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2021-06-27
Con i criteri utilizzati contro Orbàn l’Ue dovrebbe bandire il bavaglio arcobaleno
Viktor Orban (Ansa)
Europa e Ungheria continuano a darsi botte da Orbán per la legge «anti Lgbt» di Budapest.
Ieri, al ministro della Giustizia magiaro, Judit Varga, è arrivata una missiva del commissario Ue per la Giustizia, Didier Reynders, e di quello per il Mercato interno e i servizi, Thierry Breton. Gli emissari di Bruxelles chiedono al governo ungherese «chiarimenti, spiegazioni e informazioni», sollevando obiezioni alla norma sul gender. I firmatari esigono una replica entro fine mese e ricordano che, «se la legge entrerà in vigore, la Commissione non esiterà a prendere provvedimenti».
Riaffiora un paradosso già messo in luce dalla Verità: proprio come ha fatto il Vaticano con l'Italia, rispetto al ddl Zan, l'Europa contesta una legge in virtù di un trattato siglato dal Paese di Viktor Orbán (il Trattato sul funzionamento dell'Ue), della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione e di due direttive sui servizi audiovisivi e l'e-commerce. La logica è la medesima: si rimprovera a uno Stato di aver sottoscritto obbligazioni giuridiche, ma di averle violate con una legge nazionale successiva. Perché ci si stracciano le vesti per l'ingerenza della Chiesa, ma non per quella di Ursula von der Leyen? In questo caso, anzi, c'è un'aggravante che manca nella Nota verbale vaticana: un ultimatum ai recalcitranti magiari, con tanto di minaccia di sanzioni.
Ma anche le critiche avanzate nel documento lasciano perplessi, senza che si debba per forza imbastire una crociata in difesa di una legge sicuramente discutibile e di difficile applicazione.
Quanto alle lamentate limitazioni dei diritti, si fatica a comprendere per quale motivo l'idea di tenere i minori lontani da «un contenuto che sia pornografico o ritragga la sessualità in modo gratuito o che diffonda o ritragga la divergenza dall'autoidentità corrispondente al sesso alla nascita, il cambio di sesso o l'omosessualità», debba essere in contrasto con gli articoli 7 e 9 della Carta Ue dei diritti. L'articolo 7 dispone: «Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e delle proprie comunicazioni». Il 9 recita: «Il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio». Il che, peraltro, non esclude che un Paese possa negare matrimoni e adozioni alle coppie gay. A ogni modo, cosa c'entra la rappresentazione dell'omosessualità con il diritto alla vita privata e familiare, o con quello a contrarre matrimonio? A meno che - ma ciò giustificherebbe le preoccupazioni degli ungheresi - non si tratti esattamente di fare «propaganda gay», ossia di convincere i giovanissimi ad abbracciare l'ideologia gender e ad adottare la filosofia della «fluidità».
Davanti ai continui richiami a mercato e libertà d'impresa, si può solo constatare che abbiamo di fronte due mondi separati da una radicale incomunicabilità. Da un lato, chi appiccica qualche frettolosa considerazione sui diritti a un'argomentazione in cui l'economia diventa il grimaldello della politica; dall'altro, chi privilegia la salvaguardia delle fondamenta etiche della propria comunità. I detrattori hanno sempre avuto buon gioco a rievocare la formula «democrazia illiberale», coniata da Orbán, dimenticandosi che egli, forte di un solido consenso nel Paese, la intende anzitutto come «democrazia cristiana». È davvero un modello meno legittimo e inclusivo dell'eurocrazia, incentrata su regole di bilancio e diktat delle minoranze più chiassose e aggressive?
Un'altra contestazione della missiva si riferisce all'articolo 11 della Carta dei diritti, che tutela libertà d'espressione e informazione senza «ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera». A questo punto si collegano le ansie per le sorti della libera d'impresa (articolo 16) e, più specificamente, per la facoltà di diffondere oltreconfine materiali audiovisivi. I commissari assicurano che le fattispecie bandite dalla normativa ungherese non «danneggiano manifestamente, seriamente e gravemente lo sviluppo fisico, mentale o morale dei minori» e che non posso essere considerate «un'autentica, sufficientemente seria minaccia che riguardi uno degli interessi fondamentali della società». Ma non spiegano perché. Siamo, insomma, alla parola di Burxelles contro quella di Budapest. Con un'ulteriore bizzarria: se chi produce film o spot a sfondo Lgbt ha il diritto di trasmetterli in tutta l'Unione, i ragazzi hanno il diritto di guardarli. Ergo, l'impianto valoriale dell'Europa, che ha appena inserito quello all'aborto tra i diritti umani essenziali, contempla un controsenso: il minore non ha diritto di nascere, ma ha diritto di guardare scene omoerotiche.
Senza contare - e sta qui la contraddizione principale - che le stesse obiezioni mosse alla legge ungherese andrebbero indirizzate al ddl Zan. Precludere la divulgazione di immagini che ritraggono l'omosessualità o la transessualità mina la libertà d'espressione? Bene: e non è ugualmente in pericolo la libertà d'espressione di chi critica l'antropologia gender, gli usi della comunità Lgbt, o le sue rivendicazioni politiche, ma rischia che certe opinioni subiscano uno scrutino giudiziario? È normale che un deputato (Alessandro Zan) illustri ai sacerdoti, dalle colonne di un quotidiano, cosa possono o non possono dire in un'omelia? Il fatto che si consideri, sic et simplicter, un omofobo chi promuove la famiglia naturale, non viola gli articoli 7 e 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue? Qualora il ddl Zan fosse approvato, anche il nostro Guardasigilli, Marta Cartabia, dovrà aspettarsi una letterina di Reynders e Breton?
Il Pride torna a sfilare in sei città. A Roma apre un Gesù Cristo Lgbt
«Per uno Stato laico aboliamo il Concordato. Scendiamo in piazza con i nostri corpi. Con tutte le sfumature del nostro arcobaleno». È stato lo slogan più ripetuto ieri pomeriggio a Roma durante l'evento dell'orgoglio e ostentazione Lgbtqia+ (lesbico, gay, bisessuale, transessuale, intersessuale), che doveva essere stanziale e che invece tra cortei e sit in ha provocato diversi disagi alla circolazione. Dopo lo stop dello scorso anno agli eventi in presenza, causa Covid, ieri ad Ancora, L'Aquila, Faenza, Martina Franca, Milano e Roma è arrivata la cosiddetta «onda pride» ossia i 6 pride organizzati dal movimento a conclusione del Pride month, occasione per riaffermare che sul ddl Zan non si arretra e non verrà accettato alcun compromesso: «Lo vogliamo così come è». Dopo l'intervento della Santa Sede che, nei giorni scorsi, aveva chiesto modifiche al disegno di legge perché in contrasto con il Concordato, anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, dal palco all'Arco della Pace ha detto: «Il messaggio è: approviamo in fretta il ddl Zan. Milano ha fatto una serie di cose in questo decennio ma c'è altro da fare: sarebbe utile una delegata contro le discriminazioni e bisogna riprendere la battaglia sulla genitorialità. La sinistra deve tenere una posizione ferma e in tal senso credo che si debba dialogare, ma se iniziamo a buttare in là la cosa non la facciamo, credo si debba accelerare». Poi ha chiamato sul palco il deputato Pd primo firmatario del dl contro l'omotransfobia ed esponente della comunità Lgbtq, Alessandro Zan e gli ha regalato il suo orologio arcobaleno, che sfoggiava da qualche giorno: «Scandisca il tuo tempo per raggiungere l'obiettivo finale della legge». Zan, molto compiaciuto per la piazza piena di giovani, «che chiedono finalmente all'Italia che venga riconosciuta la libertà di tutti i cittadini», ha ribadito che «noi siamo un Paese dell'Ue che ancora non si è dotato di una legge contro i crimini d'odio e questo è molto grave. Stiamo parlando di violenza, di discriminazione, di bullismo, abbiamo un problema di violazione dei principi di uguaglianza». E ha definito l'intervento del Vaticano «un'invasione di campo che mi ha sorpreso. Il testo che abbiamo approvato alla Camera a larghissima maggioranza va incontro a tantissime diverse sensibilità in particolare a quelle del mondo cattolico». Poi non ha evitato un attacco al leader della Lega: «Il problema non è personale, è politico. Salvini sostiene Orbàn, dice di aver letto la sua legge e di non trovarci nulla di strano. Come possiamo noi sederci a un tavolo delle trattative con chi, come Salvini e Meloni, sostiene quei Paesi che stanno facendo delle leggi discriminatorie, inaccettabili, e che ci stanno portando nel momento più buio del secolo scorso? Il dialogo è aperto con tutti ma non con chi vuole affossare la legge o svuotarla del suo significato».
Nella capitale gli organizzatori dell'evento hanno spiegato lo striscione «Orgoglio e ostentazione» dietro ad un Cristo Lgbt con corona di spine, stimmate colorate e lenzuolo arcobaleno. Una performance che non è piaciuta a Giorgia Meloni, che si è chiesta: «Per quanto mi interroghi, non riesco a trovare una risposta a questa domanda: che bisogno c'è di mancare di rispetto a milioni di fedeli per sostenere le proprie tesi?».
A Bologna, invece, più che una performance uno sfregio: per lanciare la settimana transfemminista e transnazionale, le femministe hanno sfilato con una mitra rosa in testa, calpestando e lasciando impronte (rosa anche queste) sui volti di Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Simone Pillon, Mario Adinolfi, Viktor Orbàn, Donald Trump e papa Francesco.
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Bruxelles attacca l'Ungheria su diritti e libertà d'espressione. Ma neanche la legge feticcio della sinistra supererebbe l'esame.Giorgia Meloni critica l'insulto alla religione: «Perché mancare di rispetto ai fedeli?»Europa e Ungheria continuano a darsi botte da Orbán per la legge «anti Lgbt» di Budapest.Ieri, al ministro della Giustizia magiaro, Judit Varga, è arrivata una missiva del commissario Ue per la Giustizia, Didier Reynders, e di quello per il Mercato interno e i servizi, Thierry Breton. Gli emissari di Bruxelles chiedono al governo ungherese «chiarimenti, spiegazioni e informazioni», sollevando obiezioni alla norma sul gender. I firmatari esigono una replica entro fine mese e ricordano che, «se la legge entrerà in vigore, la Commissione non esiterà a prendere provvedimenti». Riaffiora un paradosso già messo in luce dalla Verità: proprio come ha fatto il Vaticano con l'Italia, rispetto al ddl Zan, l'Europa contesta una legge in virtù di un trattato siglato dal Paese di Viktor Orbán (il Trattato sul funzionamento dell'Ue), della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione e di due direttive sui servizi audiovisivi e l'e-commerce. La logica è la medesima: si rimprovera a uno Stato di aver sottoscritto obbligazioni giuridiche, ma di averle violate con una legge nazionale successiva. Perché ci si stracciano le vesti per l'ingerenza della Chiesa, ma non per quella di Ursula von der Leyen? In questo caso, anzi, c'è un'aggravante che manca nella Nota verbale vaticana: un ultimatum ai recalcitranti magiari, con tanto di minaccia di sanzioni. Ma anche le critiche avanzate nel documento lasciano perplessi, senza che si debba per forza imbastire una crociata in difesa di una legge sicuramente discutibile e di difficile applicazione. Quanto alle lamentate limitazioni dei diritti, si fatica a comprendere per quale motivo l'idea di tenere i minori lontani da «un contenuto che sia pornografico o ritragga la sessualità in modo gratuito o che diffonda o ritragga la divergenza dall'autoidentità corrispondente al sesso alla nascita, il cambio di sesso o l'omosessualità», debba essere in contrasto con gli articoli 7 e 9 della Carta Ue dei diritti. L'articolo 7 dispone: «Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e delle proprie comunicazioni». Il 9 recita: «Il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio». Il che, peraltro, non esclude che un Paese possa negare matrimoni e adozioni alle coppie gay. A ogni modo, cosa c'entra la rappresentazione dell'omosessualità con il diritto alla vita privata e familiare, o con quello a contrarre matrimonio? A meno che - ma ciò giustificherebbe le preoccupazioni degli ungheresi - non si tratti esattamente di fare «propaganda gay», ossia di convincere i giovanissimi ad abbracciare l'ideologia gender e ad adottare la filosofia della «fluidità».Davanti ai continui richiami a mercato e libertà d'impresa, si può solo constatare che abbiamo di fronte due mondi separati da una radicale incomunicabilità. Da un lato, chi appiccica qualche frettolosa considerazione sui diritti a un'argomentazione in cui l'economia diventa il grimaldello della politica; dall'altro, chi privilegia la salvaguardia delle fondamenta etiche della propria comunità. I detrattori hanno sempre avuto buon gioco a rievocare la formula «democrazia illiberale», coniata da Orbán, dimenticandosi che egli, forte di un solido consenso nel Paese, la intende anzitutto come «democrazia cristiana». È davvero un modello meno legittimo e inclusivo dell'eurocrazia, incentrata su regole di bilancio e diktat delle minoranze più chiassose e aggressive? Un'altra contestazione della missiva si riferisce all'articolo 11 della Carta dei diritti, che tutela libertà d'espressione e informazione senza «ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera». A questo punto si collegano le ansie per le sorti della libera d'impresa (articolo 16) e, più specificamente, per la facoltà di diffondere oltreconfine materiali audiovisivi. I commissari assicurano che le fattispecie bandite dalla normativa ungherese non «danneggiano manifestamente, seriamente e gravemente lo sviluppo fisico, mentale o morale dei minori» e che non posso essere considerate «un'autentica, sufficientemente seria minaccia che riguardi uno degli interessi fondamentali della società». Ma non spiegano perché. Siamo, insomma, alla parola di Burxelles contro quella di Budapest. Con un'ulteriore bizzarria: se chi produce film o spot a sfondo Lgbt ha il diritto di trasmetterli in tutta l'Unione, i ragazzi hanno il diritto di guardarli. Ergo, l'impianto valoriale dell'Europa, che ha appena inserito quello all'aborto tra i diritti umani essenziali, contempla un controsenso: il minore non ha diritto di nascere, ma ha diritto di guardare scene omoerotiche. Senza contare - e sta qui la contraddizione principale - che le stesse obiezioni mosse alla legge ungherese andrebbero indirizzate al ddl Zan. Precludere la divulgazione di immagini che ritraggono l'omosessualità o la transessualità mina la libertà d'espressione? Bene: e non è ugualmente in pericolo la libertà d'espressione di chi critica l'antropologia gender, gli usi della comunità Lgbt, o le sue rivendicazioni politiche, ma rischia che certe opinioni subiscano uno scrutino giudiziario? È normale che un deputato (Alessandro Zan) illustri ai sacerdoti, dalle colonne di un quotidiano, cosa possono o non possono dire in un'omelia? Il fatto che si consideri, sic et simplicter, un omofobo chi promuove la famiglia naturale, non viola gli articoli 7 e 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue? Qualora il ddl Zan fosse approvato, anche il nostro Guardasigilli, Marta Cartabia, dovrà aspettarsi una letterina di Reynders e Breton?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-i-criteri-utilizzati-contro-orban-lue-dovrebbe-bandire-il-bavaglio-arcobaleno-2653562825.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pride-torna-a-sfilare-in-sei-citta-a-roma-apre-un-gesu-cristo-lgbt" data-post-id="2653562825" data-published-at="1624750524" data-use-pagination="False"> Il Pride torna a sfilare in sei città. A Roma apre un Gesù Cristo Lgbt «Per uno Stato laico aboliamo il Concordato. Scendiamo in piazza con i nostri corpi. Con tutte le sfumature del nostro arcobaleno». È stato lo slogan più ripetuto ieri pomeriggio a Roma durante l'evento dell'orgoglio e ostentazione Lgbtqia+ (lesbico, gay, bisessuale, transessuale, intersessuale), che doveva essere stanziale e che invece tra cortei e sit in ha provocato diversi disagi alla circolazione. Dopo lo stop dello scorso anno agli eventi in presenza, causa Covid, ieri ad Ancora, L'Aquila, Faenza, Martina Franca, Milano e Roma è arrivata la cosiddetta «onda pride» ossia i 6 pride organizzati dal movimento a conclusione del Pride month, occasione per riaffermare che sul ddl Zan non si arretra e non verrà accettato alcun compromesso: «Lo vogliamo così come è». Dopo l'intervento della Santa Sede che, nei giorni scorsi, aveva chiesto modifiche al disegno di legge perché in contrasto con il Concordato, anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, dal palco all'Arco della Pace ha detto: «Il messaggio è: approviamo in fretta il ddl Zan. Milano ha fatto una serie di cose in questo decennio ma c'è altro da fare: sarebbe utile una delegata contro le discriminazioni e bisogna riprendere la battaglia sulla genitorialità. La sinistra deve tenere una posizione ferma e in tal senso credo che si debba dialogare, ma se iniziamo a buttare in là la cosa non la facciamo, credo si debba accelerare». Poi ha chiamato sul palco il deputato Pd primo firmatario del dl contro l'omotransfobia ed esponente della comunità Lgbtq, Alessandro Zan e gli ha regalato il suo orologio arcobaleno, che sfoggiava da qualche giorno: «Scandisca il tuo tempo per raggiungere l'obiettivo finale della legge». Zan, molto compiaciuto per la piazza piena di giovani, «che chiedono finalmente all'Italia che venga riconosciuta la libertà di tutti i cittadini», ha ribadito che «noi siamo un Paese dell'Ue che ancora non si è dotato di una legge contro i crimini d'odio e questo è molto grave. Stiamo parlando di violenza, di discriminazione, di bullismo, abbiamo un problema di violazione dei principi di uguaglianza». E ha definito l'intervento del Vaticano «un'invasione di campo che mi ha sorpreso. Il testo che abbiamo approvato alla Camera a larghissima maggioranza va incontro a tantissime diverse sensibilità in particolare a quelle del mondo cattolico». Poi non ha evitato un attacco al leader della Lega: «Il problema non è personale, è politico. Salvini sostiene Orbàn, dice di aver letto la sua legge e di non trovarci nulla di strano. Come possiamo noi sederci a un tavolo delle trattative con chi, come Salvini e Meloni, sostiene quei Paesi che stanno facendo delle leggi discriminatorie, inaccettabili, e che ci stanno portando nel momento più buio del secolo scorso? Il dialogo è aperto con tutti ma non con chi vuole affossare la legge o svuotarla del suo significato». Nella capitale gli organizzatori dell'evento hanno spiegato lo striscione «Orgoglio e ostentazione» dietro ad un Cristo Lgbt con corona di spine, stimmate colorate e lenzuolo arcobaleno. Una performance che non è piaciuta a Giorgia Meloni, che si è chiesta: «Per quanto mi interroghi, non riesco a trovare una risposta a questa domanda: che bisogno c'è di mancare di rispetto a milioni di fedeli per sostenere le proprie tesi?». A Bologna, invece, più che una performance uno sfregio: per lanciare la settimana transfemminista e transnazionale, le femministe hanno sfilato con una mitra rosa in testa, calpestando e lasciando impronte (rosa anche queste) sui volti di Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Simone Pillon, Mario Adinolfi, Viktor Orbàn, Donald Trump e papa Francesco.
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Nel frattempo a Bondeno, in provincia di Ferrara, si è tenuto un incontro promosso dal comitato remigrazione, e di nuovo tutti i progressisti si sono scatenati. Sono arrivate le immancabili richieste alle istituzioni di impedire l’iniziativa, la Cgil ha dato in escandescenze, è stato organizzato un presidio di protesta contro l’evento. Tutto legittimo, per carità: mai una volta, però, che qualcuno da sinistra scelga la via del dialogo e non quella dell’attacco frontale o del tentativo di oscuramento. Del resto i primi a dare l’esempio sono stati i parlamentari di sinistra che hanno fisicamente impedito la conferenza sulla remigrazione alla Camera dei deputati, gesto nobile che è costato cinque giorni di sospensione a 22 deputati, di cui dieci del Pd, otto del Movimento 5 stelle e quattro di Avs. Altri dieci deputati, di cui cinque del Pd e cinque del Movimento 5 stelle, si sono presi quattro giorni di sanzione. E sono ancora lì che gridano contro il fascismo e l’ingiusta punizione.
In estrema sintesi, secondo il pensiero buonista dominante, la remigrazione è tema proibito, proibitissimo. Anche se non prevede alcuna deportazione o discriminazione, bensì un aiuto economico agli stranieri per il rimpatrio volontario, cosa che per altro è già messa in pratica dall’Italia e da altre nazioni europee. In compenso, però, l’immigrazione di massa che continua a produrre morti, sfruttamento e disagi sociali può essere non solo promossa ma pure celebrata in ogni modo.
Piccolo esempio. Giusto un paio di giorni fa, nella prestigiosa sede della Radio Vaticana è stato presentato il Festival della Migrazione, in programma dal 5 al 15 novembre di quest’anno in varie città italiane. Per questa edizione il titolo sarà: «Donne migranti - Vite in movimento tra diritti, cittadinanza, lavoro e culture». Edoardo Patriarca, presidente dell’associazione che gestisce la kermesse, ha spiegato che «il Festival è un’esperienza che continua e un progetto culturale, sociale e politico diffuso sul territorio. Culturale perché tratta i temi del diritto alla mobilità, un’esperienza che è parte integrante della natura umana; sociale perché guarda alla realtà del nostro Paese così come è: multiculturale, multireligioso, multietnico, per costruire una convivialità delle differenze senza dimenticare le tradizioni. Politico, in quanto i flussi migratori sono un fenomeno strutturale che non deve essere affrontato con emergenza, barriere e paure, ma con politiche lungimiranti e orientate al futuro». Ecco, questa è la retorica che bisogna utilizzare quando si parla di immigrazione: bisogna celebrare il multiculturalismo, sostenere che agli sbarchi tocca abituarsi, spiegare che lo spostamento è un diritto. Mai che si faccia cenno a tutti gli orrori e le sofferenze che tale meccanismo produce. Del resto se si dovesse parlare del lato oscuro dell’immigrazione mica si potrebbero organizzare festival e altre belle iniziative con ricchi premi e cotillons. Sappiamo come funziona ormai da anni: la celebrazione delle migrazioni è divenuta essa stessa un business, e ci sono professionisti della propaganda che ne traggono sostentamento e beneficio.
Il Festival della migrazione, per altro, gode del sostegno di numerosi enti pubblici e privati. L’edizione 2025 è stata foraggiata dalla Regione Emilia Romagna e ha avuto il patrocinio di parecchi comuni emiliani, oltre a vantare la collaborazione di atenei prestigiosi: Firenze, Padova, Bologna, Ferrara. Poi ci sono gli immancabili aiuti di banche e fondazioni. Chiaro: basta accodarsi al pensiero dominante e arrivano fondi, spazi e applausi. Che i vari profeti dell’accoglienza usano a proprio vantaggio soprattutto per mandare messaggi politici.
Alla presentazione del festival migratorio, tanto per fare un esempio, ha preso la parola il presidente della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa, che come ogni volta se l’è presa con il governo e pure con le autorità europee tra cui Frontex.
«L’azione di Frontex che doveva essere un’azione di supporto al soccorso, in realtà sta diventando di supporto a quegli accordi con la Libia e con la Tunisia e quindi ai respingimenti», ha detto, «mentre stiamo vedendo come il soccorso sia ancora un’emergenza grave. Così come emergenza grave sono mille morti in tre mesi che non si sono mai avuti dal 2017, quando erano 36.000 le persone che attraversavano il Mediterraneo. Lasciar morire la gente, come abbiamo visto in questo triduo pasquale, in mare è certamente un fatto vergognoso per la politica europea, ma anche per l’Italia». A parte che Frontex servirebbe a proteggere i confini europei e non ad altro, ci si chiede che bisogno ci sia di un festival della migrazione quando Perego e gli altri che la pensano come lui possono esternare il loro pensiero ogni giorno e praticamente ovunque. Se ne deduce che per la propaganda c’è sempre spazio. I problemi sorgono quando emerge un pensiero radicalmente alternativo come quello della remigrazione.
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Jannik Sinner trionfa a Montecarlo (Getty Images)
Sinner batte Alcaraz 7-6, 6-3 nella finale del Masters 1000 di Montecarlo e si riprende la vetta Atp. Primo set deciso al tie-break dopo oltre un’ora, poi la rimonta nel secondo: è l’ottavo titolo 1000 per l’azzurro.
Jannik Sinner torna sul trono del tennis mondiale e lo fa vincendo uno dei tornei più prestigiosi della stagione sulla terra battuta. Nella finale del Masters 1000 di Montecarlo, l’altoatesino supera Carlos Alcaraz in due set, 7-6(5), 6-3, al termine di una partita lunga oltre due ore e combattuta soprattutto nel primo parziale. Un successo che vale il titolo e anche il ritorno al numero uno del ranking Atp.
La sfida si gioca in condizioni non semplici, con il vento a disturbare costantemente il ritmo degli scambi e a rendere complicato il controllo dei colpi. Il primo set è segnato da diversi errori, ma anche da una tensione evidente: i game scorrono senza un vero padrone, tra occasioni mancate e improvvisi cambi di inerzia. Sinner fatica a trovare continuità con la prima di servizio, mentre Alcaraz alterna soluzioni brillanti a passaggi a vuoto, soprattutto con il dritto. L’equilibrio resta intatto fino al 6-6, con entrambi costretti più volte ai vantaggi. Nel tie-break l’azzurro cambia passo: alza la qualità al servizio, prende l’iniziativa negli scambi e si costruisce due set point. Sul secondo, un doppio fallo dello spagnolo chiude il parziale dopo oltre un’ora di gioco. L’avvio del secondo set sembra premiare Alcaraz, più aggressivo in risposta e capace di strappare il servizio a Sinner nel terzo gioco. Il match, però, non prende la direzione che lo spagnolo sperava. Sinner resta lucido, non forza le soluzioni e torna subito in partita con un controbreak costruito sulla profondità dei colpi e su una maggiore solidità negli scambi lunghi. Da quel momento cresce progressivamente, mentre Alcaraz perde precisione e si espone a qualche errore di troppo, anche nei momenti in cui avrebbe la possibilità di consolidare il vantaggio. Il passaggio chiave arriva sul 3-3, in un game lungo e molto combattuto: Sinner si procura più di una palla break e alla fine riesce a convertire grazie a una risposta aggressiva seguita da un dritto decisivo. È lo strappo che indirizza definitivamente la partita. L’italiano, avanti nel punteggio, gestisce con attenzione i propri turni di servizio, senza concedere occasioni, mentre lo spagnolo fatica a rientrare. Nel nono game arriva la chiusura: Sinner sale rapidamente sul 40-0 e, alla prima occasione utile, archivia l’incontro con una prima vincente. È il punto finale di una partita meno spettacolare del previsto ma estremamente solida da parte di Sinner, capace di adattarsi alle condizioni e di leggere meglio i momenti del match. Per lui si tratta dell’ottavo titolo Masters 1000 in carriera, un traguardo che conferma la sua continuità ai massimi livelli.
A fine partita Sinner ha espresso tutta la sua gioia: «Non so da dove cominciare per commentare questa settimana. Sono venuto qui per accumulare più partite possibili in vista dei grandi tornei che si avvicinano e ho ottenuto un altro traguardo incredibile» - ha detto il tennista altoatesino - «Tornare numero 1 è importante per me, ma la classifica è secondaria, voglio vincere trofei». Il campione italiano ha poi aggiunto: «Ho cercato di restare lì mentalmente anche quando ero sotto, è stata una partita di alti e bassi per tutti e due, ma oggi non era semplice per il vento che continuava a cambiare. Questo torneo per me vuol dire tanto. Sono super super contento di avere almeno un trofeo come questo a casa». Il successo di Montecarlo ha anche un peso simbolico: Sinner interrompe la serie negativa contro Alcaraz sulla terra battuta e si riprende la vetta del tennis mondiale. Un segnale importante all’inizio della stagione sul rosso, proprio contro il rivale che negli ultimi anni lo aveva più spesso messo in difficoltà su questa superficie.
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Autorevoli commentatori italiani scrivono che sarebbe necessario un «Re-Made in Italy». Inoltre, Giorgio Parisi, premio Nobel 2021 per la fisica invoca (dal 2025) la creazione di un centro di ricerca europeo sull’Intelligenza artificiale con visione sistemica e non solo settoriale per la seguente argomentazione: l’Intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia computazionale, ma è un fenomeno fisico, energetico e informazionale di scala inedita. Concordo, ma data la quasi certa concorrenza intraeuropea suggerisco di crearne intanto uno in Italia con missione d’avanguardia dedicata alla super robotica multifunzionale. Da un paio d’anni sento crescere nel mondo industriale piccolo e grande l’inquietudine per le strategie di competitività futura globale e una crescente domanda per acquisire un maggiore potere cognitivo sia per la conduzione di un’azienda sia per la sua riorganizzazione interna. Sempre più imprenditori, in particolare giovani, mostrano la consapevolezza della discontinuità in atto. Per inciso, si veda il libro di Giordano Riello e Carlo Pelanda Gestire la discontinuità. Dialogo futurizzante tra imprenditore e professore (Rubbettino, luglio 2025). La società di investimento italiana in cui opero ha creato un fondo in collaborazione con una grande azienda statunitense produttrice di sistemi di Intelligenza artificiale per dare il giusto capitale di sviluppo ad aziende innovative. Semplificando, anche se ora il sistema italiano appare in ritardo nelle statistiche comparative internazionali sul piano dell’adeguamento rapido alla rivoluzione tecnologica in atto, ritengo che il potenziale scientifico-tecnico residente in Italia abbia un’elevata capacità di mettersi nel gruppo di testa mondiale della rivoluzione tecnologica, ma a date condizioni.
Prima di suggerirle, devo citare il caso del sistema robotico Mythos prodotto dall’azienda statunitense Anthropic guidata da Dario Amodei che è la prova concreta della discontinuità in corso: è emerso che Mythos ha la capacità di penetrare tutti gli attuali sistemi informatici e, volendo, anche sabotarli. Consapevole di avere in mano una sorta di bomba nucleare e perseguendo un comportamento etico-prudenziale, Amodei la ha immessa solo selettivamente sul mercato (statunitense) ed in configurazione difensiva contro cyberattacchi. Ciò ha irritato il Pentagono, interessato ad avere il sistema completo, e creato un conflitto tra Washington ed Anthropic dopo informazioni che lo spionaggio cinese è riuscito a rubare alcune parti di Mythos. E ciò è una parte della storia. L’altra parte riguarda le riunioni con toni d’emergenza convocate da Scott Bessent, ministro del Tesoro Usa, e Jerome Powell, presidente della Fed, per valutare la vulnerabilità del sistema bancario americano a nuovi «gizmo» come Mythos. Mossa adeguata perché il tenere segreta una tecnologia così potente è impossibile. Infatti ci sono segnali crescenti che alcune potenze stanno cercando non solo sistemi simili a Mythos, ma anche più penetranti. Questo cenno serve intanto a definire una priorità di adattamento: la guerra sta evolvendo dalla cinetica tradizionale a quella informatica con competizione accelerata per la superiorità sulla seconda. Tale evidenza pone in priorità la sicurezza di tutti i sistemi chiave attraverso i quali si svolge la nostra vita civile. In altri termini, per la sicurezza del prossimo futuro non serve solo uno scudo antimissile e antidroni, ma anche uno cibernetico.
Ma se si capisce anche vagamente come Mythos riesca a penetrare tutto l’esistente elettronico è facile immaginare quanto ampia sia l’innovazione possibile. Sia per sfruttarne il potenziale sia per restare concorrenziali e in sicurezza secondo me servono, in valutazione preliminare, le seguenti soluzioni.
1 Creare un Nasdaq italiano, cioè una Borsa dedicata alla tecnologia che possa incrociare bene capitale di investimento e aziende tecnologiche promettenti, in particolare startup. Dalle mie ricerche ricavo che ce ne sono più di 1.000 residenti in Italia, ma con problemi di capitalizzazione. Già Mario Draghi aveva sostenuto l’urgenza di rivedere le regole che limitano i flussi di capitale di rischio (venture capital) per evitare che le startup europee (qui enfatizzo le italiane) migrassero in America dove il capitale di investimento è più fluido.
2 Unire sicurezza e futurizzazione tecnologica. Tema delicato, ma penso inevitabile usare la concentrazione di capitale per programmi militari e di polizia per ricadute rapide sulla futurizzazione dei sistemi civili, soprattutto, robotica eso, endo, sub e cognitiva.
3 Stimolare una rivoluzione cognitiva di massa per diffondere la cultura tecnica utile a costruire una competenza diffusa, per esempio aumentando i programmi universitari di Terza missione, cioè collegando di più università, centri di ricerca e suole superiori.
4 Competizioni a premio per la robotica operativa e cognitiva meglio performante.
Tanto altro, ma suggerisco questi primi passi futurizzanti.
www.carlopelanda.com
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