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2021-06-27
Con i criteri utilizzati contro Orbàn l’Ue dovrebbe bandire il bavaglio arcobaleno
Viktor Orban (Ansa)
Europa e Ungheria continuano a darsi botte da Orbán per la legge «anti Lgbt» di Budapest.
Ieri, al ministro della Giustizia magiaro, Judit Varga, è arrivata una missiva del commissario Ue per la Giustizia, Didier Reynders, e di quello per il Mercato interno e i servizi, Thierry Breton. Gli emissari di Bruxelles chiedono al governo ungherese «chiarimenti, spiegazioni e informazioni», sollevando obiezioni alla norma sul gender. I firmatari esigono una replica entro fine mese e ricordano che, «se la legge entrerà in vigore, la Commissione non esiterà a prendere provvedimenti».
Riaffiora un paradosso già messo in luce dalla Verità: proprio come ha fatto il Vaticano con l'Italia, rispetto al ddl Zan, l'Europa contesta una legge in virtù di un trattato siglato dal Paese di Viktor Orbán (il Trattato sul funzionamento dell'Ue), della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione e di due direttive sui servizi audiovisivi e l'e-commerce. La logica è la medesima: si rimprovera a uno Stato di aver sottoscritto obbligazioni giuridiche, ma di averle violate con una legge nazionale successiva. Perché ci si stracciano le vesti per l'ingerenza della Chiesa, ma non per quella di Ursula von der Leyen? In questo caso, anzi, c'è un'aggravante che manca nella Nota verbale vaticana: un ultimatum ai recalcitranti magiari, con tanto di minaccia di sanzioni.
Ma anche le critiche avanzate nel documento lasciano perplessi, senza che si debba per forza imbastire una crociata in difesa di una legge sicuramente discutibile e di difficile applicazione.
Quanto alle lamentate limitazioni dei diritti, si fatica a comprendere per quale motivo l'idea di tenere i minori lontani da «un contenuto che sia pornografico o ritragga la sessualità in modo gratuito o che diffonda o ritragga la divergenza dall'autoidentità corrispondente al sesso alla nascita, il cambio di sesso o l'omosessualità», debba essere in contrasto con gli articoli 7 e 9 della Carta Ue dei diritti. L'articolo 7 dispone: «Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e delle proprie comunicazioni». Il 9 recita: «Il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio». Il che, peraltro, non esclude che un Paese possa negare matrimoni e adozioni alle coppie gay. A ogni modo, cosa c'entra la rappresentazione dell'omosessualità con il diritto alla vita privata e familiare, o con quello a contrarre matrimonio? A meno che - ma ciò giustificherebbe le preoccupazioni degli ungheresi - non si tratti esattamente di fare «propaganda gay», ossia di convincere i giovanissimi ad abbracciare l'ideologia gender e ad adottare la filosofia della «fluidità».
Davanti ai continui richiami a mercato e libertà d'impresa, si può solo constatare che abbiamo di fronte due mondi separati da una radicale incomunicabilità. Da un lato, chi appiccica qualche frettolosa considerazione sui diritti a un'argomentazione in cui l'economia diventa il grimaldello della politica; dall'altro, chi privilegia la salvaguardia delle fondamenta etiche della propria comunità. I detrattori hanno sempre avuto buon gioco a rievocare la formula «democrazia illiberale», coniata da Orbán, dimenticandosi che egli, forte di un solido consenso nel Paese, la intende anzitutto come «democrazia cristiana». È davvero un modello meno legittimo e inclusivo dell'eurocrazia, incentrata su regole di bilancio e diktat delle minoranze più chiassose e aggressive?
Un'altra contestazione della missiva si riferisce all'articolo 11 della Carta dei diritti, che tutela libertà d'espressione e informazione senza «ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera». A questo punto si collegano le ansie per le sorti della libera d'impresa (articolo 16) e, più specificamente, per la facoltà di diffondere oltreconfine materiali audiovisivi. I commissari assicurano che le fattispecie bandite dalla normativa ungherese non «danneggiano manifestamente, seriamente e gravemente lo sviluppo fisico, mentale o morale dei minori» e che non posso essere considerate «un'autentica, sufficientemente seria minaccia che riguardi uno degli interessi fondamentali della società». Ma non spiegano perché. Siamo, insomma, alla parola di Burxelles contro quella di Budapest. Con un'ulteriore bizzarria: se chi produce film o spot a sfondo Lgbt ha il diritto di trasmetterli in tutta l'Unione, i ragazzi hanno il diritto di guardarli. Ergo, l'impianto valoriale dell'Europa, che ha appena inserito quello all'aborto tra i diritti umani essenziali, contempla un controsenso: il minore non ha diritto di nascere, ma ha diritto di guardare scene omoerotiche.
Senza contare - e sta qui la contraddizione principale - che le stesse obiezioni mosse alla legge ungherese andrebbero indirizzate al ddl Zan. Precludere la divulgazione di immagini che ritraggono l'omosessualità o la transessualità mina la libertà d'espressione? Bene: e non è ugualmente in pericolo la libertà d'espressione di chi critica l'antropologia gender, gli usi della comunità Lgbt, o le sue rivendicazioni politiche, ma rischia che certe opinioni subiscano uno scrutino giudiziario? È normale che un deputato (Alessandro Zan) illustri ai sacerdoti, dalle colonne di un quotidiano, cosa possono o non possono dire in un'omelia? Il fatto che si consideri, sic et simplicter, un omofobo chi promuove la famiglia naturale, non viola gli articoli 7 e 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue? Qualora il ddl Zan fosse approvato, anche il nostro Guardasigilli, Marta Cartabia, dovrà aspettarsi una letterina di Reynders e Breton?
Il Pride torna a sfilare in sei città. A Roma apre un Gesù Cristo Lgbt
«Per uno Stato laico aboliamo il Concordato. Scendiamo in piazza con i nostri corpi. Con tutte le sfumature del nostro arcobaleno». È stato lo slogan più ripetuto ieri pomeriggio a Roma durante l'evento dell'orgoglio e ostentazione Lgbtqia+ (lesbico, gay, bisessuale, transessuale, intersessuale), che doveva essere stanziale e che invece tra cortei e sit in ha provocato diversi disagi alla circolazione. Dopo lo stop dello scorso anno agli eventi in presenza, causa Covid, ieri ad Ancora, L'Aquila, Faenza, Martina Franca, Milano e Roma è arrivata la cosiddetta «onda pride» ossia i 6 pride organizzati dal movimento a conclusione del Pride month, occasione per riaffermare che sul ddl Zan non si arretra e non verrà accettato alcun compromesso: «Lo vogliamo così come è». Dopo l'intervento della Santa Sede che, nei giorni scorsi, aveva chiesto modifiche al disegno di legge perché in contrasto con il Concordato, anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, dal palco all'Arco della Pace ha detto: «Il messaggio è: approviamo in fretta il ddl Zan. Milano ha fatto una serie di cose in questo decennio ma c'è altro da fare: sarebbe utile una delegata contro le discriminazioni e bisogna riprendere la battaglia sulla genitorialità. La sinistra deve tenere una posizione ferma e in tal senso credo che si debba dialogare, ma se iniziamo a buttare in là la cosa non la facciamo, credo si debba accelerare». Poi ha chiamato sul palco il deputato Pd primo firmatario del dl contro l'omotransfobia ed esponente della comunità Lgbtq, Alessandro Zan e gli ha regalato il suo orologio arcobaleno, che sfoggiava da qualche giorno: «Scandisca il tuo tempo per raggiungere l'obiettivo finale della legge». Zan, molto compiaciuto per la piazza piena di giovani, «che chiedono finalmente all'Italia che venga riconosciuta la libertà di tutti i cittadini», ha ribadito che «noi siamo un Paese dell'Ue che ancora non si è dotato di una legge contro i crimini d'odio e questo è molto grave. Stiamo parlando di violenza, di discriminazione, di bullismo, abbiamo un problema di violazione dei principi di uguaglianza». E ha definito l'intervento del Vaticano «un'invasione di campo che mi ha sorpreso. Il testo che abbiamo approvato alla Camera a larghissima maggioranza va incontro a tantissime diverse sensibilità in particolare a quelle del mondo cattolico». Poi non ha evitato un attacco al leader della Lega: «Il problema non è personale, è politico. Salvini sostiene Orbàn, dice di aver letto la sua legge e di non trovarci nulla di strano. Come possiamo noi sederci a un tavolo delle trattative con chi, come Salvini e Meloni, sostiene quei Paesi che stanno facendo delle leggi discriminatorie, inaccettabili, e che ci stanno portando nel momento più buio del secolo scorso? Il dialogo è aperto con tutti ma non con chi vuole affossare la legge o svuotarla del suo significato».
Nella capitale gli organizzatori dell'evento hanno spiegato lo striscione «Orgoglio e ostentazione» dietro ad un Cristo Lgbt con corona di spine, stimmate colorate e lenzuolo arcobaleno. Una performance che non è piaciuta a Giorgia Meloni, che si è chiesta: «Per quanto mi interroghi, non riesco a trovare una risposta a questa domanda: che bisogno c'è di mancare di rispetto a milioni di fedeli per sostenere le proprie tesi?».
A Bologna, invece, più che una performance uno sfregio: per lanciare la settimana transfemminista e transnazionale, le femministe hanno sfilato con una mitra rosa in testa, calpestando e lasciando impronte (rosa anche queste) sui volti di Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Simone Pillon, Mario Adinolfi, Viktor Orbàn, Donald Trump e papa Francesco.
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Bruxelles attacca l'Ungheria su diritti e libertà d'espressione. Ma neanche la legge feticcio della sinistra supererebbe l'esame.Giorgia Meloni critica l'insulto alla religione: «Perché mancare di rispetto ai fedeli?»Europa e Ungheria continuano a darsi botte da Orbán per la legge «anti Lgbt» di Budapest.Ieri, al ministro della Giustizia magiaro, Judit Varga, è arrivata una missiva del commissario Ue per la Giustizia, Didier Reynders, e di quello per il Mercato interno e i servizi, Thierry Breton. Gli emissari di Bruxelles chiedono al governo ungherese «chiarimenti, spiegazioni e informazioni», sollevando obiezioni alla norma sul gender. I firmatari esigono una replica entro fine mese e ricordano che, «se la legge entrerà in vigore, la Commissione non esiterà a prendere provvedimenti». Riaffiora un paradosso già messo in luce dalla Verità: proprio come ha fatto il Vaticano con l'Italia, rispetto al ddl Zan, l'Europa contesta una legge in virtù di un trattato siglato dal Paese di Viktor Orbán (il Trattato sul funzionamento dell'Ue), della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione e di due direttive sui servizi audiovisivi e l'e-commerce. La logica è la medesima: si rimprovera a uno Stato di aver sottoscritto obbligazioni giuridiche, ma di averle violate con una legge nazionale successiva. Perché ci si stracciano le vesti per l'ingerenza della Chiesa, ma non per quella di Ursula von der Leyen? In questo caso, anzi, c'è un'aggravante che manca nella Nota verbale vaticana: un ultimatum ai recalcitranti magiari, con tanto di minaccia di sanzioni. Ma anche le critiche avanzate nel documento lasciano perplessi, senza che si debba per forza imbastire una crociata in difesa di una legge sicuramente discutibile e di difficile applicazione. Quanto alle lamentate limitazioni dei diritti, si fatica a comprendere per quale motivo l'idea di tenere i minori lontani da «un contenuto che sia pornografico o ritragga la sessualità in modo gratuito o che diffonda o ritragga la divergenza dall'autoidentità corrispondente al sesso alla nascita, il cambio di sesso o l'omosessualità», debba essere in contrasto con gli articoli 7 e 9 della Carta Ue dei diritti. L'articolo 7 dispone: «Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e delle proprie comunicazioni». Il 9 recita: «Il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio». Il che, peraltro, non esclude che un Paese possa negare matrimoni e adozioni alle coppie gay. A ogni modo, cosa c'entra la rappresentazione dell'omosessualità con il diritto alla vita privata e familiare, o con quello a contrarre matrimonio? A meno che - ma ciò giustificherebbe le preoccupazioni degli ungheresi - non si tratti esattamente di fare «propaganda gay», ossia di convincere i giovanissimi ad abbracciare l'ideologia gender e ad adottare la filosofia della «fluidità».Davanti ai continui richiami a mercato e libertà d'impresa, si può solo constatare che abbiamo di fronte due mondi separati da una radicale incomunicabilità. Da un lato, chi appiccica qualche frettolosa considerazione sui diritti a un'argomentazione in cui l'economia diventa il grimaldello della politica; dall'altro, chi privilegia la salvaguardia delle fondamenta etiche della propria comunità. I detrattori hanno sempre avuto buon gioco a rievocare la formula «democrazia illiberale», coniata da Orbán, dimenticandosi che egli, forte di un solido consenso nel Paese, la intende anzitutto come «democrazia cristiana». È davvero un modello meno legittimo e inclusivo dell'eurocrazia, incentrata su regole di bilancio e diktat delle minoranze più chiassose e aggressive? Un'altra contestazione della missiva si riferisce all'articolo 11 della Carta dei diritti, che tutela libertà d'espressione e informazione senza «ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera». A questo punto si collegano le ansie per le sorti della libera d'impresa (articolo 16) e, più specificamente, per la facoltà di diffondere oltreconfine materiali audiovisivi. I commissari assicurano che le fattispecie bandite dalla normativa ungherese non «danneggiano manifestamente, seriamente e gravemente lo sviluppo fisico, mentale o morale dei minori» e che non posso essere considerate «un'autentica, sufficientemente seria minaccia che riguardi uno degli interessi fondamentali della società». Ma non spiegano perché. Siamo, insomma, alla parola di Burxelles contro quella di Budapest. Con un'ulteriore bizzarria: se chi produce film o spot a sfondo Lgbt ha il diritto di trasmetterli in tutta l'Unione, i ragazzi hanno il diritto di guardarli. Ergo, l'impianto valoriale dell'Europa, che ha appena inserito quello all'aborto tra i diritti umani essenziali, contempla un controsenso: il minore non ha diritto di nascere, ma ha diritto di guardare scene omoerotiche. Senza contare - e sta qui la contraddizione principale - che le stesse obiezioni mosse alla legge ungherese andrebbero indirizzate al ddl Zan. Precludere la divulgazione di immagini che ritraggono l'omosessualità o la transessualità mina la libertà d'espressione? Bene: e non è ugualmente in pericolo la libertà d'espressione di chi critica l'antropologia gender, gli usi della comunità Lgbt, o le sue rivendicazioni politiche, ma rischia che certe opinioni subiscano uno scrutino giudiziario? È normale che un deputato (Alessandro Zan) illustri ai sacerdoti, dalle colonne di un quotidiano, cosa possono o non possono dire in un'omelia? Il fatto che si consideri, sic et simplicter, un omofobo chi promuove la famiglia naturale, non viola gli articoli 7 e 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue? Qualora il ddl Zan fosse approvato, anche il nostro Guardasigilli, Marta Cartabia, dovrà aspettarsi una letterina di Reynders e Breton?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-i-criteri-utilizzati-contro-orban-lue-dovrebbe-bandire-il-bavaglio-arcobaleno-2653562825.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pride-torna-a-sfilare-in-sei-citta-a-roma-apre-un-gesu-cristo-lgbt" data-post-id="2653562825" data-published-at="1624750524" data-use-pagination="False"> Il Pride torna a sfilare in sei città. A Roma apre un Gesù Cristo Lgbt «Per uno Stato laico aboliamo il Concordato. Scendiamo in piazza con i nostri corpi. Con tutte le sfumature del nostro arcobaleno». È stato lo slogan più ripetuto ieri pomeriggio a Roma durante l'evento dell'orgoglio e ostentazione Lgbtqia+ (lesbico, gay, bisessuale, transessuale, intersessuale), che doveva essere stanziale e che invece tra cortei e sit in ha provocato diversi disagi alla circolazione. Dopo lo stop dello scorso anno agli eventi in presenza, causa Covid, ieri ad Ancora, L'Aquila, Faenza, Martina Franca, Milano e Roma è arrivata la cosiddetta «onda pride» ossia i 6 pride organizzati dal movimento a conclusione del Pride month, occasione per riaffermare che sul ddl Zan non si arretra e non verrà accettato alcun compromesso: «Lo vogliamo così come è». Dopo l'intervento della Santa Sede che, nei giorni scorsi, aveva chiesto modifiche al disegno di legge perché in contrasto con il Concordato, anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, dal palco all'Arco della Pace ha detto: «Il messaggio è: approviamo in fretta il ddl Zan. Milano ha fatto una serie di cose in questo decennio ma c'è altro da fare: sarebbe utile una delegata contro le discriminazioni e bisogna riprendere la battaglia sulla genitorialità. La sinistra deve tenere una posizione ferma e in tal senso credo che si debba dialogare, ma se iniziamo a buttare in là la cosa non la facciamo, credo si debba accelerare». Poi ha chiamato sul palco il deputato Pd primo firmatario del dl contro l'omotransfobia ed esponente della comunità Lgbtq, Alessandro Zan e gli ha regalato il suo orologio arcobaleno, che sfoggiava da qualche giorno: «Scandisca il tuo tempo per raggiungere l'obiettivo finale della legge». Zan, molto compiaciuto per la piazza piena di giovani, «che chiedono finalmente all'Italia che venga riconosciuta la libertà di tutti i cittadini», ha ribadito che «noi siamo un Paese dell'Ue che ancora non si è dotato di una legge contro i crimini d'odio e questo è molto grave. Stiamo parlando di violenza, di discriminazione, di bullismo, abbiamo un problema di violazione dei principi di uguaglianza». E ha definito l'intervento del Vaticano «un'invasione di campo che mi ha sorpreso. Il testo che abbiamo approvato alla Camera a larghissima maggioranza va incontro a tantissime diverse sensibilità in particolare a quelle del mondo cattolico». Poi non ha evitato un attacco al leader della Lega: «Il problema non è personale, è politico. Salvini sostiene Orbàn, dice di aver letto la sua legge e di non trovarci nulla di strano. Come possiamo noi sederci a un tavolo delle trattative con chi, come Salvini e Meloni, sostiene quei Paesi che stanno facendo delle leggi discriminatorie, inaccettabili, e che ci stanno portando nel momento più buio del secolo scorso? Il dialogo è aperto con tutti ma non con chi vuole affossare la legge o svuotarla del suo significato». Nella capitale gli organizzatori dell'evento hanno spiegato lo striscione «Orgoglio e ostentazione» dietro ad un Cristo Lgbt con corona di spine, stimmate colorate e lenzuolo arcobaleno. Una performance che non è piaciuta a Giorgia Meloni, che si è chiesta: «Per quanto mi interroghi, non riesco a trovare una risposta a questa domanda: che bisogno c'è di mancare di rispetto a milioni di fedeli per sostenere le proprie tesi?». A Bologna, invece, più che una performance uno sfregio: per lanciare la settimana transfemminista e transnazionale, le femministe hanno sfilato con una mitra rosa in testa, calpestando e lasciando impronte (rosa anche queste) sui volti di Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Simone Pillon, Mario Adinolfi, Viktor Orbàn, Donald Trump e papa Francesco.
Pietrangelo Buttafuoco (Ansa)
Ora però vediamo di non perdere di vista la situazione più generale e non sacrificare gli interessi nazionali sull’altare dell’Europa. L’opinione pubblica non ha più alcuna intenzione di veder indebolito ulteriormente il proprio potere d’acquisto: il caro petrolio non è soltanto lo sciacallaggio di alcuni alla pompa di benzina ma è pure l’incremento dei prezzi nei prodotti che mettiamo nel carrello della spesa.
Se l’America ha deciso di allargare le maglie verso la Russia rispetto alle sanzioni energetiche, non si capisce l’intransigenza europea nel tenerle strette. Non credo che l’Europa sia nelle condizioni di giocare una partita energetica con la forza negoziale degli States, quindi invitiamo il governo italiano a differenziarsi rispetto alla strategia di Bruxelles. Di sicuro l’atteggiamento ostile che il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha verso il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco non ci fanno ben sperare. La Biennale parla un linguaggio che è «oltre» la politica, è un ponte o se volete un by-pass che la politica usa per negoziare con registri differenti.
Se dall’inizio della guerra in Medio Oriente la Russia ha incassato 150 milioni di dollari in più al giorno dalla vendita di petrolio, non possiamo non considerare il peso del petrolio sugli scenari globali (alla faccia delle rivoluzioni green della Ue). Non so cosa vogliano fare a Bruxelles, ma so cosa vorrei che facesse questo governo di centrodestra: fare gli interessi degli italiani! Ecco perché lascerei perdere sbandamenti del tipo «Non diamo vantaggi a Putin»: se la Russia racimola poco meno di due miliardi nel giro di 14 giorni, è evidente che non ha bisogno di noi. Al limite siamo noi che tra poco faremo i conti con l’ammutinamento degli italiani spazientiti.
Ora, il ministro Giuli può anche giocare a indignarsi ma qui il gioco non regge: prima dell’attacco all’Iran e dopo l’invasione russa in Ucraina, fior di multinazionali (americane ed europee, anche italiane) non hanno mai smesso di operare sul mercato russo, lo sa? E hanno generato circa 41,4 miliardi di dollari di tasse versate all’erario russo tra il 2022 e il 2023, cioè una cifra equivalente a circa un terzo dell’intero bilancio militare della Russia per il 2025? Se volete qualche nome eccolo: la britannica Unilever, le francesi Total, Auchan, Leroy Merlin. Nell’elenco non mancano le italiane Ferrero, Barilla, Fenzi e Calzedonia tanto per fare qualche nome. Fanno bene? Assolutamente sì e infatti nessuno si sognerebbe di puntare l’indice contro di loro. A voler essere precisi - caro Giuli - quando si parlò di usare gli asset finanziari russi congelati in Belgio per finanziare la resistenza ucraina, il nostro presidente del Consiglio si oppose anche per difendere le aziende italiane in Russia. Ma andiamo oltre, facciamo sempre parlare i numeri, invece di una retorica che francamente mi ha anche stancato. Ebbene i numeri dicono che, a fronte dei vari pacchetti di sanzioni, l’Europa compra ancora direttamente o indirettamente energia da Mosca. Prendo per buono ciò che ha scritto Mattia Feltri pochi giorni fa sulla Stampa a proposito dell’acquisto europeo di gas russo, alla faccia dei venti pacchetti: «Dal nemico irriducibile, secondo logica, non dovremmo più acquistare nemmeno un barattolo di caviale da un triennio. E invece va così. Ma restate seduti perché non è finita. Tutto il gas naturale liquefatto estratto a febbraio nella penisola russa di Yamal è stato trasportato nei terminali dell’Unione europea. Non un po’, non tanto: tutto. Un milione e mezzo di tonnellate. E, già a gennaio, proprio tutto no, ma il 93 per cento ce lo eravamo accaparrati. E cioè: si è stabilito di non comprare più gas dalla Russia? Bene, nel frattempo compriamone più che si può». Non vi basta? Ecco cosa scriveva Federico Fubini qualche tempo fa sul Corriere della Sera: «Lo stretto fra la Danimarca e la Svezia in entrata e uscita dal Baltico misura appena quattro chilometri nel suo punto più stretto, tutto in acque della Nato e dell’Unione europea e dunque in teoria è controllato dalle organizzazioni più ricche e potenti che la storia abbia mai visto. Eppure continuiamo a far passare esportazioni di petrolio russo per decine di miliardi di euro all’anno: l’equivalente di quanto stiamo pagando ogni anno per cercare di difendere l’Ucraina dall’aggressione della Russia stessa, finanziata con quei fondi. […] Il risultato è che l’export di greggio e prodotti petroliferi, con cui Mosca sostiene la guerra, in volume sta aumentando: 21 milioni di tonnellate di export in gennaio scorso, 22 milioni in agosto, 23 a settembre e probabilmente ancora di più ottobre. La chiave è nel Mar Baltico». Prima dell’attacco americano e israeliano in Iran e prima della scelta Usa di allentare le sanzioni.
A fronte di questi dati vogliamo ancora giocare a fare i duri e puri con Buttafuoco, il quale almeno ha il merito di giocare a carte scoperte in nome del dialogo culturale?
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I più pacati scandivano «governo Meloni dimissioni» o «cacciamo il governo dei fascisti guerrafondai», esibendo striscioni sui quali avvertono: «Non ci arruoliamo». Poi a comando saltellavano, intonando «chi non salta è un fascista», sulle note di Bella ciao, cercando goffamente di fare il verso alla premier che saltava con il ministro degli esteri, Antonio Tajani, lo scorso novembre in chiusura dell’intervento al comizio dei big del centrodestra a Napoli, mentre la folla intonava «Chi non salta comunista è».
Ma la violenza che percorre manifestazioni come quella del Comitato No sociale, ieri a Roma, dove ai presunti pacifisti si mescola ogni genere di attivisti avvolti in kefiah e sventolando pure la bandiera di Hezbollah, ha portato subito a bruciare con fumogeni due immagini. La prima, che raffigurava il presidente del Consiglio mentre teneva a guinzaglio e con la museruola il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, recava la scritta «No al vostro referendum».
Sulla seconda fotografia, con la stretta di mano tra Meloni e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, era scritto: «No al vostro genocidio, 75.000 civili uccisi, 2 milioni di sfollati». I manifestanti saranno denunciati per vilipendio delle istituzioni, anche attraverso l’analisi delle immagini registrate dalla Scientifica.
In piazza a Roma, Milano e Torino c’era un po’ di tutto, da Potere al popolo a collettivi studenteschi come Osa e Cambiare Rotta; da Movimento migranti e rifugiati di Napoli a No Ponte Calabria; da Global movement to Gaza a Unione democratica arabo palestinese; da Moschea Omar a Emilia por Cuba passando per Strasaffica e via con le sigle che fremono per avere visibilità. Tra i cartelli, «Giù le mani dall’Iran», «Nessuna base, nessun soldato. Fuori l’Italia dalla Nato» e anche «No al colonialismo». Dimostranti hanno esibito uno striscione con scritto «Contro le aggressioni imperialiste. Difendere Cuba socialista». L’Associazione nazionale magistrati è intervenuta sulla violenza di quelle fotografie strappate e del messaggio devastante che gesti simili vogliono trasmettere. «Esprimiamo la nostra solidarietà alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio per quanto accaduto al corteo di Roma. Il nostro invito ad abbassare i toni nel corso di questa campagna referendaria è sempre valso e sempre varrà per chiunque e a prescindere dai propri orientamenti personali e collettivi», ha fatto sapere.
Solidarietà è stata espressa dal presidente del Comitato Giusto dire No, Enrico Grosso. «Pensare che bruciare le immagini di Nordio e Meloni sia un atto che contenga un qualche senso è quanto di più distante dal nostro modo di intendere questa campagna referendaria», ha detto. Ed è stato costretto a pronunciare parole di condanna anche Giuseppe Conte, presidente M5s: «Questo governo deve andare a casa con la forza delle idee e della democrazia, non a colpi di odio e violenza. Mancano una manciata di giorni all’appuntamento del referendum, a chi scende in piazza oggi (ieri per chi legge, ndr) e nei prossimi giorni dico: continuiamo a spiegare e ribadire le ragioni del No democraticamente». Ringrazio di cuore chi ha manifestato la sua solidarietà, in particolare il presidente del Comitato per il No, Enrico Grosso, e l’Anm. Auspico anche io che nei prossimi giorni il dibattito si mantenga nei termini indicati da Sergio Mattarella, con pacatezza e lealtà, sui reali contenuti. Naturalmente questi eccessi aggressivi, lungi dall’intimorirmi, mi sollecitano a proseguire con sempre maggior determinazione e vigore», ha dichiarato Nordio.
Il corteo romano, partito da piazza della Repubblica, si era concluso a piazza San Giovanni dove zainetti rosa e fagotti bianchi cosparsi di petali volevano ricordare le 175 bambine della scuola elementare Shajareh Tayyebeh in Iran, uccise da un missile americano nel primo giorno di bombardamenti. Manifestazioni che si dichiarano contro la violenza, eppure la fanno entrare. Come è accaduto ieri a Milano, dove alcuni manifestanti hanno bruciato una bandiera di Israele lungo un corteo partito dall’Arco della Pace con lo slogan «Contro guerra imperialista e sionismo». Promosso da realtà antagoniste nell’ambito della tre giorni di eventi per ricordare Davide Cesare, «Dax», ucciso nel 2003 da militanti di estrema destra, è stato il pretesto per occupare ancora una volta il Palasharp. Anche a Torino, nel corteo regionale per la Palestina, sotto una pioggia battente è stata bruciata la bandiera di Israele.
Ieri Meloni ha rilanciato sui social un video in cui il costituzionalista (ed ex parlamentare del Pd) Stefano Ceccanti spiega le ragioni del Sì al referendum. «Il professor Ceccanti, sicuramente non tacciabile di essere un mio sostenitore o elettore, spiega in pochi secondi perché votare Sì al referendum. Un invito ad andare oltre appartenenze politiche e contrapposizioni ideologiche, guardando semplicemente al merito del quesito».
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Ansa
E perché avvistamenti satellitari, analoghi a quelli riportati adesso da Afp, erano stati registrati già l’11 gennaio e il 25 dicembre scorsi, senza contare che precedenti del genere si susseguono ormai da anni? La risposta è inquietante: gli esperti ritengono che si tratti di azioni coordinate, parte dei preparativi del regime di Pechino in vista di una crisi o di un conflitto regionale.
Le imbarcazioni civili formerebbero una milizia marittima, con diversi potenziali impieghi. Ad esempio, si prestano a costituire una muraglia galleggiante per rallentare o bloccare le rotte commerciali e complicare il passaggio delle navi militari. Non trattandosi di mezzi bellici veri e propri, per un nemico sarebbe problematico attaccarli. I pescatori sarebbero, in sostanza, uno scudo umano. Lo sciame potrebbe anche funzionare alla stregua di una rete di intelligence distribuita. Oppure, potrebbe fungere da base per rifornimenti di altri natanti, per il recupero di equipaggi e velivoli senza pilota, per la distribuzione di sensori e per il trasporto di strumentazioni. Ancora: la flotta potrebbe rafforzare eventuali rivendicazioni territoriali, assicurando una presenza permanente in alcune aree contese. Non mancano i precedenti: le autorità già pagano gli armatori per stazionare almeno 280 giorni alle isole Spratly, reclamate dal Dragone, dal Vietnam, dalle Filippine, da Taiwan, dalla Malesia e dal Brunei.
L’esercitazione, considerate le tempistiche, non è direttamente collegata alla guerra in Iran. Ma i dirigenti cinesi stanno di certo studiando con attenzione quello che accade in Medio Oriente. Sia perché hanno bisogno dei barili di petrolio; sia perché le difficoltà degli americani, finora incapaci di garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, lasciano supporre che, per la Marina statunitense, sarebbe pressoché impossibile opporsi a un atto di forza di Xi Jinping nel Mar Cinese meridionale e orientale. Questo rimette in discussione l’indipendenza di Taiwan e persino la sicurezza degli alleati dell’Occidente nell’Indo-Pacifico.
Al Politburo non sarà passata inosservata la notizia dello spostamento, dalle acque nipponiche al teatro bellico mediorientale, di una nave d’assalto americana, insieme a 2.000 marines. La redistribuzione degli assetti ha preoccupato le potenze asiatiche vicine agli Stati Uniti, anche alla luce delle indiscrezioni di stampa, secondo cui la Casa Bianca sarebbe intenzionata a trasferire alcuni componenti del sistema di difesa missilistica Thaad, attualmente situati in Corea del Sud, che ha necessità di proteggersi da Pyongyang. Si andrebbe ben oltre il grado di disimpegno che caldeggiano i prudentissimi esponenti della scuola del realismo difensivo: tre mesi fa, era uscito l’ultimo saggio di Charles L. Glaser, Retrench, defend, compete, che suggeriva di mollare Taipei per minimizzare il pericolo di uno scontro con il Dragone, ma al contempo prescriveva di confermare il sostegno Usa agli altri Paesi filoamericani della regione. Xi non morirà dalla voglia di aprire un altro vaso di Pandora. Ma il regime deve aver annotato tutti i segnali di debolezza dell’«Armada» a stelle e strisce, che pretende di aver «annientato il 100% delle capacità militari dell’Iran», come ha detto Donald Trump ieri, eppure non ha impedito a Teheran di interdire Hormuz. Si capisce come mai il presidente abbia invocato esplicitamente l’intervento dei cinesi, al fianco di Parigi, Tokyo, Seul e Londra, in un’ipotetica missione per liberare lo Stretto. Un tentativo di mettere in imbarazzo politico i rivali.
La partita che si gioca attorno al petrolio è molto complessa. Alcune immagini circolate in Rete mostrano code di vetture ai distributori nelle metropoli cinesi: gli automobilisti starebbero facendo incetta di carburante, in prospettiva di ulteriori aumenti dei prezzi. Si era appreso, nei giorni scorsi, che la Cina aveva provato a negoziare con gli ayatollah il passaggio del greggio. Poi è spuntata una nuova ipotesi: l’Iran sarebbe disponibile a lasciar transitare le petroliere, purché gli scambi siano condotti in yuan. Stando a quanto riferito dal South China Morning Post, il Paese asiatico rimane cauto, se non scettico: «Benché il piano possa simbolicamente promuovere l’uso della valuta cinese», ha scritto il quotidiano, «la sua attuazione fronteggerebbe sfide di sicurezza e fattibilità e potrebbe provocare strappi nelle relazioni Cina-Usa». Relazioni alle quali, evidentemente, il Partito tiene ancora. Specie alla vigilia dell’incontro tra il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, e il vicepremier di Pechino, He Lifeng. E in attesa del bilaterale Trump-Xi, previsto ad aprile. Un faccia a faccia decisivo per risolvere la disputa sui dazi. Anche se l’America, a questo punto, potrebbe arrivarci con le armi spuntate. In tutti i sensi.
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