True
2021-06-27
Con i criteri utilizzati contro Orbàn l’Ue dovrebbe bandire il bavaglio arcobaleno
Viktor Orban (Ansa)
Europa e Ungheria continuano a darsi botte da Orbán per la legge «anti Lgbt» di Budapest.
Ieri, al ministro della Giustizia magiaro, Judit Varga, è arrivata una missiva del commissario Ue per la Giustizia, Didier Reynders, e di quello per il Mercato interno e i servizi, Thierry Breton. Gli emissari di Bruxelles chiedono al governo ungherese «chiarimenti, spiegazioni e informazioni», sollevando obiezioni alla norma sul gender. I firmatari esigono una replica entro fine mese e ricordano che, «se la legge entrerà in vigore, la Commissione non esiterà a prendere provvedimenti».
Riaffiora un paradosso già messo in luce dalla Verità: proprio come ha fatto il Vaticano con l'Italia, rispetto al ddl Zan, l'Europa contesta una legge in virtù di un trattato siglato dal Paese di Viktor Orbán (il Trattato sul funzionamento dell'Ue), della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione e di due direttive sui servizi audiovisivi e l'e-commerce. La logica è la medesima: si rimprovera a uno Stato di aver sottoscritto obbligazioni giuridiche, ma di averle violate con una legge nazionale successiva. Perché ci si stracciano le vesti per l'ingerenza della Chiesa, ma non per quella di Ursula von der Leyen? In questo caso, anzi, c'è un'aggravante che manca nella Nota verbale vaticana: un ultimatum ai recalcitranti magiari, con tanto di minaccia di sanzioni.
Ma anche le critiche avanzate nel documento lasciano perplessi, senza che si debba per forza imbastire una crociata in difesa di una legge sicuramente discutibile e di difficile applicazione.
Quanto alle lamentate limitazioni dei diritti, si fatica a comprendere per quale motivo l'idea di tenere i minori lontani da «un contenuto che sia pornografico o ritragga la sessualità in modo gratuito o che diffonda o ritragga la divergenza dall'autoidentità corrispondente al sesso alla nascita, il cambio di sesso o l'omosessualità», debba essere in contrasto con gli articoli 7 e 9 della Carta Ue dei diritti. L'articolo 7 dispone: «Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e delle proprie comunicazioni». Il 9 recita: «Il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio». Il che, peraltro, non esclude che un Paese possa negare matrimoni e adozioni alle coppie gay. A ogni modo, cosa c'entra la rappresentazione dell'omosessualità con il diritto alla vita privata e familiare, o con quello a contrarre matrimonio? A meno che - ma ciò giustificherebbe le preoccupazioni degli ungheresi - non si tratti esattamente di fare «propaganda gay», ossia di convincere i giovanissimi ad abbracciare l'ideologia gender e ad adottare la filosofia della «fluidità».
Davanti ai continui richiami a mercato e libertà d'impresa, si può solo constatare che abbiamo di fronte due mondi separati da una radicale incomunicabilità. Da un lato, chi appiccica qualche frettolosa considerazione sui diritti a un'argomentazione in cui l'economia diventa il grimaldello della politica; dall'altro, chi privilegia la salvaguardia delle fondamenta etiche della propria comunità. I detrattori hanno sempre avuto buon gioco a rievocare la formula «democrazia illiberale», coniata da Orbán, dimenticandosi che egli, forte di un solido consenso nel Paese, la intende anzitutto come «democrazia cristiana». È davvero un modello meno legittimo e inclusivo dell'eurocrazia, incentrata su regole di bilancio e diktat delle minoranze più chiassose e aggressive?
Un'altra contestazione della missiva si riferisce all'articolo 11 della Carta dei diritti, che tutela libertà d'espressione e informazione senza «ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera». A questo punto si collegano le ansie per le sorti della libera d'impresa (articolo 16) e, più specificamente, per la facoltà di diffondere oltreconfine materiali audiovisivi. I commissari assicurano che le fattispecie bandite dalla normativa ungherese non «danneggiano manifestamente, seriamente e gravemente lo sviluppo fisico, mentale o morale dei minori» e che non posso essere considerate «un'autentica, sufficientemente seria minaccia che riguardi uno degli interessi fondamentali della società». Ma non spiegano perché. Siamo, insomma, alla parola di Burxelles contro quella di Budapest. Con un'ulteriore bizzarria: se chi produce film o spot a sfondo Lgbt ha il diritto di trasmetterli in tutta l'Unione, i ragazzi hanno il diritto di guardarli. Ergo, l'impianto valoriale dell'Europa, che ha appena inserito quello all'aborto tra i diritti umani essenziali, contempla un controsenso: il minore non ha diritto di nascere, ma ha diritto di guardare scene omoerotiche.
Senza contare - e sta qui la contraddizione principale - che le stesse obiezioni mosse alla legge ungherese andrebbero indirizzate al ddl Zan. Precludere la divulgazione di immagini che ritraggono l'omosessualità o la transessualità mina la libertà d'espressione? Bene: e non è ugualmente in pericolo la libertà d'espressione di chi critica l'antropologia gender, gli usi della comunità Lgbt, o le sue rivendicazioni politiche, ma rischia che certe opinioni subiscano uno scrutino giudiziario? È normale che un deputato (Alessandro Zan) illustri ai sacerdoti, dalle colonne di un quotidiano, cosa possono o non possono dire in un'omelia? Il fatto che si consideri, sic et simplicter, un omofobo chi promuove la famiglia naturale, non viola gli articoli 7 e 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue? Qualora il ddl Zan fosse approvato, anche il nostro Guardasigilli, Marta Cartabia, dovrà aspettarsi una letterina di Reynders e Breton?
Il Pride torna a sfilare in sei città. A Roma apre un Gesù Cristo Lgbt
«Per uno Stato laico aboliamo il Concordato. Scendiamo in piazza con i nostri corpi. Con tutte le sfumature del nostro arcobaleno». È stato lo slogan più ripetuto ieri pomeriggio a Roma durante l'evento dell'orgoglio e ostentazione Lgbtqia+ (lesbico, gay, bisessuale, transessuale, intersessuale), che doveva essere stanziale e che invece tra cortei e sit in ha provocato diversi disagi alla circolazione. Dopo lo stop dello scorso anno agli eventi in presenza, causa Covid, ieri ad Ancora, L'Aquila, Faenza, Martina Franca, Milano e Roma è arrivata la cosiddetta «onda pride» ossia i 6 pride organizzati dal movimento a conclusione del Pride month, occasione per riaffermare che sul ddl Zan non si arretra e non verrà accettato alcun compromesso: «Lo vogliamo così come è». Dopo l'intervento della Santa Sede che, nei giorni scorsi, aveva chiesto modifiche al disegno di legge perché in contrasto con il Concordato, anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, dal palco all'Arco della Pace ha detto: «Il messaggio è: approviamo in fretta il ddl Zan. Milano ha fatto una serie di cose in questo decennio ma c'è altro da fare: sarebbe utile una delegata contro le discriminazioni e bisogna riprendere la battaglia sulla genitorialità. La sinistra deve tenere una posizione ferma e in tal senso credo che si debba dialogare, ma se iniziamo a buttare in là la cosa non la facciamo, credo si debba accelerare». Poi ha chiamato sul palco il deputato Pd primo firmatario del dl contro l'omotransfobia ed esponente della comunità Lgbtq, Alessandro Zan e gli ha regalato il suo orologio arcobaleno, che sfoggiava da qualche giorno: «Scandisca il tuo tempo per raggiungere l'obiettivo finale della legge». Zan, molto compiaciuto per la piazza piena di giovani, «che chiedono finalmente all'Italia che venga riconosciuta la libertà di tutti i cittadini», ha ribadito che «noi siamo un Paese dell'Ue che ancora non si è dotato di una legge contro i crimini d'odio e questo è molto grave. Stiamo parlando di violenza, di discriminazione, di bullismo, abbiamo un problema di violazione dei principi di uguaglianza». E ha definito l'intervento del Vaticano «un'invasione di campo che mi ha sorpreso. Il testo che abbiamo approvato alla Camera a larghissima maggioranza va incontro a tantissime diverse sensibilità in particolare a quelle del mondo cattolico». Poi non ha evitato un attacco al leader della Lega: «Il problema non è personale, è politico. Salvini sostiene Orbàn, dice di aver letto la sua legge e di non trovarci nulla di strano. Come possiamo noi sederci a un tavolo delle trattative con chi, come Salvini e Meloni, sostiene quei Paesi che stanno facendo delle leggi discriminatorie, inaccettabili, e che ci stanno portando nel momento più buio del secolo scorso? Il dialogo è aperto con tutti ma non con chi vuole affossare la legge o svuotarla del suo significato».
Nella capitale gli organizzatori dell'evento hanno spiegato lo striscione «Orgoglio e ostentazione» dietro ad un Cristo Lgbt con corona di spine, stimmate colorate e lenzuolo arcobaleno. Una performance che non è piaciuta a Giorgia Meloni, che si è chiesta: «Per quanto mi interroghi, non riesco a trovare una risposta a questa domanda: che bisogno c'è di mancare di rispetto a milioni di fedeli per sostenere le proprie tesi?».
A Bologna, invece, più che una performance uno sfregio: per lanciare la settimana transfemminista e transnazionale, le femministe hanno sfilato con una mitra rosa in testa, calpestando e lasciando impronte (rosa anche queste) sui volti di Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Simone Pillon, Mario Adinolfi, Viktor Orbàn, Donald Trump e papa Francesco.
Continua a leggereRiduci
Bruxelles attacca l'Ungheria su diritti e libertà d'espressione. Ma neanche la legge feticcio della sinistra supererebbe l'esame.Giorgia Meloni critica l'insulto alla religione: «Perché mancare di rispetto ai fedeli?»Europa e Ungheria continuano a darsi botte da Orbán per la legge «anti Lgbt» di Budapest.Ieri, al ministro della Giustizia magiaro, Judit Varga, è arrivata una missiva del commissario Ue per la Giustizia, Didier Reynders, e di quello per il Mercato interno e i servizi, Thierry Breton. Gli emissari di Bruxelles chiedono al governo ungherese «chiarimenti, spiegazioni e informazioni», sollevando obiezioni alla norma sul gender. I firmatari esigono una replica entro fine mese e ricordano che, «se la legge entrerà in vigore, la Commissione non esiterà a prendere provvedimenti». Riaffiora un paradosso già messo in luce dalla Verità: proprio come ha fatto il Vaticano con l'Italia, rispetto al ddl Zan, l'Europa contesta una legge in virtù di un trattato siglato dal Paese di Viktor Orbán (il Trattato sul funzionamento dell'Ue), della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione e di due direttive sui servizi audiovisivi e l'e-commerce. La logica è la medesima: si rimprovera a uno Stato di aver sottoscritto obbligazioni giuridiche, ma di averle violate con una legge nazionale successiva. Perché ci si stracciano le vesti per l'ingerenza della Chiesa, ma non per quella di Ursula von der Leyen? In questo caso, anzi, c'è un'aggravante che manca nella Nota verbale vaticana: un ultimatum ai recalcitranti magiari, con tanto di minaccia di sanzioni. Ma anche le critiche avanzate nel documento lasciano perplessi, senza che si debba per forza imbastire una crociata in difesa di una legge sicuramente discutibile e di difficile applicazione. Quanto alle lamentate limitazioni dei diritti, si fatica a comprendere per quale motivo l'idea di tenere i minori lontani da «un contenuto che sia pornografico o ritragga la sessualità in modo gratuito o che diffonda o ritragga la divergenza dall'autoidentità corrispondente al sesso alla nascita, il cambio di sesso o l'omosessualità», debba essere in contrasto con gli articoli 7 e 9 della Carta Ue dei diritti. L'articolo 7 dispone: «Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e delle proprie comunicazioni». Il 9 recita: «Il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio». Il che, peraltro, non esclude che un Paese possa negare matrimoni e adozioni alle coppie gay. A ogni modo, cosa c'entra la rappresentazione dell'omosessualità con il diritto alla vita privata e familiare, o con quello a contrarre matrimonio? A meno che - ma ciò giustificherebbe le preoccupazioni degli ungheresi - non si tratti esattamente di fare «propaganda gay», ossia di convincere i giovanissimi ad abbracciare l'ideologia gender e ad adottare la filosofia della «fluidità».Davanti ai continui richiami a mercato e libertà d'impresa, si può solo constatare che abbiamo di fronte due mondi separati da una radicale incomunicabilità. Da un lato, chi appiccica qualche frettolosa considerazione sui diritti a un'argomentazione in cui l'economia diventa il grimaldello della politica; dall'altro, chi privilegia la salvaguardia delle fondamenta etiche della propria comunità. I detrattori hanno sempre avuto buon gioco a rievocare la formula «democrazia illiberale», coniata da Orbán, dimenticandosi che egli, forte di un solido consenso nel Paese, la intende anzitutto come «democrazia cristiana». È davvero un modello meno legittimo e inclusivo dell'eurocrazia, incentrata su regole di bilancio e diktat delle minoranze più chiassose e aggressive? Un'altra contestazione della missiva si riferisce all'articolo 11 della Carta dei diritti, che tutela libertà d'espressione e informazione senza «ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera». A questo punto si collegano le ansie per le sorti della libera d'impresa (articolo 16) e, più specificamente, per la facoltà di diffondere oltreconfine materiali audiovisivi. I commissari assicurano che le fattispecie bandite dalla normativa ungherese non «danneggiano manifestamente, seriamente e gravemente lo sviluppo fisico, mentale o morale dei minori» e che non posso essere considerate «un'autentica, sufficientemente seria minaccia che riguardi uno degli interessi fondamentali della società». Ma non spiegano perché. Siamo, insomma, alla parola di Burxelles contro quella di Budapest. Con un'ulteriore bizzarria: se chi produce film o spot a sfondo Lgbt ha il diritto di trasmetterli in tutta l'Unione, i ragazzi hanno il diritto di guardarli. Ergo, l'impianto valoriale dell'Europa, che ha appena inserito quello all'aborto tra i diritti umani essenziali, contempla un controsenso: il minore non ha diritto di nascere, ma ha diritto di guardare scene omoerotiche. Senza contare - e sta qui la contraddizione principale - che le stesse obiezioni mosse alla legge ungherese andrebbero indirizzate al ddl Zan. Precludere la divulgazione di immagini che ritraggono l'omosessualità o la transessualità mina la libertà d'espressione? Bene: e non è ugualmente in pericolo la libertà d'espressione di chi critica l'antropologia gender, gli usi della comunità Lgbt, o le sue rivendicazioni politiche, ma rischia che certe opinioni subiscano uno scrutino giudiziario? È normale che un deputato (Alessandro Zan) illustri ai sacerdoti, dalle colonne di un quotidiano, cosa possono o non possono dire in un'omelia? Il fatto che si consideri, sic et simplicter, un omofobo chi promuove la famiglia naturale, non viola gli articoli 7 e 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue? Qualora il ddl Zan fosse approvato, anche il nostro Guardasigilli, Marta Cartabia, dovrà aspettarsi una letterina di Reynders e Breton?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-i-criteri-utilizzati-contro-orban-lue-dovrebbe-bandire-il-bavaglio-arcobaleno-2653562825.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pride-torna-a-sfilare-in-sei-citta-a-roma-apre-un-gesu-cristo-lgbt" data-post-id="2653562825" data-published-at="1624750524" data-use-pagination="False"> Il Pride torna a sfilare in sei città. A Roma apre un Gesù Cristo Lgbt «Per uno Stato laico aboliamo il Concordato. Scendiamo in piazza con i nostri corpi. Con tutte le sfumature del nostro arcobaleno». È stato lo slogan più ripetuto ieri pomeriggio a Roma durante l'evento dell'orgoglio e ostentazione Lgbtqia+ (lesbico, gay, bisessuale, transessuale, intersessuale), che doveva essere stanziale e che invece tra cortei e sit in ha provocato diversi disagi alla circolazione. Dopo lo stop dello scorso anno agli eventi in presenza, causa Covid, ieri ad Ancora, L'Aquila, Faenza, Martina Franca, Milano e Roma è arrivata la cosiddetta «onda pride» ossia i 6 pride organizzati dal movimento a conclusione del Pride month, occasione per riaffermare che sul ddl Zan non si arretra e non verrà accettato alcun compromesso: «Lo vogliamo così come è». Dopo l'intervento della Santa Sede che, nei giorni scorsi, aveva chiesto modifiche al disegno di legge perché in contrasto con il Concordato, anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, dal palco all'Arco della Pace ha detto: «Il messaggio è: approviamo in fretta il ddl Zan. Milano ha fatto una serie di cose in questo decennio ma c'è altro da fare: sarebbe utile una delegata contro le discriminazioni e bisogna riprendere la battaglia sulla genitorialità. La sinistra deve tenere una posizione ferma e in tal senso credo che si debba dialogare, ma se iniziamo a buttare in là la cosa non la facciamo, credo si debba accelerare». Poi ha chiamato sul palco il deputato Pd primo firmatario del dl contro l'omotransfobia ed esponente della comunità Lgbtq, Alessandro Zan e gli ha regalato il suo orologio arcobaleno, che sfoggiava da qualche giorno: «Scandisca il tuo tempo per raggiungere l'obiettivo finale della legge». Zan, molto compiaciuto per la piazza piena di giovani, «che chiedono finalmente all'Italia che venga riconosciuta la libertà di tutti i cittadini», ha ribadito che «noi siamo un Paese dell'Ue che ancora non si è dotato di una legge contro i crimini d'odio e questo è molto grave. Stiamo parlando di violenza, di discriminazione, di bullismo, abbiamo un problema di violazione dei principi di uguaglianza». E ha definito l'intervento del Vaticano «un'invasione di campo che mi ha sorpreso. Il testo che abbiamo approvato alla Camera a larghissima maggioranza va incontro a tantissime diverse sensibilità in particolare a quelle del mondo cattolico». Poi non ha evitato un attacco al leader della Lega: «Il problema non è personale, è politico. Salvini sostiene Orbàn, dice di aver letto la sua legge e di non trovarci nulla di strano. Come possiamo noi sederci a un tavolo delle trattative con chi, come Salvini e Meloni, sostiene quei Paesi che stanno facendo delle leggi discriminatorie, inaccettabili, e che ci stanno portando nel momento più buio del secolo scorso? Il dialogo è aperto con tutti ma non con chi vuole affossare la legge o svuotarla del suo significato». Nella capitale gli organizzatori dell'evento hanno spiegato lo striscione «Orgoglio e ostentazione» dietro ad un Cristo Lgbt con corona di spine, stimmate colorate e lenzuolo arcobaleno. Una performance che non è piaciuta a Giorgia Meloni, che si è chiesta: «Per quanto mi interroghi, non riesco a trovare una risposta a questa domanda: che bisogno c'è di mancare di rispetto a milioni di fedeli per sostenere le proprie tesi?». A Bologna, invece, più che una performance uno sfregio: per lanciare la settimana transfemminista e transnazionale, le femministe hanno sfilato con una mitra rosa in testa, calpestando e lasciando impronte (rosa anche queste) sui volti di Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Simone Pillon, Mario Adinolfi, Viktor Orbàn, Donald Trump e papa Francesco.
Alex Zanardi (Ansa)
I funerali si terranno martedì nella Basilica di Santa Giustina in quella Padova che lo aveva adottato dopo l’ultimo, gravissimo incidente del 2020. Durante una gara di handbike a Pienza, nel Senese, in una competizione di beneficenza da lui organizzata, Zanardi finì nella corsia opposta e fu investito da un camion, ponendo fine alla sua militanza nel paraciclismo in cui aveva vinto quattro ori e due argenti ai Giochi olimpici di Londra nel 2012 e di Rio de Janeiro nel 2016, e 16 ori complessivi tra tutte le competizioni. La scelta di cimentarsi nell’handbike giunse dopo l’amputazione delle gambe nel 2001, al termine di una gara del campionato d’automobilismo Champ Car nell’autodromo di Lausitzring, in Germania. La sua vettura, una Reynard-Honda numero 66, subì un incidente spaventoso, spezzandosi in due tronconi dopo lo scontro con la Forsythe di Alexandre Tagliani. La pista era la stessa in cui cinque mesi prima era morto l’ex ferrarista Michele Alboreto. Nato a Bologna nel 1966, figlio di un idraulico e di una sarta, Alex Zanardi fin dall’asilo tiene appeso in cameretta il poster di Ayrton Senna, il fenomeno brasiliano che nel giorno del debutto su Jordan del collega e giovane ammiratore bolognese, si avvicina al suo box e lo rincuora: «È il tuo primo Gran Premio, la Jordan è una buona macchina, vedrai, andrà tutto bene», gli dice, come in un sogno. Piccola curiosità cabalistica: anche Senna è morto il primo maggio, 32 anni fa. Siccome il destino persegue trame che si disinteressano della pietà, ma non lesinano sui colpi di scena, il giovane Alex inizia a correre sui kart a 14 anni, un anno dopo l’incidente stradale in cui perde la vita sua sorella maggiore. Nel 1991 approda, si diceva, alla Jordan, in Formula 1. È l’epoca del dominio di Alain Prost, di quell’Ayrton Senna che gli dà la sua benedizione, Michael Schumacher inizia a scaldare i motori e i cuori. Partecipa a quelle corse fino al 1994. Nell’ultima stagione guida una Lotus, è talentuoso, e però davanti a lui sfrecciano scuderie più attrezzate e fulminee. Si trasferisce nella Formula Champ Car, in America, tra il 1996 e il 1998, togliendosi parecchie soddisfazioni, sette vittorie e tante pole position. Al punto che Frank Williams lo richiama in Formula 1. È il 1999, Zanardi sarà in scuderia con uno Schumacher, Ralf, fratello minore di Michael, terminando quella carriera con 44 Gran premi disputati e un punto raccolto. Nel 2001 partecipa di nuovo alle competizioni Champ Car. Il 15 settembre di quell’anno, la corsa maledetta sul circuito di Lausitzring. All’ospedale di Berlino gli praticano 16 interventi, mentre lui va in arresto cardiaco ben sette volte. San Pietro però lo rispedisce al mittente. Ne ha ancora da vivere e da lottare. Dopo un anno e mezzo, Zanardi appare all’Eurospeedway: a bordo di una Reynard modificata ad arte, completa simbolicamente i giri di pista mancanti di quella gara stregata. Arriva un’esistenza nuova, scandita dalle competizioni di paraciclismo, dai libri autobiografici, dalla fondazione di associazioni benefiche e dalla conduzione del programma di Rai 3 Sfide. Poi, il 19 giugno 2020, l’ennesimo dramma. A Pienza, in una corsa di beneficenza, un camion lo centra, l’impatto è pauroso. Finisce in coma, all’ospedale di Lecco prima e al San Raffaele di Milano poi lo agguantano per i capelli e lo salvano ancora. Trascorrerà il Natale in famiglia, e diversi anni al riparo dai riflettori, assieme a Niccolò e a quella Daniela che, raccontava lui, «sentivo mi chiamasse come una voce celestiale da un’altra dimensione».
Il cordoglio di colleghi, amici e istituzioni è arrivato unanime. Per Sergio Mattarella, «come l’Italia intera, avverto profondo dolore per la scomparsa di Alex Zanardi, riferimento di tutto lo sport», mentre Bebe Vio commenta: «Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto». Giorgia Meloni commenta: «L’Italia perde un uomo e un campione straordinario, capace di trasformare ogni prova della vita in una lezione di dignità. Ha dato a tutti noi la speranza e la forza di chi non si arrende mai».
Continua a leggereRiduci
Ancillotti «Scarab 50» del 1972
È il dopoguerra a San Frediano, il quartiere di Firenze che fa da sfondo al capolavoro di Vasco Pratolini. Negli stessi anni della stesura del romanzo dello scrittore toscano, si sviluppava la storia di Ancillotti, leggenda delle moto fuoristrada Made in Italy. Nel 1948 Gualtiero Ancillotti, che aveva ereditato l’officina di lavorazioni meccaniche fondata dal padre nel lontano 1907, iniziò a occuparsi di elaborazioni delle Harley Davidson «Wla» lasciate dagli americani dopo la guerra, apportando migliorie nel confort e nella meccanica delle spartane moto militari.
La prima motorizzazione di massa, che portò Vespa e Lambretta sulle strade d’Italia, fu nuova linfa per l’officina di Firenze. Lo scooter di Lambrate fu scelto da Ancillotti per le sue elaborazioni, che portarono a diversi record su pista negli anni Sessanta, con una Lambretta portata a 202 cc che registrò record su piste in Italia e all’estero con medie superiori ai 120 km/h. La rivalità tra Vespa e Lambretta, nata nell’Italia del Boom, fu particolarmente sentita a Firenze dove gli scooter Piaggio e Innocenti venivano elaborati nella stessa città dalla concorrente Gori. E sempre in Toscana, a Rignano sull’Arno, aveva sede una delle case che hanno fatto la storia del motociclismo fuoristrada, regina del trial, la Beta. Gualtiero Ancillotti assieme ai figli Piero e Alberto iniziò a costruire parti meccaniche per migliorare le prestazioni anche di questo marchio e alla fine degli anni ’60 preparò una versione speciale della Beta «50 Rg» (regolarità) derivata dalla Beta Camoscio di serie, dove il marchio Ancillotti affiancava quello della casa di Rignano. La produzione proseguì su base Beta, indirizzata quasi totalmente su una delle discipline motociclistiche di maggior successo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: il motocross.
Grazie all’appoggio di Beta e poi di Polini per la rete distributiva, Ancillotti iniziò l’avventura della produzione di moto complete, caratterizzate poi dal colore giallo vivo e dal logo raffigurante uno scarabeo con le ali spiegate, copiato dal bassorilievo presente sulla piramide Medici alle Cascine di Firenze, una ghiacciaia costruita nel 1796. Anche i nomi delle moto prodotte dagli anni Settanta in poi, si rifaranno a quel simbolo che rimarrà per tutta la produzione Ancillotti: «Scarab», che negli anni saranno prodotti nelle cilindrate 50 e 125cc con motori che dagli originali Beta elaborati passeranno a Sachs, Hiro e Minarelli, prodotti negli stabilimenti nuovi di Sambuca Val di Pesa, nel Chianti. Per tutti gli anni Settanta la casa fiorentina vide crescere i successi nelle competizioni di cross e regolarità, così come le vendite tra i giovani appassionati di fuoristrada, per l’elevatissima qualità e per le prestazioni degli «Scarab». Come per tante altre ditte nate dalla sapienza artigianale e cresciute con la grande domanda nel mercato degli anni Sessanta e Settanta, il declino arrivò con la concorrenza giapponese e con il declino progressivo della moda fuoristradistica. Anche Ancillotti tentò di tenere il passo con i tempi, proponendo un «tubone» e un classico ciclomotore da strada, il «Cioè», con scarso successo.
L’ultima produzione vide Ancillotti proporre anche piccoli enduro accessoriati sul modello di Aprilia e Fantic, ma nel 1985 cessò la produzione dopo circa 35.000 moto uscite dagli stabilimenti toscani. Finiva così la storia produttiva di uno dei marchi motociclistici più apprezzati in Italia e all’estero. Lasciando in eredità l’invenzione del monoammortizzatore posteriore con sistema «Pro dive» in grado di mantenere il posteriore della moto sempre incollato al terreno, già nel 1974. Oggi il marchio, dichiarato dal Mise «di interesse storico nazionale» vive grazie all’iniziativa industriale del nipote di Gualtiero, Tomaso, imprenditore nel campo delle bici da fuoristrada di altissima qualità. Che, ovviamente, si chiamano «Scarab».
Continua a leggereRiduci