul rendimento del capitale. Tra gli Stati membri, i risultati variano. Belgio e Paesi Bassi registrano incrementi relativamente più elevati in termini di benessere e rendimenti del capitale rispetto ad altri paesi, probabilmente grazie alle loro economie fortemente orientate al commercio». Invece, si legge nell’analisi ufficiale dell’europarlamento, «Germania e Italia beneficiano di aumenti moderati dei flussi commerciali (le importazioni e le esportazioni crescono rispettivamente dello 0,3% e dello 0,2%), in linea con il loro ruolo di principali esportatori dell’Ue. Per economie più piccole come Portogallo e Slovenia, i guadagni sono trainati dalla specializzazione settoriale, in particolare nelle esportazioni, che aumentano rispettivamente dello 0,4% e dello 0,2%».
E qual è l’impatto sul Pil per i Paesi sudamericani? «Il Mercosur, considerato come blocco, sperimenta benefici economici relativamente maggiori rispetto all’Ue. La simulazione indica un aumento dello 0,3% del Pil e una crescita dello 0,2% del benessere (in percentuale del Pil). Tali guadagni sono principalmente trainati dall’espansione degli scambi, con importazioni ed esportazioni in aumento rispettivamente del 3,1% e del 3,6%. I lavoratori qualificati e non qualificati registrano aumenti dei salari reali pari rispettivamente allo 0,3% e allo 0,4%. Tra i singoli paesi, l’Argentina guida con un incremento del Prodotto interno lordo dello 0,4%. Il Brasile registra guadagni moderati in termini di Pil (0,3%) e commercio, mentre l’Uruguay beneficia di una crescita più elevata dei salari reali sia per i lavoratori qualificati (0,5%) sia per quelli non qualificati (0,6%). Il Paraguay, invece, sperimenta lievi diminuzioni del Pil (-0,1%) e del benessere (-0,2%».
Insomma, su un Pil della Ue che ammonta a 17.900 miliardi di euro (dati del 2024), il valore positivo dell’accordo col Mercosur vale 17,9 miliardi l’anno, appunto un più 0,1%. Ciò nonostante, Ursula von der Leyen ha promesso di rinforzare la dote di sussidi agli agricoltori, attraverso la Pac, a 293,7 miliardi per il bilancio 2028-2034. In sostanza sono circa 42 miliardi l’anno per il settennato del nuovo budget in favore delle aziende del primario europee. Anche un bambino della materna capirebbe che forse il gioco - ovvero l’accordo tra Unione Europea e Sudamerica - non vale la candela: per crescere di 17 miliardi di Pil l’anno si spendono 42 miliardi di soldi pubblici a conforto di chi sarà danneggiato dallo stesso accordo. È o non è un controsenso? Anche perché quei fondi Pac alla fine non servono per aiutare veramente gli agricoltori ma solo a compensare decisioni politiche sbagliate. Come accade con le politiche green: si impongono da Bruxelles divieti, aumenti di costi, nuove regole burocratiche e dopo si studiano ristori per chi viene colpito dal cambio di rotta.
Sul Mercosur il ministro Francesco Lollobrigida ha portato a casa più fondi Pac, una tutela maggiore per i prodotti agricoli Dop e Igp, ha ottenuto che la clausola di salvaguardia scatti dopo una variazione dei prezzi del 5% e non del 10%, nel senso che la Commissione Ue avvierà una indagine per tutelare produttori puniti da una concorrenza low cost se il prezzo importato è inferiore di oltre il 5% a parità di prodotto.
Il ministro dell’Agricoltura italiano ha pure incassato maggiori controlli doganali per evitare che – ad esempio – il riso uruguagio coltivato senza rispettare le norme green possa essere parificato a quello italiano, che invece è sottoposto a una marea di pratiche in nome dell’ambiente. Insomma, Lollobrigida, ha fatto il massimo con un dossier ereditato che è lì sul tavolo da oltre 20 anni. Il problema però, considerati appunto i numeri, è un altro: la Ue traccia linee irrealistiche, sigla alleanze, non calcola gli effetti negativi, tanto poi risolve tutto con sussidi o deroghe. Col risultato di sprecare soldi pubblici, aumentare i documenti da compilare per evitare multe e appesantire così le possibilità di crescita europea. Nel terzo trimestre 2025 la produttività dei lavoratori Ue è leggermente calata, mentre negli Usa è salita del 4,9%. I numeri, anche in questo caso, parlano chiaro su che fine stiamo facendo.
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Delcy Rodriguez (Ansa)
Tra l’altro, stando a quanto rivelato da Reuters, sono rientrate nelle acque territoriali almeno quattro petroliere fantasma, di cui due battenti bandiera panamense e una battente bandiera delle Isole Cook. Le navi erano salpate, cariche, dalle coste del Venezuela all’inizio del mese con i transponder disattivati.
E se Caracas non si trova nella posizione di rifiutare la collaborazione con gli Stati Uniti, dall’altra parte, i colossi petroliferi americani temporeggiano sul fronte degli investimenti. Durante la riunione alla Casa Bianca indetta da Trump per far sì che le aziende americane assumano un ruolo chiave nel petrolio venezuelano, diverse major hanno mostrato cautela sulla possibilità di investire miliardi di dollari nel Paese Sudamericano. Il più critico è stato il Ceo di ExxonMobil, Darren Woods, che ha sottolineato: «È impossibile investire lì» anche perché «i nostri beni sono stati sequestrati due volte». Per sbloccare la situazione, secondo Woods, dovrebbero essere «stabiliti» diversi «quadri giuridici e commerciali». Eni ha invece accolto l’invito di Trump: l’ad della società, Claudio Descalzi, presente all’incontro, ha annunciato che «Eni è pronta a investire in Venezuela» e a «lavorare con le compagnie americane». Ha poi ricordato: «Abbiamo oggi nel Paese circa 500 persone» e «possediamo circa 4 miliardi di barili di riserve». Dall’altra parte, il presidente americano ha cercato di fornire alcune rassicurazioni, spiegando che le compagnie tratterebbero «direttamente» con gli Stati Uniti. Ha poi rivelato che, siccome Washington è «aperta agli affari», «la Cina e la Russia» possono «comprare tutto il petrolio che vogliono». Trump ha anche firmato un ordine esecutivo per far sì che le entrate petrolifere venezuelane depositate nei conti del Tesoro americano siano salvaguardate da «sequestri o procedimenti giudiziari». Lo scopo sarebbe quello di «garantire la stabilità economica e politica in Venezuela».
Sul fronte delle relazioni bilaterali tra la Casa Bianca e il governo ad interim, il tycoon ha rivelato che «molto presto» vedrà «i rappresentanti» dell’esecutivo venezuelano, visto che ha «un rapporto molto buono con chi governa». Anche il presidente ad interim, Delcy Rodriguez, ha confermato di aver scelto la via diplomatica «per proteggere» il Paese. Ma ha anche detto che si tratta di «una strada» per «assicurare il ritorno del presidente Nicolás Maduro». Non stupisce quindi che Rodriguez si sia sentita telefonicamente con i presidenti della Colombia e del Brasile e con il primo ministro spagnolo per condividere i dettagli sulla «grave aggressione» condotta dagli Stati Uniti. Quel che è certo è che il leader dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado, sarà ricevuta alla Casa Bianca «martedì o mercoledì».
E proprio un alleato di Machado è stato scarcerato: si tratta di Virgilio Laverde, coordinatore giovanile, nello Stato di Bolivar, di Vente Venezuela, ovvero la piattaforma guidata dal leader dell’opposizione. La stessa sorte non è ancora toccata a tanti altri prigionieri politici. E proprio per questo continuano le veglie e le preghiere delle famiglie dei detenuti di fronte alle prigioni, tra cui i centri dell’Helicoide e di El Rodeo a Caracas.
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Maurizio Landini (Ansa)
Presentato ieri il comitato del No presieduto da Giovanni Bachelet. C’erano i leader delle opposizioni, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, e l’immancabile segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Per loro l’obiettivo è smontare una riforma che «non serve a nessuno se non al governo». Argomento poco solido, considerato che buona parte della sinistra voterà a favore, così come Azione, chiaramente, e Italia viva, meno. Il Pd, come spesso accade, si spacca. «Non siamo una caserma, è legittimo che qualcuno non voglia votare No», riconosce anche Walter Verini.
A ogni modo, dopo l’annuncio delle date del voto di Giorgia Meloni (22 e 23 marzo), dilaga la psicosi. Il più disperato pare Giuseppe Conte. Il leader del M5s attacca: «Il governo vuol cambiare la Costituzione». E ci sentiremmo di confermare, dal momento che si tratta di un referendum costituzionale. «C’è un obiettivo preciso», prosegue, animando lo spirito complottista tanto caro ai suoi. Tra i più barricaderi anche il solito Landini, che avrebbe finanziato il comitato del No con 500.000 euro prelevati dalle casse del sindacato e che ha messo a disposizione il centro congresso Cgil Frentani a Roma per l’inizio della campagna.
Per Landini il governo «è autoritario». Il che è particolarmente esilarante considerato che appena due giorni prima aveva detto che il dittatore venezuelano Nicolás Maduro è un democratico e che difendendolo si difende la democrazia. Insomma o ha bisogno di un bel ripasso di storia, oppure deve avere quantomeno le idee confuse. Anche quando dice: «Credo che questo governo la maggioranza di questo Paese non lo rappresenti». E poi: «Dovrebbe far riflettere come questo governo abbia scelto di portarci a fare un referendum che nessuno gli aveva chiesto, per cambiare la giustizia, confermando una volontà autoritaria - mi assumo la responsabilità di quello che sto dicendo - perché è già in campo una volontà e una gestione autoritaria del Paese».
Lo schema è sempre lo stesso: immaginare un pericolo evidente e poi terrorizzare i cittadini. Uno schema che funziona sempre meno, ma non è l’unico a metterlo in campo. Per Schlein, sul referendum «il governo sta disseminando bugie per fare pura propaganda. Non è una riforma della giustizia perché non migliorerà in alcun modo l’efficienza del sistema, non renderà più veloci i processi e non inciderà purtroppo sulle condizioni di sovraffollamento delle carceri». Dal palco Schlein si rivolge direttamente al ministro della Giustizia, Carlo Nordio. «Voglio rispondergli da qui. Tempo fa disse di “non comprendere perché Schlein non capisca che la riforma della giustizia serve anche a loro”. Gli rispondo dicendo che non vogliamo che ci serva. Vinceremo le prossime elezioni e non vogliamo una riforma che ci consenta di controllare la magistratura, ma vogliamo essere controllati. Così funziona una democrazia». Di fatto mentendo anche lei circa il controllo politico sui magistrati.
Rimodula leggermente Enrico Grosso, professore e avvocato torinese, presidente del comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm: «I giudici, e non solo i pm, se passa questa riforma, saranno meno indipendenti, più a rischio di soggezione alla politica».
Tra gli altri partecipanti Clemente Mastella, ex ministro della Giustizia, Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, e l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini: «Questa è una riforma pericolosa, che non affronta i reali problemi della giustizia italiana, ma mina l’indipendenza della magistratura», il suo commento. Nutrita anche la delegazione di sindaci e amministratori locali, capitanata dal primo cittadino della Capitale, Roberto Gualtieri, e dal sindaco di Torino, Stefano Lo Russo. «È una riforma sbagliata, pericolosa e anche mistificante nel modo in cui viene raccontata». A ribaltare la frittata è Gualtieri annunciando l’adesione ufficiale di Autonomie locali italiane al Comitato per il No.
Infine il Nobel per la fisica, Giorgio Parisi, evidentemente anche esperto di giustizia: «Voglio sottolineare l’importanza politica di questo referendum: dobbiamo difendere l’indipendenza della magistratura dagli attacchi che vengono dal governo». E chiosa: «I politici guadagneranno da questo tipo di riforma perché potranno soddisfare il sogno di essere una casta ingiudicabile». Mistificazioni su mistificazioni, così comincia la campagna del No.
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