Commercialisti divisi sulla riforma
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Guerra tra i professionisti a causa delle modifiche proposte dal presidente De Nuccio. Tra i nodi più caldi, il mancato voto dell’assemblea e l’eventuale minor peso degli iscritti.

La riforma della professione dei commercialisti, proposta dal Consiglio nazionale guidato da Elbano De Nuccio, continua a generare fratture profonde all’interno della categoria. Presentata come il risultato di un consenso larghissimo, nei fatti non è mai stata sottoposta al voto dell’assemblea dei presidenti degli Ordini territoriali. Eppure, il Consiglio nazionale insiste nel sostenere che 82 presidenti lo appoggiano, basandosi su email inviate alla casella personale del presidente, senza che però siano mai stati resi pubblici i contenuti. Tre consiglieri nazionali ne hanno chiesto accesso formale, senza riceverlo. Una gestione opaca che ha finito per rafforzare i sospetti.

In una presa di posizione del 14 maggio, otto presidenti di Ordine – tra cui Milano, Roma, Firenze, Brescia – hanno chiarito che la riforma non è mai stata votata. Il tema è stato discusso in due assemblee dei presidenti, ma mai posto in votazione. Al contrario, le valutazioni critiche formalmente espresse rappresentano oltre 30.000 iscritti, numero cospicuo a fronte di chi ha parlato in termini favorevoli. Una distanza che smonta ogni retorica sul presunto plebiscito

Nel frattempo, in questi anni il consenso interno di De Nuccio si è progressivamente sgretolato. Milano, Torino e Firenze – gli Ordini che nel 2022 furono decisivi per la sua elezione e che insieme rappresentano l’11% del peso elettorale – hanno annunciato di appoggiare una lista alternativa, guidata dall’Ordine di Roma (che pesa il 5%). Con le elezioni per il rinnovo del Consiglio nazionale fissate ad aprile 2026 e l’attuale sistema previsto che affida il voto ai 132 Ordini territoriali, la riconferma di De Nuccio appare tutt’altro che scontata.

Da qui, secondo molti osservatori, nasce l’intenzione di cambiare le regole. L’idea è riscrivere la legge elettorale, trasferendo il potere decisionale dai 132 Ordini ai circa 1.200 consiglieri territoriali, riducendo al minimo il ruolo dei 120.000 iscritti e concentrando così il controllo nelle mani di pochi. Una manovra che ridurrebbe drasticamente anche il ruolo degli iscritti e che sembra già pronta nei cassetti di Via Arenula. Per attuarla serve solo una legge delega, che darebbe al ministero della Giustizia il compito di scriverne i dettagli. Secondo fonti riservate, «sui singoli consiglieri si può intervenire agevolmente, sull’intero Ordine è un’impresa». In questo contesto, si inserisce anche la norma contenuta nella Legge 166/2024 che affida ai commercialisti la valutazione dei lidi da mettere all’asta per la Bolkestein: le nomine sono personali del presidente nazionale, e non si esclude che possano riguardare proprio consiglieri locali o loro associati. Si tratta di un potere non secondario, in vista di un sistema elettorale fondato proprio su quei consiglieri.

La riforma proposta appare così fortemente verticistica: nessun seggio previsto per la lista perdente, nessun obbligo di approvazione del bilancio del Consiglio nazionale (regole invece vigenti negli Ordini locali), riduzione drastica delle competenze degli Ordini territoriali. Il tutto condito da una spinta alle specializzazioni che, secondo sondaggi interni, la maggioranza degli iscritti non vuole. Un sistema che obbligherebbe i commercialisti a scegliere 3-4 settori di attività, penalizzando gli studi piccoli e generalisti, soprattutto di provincia, che lavorano senza esclusive normative, a differenza di avvocati, medici o notai.

Marcella Caradonna, presidente dell’Ordine di Milano, ha sintetizzato il malcontento con parole nette già a gennaio: «Il testo non crea identità, è solo un elenco di competenze in cui non ci si riconosce. E la riforma elettorale proposta – con voto segreto dei consiglieri – toglie ogni controllo ai portatori di interessi reali. È una riforma calata dall’alto, senza confronto con i territori». Tra i dissidenti figura anche l’Ordine della circoscrizione di Latina, storico collegio elettorale della stessa Meloni. Un dettaglio che pesa, almeno dal punto di vista simbolico.

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